Johan August Strindberg scriveva?

Sì, lo so, sono un fanatico dei vecchi libri, te dirai, libracci, libretti ingialliti e dal testo quasi illeggibile. Forse esagero, forse no. Correva l’anno 1966 quando lo hanno pubblicato e qualche anno dopo ho scovato Gli isolani di Hemsö in una bancarella di libri strausati, sotto i portici che stanno dietro via Po, a Torino, lì andavo spesso a bighellonare.

La benemerita casa editrice si chiamava SANSONI (oggi solo un marchio Mondadori) e pubblicava una collana con uscite quattordicinali. Quella si chiamava volontà di fare e diffondere cultura. Ma non farmi divagare. Scoprire Johan August Strindberg attraverso la sua opera Gli isolani di Hemsö è una sorprendente avventura, spesso la critica prende abbagli, ma questa volta no. Mario Gabrieli nella sua introduzione giustamente rileva alcuni aspetti salienti di questo autore che, se non lo conosci, non mancherai di apprezzare, scrivendo fra l’altro: “Il vigore del suo stile è tale che chi legge si sottrae difficilmente all’incanto di quel ritmo fluido e serrato che arieggia l’improvvisazione, alla vivacità di quel narrare, sempre intenso e concreto…” C’è una scena in particolare, strepitosa, fintamente “solo bucolica”, fintamente “solo naturalistica”, che ti farà dire: ma questo è un genio della scrittura, nonché pittore scrittore, entomologo e botanico, chimico fotografo, ovvero un paesaggista, anche se i suoi paesaggi non sono quelli di Claude Monet, e anche fine psicologo. La scena è questa, te la riporto pari pari perché ne vale la pena: “Ebbe così inizio la battaglia: avanti due dozzine di bianche camicie disposte a cuneo come cigni migranti in autunno, falce dietro falce; e quindi, in ordine sparso come una schiera di rondini di mare, capricciosamente scartando deviando ma pur sempre in gruppo, le ragazze coi loro rastrelli, ognuna dietro al suo falciatore. Era un sibilar di falci e l’erba cadeva in fasci; una accanto all’altro giacevano ora i fiori dell’estate che s’erano azzardati a sbocciare fuori del bosco e della macchia: margherite e bruciafave, rose di macchia e borrane, rugiade di sole, garofani di campo, cerfogli, melampiri, cacalie, trifogli e tutte l’erbe e le gramigne del prato; un dolce profumo si spandeva per l’aria come di miele e d’aromi; api e calabroni fuggivano a sciami dinanzi alla schiera micidiale e le talpe si cacciavano nelle viscere della terra sentendo crollare i loro fragili tetti; il serpe impaurito scivolava giù nella fossa e s’infilava in un buco guizzando come una scotta al vento;Finita la prima battaglia al margine del prato, i guerrieri si fermarono appoggiati al manico delle falci a contemplare la devastazione che s’erano lasciati alle spalle….mentre le ragazze s’affrettavano a disporsi in ordine sul nuovo fronte. Ed ecco un nuovo assalto contro il verdeggiante mare dei fiori che ondeggia iridato sotto la crescente brezza mattutina e ora mostra variopinti colori luminosi, quando gli steli più gagliardi e le corolle spuntano fuori dalla molle gramigna ondulante al soffio del vento; ora invece si distende liscio verde come un mare in bonaccia.”

Scusa se mi sono dilungato a esporti questa pagina, autentica perla di letteratura nordica ma ne valeva la pena. Tu dirai: allora è un romazo idillico, bucolico? Tutto fiori e colori, tutto erbe e grato lavoro di giovani falciatori e ragazze con rastrelli?! Niente di tutto questo. Quella lampeggiante e profumata visione è un inganno. I protagonisti di questo vicenda, consumata fra le terre nordiche sono dominati da istinti primordiali, senza luce interiore né tantomeno divina, la legge atavica del possesso e del soddisfare gli istinti, dove gli appetiti sono di basso rango, tutti volti ai piaceri dell’accaparramento di beni e terra, questo impera, e, quando si può, dell’alcova. Abituati a una natura spesso inclemente, al vento, a lastroni di ghiaccio del fiordo, circondati da un mare vita e morte spesso furibondo, sempre insidioso. Un mare minaccioso e onnipresente dentro i cui flutti sparirà la bara di un’avventata sposa, avanti negli anni, che aveva tentato di assecondare le ultime ardite vampate della sua carne, imbastendo un nuovo matrimonio, invano. E il marito? Quel Carlsson che aveva lottato col suo duro lavoro, rimesso in sesto e fatto fruttare la fattoria della vedova e di suo figlio, patito di caccia e pesca. Lo scaltro Carlsson soggetto al richiamo dei sensi ispirati da carni ben più fresche di quelle della moglie. Brutta fine anche per lui.

Una storia di sopravvivenza nella dura e purtuttavia generosa terra nordica ritagliata fra i fiordi svedesi, mentre anche lo sposo, lo scaltro Carlsson ci lascia le penne in una notte di tregenda, come si legge nel libro: “Ma ora Carlsson non aveva più forza di correre. Si perse d’animo, rallentò l’andatura, e avanzò passo passo senza più riuscire a far resistenza, mentre sentiva alle spalle il mare rombante, fremente, ansimante, come se fosse lì soltanto a caccia di una preda notturna…”

non si parlava neppure di disagio psichico?

Come ho scritto nel post del 10 febbraio rivolgo qualche domanda a Daniele Corbo, fedele follower del mio blog e titolare di ORME SVELATE. Le domade riguardano il “disagio psichico” non meglio identificato, ma realtà concreta, allarmante anche per le sue implicazioni e in progressiva espansione, realtà dolorosa e subdola spesso di non facile diagnosi e cura.

Cosa si intende per disagio psichico?
Quali fasce di popolazione colpisce?
Va considerata come una vera malattia o ci sono delle distinzioni? è legata al nostro tipo di vita? alla mancanza di mete o di ideali?
Come si fa a curarla?
Quali sono le cause che la determinano?
Il disagio psichico è connesso a problemi affettivi, familiari, sociali? di disadattamento?
Come si manifesta e con quali sintomi e come si fa a diagnosticarla?
Cinquant’anni fa c’era?
qual’è l’attività di ORME SVELATE.?

Così risponde Daniele Corbo:
Le tue domande meriterebbero una conversazione ampia, ma provo a risponderti in modo sintetico. Il disagio psichico potrebbe essere definito come un malessere che colpisce la mente, la cui origine può essere di diversi tipi. Normalmente si parla di disagio se la persona ha un peggioramento funzionale, personalmente ritengo che anche un dolore emotivo che ti permette di vivere normalmente, ma ti fa soffrire e ti rende emotivamente fragile è un disagio psichico. Colpisce tutte le fasce di età, in maniera trasversale. Sicuramente dipende dallo stile di vita, dall’ambiente, dalla storia individuale. A volte ci sono dei cambiamenti strutturali o funzionali nel cervello, altre volte non lascia tracce ed ha esclusivamente una manifestazione psicologica. Sono sempre esistiti, ma sono in forte aumento ovunque e le cause sono diverse. La principale ritengo che sia la perdita di riferimenti per le persone con una conseguente sensazione di solitudine estrema. Da qui la nascita di ORME SVELATE che prova ad offrire vicinanza alle persone sofferenti. 

CHI SIAMO E COME FARE PER SOSTENERE ORME SVELATE:

Siamo un gruppo di persone variegato, con varie sensibilità, provenienti da diversi mondi professionali. Ciò che ci unisce è soprattutto il desiderio di aiutare chi si trova in una condizione di difficoltà e disagio, permanente o momentanea. La nostra attività si svolge a Parma e provincia ed al momento è quella di ascolto e vicinanza rispetto a coloro che nella loro difficoltà si trovano anche soli moralmente, psicologicamente ed emotivamente. Riceviamo due giorni a settimana e chi vuole può contattarci e prendere un appuntamento per conoscerci e capire se può essere accompagnato da noi verso un percorso che porti a svelare le orme da seguire per raggiungere la serenità. Aspettiamo un dono di condivisione del dolore….

COME AIUTARCI: Anche il minimo aiuto per noi fa la differenza.

Il tuo contributo serve ad alimentare il nostro entusiasmo nell’aiutare chi è invischiato nella rete del dolore e dello stigma del disagio psichico e a cambiare la cultura ancora diffusa di pregiudizio sulla malattia mentale. Attualmente non riusciamo a sostenere i costi per una sede tutta nostra, ma usufruiamo di locali in diverse parrocchie di Parma. Il tuo aiuto ci permetterebbe di avere un punto fisso in cui incontrare chi ha bisogno di noi. La nostra voglia di aiutare concretamente chi soffre, ci porta a coltivare un sogno importante di cui si può leggere al seguente link. Puoi aiutarci donando il tuo contributo usufruendo delle agevolazioni fiscali riservate ai donatori delle Organizzazioni di volontariato:

  • Con bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate;

Le aziende possono sostenere in vari modi Orme Svelate, impegnandosi concretamente nei confronti del supporto a coloro che soffrono, o vedono attorno a se soffrire persone care, di disagio psichico.

Un’azienda può attivare diverse modalità di collaborazione:

  • Collaborazione relativa ad un progetto: l’azienda vuole entrare direttamente nella realizzazione di un progetto senza limitarsi al solo finanziamento;
  • Comunicazione Sociale: diverse le modalità di svolgimento di programmi di questo tipo e spaziano dalla devoluzione percentuale sulle vendite di uno o più prodotti/linee di prodotto, alle attività promozionali in store;
  • Programmi di coinvolgimento dei dipendenti: iniziative di sensibilizzazione all’interno dell’azienda (che spesso sfociano in attività di volontariato aziendale) a vere e proprie raccolte fondi interne (es. pay-roll giving);
  • Donazione su progetto o donazione semplice: scelta di un progetto da sostenere tra quelli in corso oppure il semplice versamento libero, tramite
    bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate

Artemisia fu violentata sulla sponda del letto?

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»
Lo stupratore si chiamava Agostino Tassi. La vittima Artemisia Gentileschi. Lui: ceffo di talento, virtuoso della prospettiva in trompe-l’œil con cui Orazio Gentileschi, padre della vittima, collaborava nel dipingere la loggetta della sala del Casino delle Muse, a palazzo Rospigliosi. Fu proprio lui nel 1611 ad “affidare” la figliola alla guida di Agostino «lo smargiasso» – come era sovente soprannominato il malandrino stupratore, dal carattere iracondo e dalla fedina penale compromessa e pare anche mandante di alcuni omicidi. Ciononostante, il padre di Artemisia aveva grande stima di Agostino, che frequentava assiduamente la sua dimora, felice di iniziare Artemisia alla prospettiva. Come andrà a finire te l’ho appena detto. Artemisia Gentileschi è una delle piu grandi pittici europee. Alla National Gallery le sue tele stanno al pari coi piu grandi pittori del Seicento. La sua traumatica vicenda umana pare fatta apposta per suscitare indignazione e scalpore al di là dei secoli, non so se le femministe di oggi ne sono al corrente. Si sa chi l’ha denigrata, diffamata e offesa e anche chi l’ha apprezzata, si sa come sia stata torturata per farla meglio confessare rischiando di compromettere per sempre la sua capacità di dipingere rompendole le dita, umiliata più volte di fronte a chi doveva verificare mediante ispezione ginecologica il fattaccio, svergognata infine e insultata anche dopo morta da quanti non credevano alla sua innocenza. Un crudele e malvagio epitaffio dedicatole dai veneziani Giovan Francesco Loredano e Pietro Michiele (Venezia 1653), recita infatti: in cui si ironizza sul suo nome Arte / mi / sia / Gentil / esca:  Co’l dipinger la faccia a questo e a quello Nel mondo m’acquistai merto infinito Nel l’intagliar le corna a mio marito Lasciai il pennello, e presi lo scalpello Gentil’esca de cori a chi vedermi Poteva sempre fui nel cieco Mondo; Hor, che tra questi marmi mi nascondo, Sono fatta Gentil’esca de vermi.

Quello stupro non venne mai cancellato, vergogna, umiliazione, rimorso marchiarono per sempre la giovane. Per riabilitarla occorse un matrimonio riparatore, non troppo ben riuscito, visto che il marito si indebitava che era un piacere, e poi venne il consenso, il plauso verso la sua pittura di impronta caravaggesca dove le figure di donne forti abbondano scandirono i suoi anni a venire, cosi che venne prima ricordata per la sua vicenza umana che per le sue doti di grande artista. Così scrive l’enciclopedia del mondo, nostra sorella Wikipedia:
L’iniziale fortuna critica della Gentileschi fu fortemente allacciata anche alle vicende umane della pittrice, vittima – com’è tristemente noto – di un efferato stupro perpetrato da Agostino Tassi nel 1611. Questo fu indubbiamente un evento che lasciò un’impronta profonda nella vita e nell’arte della Gentileschi, la quale – animata da vergognosi rimorsi e da una profonda quanto ossessiva inquietudine creativa – arrivò a trasporre sulla tela le conseguenze psicologiche della violenza subita. Molto spesso, infatti, la pitturessa si rivolse all’edificante tema delle eroine bibliche, quali Giuditta, Giaele, Betsabea o Ester, che – incuranti del pericolo e animate da un desiderio turbato e vendicativo – trionfano sul crudele nemico e, in un certo senso, affermano il proprio diritto all’interno della società. In questo modo Artemisia è divenuta già poco dopo la morte una sorta di femminista ante litteram, perennemente in guerra con l’altro sesso e capace di incarnare sublimemente il desiderio delle donne di affermarsi nella società.

Questa lettura «a senso unico» della pittora, tuttavia, è stata foriera di pericolose ambiguità. Molti critici e biografi, intrigati dall’episodio dello stupro, hanno infatti anteposto le vicende umane della Gentileschi ai suoi effettivi meriti professionali, interpretando dunque la sua intera produzione pittorica esclusivamente in relazione al «fattore causale» del trauma subito in occasione della violenza sessuale. Gli stessi storici contemporanei della pittrice misero disonorevolmente in ombra la sua carriera artistica e preferirono interessarsi piuttosto alle implicazioni biografiche che ne segnarono tragicamente l’esistenza. Il nome della Gentileschi, ad esempio, non compare nelle opere del Mancini, Scannelli, Bellori, Passeri e altri illustri biografi del XVII secolo.


Te ne parlo perche il “poco” che si vede della sua pittura alla National Gallery incanta. Quando ancora si poteva andarci e cioè prima del Covid. Ci ritrovi uno sguardo fermo, dolce, diretto, a tratti vagamente canzonatorio, che sostiene lo sguardo dell’osservatore con aria di vaga sfida, o e solo una mia impressione? Il suo autoritratto nelle vesti di Santa Caterina di Alessandria .

Te ne parlo anche perché la sua figura e la sua opera insieme a quella di Rosalba Carriera compariva spesso nei discorsi che facevo con Matilde Izzia, mia grandissima amica dei cui dipinti mi piace riportare quello sulla destra.
Una tragedia e uno stupro del Seicento proiettati nel mondo di oggi, dove, pare proprio che la mania di offendere e calpestare le donne abbia preso nuovo vigore.
In soli in tre anni di apprendistato la Gentileschi aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi:[5] Questo puoi leggere su di lei scorrendo Wikipedia: una celebre missiva che il padre Orazio inviò alla granduchessa di Toscana il 3 luglio 1612, nella quale egli affermava con vanto che la figlia in soli in tre anni di apprendistato aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi:[5] «Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere» Da questa lettera, dunque, si può facilmente dedurre che la Gentileschi sia divenuta artisticamente matura tre anni prima del 1612: nel 1609, per l’appunto. Ma lo stupro resta, a macchiare e a riconfermare ancora una volta la nefanda reputazione del maschio di ieri e di oggi.

gli uomini erano dei?

Julius Evola mina alle fondamenta l’impalcatura della cultura sociopolitica occidentale degli ultimi duemilacinquecento anni e poi fa esplodere le cariche. Un paesaggio nuovo, esaltante, angoscioso, prende allora a delinearsi sulle macerie della nostra civiltà. Il mondo della Tradizione coi suoi riti, con le gerarchie, con l’impronta inconfondibile di un’ispirazione spirituale superiore. Evola si rifà alle età di Esiodo. Esiodo: dall’età dell’oro all’età del ferro. Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono, quand’egli regnava nel cielo; come dei vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro terre.

Esiodo (VIII secolo a.C.) e le cinque età del mondo
Esiodo, poeta greco, probabile contemporaneo di Omero. Interessante vedere che in “Le opere e i Giorni” ci parla delle cinque età del mondo:
– età dell’Oro: gli uomini vivevano “sempre giovani” e non avevano preoccupazioni di alcun tipo. Siamo ai tempi di Crono;
– età dell’Argento: gli uomini sono governati da Zeus. Per il loro comportamento si estinsero;
– età del Bronzo: è il mondo di uomini violenti che si dedicavano solo alla guerra e si estinsero per la loro stessa stupidità;
– età degli Eroi: è l’età in cui gli Eroi combatterono a Troia e a Tebe;
– età del Ferro: è l’età del mondo di Esiodo ed anche la nostra, e finirà anch’essa, come le precedenti.
Ancora una volta un “antico” ci parla di età del mondo e di come queste si sono susseguite nel tempo… ci parla di guerre e di estinzioni di massa…
Ci parla di un passato remoto e ancora per la gran parte sconosciuto…

Le parole chiave per accedere alle tesi di Evola riguardano la sacralità, il sacerdozio, il culto dei morti, il rito, la gerarchia, gli uomini dei e la regalità dei veri capi, Dio, anche se tale parola ha scarsa corrispondenza col mondo attuale della religione. Evola scrive di qualcosa che trascende la contingenza, immanente, meraviglioso e luminoso e al contempo temibile. Egli rintraccia nelle antiche scritture provenienti dall’India, Grecia, Europa e Sudamerica la presenza di una forza nuda e non condizionabile; non una persona, non un essere, non di deus ma di numen, si tratta. I valori sono quelli delle civiltà scomparse e di antichissime società, (si parla di seicento – ottocento anni avanti Cristo); già allora, scrive Evola, inizia il processo di degenerescenza (dall’età dell’oro all’età del ferro.) Mondi scomparsi fra le pieghe della Storia ispirati ai valori della Tradizione, strutturati in società gerarchicamente organizzate attorno al capo, all’imperatore, al re-sacerdote.
Genuinamente e radicalmente antidemocratico e anticapitalista, Evola sostiene che il potere non deve e non può essere né legalizzato né voluto dal basso. Occorre che sia ispirato dall’alto, dal regno della forza trascendente, attingendo in quel sopramondo invisibile, in cui scaturisce l’energia, in cui la pura divinità risiede. A pagina 102 de RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO, si legge:
All’origine di ogni vera civiltà sta un fatto divino. Ad un fatto dello stesso ordine, ma in senso opposto, degenerescente, si deve l’alternarsi e il tramontare delle civiltà. Quando una razza ha perduto il contatto con ciò che solo ha e può fornire stabilità – col mondo dell’essere-; quando in essa è decaduto anche quel che ne è l’elemento più sottile ma, in pari tempo più essenziale, cioè la razza interiore, la razza dello spirito, di fronte alla quale la razza del corpo e dell’anima sono solo manifestazioni e mezzi di espressione- gli organismi collettivi che essa ha formato, ….scendono fatalmente nel mondo della contingenza: sono alla mercé dell’irrazionale, del mutevole, dello storico, di ciò che riceve dal basso e dall’esterno le sue condizioni.

A proposito dell’impero a pagina 121 riporto: Di quelle grandi potenze, sorte dall’ipertrofia del nazionalismo secondo una barbarica volontà di potenza di tipo militaristico o economico a cui si è continuato a dare il nome di imperi- vale appena parlare. Sia ripetuto che un Impero è tale solo in virtù di valori superiori ai quali una determinata razza si è innalzata.
Nei riguardi del lavoro moderno, a pagina 153: Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico…. nelle masse degli schiavi moderni le forze oscure della sovversione mondiale hanno trovato un facile, ottuso strumento pel perseguimento dei loro scopi. Nei campi di lavoro noi vediamo usato metodicamente, satanicamente l’asservimento fisico e morale dell’uomo ai fini di una collettivizzazione e dello sradicamento di ogni valore della personalità…

A proposito della guerra, a pagina 172: Che milioni e milioni di uomini, strappati in massa ad occupazioni e vocazioni del tutto estranee a quella del guerriero, fatti letteralmente, come si dice nel gergo tecnico militare, materiale umano, muoiano in simili vicende-questa sì che è cosa santa e degna del punto attuale del progresso della civiltà…

Sull’America, a pagina 391: L’America ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse. Essa ha dato luogo ad una grandiosità senz’anima di natura puramente tecnico-collettiva, priva di ogni sfondo di trascendenza e di ogni luce di interiorità e di vera spiritualità……

mentre a pagina 395 continua: Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono stati pagati col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione a oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità. Al luogo del tipo dell’antico artigiano, pel quale ogni mestiere era un’arte ….si ha un’orda di paria che assiste stupidamente dei meccanismi…..Qui Stalin e Ford si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…E tutto in America concorre a questo scopo: conformismo nei termini di un matter-of-fact, likemindedness, è la parola d’ordine, su tutti i piani…..
E ancora a pagina 398 leggo: E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli d’acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta.

L’imbarazzo nella scelta di brani che mi hanno particolarmente colpito è grande, avrei voluto inserire altre decine di passaggi significativi, ma tanto vale consigliare l’acquisto di questo libro indigesto e illuminante.

Voglio gettare, per concludere, un sasso nello stagno asfittico della cultura italica contemporanea. La figura di Evola non deve più appartenere a schieramenti ideologici o a fazioni politiche. La profondità e complessità del suo pensiero, l’onestà intellettuale dello studioso, l’originalità delle sue tesi rivoluzionarie impongono che la sua opera così articolata e, per certi versi, ascetica, divenga materiale di dibattito e di ricerca, uscendo dalle secche di interpretazioni univoche o partigiane. Julius Evola, l’anti D’Annunzio appartiene alla cultura europea; ed è al centro dell’Europa che deve tornare, a rianimare un dibattito sui valori e sulle prospettive della nostra civiltà (se prospettive rimangono). Sarebbe, fra le altre cose, una bella dimostrazione di forza e saldezza dei nostri sistemi democratici, da lui così tanto osteggiati. Delle sue tesi una cosa sicuramente non riesco a condividere ed è la sua opinione a proposito del jazz. Io lo apprezzo, lui no.

il Barone scriveva la sua Rivolta?

JULIUS  EVOLA     RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO
La Tradizione, il Rito, la Casta.
Sapevo di introdurmi in un ginepraio ma non immaginavo che il ginepraio si sarebbe trasformato in una foresta inestricabile dalla quale è quasi impossibile uscire, per via della complessitá dei temi e delle implicazioni delle sue opere. Le sue tesi sono infatti rivoluzionarie. Matematico, Dadaista, pittore, quasi ingegnere, fascista critico verso il regime e privo di tessera del partito, esoterista, filosofo e altro ancora. Ho pubblicato questo post dieci anni fa e continuo a modificarlo, perché la sua figura e i temi a lui collegati sollevano ancora oggi interrogativi, dubbi, contestazioni a non finire e, soprattutto, un interesse destinato a crescere. Qualcuno ricorda anche come Umberto Eco non perdesse occasione di attaccarlo e denigrarlo a piú riprese e senza remore durante la Fiera internazionale tedesca del libro. Affascinato dall’ampiezza e profondità del suo pensiero e per i risultati di uno scandaglio analitico che fruga nel mito, nei riti, nei simboli e nell’aldilà ripubblico il post modificato. Aderí alle ideologie del Fascismo e del Nazismo, dai quali comunque prese le distanze e dai cui organi di controllo venne strettamente sorvegliato perché fortemete critico nei loro confronti. Affascina il modo in cui conduce le sue analisi sugli ultimi duemilacinquecento anni di storia occidentale. Sto parlando di Giulio Cesare Andrea Evola, e delle sue tesi rivoluzionarie che pongono in cima alle sue riflessioni i valori della Tradizione.

Non ho avuto modo di conoscerlo; gli avrei espresso alcune perplessità, e invece ho potuto apprezzare alcune sue opere attraverso l’appassionata disamina del mio amico e mentore, conte Aldo di Acquesana signore Ricaldone, autore di opere fondamentali sulla storia del Monferrato.
Antibolscevico, anticapitalista, antiborghese, e infine critico verso i regimi totalitari; «non ci s’illuda: il fascismo non fa che proclamare tali valori (valori di gerarchia) ma di fatto mantiene una quantità di elementi democratici e borghesi da far paura. Che cosa sia la guerra, la guerra voluta in sé come un valore superiore sia al vincere che al perdere come quella via eroica e sacra di realizzazione spirituale che nella Bhagavadgita si trova esaltata dal dio Krishna, che cosa sia una tale guerra non lo sanno più questi formidabili “attivisti” di Europa che n1on conoscono guerrieri ma soltanto soldati e che una guerricciola è bastata per terrorizzare e per far tornare alla retorica dell’umanitarismo e del patetismo quando non ancora peggio a quella del nazionalismo fanfarone e del dannunzianesimo. La misura della libertà è la potenza: non dovrà essere più l’idea a dar valore e potere all’individuo ma l’individuo a dar valore, potere, giustificazione a un’idea. Volere la libertà è tutt’uno che volere l’impero». Così scriveva. Idee da non prendersi alla leggera.
Fascismo e Nazismo che pure lo avevano apprezzato, erano rei, secondo lui, di non avere saputo perseguire i veri valori fondanti l’Impero, incapaci di ricercare e coltivare l’ispirazione divina e la spiritualità primeva tipica dei veri re nel governo dei popoli.

Un pensatore inquietante e, aggiungo: necessario, assolutamente moderno, che getta la sua lunga ombra sul nostro presente. Autore di un’opera densa e articolata, gran parte ancora da interpretare a fondo, messo all’indice e osteggiato dalla sinistra europea per le sue idee. Ma è venuto il tempo di distinguere, di discernere, di estrapolare quanto di valido e inedito c’è nel suo pensiero, verificandone dinamicamente la presa sulla società contemporanea. Le sue idee fanno discutere, affascinano per la loro profondità, per la lucidità e chiarezza esplicativa. Dagli Egizi, agli Iranici, dall’Impero Romano agli dei indù, dall’Olimpo greco al conflitto medievale fra Papi e imperatori …ma vediamo di andare per ordine.
Poeta, pittore dadaista e filosofo tradizionalista. Evola si espresse in pittura, aderendo alle tendenze artistiche più moderne. Conobbe Tristan Tzara e fu esponente di spicco del Dadaismo in Italia. Nell’ambito della poesia entrò in contatto con Gottfried Benn e Filippo Tommaso Marinetti quindi fu attratto dal Futurismo. Malgrado i suoi contatti con l’ambiente futurista romano pare che Marinetti, dopo aver letto un suo scritto dicesse: Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese. Nel 1917 partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale di artiglieria.
Fondò la rivista La Torre, difendendo princìpi sovra politici e quindi invisa al regime fascista: Evola fu costretto a farsi proteggere da una guardia del corpo …Ma lasciamo ai numerosissimi siti internazionali e italiani le note biografiche e i punti salienti del suo pensiero.

Ho scrutato dentro la sua opera più cospicua e famosa, per rintracciare i motivi dell’ostracismo intellettuale che dovette subire e che ancora in larga parte oggi va soggetta la sua reputazione. Solo dopo aver riletto RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO scrivo.  Ma ogni volta che apro le sue pagine sento il bisogno di riflettere. L’esposizione delle sue tesi si fonda sui testi sacri appartenenti alla storia dell’intera umanità. Tentare di applicare anche solo in parte alcune delle sue teorie alla nostra epoca ci costringe a riflessioni di sconcertante attualità e a constatazioni angoscianti. Una lettura impegnativa ma appassionante e molto utile, anche se non facile. Saranno opportuni altri post perché uno solo risulta insufficiente a parlare delle sue idee.

c’era il Barone?

Inutile cercare il suo nome, non lo trovi. Nel dizionario di filosofia della Rizzoli del 1976 non compare. Può essermi sfuggito, e in questo caso chiedo scusa. Ci sono tutti gli altri, bada bene, da Sartre a Marx, da Nietzsche a Lenin, tutti i “grandi” con le loro tesi sulla esistenza e i fenomeni, ma non lui, c’è anche, pensa un po’ come va la storia, il criminale impunito e osannato in Europa fino a poco tempo fa, ovvero Mao Tse Tung; al proposito leggi LA STORIA SCONOSCIUTA di Jung Chang e Jon Holliday, davvero istruttiva sulle sue malefatte. Tu puoi ignorare una persona, in questo caso Evola, filosofo di risonanza europea, per due motivi, o perché lo reputi di infimo interesse o perché lo temi. Penso che il secondo motivo faccia al caso nostro. Mettere all’indice uno come lui, spazzandolo sotto il tappeto come la polvere è la cosa migliore da farsi, cioè lo ignori, così ha fatto Rizzoli nel suo dizionario. Così han fatto in molti dopo di lui, ma con lui occorrerà fare i conti, o prima o poi. Interprete e sostenitore della Tradizione, Evola rimane, ma non per i brandelli della cultura italica odierna, un fantasma, gigante sconosciuto, il quale rimproverava a Mussolini diverse cose di non poco conto e rimbrottava le SS di Hitler. Su di lui oggi si scrivono saggi, si stendono tesi di laurea, si ripubblicano i suoi “scottanti” lavori in diverse lingue. Nei prossimi giorni una “manciata di post che lo riguardano da vicino.

tenevano bottega sulla tua via?

F come ferro. ferramenta, fabbro, ferraiolo, fabbro ferraio, fucina. Dicesi fabbro: Questo termine designa, da solo, in italiano l’artefice del ferro o “fabbro ferraio”, ma in latino, da cui la voce deriva, faber è seguito di solito da un epiteto che designa sia la materia lavorata (faber aerarius; argentarius; eborarius; ferrarius;… scrive nostra sorella Treccani. Ma quelli che tenevano bottega nei paesi e facevano, da veri maestri artigiani, gran lavori in ferro battuto non ci sono più. Spariti dall’orizzonte, surclassati dalla macchina che produce lavori tutti uguali, tutti perfetti, tutti anonimi. Ringhiere, cancelli, treppiedi, mensole, grate, scale e quant’altro in ferro, non recano più l’impronta artigiana, ma la matrice industriale. Taluni riemergono, oggi, un po’ qua, un po’ là, riesumando e portando avanti una perizia che data secoli, una passione antica legata a belle immagini e al mito di Vulcano.

Il ferro ha un fascino unico, per lavorarlo occorre tenacia, esperienza e fantasia oltre alla forza necessaria per modellarlo. Io l’ho sempre amato, e ho imparato a maneggiarlo quando ero poco più di uno sbarbatello, in quelle grandi scuole di avviamento professionale, alunno apprendista all’istituto che sfornava tecnici per l’industria degli anni Sessanta. Quelli che vivono ancora nella mia memoria non erano veri fabbri ma serramentisti perché già negli anni Cinquanta i fabbri erano pochi e in via di sparizione. C’erano le macchine a sostituirli. Li rammento tagliare, segare, saldare con le bombole di ossigeno e acetilene barre, tondini, profilati, lamiera. Sarei stato ore a vederli all’opera e non erano nemmeno dei veri fabbri.

L’antro dei nipoti di Vulcano con il camino e il fuoco bianco e giallo che costringeva il ferro a materia lavorabile arroventata non c’era più da un pezzo. Senza il fabbro non aprivi porte e finestre, rimanevi senza tavolo e sedie, te ne stavi fuori casa, come un allocco, perché avevi appena perso le chiavi e quindi c’era la serratura da cambiare se volevi entrare in casa. i pensavano loro a darti una mano. Erano, o sono ancora oggi, ma in misura e di tenore assai diverso e meno significativo di un tempo gli artigiani del ferro. Ti ricordi che c’erano i fratelli Renna nella tua via? Stavano in via degli Artisti che è una parallela di corso San Maurizio, a Torino. Nella casa di fianco alla tua; dalla loro bottega spoglia usciva l’odore delle barre e lamiera di ferro, della mola smeriglio che sprizzava scintille mentre mordeva il metallo, del liquido refrigerante che sembrava latte mentre i denti della sega circolare tagliavano a misura, e i trucioli che si attorcigliavano, non sembravano ferro ma argento, e poi l’odore dolciastro mentre saldavano con gli elettrodi o col cannello a ossiacetilene, portando a misura barre di ferro e profilati per fabbricare telai di finestre e ringhiere di balconi. Il ferro battuto avevano smesso di trattarlo da tempo, conservavano comunque un poderoso incudine per i lavori correnti, che avevano portato dal loro paese: eredità del loro padre che lui sì, in meridione, ancora aveva lavorato il ferro a mano. Loro no, erano già fabbri moderni, e della lavorazione artigianale paterna avevano conservato il ricordo e quel massiccio incudine. I loro lavori erano sicuramente meno artistici di un tempo; a fabbri moderni in quel periodo nessuno chiedeva di cimentarsi con lavori in ferro battuto. Ti ricordi quando te ne stavi a lungo, davanti alla loro vetrina, affascinato ad ammirarli, al lavoro, loro sapevano trattarlo il ferro, con gli spessi guanti di cuoio, costringendolo a saldarsi con altro ferro in determinati punti, mentre la fiamma ossidrica arroventava la zona che poi rosseggiava, come se il metallo si stesse a poco a poco calmando. Ben poco era rimasto delle vecchie lavorazioni, ma quel poco ancora ti attirava.

E oggi? I fratelli Renna hanno chiuso bottega, han fatto i soldi e costruito una meritata posizione, sono tornati al loro paese d’origine. Immigrati come noi, avevano capito di cosa c’era bisogno allora nelle case. Oggi se hai quelle necessità puoi provare su internet, puoi cercarne uno on line, la ferramenta c’è ancora, ma vende solo prodotti, chi lavora il ferro te lo devi cercare, e spiegargli cosa vuoi. Auguri.

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nessuno conosceva l’Osceno Cosmico? (3)

Metto da parte l’ultimo degradante teatrino della storia americana (assalto a Capitol Hill) sul quale non c’è stato alcun commento rilevante della superstite intellighenzia (?) europea, distrattta a seguire l’evolversi della pandemia. Tratterò di un tema sottovalutato o semplicemente messo sotto il tappeto, come la polvere. Ovvero lo spirito cristiano o meglio i suoi brandelli mistificati che languono oltreoceano. Non spaventarti, non si tratta di un post emicranioso o mistico. Già con quel mattacchione di Ron Hubbard e il suo Scientology si è sfiorato il delinquenziale, ma, con la teoria dei tele evangelisti che tuttora imperversa, così si chiamano oltreoceano, si raggiunge e supera il blasfemo e il repellente. La desolazione offerta dalla rete stampa un pugno in viso. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere. Se sei troppo sensibilete ti sconsiglio di vedere i video su you tube, non dispongo di antidoti adeguati per il dopo video. Follia? Furbizia? Azione protratta tesa al turpe utilizzo di un brand super gettonato e di altissimo contenuto: Dio, condito con la politica spettacolo, anche. Tutto mescolato insieme, in un pastone indigesto. Potrei accontentarmi di dire che questi individui sono burloni, deliranti profeti dediti al lucro, così tutto finisce lì. E invece nella terra di Wonder Woman e Billy the Kid succede che decine di milioni di persone, sì, hai capito bene, li seguono, li finanziano, li osannano e li temono (?) pregando, salmodiando e facendo avanspettacolo con loro. Individui logorroici dallo sguardo terrificante e dal conto in banca stratosferico. Sono i tele evangelisti, arrivano dalla profondità del pensiero americano andato in malora. Eppure una volta c’era l’America coi suoi possenti e presunti miti di riscatto morale e sociale. I Televangelisti muovono centinaia di milioni di dollari, viaggiano sui loro jet privati, posseggono residenze e tenute da favola, arroganti e pericolosi, sono una riserva di voti ghiotta e influenzano le masse. Hanno sepolto Dio e suo figlio, fingendo di tesserne le lodi. Fenomeno prettamente statunitense. L’Osceno Cosmico in loro trova una delle sue manifestazioni più eclatanti. Se hai tempo di leggere LA VIA DEL TABACCO dell’americano Erskine Caldwell ci troverai la loro capostipite, una erotomane invasata predicatrice senza naso. Passo e chiudo.

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non esisteva l’Osceno Cosmico? (2)

Fioriscono come i funghi, un po’ qua, un po’ là, dove meno te l’aspetti. Sono diretta espressione di potenza creatrice posticcia ovvero fasulla. Aspiranti Michelangelo, devoti al Bernini, seguaci di Rodin fabbricano sculture, erigono statue. E allora? Che c’è di male? Dirai tu. Nulla, il fatto è che poi le espongono, con la connivenza di amministrazioni comunali acefale, queste ultime per il desiderio di commemorare, celebrare, ricordare, inaugurare commissionano aborti a profusione, senza averne sentore. Gli illustri beneficiari sono Manuela Arcuri, Gabriele D’annunzio, Domenico Modugno, una scarpa, un grappolo d’uva, il Parmigiano, una oliva, eccetera. Sì, hai capito bene. Coraggio! Siamo alla seconda puntata dell’Osceno Cosmico. Vai a leggere quello che scrive FINESTRE SULL’ARTE. rivista d’arte antica e contemporanea. E se le prendessimo a sassate? Se le abbattessimo, come la rivista propone? Sono manufatti fastidiosi che impediscono la vista, offendono il buon gusto, e non hanno nemmeno la carica provocatoria di Duchamp, Piero Manzoni, Cattelan. Vengo al dunque: chiunque può sentirsi Canova o Bistolfi, alla fine sono affari suoi, ma il fatto è che poi queste degnissime persone espongono il loro parto invece di tenerlo accuratamente celato alla vista. Perché? Perché offende. E perché offende? Perché trattasi di tentativi che non raggiungono il livello di mediocrità, esposte in pubblico, e che nulla hanno a che fare con la vera ispirazione artistica.

Esse vanno ad alimentare l’Osceno Cosmico italico e, ahimé! immagino che si sia pure pagato artista e allestimento. Parlo anche con te, che sei dell’amministrazione pubblica di città e paesi. Hai mai consultato, così, anche solo per svago, un opuscolo, un depliant sull’arte? O anche solo una cartolina. Lì qualcosa lo impari. Ho conosciuto sindaci e assessori che privilegiavano la Fiera del bue grasso e l’esposizione di lavori di dilettanti pittori della domenica, anteponendola alla promozione di vere opere d’arte, ricordo anche che c’entrava l’appartenenza politica (con tutto rispetto dovuto al bue grasso!) Ma questo è un altro discorso che magari riprenderò.
Al prossimo post sull’Osceno Cosmico, e mi raccomando di tenerti forte, lì sì che l’orrido trionfa perché c’entra lo spirito, anche se si tratta di spirito americano, cioè precario e fortemente adulterato.

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non c’era l’Osceno Cosmico? (1)

Osceno Cosmico è un termine pregnante che ho coniato io e di cui continuo, ahimè, a rilevare riscontro. Osceno Cosmico, dopo gli ultimi ottanta anni si è rivelato appieno, in tutta la sua obbrobriosa natura e recrudescenza, non ha altro da aggiungere, esso si esprime attraverso numerose declinazioni che accompagnano la nostra esistenza; ha l’accortezza di apparire normale così ci siamo abituati alla sua presenza come se fosse un fatto ordinario, anche se ordinario non è. Vive ormai in mezzo a noi, etichettato come necessario allo sviluppo. Guardati attorno, è ovunque. In città, dove più che altrove si estrinseca l’ingeno dei moderni. Nella periferia trova la sua apoteosi, lontano dall’armonico e tradizionale esprimersi del tessuto cittadino di un tempo non troppo lontano. Nella periferia cittadina trova una delle sue espressioni eclatanti, manifestando i frutti di un parto acefalo, frettoloso, scandaloso e ripetuto negli anni. Le città del mondo non sono più manifestazione di uomini, tradizione, cultura e aspirazioni ma di altro diverso da loro. Di qualcosa che rima con emergenza, fretta, approssimazione. L’Osceno Cosmico edilizio è dunque fenomeno recente, la conseguenza dell’urbanizzazione selvaggia del territorio, ovvero la distruzione dell’ultimo brandello del nostro passato da cui pare ci sia sempre molta fretta di allontanarsi. Pollai, ospizi, caserme, grattacieli posticci in serie per il vivere moderno, pullulano così nella città, la nuova città, assecondando l’esigenza dell’urbanizzazione a seguito dello sviluppo demografico. Dove li mettiamo tutti questi qui venuti a lavorare in fabbrica? ci si chieva negli anni Cinquanta; diamogli i pollai in serie, rassicuranti e anodini. Diamogli la città democratica fatta apposta per loro. Così, non solo in Italia, bada bene, è stata strangolata la città tradizionale chiamandola eufemisticamente centro storico…appunto: storico. Come se dopo non ci fosse più storia.
Piani edilizi inconsulti e criminali hanno così devastato la nostra penisola (ma non è solo fenomeno nostrano). L’Osceno Cosmico trova nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi la sua descrizione migliore. La periferia che appiattisce, stordisce e democratizza attraverso un processo di degrado socio culturale sta sta alla nobiltà e armonia della città tradizionale come i moderni stanno alle memorie dei loro predecessori. Guarire la periferia con le sue catacombe divenute oggi grattacielo è impossibile, nonostante i velleitari tentativi di recupero. L’Osceno Cosmico, naturalizzato nelle nostre menti, si dichiara come necessario e il gioco è fatto. In Italia più che altrove l’Osceno Cosmico edilizio si accompagna alla speculazione e l’orrido urbano è diventato panorama comune.

La periferia “inevitabile” è indigesta e apocrifa come le menti che l’hanno generata, da anni è diventata periferia “sociale” e non bastano i recenti ampi spazi di verde per migliorarla. L’Osceno Cosmico, andato in metastasi, possiede infinite declinazioni. Ai prossimi post alcune delle sue più eclatanti e clamorose espressioni.
Leggi cosa scrive LA VOCE E IL TEMPO.

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