Edipo gridava la sua disperazione?

C’è ancora qualcosa da dire su alcuni capolavori, ai vertici del teatro di ogni tempo? Ovvero su Edipo re, Mirra e Fedra? Pare di sì, nonostante i fiumi d’inchiostro versati e le diverse chiavi di lettura di critici illustri. Se poi parliamo di Edipo re parliamo di un archetipo. I motivi scatenanti di quelle tragedie vivono ancora in noi moderni. A riprova di quanto poco moderni siamo. Fammi provare a dire la mia. Vediamo cosa ci dice la tragedia di Edipo re, di Sofocle. È una tragedia del sangue, di divieti assoluti infranti, di incesti inconsapevoli, di tormenti progressivi e immedicabili, che piombano addosso ai protagonisti, raffigurando la tragedia totale irrimediabile dove si violano leggi non scritte, perché si fa quello che non si deve, al di sopra della volontà degli umani e degli dei; qualche dio o dea, fetenti hanno giocato Edipo rendendolo consapevole del misfatto di avere ucciso il padre, essere andato a letto con la madre e aver fatto due figlie con lei, colpevole nonostante l’inconsapevolezza. Qui non ci sono buoni o cattivi, ma personaggi crocefissi e perduti dal proprio stesso destino e dal proprio sentimento, come nel caso di Mirra che si innamora del padre e di Fedra che si innamora del figliastro (per cui, in teoria potrebbe avere disco verde.) Tragedie maturate nell’ambito dei legami famigliari, non ci sono eroi, titani, guerrieri invincibili, ma uomini e donne “normali” travolti da destini e passioni incontrollabili, il caso di Mirra e Fedra, che vorrebbero evitare il loro destino e contro cui non sanno reagire, né possono, se non con la morte, unico rimedio a tanta sventura. Edipo fa di tutto per sfuggire alla profezia, Mirra che si vergogna, non desidera amare il padre di un amore incestuoso che la rovinerà. E Fedra ricorre al veleno per pagare la colpa di essersi innamorata del figliasto. Anche se di incesto vero e proprio non si tratta, visto che il legame di sangue non c’è. Mirra ricorrerà alla spada per cancellare la sua ignominia. Edipo gioca a scacchi col destino e perde. Se non avesse voluto conoscere la sua storia probabilmente si sarebbe salvato, ovvero ignoranza coincide con salvezza. Tutti gli avevano detto che il prezzo da pagare sarebbe stato altissimo. Non esita Giocasta, la madre moglie di lui e delle sue figlie, a togliersi la vita per la vergogna.

Per amore della verità lui trascina la moglie madre al suicidio e sopravviverà a se stesso per espiare accecandosi. Edipo re, Mirra e Fedra di Racine sono tragedie famigliari, del sangue, del clan, in cui vigono rigide regole che regolano i rapporti fra i vari membri. Nella loro vicenda un destino univoco condanna il colpevole e attende chi il divieto, consapevolmente o meno ignora. Edipo re ha più di duemilaquattrocento anni eppure solleva ancora interesse e desiderio di rilettura. Perché? Se dai un’occhiata a cosa dice nostra zia Wikipedia lo capisci meglio. Intanto comincio a dirti che se Edipo, Mirra e Fedra fossero vissuti a Taiwan, in Costa d’Avorio o in Spagna la loro tragedia non si sarebbe consumata, per mancanza di presupposti. Infatti a  Taiwan l’incesto consensuale tra adulti risulta essere perfettamente legale.[5] mentre a  Hong Kong viene considerato incesto intrattenere rapporti sessuali con parenti stretti (nonno-nipote, padre-figlia, madre-figlio e fratello-sorella), anche se questi sono adulti e consenzienti; la pena va dai 14 ai 20 anni di reclusione.[8] La legge non include le relazioni zio-nipote e fra cugini, si rivolge inoltre esclusivamente ai rapporti eterosessuali e pare quindi che l’incesto tra membri dello stesso sesso non sia illegale. Il codice penale indiano non contiene alcuna disposizione specifica contro l’incesto, vi sono invece disposizioni generali relative all’abuso sessuale sui bambini da parte dei genitori.[9][10] In Polonia l’incesto è punibile fino a 5 anni di prigione mentre in Portogallo non è espressamente vietato. Se invece vivi in  Romania viene considerato reato anche l’incesto consensuale commesso tra adulti ed è punibile fino a 5 anni di prigione. In Russia l’incesto consensuale tra adulti non è un crimine[5][38], mentre vi è il divieto di matrimonio tra parenti.[39] In Spagna l’incesto consensuale tra adulti è perfettamente legale.[5] In Argentina l’incesto è legale se entrambe le persone sono sopra l’età minima del consenso sessuale.[44 Il codice napoleonico promulgato nel 1810 ha abolito tutte le disposizioni contro l’incesto in tutto il territorio francese e belga[24]. Nel 2010 la Francia ha ripristinato una legislazione riguardante l’incesto, definendolo però esclusivamente come stupro o abuso sessuale su un minorenne compiuto da un parente o qualsiasi altra persona che ha autorità legittima sopra la vittima. L’incesto tra adulti consenzienti non è invece proibito. In Italia è illegale, ma è punibile solo se da esso deriva pubblico scandalo (a discrezione del giudice). Come vedi tutto il mondo NON è paese, almeno in questo campo. È ancora nostra zia Wikipedia che ci spiega a proposito dell’incesto alcune sue possibili e probabili concause:

Innanzitutto, i primi esseri umani – la cui vita si svolgeva in piccoli clan di cacciatori e raccoglitori – al fine di proteggersi, stabilivano spesso alleanze con altri piccoli gruppi, e per questo obbligavano i figli a sposarsi con membri di famiglie esterne, allargando i propri legami sociali e assicurandosi un aiuto per i tempi di carestia o per situazioni di pericolo; se fossero rimasti isolati l’alternativa era soccombere. Nelle società tradizionali, il matrimonio era dunque un’alleanza funzionale più che una questione di amore tra individui. È quest’impostazione che ha dato vita al costume del matrimonio combinato dai genitori quando i figli sono ancora piccoli, o perfino non ancora nati. La seconda ragione che giustificherebbe l’esistenza del tabù dell’incesto è la necessità di creare un ordine all’interno della famiglia stessa, organizzando e istituzionalizzando le relazioni fra i membri, altrimenti a rischio di un’insostenibile confusione: «Il figlio incestuoso dell’unione padre-figlia risulterebbe essere fratello della propria stessa madre, e figlio della propria stessa sorella, nonché figliastro della propria nonna, e perfino fratello del proprio zio e nipote del proprio padre» (Kingsley Davis).

La terza ragione invece riguarda il problema della rivalità sessuale fra i membri della famiglia. Essa rischierebbe di mettere in crisi i normali ruoli e l’assetto consueto del nucleo sociale di base, il quale, sottoposto a una tensione continua, potrebbe disgregarsi. Per esempio, il padre si troverebbe in una condizione di conflitto tra l’esercizio dell’autorità nei confronti della figlia, e il proprio ruolo di amante. A sua volta, la madre potrebbe essere gelosa di entrambi, e un eventuale figlio sarebbe proprio al centro di queste complesse relazioni. In definitiva, il tabù dell’incesto si è sviluppato e ha resistito nel tempo perché vitale alla sopravvivenza della famiglia e quindi della società stessa. Naturalmente, né le società tradizionali né quelle moderne si rendono conto coscientemente di tali ragioni, ma accettano il tabù come naturale e morale.
Beh, penso che per adesso basti. Se proprio ti devi innamorare di tua sorella o di tua nipote puoi sempre trasferirti a Taiwan, in Argentina o in Spagna. Ma prima controlla se le leggi sono cambiate.

sei stato nella grande Foresta?

Qualcuno dei miei lettori sì. Si chiama Patrizia Casta e mi ha scritto una mail INCORAGGIANTE. Se i premi sono di questo genere, basati sul consenso o anche sulla critica costruttiva sono i benvenuti! Ecco cosa scrive Patrizia: Devo dirti grazie per gli sforzi che hai fatto scrivendo questo blog sito.
Spero anche di verificare ancora la stessa alta qualità dei contenuti in futuro. Per la verità, le tue abilità di scrittura creativa
mi hanno ispirato e incoraggiato per ottenere il mio blog ora;) Maramures
Grazie, buona giornata!

La recensione a cui si riferiva Patrizia e che qui ripropongo fa parte di un’avventura a cui mi sono dedicato prima del mio esilio. Prendevo un libro, lo leggevo un paio di volte per vedere se avevo capito bne e lo commentavo. Non era un vera recensione, perche non sono un recensore vero, anche perche l’opera non ne aveva piu bisogno, ma un modo per entrare nel vivo di argomenti che mi appassionavano, del passato e del presente, ma anche del futuro. E duunque: Ti ricordi di Catilina? Ti ricordi di Faulkner? Ti ricordi della Via del Tabacco di Caldwell corrisponderanno ad altrettanti post ai quali mi aspetto che tu risponda. Se vai a\ spulciare nel blog le troverai risalgono al 2013, un secolo fa!

La Grande Foresta

C’è un libro che nonmi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine mi suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

scriveva Marie-Henri Beyle?

Beh, non possiamo dire che fosse un Adone e nemmeno un sedentario, con quel gran faccione che lui stesso definisce in modo assai poco lusinghiero. Sempre in movimento al seguito dell’esercito napoleonico e nei salotti di Parigi, Londra e Milano, alla ricerca del bello, che gli serviva anche per scacciare noia e depressione. Non si piaceva Marie Henrie Beyle, tozzo, sgraziato, con gambette smilze e corte, francese d’hoc e innamorato di Milano e delle sue donne. A proposito di donne, si innamora di tutte, fra loro primeggia Metilde, che lo mette alla porta perché troppo insistente. E certo non si cela per apparire diverso, si mostra appassionato e, volubile qual’è, racconta con candore i suoi «fiaschi», memorabile quello con Alessandrine, creatura a pagamento, ad esempio, fiaschi non solo amorosi, nei salotti era difficile che non facesse parlare di se; appena vede una donna “potabile” perde la testa, le fa un’assidua corte, si dichiara e poi la chiede in matrimonio, invano, osteggiato dalla sorte e da burberi tutori, quante volte gli accade di essere piantato dall’ amata di turno «senza neanche averla avuta». Un fanciullo, un gigione di italica impronta, ma senza offesa! Perché sincero a oltranza. Dal grande eloquio e col cuore sempre pronto a infiammarsi per la pittura, la musica e le gonnelle salvo poi fare cilecca con una bella meretrice d’alto bordo durante una gozzovigliante serata coi suoi amici che se la ridono a crepapelle. E lui lo scrive, sforzandosi di mettersi a nudo, di essere il più sincero e onesto possibile, in quel magnifico reportage d’autore che si chiama RICORDI DI EGOTISMO. Autentico vissuto con gustosi flash e commenti a ripetizione. Pettegolo e bonapartista a oltranza, ne ha per tutti, a tutti riserva commenti spesso poco lusinghieri, descrive amici nemici, con candore, naturalezza, persone che gli danno fastidio e palloni gonfiati alla corte di Napoleone e nei salotti della Restaurazione. Alcuni esempi fra i tanti: ” …Questa spia, terrorista nel ’93 non parlava che di marciare contro il castello per massacrare tutti i Borboni. Sua moglie era tanto libertina, tanto desiderosa del maschio che portò  all’estremo il mio disgusto per il libero parlare francese…La signora è secca come una cartapecora e priva di spirito e soprattutto di passione e d’ogni capacità di commuoversi se non per le belle cosce d’una compagnia di granatieri che sfilino nel giardino delle Tuileries in calzoni di cachemire bianco…A proposito del suo faccione: “Portavo due enormi favoriti neri dei quali solo un anno dopo la signora Doligny mi fece vergognare. Quella mia testa da macellaio italiano parve non garbare troppo all’ex colonnello del regno di Luigi XVI….” A Parigi, Civitavecchia e a Roma si annoia perché non trova niente da fare ….Spirito critico, libero, provocatore, iper romantico e polemico, Stendhal scrive: “Non ho amato mai appassionatamente che Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

A Milano. Nel ’20 mi venne il desiderio che questo fosse scritto sulla mia tomba. Pensavo tutti i giorni all’epigrafe, convinto che solo nella tomba avrei trovato tranquillità. Volevo una lapide a forma di carta da gioco… Odio Grenoble , sono arrivato a Milano nel maggio 1800 e l’amo. Là ho avuto i maggiori piaceri e i maggiori dolori. Là, e questo costituisce una patria, ho provato le prime gioie. Là desidero passare la vecchiezza e morire.” Stendhal, francese purosangue e innamorato dell’Italia come pochi. Nei suoi scritti intimi non mente: «Quasi certamente piacerei agli sciocchi se mi dessi la pena di aggiustare qualche brano di queste mie chiacchiere. Ma forse scrivendole come una lettera a mia insaputa do l’idea del somigliante. Ebbene io voglio soprattutto essere veridico». Qualcuno negava la sua grandezza di romanziere? Sì. Victor Hugo, ad esempio, che qualificò Stendhal «un uomo di spirito che era un idiota» e che non si rendeva conto «che cosa significasse scrivere». Stendhal fu considerato l’iniziatore del romanzo moderno, che ispirò la grande narrativa di costume dell’Ottocento. E se lo dice Wikipedia c’è da crederci. Acuto e verificabile un giudizio sulla società inglese: “…La società è divisa in sezioni come una canna: il grande impegno di ognuno è salire alla sezione superiore, e il grande sforzo di questa è di impedirglielo…”

A proposito di una strana sindrome: da lui prende il nome la celebre sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata): si tratta di una affezione psicosomatica osservabile nei soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. Ma in che modo si manifesta? Il fenomeno si è verificato di frequente al cospetto delle opere di Caravaggio e Michelangelo. Fu proprio Stendhal a descrivere nell’opera “Roma, Napoli e Firenze” scritta nel 1817, gli effetti di questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona. Lo scrittore, in effetti racconta che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l’uscita dell’edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d’arte scatenò nel suo animo. Fa onore alla Francia l’amore conclamato di un grande francese per il nostro paese che scriveva: “…quante precauzioni si devono prendere per non mentire a se stessi!” …e oggi di francesi appassionati della penisola come lui ce ne sono in circolazione? ne avremmo bisogno, visto che gli italiani latitano.

li scaricavano per la strada?

Passava un camion e l’addetto li afferrava con gli uncini di Capitan Uncino per deporli sul marciapiede. Servivano al lattaio, al verduraio, al panettiere no, che non ne aveva bisogno, al macellaio nemmeno che negli anni Cinquanta ne aveva uno tutto suo di frigo, speciale, una specie di cassaforte buia a muro, da cui prelevava lombate e carne da fare il sugo, che poi macinava davanti a te. Prima del frigo, prima dell’avvento della scienza del freddo cosa c’era? Blocchi di ghiaccio sfusi e gocciolanti, protetti da gran sacchi di juta, destinati a squagliarsi per via e che dovevano durare quel tanto che bastava per conservare alimenti e bibite del giorno fino a notte fonda. Quei blocchi avevano un cuore più caldo, un cuore candido e ghiaccio trasparente tutt’attorno, che sembrava vetro. Così pensavo io, rammaricandomi nel sapere che a fine giornata il trancio semitrasparente si sarebbe consumato fino a sparire. I blocchi di ghiaccio servivano addirittura a blocare la fioritura troppo precoce dei peschi! Da non credere. Ti sembrava impossibile che ci fossero sempre bevande fredde in circolazione e che il freddo arrivasse proprio da quei blocchi e solo da loro. Sui viali c’erano i botteghini delle bibite all’estate, melone e cocco in secchi e bacinelle dove il ghiaccio, galleggiava, fino a tardi. E quando non ce n’era più cosa succedeva? L’alternativa era un tè bollente, ma i nostri costumi non sono come quelli dei cammellieri del deserto. Aranciata e Coca Cola senza ghiaccio? Davvero impensabili! Il ghiaccio moriva, pensavo, preoccupato per la sua sorte. La mamma di tutti i freezer era la ghiacciaia

da cui arrivava l’algido ben-di-dio. A Torino, ad esempio, dove sono nato, proveniva dalle ghiacciaie sotterranee di Porta Palazzo, o da quelle della Consolata, dove i camion lo prelevavano, che, se prendi corso Regina Margherita ci arrivi in due minuti da casa mia.
Rispetto alle altre città, Torino era avvantaggiata dalla vicinanza delle Alpi, dove c’erano vari ghiacciai utilizzati come cave, sia in Val di Susa che nelle Valli di Lanzo. Tagliato in blocchi di dimensioni che potevano essere facilmente trasportati e manipolati e che, allo stesso tempo, permettevano di farne arrivare a valle il più possibile, il ghiaccio raggiungeva Torino avvolto in sacchi di juta bagnati, con cui si cercava di farlo durare il più possibile. Nella vita contadina il ghiaccio era indispensabile per fare il burro, uno degli alimenti di primaria necessità poiché nelle regioni del Nord era (ed è) utilizzato al posto dell’olio.

Ogni paese aveva la sua “nevaia” o “ghiacciaia”, un buco profondo, in un luogo freddo, in ombra, dove si raccoglieva la neve durante l’inverno e si copriva il tutto con fascine. Questa neve finiva per trasformarsi in ghiaccio che durava fino all’inverno successivo. La persona che custodiva la nevaia, tagliava, con una sega, man mano il ghiaccio necessario e, alla fine dell’estate, il buco era diventato così profondo che gli occorreva una scala a pioli per arrivare in fondo alla nevaia…Ti ricordi del frigo, allora?! Del primo frigo, ovvero del mastodonte che ti avevano piazzato in cucina e che metteva tutti a tacere, con la sua algida mole. Di colpo secoli erano stai inghiottiti dal progresso, di colpo gli Americani avevano detto e fatto mutando abitudini e modo di mangiare e bere. Cosa c’ è in frigo? Tanto bastava per organizzarsi oggi, domani, il resto della settimana. Ghiacciaia addio, ancestrali fatiche addio. I nuovissimi aggeggi di colpo annullavano la dipendenza dalla neve, dal ghiaccop naturale, Il ghiaccio bell’e pronto, asettico, perfetto, pronto all’uso e commestibile anche! in cubetti, in ovetti aveva preso il sopravvento. Piu freddo, meno freddo, Decine di secoli a centellinare il freddo per far durare i cibi, il rito del freddo, il mito del freddo, non piu, per le generazooni a venire. La bara bianca a tre, due, uno sportello risolveva tutto. surclassati da quel parallelepipedo ronzante. Non Ti ricordi dei frigo, ma del Primo frigo. Mia cugina si era addirittura fatta fotografare accanto al suo, pieno di cibo, con le porte aperte in segno di abbondanza e di riuscita economico sociale. Lo guardavi con reverenza, quasi temendo che, all’improvviso, non funzionasse più e invece, come per le lavatrici, che anche se le prendevi a mazzate (come recitava una certa pubblicità) continuavano a funzionare, anche il bianco sarcofago continuava a emettere il suo imperterrito rassicurante ronzio. La Coca Cola senza ghiaccio pare sia una schifezza. Ti ricordi del primo frigo? Ma questa è un’altra storia.

c’era l’uomo moderno? (2)

Anche l’uomo che scopre terre misteriose sembra aver fatto il suo tempo, Dopo Specke, Livingston, Carlo Piaggia, il romantico esploratore di fine Ottocento, tanto per capirci, dopo Conrad, Stevenson, London e Melville si torna a giocare in casa, ammirati e abbagliati dalla variegata umanità dipinta da Marcel Proust nei suoi arazzi casalinghi o inquietati dal naturalismo di Zola oppure sconvolti dal nuovo modo di narrare di Louis-Ferdinand Céline. Spetta a lui ricordarci che siamo sull’orlo del baratro e che, parafrasando il titolo di una sua opera, siamo solo all’inizio della notte e non al suo termine. Il viaggio è ancora molto lungo. André Paul Guillaume Gide proporrà una pozione magica per tutti gli uomini, vincendo anche, e con merito, il Nobel; il suo rimedio-diversivo invita ad ascoltare, a gustare, ad abbandonarsi all’abbraccio dei sensi, in grembo alla natura amica, ma è un palliativo, una scorciatoia che non dura. Anche perché, solo dopo qualche decennio, non ci sarà più la natura amica, ma solo natura avvelenata e minacciata. Il sentimento panico affascina nel suo I NUTRIMENTI TERRESTRI e tuttavia non basta, non colma la misura del

vuoto, la voragine che si è creata, la sua medicina è potente ma non cura il male. L’uomo dell’Occidente europeo, ovvero l’uomo ex illuminista, ex romantico, ex decadente, ex nichilista, ex esistenzialista ed ex rivoluzionario è rimasto nudo, e non sa uscire dai metaforici bidoni della spazzatura di Thomas Beckett. I motivi con cui nutrire progetti di futuro latitano. Il Dio tradito e rinnegato che tace sulla sua croce, nel suo ostinato silenzio non ha più voglia di rivelarsi all’uomo che lo respinge ormai da un paio di secoli, se ne sta in attesa e non ha ancora impugnato la frusta…ma la impugnerà mai la frusta? L’uomo dell’occidente vive anche sull’altra sponda dell’oceano. Affolla le opere di Erskine Caldwell, John Ernst Steinbeck Jr. William Cuthbert Faulkner, Nathanel West, Ernest Hemingway e Stephen Crane. Sulla sponda americana si parla un’altra lingua, si nutrono sogni di riscatto e di uguaglianza, almeno sulla carta. Da quelle parti l’uomo inconsapevole di sé, troncate le radici, riparte da zero, perché un altro tipo di seme è stato gettato, attecchendo. Fuggire la vecchia terra corrotta e compromessa, d’origine che non sa rigenerarsi e impalmare la terra vergine d’oltreoceano (senza pagarne l’affitto, tanto c’erano solo

pellerossa.) Ma chi c’è adesso sull’altra sponda dell’oceano? I nuovi protagonisti, le facce nuove, ovvero i personaggi delle opere degli scrittori di cui sopra, che, balza subito all’occhio, risultano essere creature parziali, immature, spaesate, se non proprio tutte squilibrate. Basti pensare a quel film simbolo GLI SPOSTATI del marito di Marylin, Arthur Miller, (e siamo già nel 1961!) pellicola diretta da John Huston con Marylin Monroe, Clarke Gable e Motgomery Clift e a UOMINI E TOPI. Il popolo bambino ospita personaggi ibridi, insicuri, smarriti, precari e disadattati, forse ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA tocchiamo il punto più basso e significativo (stiamo parlando dei tipi umani che Henry Miller incontrerà nel suo IL TROPICO DEL CAPRICORNO. Mica le invento le cose. Leggi la recensione di liberi di scrivere sul libro di West, che conclude con: Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’è un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.

Personaggi nuovi che si agitano in UOMINI E TOPI, LA VIA DEL TABACCO, IL GIORNO DELLA LOCUSTA, IL GIOVANE HOLDEN. L’uomo moderno fuggito sull’altra sponda dell’oceano, spinto da motivi “nobili” in realtà cerca nuova terra gratis e nuovi spazi per erigere torri e opifici che conquisteranno il mondo. Roba vecchia e risaputa. Per farlo, ebbro di whisky e di conquista, ha trascinato la sua sposa gravida fra mille pericoli e insidie. Se leggi LA GRANDE FORESTA di William Faulkner qualcuno ne parla in questi termini e te lo comprendi perfettamente. L’uomo nuovo scarta i vecchi criteri dell’Europa corrotta e incapace di rigenerarsi. Il prezzo si chiama: abbandono del Passato, il premio: creazione di una “nuova civiltà ” surrogata abitata da uomini automi.

Arte, filosofia, storia, cultura europea di qualche millenio alle spalle si sono ridotti a concime per le future generazioni. August Rodin ha realizzato la sua famosissima statuta, Il pensatore, ma gli ha attibuito troppa dignità, troppa seriosa coscienza e profondità nell’atteggiamento di colui che medita. Si tratta di un inganno. Non c’è nulla su cui meditare. Non è così l’uomo moderno. Figli e nipoti di August Strindberg e di UOMINI E TOPI e de LA VIA DEL TABACCO si mescolano a noi. E chi parla e vaneggia, come ogni tanto sento dire in giro, di nuovo Umanesimo e di uomo nuovo alle porte, non sa neppure di cosa stia parlndo e di quanto la sua idea risulti fuori strada e lontana dal vero. Assomiglia a uno sfogo, il mio, ma non lo è. E intanto c’è ancora il virus che non demorde complicando non poco le cose.

c’era l’uomo moderno? (1)

Se te vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno, quello che si affaccia al nuovo millenio, tanto per capirci, devi cercare in due direzioni. Verso quella occidentale europea, dove proprio in questo istante ci si chiede: adesso come la mettiamo? Ovvero rileggere VERSO DAMASCO di August Strindberg, dove l’uomo non sa, non decide, non ricorda, assiste al baratro entro cui si agita innegabilmente ogni rapporto precedente infranto. Il protagonista non sa, non ricorda, non decide, rinnega moglie, figlia (dalla quale verrà umiliato e deriso) , e poi tradizione, genitori, religione e futuro. Lo scrittore, protagonista di VERSO DAMASCO è uno che, letteralmente, ha perso la bussola, che si agita in un universo cimiteriale di simboli infranti, di certezze dismesse, soffoca in un ciarpame di valori che non dettano più regole ne’ comportamenti. Scrive l’editore ADELPHI al proposito: Le astrazioni più rarefatte e la più greve fanghiglia autobiografica tendono continuamente a mescolarsi: dietro trasparenti schermi allegorici è facile riconoscere in vari personaggi di Verso Damasco figure decisive per la vita di Strindberg, quali per esempio le due mogli abbandonate e, in altri, altrettanti Doppi dell’autore stesso, carichi tutti di quelle tensioni feroci, di quei rancori e livori che per la prima volta con lui apparivano bruscamente sulla scena. Il rapporto dilaniante con la donna, le oscillazioni fra la blasfemia e la fede, il sogno demiurgico dell’alchimista, la lotta accanita contro le Potenze e la loro persecuzione – Torniamo a noi. L’uomo in divenire risulta assente. Manca all’appello. Nascono Freud il quale si affannerà a frugare nell’inconscio, e LA COSCIENZA DI ZENO e IL GIOVANE TORLESS di Robert Musil, l’anticipatore di uomini deviati. Ovvero l’uomo dimissionario, l’antieroe, svuotato di ogni certezza, vittima di se stesso e di un vuoto interiore esteriore annichilente. È successo tutto in cinquant’anni, almeno per l’occidente europeo. Baudelaire blandisce e coltiva la malinconia, Leopardi, in anticipo sui tempi, si era smarrito davanti all’infinito e Foscolo ci diceva: vagar mi fai coi miei pensieri sull’orme che vanno al nulla eterno. Ma il deserto di Strindberg assume toni apocalittici, totalizzanti. Tornando al Leopardi, assalito da sovrumani silenzi e da mi sovvien l’eterno, già, mi chiedo, ma quale eterno?

Quello di Dio no, dal quale l’uomo sta prendendo le distanze. Cosa dice l’uomo medievale di stupefacente modernità? Impersonato dal cavaliere crociato che gioca a scacchi con la morte, di Ingmar Bergman nel suo SETTIMO SIGILLO, Due svedesi ce la dicono tutta sugli smarrimenti umani, che evidentemente non hanno mai fine. Sull’essere e il suo divenire. L’uomo moderno che avverte la prossimità di un futuro solerte e spaventosamente ignoto e che induce a pensare il giovane Torless mentre pensa di essere “perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minucolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente”. Ma è solo un ragazzo chiuso in un collegio! L’uomo a cavallo fra Ottocento e Novecento è una creatura smarrita e confusa, oppresso da dilemmi pesanti come macigni. Mi viene in mente la tremenda utopia del figlio di una coppia di anziani genitori che lo piangeranno sulla sua tomba. «Un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.» Dritto dritto verso: l’insensatezza, l’assurdo, il vuoto che caratterizzano la condizione dell’uomo moderno, oltre che sulla «solitudine di fronte alla morte» in un mondo che è diventato completamente estraneo oppure ostile. L’esistenzialismo in tavola. Siamo già da venti anni nel nuovo millenio. Intanto il mondo va a fuoco due volte. Il gran Gabriele trionfa, si erge e cade, potevamo diventare come lui, come

Nietzsche o come Julius Evola: ultrauomini, ma qualcosa è andato storto e allora ecco il cavaliere crociato di Bergman che chiede: Dio, perché te ne stai zitto?! E quella figlia di buona donna della morte che gli risponde: Ma non ti basta il suo silenzio? No, non basta, ci vuole l’uomo nuovo ma questi latita. E sicuramente i due vecchi nei bidoni della spazzatura di FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett non possono essere più eloquenti di come sono e nemmeno i personaggi dell’Ulisse di James Augustine Aloysius Joyce che, sotto certo aspetti, sono dei romantici decadenti nullafacenti, al termine del percorso, ai quali piacciono fegatini, salsicce, rognone e un po’ di sesso per tenere lo spirito e lo stomaco occupati.

Dopo gli spuntini consumati nell’Ulisse di Joyce e dopo la dannazione cosmica e senza alcuna speranza di FINALE DI PARTITA mi è venuta una gran fame, occorrerà un altro post per riprendere l’argomento. A dopo.

ti addormentavi col Musichiere?

Ti ricordi quando ti trascinavano controvoglia, al bar? Ci andavi di sabato sera, passando nel gran viale dove il profumo dei tigli ti stordiva. Sapevi già di andare incontro al sonno e alla noia. Il Musichiere, presentato da Mario Riva, ti attendeva, implacabile. Si trattava della mondanità casalinga che la tua famiglia si concedeva ad ogni fine settimana.

Erano gli anni Cinquanta e al bar tu eri solito addormentarti, mentre dal tubo catodico partivano lampi intermittenti, che dipingevano sulle facce dei presenti strane maschere; la saletta del bar si riempiva, ma c’era sempre qualche sedia disponibile nell’ultima fila. Era la televisone fruita in “comunità”, nella saletta di un bar e i programmi della RAI, e a una certa ora della notte si interrompevano perché bisognava andare a letto. Altro da vedere non c’era per il resto della serata. La prima TV in bianco e nero era la bacchetta magica, la pietra filosofale, gran Moloch, da non sottovalutare, metteva tutti d’accordo, titolare di “entusiasmanti” sfide mnemoniche o canore. Davanti ai primi presentatori e concorrenti, alcuni dei quali icone TV indimenticabili, come l’estroso dandy prof. Marianini, protagonista indiscusso di Lascia o Raddoppia, autentico pozzo di sapere; incollavi lo sguardo e aprivi la bocca per esclamare che bravo! Ma che antipatico! Ma come fa a sapere tutto?! guarda com’ è vestito! non è andato dal barbiere, ma dal tosacani! Prendevi le parti e facevi il tifo per certi concorrenti. Mario Riva, e poi Mike Bongiorno e Corrado, fino a Pippo Baudo ne presentavano a centinaia. Sfide all’ultimo quiz, all’ultimo secondo, all’ultima lambiccata risposta. L’adrenalina andava a mille. Che peccato! Ha perso! Ma te sapevi la risposta. Scusi lei ma chi l’ha mandata alla nostra trasmissione? Mi ha iscritto mio zio! …Di nascosto. La sai o non la sai la risposta? So più risposte io di quella! Pensavi, sbocconcellando una fetta di ciambella. Simpatico o simpatica ma non all’altezza, fuori uno dentro l’altro. Una razza di presentatori della porta accanto, tutti ciarlieri e “casalinghi” rassicuranti nata dal desiderio dell’Italia che si rifugiava in svaghi innocui per tutte le età e che voleva sentirsi indirizzata nel costume, sulla buona via del Progresso. La TV di stato ti permetteva la vista di certe caste presentatrici, tutte all’acqua e sapone, innocue e anche loro rassicuranti come spose. Per rifarsi la vista si è dovuto aspettare il 1961 con quei pezzi di tonno delle gemelle Kessler, manna per gli occhi e il palato.

La bellezza femminile stava per essere sdoganata anche sul piccolo schermo. Non volgare ma decisamente sexy. Quello che passava il convento cioe la Rai era una serie di varieta per tutti. Occorrevano i loro volti sorridenti dalla faccia ricca di bonomia e di humor innocente. La versione per fanciulli dei paludati quiz per adulti si chiamava Chi sa chi lo sa? ed era condotta dall’inappuntabile Febo Conti, sorridente quanto basta; sbadigliavi anche lì perché tutti quei ragazzi secchioni ti annoiavano. I bambini allo sbaraglio li vedevi senza denti e a calcare il palcoscenico condotti per mano da Cino Tortorella, alias Mago Zurlì, mentre lo Zecchino d’oro imperversava. Nilla Pizzi ce la metteva tutta per rimanere regina della canzone italiana; in compagnia di Claudio Villa, Giacomo Rondinella, Gino Latilla incarnavano la melodia italiana mentre tu crollavi addormentato la testa a metà del Musichiere o di Lascia o Raddoppia. L’Italia che cantava, l’Italia che rispondeva e si appassionava ai quiz sorbendo un punch al mandarino o succhiando un cannolo alla vaniglia e poi applaudiva e poi scommetteva e sempre rispondeva ai quiz, dicendo ma e proprio bravo quello! La penisola veniva catechizzata e istruita a suon di quiz, di informazioni in pillole, contrabbandate per cultura. Cementava il sentimento patriottico, a suon di battute innocue di terz’ordine, siglava l’interesse di una stirpe casalinga di spettatori dal gusto sempliciotto, i quiz impazzavano e rispecchiavano l’Italia alla buona, senza troppe pretese. Il programma teneva incollata una nazione al piccolo schermo. C’era qualche vicino di casa, la droghiera, il signor Dino, orfano fresco della madre, che tentava di socializzare. Riuniti in una saletta del bar appositamente predisposta. Bastava consumare una bibita, un caffè, un cono gelato, o un punch quando faceva freddo. Cominciava verso le nove il tuo tormento. Prima c’erano le signorine Buonasera e gli austeri, ma comunque amichevoli, presentatori con la brillantina che leggevano i telegiornali. Ti ricordi quando il Quartetto Cetra faceva Du du du du, Era qualcosa in più la loro melodia, erano facce serene, rassicuranti, paciose. E di coraggio a quei tempi ce ne voleva, davvero perche la ricostruzione nazionale esigeva sacrifici e cambi di stili di vita che non erano uno scherzo da digerire. La televisione ti aiutava. Il pubblico batteva le mani, mentre le macerie (quelle visibili) erano ancora visibili. Ti ricordi della faccia mansueta del maestro Manzi che insegnava a leggere e scrivere e a fare di conto ai villici illetterati di mezza penisola? Il programma si chiamava: Non è mai troppo tardi. Encomiabile, senza alcuna ironia. Ti inteneriva vedere vecchi contadini del Salento compunti, tenere la penna in mano e scrivere sotto dettatura televisiva. E che dire dei maestosi intervalli e della loro soporifera musichetta in cui suonava un’arpa. Greggi di pecore, gloriose rovine del nostro passato, fermo immagine su specchi lacustri, paesaggi montani, marine. Tutto in bianco e nero e niente affatto nitido. Ti sembrava innocua allora la TV, anch’essa alle prime armi, alla buona, titolare di un’epica faticosa riconquista del nostro ruolo nel mondo. Ti intratteneva, ti faceva sbadigliare, ti dava il lecca lecca, ma lo faceva sottotraccia, quasi timidamente. Proponendo modelli sociali tranquillizzanti, l’onnipresente presidio della Chiesa. Pier Paolo Pasolini ed Enzo Biagi sarebbero apparsi molto tempo dopo. Per decenni eri rimasto in sonno.

c'era la saggezza?

Secondo lo stesso Montaigne, egli fu inviato a balia in un povero villaggio perché si abituasse «al modo di vivere più umile e comune.» Un uomo del Cinquecento, un umanista che dà lezione di vita a noi moderni, e che lezione! Per Montaigne vivere non è solo la fondamentale ma la più illustre delle nostre occupazioni e vivere à propos, il più glorioso capolavoro dell’uomo. Un francese, uno che diffida delle ideologie e delle rivoluzioni, scrittore particolare, filosofo, diplomatico e uomo prestato alla politica, fine psicologo e amante della vita e dell’ozio contemplativo; un uomo di corte ma non cortigiano, che apprezza la vita e ci fornisce nel suo Dizionario della saggezza qualche consiglio sul come non guastarla troppo con le nostre stesse mani. Un uomo del suo tempo che appare in tutta la sua complessità nella bella e densa introduzione di Roberto Bonchio: “La saggezza è il tema centrale della riflessione di Montaigne, il punto di arrivo degli Essais, la conclusione alla quale si collegano, come mille fili, tutte le sue ricerche precedenti. “Il mio mestiere, la mia arte è vivere” …Il suo vero obiettivo è mettere in armonia l’io e il mondo.
Montaigne non sa cosa siano i peli sulla lingua e anche, ma non solo, per questo te ne parlo. Senti un po’ cosa scrive a proposito dell’Amore nel suo dizionario della Saggezza:
Da un lato la natura ci stimola all’amore fisico avendo connesso a questo desiderio la più nobile, utile e piacevole di tutte le sue attività; dall’altro noi facciamo in modo di accusarlo e perseguirlo come atto vergognoso e disonesto, di costringerci ad arrossirne e raccomamdarne l’astinenza. Non siamo noi i veri bruti nel definire brutale l’azione che il desiderio produce?….Alla fine mi vergogno di ritrovarmi in mezzo a quella verde e calda gioventù, il cui membro nell’indomito inguine è più saldo del giovane albero che si erge dritto sulla collina…

E a proposito del coito:
” Che cosa ha fatto di male agli uomini l’atto sessuale così naturale e necessario, così legittimo, per non osarne parlare senza vergogna…Noi pronunciamo senza problemi termini come uccidere, rubare, tradire, e del coito non oseremmo parlare che con un filo di voce. Vuol dire allora che meno ne parliamo più abbiamo diritto di ingigantirlo nel pensiero?

Colonialismo Ci siamo valsi della loro ignoranza e inesperienza (dei popoli sottosviluppati) per portarli con maggiore facilità sulla strada del tradimento, della lussuria, della bramosia e di ogni altra sorta di efferatezza e crudeltà, sul modello dei nostri costumi. Chi ha mai assegnato un simile prezzo all’utilità dei commerci e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni annientate, milioni di uomini passati per le armi e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vittorie scellerate!
Figli
La più comune e la più sana partre degli uomini ritiene una grande fortuna l’abbondanza dei figli; io e alcuni altri riteniamo un’uguale fortuna la loro mancanza.
Italiani
Coloro che conoscono l’Italia non troveranno certo strano se, sul tema dell’amore non cerco esempi in altri paesi: infatti questo popolo può dirsi sovrano in materia rispetto al resto del mondo. Gli italiani hanno sicuramente più donne belle e meno donne brutte che da noi in Francia: ma quanto a rare e grandi beltà credo siamo pari. La stessa cosa vale per gli ingegni: di quelli medi gli italiani ne hanno molti di più, e mi sembra del tutto evidente che la bestialità vi è, senza confronto più rara….
Manipolazione delle coscienze
Mi è occorso di osservare cose straordinarie a proposito della stupefacente ed eccessiva facilità dei popoli, ai nostri giorni, a farsi ingannare e a lasciar manipolare la propria fede e le proprie speranze nel senso che piaceva ed era utile ai loro capi, nonostante questi avessero commesso un’incommensurabile quantià di errori.

Piaceri
È irragionevole giustificare la gioventù perché si abbandona ai propri piaceri e vietare alla vecchiaia di ricercarne.

Stupro
Tra le violenze fatte alla coscienza, la peggiore, a mio avviso, è quella che si fa alla castità delle donne, poiché vi è per natura frammischiato un certo piacere del corpo, e, perciò, la repulsa non può essere proprio totale, e sembra che alla violenza subita si mescoli un certo consenso.
Vita
…Bisogna trascorrere questa vita terrena con un po’ di leggerezza e superficialità. Occorre scivolarvi, non calarvisi dentro. Non turbiamo la vita con l’angoscia della morte, e la morte con l’angoscia della vita…Se non abbiamo saputo vivere sarebbe un’ingiustizia insegnarci a morire….Saper godere del proprio essere e raggiungere una perfezione assoluta, quasi divina…A mio avviso, le vite più belle sono quelle che si adeguano al modello comune e umano con intelligenza ma senza voli eccezionali e stravaganze…
Nel primo libro dei suoi Essais Montaigne scrive: …tra le principali preoccupazioni della mia vita vi è quella che la mia morte avvenga bene, tranquillamente e senza troppi strepiti…

Te che dici? Non ti pare che dalle sue riflessioni qualche secolo sia passato invano?

Robert Musil andava a scuola in collegio?

Maria Luisa Valeri il 13/02/2012 19:19:59 scrive: 
Il delicato e difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta è il leitmotiv di quest’affascinante opera di Musil, che però sa magistralmente tratteggiare anche anche il quadro di un’epoca, che sfocerà nella tragedia nazista. IMPERDIBILE CAPOLAVORO

Paolo 02/02/2010 10:17:29  scrive:  
In anni di freudismo imperante, l’analisi esasperata della psicologia quasi “necessariamente” malata dei giovani allievi di un collegio militare austriaco. Uno dei punti di forza dell’opera è sempre stata considerata la profezia nazista che si prefigura nel tranquillo sadico fanatismo dei raggelanti Reiting e Beinberg di cui Törless subisce il fascino nonostante ne veda la malvagità quando tormentano, quasi fosse un insetto indifeso intrappolato sotto un bicchiere, il fragile e femmineo Basini. In realtà l’ambiente del collegio rimane sullo sfondo e non se ne vede (forse si intuisce, ma con il senno di poi) la tensione a formare insensibili replicanti da utilizzare come macchine da guerra, è piuttosto la concezione darwinistica dell’esistenza (forse che ora non è così?) ad imporre una spietata e cinica legge del più forte. L’ossessione per lo scavo psicologico rende la lettura francamente faticosa e non può sfuggire il campiacimento intelletualistico di un autore ventiseienne.

Le recensioni di Maria Luisa e di Paolo si riferiscono all’opera Il giovane Törless di Robert Musil, un classico del primo Novecento. Luogo: collegio militare austriaco durante l’epoca di Francesco Giuseppe. Problematica: messa un discussione di tutti i valori, nessuno escluso. Protagonisti: due bulli sadici e delinquenziali, che non si sa cosa potranno fare da grandi. Una vittima alquanto femminea e un mezzo bullo di buona famiglia (Törless) che, prima si invischia, e poi si sottrae faticosamente alla tresca lasciando alle sue spalle l’adolescenza, ma senza troppii rimorsi per l’accaduto. La vicenda: la vittima, accusata di furto non viene denunciata dai compagni, i quali lo terranno in pugno degradandolo fisicamente e moralmente. Pederastia, omosessualità esplicita, per necessità, visto che nel collegio c’erano solo maschi. La vicenda appare attualissima, se pensi al bullismo che tanto spazio si è ritagliato oggi nella nostra vita. Tornando all’opera. Ecco qualche stralcio che ci può far comprendere di quanto tortuoso cammino in mezzo ad ambiguità, doppiezza ed episodi di sadismo, i personaggi han dovuto compiere per raggiungere l’età adulta.

Possiamo denunciarlo, picchiarlo, torturarlo a morte, se ci fa piacere. Non immaginare che un uomo simile debba avere un significato….mi sembra una creazione accidentale, …Voglio dire: un significato l’avrà anche lui, ma vago, vaghissimo, come un verme o una pietra sulla strada, di cui non sappiamo se li lasceremo stare o li calpesteremo...Più oltre: …E Törless sentì d’essere perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minuscolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente.Quando qualcuno, cui aveva raccontato la storia della sua adolescenza, gli chiese se non provava vergogna, a volte di quei ricordi, Törless, con un sorriso rispose: Non nego, certo che si trattò di un episodio degradante. E con questo? Pass . Ma qualcosa era rimasto per sempre: una piccola dose di veleno, per togliere all’anima una salute troppo tranquilla e sicura, dandogliene un’altra più sottile, acuta e comprensiva. E, verso l’epilogo una scena assai poco edificante: …Risate oscene, battute sconce divampano fuori della massa. …Un altro ragazzo contro cui era andato a urtare, lo ributta indietro, tra scherzoso e arrabbiato. Un terzo lo spinge ancora avanti. Ed ecco, Basini, nudo, la bocca spalancata dal terrore, vorticare per l’aula come una palla, tra le risa, le grida insultanti, i colpi di tutti…cade sulle ginocchia che cominciano a sanguinare, e finalmente, coperto di polvere e sangue, gli occhi vitrei, pieni di terrore animale, crolla sul pavimento, mentre il silenzio si ristabilisce improvviso e tutti gli si accalcano intorno, a guardarlo…Alzi la mano chi non è stato vitima o spettatore di episodi di bullismo, anche se non così cruento. In una certa misura e sotto certi aspetti, soprattutto durante la scuola, saper difendersi e prendere le distanze dal bullismo aiuta a capire come sarà il mondo dopo. Entro certi limiti, si intende; a scuola ricordo ancora certo miei forzuti compagni che usavano la loro forza per esprimersi o per farsi valere, la maggior parte di noi li snobbava, li sopportava, non riuscivamo a farne un dramma. Davano fastidio e basta. Da sempre c è il bullismo, secondo me, ma nell’opera di Musil è reiterato nel tempo, con umiliazioni, ricatto, scherno, minacce e torture. Non e più bullismo che, secondo me, è inestirpabile, ma violenza vera, con tappe via via crescenti verso il crimine. La vittima è un oggetto da esperimento, sul quale sfogare istinti sadici e libidine, anche in questo modo si comincia a esercitare il potere. I due carnefici assaporano sotto la buccia il gusto dell’odio, son tipi da riformatorio, insomma. Nel crepuscolo di quelle scene, nell’attesa di nuove torture e umiliazioni, protetti dal severo ambiente del collegio si alleva un mostro non ancora consapevole. Il desiderio di sopraffare con violenza, umiliazione e ricatto sono alla base della psicologia nazista. Non ci sarà da attendere molti anni prima che quei semi diventino virgulti e poi che la malapianta cresca dando frutti avvelenati, che tutti conosciamo e che si chiama dittatura.

l’amore bussava al cuore di Liza?

Non sarà un capolavoro la prima opera del giovane medico ostetrico William Somerset Maugham, ma il racconto colpisce nel segno ed emoziona. LIZA DI LAMBETH diventò famoso tra i critici e i lettori, e la prima edizione fu esaurita in poche settimane. Questo convinse Maugham, che aveva appena completato gli studi di medicina, ad abbandonare la carriera di medico e ad abbracciare quella di scrittore, che sarebbe durata 65 anni. Del suo esordio in letteratura in seguito Maugham disse: “La presi come un’anatra prende l’acqua” questo si legge su Wikipedia. Potrebbe essere la vicenda di una tragedia greca, o il tema di un’opera di Vittorio Alfieri e invece tutto si stempera e si degrada, corrompendosi negli squallidi vicoli di una Londra plebea, sordida, proletaria ed esecrabile, (gli uomini ubriachi fradici prendono regolarmente a botte le loro mogli ingravidandole che è un piacere, solo chi ha dieci figli può definirsi Britanno! si legge nell’opera.) I parenti letterari di Maugham per questo specifico soggetto sono Dickens e London col suo IL POPOLO DELL’ABISSO tanto per amore di chiarezza. Ma c’è una cosa che non si corrompe in questa vicenda, anzi, più di una. È l’amore, l’ingenuità e il fatalismo, il cedere all’invincibile forza del sentimento e dell’attrazione, costi quello che costi, anche se l’aborto e la morte sono in agguato in un vicolo e su un misero letto. E pensare che Liza era solo una bella e allegra ragazza che scorrazzava per via rallegrando tutti. “Vedevo come le persone muoiono. Vedevo come sopportavano il dolore. Vedevo come sono la speranza, la paura e il sollievo…” scrive Maugham, osservando quanto la sofferenza corrode i valori umani, quanto la malattia amareggia e inasprisce le persone. Liza, allegra, adorabile, invidiata fanciulla in una cupa e desolante periferia metropolitana rimane uguale a se stessa, sfidando, timorosa e inconsapevole (?) il suo destino, infrangendo le regole morali della comunità. Naturalismo e verismo in primis, ma non solo quello. Anche in questo caso, come nell’amore sfortunato e maledetto di Ethan Frome l’amore trionfa seppur con esiti letali.

Liza si mette contro il mondo, si vergogna, si dispera, soffre, matura, diventa donna e infine soccombe durante una zuffa da strada con la moglie dell’uomo di cui Liza si è innamorata, contraccambiata, pagando un conto spropositato. La sua grandezza risiede nell’aver ceduto all’amore proibito che bussava alla sua porta. Tragedia di ascendenza antica ma sempre attuale. La vediamo, cinta dalle possenti braccia di Jim, Liza, anche lui vittima, lo sposo fedifrago che corre dietro alle sottane di Liza per farla sua. Lei si assopisce al sicuro, fra le sue braccia, felice, dimentica, protetta anche quando la stagione sconsiglia di rimanere abbracciati su una panchina, baciando con trasporto il suo Lui. Egli la ama sinceramente, Jim, lo sposato e padre di numerosa prole, rovinandola per sempre. Sino alla morte e alla condanna morale di entrambe. In questa vicenda truce e cupa l’amore di Liza vola come un uccello inviolato, limpido, imprendibile sopra le miserie di un slum degradato. Liza muore ma resta il suo ricordo negli abitanti di Vere street che non la vedranno più correre come un monello e giocare coi ragazzi della strada e ridere a crepapelle con loro, raccattando e lanciando palle. Liza insultata, sbeffeggiata, offesa sino alla morte che avviene sul suo misero letto, a seguito di un aborto spontaneo, “vegliata” (ma è solo un eufemismo) dalla madre, etilica cronica, che curerà la figlia con qualche goccetto salutare di aquavite. Il dialogo fra una levatrice vicina di casa e la madre veste un crudele pragmatismo e procura le vertigini: “L’avete assicurata, signora Kemp? (la madre) ” domanda la levatrice…”Oh, fidatevi di me, per questo” rispose la vecchia madre. “Ho preso un’assicurazione su di lei dal giorno che è nata. Proprio l’altro giorno dicevo a me stessa che tutto quel denaro era stato sprecato, ma voi vedete che non lo era; non si sa mai la propria fortuna, vedete…Qualunque cosa voi facciate quando sono vivi-e tutti sappiamo come i figli procurino qualche volta dei guai- si deve far loro un buon funerale quando son morti. Questo è il mio motto, e ho agito sempre in conformità.” Ma alla fine dell’Ottocento darsi all’uomo che si ama, subendo l’ostracismo e la condanna della comunità non è cosa da poco.

Liza lo fa, ingenua, sprovveduta, cercando invano di evitare una moglie pugile tradita e furiosa, (a buon diritto) in mezzo alla strada, pestata e svergognata come una sgualdrinella qualunque. La grandezza di Liza sta qua, nell’assoluta mancanza di difese e di giustificazione, accettando, contraccambiando e subendo l’amore proibito, senza recriminazione alcuna, come un destino già segnato.