c’era l’Italia (3)

Quella di cui i libri di Lorenzo Fornaca parlano, tanto per farti un esempio, innamorato com’è di quel lembo di Piemonte che si chiama Monferrato. Non ci sei mai stato a Camino, Fubine, Casale, Moncalvo, Cassine, Crea, Moleto? Vacci ne vale la pena. Non lo sapevi delle sue mirabili vicende? racchiuse fra Po e Tanaro, come scrive lo storico Aldo di Ricaldone nei suoi libri memorabili. Terra che ha difeso i suoi confini e conservato la sua indipendenza per otto secoli, prima di confluire nel regno d’Italia, unificato dai Savoia. Ma non farmi divagare. Dico solo che il lembo di terra affacciato su tre mari che noi disinvoltamente calpestiamo da svariati millenni e di cui inspiegabilmente NON andiamo fieri abbastanza, anzi, proprio per niente, considerandolo con trascuratezza, qualche attenzione in più lo meriterebbe, ma l’appartenere a questa terra sembra un dettaglio, un capriccio del destino, roba del genere. Dovresti spiegarmi perché un francese mette davanti a tutto la sua Francia e un Inglese la sua Inghilterra, non so i tedeschi, ma penso che anche loro, con qualche cautela, lo facciano. E così gli irlandesi eccetera, per non parlare degli americani. Si fa presto a dire: Italia, almeno per noi che ci siamo nati. Ma prova a dirlo a un islandese, a un eschimese o a un baltico da dove vieni. Ti chiederà subito qualche informazione in più (coronavirus a parte): da dove vieni? di che parte sei? sud, nord, centro. Si farà meraviglie, accennerà alla Ferrari, alla Bugatti! e alla Pagani (auto fatte a mano, per capirci) lo ha detto un amico di mio figlio che è andato a visitarla, ti chiederà dei mondiali di calcio vinti quando avevamo Pertini come presidente della Repubblica. Anche solo per sentito dire, vorrà sapere delle miniere di bellezze che la penisola racchiude, disponibili a essere amirate per tutti.

Ti dirà che è stato a Venezia, o a Roma, (coronavirus permettendo) eccetera o che ha lavorato come lavavetri a Torino o che aveva un banchetto di frutta a Padova. Il senegalese della reception del dentista mi ha chiesto, ad esempio, se conosco Vasari e Verrocchio, ne sapeva più lui di me! E il mio padrone di casa, un timido irlandese che adora il Belpaese stravede per Perugia e d’intorni dove un suo fortunato amico risiede. Non c’è da stupirsi, ma da prenderne atto, c’è da ricominciare ad amarla tutta, ma sul serio e quindi rispettarla perchè fragile, come una vecchia signora dal cospicuo passato, che si regge a malapena sulle gambe. E prendersene cura proteggendola, restaurandola, nel suo marmo che si corrode, nella pietra che si sfalda, nei suoi fiumi che con le piene diventano minacciosi e poi distruttivi. Ti ricordi di Firenze e dell’alluvione, immagino. E di tutte le altre alluvioni, anche metaforiche. Perché ne abbiamo solo una di Italia, precaria, dall’ossatura fragile, da ripensarla e da ripresentare al mondo in tutte le salse, e non solo attraverso il turismo d’ammasso che non le fa troppo bene (se non a ristoratori e alberghi oggi in totale crisi per via del virus che impazza e la avvilisce) e da augurarcela come non è mai stata e forse non sarà mai: unita davvero e amata e capace di attrarre lavoro e intelligenze dall’estero. Cercando di smentire Indro Montanelli, che, basandosi su dati verificati, ahimè!, dice che l’Italia non esiste, perchè gli italiani non han memoria della loro terra. E se provassimo a smentirlo? Occorre cambiare mentalità, guardare dentro casa e agire, farci forti del passato e progettare il futuro che per ora langue. Andare all’estero e fare confronti giova, magari aiuta, come è successo a me. C’è da pretendere da chi la amministra e governa una cosa sola, quella che possedeva l’imperatore svevo Federico II innamorato com’era dell’Italia che ce l’aveva nel cuore arrivando a sposare Bianca Lancia d’Agliano e a farci un figlio. Altre storie, nostre storie. Lui la amava l’Italia come l’amava suo figlio Manfredi che si è fatto scippare speranze e vita da santa madre Chiesa alla battaglia di Benevento. Queste cose stanno sui libri. Io non so se ti rendi conto, perché è difficile credere quanto siamo unici e timorosi e ignoranti di esserlo UNICI. Che ogni sua collina, castello, podere, tratto di fiume, costa, prato, ponte ogni sua chiesa e mura e torre e piazza e cubetto di porfido e lastra di pietra ci raccontano storie fuori dall’ordinario, che sono anche roba tua. Quando ti chiedo: ti ricordi dell’Italia, parlo anche a me, che ormai l’Italia la vedo col binocolo o per sentito dire, sottointendendo che ormai mi mancano condizioni di spirito ed economiche per percorrerla in lungo e in largo come una volta facevo in moto, in bici, in auto e a cavallo. Ti ricordi dell’Italia e delle sue diversità e unicità? Di Sezzadio, Camino, Casale Monferrato, di Alessandria e Asti e degli scrigni di bellezza del nostro Sud, e dei banchieri astigiani che prestavano soldi a destra e a manca e che tuttavia non sono riusciti a emergere come un’unica famiglia come hanno invece fatto gli Sforza e i Visconti.

Ti ricordi anche di Gradara dove Paolo e Francesca, secondo la leggenda, han fatto una brutta fine. Ci vorrebbe qualcuno che la amasse devvero l’Italia, che ne prendesse amorevolmente e saldamente la guida, e che ci insegnasse a volerle bene, figli di tante patrie-campanile, sotto uno stesso (diverso) cielo e distratti come siamo, in giro per il mondo a seminare nostalgia e a far confronti con la gente che ci ospita. La sua storia è stata anche parte della storia d’Europa, ed esempio totalizzante e indiscusso di bellezza per il mondo intero, scusa se è poco, poi ci siamo seduti, non ancora ben consapevoli della sua riunificazione siamo sopravvissuti a ben due guerricciole mondiali e poi dopo il progresso economico del dopoguerra ci troviamo incapaci di emergere definitivamente, come meritiamo. I re di Francia e d’Inghilterra avevano bisogno di noi, dei banchieri astigiani e dei banchieri fiorentini, al punto che Riccardo III, talmente il debito si era ingrossato, si rifiuta di restituirlo ai Bardi facendo fallire mezza Firenze. Ancora dietro le quinte dell’Europa, seppur divisi e poi a far da palcoscenico per tre secoli e mezzo a Francesi, Austriaci e Spagnoli che venivano a sbudellarsi a casa nostra, vedi gli assedi di Casale Monferrato e le mura spagnole a Milano e i vari re e imperatori stranieri che se la pappavano a spizzichi e bocconi. Ma dico, te la ricordi quella Italia, ovvero le tante Italie da cui siamo formati? Da non crederci, e liberi di credere a certe leggende (documentate).

I Saraceni sotto il letto li abbiamo mai avuti? Sì, no? La storia dice sì, che li abbiamo avuti anche noi, stavano a furfanteggiare in certe grotte dalle parti di Moleto, ma questa è, appunto, un’altra storia.

c’era l’Italia? (2)

Quel pezzo d’Italia che si chiama Liguria, ad esempio, che per i Liguri è tutta l’Italia, avendo problemi di intesa anche coi confinanti riservati Piemontesi, tanto per citarne un pezzo, perché per i Liguri ce n’è una sola di Italia, la loro, (e non solo per loro) appunto quella fetta di terra che si affaccia sul mare omonimo, ma non sono i soli a nutrire sentimenti regional nazionalistici. E non puoi dargli torto e biasimare il risentimento di una regione dal forte passato e orgoglio politico militare e dalla esclusiva connotazione identitaria, diciamo che la maggioranza delle regioni in questo senso è assimilabile alla Liguria, avara delle sue tradizioni ai cui abitanti danno fastidio le torme di turisti che affollano ogni anno le sue spiagge e che, pare lo facciano ancora, affittano le loro abitazioni, per avere qualche soldo in più, condividendole con i detestati invasori nordisti. Dite che non è cosi? Ne ho le prove. A Varazze io ci andavo in vacanza proprio in quel modo. Si nasce, vive e muore da Liguri, ma io mi sento ligure come loro, come faccio a dirglielo agli spezzini, savonesi e genovesi che la loro terra appartiene anche a me? Magari si incazzano se glielo dico.

Quando ascolto la tristissima, accoratissima e bellissima canzone cantata da Bruno Lauzi sull’emigrante genovese che comincia con Mi se ghe pensu.… mi identifico col protagonista e mi commuovo come una bertuccia, anche se di ligure non ho proprio niente, sebbene per anni sia stato in vacanza sul mar Ligure. Mi commuovo lo stesso perché anche dal Veneto e dal meridione salpavamo per l’altrove, cercando fortuna e lavoro. Una mia zia, infatti, si chiamava Argentina e i suoi cugini hanno colonizzato quella terra omonima, si fa per dire, proprio come i Liguri, i Veneti, Piemontesi, e i terroni, eccetera. Ma non divaghiamo. Il prezzo della riunificazione italica lo abbiamo pagato tutti e lo stiamo ancora pagando, sentendoci defraudati, disillusi e traditi gli uni dagli altri, e facendo confronti fra prima e dopo. Non è forse così ? Ovvero le regioni col loro potente irrinunciabile passato hanno dovuto delegare e affidarsi a un potere unico che stenta a meritare fiducia e consenso. Lampante. Le aspettative disilluse e le sorti delle tante Italie prima della riunificazione non corrispondono al tran tran attuale, sta sotto gli occhi di tutti, innegabile; come potrebbe l’Italia di oggi rinnovare i fasti di una repubblica di Genova, o la grandezza di Venezia e del Regno Lombardo Veneto quando battibeccava coi Turchi, e delle repubbliche marinare oppure lo splendore del regno delle due Sicilie, visto che Napoli nel Settecento era considerata una capitale della cultura e dello stile di livello europeo (vai a leggere per favore quello che scrive il portale del Sud: (Napoli era la seconda città d’Europa (dopo Parigi) e la quinta nel modo, più grande di New York! e di Tokio. Era soprattutto la splendida capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori…) e produceva statue da mozzarti il fiato come quelle del Corradini.

Ti ricordi della Siena di Gianna Nannini? La sua Italia e Siena, quando parla della sua città le si illuminano gli occhi. Ma lei cosa ne sa di Sezzadio, Cassine, di Fubine, e di Crea o di Asti e Cuneo. Come fai a dire Italia, voglio dire? Tante Italie, come quelle esplorate dal lodevole Alberto Angela, (ma perché non lo mettiamo a capo dei Beni culturali Alberto Angela e con pieni poteri di intervento?) Nel suo infaticabile lavoro di presentazione e promozione dell’italico suolo egli ci dà risposte ghiotte e davvero interessanti che dovrebbero catalizzare il nostro interesse. Le sue trasmissioni fanno il tutto esaurito, ma l’interesse si trasformerà in noi in voglia di amare e fare qualcosa per l’Italia? Che non sono (solo) quattro stupefacenti ruderi disseminati qua e là. E intanto l’Italia muore, inarrestabile la sua fine, a partire dalle sue coste, a partire da quelle di Rosignano Sovay, ad esempio, dove un mare morto assomiglia a un mare vivo dei tropici, ma cosi non è. Ti ricordi dell’Italia? Di quale Italia? dirai te. Non so nemmeno più io su quale soffermarmi. Quella degli Etruschi, dei Sabini, dei coloni greci, dei sette re di Roma, o quella imperiale di Augusto o ancora quella antecedente, di fieri popoli incoercibili che la popolavano prima che la forza dei Romani riuscisse a fatica a prendere il sopravvento e li costringesse insieme, ma insieme non ci siamo mai stati, ….già allora c’erano problemi di comprensione. Quale Italia ti chiedo se ricordi, quella splendida che l’Europa tanto ci invidiava? Quella che nutriva il mondo intero con l’ineffabile creazione di Michelangelo, Leonardo, Crivelli, Botticelli, Mantegna e Brunelleschi? O quella successiva alla calata del bruttarello e timido re di Francia Carlo VIII in cerca di gloria e di recupero del suo regno di Napoli? Così ben documentata da Silvio Biancardi nel suo libro La chimera di Carlo VIII, o quella dei torinesi, pugnaci e tosti che tramavano per riunificarla sotto l’egida del Cavour e della mai amata dinastia dei Savoia. Ma come fa un ferrarese ad amare un Savoia, me lo spieghi? Lui ha ancora in testa la corte degli Estensi e il bollito alla piemontese mal si conciglia con la salama da sugo di Formignana e il pasticcio di maccheroni di Ferrara, arcinoti nel mondo. E a un borbonico come fanno a piacergli i Savoia? A chi lo diceva a un palermitano che non c’era più il suo Ferdinando ma un Vittorio Emanuele re d’Italia, o’ usurpatore, ovvero il nuovo padrone del vapore. Quando penso all’Italia mi gira la testa e penso anche a mia nonna che aveva fatto dodici figli spazzati via per metà da malattia e spaventi, allacampagna di Gualdo, Formignana, Tresigallo, affondata nella pianura padana che sono in pochi a conoscere, tranne Ferrara e Bologna si capisce. Ma se ti ricordi di qualche Italia in particolare, che alla fine son tutte particolari, dimmelo, a me la memoria comincia a far difetto.

c’era l’Italia? (1)

No, non questa Italia, ma l’altra, quella dei secoli andati, invidiata e amata da schiere di odierni ammiratori, alias turisti con macchina fotografica annessa, coronavirus permettendo, che la percorrono da nord a sud senza tuttavia immaginare lontanamente il come sia stata fatta e il perché, limitandosi ad ammirare le tante bellezze che stanno fotografando. Né gli si potrebbe fare loro una colpa. Ammiratori che, per una ragione o per l’altra, ci invidiano, al di là di ogni retorica e patriottismo. Allora ti ripeto la domanda, te la ricordi l’Italia? Anticipandoti io la risposta. No, non te la ricordi, e sai perché?

Perché l’Italia non esiste e non è mai esistita se non nei sogni e nella volontà di formidabili attori ormai estinti e protagonisti che l’hanno voluta, amata, concepita fino a morirne, che hanno combattuto e perso la vita per “lei”; riunita nel suolo, nella politica, nella storia, nell’arte, nell’unicità delle sue genti. Ma che hanno, ahimé per loro, fallito, perché l’Italia non ha coscienza di essere sé stessa. Non starebbe languendo sul panorama internazionale, e… fermiamoci qui. Un’Italia unita e artefice del suo presente futuro non c’è mai stata, ma solo, se mai, nelle intenzioni di pochi, non certo per volontà di popolo. Il 2 agosto 1847 Metternich scrisse, in una nota inviata al conte Dietrichstein, l’ormai arcinota e controversa frase «L’Italia è un’espressione geografica» (La frase esatta recita invece: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore storico politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari cercano di imprimerle.» Se lo dice Metternich, c’è da crederci….Tanta acqua è passata sotto i ponti dalla riunificazione ad oggi ma la cosa rimane immutata. Ci sono volute due guerre mondiali agli Italiani per farli sentire “nazione italiana” e poi? Tutto come prima. Tutti per proprio conto. E qual’è il prima? Il regionalismo, il campanilismo, la tradizione delle tante Italie, il dialetto che divide come in nessun altro luogo al mondo. Quando affermo che non c’è mai stata l’Italia pensata e voluta molti secoli prima, prima del conte Camillo Benso conte di Cavour e di Garibaldi che di rivoluzioni se ne intendeva e di Mazzini che di repubbliche se ne intendeva mi viene in testa quello che diceva l’esimio Indro Montanelli, che, anche se aveva sposato una dodicenne africana durante l’occupazione italiana in nord Africa, molto di buono e interessante ha comunque scritto e detto sull’Italia e gli italiani. Diceva che gli Italiani non hanno memoria, non sanno, non ricordano, si eclissano all’estero, facendo perdere le tracce della loro radici (non lo dico soltanto io) ….Come fai a fare l’Italia unita, chiedo io, prendendo a cannonate la regina Maria Sofia Wittelbach, che aveva avuto la brillante idea di sposare Franceschiello chiamato da suo padre Ciccillo o’ Lasagna. La donna non fugge, è verace,

bella e coraggiosa nel contrastare i Savoia che la vogliono morta e ancora prima l’hanno diffamata. Le cannonate le sparava dalle navi Cialdini contro la fortezza di Gaeta, e contro la regina, per ordine dei Savoia che volevano “cancellare” l’altra dinastia regia italica, che avrebbe dato fastidio e cioè quella dei Borbone. Al sud non sono pochi quelli che considerano ancora i nordisti Savoia degli usurpatori. Io ne conosco un paio. Anche così abbiamo fatto l’Italia, non certo coi referendum democrtaici di adesso e ancora: anche coi soldi della massoneria inglese che aveva foraggiato Garibaldi e le sue camice rosse per i suoi molteplici interessi. Ma che c’entra l’Inghilterra? C’entra, quella c’entra dappertutto, se c’è da trarre profitto da situazioni internazionali fluide, come era a quei tempi quella dell’Italia in formazione. Visto che spingeva per un’Italia unita per dar fastidio a Francia e Austria. Ma non voglio far troppa storia, non sono uno storico, ma un italiano in esilio. Sì , in esilio, perché dall’Italia ci si allontana principalmente per un motivo: per tentare di fare soldi o perché si va a fare gli esuli (come Ugo Foscolo) della cui grandezza di poeta non posso certo partecipare. E dunque te la ricordi l’Italia? Non puoi ricordarla mentre sta franando e cancellando la sua memoria e le sue tradizioni. Sai perche non c’è l’Italia? Per la sua storia degli ultimi tre secoli. Perché uno di Codigoro non riesce a pensarla come uno di Catanzaro. Perché trovami due italiani che la pensano allo stesso modo, due dico, non tre. Individualisti, eccetera, ma non solo. Tornando a Montanelli avrebbe detto, intervistato da Elkann, che gli Italiani non hano memoria, all’estero perdono la loro identità, si amalgamano, confondendosi con l’ambiente, si annacquano e poi spariscono, assorbiti dalla cultura locale, strano, a me non succede. Io, che italiano sono fino al midollo, dico che italiani ci si sente e questo significa che io mi sento calabrese e siciliano e ligure, anche se ho radici in Emilia e Veneto, e dei torinesi ho il rigore sul lavoro. Vai a rileggere quello che fa dire Giuseppe Tomasi di Lampedusa al principe di Salina nel Gattopardo, ovvero in quel capolavoro dove si respira la “grande elegia della morte”. Avevo un compagno alle scuole medie, un bel ragazzo, nero di capelli come un corvo, il cui padre faceva il falegname, tenendo bottega sul Po, a Torino, onestissimo, laboriosissimo e calabrese fino alle midolla, ovvero estraneo ai polentoni Torinesi di allora che non sopportavano i terroni, venuti a piantare il basilico nella vasca dei bagni e a puzzare di fritto. Noi, eravamo più tollerati perché non puzzavamo di fritto essendo appunto veneti ed emiliani (ovvero terroni del nord) cioè non classificabili, ma sempre terroni del nord eravamo e quindi da guardare con sospetto e tenere sotto osservazione. Ti ricordi dell’Italia? Poi ti dirò di quale Italia sto parlando. Sempre se ti interessa saperlo.

Milano era meglio di Londra in quanto a giardini?

IL VERDE DI MILANO …o di quello che ne rimane oggi. C’è il giardino d’Arcadia, e il giardino Serbelloni Busca Sola, e anche il Giardino Perego in Borgonovo, e il giardino del Figliol Prodigo e la Vigna di Leonardo da Vinci e anche quello della Guastalla. Ma è meglio fermarsi, prima che la nostalgia e lo sdegno prendano il sopravvento. Se leggi lo capisci. Il libro di Otto Cima FRA IL VERDE DEI GIARDINI MILANESI del 1925 è ripubblicato dalle EDIZIONI IL POLIFILO (che sfortunatamente ha cessato l’attività nel 2018). Possiede 26 tavole fuori testo di Giannino Grossi ed è presentato da Pier Fausto Bagatti Valsecchi. La nostalgia è comprensibile e lo sdegno anche, vediamone il perché. Il piacevole libretto potrebbe essere letto come una sorta di rilassante passeggiata fra ciò che resta del verde di Milano, facendo tuttavia ampio ricorso alla fantasia nell’immaginare ciò che non è più, gli alberi di alto fusto, le deliziose architetture del verde, alcune delle quali ideate da nomi di grande prestigio dell’epoca, gli incantevoli paesaggi lacustri dei giardini della Guastalla, le magiche atmosfere del giardino dei Visconti di Modrone. Nelle prime pagine di presentazione così leggiamo: “…L’autore esprime per parte sua di sensibile e accorato spettatore, lo sconcerto per la perdita, assai grave nella sua vistosa concretezza, di parte di quel patrimonio di giardini, esistente in passato, che a lui, cittadino colto e responsabile, appare come negativa evenienza trascorsa, passibile purtroppo di tragica continuazione. Ancor prima della Prima Guerra Mondiale ne erano scomparsi parecchi di quei giardini privati che rendevano meno sensibile a Milano la scarsità di giardini pubblici.

Uno alla volta, questo per una ragione, quello per un’altra, se ne andavano in silenzio, senza che la città se ne preoccupasse eccessivamente… la scomparsa recente del bellissimo giardino Borghi in via Principe Umberto, di quello dei Cappuccini a porta Venezia. E di alcuni altri non meno importanti, e più ancora il timore che la speculazione edilizia riuscisse ad impadronirsi dei restanti, scossero l’opinione pubblica.” Meglio tardi che mai. La risposta delle autorità competenti dell’epoca sembra, a detta dell’autore, aver sorto al momento qualche effetto positivo. Le tavole di Giannino Grossi sono coinvolgenti e suscitano rimpianto per scene urbane di grande attrazione, caratterizzazioni di una città ormai introvabile… (dalla presentazione del libro). Non siamo te e me che riusciremo a cambiare le cose, non sono la voce, le lamentele, lo sdegno di molti cittadini, che vedono giorno dopo giorno svanire un patrimonio unico, (il loro) che se ne va in malora, per fare spazio alle – così dicono gli amministratori – nuove esigenze della città in crescita, all’urbanizzazione approssimativa che si fa vanto di riservare spazi attrezzati di verde per la comunità, ma le hai viste che pena che fanno le cosiddette aree attrezzate?! Alle nuove torri grattacielo che come funghi senza senso stanno spuntando in questa città. Cos’ha a che fare Milano con la nuova edificazione? Ci sono nuove immigrazioni di massa in vista? Non mi sembra. Paesaggi formalmente eleganti (forse) stanno sorgendo un po’ ovunque sotto la spinta di urbanizzazioni che nulla hanno da spartire con l’idea di città dei cittadini, di tradizione, di rispetto della cultura e di valorizzazione di un patrimonio che il mondo ci invidia…o forse ci invidiava, visto lo scempio che dura da oltre un secolo. Da oltre un secolo, hai capito bene, ed è casa tua! Il libro di Otto Cima è delizioso ma è una stilettata e una conferma di ciò che andiamo ogni giorno a verificare. Cubi, torri, impenetrabili grattacieli, architetture ultramoderne, enormi e finti palazzi di cristallo che sembrano chalet di montagna e che, con la città hanno poco a che fare.

E il nuovo verde? …Mah! E questo che i milanesi volevano? È così che intendevano far crescere la loro città? O la speculazione ha avuto definitivamente il sopravvento relegando, ma era ovvio che dovesse finire così (?) sulle pagine dei libri di storia le meraviglie di una città unica per storia, arte, cultura, tradizione….La conferma? Eccola, è ancora il libro di Otto Cima che parla, (siamo nel 1925 e il vero scempio era al suo esordio): Le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale sono di là da venire; i grandi Piani Regolatori antecedenti e susseguenti al conflitto non hanno ancora inciso, come fecero poi, sulle scelte delle pianificazioni future: ma l’auspicio finale dell’Autore è espresso con parole che appaiono oggi perfettamente condivisibili, attuali persino nell’uso del linguaggio: ...urge mettere sul tappeto la questione di nuovi giardini pubblici per sottrarre alla speculazione le aree disponibili, in attesa di seguire l’esempio di quelle città… che sono riuscite a crearsi persino un demanio forestale, dove i cittadini vanno a passeggiare, a giocare, a respirare l’aria pura…. Proprio così, proprio come a Milano, in questo ultimo periodo…..80 anni dopo.

E poi, dimmi una cosa, tu, milanese verace o emigrante, come me. Dovrei essere contento per quella roba che han eretto a Porta Volta? È la sede della Feltrinelli. Io dico no a quella roba. Un altro pezzo di città violentato. Si trova al posto dell’oasi di verde che una volta occupava Ingegnoli. Io ci andavo a rilassarmi al vivaio Ingegnoli, non si poteva recuperarlo in nessun modo? Lo chiami un “edificio” che si integra col contesto urbano circostante? Ma fammi il piacere! A me dà solo smarrimento e un senso di oppressione. Te cosa ne pensi?

c’era villa Trotti Bentivoglio?

Caro Sindaco di Milano, cosa stai facendo per salvare Villa Trotti Bentivoglio? O di quello che resta? La fai demolire o ci dai qualche buona notizia? VILLA TROTTI BENTIVOGLIO: Un gioiello dell’architettura del 1700 (o quello che ne rimane) ridotto a pattumiera, ovvero uno dei tanti luoghi degradati della città di Milano.

Le pattumiere, anche se nobili, sono state messe all’indice da chi dovrebbe gestire e tutelare il nostro immenso patrimonio architettonico e artistico. Pattumiere a cielo aperto, immondizie, schifo e vetri rotti. Vogliamo continuare? Passateci davanti, andateci dentro, se volete e potete, se la nausea non vi fermerà prima; è villa Trotti Bentivoglio, una magnifica residenza del 1700 situata in una delle cento periferie milanesi. Di proprietà della Società Edificatrice di Niguarda, solerte e attenta nel sollecitarne il recupero ma impotente davanti a vincoli e veti del Comune di Milano. La Società ha anche pubblicato un bel libro sulla storia della villa di cui riproduciamo la copertina. Poco ci importa se un giorno il permesso di recupero verrà dato, o se è già stato concesso, poco importa sapere che la villa potrebbe forse ancora essere salvata dal degrado più avvilente in cui oggi versa. La sofferenza di molti cittadini è grande, lo sdegno cresce ma è semplicemente inutile. E l’intera città che ne soffre, è la dimostrazione di degradazione senza precedenti, che non sa distinguere le priorità che il nostro passato ci offre ancora a piene mani, simbolo di una devastazione profonda e dilagante. La devastazione del nostro passato, della nostra cultura, delle tradizioni, non importa se nobili o popolari; è la pervicace ottusità di leggi, persone, amministratori che si trincerano dietro cento motivi, all’apparenza plausibili ma inaccettabili per il senso comune. La devastazione delle nostre radici, nell’Italia che va in malora, insieme all’indignazione inascoltata di chi qualcosa vorrebbe comunque fare. Intanto un pezzo se n’è già andato. Era solo una cascina, era la Curt di Matt, solo muri umidi, tetti sfondati,
(che il tempo aveva ridotto così) ma faceva parte di un contesto

architettonico in cui si trova la stessa villa Trotti; inserita in quel complesso, teneva compagnia a Villa Trotti, adiacenza significativa, cara alla memoria della gente la Curt de Matt. Una cascina storica, come tante ce ne sono a Milano, devastata dal degrado e dall’incuria al punto da non poterne salvare nemmeno un muro e così le ruspe l’hanno spazzata via. Un’altra clamorosa sconfitta, l’ennesima devastante ferita alle membra della città. Caro Sindaco può aiutarci a fare qualcosa, per gli altri gioielli milanesi afflitti da incuria e degrado? Perché lo sdegno non basta più ai cittadini di Niguarda e di tutta Milano. Vorremmo risposte precise e attendibili. Grazie, attendiamo il suo riscontro. …ma il riscontro del sindaco non è arrivato, arriverà mai un giorno? Manco da Milano da qualche anno e ho una speranza: magari nel frattempo qualche anima pia e saggia ha provveduto e ha risolto il tutto!? Magari…

c’era la Madonna?

Non la Madonna Marie Louise Ciccone, diva canterina e del palcoscenico, ma l’altra, proprio lei, la Madonna, quella originale (stavamo per dire in carne ed ossa). Ovvero la madre del figlio di Dio, quella che, un po’ dubbiosa, direi anche sospettosa, ma niente affatto intimorita, nel dipinto di Antonello da Messina mette la mano avanti per dire all’angelo che le aveva appena annunciato la sua futura maternità: Come hai detto, scusa? Puoi ripetere? Ho capito bene? Voglio vederci chiaro in questa faccenda, come farebbe una vera donna. Oppure un’altra Madonna donna, quella fatta morire dal Caravaggio che aveva preso per modello il corpo di una donna, livido e gonfio, annegata nel fiume.

“Nè puttane né madonne ma solo donne” gridavano in piazza le femministe anni ’70. Le donne di allora volevano essere “solo” donne. Il peso ereditato dal passato di essere anche divinizzate e la condanna di essere per qualcuno anche donne di malaffare, se lo volevano proprio togliere di dosso. Per diventare appunto esclusivamente donne e per essere considerate, finalmente ed esclusivamente, per il loro valore di essere “solo” essere umano. Ma erano altri tempi, la contestazione del sistema, di impronta rossa, a torto o a ragione dilagava in piazza. Io invece voglio chiederti se ti ricordi della Madonna come simbolo e di alcuni suoi significati ineludibili, e ancora oggi, a mio avviso, immutati. Non è una domanda oziosa, ma significativa; di quella figura dolente, non esclusivamente mistica ma anche, prepotentemente, umana il cui immenso dolore non è ascrivibile esclusivamente all’escatologia, resta qualcosa? Resta tutto, arrischio io, se uno non si ferma al chiacchiericcio della incultura moderna o alle iconoclastie del nostro recente passato. Te l’hanno illustrata per bene la figurina dolce e mesta che fugge con quel buonuomo di San Giuseppe sull’asinello, (ma lui non ha mai fatto testo) durante l’ora obbligatoria di catechismo, qualche decennio fa, ma son certo che ti sei scordato quasi tutto di lei, salvo poi rinverdire la memoria quando ti fan vedere la Pietà  di Michelangelo, in TV in qualche occasione. Mica si sono inventati i simboli per niente e fra i simboli primeggia appunto lei, la Madonna, fra i simboli primi per importanza, degli ultimi duemila anni. Vorrei chiederti se ricordi, anche a frammenti, il componimento Donna de Paradiso del mitico Jacopone da Todi. Una lauda drammatica che dovrebbero avertela insegnata a scuola (a fatica, aggiungo io). Intanto la Madonna è sola, quasi sempre la Madonna è sola a piangere il suo dolore per la morte annunciata o avvenuta del figlio. Hai mai visto l’afflizione di San Giuseppe? In Jacopone da Todi c’è un urlo, è il suo, della Madonna madre, moglie, figlia, e donna, un grido prepotente, che squote, suggerendo lo strazio di una madre donna in primis, che sta perdendo il figlio e poi c’è la sua confessione che dice di voler giacere in una fossa comune abbracciata a lui, al padre, figlio e marito. Potente, dico io, senza dover ricorrere a Freud, ovviamente, straziante, e non riscontrabile in altri componimenti religiosi, l’urlo di una madre donna che è anche la Madonna, una madonna invadente che urla, strepita, chiede il motivo di tanto odio nei confronti del figlio, si strappa i capelli “disturbando” con i suoi strazi l’agonia stessa del Figlio Redentore. Mi vengono alla mente certi reportage TV che mostrano donne arabe straziate dal dolore per i figli morti ammazzati in guerra o sotto un bombardamento. Madonne anche loro a piangere il figlio martoriato? Ti ricordi della Madonna, allora? Un’attrice tragica, dico io.

Non la Madonna figlia del cielo, mesta, umile, addolorata, divinizzata, distante dalla dimensione esclusivamente umana, né la sontuosa regina del cielo di Carlo Crivelli, o di Cosmè Tura ma una donna straziata dal dolore che gli aguzzini del figlio e una legge ingiusta hanno condannato. Io ti dico che la Madonna c’è ancora, mi prendo questa responsabilità, vive nelle donne, vive come simbolo di altissimo, potente e umanissimo significato, e di matrice tragica. Vive nell’ombra la Madonna, visto che va di moda dire che Cristo è morto. Ma il simbolo rimane e Lei lo rappresenta. Potente, ineffabile. Il dolore di una madre che perde il figlio in modo ingiusto, violento, improvviso, al di là del significato esclusivamente religioso. Se vuoi rappresentare al massimo grado il dolore di una madre devi far riferimento a lei, alla Madonna, anche se non sei cristiano, eccetera, prova a pensarci. Nel suo dolore più esclusivo, nella consapevolezza della tragedia che incombe e che sarà per lei, infinita.

Ogni volta che passo al Victoria e Albert Museum facco visita alla Madonna di José de Mora, mi soffermo davanti alla bacheca di cristallo che la protegge, un busto che ogni volta mi incanta per l’afflato divino che inspira ma anche per la compostezza di un dolore prettamente umano e inconsolabile, che scava l’animo della donna raffigurata e lo riflette comunicandolo allo spettatore. Vorrei rispondere, se possibile alle femministe degli anni ’70, penso siano ancora tante in circolazione. Capisco quello che volevano dire, ma perché defraudare la donna di una simbologia acquisita nel tempo cioè rinnegare ispirazioni e sentimenti che solo lei può incarnare e rappresentare in quanto nata femmina: il massimo dell’angoscia “sopportabile” in un essere umano non è proprio quello di una madre che ha perso il figlio o che ingiustamente lo sta per perdere? E poi, senza riferirsi esclusivamente al “dolore” non c’erano una volta le dee madri? Ma questo è un altro discorso in cui la Madonna c’entra davvero poco.

calavano dal Volga i guerrieri Kurgan?

Al di là dei reperti che continuano a emergere dalla notte del tempo, sottratte alla profondità non più indecifrabile del nostro passato, una semplice constatazione si impone. Una società e una cultura che i reperti indicano come: pacifica, egualitaria, non sessista, dedita all’agricoltura ci fu e visse secoli; società di questo tipo costellarono l’Europa per migliaia di anni, poi furono attaccate e sopraffatte. Per migliaia di anni lo spirito di quelle civiltà prosperò, come realtà acquisita. Poi quelle civiltà sostanzialmente pacifiche furono aggredite e distrutte in breve tempo. E i modelli di sviluppo mutarono radicalmente. Questo dicono le inconfutabili tracce sparse per l’Europa. Frutto di studi e ricerche condotte da Marija Gimbutas.

Un uomo diverso prende il sopravvento, rozzo, aggressivo, che impone la gerarchia del comando e il patriarcato. Egli è alla radice del nostro pensiero e dei nostri comportamenti. L’uomo pacifico soccombe, è senza mezzi per contrastare il guerriero spaventoso, a cavallo proveniente dal bacino del Volga; egli fa agire la spada e la mazza, non c’è scampo contro di lui. La prima natura, pacifica e solidale soccombe alla seconda, e la storia dell’occidente muta il suo corso. Quell’antichissimo comunismo ante litteram, non imposto, quell’essenza pacifica e non autoritaria delle antiche comunità che mettevano al centro gli interessi comuni e avevano riguardo per i più deboli soccombe. L’essenza divina rappresentata dal sasso, dai corsi d’acqua, dalla stele, dall’albero e dalla dea madre fu annientata senza tuttavia scomparire del tutto. Ma la storia non procede per miglioramenti progressivi seppure non omogenei, come dicono i libri e credono gli ingenui. Il progresso inteso come meta ultima raggiungibile tappa dopo tappa, secondo un vettore a senso unico è pia illusione, un’idea astrusa, antistorica del nostro sviluppo; diecimila anni fa la freccia dell’evoluzione cambiò verso facendo piombare quelle antiche civiltà nel buio del terrore, dell’imposizione, del patriarcato sotto il tallone di una gerarchia di regimi sconosciuti. Nascono quesiti a cascata che coinvolgono aspetti culturali, antropologici, filosofici e di datazione degli eventi. Se i guerrieri Kurgan non fossero giunti a sconvolgere le nostre contrade dove prosperavano le pacifiche comunità gilaniche, oggi avremmo un uomo diverso?  Le nostre società non avrebbero conosciuto le gerarchie imposte dal denaro, dalla spada, dal sesso, dal potere, come oggi le conosciamo?  O la natura umana è fatta da essenze naturalmente e inevitabilmente antitetiche, attrici di drammatiche commistioni.

Quello che avvenne fu inevitabile? O stiamo esagerando la portata di quegli avvenimenti, attribuendo loro troppa importanza. La civiltà odierna è il frutto di quel drammatico innesto conseguente alle varie invasioni dei Kurgan ? O possiamo e dobbiamo considerare la loro natura come parte originaria della nostra stessa attuale natura.  L’impero romano non ci sarebbe forse stato così come lo abbiamo conosciuto e forse neppure Dio e nemmeno il medioevo. Domande, suggestioni, questioni impossibili da risolvere visto che la storia non si fa con i se o i forse. Storia è sintesi di eventi e vicende di uomini. Considerare quella specifica natura dell’epoca gilanica come l’unica possibile sarebbe un errore. Noi siamo la sintesi di quelle popolazioni, noi siamo gli eredi di quello che appare uno stupefacente comunismo ante litteram andato perduto; infine siamo il seguito di ciò che sembra, a tutti gli effetti, uno stupro di civiltà ripetuto nel tempo. Diecimila anni fa la storia ha preso quella direzione, scegliendo come simboli di rappresentazione la spada e la lancia. Autentica comunità di intenti ci fu nella nostra vecchia Europa, espressione conseguente a un pacifismo interiore, di un mondo dove la chimica dei comportamenti diceva: pace, armonia, buon senso, dove la scala delle gerarchie poggiava il suo gradino più alto alle soglie del cielo, dove divinità femminili reggevano le sorti dell’uomo. Ma non andò per il giusto verso. Considerazione ultima: L’uomo gilanico vive ancora in noi, come aspirazione riscoperta, come utopia praticabile. Perché non prenderlo seriamente a riferimento per le nostre società malate? I tempi sono maturi, scelte diverse si impongono. Quelle antiche società vivevano in stretto rapporto con la natura, secondo un armonico reciproco scambio. Se le recenti rivoluzioni, da quella francese in poi non sono riuscite a rifondare alla radice l’uomo, come quasi tutte si proponevano, non ultima quella americana, una nuova rivoluzione oggi s’impone. Auspicabile, possibile, necessaria, e, soprattutto, improrogabile, all’insegna della non violenza del vivere in armonia e in pace. Capace di incidere alla base modificando tendenze e obiettivi. Occorre una risposta tendenziale al dissesto drammatico che coinvolge ormai ogni aspetto del nostro essere sociale, ambientale e civile. Un’inversione di polarità capace di informare e guidare istituzioni, scuola, relazioni e governi. L’uomo nuovo è possibile e sta bussando alla porta che le tribù Kurgan avevano sprangato. Stiamo sognando? Le utopie, la storia insegna, sono pericolose, ma un’utopia che parla il linguaggio delle societa gilaniche andrebbe sondata a fondo, non ti pare? Utopia dunque? Probabilmente sì, ma l’inizio di svolte radicali s’impone. All’insegna della solidarietà, del rispetto delle diversità, dell’ecologia, della messa al bando di qualsiasi ordigno di distruzione. La civiltà della spada ha fatto il suo tempo. Non sei d’accordo? Occorre privilegiare il possibile fattibile, e il praticabile che parla un linguaggio totalmente diverso da quello adottato dal potere e dall’organizzazione sociale così come oggi li conosciamo, maturati negli ultimi diecimila anni di storia. Lasciami almeno sperare. Ad Asti dicono: A custa pa’ gnente!