Non voleva entrare, stava sulla porta

Ma venga, si accomodi. Anche Aldo lo invitava. Entri! Venga dentro!  

Gli dicevamo. Avevamo aperto l’ingresso sul davanti, quello che non viene quasi mai usato, se non per gli ospiti importanti. Lui stava lì sulla porta, quasi timoroso, forse aveva paura di dare incomodo. Chissà! Poi alla fine è entrato. Gin Gin gli ha annusato le scarpe per bene poi se n’è andato a cuccia. Non mi ricordo se ha preso i pattini nel salone, probabilmente li cercava. Ci siamo seduti sul divano rosso e poi siamo scesi nel mio studio. Abbiamo parlato fitto fitto, era curioso, faceva domande sulla mia formazione artistica, ma ce n’è voluto prima che si sbloccasse. Che impressione ho avuto? Una cultura enorme, una conoscenzfoto Janeta dell’arte e della storia dell’arte da far spavento, con una competenza che non avevo mai incontrato in nessuno. Non mi ha promesso nulla, non ha detto niente in particolare. Mi è sembrato che la mia pittura gli piacesse. A quei livelli mica si possono sbilanciare. Sì è portato via qualche tela  che gli piaceva.  La mia idea e quella di Aldo è che Vittorio Sgarbi sia una persona timida e di enorme sensibilità. I suoi “eccessi” pubblici sono solo una maschera. Mi ha anche scritto un biglietto di incoraggiamento che Aldo ha riportato in MONFERRATO TRA PO E TANARO edito da Lorenzo Fornaca.

Il tesoro dei Saraceni ancora alla ribalta!

Un antico documento riporta: …Nella regione di Molleto una particolarità: per longa estensione esistono tuttora scavate nel tufo tortuose e diramate grotte, capaci di ricovero di moltitudine di persone, dai Contadini chiamate le Grotte del Saraceno…
In dette caverne insieme ai resti di briganti colà murati vivi con uomini e cavalli ancora in qualche numero nascosti… si nasconderebbe un tesoro.

romito-4Ancora ce l’hanno con ‘sto tesoro. Scava e scava, e metti la terra qua e metti la terra nei secchi ma lo vogliono capire che l’ingresso non è lì, non può essere lì, dopo tutti questi secoli! Aldo lo sapeva, era lui che aveva decifrato le epigrafi. Dicono che dal Romito abbiamo portato il tesoro in Svizzera! Certo che ne hanno di fantasia. Una mezza fiaschetta l’abbiamo trovata, quella sì, per la polvere da sparo dei moschetti che usavano i soldati nel Seicento. Ma è un po’ poco. C’è gente comunque che continua a scavare nella valle. Da noi era venuto anche, oltre a ciarlatani e arraffoni un ragazzo serio, un certo Luigi Bavagnoli, che, per passione, faceva lo speleologo e si era innamorato della vicenda del tesoro dei Saraceni. Aldo gli aveva dato delle indicazioni…nulla di più. Lo abbiamo incontrato qualche volta in un bar di Casale perché voleva sapere della vicenda nei dettagli. Aldo gli ha dato credito perché gli ispirava fiducia. Penso che continui ancora a cercare laggiù.

Gin Gin e la biscia

Se stesse fermo! Invece ha l’argento vivo addosso.

Eh? Gin Gin. La biscia nell’erba va a prendere. Uhiiih!|! Eh!? Che Tapela! Povera biscia, l’hai ridotta proprio male!  eh Gin Gin. Che baraonda avete fatto! Dov’è adesso? L’hai portata nel fosso. Stecch1-1ita! ….Devo dar l’idea della lotta, il cane con la biscia in bocca, come ha fatto l’altro giorno, peccato che non abbia vista la scena Aldo. Diventerai famoso Gin Gin, facciamo un bel quadro con te e la biscia. Non ha paura di niente, figuriamoci di una serpe. La lotta tremenda! Brr! Dov’è l‘altro quadro col cane? Devo averlo riportato indietro da via Cigliano…fammi controllare, ma dove l’ho messo? Ah! Sì!  Eccolo qua.  Gin Gin e il bimbo col cerchio. E tanta serenità, perché ne abbiamo bisogno io e Aldo. Perché è un periodo mica tanto tranquillo. Mi piace ‘sto quadro, mica male. Il bambino più piccolo sullo sfondo, volevi giocare con lui? Ma no! Te stai alla larga dai bambini. Ti annoiano subito. Il bambino gioca col cerchio…chissà se si usa ancora il cerchio e te giochi con la palla. Rossa la facciamo la palla, che gialla non mi convince, ecco. A ognuno il suo gioco e poi una bella nuvola rosa, che ci porti buona fortuna la nuvola, perché ne abbiamo bisogno io e Aldo per il suo lavoro, perché per lui è un periodo mica tanto per la quale. Fra un po’ verrà a trovarci anche Mario, un mio ex allievo, una sagoma, davvero un bel tipo, con una testa tutta particolare. Mario continua a chiedermi quando si innamorerà, e come si fa a riconoscere quando uno è innamorato. Ma si può? Te ne accorgerai, gli dico, oh sì, vedrai se te ne accorgi.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE  

Una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo

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Vivere e morire per l’arte

romito internoSono una pittrice, non ve l’ho ancora detto nel dettaglio. Vivo per la pittura, i miei maestri sono stati Francesco Menzio, allievo di Casorati e Guido Capra, scultore, allievo preferito del grande maestro casalese Leonardo Bistolfi. Sono metà siciliana per parte di padre e metà monferrina per via della mamma che era di Casale. Avevo un magnifico studio a Casale, nella soffitta di un palazzo del ‘700. Me ne andavo in giro per la città, con una gran cartella di fogli, a fare schizzi, a prendere appunti per i miei quadri. Davo scandalo perché sono stata la prima a mettere i pantaloni.  La gente mi guardava per strada e io manco me n’accorgevo.  «J’ai trouvé votre exposition chez Madame Motte parfaitement équilibrée, d’une haute tenue, démontrant d’une manière parfaite votre talent et votre originalité». Me l’ha scritta uno dei più grandi collezionisti europei di opere d’arte, in occasione della mia mostra di Ginevra. Non male, devo dire.  E mi piacerebbe proprio sapere la sorte di alcuni miei dipinti che facevano parte della sua collezione. Per uno dei quali ha posato Marinella, mia nipote, figlia di mio fratello che faceva il tappezziere.
Leggo di tutto, romanzi, biografie di grandi personaggi, la vita delle regine, degli uomini illustri. Mi piace la storia, sapere cos’han fatto quei grandi personaggi per meritarsi tanta fama e onore. Leggo anche i libri di storia che scrive Aldo, a volte mi pare che la storia, quella vera che lui ha descritto nei suoi libri, sia una mirabolante avventura e che gli uomini non imparino da quello che succede loro.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE
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Mille anni fa, la gioia di vivere al Romito

Aldo ed io, da giovani, con l’adorato Gin Gin in braccio

6Mi è sempre piaciuta questa foto, con la gran dama e la sua lunghissima collana di grani verdi di vetro. Siamo fuori dalla nostra prima casa. Un attimo di serenità, di estate prolungata.  Per il quadro ha posato Elsa, una delle mie modelle preferite, una di Torino, che non ha avuto una vita proprio tranquilla.  Lei, insieme a mia nipote Marinella, compaiono in molte mie tele. Ho deciso che metterò Aldo a dieta, e sì che non mangia troppo, eppure ha una pancia che sembra un pallone, così non mi piace, non è mica anziano, e quando fa caldo suda troppo. Lo vedi che ha dei chili di troppo. E si affatica. Del resto io non sono una brava cuoca, pasta scondita, cotoletta e mela e un bicchier d’acqua del rubinetto per me son già un pasto elaborato. La mela per Aldo ci va ad ogni costo, per la gastrite procurata dal nervoso. Lui è fatto così, se la prende per un niente anche se vola una mosca e ce l’ha con tutti, a volte esagera, a volte ha ragione. Ma col suo carattere non ci procurerà del bene, chi ci viene a trovare se sbotta come fa sempre più spesso? Eppure la casa è ancora piena di gente che viene per amicizia e per studio. Anche da lontano vengono, gli piace l’ambiente e poi con quella storia dei Saraceni! Oh! Quella! Dicono che lui ha dei documenti segreti, che sappiamo dove si trova l’imbocco delle grotte. Che un giorno scapperemo col tesoro!   Una storia che vale dieci libri e magari dei film tanto è articolata, e pensare che dicono addirittura che la nostra casa è stata costruita a forma di mitreo per ricordare le ricerche di Aldo sul culto del dio Mithra in questa regione.

https://www.youtube.com/watch?v=2wdbDbAktxI 

 

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

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Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

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Source: Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

Doppio sfratto al museo di Santa Croce di Bosco Marengo

“Caro sindaco Gazzaniga, perché avete cacciato dal Museo di Santa Croce Cuttica di Revigliasco?”

PUBBLICATO SU CORRIERE DI AL 14 APRILE 2015

Due lettere aperte al sindaco di Bosco Marengo Gian Franco Gazzaniga, sullo stesso tema: l’allontanamento del direttore del Museo di Santa Croce, Gianfranco Cuttica di Revigliasco.
Era così difficile evitare di distruggere ciò che era stato già fatto e con successo a Santa Croce?
All’uomo che ha portato all’attuale splendore il complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo è stato comunicato senza troppi troppi preamboli: “Devi andartene”.

Ci piacerebbe sapere il motivo di questa decisione signor sindaco; forse Gianfranco Cuttica di Revigliasco non ha lavorato bene non meritando di proseguire il lavoro sotto la sua amministrazione? Non portava un numero sufficiente di visitatori al complesso (cosa comunque assai difficile di questi tempi). Ha trascurato qualcosa di essenziale nel suo mandato? Si è reso responsabile di qualche manchevolezza? O forse perché si prodigava a sproposito nella cura del patrimonio artistico alessandrino. Come vede le nostre sono solo domande. Dev’esserci qualcosa che non sappiamo. Eppure rammentiamo la sua presenza all’inaugurazione della permanente dedicata a Matilde Izzia. Perché quel giorno non ha preso la parola dicendo agli invitati: “Cari Signori, da qui le tele se ne dovranno comunque andare insieme al direttore che le ha volute portare!”

Visto che già meditava di farlo, suppongo, perché non lo ha detto allora?

Ma la nostra lettera aperta parte anche da altre considerazioni.

Con la defenestrazione di Gianfranco Cuttica di Revigliasco che assomiglia di più a una sorta di esecuzione sommaria se ne devono andare anche le opere di Izzia. Perché? Non c’era più posto per le tele? Non c’erano altre sale in tutto il complesso monumentale che potevano ospitarle? Gli attuali direttori del museo preferiscono altri generi di pittura? Avevano dei sospesi personali col Cuttica? Come vede sono solo domande. Ma visto che la “decapitazione” di Cuttica è un fatto che non si può passare sotto silenzio gliene chiediamo pubblicamente la causa. Sicuramente non ci sarà nulla da nascondere. Qualcosa che non sappiamo.
Siamo abituati a parlare chiaramente e così, forse un po’ ingenuamente ci rivolgiamo a lei. Io rappresento molti dei proprietari delle tele che, con fiducia, hanno affidato I loro dipinti alla direzione del museo di Santa Croce. La nuova direzione ci risulta che più volte abbia ignorato la loro esistenza durante le visite, preferendo dire che la mostra non poteva essere visitata. Ce lo può spiegare oppure abbiamo capito male noi. In questo caso le chiediamo tante scuse. Ma una spiegazione deve esserci, le pare? Un’artista monferrina di riconosciuto valore e apprezzata anche dalla compianta Noemi Gabrielli (lei sa chi era Noemi Gabrielli, vero?) non trova spazio a casa sua. Non c’è posto per lei. O dovevamo forse pagare riscaldamento e affitto per far vedere le sue opere che avevamo offerte in esposizione col cuore a Santa Croce, senz’altro chiedere che ospitalità per una grande artista, allieva di Menzio e di Guido Capra, dei quali le sarà nota la rilevanza artistica. Abbiamo impiegato anni per raggruppare quei lavori e poterli selezionare ed esporre, pensando che meritassero il prestigio di Santa Croce, per fare un omaggio all’artista defunta da anni e che amava la sua terra e la sua gente sopra ogni cosa. Fortunatamente l’artista è scomparsa, l’avrebbe presa come un affronto. E pensare che la sua memoria vive in molti. Pensavamo di offrire ai visitatori del complesso la visione di un’artista moderna, di riconosciuto valore e con forti legami con la sua terra. Un lavoro lungo e inutile, andato in fumo quello di mettere insieme le opere, convincendo i proprietari ad affidarcele. E pensare che l’ultima parte del libro che ho scritto e che lei sicuramente conosce parlava proprio di Santa Croce e dei suoi progetti e di come raggiungere il sito, una promozione che abbiamo fatto volentieri, per far conoscere I suoi tesori. Una promozione inutile che ci lascia l’amaro in bocca.Cane Palla

Ora che le opera sono sparite da Santa Croce magari proprio lei ci potrebbe indirizzare verso un’altra sede espositiva. In molti gliene sarebbero grati.
Da una mia breve ricerca risulta che: il progetto per il centro di recupero Beni artistici mobili in caso di calamità è una idea nata ed elaborata da Gianfranco Cuttica di Revigliasco e dal Gruppo di protezione civile per i beni culturali di Alessandria “Antonino Poma”, rielaborata quindi in progetto dalla società consortile “Langhe Monferrato e Roero” di cui Cuttica era vicepresidente. L’attuale Amministrazione ha fatto suo il progetto ignorando chi vi aveva lavorato in precedenza. Il museo di Santa Croce non è stato solo gestito da Gianfranco Cuttica di Revigliasco e dall’associazione ma è stato realizzato anche con il contributo di fondi regionali e di fondazioni bancarie.
Infine la sezione dedicata a Matilde Izzia era ospitata in un settore dell’immobile ben distinto dalla zona museale dedicata all’arte sacra e ai dipinti di Vasari e correttamente individuata come sezione di arte contemporanea.

Ma se abbiamo dimenticato o detto inesattezze ce lo comunichi, per questo rimaniamo in attesa della sua indispensabile replica. Per portare chiarezza.

Mario Paluan – Milano
Uno sfratto in piena regola

Le opera di Matilde Izzia, dopo un anno esatto dall’inaugurazione della mostra permanente sono state fatte sloggiare dal complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Perché?

Sgradite? Ingombranti? Eredità di una precedente gestione che si voleva cancellare a ogni costo? O forse spiacevano a qualcuno. Tante supposizioni e una sola certezza: I dipinti là non ci sono più. E nemmeno il busto di donna che Matilde realizzò nello studio di Guido Capra, allievo di Statua

Leonardo Bistolfi. Forse non ritenute in linea e all’altezza con le opera vasariane ospiti nel complesso o perché la sua pittura non è propriamente di carattere religioso e poi sono opere del 1970. Infatti le sue creazioni avevano inaugurato la sezione di “arte moderna e contemporanea” in Santa Croce. All’affollatissima inaugurazione della mostra, il 14 aprile 2014 con tanto di sindaco, prefetto, autorità civili e militari, ed eurodeputati, il consenso e l’ammirazione erano stati unanimi, basta scorrere i giornali di quei giorni. Non una critica ma l’unanime consapevolezza del valore di una grande artista approdata a Bosco Marengo. E allora perché la mostra non c’è più?

Siamo andati anche noi a visitare la permanente, questa volta da soli, poco prima dello sfratto; in punta di piedi, consapevoli che forze contrarie a quelle che avevano volute la mostra, stavano spingendo via da Santa Croce quei capolavori. In uno degli innumerevoli saloni del complesso abbiamo ammirato le opere di Izzia in un allestimento che avrebbe fatto felice qualsiasi appassionato d’arte o direttore di museo. Cinquantatre tele, le abbiamo contate, una statua, disegni e acquerelli, dislocati su due piani, insomma una vera chicca per amanti del bello inedito e dell’arte in Piemonte. Un’esposizione in anteprima nazionale che dichiarava tutto l’amore dell’artista per la sua terra monferrina, che evidentemente non sa che farsene delle sue opere.

Ma lì non ci dovevano più stare. Oibò e perché? Qualche parola, poco più di sussurri da verificare sono usciti comunque da alcune persone in loco, pettegolezzi da corridoio che riportiamo più per dovere di cronaca che per altro. I pettegolezzi dicevano che la permanente di Izzia era semplicemente sgradita alla nuova direzione del museo e che la mostra ha seguito la sorte di chi l’aveva fortemente voluta: Gianfranco Cuttica di Revigliasco, ex direttore del Museo di Santa Croce a Bosco Marengo, sfiduciato dalla nuova amministrazione. Qualcuno addirittura vociferava che la nuova amministrazione del comune di Bosco Marengo si sia dichiarata incompetente nel considerare il valore delle opere e che la nuova direzione del museo propenda per un altro tipo di pittura. Che si voglia instituire un centro internazionale per il ricovero e restauro di opere danneggiate, proprio lì, dov’erano le tele (sviluppando un progetto che stava particolarmente a cuore proprio all’ex direttore Cuttica di Revigliasco “decapitato” dalla nuova giunta) E che insieme all’acqua sporca sia stato gettato via anche il bambino. Malignità a cui non vogliamo credere! E qualcun altro aggiunge anche: “A me spiace che i dipinti se ne vadano, mah, sa, quando arriva la ramazza nuova!”

Non è immaginabile una cosa del genere. Il valore dell’opera di Matilde Izzia non sarà quello di un Van Gogh, tuttavia….Noi che siamo degli ingenui però ci chiediamo: perché, se proprio c’era bisogno di quei locali, alle tele non sono state riservate altre sale del complesso? C’era solo l’imbarazzo della scelta.
E poi c’è dell’altro: Il sottoscritto aveva fatto parte di un folto gruppo di visitatori che lo scorso inverno aveva chiesto di vedere l’esposizione, ma gli era stato impedito e gli imbarazzati ciceroni avevano detto di non saperne nulla, dicendo che non era semplicemente possibile, senza troppo spiegazioni e che comunque non sapevano che fossero opere importanti. Un vero peccato perché avevo io stesso caldeggiato la visita al museo. E non ci ho fatto una bella figura con i miei compatrioti.
Certo che se trattate il vostro stupendo Monferrato in questo modo agli stranieri come me passerà la voglia di visitarlo.

David P. Gelman – Londra
un amico e innamorato del Monferrato

14 aprile 2015

One Response to “Caro sindaco Gazzaniga, perché avete cacciato dal Museo di Santa Croce Cuttica di Revigliasco?”

GZLRispondi

14/04/2015 at 08:06

Gentili firmatari delle due lettere Paluan e Gelman, perché meravigliarsi di certe scelte? Nel pubblico e in Italia la partitocrazia non guarda capacità, conoscenza, meriti, presta attenzione solo all’appartenenza politica, la tessera di partito in saccoccia, quindi se non si hanno tali “caratteristiche”, fuori dalle palle e avanti soggetti graditi, ecco perché nel nostro paese, la cultura, la sanità, le opere pubbliche, la scuola, il sociale, il lavoro, la vita stessa del paese sta crollando penosamente sotto le regole imposte dai partiti, dalle loro segreterie e dai “burattinai” invisibili all’occhio pubblico che ne tirano le cordicelle.

Le opera di Matilde Izzia sfrattate da Santa Croce insieme al direttore del museo vasariano Gianfranco Cuttica di Revigliasco

gian

Gianfranco Cuttica di Revigliasco

PUBBLICATO SU OGGI CRONACA.it 15 APRILE 2015  Prima allievo, poi amico, infine ammiratore e difensore della sua opera e della sua memoria. Non altro. Mi chiamo Mario Paluan e fra un po’ lascerò l’Italia in via definitiva. Matilde Izzia è stata una grande artista, figlia verace del suo Monferrato che tanto amava. Le sue opere si contano a centinaia e chi ha avuto la fortuna di vederne diverse durante un anno di tempo a Santa Croce, riporta un giudizio unanime: emozionanti e strepitose. Ma Matilde, deceduta nel 2005, non è conosciuta al grande pubblico. Una stranezza comune a certi grandi artisti. Anche se il più famoso collezionista d’Europa, anch’egli deceduto, Oscar Ghez si dichiarava entusiasta per la sua arte e conservava alcune sue opere. E così la compianta Noemi Gabrielli ex sovrintendente alle Belle Arti del Piemonte, che l’aveva voluta come sua assistente per una mostra a palazzo Chiablese. Forse perché Matilde aveva il difetto di essere sincera, chi l’ha conosciuta (una miriade di persone in Monferrato) sa di cosa parlo. Sulla vicenda che ha portato le opere di Izzia nella prestigiosa cornice di Santa Croce è stato scritto anche un libro: I TESORI DELLA VALLE DI TUFO edito da Lorenzo Fornaca – Asti, che ha ricevuto lusinghiere critiche e consensi. Il libro nella parte finale parla anche dell’attività culturale e di ricerca condotte da Gianfranco Cuttica di Revigliasco, allora direttore del museo vasariano. Nel volume si fa specifico riferimento con abbondanza di particolari al museo e al complesso di Santa Croce, con una bella foto in copertina, offrendo una promozione diretta allo splendido sito d’arte e di fede di Bosco Marengo. Un iter avventuroso: non è stato semplice trasportare nelle sue sale 44 dipinti, una statua di argilla realizzata da Matilde, allieva di Guido Capra, a sua volta allievo del grande scultore casalese Leonardo Bistolfi, oltre a disegni e acquerelli.   Una splendida e generosa ospitalità concessa dall’allora sindaco Lamborizio e da Cuttica di Revigliasco. All’inaugurazione dell’esposizione permanente di un anno fa c’erano sindaci, assessori alla cultura, eurodeputati, giornalisti e personalità di spicco del Piemonte. Un successo di pubblico e di critica non comune, a detta di molti. C’erano tutte le premesse affinché le opere esposte in una sala appositamente dedicata del museo continuassero ad essere ammirate. Ci faceva bene pensare di offrire all’ammirazione di intenditori e non, quelle opere. Così non è stato.

matiLa nuova amministrazione di Bosco Marengo ha preferito sfrattare le opere adducendo che i locali sarebbero serviti ad altri scopi. (Ma non si potevano semplicemente spostarle? O avvisarci in modo, diciamo così più rispettoso della memoria dell’artista, se non altro.) Insieme alle opere è stato sfrattato (è il termine più appropriato) il direttore Cuttica di Revigliasco. Cosa dobbiamo pensare? Insieme ad altre persone avevamo volentieri prestato le opere di Izzia al museo che aveva inaugurato nell’occasione una sezione di Arte contemporanea. Una mostra permanente delle opera di Izzia che si sarebbe arricchita con altre opere nel tempo. Generando altri interessi e visite. Sappiamo per certo che   gruppi di persone che avevano chiesto di visitare la mostra non hanno potuto farlo. I ciceroni non hanno dato spiegazioni sufficienti, a quanto pare. Solo voci? No, anche la sostanza dunque, un ostracismo incomprensibile e infine offensivo per la memoria di una figlia della vostra terra (Matilde era nata a Casale). Chi volesse prendersi la briga di visitare oggi Santa Croce per visitare la mostra permanente di Izzia è pregato di non andarci. (ovviamente lo può fare per altri motivi, perché il luogo è stupendo) Le sale infatti sono vuote: ci faranno altre attività che erano state progettate proprio dal direttore sfrattato Gianfranco Cuttica di Revigliasco. Ad oggi non è stata data alcuna spiegazione plausibile ed esauriente sulla doppia defenestrazione. Chissà, magari domani arriverà, inutile comunque a colmare l’amarezza per un’operazione culturale di assoluto rilievo inspiegabilmente abortita.

Mario Paluan

15 aprile 2015

https://mariopaluan.wordpress.com/tag/santa-croce/

http://www.urgentevoke.com/photo/matilde-izzia-42

http://www.skylinetv.it/alessandria/28728/matilde-izzia-e-i-tesori-della-valle-di-tufo-inaugurano-larte-contemporanea-a-santa-croce.html

http://acquinews.alessandrianews.it/provincia/santa-croce-diventa-anche-contemporanea-60083.html

La riforma previdenziale inglese

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Nella foto è ritratta la redazione.

Quando non scriviamo direttamente Vi inviamo quanto selezionato tra le centinaia di articoli visionati in rete con caratteristiche di libertà di pensiero, attendibilità delle fonti ed autorevolezza degli autori. Eventuali commenti ed integrazioni agli articoli da parte nostra sono riconoscibili perché possono essere introduzioni, quindi precedono l’articolo, oppure sono inseriti tra parentesi nel testo con l’abbreviazione ndr..

Alcune considerazioni sulla riforma previdenziale del premier inglese Cameron rispetto all’Italia

di Claudio Martinotti Doria

Il giovane premier inglese Cameron, che per quanto lo si possa criticare è comunque alcune decine di spanne superiore politicamente ed intellettualmente al nostro, ha avuto il coraggio di compiere una riforma previdenziale ed economica che da noi in Italia non poteva neppure essere concepita.

Restituire i contributi previdenziali agli ultra55enni che lo desiderano, ovviamente dovranno rinunciare a qualsiasi futura pensione pubblica.

Perché dico che da noi non poteva essere concepita? Perché da noi non esiste nel vocabolario della pubblica amministrazione la voce “restituzione”, da noi non restituiscono neppure i contributi previdenziali cosiddetti VOLONTARI quando ad esempio ci si accorge che non sono serviti a nulla, come in seguito all’iniqua riforma Fornero, che spostando in avanti di colpo di ben 6 anni l’età pensionabile (porcata che non era mai avvenuta prima d’ora in alcun paese civile) senza tener conto delle gravi ripercussioni sociali ed economiche, ha ad esempio vanificato la pianificazione previdenziale di tutti coloro che stavano versando contributi volontari.

La riforma di Cameron sembra involontariamente studiata per porre rimedio alla riforma Fornero, perché è destinata a far beneficiare gli ultra55enni, che sono proprio coloro maggiormente colpiti dall’iniqua riforma Fornero, trovatisi senza lavoro e senza pensione per molto anni a venire. Quindi era in Italia che avrebbero dovuto concepire la riforma, non in Inghilterra. Peccato che non ci abbiano neppure pensato, come dicevo, perché non esiste nel vocabolario politico italiano la parola restituzione (avete mai sentito di un ladro che restituisca il maltolto?), e ciò che non si conosce non può essere oggetto di discussione e proposta.

Il problema è che anche senza la versione anglosassone della Fornero (che vorremmo fosse un prodotto d’esportazione, nel senso che se emigrasse farebbe un favore a tutti) probabilmente il problema degli ultra55enni senza lavoro e senza pensione esiste anche in Inghilterra come in altri paesi europei. Del resto anche se ci fosse lavoro, chi assumerebbe una persona di quell’età? E bene o male in tutti i paesi si deve attendere mediamente i 62 anni per andare in pensione (in nessun paese si va così tardi, a 66,7 anni come in Italia), quindi esiste un periodo di latenza di almeno sette anni, in cui non si hanno ne redditi da lavoro ne pensioni. Di cosa si deve vivere in questo lasso di tempo?

Al di là delle valutazioni etiche, morali, sociali, culturali, psicologiche e politiche, sulle quali è lecito dubitare possa esservi particolare sensibilità da parte di una politica ormai divenuta cinica e bluffatrice in ogni parte del mondo cosiddetto civilizzato, vi sono validi argomenti economici e fiscali a favore di un simile intervento, che considero lungimirante.

Cameron infatti ha deciso di esentare dalle tasse solo un quarto di quanto si preleverà dei contributi versati, i tre quarti invece saranno tassati, e quindi ci sarà un vantaggio per la fiscalità generale. Inoltre le somme, di entità considerevole, che verranno prelevate, entreranno in circolo nell’economia inglese, cioè favoriranno i consumi, formula magica costituente il Sacro Graal dell’economia di stato, prevalentemente keynesiana, che come sempre mira al breve termine (anche se effimero) e poco si preoccupa nel medio e lungo termine.

In Italia i primi commenti dei cosiddetti esperti, i tuttologi sempre pronti al cazzeggio, hanno affermato che in Italia la riforma Cameron sarebbe un disastro perché il denaro prelevato verrebbe sperperato (come quando si vince al super enalotto) e poi si rimarrebbe senza risorse per la vecchiaia. Come se i cittadini (pardon, elettori) fossero tutti emeriti imbecilli, rimbambiti e dementi, quantomeno è così che la politica partitocratica mediatica li considera.

La verità ovviamente è un’altra.

La verità è che il cittadino italiano ultra55enne sarebbe troppo favorito ed i parassiti che hanno sempre vissuto grazie allo stato (politica e suo vasto entourage) ne sarebbero penalizzati e costituirebbe un pericoloso precedente, che potrebbe aiutare le persone non propriamente intellettualmente dotate e sveglie a capire come il parassitismo politico funzioni depredandoli per tutta la vita.

Come minimo, nell’ipotesi di versamenti contributivi modesti o medi, per un ultra55enne si tratterebbe di prelevare almeno 300 mila euro a testa, ma potrebbero essere molti di più.

A differenza di come affermano i tuttologi mainstream che fanno da cassa di risonanza mediatica della partitocrazia parassitaria e che sono convinti si spenderebbero in auto lussuose, vestiti e gozzoviglie (cioè quello che loro fanno abitualmente coi nostri soldi), personalmente sono convinto che la maggioranza degli italiani, dopo questi anni vissuti di stenti e con sacrifici indicibili, li utilizzerebbero con parsimonia, sobrietà e saggezza.

Non pretendo che sappiano tutti quanti come investirli per porli al sicuro da futuri e probabili bolle, crack e schemi di Ponzi, ma se anche li tenessero in liquidità e li spendessero gradualmente come una sorta di pensione anticipata programmata, ad esempio a 1000 euro al mese garantirebbero una pensione per 300 mesi, cioè 25 anni, 55 anni + 25 significa 80 anni, significherebbe garantirsi una pensione autogestita fino agli 80 anni, età molto superiore alla media in Italia, checché ne dicano le statistiche sulla longevità. Senza contare che per la stragrande maggioranza degli italiani una pensione da 1000 euro al mese è una chimera, molti riceveranno tuttalpiù la minima …

Ma i parassiti (in tutte le loro innumerevoli multiformi mimetiche manifestazioni) come farebbero ad alimentare i propri privilegi se si applicasse una simile riforma?

Avete mai sentito di parassiti (che ovviamente non si considerano tali) che di loro iniziativa si siano ridotti i privilegi derivanti dal parassitismo?

La differenza tra un paese e l’altro è ancora costituita dalla differente cultura sociale, in Inghilterra probabilmente hanno ancora tracce di libertà, dignità ed autonomia che da noi ormai sono estinte. E’ vero che certe proposte emergono soprattutto in prossimità di scadenze elettorali, ma ricordatevi che da noi gli italiani hanno votato il partito del premier alle europee solo perché ha ridotto le tasse in busta paga di 80 euro, cioè si sono venduti per molto meno di quanto avviene in Inghilterra, proprio tutto un altro mondo.

Mittente:

Cav. Dott. Claudio S. Martinotti Doria    www.cavalieredimonferrato.it    claudio@gc-colibri.com

Se preferite comunicare telefonicamente potete inviare un sms al 3485243182 lasciando il proprio recapito telefonico (fisso o mobile) per essere richiamati

Le anime generose e gli eventuali mecenati latenti che sentissero l’irreprensibile desiderio di sostenere la mia attività di volontariato potrebbero contribuire con una donazione tramite PayPal all’account claudio@gc-colibri.com oppure effettuando un bonifico all’IBAN  IT42M0303222600010000002011 (Credem, filiale di Casale Monferrato)

 

Montagne di denaro che vanno, vengono e…spariscono

 

Riceviamo e pubblichiamo un articolo da Claudio Martinotti Doria

Nella foto è ritratta la redazione.

Gli USA continuano a scaricare sulle spalle del mondo il loro debito facendo pagare l’elevato tenore di vita della classe dominante image001

Quando non scriviamo direttamente Vi inviamo quanto selezionato tra le centinaia di articoli visionati in rete con caratteristiche di libertà di pensiero, attendibilità delle fonti ed autorevolezza degli autori. Eventuali commenti ed integrazioni agli articoli da parte nostra sono riconoscibili perché possono essere introduzioni, quindi precedono l’articolo, oppure sono inseriti tra parentesi nel testo con l’abbreviazione ndr..

Quanto riportato dall’articolo che vi proponiamo è più che comprensibile e risaputo per coloro che conoscono le teorie e gli studi della Scuola Economica Austriaca ma anche da coloro che hanno un minimo di conoscenza di storia economica. Che la FED si sia comportata come descritto è ovvio sapendo che è stata concepita dapprima segretamente nel 1910 dagli stessi grandi finanzieri che hanno fondato tutte le banche citate nell’articolo ed altre non citate e poi fatta approvare dal congresso USA nel 1913. Tra i creatori e fondatori della FED vi furono le famiglie HOPE, Baring, Lazard, Erlanger, Warburg, Schroder, Selingman, Speyers, Mirabaud, Mallet, Fould, e soprattutto Rothschild, Morgan e Rockefeller. Vi ricordo inoltre che praticamente fin dagli albori della costituzione degli USA il governo americano ha sempre ricorso alla forza militare per sostenere gli interessi economici dei loro grandi gruppi industriali e multinazionali, quantomeno a partire dalla dottrina Monroe del 1823 con tutte le sue diramazioni interpretative ed applicative, soprattutto espansionistiche.

Concludo mettendo in guardia ancor più di quanto faccia l’articolo pubblicato, che è ancora ottimistico, in quanto non cita ad esempio le pessime previsioni di alcuni economisti controcorrente (qualche accenno è stato recentemente fatto addirittura dalla francese Christine Lagarde, direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale) sul pericolo di una esplosione di una megabolla e conseguente crisi finanziaria ben superiore a quella del 2007-08 che potrebbe esplodere entro 18-24 mesi al massimo, cioè per fine 2016 inizio 2017, che darebbe quasi certamente il colpo di grazia a questo criminale sistema monetario e finanziario  basato sul dollaro carta straccia e le altre monete falsamente concorrenti (tutte fiat money). In proposito, come più volte annunciato su queste newsletter e sul mio blog, i grandi colossi asiatici, Russia e Cina in primis, stanno da tempo facendo incetta di oro e argento per predisporre un sistema monetario garantito, del tipo Gold o Silver Standard attualizzato, da rendere pubblico ed operativo al momento opportuno. Anche per questo gli Usa, i neocon in primis, spingono per provocare una guerra e continuare a dominare le masse e gli stati satelliti e far arricchire coloro che stanno in cima alla piramide della ricchezza avendo il controllo della stampante monetaria … Chi ha orecchie per intendere intenda. Claudio

Il salvataggio della finanza americana sulle spalle dell’intero pianeta

di Salvo Ardizzone – 25/03/2015
Fonte: Il Faro sul Mondo

La crisi che ha dilaniato e dilania il mondo è nata negli Usa, è cosa universalmente nota; lo è meno il fatto che Wall Street, che ne è all’origine, ne abbia fatto pagare l’intero prezzo al resto dell’umanità e si sia arricchita sfacciatamente sui disastri causati dalla sua sfrenata avidità. Ma andiamo con ordine.

Nel 2008, lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime, unito alle folli spese generate dalle guerre scellerate dell’era Bush, avevano fatto preconizzare a molti un tramonto del predominio del dollaro e dell’economia statunitense sul globo; una logica considerazione a guardare i dati spaventosi di quei giorni, che però non teneva conto dei fattori geopolitici.

image002Una moneta non conta soltanto per la forza dell’economia che ha dietro e che rappresenta, ma anche (e in questo caso diremmo soprattutto) per la forza politica e militare che la sorregge e per l’influenza sulla finanza degli altri Paesi. Gli Usa (e ancor più Wall Street) questo lo sanno benissimo da sempre, ed è per questo che puntualmente si sono affidati allo Stato o alla guerra per rilanciare la propria economia ogni volta che s’è trovata in difficoltà, senza curarsi minimamente dei paurosi deficit di bilancio che ne venivano perché li avrebbero scaricati su altri.

Anche nel 2008, mentre i governi della Ue a rimorchio delle chiuse visioni di Berlino si affidavano a politiche rigoriste suicide, la Federal Reserve (Fed) guidata da Ben Bernanke, lanciava tre successivi programmi di acquisito di titoli di stato (Quantitative Easing) che in pochi anni hanno dilatato il suo bilancio da 850 a 4.500 Mld di $. Secondo il calcolo fatto a Washington, Cina, Giappone e le principali economie del G20 (Brasile, India e così via), terrorizzate dal deprezzamento del dollaro, ne avrebbero fatto incetta sui mercati insieme ai T–Bonds emessi dalla Fed. Se non lo avessero sostenuto, le loro monete si sarebbero rivalutate su di esso, rendendo le loro attività (basate sulla vendita di materie prime e di manufatti, Giappone escluso, di scarsa qualità e basso prezzo) assai meno appetibili; inoltre, un dollaro in caduta libera avrebbe falcidiato le loro riserve monetarie basate appunto sul biglietto verde.

Il risultato è stato che, mentre la crisi finanziaria demoliva la Ue e Giappone e Cina si svenavano per rafforzare la valuta americana, fra il 2009 e il 2013 negli Stati Uniti si riversavano 2.510 Mld di $, praticamente lo stesso volume di moneta messo in circolazione nelle prime due fasi del Quantitative Easing della Fed, 2.600 Mld. Nella sostanza Washington non ha speso un soldo per rivitalizzare la sua economia, lasciando che economie avanzate e nazioni emergenti facessero a gara per sostenerla: il Giappone ha acquistato T–Bonds per 556 Mld, la Cina per 543; il Brasile per 129 e così via. E vista la crescente richiesta, questo finanziamento è avvenuto a interessi sempre più bassi, passando dal 4% pre crisi, all’1,5% nel pieno del ciclone.

La Cina stessa, che un colosso economico ormai lo è, è stata costretta ad abbozzare: fra il 2013 e il 2014 ha provato a ridurre la montagna di debito statunitense che detiene, ma è stata una manovra di facciata, perché ha continuato a rastrellarne tramite il governo belga che è arrivato a detenerne una cifra mostruosa pari al 70% del proprio Pil (350 Mld). Anche Pechino è in trappola: se cade il dollaro, gli effetti per la sua economia, che attraversa un passaggio delicato, sarebbero devastanti.

In questo modo la Fed può infischiarsene della montagna stratosferica del suo debito, schizzato oltre i 17mila miliardi, una cifra che mai e poi mai potrà rimborsare; allo stato dei fatti sono gli altri a farsene carico, e più aumenta più sono costretti a farlo. Resta il fatto amaro che Nazioni con reddito pro capite assai basso debbono finanziare, in cambio d’interessi quasi nulli, gli enormi guadagni di Wall Street.

E qui veniamo alla seconda parte del discorso: sarebbe comunque colpevole scaricare sugli altri Stati i propri errori, ma almeno sarebbe comprensibile; si tratterebbe di egoismo, spudorato cinismo, fate voi, se servisse a garantire il livello di vita dei propri cittadini; ma ciò che è accaduto e accade è assai peggio, è un crimine doppiamente odioso, che per sovrappiù è servito da giustificazione a molti altri.

La Fed è la banca centrale più potente al mondo; teoricamente, e sottolineiamo il termine, dovrebbe essere indipendente dal Congresso, dalla Casa Bianca e soprattutto dalle istituzioni bancarie e finanziarie che è chiamata a governare. Semplificando al massimo, il suo ruolo dovrebbe (ancora il condizionale) essere quello di vigilare sulla moneta e sostenere unicamente le grandi banche tradizionali, senza avvicinarsi alle istituzioni finanziarie che campano sulla speculazione e hanno caratteristiche e requisiti diversi.

Durante la crisi del 2008/2009, tuttavia, essa ha concesso oltre 16mila Mld di prestiti a bassi tassi d’interesse a ogni tipo di struttura finanziaria, spazzando via ogni distinzione e mostrandosi tutto fuorché indipendente dalle istituzioni che foraggiava così largamente. Al contrario, s’è sistematicamente rifiutata di sostenere le piccole banche (quelle che reggono l’economia reale) e d’intraprendere qualsiasi misura a favore delle piccole e medie imprese e dei governi locali (costretti a tagli dolorosi e licenziamenti di massa), trincerandosi dietro gli stessi limiti regolamentari che infrangeva regolarmente per favorire i Big. Insomma: ha coperto di denaro Wall Street (che il danno l’aveva fatto) disinteressandosi completamente di Main Street, della gente comune che è stata scientemente abbandonata.

La giustificazione ufficiale della scelta che ha sommerso di dollari le grandi banche e le strutture finanziarie più importanti è stata che, a cascata, quel denaro immesso nel sistema sarebbe sceso fino all’economia reale che boccheggiava. Peccato sia accaduto proprio il contrario: banche d’affari, hedge found e ogni altra istituzione di Wall Street si sono riempiti all’inverosimile di denaro a basso costo, scatenandosi nella speculazione con le spalle coperte dalla Fed in caso di ulteriori perdite.

Di qui sono partite le ondate speculative che hanno messo in crisi il debito sovrano della Ue (soprattutto di Grecia, Spagna e Italia) e quando la Bce e il Fmi sono intervenuti per evitare il disastro, sono passate all’incasso di guadagni inimmaginabili. Goldman Sachs ha addirittura speculato sul debito greco, che lei stessa aveva nascosto ai tempi dei governi di centro destra attraverso operazioni finanziarie, facendone schizzare al cielo gli interessi; poi, insieme J. P. Morgan ed altre grandi banche, ha costituito fondi infrastrutturali per acquistare in Europa le attività statali svendute dai governi per fare cassa con le privatizzazioni imposte dagli ottusi rigoristi di Berlino; il tutto grazie ai fiumi di denaro della Fed che a questo venivano destinati, mentre disoccupati e homeless riempivano strade e periferie.

In questo modo la crisi è stata un business senza precedenti per il famoso “un per cento” della popolazione, sulle spalle del resto della società; i milionari sono aumentati a dismisura insieme a un Pil bugiardo che ha ripreso a correre insieme alla povertà che ha inghiottito milioni di famiglie con l’esplosione delle più abiette diseguaglianze.

Perché la Fed ha fatto questa scelta, correndo in soccorso delle istituzioni che avevano determinato il disastro e coprendole mentre continuavano il saccheggio alle spalle della società americana e del mondo intero?

Secondo le dichiarazioni ufficiali, essa ha compiuto una scelta tecnica imparziale e autonoma, ma se solo si guarda agli organigrammi ci si accorge che, seguendo un’antica consuetudine, Ben Bernake, Janet Yellen chiamata a succedergli e la stragrande maggioranza dei più alti rappresentanti della Fed e degli organismi di controllo provengono da Wall Street e dalle istituzioni finanziarie più importanti, con cui continuano a coltivare stretti rapporti.

Per fare un unico esempio fra i tantissimi, Jamie Dimon, Presidente di J.P. Morgan, era a capo della Fed di New York quando la sua banca non solo veniva esentata dai requisiti sul capitale, ma riceveva 29 Mld per acquisire Bear Stearns, zeppa di titoli tossici, il cui rischio veniva accollato alla Fed. Per dirla con Timothy Canova: “Un pollaio gestito dalle volpi”.

In questo modo, un sistema corporativo, separato dal resto della società e refrattario alle esigenze e agli interessi della massa della popolazione, ha gestito somme enormi nel proprio esclusivo interesse. In questo modo, piegando norme e regolamenti a piacimento, e al riparo da ogni controllo, un ristretto numero di soggetti prima ha messo in crisi l’intero pianeta con le più assurde operazioni finanziarie dettate solo dall’avidità, poi ha lucrato somme incredibili grazie al disastro che aveva causato. E mentre a Wall Street si brindava per la pioggia di miliardi che la ricopriva, il mondo si riempiva di disoccupati, le famiglie finivano nella povertà, le aziende fallivano.

Benvenuti nel paradiso del liberismo.

Mittente:

Cav. Dott. Claudio S. Martinotti Doria    www.cavalieredimonferrato.it    claudio@gc-colibri.com

Se preferite comunicare telefonicamente potete inviare un sms al 3485243182 lasciando il proprio recapito telefonico (fisso o mobile) per essere richiamati

Le anime generose e gli eventuali mecenati latenti che sentissero l’irreprensibile desiderio di sostenere la mia attività di volontariato potrebbero contribuire con una donazione tramite PayPal all’account claudio@gc-colibri.com oppure effettuando un bonifico all’IBAN  IT42M0303222600010000002011 (Credem, filiale di Casale Monferrato)

 

Monferrato nucleare

Priorità, amenità e monferrinità “raggiante” di Claudio Martinotti Doria

Tra Trino, Saluggia e Bosco Marengo (tutti territori appartenenti al Monferrato Storico) abbiamo in deposito il 96 per cento di tutte le scorie nucleari italiane. Evito volutamente di essere tecnico, per maggiori dettagli potete fare una ricerca in internet o leggere l’ultimo numero della rivista ufficiale (Bollettino) della Regione Piemonte.

Avete mai sentito un politico locale preoccuparsi di questi argomenti? O anche solo parlarne per informare la popolazione. E pare si stiano bevendo il cazzeggio del governo sull’argomento e vogliano farci credere che i nuovi depositi per custodirli in maggiore sicurezza che stanno costruendo negli stessi siti (in particolare a Saluggia, che è anche la località più vulnerabile e pericolosa) siano provvisori, nell’attesa che entro il 2024 sia pronto il Deposito Nazionale di stoccaggio dove traferirli e depositarli per sempre.

Nel 2024 temo non avranno neppure trovato la località, quantomeno non l’avranno convinta,  a meno di dichiarare la legge marziale e militarizzarla. Poi dovete mettere in conto che in Italia i tempi ed i costi di ogni opera pubblica (figuriamoci questa) sono il triplo di qualsiasi paese civile ed evoluto, sapete com’è, forse è una questione di clima, o antropologica, o genetico culturale, ecc., ma occorre considerare le mazzette, malcostume, infiltrazioni mafiose, corruzione, concussione, spartizioni partitocratiche, burocrazia patologica, clientelismo, nepotismo, familismo, ecc., tutte istanze sacrosante che da noi non possono essere eluse. Per cui le scorie rimarranno in Monferrato ancora per svariati decenni …

Credete che la popolazione sappia queste cose? Che le reti Merdaset tramite la Maria De Filippi o la Barbara D’Urso ne abbiano parlato nelle loro trasmissioni per cerebrolesi e/o lobotomizzati? E Bruno Vespa in Porta a Porta avrà già predisposto il modellino delle centrali, impianti e depositi di stoccaggio? Ed i giornali locali tra una sagra dell’agnolotto ed una consulta o tavolo tecnico per il turismo e l’altro ne avranno accennato seriamente? Soprattutto sui rischi e le ripercussioni? Lo sanno a quale distanza in linea d’aria siamo da questi siti?Schermata 2013-12-11 a 17.46.21

Forse andrebbero riviste le priorità degli interventi … e soprattutto occorre rendersi conto che spesso sono molto più informati i turisti (perché si documentano) rispetto agli stessi abitanti, e quindi non bastano gli slogan e le formulette di rito per attrarli

di Claudio Martinotti Doria. Articolo apparso su:

Cavalieredimonferrato