gli uomini erano dei? (2)

Julius Evola mina alle fondamenta l’impalcatura della cultura sociopolitica occidentale degli ultimi duemilacinquecento anni e poi fa esplodere le cariche. Un paesaggio nuovo, esaltante, angoscioso, prende allora a delinearsi sulle macerie della nostra civiltà. Il mondo della Tradizione coi suoi riti, con le gerarchie, con l’impronta inconfondibile di un’ispirazione spirituale superiore. Evola si rifà alle età di Esiodo. Esiodo: dall’età dell’oro all’età del ferro. Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono, quand’egli regnava nel cielo; come dei vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro terre.

Esiodo (VIII secolo a.C.) e le cinque età del mondo
Esiodo, poeta greco, probabile contemporaneo di Omero. Interessante vedere che in “Le opere e i Giorni” ci parla delle cinque età del mondo:
– età dell’Oro: gli uomini vivevano “sempre giovani” e non avevano preoccupazioni di alcun tipo. Siamo ai tempi di Crono;
– età dell’Argento: gli uomini sono governati da Zeus. Per il loro comportamento si estinsero;
– età del Bronzo: è il mondo di uomini violenti che si dedicavano solo alla guerra e si estinsero per la loro stessa stupidità;
– età degli Eroi: è l’età in cui gli Eroi combatterono a Troia e a Tebe;
– età del Ferro: è l’età del mondo di Esiodo ed anche la nostra, e finirà anch’essa, come le precedenti.
Ancora una volta un “antico” ci parla di età del mondo e di come queste si sono susseguite nel tempo… ci parla di guerre e di estinzioni di massa…
Ci parla di un passato remoto e ancora per la gran parte sconosciuto…

Le parole chiave per accedere alle tesi di Evola riguardano la sacralità, il sacerdozio, il culto dei morti, il rito, la gerarchia, gli uomini dei e la regalità dei veri capi, Dio, anche se tale parola ha scarsa corrispondenza col mondo attuale della religione. Evola scrive di qualcosa che trascende la contingenza, immanente, meraviglioso e luminoso e al contempo temibile. Egli rintraccia nelle antiche scritture provenienti dall’India, Grecia, Europa e Sudamerica la presenza di una forza nuda e non condizionabile; non una persona, non un essere, non di deus ma di numen, si tratta. I valori sono quelli delle civiltà scomparse e di antichissime società, (si parla di seicento – ottocento anni avanti Cristo); già allora, scrive Evola, inizia il processo di degenerescenza (dall’età dell’oro all’età del ferro.) Mondi scomparsi fra le pieghe della Storia ispirati ai valori della Tradizione, strutturati in società gerarchicamente organizzate attorno al capo, all’imperatore, al re-sacerdote.
Genuinamente e radicalmente antidemocratico, Evola sostiene che il potere non deve e non può essere né legalizzato né voluto dal basso. Occorre che sia ispirato dall’alto, dal regno della forza trascendente, attingendo in quel sopramondo invisibile, in cui scaturisce l’energia, in cui la pura divinità risiede. A pagina 102 de RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO, si legge:
All’origine di ogni vera civiltà sta un fatto divino. Ad un fatto dello stesso ordine, ma in senso opposto, degenerescente, si deve l’alternarsi e il tramontare delle civiltà. Quando una razza ha perduto il contatto con ciò che solo ha e può fornire stabilità – col mondo dell’essere-; quando in essa è decaduto anche quel che ne è l’elemento più sottile ma, in pari tempo più essenziale, cioè la razza interiore, la razza dello spirito, di fronte alla quale la razza del corpo e dell’anima sono solo manifestazioni e mezzi di espressione- gli organismi collettivi che essa ha formato, ….scendono fatalmente nel mondo della contingenza: sono alla mercé dell’irrazionale, del mutevole, dello storico, di ciò che riceve dal basso e dall’esterno le sue condizioni.

A proposito dell’impero a pagina 121 riporto: Di quelle grandi potenze, sorte dall’ipertrofia del nazionalismo secondo una barbarica volontà di potenza di tipo militaristico o economico a cui si è continuato a dare il nome di imperi- vale appena parlare. Sia ripetuto che un Impero è tale solo in virtù di valori superiori ai quali una determinata razza si è innalzata.
Nei riguardi del lavoro moderno, a pagina 153: Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico…. nelle masse degli schiavi moderni le forze oscure della sovversione mondiale hanno trovato un facile, ottuso strumento pel perseguimento dei loro scopi. Nei campi di lavoro noi vediamo usato metodicamente, satanicamente l’asservimento fisico e morale dell’uomo ai fini di una collettivizzazione e dello sradicamento di ogni valore della personalità…

A proposito della guerra, a pagina 172: Che milioni e milioni di uomini, strappati in massa ad occupazioni e vocazioni del tutto estranee a quella del guerriero, fatti letteralmente, come si dice nel gergo tecnico militare, materiale umano, muoiano in simili vicende-questa sì che è cosa santa e degna del punto attuale del progresso della civiltà…

Sull’America, a pagina 391: L’America ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse. Essa ha dato luogo ad una grandiosità senz’anima di natura puramente tecnico-collettiva, priva di ogni sfondo di trascendenza e di ogni luce di interiorità e di vera spiritualità……

mentre a pagina 395 continua: Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono stati pagati col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione a oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità. Al luogo del tipo dell’antico artigiano, pel quale ogni mestiere era un’arte ….si ha un’orda di paria che assiste stupidamente dei meccanismi…..Qui Stalin e Ford si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…E tutto in America concorre a questo scopo: conformismo nei termini di un matter-of-fact, likemindedness, è la parola d’ordine, su tutti i piani…..
E ancora a pagina 398 leggo: E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli d’acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta.

L’imbarazzo nella scelta di brani che mi hanno particolarmente colpito è grande, avrei voluto inserire altre decine di passaggi significativi, ma tanto vale consigliare l’acquisto di questo libro indigesto e illuminante.

Voglio gettare, per concludere, un sasso nello stagno asfittico della cultura italica contemporanea. La figura di Evola non deve più appartenere a schieramenti ideologici o a fazioni politiche. La profondità e complessità del suo pensiero, l’onestà intellettuale dello studioso, l’originalità delle sue tesi rivoluzionarie impongono che la sua opera così articolata e, per certi versi, ascetica, divenga materiale di dibattito e di ricerca, uscendo dalle secche di interpretazioni univoche o partigiane. Julius Evola, l’anti D’Annunzio appartiene alla cultura europea; ed è al centro dell’Europa che deve tornare, a rianimare un dibattito sui valori e sulle prospettive della nostra civiltà (se prospettive rimangono). Sarebbe, fra le altre cose, una bella dimostrazione di forza e saldezza dei nostri sistemi democratici, da lui così tanto osteggiati. Delle sue tesi una cosa sicuramente non riesco a condividere ed è la sua opinione a proposito del jazz. Io lo apprezzo, lui no.

l'orrore puro si chiamava Lovecraft? (2)

Aveva lasciato credere a sua moglie di averle concesso il divorzio.  Ma lo scioglimento del legame non fu mai formalizzato legalmente, sebbene lo scrittore le avesse assicurato che le pratiche erano state presentate, non firmò mai il decreto finale. Una “stranezza” di Lovecraft, fra le tante, come quella di aver sposato Sonja Simonovna Šafirkin  un’ebrea brillante e imprenditrice di successo, di origine ucraina, nonostante i sentimenti dichiaratamente antisemiti dello scrittore. Tralascio le vicissitudini casalinghe di Lovecraft per tornare al nocciolo della sua arte. A questo proposito non ha osato tanto nemmeno Edgar Allan Poe, capostipite e maestro indiscusso dell’horror, suggerendo e inducendo angoscia e incubo, ma rispettando certi limiti. Lovecraft, al contrario, osa l’inosabile non rispettando alcun limite (anche se azzardato il riferimento mi viene in mente il marchese De Sade che di limiti proprio non sa che farsene.) Soggetti, odori, situazioni, ambienti e pensieri non lasciano dubbi, non potrebbero essere piú espliciti, e spesso rivoltanti, egli abbatte le pareti che isolano in zona off limits dannazione, necrofilia, perdizione e insania mentale. Li rende soggetto dei suoi lavori. Cala sul tavolo della narrazione carte estreme, delineando spesso situazioni e propensioni che rimandano al patologico. Alcuni suoi racconti potrebbero rientrare a buon titolo in una raccolta di casi clinici. Lovecraft inoltre è i suoi personaggi, Lovecraft esorcizza il suo demone facendolo rivivere nelle sue pagine, ora è un nobile ufficiale tedesco superstite che sta colando a picco col suo sommergibile, ora l’ultimo discendente di una stirpe maledetta che rimira con gioia golosa la bara in cui desidera calarsi, ora il becchino che sale su una pila di bare che si sfasciano sotto il suo peso, ora il necrofilo che ama stringere a sé cadaveri nudi e fetidi, (cosí scrive lui stesso) ora il demone che si cela nel lupo zoppicante che assale improvvidi visitatori nella casa del bosco. Storie manifestamente speculari all’insofferenza di Lovecraft per il quotidiano, il “normale”, per l’insopportabile opacitá che riveste le cose e gli uomini ordinari; infatti scrive nella prima pagina del racconto LA TOMBA:…. È una vera sciagura che la gran massa dell’umanitá possegga una visione mentale troppo ristretta per valutare con obiettivitá e intelligenza quei rari e particolari fenomeni -visti e percepiti esclusivamente da una minoranza di individui psicologicamente sensibili-che trascendono l’esperienza ordinaria. Gli uomini di piú vasto intelletto ben sanno che non esiste una netta distinzione tra il reale e l’irreale, e che tutte le cose devono la loro apparenza soltanto ai fallaci mezzi mentali e psichici di cui l’individuo è dotato, attraverso i quali prende coscenza del mondo. Il prosaico materialismo della maggioranza condanna invece quei lampi di una visione superiore che penetrano il velo comune dell’ovvio empirismo, classificandoli come manifestazioni di follia.

Mi chiamo Jervas Dudley e, fin dalla primissima infanzia, sono stato un sognatore e un visonario. Lovecraft dirá in seguito: «Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.» Ovvero traspare una lucida non accettazione della banalitá del quotidiano e il desiderio timore-orrore di aprirsi a quell’abisso cosmico in cui si annidano impensabili insidie per gli umani. Di rilievo la nota in calce a LA TOMBA (pubblicata da Tascabili economici Newton) che aggiunge: Il protagonista, Jervas Dudley, è il primo degli avatar letterari nei quali Lovecraft fotocopierá ossessivamente la propria stessa figura di estraneo al mondo triviale, antiestetico, stolidamente noioso dell’esistenza comune.

All’inizio dello stesso racconto un verso di Virgilio: Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora. Caratteristica riscontrabile in personaggi e situazioni delle sue molte opere: la creazione di “assurditá” verosimili; ovvero la trasposizione sulle pagine di incubi e ossessioni genuine, proprio questa è la chiave per interpretare e amare le opere di Lovecraft. La non finzione, la sinceritá dell’incubo verace messa su carta. Qualsiasi altro narratore, rivelando temi e argomenti simili, alla base della sua narrazione, correrebbe il rischio di apparire esagerato, enfatico e per questo non credibile.
Molti biografi hanno attribuito a Lovecraft tratti del disturbo schizoide di personalità o della sindrome di Asperger. 

c’era la fantascienza?

Nostra sorella Wikipedia scrive: La data di nascita della fantascienza è convenzionalmente indicata al 5 aprile del 1926, quando uscì negli Stati Uniti la prima rivista di fantascienza, Amazing Stories, diretta da Hugo Gernsback, ma al genere possono essere ascritte numerose opere precedenti, dal Frankenstein di Mary Shelley ai romanzi di Jules Verne e H. G. Wells. Quella di cui ti voglio accennare io è una storia flash, quasi un sottotitolo di un racconto che presumibilmente avrebbe potuto essere molto piú lungo. È una storia che ti lascia senza fiato, ma non solo. Riserva una sorpresa finale che ti lascia a bocca aperta. Un racconto di una pagina scarsa può entrare nella storia della letteratura, diventando un classico della narrativa? Certo che può. È LA SENTINELLA. Ogni volta che la leggiamo proviamo un brivido lungo la schiena. Storia lampo, che lascia attoniti, capace di trasferire sentimenti umani allo strano soldato preda dell’ansia. Il quale rivive per noi, in modo speculare, la sua lunga attesa in una terra desolata, ai margini della galassia. Due righe finali svelano la realtà rivelando nello stesso tempo la nostra condizione umana.

Lo strano soldato potrebbe essere un nostro combattente in una trincea della Prima Guerra mondiale. Uno che prova ansia, che soffre come tanti fantaccini spediti a sorvegliare il nemico, freddo, paura, uno come noi, insomma, psicologicamente simile all’umano. Soffre lo stesso stress dell’attesa di un nemico spietato e invisibile. E quindi:
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più…

Non voglio privarti della sbalorditiva sorpresa. Molti di voi già sapranno di cosa sto parlando. Tratto dall’ormai mitica edizione pubblicata da Einaudi. Le Meraviglie del Possibile – Antologia della Fantascienza a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero.
Il racconto fa parte, insieme a molti altri (tutti per diversi motivi eccezionali) scritti da diversi autori, di un unicum narrativo di grande rilievo che ancora oggi colpisce e ci fa riflettere per la sua carica dirompente, e coinvolgente, gli interrogativi sul nostro presente futuro e l’attinenza al quotidiano (per certi versi ancora piú fantastico del mondo ritratto della fantascienza tradizionale).
La fantascienza è il nostro presente. La fantascienza siamo noi, il vicino di casa, la vecchietta con le scarpe viola, la banalitá della nostra vita “insidiosamente e supinamente tecnologica” corrente, alla quale ci siamo assuefatti; il rapporto osmotico fra la nostra vita tradizionale e una possibile futuribile, attuale, o parallela diventa cosí evidente da risultare quasi banale, perché ovvio. Voglio metterti sul gusto senza svelarti come va a finire. Il brevissimo racconto flash di Frederic Brown comincia cosí:
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato.
Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super armi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. C’è anche un’edizione economica…si fa per dire.

Domanda: quando la fantascienza verrá introdotta nelle scuole come materia di insegnamento? Occorrerebbe prepararsi per il futuro, o, forse, per il passato. Lovecraft nel suo LE MONTAGNE DELLA FOLLIA, insegna.

ti faceva venire i brividi?

EDGAR ALLAN POE
” Mi hanno chiamato folle…” ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale (da “Eleonora”, 1841)
Nella mia infanzia mostrai di avere ereditato questi caratteri di famiglia; discendo da una razza che si è sempre distinta per immaginazione e temperamento facilmente eccitabile» «Mia cara mamma, sono stato tanto malato, ho avuto il colera, o le convulsioni, certo qualcosa di ugualmente brutto. La gioia di vederti ci compenserà quasi dei nostri dolori. Possiamo almeno morire insieme… Inutile discutere con me ora; bisogna ch’io muoia».
Ti fissa in modo indefinibile, fanciullesco eppure profondo, la faccia asimmetrica, un sopracciglio più basso dell’altro. I baffi disallineati.

L’espressione assorta e depressa, come di chi ha in animo di chiedere consiglio, conforto. Il grande malinconico, alcolizzato per necessità, quel genio febbrile che si chiama Edgar Allan Poe, inventore di un nuovo genere letterario che trasforma e introduce il macabro nella sfera del quotidiano rendendolo quindi altamente probabile. Ma non è dell’opera che voglio parlare. È il personaggio che mi interessa. I pettegolezzi, le manie, la sua assillante richiesta di danaro, le emozioni che gli procura la morte. Ho il suo Epistolario edito da Longanesi nel 1955, raccolto da John Ward Ostrom con la densa prefazione di Henry Furst; così scopriamo subito cose davvero interessanti. A cominciare dalle primissime righe della prefazione: Tutto nella vita di questo poeta è difficile e oscuro; Edgar Allan Poe mentiva come un persiano: non per uno scopo preciso, ma così, a vuoto, per il gusto di mentire o forse nemmeno per quello: così come si respira. Giovanissimo, si invaghì di Elena Stannard, madre di un suo compagno di studi.

Inconsolabile per la precoce morte della donna, dalle lettere si desume che per parecchi mesi si recò solo, di notte, anche sotto la pioggia, a piangere disperatamente sulla tomba di lei. In una lettera dell’11 settembre 1835 scritta a Kennedy, uno dei pochi suoi ammiratori, si legge: Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino ad ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile. “Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che, se prolungata, mi rovinerà.” Solo per il desiderio di sottrarmi alla tortura dei miei ricordi ho messo in pericolo la mia vita e non per un desiderio di piacere. L’estrema povertà in cui viveva, lo costrinse addirittura ad usare le lenzuola del corredo matrimoniale (portate in dote dalla sposa) come sudario per la moglie stessa. Chiede danaro, amicizia, favori, cibo e impieghi di lavoro. Lui, il genio delle tenebre. Rifiuta inviti a pranzo chiedendo in prestito al suo stesso ospite 20 dollari per potersi presumibilmente abbigliare con decenza onde accettare il suo invito. Si fa cacciare da West Point per insubordinazione. «Sono abbandonato interamente alle mie risorse, senza professione e con pochissimi amici. Peggio di tutto sono senza un soldo» scrive a John P. Kennedy nel novembre del 1834. Da Richmond scrive ancora a John P. Kennedy a proposito di una nuova casa:
“…vi sarei assai obbligato se poteste prestarmi la somma di cento dollari per sei mesi, sarei così in condizione di far onore alla cambiale che matura fra tre mesi.” E ancora: “mi trovo nella più dura necessità non avendo toccato cibo da ieri mattina. Non ho un posto dove dormire la notte, girovago per le strade. ” Soldi appunto, non si fa scrupolo di chiederli ad amici e parenti. Scrivendo a Frederich Thomas: “Nemmeno il diavolo in persona è stato così povero. Dì a Dow da parte mia che non ho mai avuto la possibilità di rimborsarlo.” E scrivendo a John Allan: Aiuti pecuniari io non ne chiedo a meno che non vengano dalla sua decisione libera e imparziale. Ancora scrivendo al padre adottivo: Se desidera dimenticare che sono stato suo figlio, io sono troppo orgoglioso per rammentarglielo nuovamente, padre mio non mi respinga come un essere degradato, sarò doppiamente ambizioso, e il mondo sentirà parlare del figlio che lei ha ritenuto indegno della sua attenzione; anche a questa lettera Allan non risponde. Chiede al primo che conosce un prestito di cinque dollari che basteranno a salvare la sua vita. Vita sventurata, se si pensa che, a ventisette anni sposa la cugina tredicenne che muore a 25 anni. La morte di Virginia Clemm lo angoscia mortalmente: «Ogni volta subii tutti gli strazi della sua morte e a ogni ritorno del male l’amavo sempre di più e mi afferravo alla sua vita con ostinazione sempre più disperata. Diventai pazzo con lunghi intervalli di orribile lucidità.» Così scrive da New York il 4 gennaio 1848 a George Eveleth chiedendo nelle tre righe finali della stessa lettera aiuto economico. “Fra tutti gli argomenti melanconici, qual è, secondo il concetto universale dell’umanità, il più melanconico? ” La Morte – fu l’ovvia risposta. “E quando è più poetico questo argomento, fra tutti il più melanconico?”. Dopo quanto ho già abbondantemente spiegato, la risposta fu ovvia: “Quando è più strettamente congiunto alla Bellezza, dunque la morte d’una bella donna è il tema più poetico del mondo e le labbra più adatte a tale argomento sono quelle di un amante orbato dell’amata». Dalla “Filosofia della composizione” di E. A. Poe.

Ma accanto alla acutezza dei suoi pensieri e alla percezione degli spiriti che cavalcavano l’uragano, non visti da nessuno se non da lui, e le profonde creazioni metafisiche che si libravano attraverso le camerate della sua anima, erano la sua unica ricchezza (dall’introduzione di Henry Furst all’Epistolario) ecco di nuovo l’assillo avvilente, la solita reiterata richiesta. Scrivendo a Charles Astor  Bristed leggiamo: «Mi perdonerete, dunque, se vi chiedo di prestarmi  il denaro per andare a Richmond?…mia suocera vi spiegherà in quale condizione mi trovo»  Un mendicante patetico, un ubriacone, proprio lui, il grandissimo poeta visionario, invocato da Baudelaire, il finissimo psicologo, l’investigatore degli abissi dell’anima, per tutta la sua vita vide qualcun altro, infinitamente inferiore al suo genio, arrivare prima di lui per rubargli l’ammirazione della folla e la riuscita nella vita.

Julius Evola si rivoltava contro la modernità? (1)

JULIUS  EVOLA     RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO
La Tradizione, il Rito, la Casta.
Sapevo di introdurmi in un ginepraio ma non immaginavo che il ginepraio si sarebbe trasformato in una foresta inestricabile dalla quale è quasi impossibile uscire, per via della complessitá dei temi e delle implicazioni delle sue opere. Le sue tesi sono infatti rivoluzionarie. Matematico, Dadaista, pittore, quasi ingegnere, fascista critico verso il regime e privo di tessera del partito, esoterista, filosofo e altro ancora. Ho pubblicato questo post dieci anni fa e continuo a modificarlo, perché la sua figura e i temi a lui collegati sollevano ancora oggi interrogativi, dubbi, contestazioni a non finire e, soprattutto, un interesse destinato a crescere. Qualcuno ricorda anche come Umberto Eco non perdesse occasione di attaccarlo e denigrarlo a piú riprese e senza remore durante la Fiera internazionale tedesca del libro. Affascinato dall’ampiezza e profondità del suo pensiero e per i risultati di uno scandaglio analitico che fruga nel mito, nei riti, nei simboli e nell’aldilà ripubblico il post modificato. Aderí alle ideologie del Fascismo e del Nazismo, dai quali comunque prese le distanze e dai cui organi di controllo venne strettamente sorvegliato perché fortemete critico nei loro confronti. Affascina il modo in cui conduce le sue analisi sugli ultimi duemilacinquecento anni di storia occidentale. Sto parlando di Giulio Cesare Andrea Evola, e delle sue tesi rivoluzionarie che pongono in cima alle sue riflessioni i valori della Tradizione.

Non ho avuto modo di conoscerlo; gli avrei sottoposto alcune perplessità, e invece ho potuto apprezzare alcune sue opere attraverso l’appassionata disamina del mio amico e mentore, conte Aldo di Ricaldone, autore di opere fondamentali sulla storia del Monferrato.
Antibolscevico, anticapitalista, antiborghese, e infine critico verso i regimi totalitari; «non ci s’illuda: il fascismo non fa che proclamare tali valori (valori di gerarchia) ma di fatto mantiene una quantità di elementi democratici e borghesi da far paura. Che cosa sia la guerra, la guerra voluta in sé come un valore superiore sia al vincere che al perdere come quella via eroica e sacra di realizzazione spirituale che nella Bhagavadgita si trova esaltata dal dio Krishna, che cosa sia una tale guerra non lo sanno più questi formidabili “attivisti” di Europa che n1on conoscono guerrieri ma soltanto soldati e che una guerricciola è bastata per terrorizzare e per far tornare alla retorica dell’umanitarismo e del patetismo quando non ancora peggio a quella del nazionalismo fanfarone e del dannunzianesimo. La misura della libertà è la potenza: non dovrà essere più l’idea a dar valore e potere all’individuo ma l’individuo a dar valore, potere, giustificazione a un’idea. Volere la libertà è tutt’uno che volere l’impero». Così scriveva. Idee da non prendersi alla leggera.
Fascismo e Nazismo che pure lo avevano apprezzato, erano rei, secondo lui, di non avere saputo perseguire i veri valori fondanti l’Impero, incapaci di ricercare e coltivare l’ispirazione divina e la spiritualità primeva tipica dei veri re nel governo dei popoli.

Un pensatore inquietante e, aggiungo: necessario, assolutamente moderno, che getta la sua lunga ombra sul nostro presente. Autore di un’opera densa e articolata, gran parte ancora da interpretare a fondo, messo all’indice e osteggiato dalla sinistra europea per le sue idee. Ma è venuto il tempo di distinguere, di discernere, di estrapolare quanto di valido e inedito c’è nel suo pensiero, verificandone dinamicamente la presa sulla società contemporanea. Le sue idee fanno discutere, affascinano per la loro profondità, per la lucidità e chiarezza esplicativa. Dagli Egizi, agli Iranici, dall’Impero Romano agli dei indù, dall’Olimpo greco al conflitto medievale fra Papi e imperatori …ma vediamo di andare per ordine.
Poeta, pittore dadaista e filosofo tradizionalista. Evola si espresse in pittura, aderendo alle tendenze artistiche più moderne. Conobbe Tristan Tzara e fu esponente di spicco del Dadaismo in Italia. Nell’ambito della poesia entrò in contatto con Gottfried Benn e Filippo Tommaso Marinetti quindi fu attratto dal Futurismo. Malgrado i suoi contatti con l’ambiente futurista romano pare che Marinetti, dopo aver letto un suo scritto dicesse: Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese. Nel 1917 partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale di artiglieria.
Fondò la rivista La Torre, difendendo princìpi sovra politici e quindi invisa al regime fascista: Evola fu costretto a farsi proteggere da una guardia del corpo …Ma lasciamo ai numerosissimi siti internazionali e italiani le note biografiche e i punti salienti del suo pensiero.

Ho scrutato dentro la sua opera più cospicua e famosa, per rintracciare i motivi dell’ostracismo intellettuale che dovette subire e che ancora in larga parte oggi va soggetta la sua reputazione. Solo dopo aver riletto RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO scrivo.  Ma ogni volta che apro le sue pagine sento il bisogno di riflettere. L’esposizione delle sue tesi si fonda sui testi sacri appartenenti alla storia dell’intera umanità. Tentare di applicare anche solo in parte alcune delle sue teorie alla nostra epoca ci costringe a riflessioni di sconcertante attualità e a constatazioni angoscianti. Una lettura impegnativa ma appassionante e molto utile, anche se non facile. Sarà opportuno un secondo post perché uno solo risulta insufficiente a parlare delle sue idee.

l'orrore puro si chiamava Lovecraft?

Quando The LOVED DEAD apparve con la firma di C.M. Eddy, sul numero di maggio- giugno-luglio 1924 di Weird Tales, la rivista venne pesantemente criticata, e, in certe zone degli Stati Uniti, tolta dalle edicole: l’urtante tema necrofilo del racconto aveva infatti ferito la sensibilitá dei benpensanti. Si legge in una nota del bel libretto pubblicato nella collana I TASCABILI NEWTON COMPTON. Tre evviva per questa casa editrice che al costo di un caffè mi faceva conoscere l’autore americano. Tornando alla nota: io non amo i benpensanti, diciamo che mi sono indifferenti, di solito fanno rima con retrivo, codino, reazionario, peró, in questo caso, magari qualche striminzita ragione ce l’hanno. Devi essere di stomaco molto forte per leggere I CARI ESTINTI di Howard Phillips Lovecraft che le immagini ritraggono con la faccia lunga, cavallina, con una espressione indecifrabile stampata in viso. Presentando il volume TUTTI I ROMANZI E RACCONTI la stessa casa editrice scrive: Il terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard R. Lovecraft è raccolto in queste pagine.

Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L’uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la dimensione dell’essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l’unico modo per esorcizzarli. Incubi, sogni e miti creati da un maestro dell’orrore e del fantasy per turbare le notti dei lettori. In questo volume è presentata tutta la produzione del “solitario di Providence”, compresi capolavori famosi che ancora oggi ispirano scrittori e sceneggiatori, come “Le montagne della follia”, “Lo strano caso di Charles Dexter Ward”, “L’orrore di Dunwich”, “La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath”.
Pensavo che dopo aver letto LE HORLA di quel maestro che si chiama GUY DE MAUPASSANT, non potessero esistere orrori ulteriori, e invece sí, essi esistono, sotto altre configurazioni. Lovecraft ce li spiattella sulle sue pagine, nella loro inumana crudezza, nella loro (ahimé) possibilitá di attuazione, emendando poi il protagonista come nel caso di questo racconto con un gesto insano e risolutore. Orrore dell’ignoto, il corollario di defunti, bare, fosse, cimiteri, sono riscontrabili in certi eccezionali racconti dello scrittore americano. Dove l’arte della narrazione fa tuttuno con la cronaca di incubi intollerabili, di terrori innominabili, con esistenze senza luce, destinate ad abortire la vita che li rifiuta e che essi rifiutano. Un esempio, fra i moltissimi: Mi insediai nella camera ardente in cui giaceva mia madre con l’anima assetata del nettare diabolico che pareva saturare l’aria buia. Ogni respiro mi rafforzava , mi sollevava ad altezze inaudite di soddisfazione e d’estasi.

Scomodare Freud e Jung mi sembra il minimo da farsi. Non credo che vi azzardiate a consigliare la lettura di certi suoi racconti quando scrive:..Sapevo inoltre che, per una strana maledizione diabolica, la mia vita attingeva dai morti la sua forza; che nel mio essere qualcosa di singolare reagiva solo alla tremenda presenza di un cadavere. Ma LOVECRAFT va oltre dicendo: il signor Gresham arrivó prima del solito e mi trovó sdraiato su un freddo tavolo mortuario, immerso in un sonno pesante da vampiro. Le braccia strette attorno al corpo nudo e rigido di un cadavere ormai fetido. Il titolare delle pompe funebri mi destó da sogni lascivi…Penso che tu abbia fantasia sufficiente, come me, per capire cosa ci faceva coi cadaveri.
Scrive nostra sorella Wikipedia il 4, 1 – 2016 : Il timore dell’ignoto e dell’inconscibile pervade i lavori di Lovecraft, cosí come la nera depressione pervadeva i lavori di Edgar Allan Poe… Lovecraft temeva che questo significasse che anch’egli fosse mentalmente instabile. Un timore che permea il suo lavoro, con maledizioni ancestrali e sconosciute ereditá condannanti i suoi protagonisti.

Sarei crollato se non se non avessi potuto provare di nuovo l’ebbrezza che soltanto la vicinanza dei defunti poteva darmi… Ti risparmio la fine di questo afasica, ipnotica narrazione, scritta da un condannato.
Scrive Salvatore Liguori: C’è una cosa che non vi abbiamo detto: in molte delle lettere che scambiava con altri amici autori, Lovecraft dichiarò che si era ispirato per le sue storie ai propri incubi. Infatti la figura dell’artista o dell’intellettuale che per via della sua naturale empatia riusciva a entrare in connessione con le realtà dell’orrore cosmico, e quindi impazzire, è molto comune. E questo ci lascia con un dubbio…Se fosse tutto vero? “Ya Ya Cthulhu Fhtang!”
Una riflessione la voglio ancora fare pensando anche che Lovecraft meriti altri post: All’ombra costante dell’angoscia, col timore di essere afflitto da malattie mentali sempre in agguato, sicuramente instabile dal punto di vista psico emotivo, Lovecraft scrive i suoi capolavori, come De Maupassant, come Poe, indagando nel mondo dell’incubo, rivitalizzando quelle lamie che egli temeva volessero annientarlo, materializzando, per tentare l’esorcismo, angosce e incubi, in compagnia di lutto, orrore, demoni e morte. La “malattia” di questi autori si fa grande arte, si fa premonizione e annuncio della nostra epoca di disvalori e caos. Il loro “male” fa rima con angoscia cosmica, smarrimento davanti al vuoto del creato, alta letteratura e consapevolezza. Del resto fu proprio Poe a scrivere in Eleonora, 1841: «Mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia sia o non sia la più elevata forma d’intelligenza, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non derivi da una malattia del pensiero, da umori esaltati della mente a spese dell’intelletto generale.»

c’era la plastica?

Anno 2250
Ti ricordi quando tutto era di plastica, anche il fegato di delfini e salmoni e anche i fondali del mare era costituito di quel materiale? Ti ricordi di quando avevano installato la prima barriera di corallo in plastica al largo della Sardegna? Un successo! Per far vedere com’era una volta e incrementare il numero di turisti che volevano fare immersione e vedere nuove meraviglie sul fondo. Nessuno più andava sul mar Rosso in vacanza. E anche l’acqua degli oceani era fatta di plastica che si disgregava sotto il sole e col movimento dell’onda, producendo un pantano galleggiante che calmava le onde.

Oggi la plastica è un prodotto d’antiquariato industriale. Un reperto, quasi un fossile che un tempo dicevano avvelenasse il nostro cibo e insozzasse le coste dove andavamo a fare il bagno. Esagerazioni! Bastava scegliere un’altra spiaggia meno inquinata. Anche se era molto difficile trovarla. Ma non tutti erano d’accordo, con la plastica si poteva benissimo convivere. E ci furono movimenti d’opinione di opposta tendenza. Dopo le numerose rivoluzioni contro il suo uso indiscriminato e la drastica decisone di bandirla per sempre dalla faccia della terra oggi la si può trovare in qualche museo. E di quando foche e tartarughe, tanto per giocare, si infilavano sacchetti in testa, quelle burlone, te ne ricordi?

E di quel pesce che, tanto per provare l’ebbrezza, si era attorcigliato un laccio fra pinna e testa e quell’anitra che aveva fatto scivolare il capo in una bottiglia. Gli umani avevano imparato ad adeguarsi, dovevano farlo anche gli animali, si capisce, loro sono più lenti di comprendonio. E di quando il mondo andava in fibrillazione celebrando il suo fasto creativo per aver inventato plastiche per tutti gli usi immaginabili e non, te ne ricordi? Plastiche indistruttibili, invitanti, belle, solide e colorate e infine commestibili! Plastiche che coprivano i campi, per proteggere le coltivazioni, con reti e teli grandi come campi di calcio…ma forse quelli erano indicate per le discariche; plastiche per andare in barca e giocare a tennis, di plastica erano i soldatini e gli indiani con cui ti trastullavi e i mattoncini colorati per sviluppare le tue doti inventive. Di plastica solubile erano coperti confetti e pasticche. Mica vorremmo contestare il merito a Natta, gloria nazionale, che si era vinto anche il Nobel, tutt’altro. Se ti fossi recato all’uscita di un supermercato ti saresti chiesto come era possibile che la gente sguazzasse nel suo mare pubblico e privato di plastica, con le sue quotidiane razioni di cibo avvolte in involucri trasparenti o colorati, e che se ne cibasse, anche. Ma che male c’era? Lo facevano in tanti, lo facevano tutti, era così pratico e a buon mercato. Perchè un tempo nei paesi più evoluti la plastica la pappavano tranquillamente, bastava sorvolare sui suoi effetti collaterali. Frullata o solubile, in scaglie e granuli. Per nausea e mal di stomaco c’erano certe portentose pasticche di plastica, senza alcun obbligo di pescrizione. In diverse zone della città erano stati installati distributori automatici per pasticche dure e gommose e confetti alla plastica, ce n’erano per tutti i gusti. Non dirmi che non ricordi i primi chewing gum multiaroma, che si arrotolavano sotto la lingua: indistruttibili! Li potevi trovare anche dall’edicolante, erano in bustina e facevani il paio con soldatini e cavallini sempre di plastica. Da poco era stati messi sul mercato. Nei supermercati erano apparsi filetti di manzo fatti in polipropilene atattico, era il 2019, e il gusto era identico a quelli animali. Tutto stava per essere convertito in plastica, anche gli umani. Plastiche monouso, plastiche usa e getta, plastiche per gettoni, bottoni, e plastiche skin per petti di pollo, coglioni di toro e guance di neonati, plastiche per aghi, spaghetti e profiterolles, e bottiglie di plastica, ovviamente! A milioni! Un mare dentro gli oceani, potenza creatrice dell’uomo! Un sollucchero per consumatori esigenti. I nuovi metacrilati e nuovi polietilenglicoli in versione commestibile finivano in tavola, conditi con limone e un goccio d’olio per non alterare il gusto di sogliola o di scaloppina. Chi non ha assaggiato la sogliola polimerizzata al rosmarino, più appetitosa di quella animale? Ti ricordi com’era buona, ce n’erano al gusto di fragola e di pistacchio. Ma quelle erano per i sofisticati. E i vini grignolino e barbaresco, prodotti senza usare le loro uve ma spremendo certe vescicole contenenti metacrilati anionici solubili, reperibili anche nel colorificio sottocasa. Mio cugino aveva messo in piedi un gran commercio di galline di plastica, incellofanate con un rametto di rosmarino o salvia. Un successo che descriveva la lungimiranza di mio cugino. Le massaie ne andavano pazze. Le galline di plastica non sporcavano e crescevano in fretta. E poi non bisognava spennarle, crescevano spennate. Dopo un po’, seguendo il loro orologio biologico programmato da mio cugino crepavano, pronte per essere confezionate. Non le aveva brevettate mio cugino e allora una multinazionale americana gli aveva scippato l’idea. Poi qualcuno ha cominciato ad avanzare dubbi, come spesso accade quando le cose han troppo successo. Protestavano, associazioni di naturalisti, ambientalisti, ecologisti, verdi, amanti della natura a ogni costo e vacanzieri che reclamavano per via della spazzatura di plastica che si accumulava sulle loro spiagge. Cosi la chiamavano, gli ingrati: spazzatura! Dicevano che la plastica inquinava! Che la plastica uccideva la vita nei mari. Ci furono proteste ovunque e anche scontri. Le multinazionali della plastica temevano per i loro profittii e cercavano di proteggerli foraggiando studi di ricercatori antiproibizionisti. Che non bisognava più mangiarla e nemmeno produrla! dicevano certi studi, sicuramente apocrifi di chi non voleva un mondo pacificato dalla plastica. Correva l’anno 2019 e alcuni degli argomenti che gli ecologisti portavano erano questi, qui di seguito elencati, ne abbiamo raccolto alcuni dagli archivi di quegli anni.

270 mila tonnellate, tra 6 mila e 51 miliardi di frammenti. Sono le stime sulla quantita di plastica presente negli oceani e nei mari del mondo, senza scordare laghi i fiumi. Dal Tirreno all’isola di Lombok la plastica incombe.
Le discariche di plastica
La seppia col preservativo
L’agonia delle tartarughe
Le immagini shock
La morte corre sulle spiagge e nei mari, stop alle plastiche monouso
L’orrore corre in rete
L’isola di plastica

Mi sono appena svegliato. Non era il 2250, anno in cui ogni produzione di plastiche è stata ridotta del 90%, ma il 2019. Vorrete scusarmi. L’incubo è tuttora in corso.