lavoravi il ferro?

Dopo mezzo secolo ho capito. Dovevo farlo e imparare. L’imberbe allievo entrava in una buia spelonca rischiarata dal bagliore di diverse fucine. Faceva parte del mio apprendistato scolastico. Là ho imparato a lavorare il ferro. Tenace e nobile. Il materiale che ha scandito le nostre epoche, che ha costruito la nostra civiltà. Non sono parole tanto per dire, solo adesso capisco l’importanza di quel difficile apprendistato. Il legno lo plasmavo a piacimento, il ferro no. Non si lasciava addomesticare facilmente. Dovevi dimostrare la tua tenacia, di essere più forte di lui. Solo allora cedeva sull’incudine. Rosseggiava, sprizzava scintille, biancheggiava infine, allora facevi calare la mazza. A diciassette anni estraevo la barra cilindrica per foggiarlo a parallelepipedo e poi a ottaedro per poi appiattirlo e ottenere una barra piatta. Un duro lavoro a cui mi dedicavo con accanimento e piacere. Non sono afflitto da nostalgiche reminiscenze scolastiche. Se te non l’hai fatto ti sei perso un’esperienza importante. Non parlo del fabbro, quello è un mestiere vero. Perché ti parlo di quella lontana esperienza? perché la mia conoscenza tecnologica si è fermata lì. Alla mazza che batte il ferro sull’incudine. Pensi che esageri? No. Tutto il resto, ovvero il corredo iper hi tech, indispensabile alla vita odierna non lo conosco e mi riferisco agli strumenti che ti permettono di esprimerti, e comunicare, di prenotare un viaggio, o una visita dal medico, ovvero di sopravvivere. Quelli non li conosco proprio. Mi sono fermato alla mail, che tutt’oggi considero il più clamoroso e avanzato sistema di comunicazione mai inventato, e anche al blog con cui puoi esprimerti a piacere anche se gli “eroici” blogger difficilemente sapranno il motivo di quell’agognato MI PIACE che spesso compare in calce ai loro post. Ho soppresso in me l’essere tecnologico high tech. Che sia alieno lo dice anche il figlio. Non posseggo Iphone, I pad, non ho cellulari se non un vecchio Nokia usato in tutto tre volte per dire sono decollato e sono atterrato sulla tratta Milano Londra. Vado a piedi o prendo il bus. Ho sentito parlare di Instagram, Tik Tok, Twitter, Tinder, What’s up, Face book, ma mi tengo alla larga., non saprei che farmene. Sarei per il ritorno al baratto ma non ho attualmente capre né sale o conchiglie. Il computer con cui lavoro è lento come un asino sfiatato e a volte mi pianta in asso. Quando si tratterrà di trasferirsi su altri pianeti io dirò grazie, mi basta questo. Il rifiuto dell’high tech è totale e meriterebbe un discorso più vasto, me ne assumo ogni conseguenza. Da solo uno come me non riuscirebbe a vivere in una foresta come Londra. In capanne o in costruzioni di assi di legno o argilla sì, forse sta lì il mio futuro. Quarant’anni fa mi scaldavo davanti a un camino e a una stufa a legna, vedevo con sospetto il termosifone. Anche l’evoluzione del telefono mi ha spiazzato.

Non so se sono in tanti quelli come me. Se sì, dovremmo riunirci, coltivare un orto, mungere capre, fare legna e piantare insalate con la luna calante. Siamo superstiti. E i video su you tube, allora?! Devo cedere alla loro suggestione, lo ammetto. Portentosa quell’invenzione, essenziale per sopravvivere in caso di tracollo tecnologico. Alcuni video ad esempio, ti insegnano ad accendere il fuoco, a costruire un riparo, un’ascia, un trapano, un arpione. Cose che reputo essenziali. E tu no?

lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.

come e perché del tricolore?

LA NASCITA  D I UNA  BANDIERA      ORGOGLIO TRICOLORE
Avvincente più di un romanzo, drammatica e ricca di colpi di scena come la trama di un film. La storia della nascita della bandiera italiana riserva sorprese a non finire. Attraverso documenti inediti, Ito de Rolandis ne tratteggia in modo coinvolgente le origini.
I libri di Lorenzo Fornaca, l’amico editore scomparso recentemente, non passano inosservati. Ma ce ne sono alcuni che superano il segno risvegliando interessi nutriti solo dopo aver abbandonato i banchi di scuola, interessi che credevo sopiti e che invece vanno ben oltre una gratificante lettura.

È il caso di ORGOGLIO TRICOLORE di Ito De Rolandis. Cronaca, indagine, affresco storico, spy story: un melange appassionato e appassionante con un protagonista desueto: la nostra bandiera e la sua origine. Ito de Rolandis scava nelle vicende talvolta oscure, spesso tragiche, e tutte di grande rilievo storico e narrativo. Lo fa attraverso un racconto serrato, narrando l’atroce agonia di un suo lontano parente, quell’appassionato e romantico Giovan Battista De Rolandis nato a Castell’Alfero, nell’astigiano, cui rendiamo oggi onore. Incredibili figure a tutto tondo balzano dalle pagine, che si leggono tutte d’un fiato nell’insolita redazione a due colonne del libro. Personaggi come i due martiri, antesignani degli eroi del Risorgimento italiano, che nel lontano 1796, in quel di Bologna rispolverano qualche sciabola arrugginita e preparano munizioni raschiando il salnitro dai muri per confezionare qualche decina di munizioni, per l’assalto al palazzo pontificio. Ma quanti erano i rivoltosi? Dieci? Cento? Mille?
I bolognesi pronti ad abbattere o a correggere l’infame potere papale quanti erano? Sei, forse cinque, in tutto, secondo le testimonianze di un oste. Ma quei pochi diventarono, dopo la tragica fine dei due ragazzi e con l’appoggio dell’emissario di Napoleone Bonaparte, centinaia, migliaia, un’intera città che prende coscienza e si ribella, e così poco alla volta accade per l’intera penisola.

E tutto era partito da Giò De Rolandis, discendente da una nobile casata astigiana e da Luigi Zamboni figlio di un commerciante di stoffe bolognese, un seminarista e un borghese, dunque. Bravi ragazzi, focosi, romantici, appassionati rivoluzionari e infine eroi martiri. Il cui unico peccato accertato era quello di essere stati sprovveduti. Nessuno aveva infatti detto loro che una sollevazione di popolo non si effettua con tre sciabole, due forconi e tre archibugi asmatici. Il libro ci racconta a quali torture furono sottoposti i prigionieri nelle segrete del carcere bolognese, a quali ignominiose ingiurie si ricorreva per ordine di un autentico satana al servizio del papa Pio VI. Figura mortifera come quella luciferina di Angelo Filippo Pistrucci, Uditore del Santo Uffizio, persecutore dei due ragazzi, che solo a vederlo ritratto ti si raggela il sangue, o come quella dell’avvocato Antonio Aldini, strenuo difensore dei due prigionieri, divenuto poi primo ministro di Napoleone. E ancora: i panni dell’abate Bauset con cui entrò in contatto Giò de Rolandis chi celavano? E chi era davvero Antoine Christophe Saliceti, la cui tattica nell’operare è inserita nei più moderni trattati di spionaggio internazionale? Forse si trattava dello stesso abate Bauset? Ito de Rolandis centellina saggiamente le notizie componendo un avvincente intreccio di avvenimenti storicamente verificabili. Citando documenti spesso segreti e cronache del tempo. Ma oltre alla storia del tragico destino che aveva ghermito i due giovani eroi e alle tormentate vicissitudini all’origine del nostro vessillo nazionale, Ito de Rolandis ci parla di messaggi cifrati, delle condizioni di vita nella gaudente Bologna di fine ‘700, smentendo chi la voleva vedere solo gaudente.

Della scuola della Tortura fondata a Bologna dall’Inquisizione all’inizio del 1600, situata presso la torre degli Asinelli, di Castell’Alfero patria di Giò e dei suoi dintorni. E poi testimonianze dirette, documenti mai divulgati prima, e incredibili personaggi che paiono fasulli se non fossero davvero esistiti. Tutto qua? Niente affatto, Ito de Rolandis ci fa avvertire l’immanenza della bufera che si stava per abbattere sull’Italia, quell’uragano politico militare, amministrativo, che avrebbe sconvolto l’assetto politico della penisola, mandando in frantumi i decrepiti equilibri politici e territoriali. Lo spirito della rivoluzione francese stava infatti per varcare le Alpi illuminando le pulsioni confuse che animavano un numero crescente di italiani. giovane generale, smanioso di vittorie stava per avventurarsi sulle nostre regioni. Il suo nome? Napoleone Bonaparte. Ito de Rolandis, anche di questa vicenda ci racconta antefatti e particolari sconosciuti, che vanno a intrecciarsi con la tragica vicenda dei due giovani eroi.
Domanda: Perché libri di questo genere non sono adottati nelle nostre scuole medie come ausilio didattico? Non sarebbe il caso di cominciare a insegnare la storia così come si è davvero svolta? Cosa dobbiamo nascondere? Quella che sembra una minestra scondita e, ai più, indigesta (vedi la nostra storia raccontata dai sussidiari) diverrebbe un avvincente racconto, suffragato da fatti realmente accaduti e da personaggi davvero esistiti. Signor Ministro dell’Istruzione Le consigliamo questa lettura! Scriveva l’editore Lorenzo Fornaca: “Contattammo Ito De Rolandis, nipote diretto del martire, scrittore, saggista, storico, sicuri che nessun altro conoscesse la materia meglio di lui, grazie anche ai molti documenti giacenti in casa sua. In virtù della sua intensa attività giornalistica e radio televisiva, De Rolandis avrebbe saputo esporre episodi, date, fatti in modo narrativo accattivante, così come era già riuscito in tanti suoi libri di successo, tra gli altri “Maria Josè” “Enrico Berlinguer” “Giovanni XXIII” “Nel Nome di Asti” “Torino Dopoguerra” “Cara e Vecchia Torino” ed i diversi saggi sulla “Sindone”. Il nostro scopo è stato quello di comporre un’opera in grado di entrare in tutte le case, con un testo facile, un periodare semplice, piacevole nella lettura, e gradevole nell’iconografia. È emerso un libro impegnativo poiché ha per oggetto il simbolo massimo della nostra Nazione, quel Tricolore che ci esalta nei momenti di intensa commozione, ci fa fremere negli incontri sportivi quando scendono in campo i nostri campioni, e sia oggi, come ieri e come sarà domani, è emblema di inossidabile unità della nostra lunga Italia, capace di rinsaldare ovunque lo spirito di noi tutti, e di farci sentire fieri di essere italiani…” Un po’ di sana retorica non guasta. Grazie Lorens, anche se non potrai più leggere questo post.

inveivo contro i sacchetti di plastica?

Nulla è mutato, se mai peggiorato, perché son passati dieci anni inutilmente da quando scrivevo: LA PLASTICA UCCIDE e adesso lo ripeto: LA PLASTICA UCCIDE e continua a farlo. E tu e io cosa facciamo?
Dal sito di Legambiente di qualche tempo fa , leggo: Una petizione per dire Stop ai sacchetti di plastica, in nome del rispetto per l’ambiente dell’Italia e del pianeta, e tutti i numeri sugli shopper e i loro danni alle specie viventi sono stati presentati a Milano da Legambiente in una conferenza stampa.

I primi 1.500 cittadini che hanno firmato sul web – ha dichiarato Andrea Poggio, (anni fa) vicedirettore di Legambiente – non chiedono solo a governo e negozi di decretare la fine dell’inutile orgia di plastica a perdere, ma si impegnano individualmente a farne individualmente a meno. Ci attendiamo ora l’adesione dei volontari di Puliamo il Mondo. Il sacchetto di plastica è l’emblema dell’economia dello spreco, la sporta o il sacchetto elegante riutilizzabili sono tornati di moda: milioni di tartarughe, pesci e uccelli marini ci ringrazieranno. La petizione – può essere sottoscritta online su   www.legambiente.it Proveremo a mantenerci lontano dalle polemiche e dalla campagna di stampa a cui accenna il comunicato stampa di ottobre 2010 della UNIONPLAST, a proposito degli shoppers: Messa al bando dei sacchetti di plastica, confutando ciò che essa sostiene. Anche noi abbiamo ricevuto il comunicato della UNIONPLAST e rispondiamo. La prima affermazione tanto perentoria quanto provata è che: La plastica uccide. La seconda è che la plastica uccide perché indistruttibile.

La valorizzazione del fine vita: riutilizzo, recupero di energia, recupero di materia a cui si riferisce UNIONPLAST non soddisfa e anzi allarma coloro i quali vorrebbero arrestare la folle corsa all’impiego della plastica di consumo. La plastica uccide e per distruggerla occorre introdurla negli inceneritori che a loro volta inquinano, liberando in atmosfera particelle non proprio salubri che fanno ammalare. Riutilizzare i sacchetti per ricomporre la materia: Chi lo fa? E in che percentuale?  E così la plastica fa morire gli oceani, il plancton, i pesci e alla fine l’uomo. Cose dette e ridette fino alla nausea. La plastica senza clamore, a distanza di anni continua a uccidere. Davvero continuiamo a nasconderci dietro alle assenze di decreti approfittando di legislazioni carenti in materia a livello europeo? Gli shoppers uccidono. Non esistono recuperi efficaci contro il loro diffondersi, essi vanno, vuoti o pieni, a finire in discarica, che sono già ricolme di plastiche diverse fra loro e cioè non assimilabili, quindi difficilmente recuperabili. Ma se è ormai impossibile rinunciare all’impiego della plastica: le plastiche “nobili” ci accompagnano ovunque, dai veicoli ai mobili, dalle imbarcazioni ai velivoli, materiali ormai divenuti insostituibili, per i prodotti di consumo invece: bottiglie, shopper, flaconi contenitori usa e getta per alimenti, solo per citarne alcuni, quelli che vanno a ingolfare gli scaffali dei supermercati, per capirci, il discorso cambia e ne chiediamo il bando.

E non c’è carenza legislativa a giustificarne ancora l’impiego. Sarebbe come nascondere il mostro dietro una foglia di fico. Quel tipo di plastica uccide la vita e questo deve essere detto senza tema di smentite. Essa inquina gli oceani, rilasciando una melma difficilmente visibile, che galleggia in superficie, una palude di fanghiglia plastica che ammorba l’ecosistema degli oceani. Mettere al bando i sacchetti di plastica e le confezioni usa e getta non è un capriccio di ecologisti isterici, sempre pronti a urlare: dagli al mostro! ai danni di chi opera nel settore della lavorazione della plastica, ma un imperativo anche se, come recita il punto 3 del comunicato UNIONPLAST: Non esiste nessuna direttiva europea che preveda la messa al bando del sacchetto di plastica. Gli shoppers uccidono. Non esistono recuperi efficaci contro il loro diffondersi, essi vanno, vuoti o pieni, a finire in discarica, che sono già ricolme di plastiche diverse fra loro e cioè non assimilabili, quindi difficilmente recuperabili. Ma se è ormai impossibile rinunciare all’impiego della plastica: le plastiche “nobili” ci accompagnano ovunque, dai veicoli ai mobili, dalle imbarcazioni ai velivoli, materiali ormai divenuti insostituibili, per i prodotti di consumo invece: bottiglie, shopper, flaconi contenitori usa e getta per alimenti, solo per citarne alcuni, quelli che vanno a ingolfare gli scaffali dei supermercati, per capirci, il discorso cambia e ne chiediamo il bando. E non c’è carenza legislativa a giustificarne ancora l’impiego.

Oltre alle parole mi affido ai numerosi documentari che appaiono su youtube. Il messaggio è chiaro, la plastica (quel tipo di plastica) uccide, l’enorme isola di detriti in mezzo all’Oceano Pacifico si allarga, da decenni inghiottendo la vita. Forse è meglio studiare rapidamente valide alternative. L’UNIONPLAST e tu che mi stai leggendo non siete forse di questo avviso? Caro blogger che mi leggi, sarebbe gradita la tua idea.

ti sei perso nel bosco?

Metti che stai passeggiando con o senza fidanzata in un bosco e perdi la via del ritorno come succede alla ragazzina, in quel famoso libro mozzafiato di Stephen King. Metti che la tua barca faccia naufragio e tu ti svegli verso mezzogiorno su una spiaggia deserta solo con un temperino in tasca e un gran mal di testa e una maledetta voglia di far colazione e poi prendere un caffè al bar. Te lo scordi!

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Oppure il tuo monomotore perde quota e, dopo un atterraggio di fortuna, ti trovi improvvisamente in mezzo alla giungla, conun po’ di ammacature ma fortunatamente illeso. O magari stai cercando l’acqua dietro una duna, ma la duna che immagini non è quella dietro cui pensi di trovare i tuoi compagni di viaggio, per cui, caro mio, ti sei perso nel deserto e devi cercare un po’ d’acqua se vuoi campare fino a domani. Non abbiamo ancora finito: e sai come non morire di freddo in mezzo alla neve, anzi utilizzando proprio la neve scavandoci dentro una comodo rifugio per la notte?…Oppure non ti ricordi più che, per gioco, confezionavi ami da pesca, ti potrebbe riuscire molto utile visto che i pesci di quel torrente potrebbero sfamarti dopo tre giorni di digiuno.

A pagina 56 immaginiamo che: se avete del permanganato di potassio le cose potrebbero mettersi meglio, ma avrete bisogno anche di un po’ di zucchero e di un pizzico di fortuna, altrimenti il permanganato da solo serve a poco per accendere un fuoco. Oppure potete provare coi bastoncini secchi o anche con le pietre focaie, o magari con della pirite che fa scintille sufficienti (auguri). O magari con una lente di ingrandimento (già meglio) o con le lenti da presbite dei vostri occhiali o smontando un binocolo, oppure con l’obiettivo della macchina fotografica. Insomma accendere il fuoco è una cosa seria e ci crediamo. Io lo facevo con la lente a otto anni. Chi ha detto che la giungla di una metropoli è meno pericolosa di quella del Borneo? Per cui vi consigliamo di portarlo sempre in tasca il libricino, potreste perdervi a Londra o a Milano. Ha la copertina impermeabile (la poggia potrebbe sciuparlo)

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Ottantacinque illustrazioni di Conrad Bailey stese con l’intento di aiutarvi a capire come si accende per davvero un fuoco, come si cucina la coscia di uno gnu, come si costruisce un tetto di foglie e rami per ripararsi dalla pioggia. Il testo, di Brian Hildreth, tradotto da Giorgio Luxoro dice un sacco di cose, a partire da come si trasmette un segnale di richiesta soccorso Mayday o come bisogna intrecciare i rami per fare racchette da neve…Il libretto cerca proprio di darti una mano, tanto partecipa alla volonta di trarti di impaccio. Lodevole impresa! Magari l’avessi letto con attenzione quando eri a casa, seduto in poltrona!

Il bivacco con albero mozzato ci sembra confortevole mentre un rudimentale arpione per pescare ci appare davvero micidiale. Per i più industriosi ci sono le indicazioni su come costruire un’ascia di pietra (dio sa quanto ce n’è bisogno in ufficio e sul tram) oppure come costruire un trapano rudimentale per bucare pietre friabili, conchiglie e pareti di casa… Anche se non andate sul Kilimangiaro vi potrà interessare e divertire, ma sarà molto difficile trovarlo. A proposito: io l’ho perso durante un trasloco, se lo trovi da qualche parte me lo dici? Edito da Longanesi, oggi lo trovi solo nell’usato vintage. Datava 1977.

gli angeli han fatto le valigie?

UN DIALOGO (IMMAGINARIO MA VEROSIMILE) TRA JULIUS EVOLA E RICHARD FEYNMAN

Due giganti del sapere a confronto. Ma quale sapere? Quello del filosofo non ortodosso, interprete e difensore della Tradizione e di dimensioni ultramondane o quello dello scienziato americano premio Nobel, indagatore dell’atomo, ex enfant prodige della fisica quantistica. Il dialogo inedito immagina un faccia a faccia sottolineando la critica all’indagine scientifica odierna, basata su astrazione, probabilità e paradosso, espressa in due capitoli su CAVALCARE LA TIGRE; coi suoi limiti evidenti e la pretenziosità di unico sapere possibile, dogmatico e totalizzante. Confronto utile a comprendere ciò che si è perduto e ciò che la scienza moderna oggi va perseguendo. Il sito della FONDAZIONE JULIUS EVOLA ha pubblicato il seguente racconto:

FEYNMAN -Buongiorno ingegnere; da dove arriva? Anche lei ha fatto un lungo viaggio per poterci incontrare?

EVOLA -Buongiorno a lei, da molto lontano arrivo, guardi che la laurea volutamente non l’ho conseguita

F -Di onorificenze e diplomi non so che farmene nemmeno io, mi impacciano

E -La sua notorietà è invidiabile, da suonatore di bongo al Nobel

F -E lei da imbrattatele e aspirante stregone alla ribalta del Nazionalsocialismo. Ha mai provato a suonare i bonghi? Le sarebbe passata la voglia di dar lezione a dittatori omicidi

E -Si dice tanto su di me, spesso a sproposito. Al bongo preferisco gong rituale e corno tibetano

F -Non mi divertirebbero, uno quando vibra ti muove le budella, l’altro sembra un tubo di stufa mal riuscito

E -Strumenti rituali, aiutano ad accedere ad altri stadi dello spirito

F -Non mi sono mai soffermato sullo “spirito”. Gong e corno si suonano nei monasteri, che noi Americani apprezziamo poco. A proposito, lei con noi non è tenero: infantili e pieni di tabù, dice, e ci assimila agli ortaggi…

E -Dove l’ha letto?

F -Me lo hanno riferito. Tornando allo spirito: il mio lo “sollevo” ballando la samba. Ma perché ce l’ha con noi? Non siamo bolscevichi

E -Origini e mete diverse, effetti analoghi e poi: “Una foresta pietrificata contro cui si agita il caos” l’ha scritto il suo connazionale Henry Miller sulle vostre città

F -Si chiama libertà di espressione!

E -Tanto per dirne un paio: “l’utile è il criterio  del vero” e “il valore di ogni concezione, perfino metafisica va misurato dalla sua efficacia pratica” è di un vostro filosofo, certo  William James. Un po’ limitativo, no?   “Get rich quick!” ovvero il valore fondante gli USA. E al rogo la Tradizione

F -Ancora tradizione! Ora ricordo…il suo latte di fiamma: originale! L’unico che ricordo è quello che mia madre mi faceva ingurgitare da piccolo

E -Tradizione. Da non confondere con folklore e tradizioni locali

F -Nutriamo visioni del mondo diverse. Pensi che io parto da un bicchiere di vino. Contiene l’universo intero, sa? 

E -Pittoresco! Ma presumere di detenere il primato della conoscenza vi nuocerà

F -Non sia serioso barone. Frugare nei segreti della materia le pare cosa da poco? Io parto dal vino e anche da una scarpa. Se questa non è modestia! 

E -Trovo riprovevole che sulle vostre ricerche l’industria ci costruisca su modelli di vita coercitivi spacciandoli per progresso

F -Mai stato tenero verso istituzioni e industria. E poi quello che si fa sfruttando la ricerca non mi compete. Ma lei non è curioso di vedere come si comporta l’atomo?

E -Do la precedenza a una realtà che guarda all’eterno incorruttibile

F -Non le sembra di essere sorpassato? Guardi che fine hanno fatto fare a Dio i suoi colleghi

E -Col Dio di cui parla io c’entro poco, comunque a smantellare l’idea del divino hanno cominciato i suoi colleghi, scrutando il cielo…i filosofi hanno poi preso atto della cosa

F -Torniamo alla conoscenza, tema del nostro incontro. Ai miei studenti dico che lo strumento eletto per i ricercatori è il cestino della carta straccia, deve essere sempre ricolmo. Non è apprezzabile? Penso di sapere perché lei non ci ami. Abbiamo scacciato gli angeli a suon di formule e quelli han fatto le valigie

E -Angeli?

F -Ai miei studenti un giorno ho detto: Keplero ha sudato sette camicie per convincere i dotti che le sue idee non erano bislacche, che i pianeti attorno al sole non venivano sospinti dalla pressione dell’aria prodotta dal battito delle ali, sospesi a mezz’aria a reggere il mondo, ma da forze gravitazionali. Uno può anche credere agli angeli, più difficile conciliare il fatto che la pressione prodotta dal battito delle loro ali era diretta altrove, non c’entrava col moto dei pianeti. Una volta scoperto il trucco…

E -Vedo che le allegorie, da lei definite “trucco”, le sono indigeste

F -Chi sosteneva certe allegorie ovvero la Chiesa, coltivava ignoranza commettendo crimini, sentendosi minacciata

E -Vero. Tralasciamo gli angeli. Ma la scienza moderna non ha cambiato il mondo in meglio, che rimane per addetti ai lavori, se si esclude il clamore sulle vostre scoperte di cui subito ci si dimentica. Siete su un binario cieco, vi inciampate nelle formule

F -Cieco! Lei parla di cecità descrivendo il tentativo della Fisica quantistica di forzare la cassaforte della materia, affermando che è secondario conoscerne l’origine, il come e il quando. Come faccio a descrivere fenomeni senza usare formule?

E -Io sono più modesto. Mi bastano conoscenze maturate millenni fa, risvegli, illuminazioni, realtà invisibili in cui vive una doppia realtà fenomenica, da voi trascurata

F -Mi sembra che la sua conoscenza sia datata, millenni di…buio e di false interpretazioni, ma vi capisco…senza strumenti adatti

E -Sarebbe perfetto se dopo la scoperta della curvatura dello spazio tempo, ovvero della deformazione causata dalla massa degli oggetti  nello spazio tempo le scoperte fossero messe al servizio di altre conoscenze

F -Lei è bene informato. Ma ne abbiamo fin troppe di matasse da sbrogliare per pensare ad altro. La natura si comporta in modo tale che risulta impossibile prevedere cosa succederà in un dato esperimento. Si immagini quanto mi piacerebbe scoprire su due piedi anche il perché di tutta questa meravigliosa baracca. Mi capisce? 

E -Certo, sfere di competenze distinte, ma c’è sempre chi invade il campo altrui e voi avete tracimato

F –I suoi colleghi filosofi avevano stabilito come uno dei requisiti della scienza fosse che nelle stesse condizioni dovesse verificarsi la stessa cosa. Falso. Il fatto è che non succedendo la stessa cosa possiamo trovare solo una media dei risultati. Nella fisica, tutto quello che può succedere succede, è già successo e succederà, e tutti questi eventi, presenti, passati e futuri stanno succedendo allo stesso tempo. Non le sembra abbastanza complicato? I filosofi poi blaterano su cosa sia necessario per la scienza, sbagliando

E -Sbagliata è la vostra nozione di realtà

F -Ma lei cosa intende per reale? Pensa che una bottiglia sia reale? Una vite, una scarpa, secondo lei sono “reali?” Lei ed io siamo reali? Me lo dica, così usciamo dall’equivoco

E -Quello che attiene alla Tradizione non all’effimero; Io parlo di immutabilità, ossia del contrario di ciò che voi indagate

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c’erano i ricordi?

Nemmeno tanto originale il gioco di parole, però voglio proprio chiederti se te li ricordi i tuoi ricordi. Lascia stare il gioco facile di parole. I tuoi o quelli degli altri, ricordi come questi ad esempio: La giovinezza coi suoi impeti ardenti, l’istintiva e confusa intuizione della vita e del cuore umano. I palpiti d’amore, le lacrime, i gridi! Amori d’adolescente, di cui si ride nell’eta matura, voi ritornate spesso coi vostri colori oscuri e sbiaditi, e poi fuggite perche altri ricordi vi scacciano, come ombre che passano correndo, nelle notti invernali…Mica male, devo dire e tu che ne dici? O anche: Quanti giorni, quanti anni, li ho trascorsi seduto a non pensare a nulla (o a tutto?), perso in quell’infinito che volevo afferrare, e che invece mi inghiottivaaltri ricordi oscuri e freddi come giornate di pioggia, memorie amaramente crudeli che pur ritornano; ore di calvario, gonfie di pianto senza speranza…beh chi scriveva a questo modo non è proprio l’ultimo arrivato, ha nome e cognome, si chiama

Gustave Flaubert e ha circa diciassette anni, quando scrive dei suoi ricordi e di altro. Mica male, per un ragazzo che diventerà un grande scrittore, per il momento nel suo MEMORIE DI UN PAZZO mette a nudo la sua anima ribelle e scontrosa, chiamando a testimone anche i suoi ricordi. Te pensi che ci sia qualcosa che sia più importante dei ricordi? Io non credo. Sono quello che eri, sono quello che sei stato quando hai gioito e sofferto, amato e detestato, imprecato e sognato, cioè sono quasi tutto te stesso, parte essenziale di te stesso, non qualcosa che riguarda SOLO la tua giovinezza, o la tua maturità . …i vecchi vivono solo dei ricordi, perché , secondo te cosa dovrebbero fare? Vivono la parte più importante della loro vita, niente li illude che il futuro rimanente possa essere migliore, e han ragione, uno poi può mettersi sul divano a far più niente e ricordare anche se ha solo quarant’anni allora sei ammalato o filosofo o scrittore, vedi te. C’e qualcosa che è più importante delle memorie? Può darsi, ma non ne sono certo. Magari me lo dici tu. Qualcosa che ti intrattiene, che ti fa sognare e che ti turba ancora. Tutto è ricordo, se ci pensi bene, e passato se vuoi tentare di avere un futuro, il presente, come sai è inevitabile, ma il futuro no, il futuro aspetta che tu chiami a testimoniare il primo bacio, la prima corsa in moto, il primo lui o lei, la prima vacanza, il primo progetto di vita, di viaggio, i primi…, beh, se continuo su questa strada facciamo notte. Del tuo esserti destato alla vita, per dirla poeticamente, ma insomma, non farmi esagerare, che di questo passo scrivo un libro sui ricordi, invece sei tu che devi dirmi cosa ne pensi, mi interessa, son curioso. Non so se da qualche parte nel mondo si festeggia la giornata del ricordo, ma temo che per la maggioranza sarebbe triste, o, se non altro, malinconica. Perché al ricordo si associano sempre mestizia, lutto, rimembranza: errori da evitare. Definizione del ricordo e via, sono sicuro che verrebbero fuori cose sorprendenti. Basta non chiamarli in questo modo, ma pezzi di vita, memorie che ritornano in continuazione e con fatti che potrebbero ripetersi, differenti tuttavia, perché il tempo non perdona mai. Ma se togli i ricordi alla tua vita cosa ti rimane? Pensaci un po’ su Giovanna, Carmelo, Lino, Francesca, Carlo, che tu lo voglia o meno, che tu li ami o meno o ne rimpianga l’emozione che ancora ti suscitano, senza ricordi staresti davanti a uno specchio a chiederti ma io chi sono? Io mi sento definito dai ricordi, che se ci pensi bene fotografano te stesso in via esclusiva ed inequivocabile. Ecco chi sei, sono proprio i ricordi a spiegartelo. Cibo per il domani. Dicesi ricordo, l’onnipresente internet te lo spiega secondo questa definizione: Impronta di una singola vicenda o esperienza o di un complesso di vicende ed esperienze del passato, conservata nella coscienza e rievocata alla mente dalla memoria, con più o meno intensa partecipazione affettiva: il r. dei cari estinti, del fratello lontano; mi è rimasto un pessimo r. di quella serata; i vecchi vivono di ricordi. C’è quasi tutto: coscieza, rievocazione, mente, memoria, esperienze del passato, tranne una cosa. I ricordi sono fondamentali perché ti riconducono alle esperienze prime, poi viene tutto il resto. Per questo sono eccezionalmente importanti, ma via, non esageriamo. Puoi vivere di solo futuro o, se non ti è troppo pesante, di solo presente? Non credo. Non occorre fare troppa filosofia. Senza di loro non potresti vivere, senza ricordi saresti monco, certo rammenti la scena di Blade Runner di Ridley Scott in cui la fascinosa replicante Rachael della quale

si innamora Harrison Ford, ricorda la sua infanzia, senza sapere che i suoi ricordi sono memorie indotte dai suoi padri che sono costruttori di replicanti. Per credersi o aspirare ad essere “umana” la fascinosa replicante Rachael ha bisogno di ricordi. Se lo dice la fantascienza lo diciamo anche noi. I ricordi che vanno dal primo gelato, alla casa di campagna dove giocavi col tuo cagnolino, al primo bacio, alla mamma che ti faceva i maglioni, alla prima bicicletta. Dei tuoi te ne rammenti? Penso che insieme potremmo scrivere un libro senza fine se ci fosse qualcuno che si prestasse a raccogliere i ricordi degli uomini, per le memorie del mondo ci sono già storici e per il futuro fisici e matematici con la loro invasiva Intelligenza artificiale. Quella non so se abbia bisogno di ricordi.

trionfava la psiche?

La minaccia incombe. Sarebbe arduo infilarlo in tasca come un pocket book, visto che 8oo pagine sono un malloppo assai simile a un mattone. Dopo essere penetrati nei meandri di questa miniera fatta di informazioni sotto forma di libro me ne sono uscito un po’ stordito ma più ricco, quasi affascinato dall’accattivante racconto. Galimberti percorre qualche millennio della storia del pensiero occidentale. Lo fa in modo conciso, attraverso confronti e analisi, facendo parlare i protagonisti, le tesi, per giungere infine alla situazione attuale, inquinata da una grave minaccia, in un panorama odierno niente affatto consolante, e ne vedremo in seguito i motivi.

Ci sono libri labirinto, libri inutili e libri menzogna, libri sfinge e libri come questo che non puoi eludere, che ti costringono a riflettere, che impegnano e inquietano e che vorresti avere letto venti anni prima. Compagni di percorso, strumenti al servizio della conoscenza. In un libro come questo, che tenta e riesce ad abbracciare più di due millenni non c’è angolo di sapere che non sia frugato e sondato e messo in relazione con altri. Raccontata così la filosofia assume le vesti di un’avventura continua, di un rifacimento inesausto di tesi, idee, interpretazioni. Aristotele che dice la sua, Platone anche, gli rispondono a migliaia di anni luce di distanza Kant, Heghel, Nietzsche e Marx. (davvero un peccato che non ci sia Julius Evola, non se ne capisce il motivo). Il Prometeo incatenato che viene punito sull’orrida rupe per aver regalato agli uomini cieche speranze. La verità ontologica ed escatologica nella loro luce più vera, attraverso i movimenti del pensiero, della storia e delle idee così ben concatenati dai sintetici capitoletti di Umberto Galimberti da sembrare un romanzo in cui, principale ma non unico protagonista è l’uomo, attraverso un continuum dialettico in cui emerge l’essere alieno e non conforme a natura, costretto a dominare quest’ultima per continuare a esistere.

A pagina 161 così leggo: “…L’uomo è organicamente l’essere manchevole (Herder); egli sarebbe inadatto alla vita in ogni ambiente naturale e così deve crearsi una seconda natura, un mondo di rimpiazzo …che possa cooperare con il suo deficiente equipaggiamento organico…Si può anche dire che è costretto biologicamente al dominio sulla natura (Gehlen).”  Nel libro miniera i capitoli scorrono come sorsi d’acqua fresca. È una fitta matassa che si dipana delineando la nostra storia. Scrive Galimberti: “se nel dominio della natura si esprime il dominio della tecnica, allora la tecnica è all’origine della vicenda umana…come condizione”. Ci sono frasi che vorremmo mandare a memoria.

Sorta di antidoto cui ricorrere per sopravvivere in questa landa ostica e nebulosa che si chiama esistenza odierna. Un esempio a pagina 253 con: ” Il risvolto negativo della tecnica, la sua capacità di incatenare…l’uomo  nell’illusione di liberarlo, risiede nella sua autonomia, nel suo operare indipendentemente  dal retto consiglio e dal buon uso della saggezza…Ciò non significa che la tecnica sia priva di ragione, ma semplicemente che la tecnica dispone solo di una ragione strumentale che controlla l’idoneità di un mezzo a un fine, senza pronunciarsi sulla scelta dei fini….”.

Così entriamo nel vivo del libro, nell’argomento eccellente che inquieta, ovvero, nel cuore del problema da cui scaturiscono verità sulla saggezza, sulla storia, sulla politica e sul contrasto insanabile fra mito e religione e ancora sulla tecnica che è ragione calcolante e che segna la differenza fra l’animale e l’uomo. Ottocento pagine per parlare di tecnica? A nostro avviso potevano essere molte di più e tutte interessanti e tese a indagare quello che è successo in oltre duemila anni di storia. Perché si parla di tecnica? Semplice. In quella parola apparentemente innocua si celano potenzialità di sviluppo e influenza angoscianti. Chi pensa di governare e di guidare la tecnica è illuso o sprovveduto, dice il libro, illustrando l’immenso potere sull’uomo, ormai succube del suo mezzo (fine?) L’opera di Galimberti costruisce così un unicum a cui concorrono più voci, talvolta antitetiche, tutte importanti e vere. Il libro ha una capacità chiarificatrice sorprendente; un tomo da consultare spesso e da tenere sottomano.

Dal mito, alla religione al disagio esistenziale, sino all’uomo che pensa di poter fare a meno del divino. Dal feticismo della merce al sentimento oceanico, dall’esistenza inautentica alla macchina in cui vive uno spirito immortale, dal modo di essere nel mondo allo sviluppo a finalistico, al disagio della civiltà. A pagina 715 così conclude Galimberti: “Il fatto che la tecnica non sia ancora totalitaria, il fatto che quattro quinti dell’umanità viva di prodotti tecnici, ma non ancora di mentalità tecnica non deve confortarci perché il passo decisivo verso l’assoluto tecnico, verso la macchina mondiale l’abbiamo già fatto….occorre evitare segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: Che cosa possiamo fare noi con la tecnica? Ma: Che cosa la tecnica può fare di noi?” Inquietante, non ti pare? Galimberti è riuscito a organizzare un dibattito a più voci, una conferenza distribuita nel tempo e nello spazio di gran vivacità e interesse.

I maestri del pensiero occidentale si sono dati convegno nel suo saggio. Provate a darci un’occhiata. Ci sono davvero tutti, o quasi. O mancano, forse, alcuni recenti studiosi reputati scomodi e non meritevoli di attenzione? Quelli che sono stati posti all’indice dal corso degli eventi, sconfitti (per ora) dall’avvento delle ideologie moderne. Può darsi che questi autori non abbiano scritto nulla che riguardasse la tecnica. Può darsi. Ma non ne sono convinto, Julius Evola docet.

c’era Lorens?

L’avevo ribattezzato Lorens, e a lui era piaciuto. Ho avuto il privilegio di conoscerlo, e apprezzarlo. Amico, fratello, consigliere, e tante altre cose che più belle non potevano essere. Ma che non ci sono più, perché Lorens è uscito di scena senza clamore, lasciando in molti occhi lucidi e tanto rimpianto. Con lui se n’è andato il giocatore di calcio che aveva ricevuto i complimenti di Omar Sivori per come lo aveva contrastato in campo in una amichevole, e soprattutto l’ultimo cavaliere della carta stampata. Ruolo riconosciuto di cui andava fiero e a ragione. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare per lui e di pubblicare anche un libro I TESORI DELLA VALLE DI TUFO dedicato a Matilde Izzia e a suo marito lo storico Aldo conte di Ricaldone.

Estimatore del suo Monferrato e divulgatore di bellezza. Amava il suo Piemonte con passione e trasporto al punto da dedicargli una vita di lavoro. Le sue opere, alcune monumentali e uniche, rimarranno per sempre nella storia della regione a cominciare dagli annali del Monferrato sino alla sua ultima fatica dedicata alla cattedrale di Asti. Non voglio rievocare Lorens, non gli piacerebbe, e poi mi chiederebbe di aggiungere o togliere qualche virgola al testo. Ma solo abbracciarlo idealmente, una delle ultime volte che ci eravamo visti era stato in mezzo a un campo di stoppie a mangiare panini e a parlare dei nostri progetti.

Lorenzo Fornaca entra ora a pieno titolo fra i grandi protagonisti della sua città, Asti. Onorato, stimato e compianto. Qui è ripreso in due momenti di grande serenità. Durante la presentazione di un suo libro a Milano e davanti al complesso monumentale di Bosco Marengo.

non c’erano banane blu nelle piazze?

https://www.finestresullarte.info/

La banana blu gigante di Giuseppe Veneziano invade una delle piazze più belle della Toscana

Non voglio fare polemica per l’amore della polemica, però …Eccoti un altro articolo di FINESTRE SULL’ARTE che mi manda in depressione.

 Redazione , scritto il 10/05/2021, 00:33:37
Categorie: Mostre

 Si intitola The Blue Banana il nuovo progetto di Giuseppe Veneziano: una grande mostra con diverse opere monumentali, a Pietrasanta. A partire dalla banana blu gigante che invade piazza del Duomo.

Una banana blu gigante invade una delle piazze più belle della Toscana. È la grande scultura che Giuseppe Veneziano (Mazzarino, 1971), uno degli artisti neo-pop italiani più noti e apprezzati, porta in piazza del Duomo a Pietrasanta per la sua nuova mostra The Blue Banana. La mostra, promossa dal Comune di Pietrasanta e curata da Andrea B. Del Guercio, e allestita dal 20 giugno al 14 settembre 2021, è stata appositamente concepita per gli spazi di Piazza Duomo e del Centro Storico e l’evento si articolerà seguendo un percorso che coinvolgerà il pubblico in un gioco di scoperte e rivelazioni tra quattordici opere monumentali, tutte nate e realizzate nei laboratori di marmo e nelle fonderie del bronzo di Pietrasanta.

Il titolo dell’intera esposizione si applica alle grandi dimensioni della scultura che Giuseppe Veneziano porta davanti al Duomo e allude alla dimensione economico-finanziaria dell’Europa occidentale, in cui si collegano le grandi Capitali politiche, da Londra a Francoforte, da Parigi a Bruxelles, da Basilea a Milano e Torino. Veneziano “disegna”, nella geografia del Vecchio Continente, una megalopoli, individuando quanto l’area produttiva abbia assunto la forma di una banana riconoscibile nel “blue” dell’Unione Europea. Nell’opera, il riferimento economico e politico si fonde con quello artistico contemporaneo, dove la banana rimanda a una delle icone della Pop Art di Andy Warhol, simbolo della celeberrima copertina dell’album dei Velvet Underground & NicoThe Blue Banana sintetizza così la ricerca artistica di Giuseppe Veneziano, attenta alla rappresentazione dei dilemmi che caratterizzano la società attuale in tutte le sue forme (politica, spettacolo, costume), ma anche memore delle evoluzioni e dei percorsi dell’arte nella storia. 

“La centralità spaziale del frutto dalle grandi dimensioni ed una intensa monocromia, soggetto iconico in grado di congiungere l’alimentazione infantile con la dimensione erotica degli adulti, svolge il ruolo monumentale ’antico’ intorno al quale ruota per disseminazione, l’articolato racconto condotto per ’ immagini’ a cui Veneziano ha messo mano. Lungo il tessuto connettivo dedicato alla grande tradizione dell’arte, irrompono allusioni a personalità della cronaca, personaggi storici, icone del cinema e del fumetto, attori della contemporaneità. È attraverso la tecnica del mash-up (la stessa usata da molti dee-jay contemporanei) che Veneziano collega elementi contrastanti, ottenendo immagini capaci di creare inedite e sorprendenti associazioni visive: Dante Alighieri (di cui quest’anno ricorre l’anniversario dei 700 anni dalla morte) intento a scrivere la sua Divina Commedia su un portatile Macbook, Dolce e Gabbana, sulla falsa riga dell’altra celebre coppia artistica italo-inglese Gilbert & George, Charlie Chaplin con Venere, Biancaneve Assassina, il David di Michelangelo, Spider Man con suo figlio ed infine sul sagrato del Sant’Agostino Papa Francesco in skateboard. Con gli strumenti iconografici che ha a disposizione, che eredita dalla memoria scolastica e che rielabora imponendosi sul patrimonio monumentale, nobile del passato, Veneziano conferma di appartenere ad una cultura espressiva finalmente indipendente; l’operazione espressiva ’travolge’ ogni diffuso timore indotto dal confronto globale, scavalca con libertà d’azione la ricerca di spazi circoscritti e protetti, ’archiviando’ ogni tentativo di condizionare in un’unica geografia culturale, libera dall’obbligo di ’localizzare’ la dimensione linguistica dell’arte”.

Il progetto The Blue Banana si completa presso FUTURA Art Gallery che esporrà le opere su tela di Giuseppe Veneziano, trasformando lo spazio espositivo in una quadreria contemporanea con i pezzi più iconici dell’artista. Uno fra tutti è Cripto valuta che funge da fil rouge tra la mostra in piazza e quella in galleria: il Ritratto d’uomo con medaglia di Sandro Botticelli, invece di impugnare l’effige di Cosimo il Vecchio tiene in mano un ideale Bitcoin, il valore che l’artista ha assegnato all’opera e che rimarrà tale per sempre.

Giuseppe Veneziano nasce a Mazzarino (Caltanissetta) il 22 febbraio del 1971. Si laurea in Architettura nel 1996 all’Università di Palermo. La prima volta che il lavoro pittorico di Giuseppe Veneziano viene notato in ambito nazionale risale al 2004 in occasione della mostra dal titolo In-Visi curata dallo scrittore Andrea G. Pinketts presso il locale “Le Trottoir” a Milano. Nel 2007 partecipa alla VI Biennale di San Pietroburgo; nel 2008 è tra i venti artisti invitati a rappresentare l’ltalia alla mostra Artâthlos in occasione dei XXIX Giochi Olimpici di Pechino; nel 2009 partecipa alla IV Biennale di Praga. Nel 2010 la mostra pubblica Zeitgeist a Pietrasanta riporta Veneziano sulle cronache nazionali e Internazionali per la presenza dell’opera La Madonna del Terzo Reich. Nel 2011 viene invitato al Padiglione Italia alla 54ªBiennale di Venezia, nel 2012 alla Biennale d’Arte Contemporanea Italia-Cina, Villa Reale di Monza. Nel 2015 partecipa alla mostra Tesori d’Italia, EXPO 2015, Milano. Nel 2016 inizia a insegnare all’Accademia di Belle Arti “Aldo Galli” di Como. Nel 2017 partecipa alla “Design Week” di Milano con una scultura in marmo statuario di Carrara dal titolo White Slave. Nel 2019 realizza due mostre pubbliche di notevole successo di pubblico e di critica: la prima a Palazzo Ducale di Massa e la Seconda al Museo Riso di Palermo. Nel 2020 Realizza la mostra pubblica Giuseppe Veneziano VS Raffaele Sanzio a San Benedetto del Tronto. Le sue opere sono state esposte In Germania, Francia, Inghilterra, New York, California, Dubai, Cina, Russia. Dalla critica e dalle riviste di settore è riconosciuto come uno dei massimi esponenti della “New Pop italiana e internazionale” e del gruppo “Italian Newbrow”.

Scusa ma non ci sto. Che Veneziano rientri nella categoria di artista scultore pop ha scarsa o nulla rilevanza, quello che mi preme dire è che il suo prodotto esibito mi offende, e non penso che urti solo la mia sensibilità, mi offende, ripeto, deturpa equilibri storico artistici architettonici di inestimabile valore. Che ci fa la sua roba nelle piazze d’Italia? non ha niente da aggiungere se non descrivere la natura autoreferenziale e tutto sommato “vecchia” della sua artistica banana blu. Evidentemente e sconsolabilmente considerata opera d’arte. Ma ce lo dicono Aristotele, Nietzsche e Duchamp cos’è l’arte, perché Veneziano non si informa prima di farsi proclamare artista? Domanda: Non si possono fermare questi obbrobri? Chi decide e cosa esporre nelle piazze d’Italia? Abbiamo fatto dei referendum per scegliere quale artista nostrano possa esporre? Quanto costa allestire roba del genere? è il cittadino che paga? E quanto? E poi Giuseppe Veneziano lo sa che Andy Wharol è morto da un pezzo? Ti riporto per tua conoscenza cosa si legge in una sua intervista:

-Come nasce il tuo essere artista?
Ho provato a convincermi di non esserlo, ma non ci sono riuscito.
-I tuoi soggetti sono proposti in stile cartoon tramite una rivisitazione personale, c’è stata un’evoluzione dall’inizio ad ora?
Fin dalla mia adolescenza ho vissuto gran parte della mia crescita formativa davanti la TV e leggendo fumetti. Il mio linguaggio pittorico si è formato naturalmente (senza preparazione accademica o forzature di stile) mischiando le immagini del mio tempo con quelle della memoria, mischiando la realtà con la finzione. Infatti personaggi reali sono dipinti come fumetti mentre i cartoon sono dipinti in modo più realistico.
-I tuoi pilastri, Vasco Rossi, Rambo, Jim Morrison, Andrea Pazienza, Charles Baudelaire, Louis I. Kahn e Cicciolina, ricorrono nelle tue opere, cosa ti ha portato a considerarli come tali e come mai proprio questi soggetti?
Sono personaggi che hanno nutrito la mia fantasia e mi hanno dato molti stimoli per ampliare le mie curiosità. Tento sempre di non avere preconcetti sugli argomenti da trattare e di non vergognarmi del mio passato. Non ho mai voluto distinguere la cultura alta da quella bassa, sono sempre stato attratto da tutto ciò che mi emoziona....
Se lo dice lui.