hai ricevuto la tua eredità?

Bando all’indugio, da un po’ volevo farlo. Eccoti un racconto che ho scritto, pubblicato sul numero tredici di DIMENSIONE COSMICA del 2021. Riguarda il ritrovamentio di un frammento di William Shakespeare che ho ereditato da mio zio. Buona lettura! Il suo titolo è:

A CHE PUNTO È LA NOTTE?

In molti se l’erano chiesto da dove arrivasse, come l’avevo ricevuto e perché. Sul perché non ci sono dubbi visto che era stato per espressa volontà dello zio. Oltre non si riesce a risalire se parliamo del come e da chi. Giornalisti, vicini di casa, amici, e infine i detectives della commissione d’inchiesta inglese dovettero rassegnarsi. Era tutto in regola. Mica l’avevo rubato e poi, come facevo a sapere che era così importante visto che era autentico. Ma quello l’ho saputo dopo. Dovettero accontentarsi delle evidenze e quelle risiedevano in una inequivoca volontà dello zio, espressa chiaramente nel suo testamento olografo. Quella cosa spettava a me di diritto. Ma andiamo per ordine per chiarire gli antefatti.
Andavamo a trovare gli zii ad agosto stipati in una Fiat 500 in quella generosa palude bonificata del ferrarese. Fratello di mia madre, lo zio conduceva un’attività di pollivendolo all’ingrosso, avendo cominciato subito dopo la guerra a vendere uova, in bicicletta, porta a porta, si era così conquistate simpatia e una fedele clientela. Mi piaceva la sua rauca risata, mi stava davvero simpatico gratificandomi nel permettermi di scivolargli addosso dopo averlo abbracciato. Un giorno lo sentii dire a mia madre: “Tuo figlio farà strada, è in gamba.” Piacevo a lui, e lui piaceva a me. Non si sa quanti dei nove anni di guerra avesse trascorso come prigioniero in uno dei duecento campi e fattorie allestiti dagli Inglesi, considerato con disprezzo uno wop, un guappo, lavorava in una fattoria, retribuito e mal tollerato dalla popolazione locale, cosa che non gli impedì, come a tanti italiani prigionieri, di entrare in affettuosa relazione col gentil sesso locale. Era così sbocciato del tenero fra lui e una maestrina inglese che frequentava il campo di prigionia, insomma lo zio non se l’era passata affatto male. Quella linguaccia di mia madre sosteneva che sarebbe stato meglio che l’avesse sposata la maestrina, invece di impalmare quella villana di mia zia, per la quale io nutrivo un sincero affetto. Ed ecco come misteriosamente il fato fa capolino bussando alla mia porta. Ci sono solo ipotesi su come mio zio divenne in possesso di quelle carte, antiche carte, come poi vedremo. Sarà stata la maestrina ad avergliele donate? Come pegno e a conferma del suo sentimento per lui? Può essere. Prove non ce ne sono, ma solo indizi di cui la commissione di inchiesta sulle opere trafugate dovette accontentarsi.  Non c’era dolo.  Si trattava di un dono passato di mano. Morendo, mio zio aveva lasciato alla moglie una redditizia attività di polleria all’ingrosso, a me vecchie scartoffie, sapendo che amavo gli scritti di ogni genere ed età. Bizzarro, vero? Se volete conferma potrete sempre chiederlo ai miei vicini di casa di via Perugino 27, a Milano, sempre se ne troverete qualcuno ancora vivo. Per diverso tempo ho avuto i giornalisti alla porta. Gli inquirenti inglesi dovettero arrendersi all’evidenza: era tutto regolare. Se era stata la sua prima fidanzata ad avergliele date quelle carte non è certo, e, se fosse stato così non si capiva comunque come lei le avesse ricevuto e da chi. Le ipotesi finivano con lei. Se ci sono troppe incognite la storia zoppica e questa addirittura è una storia che barcolla. Veniamo al sodo perché sarete stanchi di indovinare l’oggetto misterioso del contendere. Di cosa si trattava esattamente?  Di un manoscritto firmato. Poche pagine incartapecorite quasi illeggibili, solo la firma, spiccava netta e svolazzante a dichiarare che lo scritto era del grande William Shakespeare, come le indagini da me commissionate avrebbero poi confermato.
 

Il manoscritto inedito di William Shakespeare che qui presento in anteprima mondiale l’ho avuto in dono dal mio parente, posso provarlo anche a voi dopo averlo provato al mondo. I tre fogli recano una delle differenti firme del grande Bardo con cui egli era solito siglare i suoi lavori.
Mi sono infatti rivolto ad alcuni esperti di chiara fama nel settore dell’identificazione e verifica dell’autenticità di manoscritti e tutti hanno confermato senza ombra di dubbio l’autenticità e la paternità del documento: il breve dialogo dal senso compiuto potrebbe far parte di un lavoro sicuramente più complesso, andato disgraziatamente perduto, oppure potrebbe trattarsi di un dialogo poi cassato dallo stesso autore di un’opera nota, esso comunque appartiene alla penna geniale del drammaturgo inglese. Ed ecco il testo da me tradotto:

Primo personaggio: Uno spazio e un tempo senza tempo possono indurre pensieri che farebbero impallidire la mano e la tempra più salde. Se la mente non fosse pronta a rintuzzare i tentennamenti di un cuore vergine. Ahi noi.

Se il disegno voluto dal destino non giustificasse l’onere di una prova sanguinosa saremmo già dannati e le sole nostre intenzioni ci perderebbero per sempre, dannati. Affidiamoci ai pensieri che precedono l’azione e, anticipandola, ne istigano la necessaria violenza, per cui l’assiduità della mente, lontano dal venirne sconvolta, acquista nuovo vigore, rinnovato slancio, infine giustificazione.

Essa sarà pronta per il crimine più efferato solo se avrà trovato nella sua natura l’ispirazione necessaria, la persecuzione allora ci sembrerà un sentiero da percorrere obbligatoriamente, un calice dal contenuto indigesto e repellente ma indispensabile e la stessa morte ci parrà companatico intriso di tenebra se mai la tenebra può divenire nutrimento.

A che punto è la notte, Gaiard?

Secondo personaggio: Sono due tocchi prima che il gallo canti, Signore, secondo il tragitto eterno che il bianco astro impone a se stesso.

Primo personaggio: Ed è notte senza sonno codesta, Gaiard. La mente pare immagata e il nostro spirito sembra che debba difendersi dall’ insidiosa essenza della luce di luna.

Secondo personaggio: Da essa noi traiamo talvolta errato consiglio, talaltra l’ispirazione per le più nobili seppur ardite azioni. Dipende dall’inclinazione dell’astro e dalla disposizione del nostro animo, Signore.

Primo personaggio: Che vuoi dire Gaiard? Parla, su, compagno dai mille volti. Non è da te la reticenza, sebbene talvolta la tua lingua rassomigli per analogia di effetti prodotti, alla lama di un pugnale.

Secondo personaggio: Devo, Signore? Devo proprio?

Primo personaggio: È un ordine… parla onesto. 

(parlando fra sé): Costui ha più di un motivo e più di una disposizione d’animo per intuire il mio disegno. È certo che possa essermi d’aiuto.

Secondo personaggio: I libri aperti non potrebbero essere maestri più trasparenti. E il vostro volto, Signore, è un libro dalle pagine chiare che dissimulano i contorni dell’ordito come se una calligrafia incerta ne celasse volutamente il significato, senza tuttavia riuscire a coprire lo spessore del disegno.

Primo personaggio: Vedo che insisti. Avverto solo l’eco dei tuoi pensieri. Ciò che potrebbe nuocerti. L’ambiguità delle tue parole finirà per spingerti verso un contrapposto destino.

Essa ti può dannare indirizzandoti verso una morte senza scampo, come ti potrebbe esaltare rendendoti partecipe di ciò che le sorti di questa terra impongono. Il nostro giovane re ha doti, inclinazioni e temperamento che natura e stirpe gli hanno elargito, ma chi può dire per il bene stesso della nostra nazione che sia proprio lui il designato?

Una corona che vacilla sul capo di un ragazzo non è buon auspicio. E i nemici esterni ed interni di questa terra abbondano. Pur nella virtù manifesta delle sue doti il giovane sovrano è incline a seguire avvisi a noi ostili, contrari ai nostri piani e al corretto sviluppo della nazione. Mi intendi?

Secondo personaggio: Che volete dire, Signore?

Primo personaggio: Rifesser, Gilar e Gollanord non sono meno temibili per l’incolumità del giovane sovrano delle nostre stesse mire.

Ma egli è troppo inesperto per saper distinguere e crede che quelli gli siano amici e non vede il nido di serpi che la sua mano accarezza. E allora perché lasciare ad altri l’incombenza di risolvere e colmare una sovranità fittizia?

Occorre privarla di tutti quegli orpelli che la fanno meno grande. E nel farlo andare sino in fondo all’opera. Subito, ora, prima che altri agiscano.

Anticipando gli eventi e indirizzando a nostro favore un cambiamento che appare ormai inevitabile e di cui siamo disposti ad assumerci l’onere. Ora mi intendi?

Secondo personaggio: Una pagina aperta, chiara e distinta scritta da una calligrafia sicura e franca; non potrebbe essere più evidente il vostro disegno, Signore.

Primo personaggio: Hai dunque inteso chiaramente ciò che occorre fare per il bene della nostra nazione?

Secondo personaggio: Chiaro e distinto è il proponimento. Veraci le intenzioni. Gagliardi gli animi.

Primo personaggio: Lesto e sicuro ti guidi dunque l’intento di spegnere per sempre chi la morte spetta.

Il secondo personaggio vacilla e impallidisce. Si guarda attorno, nella sala deserta.

Secondo personaggio: Dite a me, Signore?… Poiché non vedo altri che possono intendere…

Primo personaggio: E a chi altri se non al falco a cui si è appena tolto il filo refe dagli occhi cuciti. A chi se non al fido cospiratore ed affermato veicolo di morte sicura?

Secondo personaggio: Io, magari… non…

Primo personaggio: Non sei stato tu, forse, quello che ha condotto all’inferno Sealand e non hai forse agito per il verso indicato dando la giusta credenziale di morte ai baroni di Lispret?

Secondo personaggio: Un re… tuttavia…

Primo personaggio: Indugi impropri che non ti fanno onore. Se l’onore deriva dal liberarsi di un ostacolo regolato dall’ingiusta legge del sangue e non del valore, che fa piccola la nostra nazione e mortifica il nostro orgoglio. Voli il tuo braccio. Sia saldo nell’intento. Non possiamo avere tutti i cento diavoli dell’inferno dalla nostra parte. Bisogna annullare ogni residua dannosa reticenza.

Ne bastano solo alcuni per quest’opera. Va’, colpisci. Subito dopo la riunione dei Pari. Domani, quando il giovane sovrano si sarà ritirato nelle sue stanze. Non attendere il suo sonno e grida subito: Congiura! All’erta! All’armi! Orrore!

Guida tu stesso l’inutile dolore degli astanti. Ma solo dopo aver gettato il pugnale lontano dal cadavere e aver imbrattato col suo sangue annerito il pavimento, in direzione della finestra.
Occorre dare subito l’idea di un assassino fuggito da poco. Hai inteso?

Secondo personaggio (parlando a se stesso): Che la bruna lama del pugnale mi sia sorella in quest’impresa. Anche se il gelo della morte che dovrò dispensare, per ora mi morde i garretti e le spalle.

I due personaggi escono di scena.

A riprova della paternità del frammento, perché ancora oggi anche a me la cosa appare incredibile, ecco quanto scrive il prof. John Moore, indiscussa autorità nel suo campo, in risposta a certi quesiti avanzati dal prof Henry Bryant.

Chiarissimo prof. Henry Bryant

Dipartimento ricerche linguistiche e di letteratura comparata 

Facoltà di lettere e filosofia dell’università di Manchester

Rispondo alla stimata sua del … dandole conferma di quanto da lei richiesto. Pur con la mancanza di elementi verificabili a cui riferirsi, il frammento in questione deve senza dubbio attribuirsi alla penna di William Shakespeare. 

Un personaggio di rango, diretto promotore di una congiura ordina a un suo sicario, o, per meglio dire usando un eufemismo: collaboratore, non estraneo a precedenti analoghe imprese,  la soppressione di un giovane re. Personaggio questi destinato purtroppo a rimanere incognito e sulla cui identità si possono avanzare solo ipotesi. Insieme al prof. Samuel Withers, esperto nell’identificazione di manoscritti e mio valido collaboratore, abbiamo elaborato alcune ipotesi di identificazione, ma ripeto, sono soltanto ipotesi senza suffragio, e tutte di grande suggestione. 

Le pagine potrebbero essere il frammento di un’opera perduta, il cui contenuto riconferma l’interesse di Shakespeare per l’analisi e l’approfondimento del potere in tutte le sue implicazioni,  e l’interesse per il tumultuoso clima politico inglese del XVII secolo. Il giovane re  in questione rammenta la figura del re Giovanni, dell’omonima opera, figlio di Enrico II e della duchessa Eleonora di Aquitania. Una trama forse ordita da lontano, da quel Filippo II di Francia il quale all’ambasceria da lui inviata a re Giovanni, contenente la richiesta di rinuncia al trono in favore di suo nipote Arturo, si vede ricevere un rifiuto. Era forse Roberto di Falconbridge che tramava nell’ombra e l’assassinio per ordine del re Filippo II? Nulla che ce lo confermi. 

Una seconda ipotesi parrebbe adombrare la figura di Enrico VI, giovane re, amante della pace. Una frase che compare nel frammento omonimo è rivelatrice: “Grave quando lo scettro è in mano a un fanciullo”. Era forse per questo che il re ragazzo riusciva scomodo? Allora chi poteva essere il mandante del suo assassinio se non il conte di Suffolk, anche se non v’è traccia alcuna a indicarcelo, e poi per le cose risapute appare altrimenti inverosimile l’ipotesi, considerata la sua intenzione di far sposare al giovane re la bella Margherita, della quale lo stesso Suffolk era invaghito, proprio per controllare meglio la condotta del giovane sovrano. 

Per quanto riguarda poi il tenore dello scritto, esso sembra rimandare ad alcuni dialoghi del Macbeth, ma Banquo ha uno spessore che l’esecutore del delitto non ha, non sembrando questi un vero soldato, com’era invece Banquo. Giungo così ad avanzare l’ipotesi che il frammento potrebbe essere qualche pagina di tragedie a noi note, un frammento successivamente stralciato dall’autore in fase di stesura definitiva, a corroborare l’idea c’è il senso compiuto del brano, che descrive una scena intera.  Emerge comunque la figura di un giovane sovrano, forse troppo fiducioso, sicuramente inesperto, da subito coinvolto nelle trame che detta il potere. 

Frammento sottratto al contesto delle opere note oppure pagine di un’opera andata perduta? Temo che non riusciremo a venirne a capo. L’unica cosa certa è l’attribuzione della paternità alla nostra gloria nazionale. Tre illustri grafologi del resto confermano l’autenticità della firma.
Gli ulteriori approfondimenti in corso e il raffronto di dialoghi analogici hanno una valenza strettamente linguistica e non recheranno modifiche all’attribuzione della paternità. Su come sia finito il manoscritto in un lascito testamentario italiano sono stati scritti fiumi di inchiostro, e non è di nostra pertinenza indagare oltre. 

Onorato del suo interesse la prego di accettare i segni della mia stima e la invito ad estendere i miei saluti al prof Thomas Higgins, mio indimenticato compagno a Cambridge ai gloriosi tempi che furono della nostra gioventù. Mi aspetto di vedere entrambi il giorno della conferenza stampa, che avrò cura di comunicarvi quanto prima. I media di tutto il mondo sono impazienti e ci chiedono conferme. Non bisogna farli aspettare troppo.

prof. John Moore

costava trecento lire?

Era il 1962 o giù di lì. Un mare di titoli in edizione integrale nella Biblioteca moderna del Pavone. I volumi doppi costavano cinquecento lire. Li trovavi in edicola. Ce n’erano anche da duecentocinquanta lire come LA VIA DEL TABACCO di Caldwell. E le opere integrali sui grandi come Sinclair Lewis e Faulkner. Non sono un bibliofilo, non parlo di prodigiosi volumi come quelli che possedeva Umberto Eco a casa sua o delle lussureggianti biblioteche in cui fioriscono volumi rilegati in pelle di certe famiglie assai benestanti. Parlo di una idea di libro che gli odierni editori hanno abbandonato perché con tutta evidenza, non rendeva loro.

Ti ricordi di quando andavi a frugare nei baracchini del centro alla ricerca del pezzo giusto, e della super occasione? Io andavo nella piazzetta sotto i portici, dietro via Po, a Torino, dove c’è il museo del Risorgimento, e a Milano, in una libreria in Galleria, che non esiste più da anni. Io ne conservo di libri così, macchiati, gualciti eppure ancora vivi.

Perchè oltre alla storia dell’autore narrano la loro storia, tribolata, avventurosa, visto che sono consunti, e con le pagine tenute insieme dal vinavil e anche la storia di chi li ha posseduti prima di te. Insomma anche in questo caso, passami l’espressione un po’ retorica: I libri non finiscono mai! Non riesco a gettarli via, ecco tutto, sarà debolezza, ma non posso, come te, del resto. Mi hanno raccontato le opere di London, Sinclair Lewis, Caldwell, Rabelais, Melville, Strindberg. Mi hanno aperto gli occhi sugli errori-orrori-meraviglie possibili della fantascienza, (oggi di sconvolgente attualità) attraverso i testi raccolti da Fruttero e Lucentini, in quell’opera memorabile che si chiama LE MERAVIGLIE DEL POSSIBILE,

ma quelli costano sempre molto anche se in edizione economica. Qualcosa che va oltre la semplice lettura delle pagine, qualcosa che non è più, che è tramontato, perché antico, vecchio, sorpassato e non si usa più al giorno d’oggi. Cosa c’era di singolare nei libri editi da Dall’Oglio, Bietti, Mondadori, Newton Compton, BUR? C’era una precisa encomiabile volontà di fare e diffondere cultura. Se no cosa ci stanno a fare gli editori? Il contenuto importava, soprattutto quello, poi, se mai, veniva il resto. Il tempo e i traslochi me li stanno consumando, (un po’ come me). La carta tende a bordo pagina al colore marroncino, fra un po’ saranno illeggibili. Stanno combattendo contro il tempo. Mi pare dipenda anche dalla percentuale di caolino nella carta. Mi sono comunque cari, tenuti insieme dalla colla e da copertine di supporto ripassate col vinavil. Ho letto su quelle pagine sbiadite le opere dei mostri sacri della letteratura, abbinando le sensazioni del leggere e godere la trama scovando qualcosa di speciale, a quelle di sfogliare quel libro gualcito, prossimo a dissolversi e comunque caro, il cui acquisto era legato a un momento particolare, a una fortunata pesca fra i botteghini durante un sabato mattino. Te ne ricordi? Anche te facevi lo stesso. L’ultima avventura editoriale a costo stracciato è stata consumata attorno al 1993: tascabili economici Newton, una manna! Cento pagine mille lire. Ne abbiamo fatto incetta, c’era anche la Divina Commedia, anche se quasi illeggibile, per il fatto che era iper compressa e priva di commenti e note al piede, te la potevi mettere in tasca! per non dimenticare William Shakespeare con un RE LEAR che sta insieme per misericordia. Con tanto di profilo dell’autore, note critiche e commenti niente male sull’opera. Una pacchia ti dico. Ma gli editori oggi hanno abdicato, riducendosi a stampatori e a diffusori di oggetti di carta dalle fantastiche copertine, non di veri libri. Si sono stancati di scoprire talenti. Se oggi nascesse Omero chi se ne accorgerebbe? Dovrebbe bussare alla porta di Austin Macauley Publishers Ltd. e pagare un po’ (nemmeno poi tanto) per farsi largo e soddisfare le sue aspirazioni Non se la sentono di rischiare e investire gli editori. Il fiuto e la voglia di scoprire nuovi autori gli è venuto meno e nelle case editrici bazzicano individui del marketing e della pubblicità che magari arrivano dai settori quali ferramenta, giardinaggio o dai supermercati. Un tanto al pezzo per capirci. Il marketing innanzi tutto. Di gente come Valentino Bompiani si è perso lo stampo o di Elvira Sellerio, tanto per citarne due. Ti ricordi quando leggevi il libro pregustando sensazionali avventure per la tua sensibilità di lettore mai sazio di scoperte? Ancora oggi?! Ma certo, ancora oggi, anche se meno di ieri. Io sto perdendo il treno, dovrei adeguarmi e cedere a Kindle su cui puoi leggere migliaia di titoli, comodamente e senza problemi, basta fare click! Non c’è paragone con nessuna biblioteca o libreria al mondo, ma cosa ci metto sugli scaffali della libreria se getto via quella roba ingiallita e secca penosamente prossima al disfacimento? Importanti reperti del tuo e del mio passato, comunque. Nessuno strumento ipertecnologico di lettura può fornire un uguale sensazione che si prova a sfogliare la rivista di Isaac Asimov, illustrata, edizione italiana edita da Mondadori. Era il 1980 e costava ben 1500 lire. Le notizie incoraggianti non mancano.

Anni fa avevamo intervistato Edoardo Scioscia, amministratore delegato de IL LIBRACCIO (per il mio sito di cultura e viaggi mysticreader, oggi dismesso,) ovvero una catena di librerie che va davvero forte in Italia. A Milano ad esempio quando andavo nella loro libreria di viale Vittorio Veneto facevo sera, perduto a spulciare fra migliaia di titoli proposti a prezzo da urlo. Adesso che vivo in esilio ho detto al figlio: guarda un po’ passando dal LIBRACCIO di Milano, se mi trovi qualcosa che parli della formazione dell’Italia. Detto e fatto, son bastati tre euro e da una settimana mi sto pappando L’ITALIA CARBONARA. di Montanelli. Comunque evviva Kindle se serve a far crescere cultura, e soprattutto viva il libro…di carta.

quando in Russia c’erano i demoni?

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa. Alzi la mano chi lo conosce, scommetto che non hai mai sentito parlare di lui. è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame. Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto.

Gli Indemoniati edito da Voland a cura di Mario Caramitti. Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi, subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio. Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti: Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre: Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia. A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come… Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore di Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, E sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa. Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in una alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, che riguarda proprio la sua permanenza in Russia in qualità di soldato. Il misterioso, profondo animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva, la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere. L’inafferrabile animo russo…abbiamo per qualche cosa da spartire con loro? Una canzone popolare russa lo descrive: “triste e disincantato nel profondo, ma allegro e consapevole in superficie”.

c’erano le case editrici?

Lo sai che a poco apoco si son persi per strada per poi estinguersi? Ma come chi? Gli editori! Sai cosa scrive la Treccani? Questo: editóre s. m. (f. –trice) [dal lat. edĭtor –oris «chi dà fuori, chi pubblica, chi organizza», der. di edĕre; v. edito]. – 1. Chi fa stampare (o, prima dell’invenzione della stampa, chi faceva trascrivere) e pubblicare, del tutto o in parte a proprie spese, opere altrui, libri, musica, riviste, ecc. curandone la distribuzione e riservandosi, in genere, i diritti di esclusiva (v. copyright): l’edi un vocabolariodi una collana di classiciSocietà italiana degli autori ed editori (in sigla: SIAE).  Finito! Stop! Trovane uno se ci riesci! Te pensi che io sia fanatico del passato, ma non è mica vero, sai. E che non sappia apprezzare ciò che il nuovo reca con sé. Sei in errore. Prendiamo per esempio, quello che ha più coinvolto e condizionato la nostra esistenza in questi ultimi vent’anni: il web. La ragnatela che, volenti o nolenti, si è insediata nel nostro lavoro, in casa, in vacanza e nelle nostre abitudini quotidiane, mutandole radicalmente. Del web possiamo parlare fino alla nausea, di vantaggi, innegabili benefici, assuefazioni, e aspetti decisamente deleteri. Io del web ne considererò una fettina, solo un pezzetto, ma per te che scrivi libri, determinante, perché, se non lo sapete ancora, anch’io, come te, scrivo libri. Attenti all’errore: non ho detto che sono uno scrittore, ma solo che scrivo libri. Meglio chiarirsi da subito!
Quindi i soggetti del presente post saranno: libri, editori, Amazon e il sottoscritto, in rappresentanza di tutti coloro che pensano (una volta lo pensavo anch’io di me) di essere geni incompresi della scrittura. Andiamo al sodo: qualcuno si offenderà, ma devo correre il richio. E dunque: da anni non esistono più editori veraci ma solo surrogati, deficienti di individui che leggono un manoscritto, lo apprezzano, lo segnalano e poi decidono di investire sull’opera (proprio quello che Treccani riporta) per farla conoscere. Dal Settecento sino a venti anni fa era prassi corrente (salvo eccezioni, perché il bamba di autore che sborsa quattrini per vedersi pubblicato c’era anche allora…come ora, e fra questi nomi illustri). Poi cosa è successo? Hanno gettato la spugna, gli editori, rinunciando al faticoso e improbo lavoro di scovare talenti. Si sono fatti abbagliare, son venuti meno al loro compito, non sono più l’altra gamba dell’autore, non diffondono più idee e cultura. Comprano titoli che son sicuri di rivenedere in patria, diritti di opere che hanno già venduto all’estero, vanno a farsi un giro alla fiera di Francoforte e via. Ovvero il marketing editoriale ha preso il sopravvento, eludendo l’editor superstite. Chi sei? Nessuno. Chi ti conosce? Nessuno. Come ti chiami? Nesuno. Dove lavori? Da nessuna parte. Hai già pubblicato prima? No. Allora il tuo lavoro, seppur pregevole e degno di lode, non possiamo pubblicarlo perché non rientra nei nostri programmi editoriali. Te la ricordi questa frase, vero? Alzi la mano quanti di voi hanno ricevuto uno scritto del genere. E chi scopre allora Marcel Proust, Louis-Ferdinand Céline o Stephen Crane? E cosa pubblicano allora i moderni editori per fare cassa e tenere alti i profitti? Montagne di carta con cui intasano le librerie, con copertine da urlo, quelle sì, veri capolavori. E dentro cosa trovi? Capolavori inediti? No, prodotti che il marketing ha realizzato pensando di vendere (e spesso ci riesce) E altro? No, non ti basta la copertina?! Ovvero gli editori hanno rinunciato a fare il loro mestiere, il loro fiuto è svanito, la funzione di motore della cultura inceppata, si sono affidati ai maghi del marketing. Loro sanno come far vendere un titolo. Poi si sono, come dire? passami il termine, caro editore, che affolli ancora gli scaffali delle librerie: si sono abbassati di livello, chiedendo una partecipazione economica per stampare i tuoi lavori (e pare ci sia la fila di autori famelici pronti a sborsare pur di vederesi pubblicati). Anche i grandi nomi di editori? Sì, anche quelli.

Pensi che esageri? No, ho le prove. Al massimo non mettono il tuo libro in libreria per non compromettersi. Così possono dire che loro non c’entrano con la tua roba, non è nel loro catalogo, anche se ci hanno messo il loro nome sopra per farti contento, e prelevarti qualche euro, chiaro? Poi hanno creduto nella figura del ghost writer che, se poteva essere una curiosità un tempo, oggi fa male vedere quanti ce ne sono in giro, (lo confesso, ho peccato: anch’io faccio parte dell’elenco dei reprobi ghost writers). I quali scrivono per onorare presentatrici, danarosi, gente di spettacolo, uomini dello sport, politici, droghieri che vogliono scrivere la loro biografia. Ma fanno tutto badando solo a una cosa: contribuire a far fare cassa. Di editori meritevoli ed eroici che si sono venduti l’alloggio per continuare a lavorare ne conosco un paio. E Jack London, Robert Musil e August Strindberg chi li scopre? Acqua passata, siamo nel millennio successivo, adesso c’è il web, e dentro al web ci sta Amazon. Ovvero la nuova frontiera, ovvero il miraggio, la méta agognata, la conquista. Non sono ironico, bada bene. Il mare aperto si apre davanti alle tue aspirazioni, ce la puoi fare anche senza editori! Qualcuno ce l’ha fatta e può dirtelo. Punto e a capo. Cosa sta succedendo? La rivoluzione per ogni vero autore o che si ritiene tale. Cosa è cambiato? Tutto, salvo chi scrive e chi legge. Quelli sono rimasti uguali a sé stessi. La rivoluzione comporta pregi e difetti. Enormi i primi, grandissimi i secondi (ma non per te, almeno direttamente). La rete, in questo caso Amazon, di cui è protagonista assoluto ti consente l’avventura, ti fornisce i mezzi, ti consiglia e ammaestra e poi ti lascia solo, te e il web, te e i tuoi potenziali lettori, te e il mercato che può ignorarti o cominciare ad apprezzare il tuo stile, le tue idee, le tue trame: terrificante e oneroso in eguale misura, sei rimasto da solo, non ci sono paraventi, se ci credi devi andare fino in fondo, potresti anche farcela! Hai sconfitto gli editori che si sono sconfitti da soli, anni prima. Non solo. La tecnologia ti mette in contatto coi tuoi lettori, i quali ti scrivono! E ai quali puoi rispondere, se vuoi. A proposito, io ne ho circa sei, ai quali risponderò presto, mi manca sempre il tempo! Amazon è diventato editore, distributore, librario, fattorino e spedizioniere per consegnare le tue copie (eventuali) a chi le richiede. Amazon apre la porta all’ignoto, sta a guardare, impassibile se ce la fai o soccombi, prendere o lasciare. Amazon, ovvero l’editore galattico senza volto, suona la campana a morto per le case editrici agonizzanti. Dicevamo di aspetti negativi in questa faccenda. Li chiamerei effetti collaterali, ma da non trascurare per chi, come te e me, sta a cuore la cultura. Chi dice che quello che scrivi vale? Chi lo giudica? Chi trova del buono o del fasullo nelle tue opere? …Nessuno; chi scova i talenti di oggi e domani? Chi riesce a dire: ecco il nuovo Garcia Marquez? Nessuno. Perché di veri critici e di editor e di agenti col fiuto si è perso anche lo stampo. Chi scova i nuovi talenti, allora? Te bussi alla porta. Permesso? Posso entrare? Entri dentro la stanza e la stanza la scopri deserta. Nella stanza dell’editore il vuoto impera. Una cosa è certa, al tuo lettore non puoi mentire, non è sciocco, capisce se fai il furbo, perdonandoti anche errori veniali, ma solo se scrivi col cuore. Devi fidarti di lui e lui di te; sei rimasto solo, caro collega. Amazon e il tuo pubblico contano su di te, esigendo il meglio. Non puoi tradirli perché nessuno, a priori, dice che è meglio che cambi mestiere o che sei un nuovo William Faulkner o Ernest Hemingway. Buona fortuna, te lo meriti. Siamo sulla stessa barca io e te.

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andavi a passeggio come Jean Jacques?

Tutti i libri sono uguali. Niente di più falso! Molti sono migliori di altri. E fra questi ce ne sono alcuni che vorremmo tenere sempre a portata di mano, anche se non dobbiamo preparare la rivoluzione francese. Edizioni che non si limitano a presentare il testo o l’autore, ma li inquadrano nel periodo storico e lo commentano. Se poi è Bruno Segre a curare l’opera allora è tutto più chiaro. È il caso di un volumetto della collana Biblioteca ideale Tascabile diretta da Angela Campana. Les reveries du promeneur solitaire è il titolo originale tradotto da Beniamino Dal Fabbro. Perseguitato da chiese e tribunali per le sue idee: Condanniamo il libro come contenente una dottrina abominevole pieno di un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene d’odio contro la Chiesa, empie, blasfeme, eretiche.
Perseguitato da chiesa e tribunali, il povero Rousseau è costretto alla fuga. Lui, uno dei protagonisti e dei pensatori più originali e geniali dell’Illuminismo. Ossessionato dall’idea di un complotto, Rousseau pensa che l’umanità intera congiuri contro di lui. Nella prima passeggiata esordisce scrivendo: “E ora eccomi solo sulla terra, non avendo altro fratello prossimo, amico, che me stesso. Sociabilissimo amorevolissimo tra gli uomini io ne fui proscritto per unanime accordo. Nella terza passeggiata: Non ho imparato a conoscere meglio gli uomini se non per meglio sentire la miseria in cui mi hanno inoltrato Nella sesta passeggiata: Se fossi rimasto libero, oscuro, isolato, com’ero nato per essere non avrei fatto che del bene, non avendo nel cuore il germe di nessuna passione nociva.” Torniamo alla qualità intrinseca del libro. Perché mi ha colpito? Perché è un’opera completa in tutti i sensi, che ci fa capire molto sull’epoca, sul personaggio e su cosa stava succedendo in Europa in quel periodo. Il vento della rivoluzione francese non nasce per caso, il libro insegna. Le Passeggiate solitarie a cura di Bruno Segre offre una griglia storica sintetica ed esauriente del periodo.

Introduce un quadro del tempo politico sociale utile a comprendere ciò che stava accadendo. Perché nel paragrafo: La vita e le opere ci fa capire come fossero l’educazione, l’amore, la vita di società dell’età dei Lumi. Perché viene approfondito il profilo dell’autore illuminando la genialità di Rousseau. Ma non basta. La Bibliografia e il Profilo del filosofo ci forniscono altri elementi di interesse. Tutto qui? Niente affatto. Nelle Schede, a fine libro, viene spiegata la singolarità del suo pensiero così sovversivo (uno dei padri spirituali della rivoluzione francese e di ogni altra rivoluzione?) E infine quel periodo di sconvolgimento viene confrontato con le atrocità e i conflitti del XX secolo. 125 pagine che fanno luce su un’intera epoca e su uno dei suoi protagonisti. Cosa vuoi spendere per questa riuscitissima edizione? (Ne abbiamo contate almeno una decina in catalogo che supponiamo dello stesso tenore). ti dico quanto l’abl’ho pagato: 0,52 euro. Anche la copertina è interessante. Ci mostra Jean Jacques Rousseau col suo bastone da passeggio intento alla passeggiata e con un mazzo di fiori che era solito cogliere per il suo erbario. Altri tempi, che ne dici?

Vittorio Alfieri scriveva le sue granitiche tragedie?

L’ho letto a scuola senza capirci molto, anzi, sbuffando e pensando a quanto palloso fosse. Non dirmi che ti è piaciuto alla prima lettura, perché non ci credo. Alla seconda lettura ho pensato: mica male, e alla terza mi son detto: ma questo è un genio che va oltre l’immaginabile e l’umano. È Vittorio Alfieri, il gigante astigiano, parlando di lui faccio contento anche il mio amico editore Lorenzo Fornaca, appena scomparso, astigiano verace.

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Alfieri appioppò a Caterina II di Russia il non lusinghiero epiteto di Clitennestra filosofessa e la città di Pietroburgo divenne l’asiatico accampamento di allineate trabacche. All’Accademia rimase otto anni, senza apprendere nulla, rimanendo, come lui stesso scrisse: asino tra asini e sotto un asino. A Berlino Federico II risvegliò in lui disprezzo misto a odio, per quel sovrano e i suoi sudditi. Accessi di pianto e di allegria lo accompagnarono durante la lettura del Don Chisciotte mentre percorreva le lande desertiche andaluse. Ma quegli aspri paesaggi dovevano riuscire congeniali alla sua natura. Abbandonati ozi e trastulli amorosi si dedicò anima e corpo alla letteratura coltivando il desiderio di scrivere tragedie. Un desiderio di perfezione assoluto lo accompagnò nel pensiero, nella vita e nelle opere. I suoi versi fanno a brandelli la musicalità della scrittura del Metastasio. Caparbio, malinconico, irrequieto, artefice di una poesia tragica di enorme vigore che lascia, nei suoi esiti migliori, attoniti, compresi della grandezza dei personaggi. I suoi versi, asciutti ed essenziali conducono rapidamente il lettore verso l’unico esito possibile: l’annullamento dei protagonisti. La tragedia alfieriana non lascia scampo, non dà vie di fuga, non concede nulla alla teatralità. Il grande astigiano è inventore di un linguaggio che sovrasta l’individuo, trascinandolo con una grandine di endecasillabi liberi verso il baratro. Visto come unico esito possibile. Come via di fuga.

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Alfieri merita attenzioni nuove. Il suo rivoluzionarismo lo porta a sposare e poi a respingere gli esiti estremi della rivoluzione francese. Affido a competenze più cospicue della mia l’analisi del suo aristocratico ribellismo e della infruttuosa ricerca di una patria dello spirito. Nuova luce, dicevo, nuova attenzione, ma verso quali aspetti? Partendo dai personaggi, dalla loro dimensione irraggiungibile, da quel piano esistenziale olimpico, dalla tensione spesso insopportabile del loro dramma esistenziale. Tensioni estreme, fuori dall’ordinario precipitano nella morte, nel suicidio, nella negazione di ogni luce; complici i versi, incalzanti e a nostro avviso, di grande modernità. Una cifra di lettura che merita attenzione: la modernità. Alfieri è moderno e precursore di assai più recenti eroi, occorrono circa due secoli per incontrarne altri degni di nota. La modernità dell’Alfieri risiede nel perpetuo rivoltarsi contro la tirannide, alla ricerca di libertà assolute, impossibili. Alfieri velleitario? Forse. Ma criticamente attento, in veglia perenne, alla ricerca di una patria dello spirito, di istituzioni e condizioni di vita accettabili. Il tiranno e la libertà vilipesa sono ovunque, contro di essi Alfieri spenderà la sua vita. Ma l’ipotesi da approfondire è un’altra: per vocazione, intenzione, professione Alfieri veste l’abito dell’ultrauomo, precursore dei più moderni Nietzsche, D’Annunzio, Evola (seppur quest’ultimo con altri esiti e aderenze). Alfieri, tuttavia è ultrauomo non trascendente, non ultramondano; la sua grandezza riguarda esclusivamente l’umano. E scusa se e poco! Il suo titanismo è compagno di un pessimismo esistenziale che ricorre al suicidio come estrema risposta e via di fuga. Non rassegnazione o cedimento alla sofferenza, ma dominio dell’esistenza e fine volontaria, se necessaria. Eroico per l’indomito contrasto al potere, eroici i suoi personaggi, tutti alle soglie di un futuro da suicidi, di titanica rassegnazione o di resistenza al fato. Alfieri è eroe contro e ribelle negli agi e nella ricchezza. Per carattere, vocazione e possibilità economica (non vanno dimenticati i suoi cospicui patrimoni che gli consentivano una vita errabonda, la frequentazione del bel mondo e continui viaggi in tutta Europa) . L’ultrauomo che disdegna, senza tuttavia disprezzarlo, il divino, al quale non farà mai ricorso. Ultrauomo che non ricorre alla luce della divinità per lenire il suo rovello, ma che attinge a un io cosmico esclusivamente terreno. Cè chi l’ha definito Sacerdote dell’umanità, per noi è un uomo contro, anticonformista, un supereroe non omologabile, la sua condanna non risparmia alcuno, né potenti né masse, destinate a deluderlo. Per lui la morte è affermazione del principio di libertà individuale.

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E i suoi personaggi? Gli corrispondono. Egli stesso è Clitennestra, (Clitennestra dopo l’omicidio (1882), Guildall Art Gallery, Londra, qui con lo sguardo allucinato) umanissima e condannabilissima vedova di Agamennone, Alfieri è l’esterrefatto Ciniro, quando apprende l’infame amore della figliola Mirra per lui. E poi è il prode David, lo scalpitante Oreste che non sa trattenere la furia omicida contro Egisto. Abbiamo riletto i suoi capolavori: Saul, Mirra e Oreste, storie di destini, d’infamia di nobiltà e follia; il sangue dei protagonisti è il tributo necessario  per onorare una sorte già decisa, un sigillo di morte che fa piombare nel dolore re, regine, nobili e plebe. Il supereroe, designato dal fato è Alfieri, l’antitiranno, l’ultrauomo che si batte (talvolta velleitariamente) contro la tirannide. Fra i personaggi ci vengono alla mente due figure analoghe, di due tragedie assai diverse per ritmo, contenuti e significati. Giulietta e Romeo del grande William e Mirra. Le figure delle nutrici, per intenderci, entrambe dimostrano un amore materno, entrambe soffrono e gioiscono alle pene e alle gioie delle loro creature. Vice madri all’anagrafe più che madri nei sentimenti. Ma se nella tata di Giulietta ci sono gioia, dolore, trasporto, afflizione e poi consolazione (ci vengono alla mente le preghiere collettive di un’intera comunità, sorta di rito collettivo autopunitivo, nelle splendide immagini del film di Franco Zeffirelli, diverso è il destino della tata di Mirra, Euriclea, alla morte di Mirra suicida, colpevole perché confessa la sua infamia, tocca un dolore senza conforto. Spenti i riflettori sulla vicenda, madre di tutte le tragedie umane, il dolore di Euriclea diviene cosmico; pura atrocità. Il pessimismo dell’Alfieri qui tocca il suo apogeo; anche o soprattutto (?) questo è la sua tragedia. Un urlo disperato, infinito, che non viene raccolto da nessuna divinità. L’urlo si diffonde in un vuoto assoluto, in uno spazio esistenziale che porta all’afasia, le cui pertinenze rimangono esclusivamente terrene. Se non è modernità questa, cos’è? Dimmelo tu.

Oh Ciniro!… Mi vedi…
presso al morire… Io vendicarti… seppi,…
e punir me… Tu stesso, a viva forza, 

l’orrido arcano… dal cor… mi strappasti…
ma, poiché sol colla mia vita… egli esce…
dal labro mio,… men rea… mi moro…

e chi ha creato il nero gotico?

Non so se hai presente quel mattone di circa 500 pagine che va sotto il nome de IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI di Ann Radcliffe. Ebbene non è affatto un mattone, ma un romanzone a forti tinte dove amore, morte, delitto e panni molto sporchi si mescolano in una storia dalla robusta trama, che avvince, dove non mancano i colpi di scena. Le psicologie dei personaggi sapientemente tratteggiate, ce ne sono a sazietà, e alcune di ottimo livello letterario. Un’opera equilibrata dove i cattivi si comportano da cattivi e i buoni non mollano i loro ideali di amore e purezza nemmeno se minacciati dai diabolici cattivoni della santa Inquisizione e da frati e suore non proprio raccomandabili. Da ultimo sono i buoni a trionfare con tanto di happy end finale e di campane. Intanto ti sei sorbito 500 pagine di una vivace scrittura prodotta dalla penna della signora Ann Radcliffe, così la chiamava Edgar allan Poe, figlia di un merciaio e scrittrice oltremodo discreta. Così scrive The Edinburgh Review: «Non appariva mai in pubblico, né si mescolava nella società, ma si teneva defilata, come il soave usignolo che canta le sue note solitarie, celato e non visto». Fughe, agguati, rapimenti, delitti, separazioni strappalacrime. Non voglio toglierti la sorpesa di leggerlo. La penna della Radcliffe ti fa calare nei sotterranei labirinti dell’Inquisizione dove chi confessa è perduto e chi non confessa è perduto lo stesso. Un fumetto gotico di gran classe dove i cattivi hanno la faccia da farti raggelare il sangue e i buoni faresti la coda per farti fare un autografo. Tutto fila dunque? Non proprio. Perché per leggerlo devi essere un lettore accanito, uno che non molla, anche se la narrazione si fa pesante.

E per quale motivo? Te lo spiega nell’introduzione Giorgio Spina: “…lo scavo psicologio appare più velleitario che un dato reale, tanto che nella vicenda si muovono non gà degli esseri umani, in carne ed ossa ma delle figure stereotipate dalle convenzioni del tempo, quasi dei pretesti letterari per giustificare il susseguirsi dell’azione …Prolissità e scrupoli razionalistici, se sminuiscono l’impressione di terrore a cui è da presumersi l’autrice avesse teso …non riescono tuttavia a svalutare l’importanza di questo capolavoro…” Infatti l’autrice razionalizza, illustra i meccanismi dell’azione pregressa con l’intenzione di spiegare nello spirito illuministico che intende provare e trovare sempre una ragione a tutto. Così facendo la narrazione si appesantisce, il ritmo rallenta e alla fine confonde perché la sovraproduzione di dettagli e spiegazioni rischiano di far deragliare la vicenda. Eppure l’opera è un classico, l’inaugurazione del romanzo gotico nero, nello specifico un fumetto di gran classe con un solido e verosimile intreccio. Documento che oltre all’intrinseca validità della narrazione illustra lo spirito dell’epoca . Radcliffe fa le cose sul serio, narrandoci la discesa agli inferi nelle segrete dell’Inquisizione. Maestra di incubi e tormenti che suggerisce senza mai farle vedere, come fa invece Poe, visioni truculente, giocando su effetti da film noire. Qui un padre frate sta per pugnalare la figlia diciottenne senza sapere che è lei, ma poi si scopre che la vittima non era la figlia.

Mi viene in mente la frase di un critico che all’uscita di Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo scrisse: “avrebbe potuto essere un capolavoro” . IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI è un capolavoro a metà, tutto amore contrastato, trame delittuose, passioni, delitto e colpi di scena, con personaggi soavi come suor Olivia, filibustieri omicidi che sono diventati frati senza redimersi. Ma c’è un altro elemento interessante che nutre la vicenda, giocando un ruolo di spicco: il paesaggio, l’Italia del centro sud vista da una londinese che non era mai stata l’Italia e che immagima com’è il golfo di Napoli. Onore alla sua fantasia. Senza troppo azzardo ci vedo un legame fra il paesaggio della Radcliffe e quello di Fogazzaro in Malombra , non più illuministico ma melodrammaticamente romantico, paesaggio psicologico, visto che interpreta alla perfezione le nature tormentate dei protagonisti.

E ancora il paesaggio anche se di tutt’altro tenore e vastità, quello incontrato da Charles Darwin nel suo viaggio intorno al mondo sul brigantino Beagle, anche se qui non c’è romanzo, ma ricerca scientifica. Cos’hanno in comune il teatro naturale del mondo col paesaggio descritto da Radcliffe e Fogazzaro? Un’eredità, un tratto che li accomuna, di eccezionale valore: ovvero la natura intonsa, vincitrice, che durava da millenni prima che l’uomo con le sue devastanti attività la corrompesse. Ma questo Radcliffe e Fogazzaro non potevano saperlo.

sei andato in Tibet?

Ti ricordi quando portavano la parola e l’evangelo del Cristo in capo al mondo, patendo umiliazioni, difficoltà, soprusi? Non hanno avuto troppo successo visto che si sono trovati dinanzi la diffidenza e poi l’aperta ostilità dei religiosi di Lhasa. Ciò che colpisce in quest’autentico viaggio nel tempo è la franchezza, lo sguardo privo di supponenza, la modestia, lo spirito di osservazione del vero reporter,  la paziente quanto indefessa opera per tentare di diffondere il cattolicesimo, senza tuttavia tentare di imporlo o di prevaricare. Perché il libro VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO è importante? (la casa editrice ha cessato l’attività, e i suoi libri sino distribuiti da Ca. Libri) Perché gli occhi del cappuccino padre Cassiano Beligatti sanno cogliere l’essenziale e ci portano alle soglie di un mondo in cui la spiritualità e la divinità ordinano e presiedono il mondo. Noi profani e improvvisati viaggiatori non possiamo che avvertire un’eco seppur consistente di quel mondo, ancora oggi peraltro molto sentito. Anche mysticreader si è recato in quei luoghi, ma non ha raggiunto la meta finale Lhasa.

Ci siamo andati assai più comodamente, atterrando sulla coda di un monsone, all’aeroporto di Katmandu. E non abbiamo animo di chiamare la nostra: avventura, se paragonata con quella di padre Beligatti. Trecento anni fa i monaci cappuccini, e oggi noi. Cos’è cambiato nella magica valle di Katmandu? Tutto e niente. L’uomo moderno ha il privilegio di entrare e uscire da quel mondo misterioso, una volta, narra la leggenda, abitato da giganteschi serpenti, in cui tutto parla di pace, armonia, tolleranza. L’atmosfera che immediatamente avvolge il viaggiatore è preludio a percorsi dello spirito che possono segnare l’esistenza o più semplicemente rendersi indimenticabili. quei luoghi, per ciò che abbiamo visto e avvertito, curiosando fra templi, statue di pietra e divinità di ogni sorta aleggia una spiritualità diffusa, percepibile, autentica e condivisa dalla gente. Il medioevo asiatico lì è ancora di casa. Massimo Cufino scrive al proposito:

Kathmandu – La Valle Senza Tempo

Girovagando tra villaggi rinchiusi da gigantesche montagne, dove religioni e costumi differenti convivono in una magica atmosfera di pace. In un piccolo cortile di una palazzina, decine di sguardi sono rivolte verso una finestra aperta al primo piano dell’edificio: scrutano attentamente cercando di catturare un qualsiasi movimento proveniente da una stanza che dà sul cortile stesso. Un silenzio quasi irreale avvolge il palazzo: tutti sono in attesa che una figura femminile mostri loro le proprie sembianze. Si tratta di una donna davvero particolare: infatti, questa attesa è rivolta addirittura verso una dea, la dea Kumari…

 Torniamo a VIAGGIO AL TIBET e al suo autore. Di padre Beligatti e della sua vita si hanno scarse notizie. Nacque e morì a Macerata (1708-1785)  e nel 1725 vestì l’abito religioso. Nel 1738 partì per la missione in Tibet e vi rimase due anni, quindi passò in Nepal e nel Bengala. Compose opere atte a istruire i missionari del Tibet e del Mogol. Operoso e modesto, così leggiamo, autore delle Memorie istoriche, di un Alphabetum Tibetanum e di due grammatiche, lingua indostana, l’altra dell’idioma sanscrito in caratteri malabarici, diverse altre sue opere si conservano nella Biblioteca Comunale di Macerata…. Autore di fondamentali opere storiche, etnografiche e linguistiche riguardanti usi e costumi e le religioni dei territori che lo videro missionario, opere solo in parte note, altre ancora inedite, delle quali alcune conservate nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.Dal 2001 gli è stata intitolata la Biblioteca storica Cassiano Beligatti dei frati Cappuccini di Macerata, specializzata nelle sezioni “Francescanesimo” e “Marche”, costituitasi sui resti della biblioteca dell’antico convento Cappuccino maceratese, organizzata proprio dal Beligatti.

Nell’indimenticabile reportage di VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO riportiamo, senza commentarli, alcuni brani di quell’esperienza umana e spirituale unica e probabilmente irripetibile:
Pagina 18…Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e difficile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…
pagina 23…I missionari …si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco…il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…… 

A pagina 31…Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà (?) giunsero il 6 febbraio a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…. 
pagina 33…La città di Bhagdaon numera 12.000 famiglie. Le genti sono cortesi e affabili: la religione dominante è quella dei brahmani…La città di Kathmandu conta 18.000 famiglie, e la città di Patan ne conta 24.000…. I buoni frati approfittandosi delle favorevoli disposizioni del re pensarono bene di far qualche cosa per la conversione di quelle genti, e si dettero a comporre e a tradurre un libro destinato all’uopo. Condotta a termine quest’opera, la regalarono al re, e questi la fece esaminare ai suoi brahmani, i quali dopo aver discusso ben bene finirono col dichiarare che non era il caso di abbandonare la religione dei maggiori. Allora il re, dice il Beligatti, per non far cader del tutto a vuoto le nostre fatiche, propose un espediente….A pagina 48 Il satu non è altro che la farina dell’orzo mondo alquanto abbrustolito prima di macinarlo nelle macchinette a mano. La carne è molto abbondante nel Tibet avendo quantità di montoni voltati, e macellando ancora lo yak, specie di bove selvatico; ma fuori dei benestanti non ne fanno grand’uso, per mancanza di legna per cuocerla, la qual mancanza sia stata la cagione dell’uso ch’anno gli tibetani di mangiare la carne cruda…
Pagina 73: Il giorno del Santo Natale, avemmo la consolazione di dire una messa per ciascuno…che ci recò singolare consolazione. Questo stesso giorno il padre prefetto volle regalarci una pozione, che sogliono fare i religiosi del Tibet nei tempi più freddi, qual pozione chiamano condè; è composta di decozione di tè, di birra, di zucchero, latte, e un poco di butirro insieme lungamente bollito; lo bevemmo più per compiacere il buon vecchio, che per inclinazione, ma sia lui che la più parte di noi, ne trovammo l’utile di scaricare gli nostri stomachi delle flemme ammassatevi nel viaggio. Dopo il mezzogiorno fummo rammaricati per un accidente che accorse. I mulattieri lasciarono alla campagna tutte le loro bestie, quali entrarono a pascolare in un prato riserbato, per lo che furono tutte confiscate….A pagina 76…Due giorni prima che noi arrivassimo al lago, la lamessa era partita per Lhasa. I tibetani hanno per questa lamessa la stessa venerazione che hanno per il Gran Lama, credendola informata da uno spirito di Cianciub….Quando esce va sempre sotto baldacchino e è preceduta da due incensieri fermati sopra due muli ne quali i religiosi bruciano continuamente profumi. Vive celibe facendo voto di castità; ciononostante circa 5 anni prima del nostro arrivo sortì da essa una lamessina, quale per quante diligenze che usarono, pure non poterono impedire che non si rendesse pubblica, notizia che raffreddò un poco la venerazione….

lavoravi il ferro?

Dopo mezzo secolo ho capito. Dovevo farlo e imparare. L’imberbe allievo entrava in una buia spelonca rischiarata dal bagliore di diverse fucine. Faceva parte del mio apprendistato scolastico. Là ho imparato a lavorare il ferro. Tenace e nobile. Il materiale che ha scandito le nostre epoche, che ha costruito la nostra civiltà. Non sono parole tanto per dire, solo adesso capisco l’importanza di quel difficile apprendistato. Il legno lo plasmavo a piacimento, il ferro no. Non si lasciava addomesticare facilmente. Dovevi dimostrare la tua tenacia, di essere più forte di lui. Solo allora cedeva sull’incudine. Rosseggiava, sprizzava scintille, biancheggiava infine, allora facevi calare la mazza. A diciassette anni estraevo la barra cilindrica per foggiarlo a parallelepipedo e poi a ottaedro per poi appiattirlo e ottenere una barra piatta. Un duro lavoro a cui mi dedicavo con accanimento e piacere. Non sono afflitto da nostalgiche reminiscenze scolastiche. Se te non l’hai fatto ti sei perso un’esperienza importante. Non parlo del fabbro, quello è un mestiere vero. Perché ti parlo di quella lontana esperienza? perché la mia conoscenza tecnologica si è fermata lì. Alla mazza che batte il ferro sull’incudine. Pensi che esageri? No. Tutto il resto, ovvero il corredo iper hi tech, indispensabile alla vita odierna non lo conosco e mi riferisco agli strumenti che ti permettono di esprimerti, e comunicare, di prenotare un viaggio, o una visita dal medico, ovvero di sopravvivere. Quelli non li conosco proprio. Mi sono fermato alla mail, che tutt’oggi considero il più clamoroso e avanzato sistema di comunicazione mai inventato, e anche al blog con cui puoi esprimerti a piacere anche se gli “eroici” blogger difficilemente sapranno il motivo di quell’agognato MI PIACE che spesso compare in calce ai loro post. Ho soppresso in me l’essere tecnologico high tech. Che sia alieno lo dice anche il figlio. Non posseggo Iphone, I pad, non ho cellulari se non un vecchio Nokia usato in tutto tre volte per dire sono decollato e sono atterrato sulla tratta Milano Londra. Vado a piedi o prendo il bus. Ho sentito parlare di Instagram, Tik Tok, Twitter, Tinder, What’s up, Face book, ma mi tengo alla larga., non saprei che farmene. Sarei per il ritorno al baratto ma non ho attualmente capre né sale o conchiglie. Il computer con cui lavoro è lento come un asino sfiatato e a volte mi pianta in asso. Quando si tratterrà di trasferirsi su altri pianeti io dirò grazie, mi basta questo. Il rifiuto dell’high tech è totale e meriterebbe un discorso più vasto, me ne assumo ogni conseguenza. Da solo uno come me non riuscirebbe a vivere in una foresta come Londra. In capanne o in costruzioni di assi di legno o argilla sì, forse sta lì il mio futuro. Quarant’anni fa mi scaldavo davanti a un camino e a una stufa a legna, vedevo con sospetto il termosifone. Anche l’evoluzione del telefono mi ha spiazzato.

Non so se sono in tanti quelli come me. Se sì, dovremmo riunirci, coltivare un orto, mungere capre, fare legna e piantare insalate con la luna calante. Siamo superstiti. E i video su you tube, allora?! Devo cedere alla loro suggestione, lo ammetto. Portentosa quell’invenzione, essenziale per sopravvivere in caso di tracollo tecnologico. Alcuni video ad esempio, ti insegnano ad accendere il fuoco, a costruire un riparo, un’ascia, un trapano, un arpione. Cose che reputo essenziali. E tu no?

lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.