Vittorio Alfieri scriveva le sue granitiche tragedie?

L’ho letto a scuola senza capirci molto, anzi, sbuffando e pensando a quanto palloso fosse. Non dirmi che ti è piaciuto alla prima lettura, perché non ci credo. Alla seconda lettura ho pensato: mica male, e alla terza mi son detto: ma questo è un genio che va oltre l’immaginabile e l’umano. È Vittorio Alfieri, il gigante astigiano, parlando di lui faccio contento anche il mio amico editore Lorenzo Fornaca, appena scomparso, astigiano verace.

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Alfieri appioppò a Caterina II di Russia il non lusinghiero epiteto di Clitennestra filosofessa e la città di Pietroburgo divenne l’asiatico accampamento di allineate trabacche. All’Accademia rimase otto anni, senza apprendere nulla, rimanendo, come lui stesso scrisse: asino tra asini e sotto un asino. A Berlino Federico II risvegliò in lui disprezzo misto a odio, per quel sovrano e i suoi sudditi. Accessi di pianto e di allegria lo accompagnarono durante la lettura del Don Chisciotte mentre percorreva le lande desertiche andaluse. Ma quegli aspri paesaggi dovevano riuscire congeniali alla sua natura. Abbandonati ozi e trastulli amorosi si dedicò anima e corpo alla letteratura coltivando il desiderio di scrivere tragedie. Un desiderio di perfezione assoluto lo accompagnò nel pensiero, nella vita e nelle opere. I suoi versi fanno a brandelli la musicalità della scrittura del Metastasio. Caparbio, malinconico, irrequieto, artefice di una poesia tragica di enorme vigore che lascia, nei suoi esiti migliori, attoniti, compresi della grandezza dei personaggi. I suoi versi, asciutti ed essenziali conducono rapidamente il lettore verso l’unico esito possibile: l’annullamento dei protagonisti. La tragedia alfieriana non lascia scampo, non dà vie di fuga, non concede nulla alla teatralità. Il grande astigiano è inventore di un linguaggio che sovrasta l’individuo, trascinandolo con una grandine di endecasillabi liberi verso il baratro. Visto come unico esito possibile. Come via di fuga.

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Alfieri merita attenzioni nuove. Il suo rivoluzionarismo lo porta a sposare e poi a respingere gli esiti estremi della rivoluzione francese. Affido a competenze più cospicue della mia l’analisi del suo aristocratico ribellismo e della infruttuosa ricerca di una patria dello spirito. Nuova luce, dicevo, nuova attenzione, ma verso quali aspetti? Partendo dai personaggi, dalla loro dimensione irraggiungibile, da quel piano esistenziale olimpico, dalla tensione spesso insopportabile del loro dramma esistenziale. Tensioni estreme, fuori dall’ordinario precipitano nella morte, nel suicidio, nella negazione di ogni luce; complici i versi, incalzanti e a nostro avviso, di grande modernità. Una cifra di lettura che merita attenzione: la modernità. Alfieri è moderno e precursore di assai più recenti eroi, occorrono circa due secoli per incontrarne altri degni di nota. La modernità dell’Alfieri risiede nel perpetuo rivoltarsi contro la tirannide, alla ricerca di libertà assolute, impossibili. Alfieri velleitario? Forse. Ma criticamente attento, in veglia perenne, alla ricerca di una patria dello spirito, di istituzioni e condizioni di vita accettabili. Il tiranno e la libertà vilipesa sono ovunque, contro di essi Alfieri spenderà la sua vita. Ma l’ipotesi da approfondire è un’altra: per vocazione, intenzione, professione Alfieri veste l’abito dell’ultrauomo, precursore dei più moderni Nietzsche, D’Annunzio, Evola (seppur quest’ultimo con altri esiti e aderenze). Alfieri, tuttavia è ultrauomo non trascendente, non ultramondano; la sua grandezza riguarda esclusivamente l’umano. E scusa se e poco! Il suo titanismo è compagno di un pessimismo esistenziale che ricorre al suicidio come estrema risposta e via di fuga. Non rassegnazione o cedimento alla sofferenza, ma dominio dell’esistenza e fine volontaria, se necessaria. Eroico per l’indomito contrasto al potere, eroici i suoi personaggi, tutti alle soglie di un futuro da suicidi, di titanica rassegnazione o di resistenza al fato. Alfieri è eroe contro e ribelle negli agi e nella ricchezza. Per carattere, vocazione e possibilità economica (non vanno dimenticati i suoi cospicui patrimoni che gli consentivano una vita errabonda, la frequentazione del bel mondo e continui viaggi in tutta Europa) . L’ultrauomo che disdegna, senza tuttavia disprezzarlo, il divino, al quale non farà mai ricorso. Ultrauomo che non ricorre alla luce della divinità per lenire il suo rovello, ma che attinge a un io cosmico esclusivamente terreno. Cè chi l’ha definito Sacerdote dell’umanità, per noi è un uomo contro, anticonformista, un supereroe non omologabile, la sua condanna non risparmia alcuno, né potenti né masse, destinate a deluderlo. Per lui la morte è affermazione del principio di libertà individuale.

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E i suoi personaggi? Gli corrispondono. Egli stesso è Clitennestra, (Clitennestra dopo l’omicidio (1882), Guildall Art Gallery, Londra, qui con lo sguardo allucinato) umanissima e condannabilissima vedova di Agamennone, Alfieri è l’esterrefatto Ciniro, quando apprende l’infame amore della figliola Mirra per lui. E poi è il prode David, lo scalpitante Oreste che non sa trattenere la furia omicida contro Egisto. Abbiamo riletto i suoi capolavori: Saul, Mirra e Oreste, storie di destini, d’infamia di nobiltà e follia; il sangue dei protagonisti è il tributo necessario  per onorare una sorte già decisa, un sigillo di morte che fa piombare nel dolore re, regine, nobili e plebe. Il supereroe, designato dal fato è Alfieri, l’antitiranno, l’ultrauomo che si batte (talvolta velleitariamente) contro la tirannide. Fra i personaggi ci vengono alla mente due figure analoghe, di due tragedie assai diverse per ritmo, contenuti e significati. Giulietta e Romeo del grande William e Mirra. Le figure delle nutrici, per intenderci, entrambe dimostrano un amore materno, entrambe soffrono e gioiscono alle pene e alle gioie delle loro creature. Vice madri all’anagrafe più che madri nei sentimenti. Ma se nella tata di Giulietta ci sono gioia, dolore, trasporto, afflizione e poi consolazione (ci vengono alla mente le preghiere collettive di un’intera comunità, sorta di rito collettivo autopunitivo, nelle splendide immagini del film di Franco Zeffirelli, diverso è il destino della tata di Mirra, Euriclea, alla morte di Mirra suicida, colpevole perché confessa la sua infamia, tocca un dolore senza conforto. Spenti i riflettori sulla vicenda, madre di tutte le tragedie umane, il dolore di Euriclea diviene cosmico; pura atrocità. Il pessimismo dell’Alfieri qui tocca il suo apogeo; anche o soprattutto (?) questo è la sua tragedia. Un urlo disperato, infinito, che non viene raccolto da nessuna divinità. L’urlo si diffonde in un vuoto assoluto, in uno spazio esistenziale che porta all’afasia, le cui pertinenze rimangono esclusivamente terrene. Se non è modernità questa, cos’è? Dimmelo tu.

Oh Ciniro!… Mi vedi…
presso al morire… Io vendicarti… seppi,…
e punir me… Tu stesso, a viva forza, 

l’orrido arcano… dal cor… mi strappasti…
ma, poiché sol colla mia vita… egli esce…
dal labro mio,… men rea… mi moro…

e chi ha creato il nero gotico?

Non so se hai presente quel mattone di circa 500 pagine che va sotto il nome de IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI di Ann Radcliffe. Ebbene non è affatto un mattone, ma un romanzone a forti tinte dove amore, morte, delitto e panni molto sporchi si mescolano in una storia dalla robusta trama, che avvince, dove non mancano i colpi di scena. Le psicologie dei personaggi sapientemente tratteggiate, ce ne sono a sazietà, e alcune di ottimo livello letterario. Un’opera equilibrata dove i cattivi si comportano da cattivi e i buoni non mollano i loro ideali di amore e purezza nemmeno se minacciati dai diabolici cattivoni della santa Inquisizione e da frati e suore non proprio raccomandabili. Da ultimo sono i buoni a trionfare con tanto di happy end finale e di campane. Intanto ti sei sorbito 500 pagine di una vivace scrittura prodotta dalla penna della signora Ann Radcliffe, così la chiamava Edgar allan Poe, figlia di un merciaio e scrittrice oltremodo discreta. Così scrive The Edinburgh Review: «Non appariva mai in pubblico, né si mescolava nella società, ma si teneva defilata, come il soave usignolo che canta le sue note solitarie, celato e non visto». Fughe, agguati, rapimenti, delitti, separazioni strappalacrime. Non voglio toglierti la sorpesa di leggerlo. La penna della Radcliffe ti fa calare nei sotterranei labirinti dell’Inquisizione dove chi confessa è perduto e chi non confessa è perduto lo stesso. Un fumetto gotico di gran classe dove i cattivi hanno la faccia da farti raggelare il sangue e i buoni faresti la coda per farti fare un autografo. Tutto fila dunque? Non proprio. Perché per leggerlo devi essere un lettore accanito, uno che non molla, anche se la narrazione si fa pesante.

E per quale motivo? Te lo spiega nell’introduzione Giorgio Spina: “…lo scavo psicologio appare più velleitario che un dato reale, tanto che nella vicenda si muovono non gà degli esseri umani, in carne ed ossa ma delle figure stereotipate dalle convenzioni del tempo, quasi dei pretesti letterari per giustificare il susseguirsi dell’azione …Prolissità e scrupoli razionalistici, se sminuiscono l’impressione di terrore a cui è da presumersi l’autrice avesse teso …non riescono tuttavia a svalutare l’importanza di questo capolavoro…” Infatti l’autrice razionalizza, illustra i meccanismi dell’azione pregressa con l’intenzione di spiegare nello spirito illuministico che intende provare e trovare sempre una ragione a tutto. Così facendo la narrazione si appesantisce, il ritmo rallenta e alla fine confonde perché la sovraproduzione di dettagli e spiegazioni rischiano di far deragliare la vicenda. Eppure l’opera è un classico, l’inaugurazione del romanzo gotico nero, nello specifico un fumetto di gran classe con un solido e verosimile intreccio. Documento che oltre all’intrinseca validità della narrazione illustra lo spirito dell’epoca . Radcliffe fa le cose sul serio, narrandoci la discesa agli inferi nelle segrete dell’Inquisizione. Maestra di incubi e tormenti che suggerisce senza mai farle vedere, come fa invece Poe, visioni truculente, giocando su effetti da film noire. Qui un padre frate sta per pugnalare la figlia diciottenne senza sapere che è lei, ma poi si scopre che la vittima non era la figlia.

Mi viene in mente la frase di un critico che all’uscita di Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo scrisse: “avrebbe potuto essere un capolavoro” . IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI è un capolavoro a metà, tutto amore contrastato, trame delittuose, passioni, delitto e colpi di scena, con personaggi soavi come suor Olivia, filibustieri omicidi che sono diventati frati senza redimersi. Ma c’è un altro elemento interessante che nutre la vicenda, giocando un ruolo di spicco: il paesaggio, l’Italia del centro sud vista da una londinese che non era mai stata l’Italia e che immagima com’è il golfo di Napoli. Onore alla sua fantasia. Senza troppo azzardo ci vedo un legame fra il paesaggio della Radcliffe e quello di Fogazzaro in Malombra , non più illuministico ma melodrammaticamente romantico, paesaggio psicologico, visto che interpreta alla perfezione le nature tormentate dei protagonisti.

E ancora il paesaggio anche se di tutt’altro tenore e vastità, quello incontrato da Charles Darwin nel suo viaggio intorno al mondo sul brigantino Beagle, anche se qui non c’è romanzo, ma ricerca scientifica. Cos’hanno in comune il teatro naturale del mondo col paesaggio descritto da Radcliffe e Fogazzaro? Un’eredità, un tratto che li accomuna, di eccezionale valore: ovvero la natura intonsa, vincitrice, che durava da millenni prima che l’uomo con le sue devastanti attività la corrompesse. Ma questo Radcliffe e Fogazzaro non potevano saperlo.

sei andato in Tibet?

Ti ricordi quando portavano la parola e l’evangelo del Cristo in capo al mondo, patendo umiliazioni, difficoltà, soprusi? Non hanno avuto troppo successo visto che si sono trovati dinanzi la diffidenza e poi l’aperta ostilità dei religiosi di Lhasa. Ciò che colpisce in quest’autentico viaggio nel tempo è la franchezza, lo sguardo privo di supponenza, la modestia, lo spirito di osservazione del vero reporter,  la paziente quanto indefessa opera per tentare di diffondere il cattolicesimo, senza tuttavia tentare di imporlo o di prevaricare. Perché il libro VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO è importante? (la casa editrice ha cessato l’attività, e i suoi libri sino distribuiti da Ca. Libri) Perché gli occhi del cappuccino padre Cassiano Beligatti sanno cogliere l’essenziale e ci portano alle soglie di un mondo in cui la spiritualità e la divinità ordinano e presiedono il mondo. Noi profani e improvvisati viaggiatori non possiamo che avvertire un’eco seppur consistente di quel mondo, ancora oggi peraltro molto sentito. Anche mysticreader si è recato in quei luoghi, ma non ha raggiunto la meta finale Lhasa.

Ci siamo andati assai più comodamente, atterrando sulla coda di un monsone, all’aeroporto di Katmandu. E non abbiamo animo di chiamare la nostra: avventura, se paragonata con quella di padre Beligatti. Trecento anni fa i monaci cappuccini, e oggi noi. Cos’è cambiato nella magica valle di Katmandu? Tutto e niente. L’uomo moderno ha il privilegio di entrare e uscire da quel mondo misterioso, una volta, narra la leggenda, abitato da giganteschi serpenti, in cui tutto parla di pace, armonia, tolleranza. L’atmosfera che immediatamente avvolge il viaggiatore è preludio a percorsi dello spirito che possono segnare l’esistenza o più semplicemente rendersi indimenticabili. quei luoghi, per ciò che abbiamo visto e avvertito, curiosando fra templi, statue di pietra e divinità di ogni sorta aleggia una spiritualità diffusa, percepibile, autentica e condivisa dalla gente. Il medioevo asiatico lì è ancora di casa. Massimo Cufino scrive al proposito:

Kathmandu – La Valle Senza Tempo

Girovagando tra villaggi rinchiusi da gigantesche montagne, dove religioni e costumi differenti convivono in una magica atmosfera di pace. In un piccolo cortile di una palazzina, decine di sguardi sono rivolte verso una finestra aperta al primo piano dell’edificio: scrutano attentamente cercando di catturare un qualsiasi movimento proveniente da una stanza che dà sul cortile stesso. Un silenzio quasi irreale avvolge il palazzo: tutti sono in attesa che una figura femminile mostri loro le proprie sembianze. Si tratta di una donna davvero particolare: infatti, questa attesa è rivolta addirittura verso una dea, la dea Kumari…

 Torniamo a VIAGGIO AL TIBET e al suo autore. Di padre Beligatti e della sua vita si hanno scarse notizie. Nacque e morì a Macerata (1708-1785)  e nel 1725 vestì l’abito religioso. Nel 1738 partì per la missione in Tibet e vi rimase due anni, quindi passò in Nepal e nel Bengala. Compose opere atte a istruire i missionari del Tibet e del Mogol. Operoso e modesto, così leggiamo, autore delle Memorie istoriche, di un Alphabetum Tibetanum e di due grammatiche, lingua indostana, l’altra dell’idioma sanscrito in caratteri malabarici, diverse altre sue opere si conservano nella Biblioteca Comunale di Macerata…. Autore di fondamentali opere storiche, etnografiche e linguistiche riguardanti usi e costumi e le religioni dei territori che lo videro missionario, opere solo in parte note, altre ancora inedite, delle quali alcune conservate nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.Dal 2001 gli è stata intitolata la Biblioteca storica Cassiano Beligatti dei frati Cappuccini di Macerata, specializzata nelle sezioni “Francescanesimo” e “Marche”, costituitasi sui resti della biblioteca dell’antico convento Cappuccino maceratese, organizzata proprio dal Beligatti.

Nell’indimenticabile reportage di VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO riportiamo, senza commentarli, alcuni brani di quell’esperienza umana e spirituale unica e probabilmente irripetibile:
Pagina 18…Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e difficile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…
pagina 23…I missionari …si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco…il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…… 

A pagina 31…Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà (?) giunsero il 6 febbraio a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…. 
pagina 33…La città di Bhagdaon numera 12.000 famiglie. Le genti sono cortesi e affabili: la religione dominante è quella dei brahmani…La città di Kathmandu conta 18.000 famiglie, e la città di Patan ne conta 24.000…. I buoni frati approfittandosi delle favorevoli disposizioni del re pensarono bene di far qualche cosa per la conversione di quelle genti, e si dettero a comporre e a tradurre un libro destinato all’uopo. Condotta a termine quest’opera, la regalarono al re, e questi la fece esaminare ai suoi brahmani, i quali dopo aver discusso ben bene finirono col dichiarare che non era il caso di abbandonare la religione dei maggiori. Allora il re, dice il Beligatti, per non far cader del tutto a vuoto le nostre fatiche, propose un espediente….A pagina 48 Il satu non è altro che la farina dell’orzo mondo alquanto abbrustolito prima di macinarlo nelle macchinette a mano. La carne è molto abbondante nel Tibet avendo quantità di montoni voltati, e macellando ancora lo yak, specie di bove selvatico; ma fuori dei benestanti non ne fanno grand’uso, per mancanza di legna per cuocerla, la qual mancanza sia stata la cagione dell’uso ch’anno gli tibetani di mangiare la carne cruda…
Pagina 73: Il giorno del Santo Natale, avemmo la consolazione di dire una messa per ciascuno…che ci recò singolare consolazione. Questo stesso giorno il padre prefetto volle regalarci una pozione, che sogliono fare i religiosi del Tibet nei tempi più freddi, qual pozione chiamano condè; è composta di decozione di tè, di birra, di zucchero, latte, e un poco di butirro insieme lungamente bollito; lo bevemmo più per compiacere il buon vecchio, che per inclinazione, ma sia lui che la più parte di noi, ne trovammo l’utile di scaricare gli nostri stomachi delle flemme ammassatevi nel viaggio. Dopo il mezzogiorno fummo rammaricati per un accidente che accorse. I mulattieri lasciarono alla campagna tutte le loro bestie, quali entrarono a pascolare in un prato riserbato, per lo che furono tutte confiscate….A pagina 76…Due giorni prima che noi arrivassimo al lago, la lamessa era partita per Lhasa. I tibetani hanno per questa lamessa la stessa venerazione che hanno per il Gran Lama, credendola informata da uno spirito di Cianciub….Quando esce va sempre sotto baldacchino e è preceduta da due incensieri fermati sopra due muli ne quali i religiosi bruciano continuamente profumi. Vive celibe facendo voto di castità; ciononostante circa 5 anni prima del nostro arrivo sortì da essa una lamessina, quale per quante diligenze che usarono, pure non poterono impedire che non si rendesse pubblica, notizia che raffreddò un poco la venerazione….

lavoravi il ferro?

Dopo mezzo secolo ho capito. Dovevo farlo e imparare. L’imberbe allievo entrava in una buia spelonca rischiarata dal bagliore di diverse fucine. Faceva parte del mio apprendistato scolastico. Là ho imparato a lavorare il ferro. Tenace e nobile. Il materiale che ha scandito le nostre epoche, che ha costruito la nostra civiltà. Non sono parole tanto per dire, solo adesso capisco l’importanza di quel difficile apprendistato. Il legno lo plasmavo a piacimento, il ferro no. Non si lasciava addomesticare facilmente. Dovevi dimostrare la tua tenacia, di essere più forte di lui. Solo allora cedeva sull’incudine. Rosseggiava, sprizzava scintille, biancheggiava infine, allora facevi calare la mazza. A diciassette anni estraevo la barra cilindrica per foggiarlo a parallelepipedo e poi a ottaedro per poi appiattirlo e ottenere una barra piatta. Un duro lavoro a cui mi dedicavo con accanimento e piacere. Non sono afflitto da nostalgiche reminiscenze scolastiche. Se te non l’hai fatto ti sei perso un’esperienza importante. Non parlo del fabbro, quello è un mestiere vero. Perché ti parlo di quella lontana esperienza? perché la mia conoscenza tecnologica si è fermata lì. Alla mazza che batte il ferro sull’incudine. Pensi che esageri? No. Tutto il resto, ovvero il corredo iper hi tech, indispensabile alla vita odierna non lo conosco e mi riferisco agli strumenti che ti permettono di esprimerti, e comunicare, di prenotare un viaggio, o una visita dal medico, ovvero di sopravvivere. Quelli non li conosco proprio. Mi sono fermato alla mail, che tutt’oggi considero il più clamoroso e avanzato sistema di comunicazione mai inventato, e anche al blog con cui puoi esprimerti a piacere anche se gli “eroici” blogger difficilemente sapranno il motivo di quell’agognato MI PIACE che spesso compare in calce ai loro post. Ho soppresso in me l’essere tecnologico high tech. Che sia alieno lo dice anche il figlio. Non posseggo Iphone, I pad, non ho cellulari se non un vecchio Nokia usato in tutto tre volte per dire sono decollato e sono atterrato sulla tratta Milano Londra. Vado a piedi o prendo il bus. Ho sentito parlare di Instagram, Tik Tok, Twitter, Tinder, What’s up, Face book, ma mi tengo alla larga., non saprei che farmene. Sarei per il ritorno al baratto ma non ho attualmente capre né sale o conchiglie. Il computer con cui lavoro è lento come un asino sfiatato e a volte mi pianta in asso. Quando si tratterrà di trasferirsi su altri pianeti io dirò grazie, mi basta questo. Il rifiuto dell’high tech è totale e meriterebbe un discorso più vasto, me ne assumo ogni conseguenza. Da solo uno come me non riuscirebbe a vivere in una foresta come Londra. In capanne o in costruzioni di assi di legno o argilla sì, forse sta lì il mio futuro. Quarant’anni fa mi scaldavo davanti a un camino e a una stufa a legna, vedevo con sospetto il termosifone. Anche l’evoluzione del telefono mi ha spiazzato.

Non so se sono in tanti quelli come me. Se sì, dovremmo riunirci, coltivare un orto, mungere capre, fare legna e piantare insalate con la luna calante. Siamo superstiti. E i video su you tube, allora?! Devo cedere alla loro suggestione, lo ammetto. Portentosa quell’invenzione, essenziale per sopravvivere in caso di tracollo tecnologico. Alcuni video ad esempio, ti insegnano ad accendere il fuoco, a costruire un riparo, un’ascia, un trapano, un arpione. Cose che reputo essenziali. E tu no?

lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.

come e perché del tricolore?

LA NASCITA  D I UNA  BANDIERA      ORGOGLIO TRICOLORE
Avvincente più di un romanzo, drammatica e ricca di colpi di scena come la trama di un film. La storia della nascita della bandiera italiana riserva sorprese a non finire. Attraverso documenti inediti, Ito de Rolandis ne tratteggia in modo coinvolgente le origini.
I libri di Lorenzo Fornaca, l’amico editore scomparso recentemente, non passano inosservati. Ma ce ne sono alcuni che superano il segno risvegliando interessi nutriti solo dopo aver abbandonato i banchi di scuola, interessi che credevo sopiti e che invece vanno ben oltre una gratificante lettura.

È il caso di ORGOGLIO TRICOLORE di Ito De Rolandis. Cronaca, indagine, affresco storico, spy story: un melange appassionato e appassionante con un protagonista desueto: la nostra bandiera e la sua origine. Ito de Rolandis scava nelle vicende talvolta oscure, spesso tragiche, e tutte di grande rilievo storico e narrativo. Lo fa attraverso un racconto serrato, narrando l’atroce agonia di un suo lontano parente, quell’appassionato e romantico Giovan Battista De Rolandis nato a Castell’Alfero, nell’astigiano, cui rendiamo oggi onore. Incredibili figure a tutto tondo balzano dalle pagine, che si leggono tutte d’un fiato nell’insolita redazione a due colonne del libro. Personaggi come i due martiri, antesignani degli eroi del Risorgimento italiano, che nel lontano 1796, in quel di Bologna rispolverano qualche sciabola arrugginita e preparano munizioni raschiando il salnitro dai muri per confezionare qualche decina di munizioni, per l’assalto al palazzo pontificio. Ma quanti erano i rivoltosi? Dieci? Cento? Mille?
I bolognesi pronti ad abbattere o a correggere l’infame potere papale quanti erano? Sei, forse cinque, in tutto, secondo le testimonianze di un oste. Ma quei pochi diventarono, dopo la tragica fine dei due ragazzi e con l’appoggio dell’emissario di Napoleone Bonaparte, centinaia, migliaia, un’intera città che prende coscienza e si ribella, e così poco alla volta accade per l’intera penisola.

E tutto era partito da Giò De Rolandis, discendente da una nobile casata astigiana e da Luigi Zamboni figlio di un commerciante di stoffe bolognese, un seminarista e un borghese, dunque. Bravi ragazzi, focosi, romantici, appassionati rivoluzionari e infine eroi martiri. Il cui unico peccato accertato era quello di essere stati sprovveduti. Nessuno aveva infatti detto loro che una sollevazione di popolo non si effettua con tre sciabole, due forconi e tre archibugi asmatici. Il libro ci racconta a quali torture furono sottoposti i prigionieri nelle segrete del carcere bolognese, a quali ignominiose ingiurie si ricorreva per ordine di un autentico satana al servizio del papa Pio VI. Figura mortifera come quella luciferina di Angelo Filippo Pistrucci, Uditore del Santo Uffizio, persecutore dei due ragazzi, che solo a vederlo ritratto ti si raggela il sangue, o come quella dell’avvocato Antonio Aldini, strenuo difensore dei due prigionieri, divenuto poi primo ministro di Napoleone. E ancora: i panni dell’abate Bauset con cui entrò in contatto Giò de Rolandis chi celavano? E chi era davvero Antoine Christophe Saliceti, la cui tattica nell’operare è inserita nei più moderni trattati di spionaggio internazionale? Forse si trattava dello stesso abate Bauset? Ito de Rolandis centellina saggiamente le notizie componendo un avvincente intreccio di avvenimenti storicamente verificabili. Citando documenti spesso segreti e cronache del tempo. Ma oltre alla storia del tragico destino che aveva ghermito i due giovani eroi e alle tormentate vicissitudini all’origine del nostro vessillo nazionale, Ito de Rolandis ci parla di messaggi cifrati, delle condizioni di vita nella gaudente Bologna di fine ‘700, smentendo chi la voleva vedere solo gaudente.

Della scuola della Tortura fondata a Bologna dall’Inquisizione all’inizio del 1600, situata presso la torre degli Asinelli, di Castell’Alfero patria di Giò e dei suoi dintorni. E poi testimonianze dirette, documenti mai divulgati prima, e incredibili personaggi che paiono fasulli se non fossero davvero esistiti. Tutto qua? Niente affatto, Ito de Rolandis ci fa avvertire l’immanenza della bufera che si stava per abbattere sull’Italia, quell’uragano politico militare, amministrativo, che avrebbe sconvolto l’assetto politico della penisola, mandando in frantumi i decrepiti equilibri politici e territoriali. Lo spirito della rivoluzione francese stava infatti per varcare le Alpi illuminando le pulsioni confuse che animavano un numero crescente di italiani. giovane generale, smanioso di vittorie stava per avventurarsi sulle nostre regioni. Il suo nome? Napoleone Bonaparte. Ito de Rolandis, anche di questa vicenda ci racconta antefatti e particolari sconosciuti, che vanno a intrecciarsi con la tragica vicenda dei due giovani eroi.
Domanda: Perché libri di questo genere non sono adottati nelle nostre scuole medie come ausilio didattico? Non sarebbe il caso di cominciare a insegnare la storia così come si è davvero svolta? Cosa dobbiamo nascondere? Quella che sembra una minestra scondita e, ai più, indigesta (vedi la nostra storia raccontata dai sussidiari) diverrebbe un avvincente racconto, suffragato da fatti realmente accaduti e da personaggi davvero esistiti. Signor Ministro dell’Istruzione Le consigliamo questa lettura! Scriveva l’editore Lorenzo Fornaca: “Contattammo Ito De Rolandis, nipote diretto del martire, scrittore, saggista, storico, sicuri che nessun altro conoscesse la materia meglio di lui, grazie anche ai molti documenti giacenti in casa sua. In virtù della sua intensa attività giornalistica e radio televisiva, De Rolandis avrebbe saputo esporre episodi, date, fatti in modo narrativo accattivante, così come era già riuscito in tanti suoi libri di successo, tra gli altri “Maria Josè” “Enrico Berlinguer” “Giovanni XXIII” “Nel Nome di Asti” “Torino Dopoguerra” “Cara e Vecchia Torino” ed i diversi saggi sulla “Sindone”. Il nostro scopo è stato quello di comporre un’opera in grado di entrare in tutte le case, con un testo facile, un periodare semplice, piacevole nella lettura, e gradevole nell’iconografia. È emerso un libro impegnativo poiché ha per oggetto il simbolo massimo della nostra Nazione, quel Tricolore che ci esalta nei momenti di intensa commozione, ci fa fremere negli incontri sportivi quando scendono in campo i nostri campioni, e sia oggi, come ieri e come sarà domani, è emblema di inossidabile unità della nostra lunga Italia, capace di rinsaldare ovunque lo spirito di noi tutti, e di farci sentire fieri di essere italiani…” Un po’ di sana retorica non guasta. Grazie Lorens, anche se non potrai più leggere questo post.

inveivo contro i sacchetti di plastica?

Nulla è mutato, se mai peggiorato, perché son passati dieci anni inutilmente da quando scrivevo: LA PLASTICA UCCIDE e adesso lo ripeto: LA PLASTICA UCCIDE e continua a farlo. E tu e io cosa facciamo?
Dal sito di Legambiente di qualche tempo fa , leggo: Una petizione per dire Stop ai sacchetti di plastica, in nome del rispetto per l’ambiente dell’Italia e del pianeta, e tutti i numeri sugli shopper e i loro danni alle specie viventi sono stati presentati a Milano da Legambiente in una conferenza stampa.

I primi 1.500 cittadini che hanno firmato sul web – ha dichiarato Andrea Poggio, (anni fa) vicedirettore di Legambiente – non chiedono solo a governo e negozi di decretare la fine dell’inutile orgia di plastica a perdere, ma si impegnano individualmente a farne individualmente a meno. Ci attendiamo ora l’adesione dei volontari di Puliamo il Mondo. Il sacchetto di plastica è l’emblema dell’economia dello spreco, la sporta o il sacchetto elegante riutilizzabili sono tornati di moda: milioni di tartarughe, pesci e uccelli marini ci ringrazieranno. La petizione – può essere sottoscritta online su   www.legambiente.it Proveremo a mantenerci lontano dalle polemiche e dalla campagna di stampa a cui accenna il comunicato stampa di ottobre 2010 della UNIONPLAST, a proposito degli shoppers: Messa al bando dei sacchetti di plastica, confutando ciò che essa sostiene. Anche noi abbiamo ricevuto il comunicato della UNIONPLAST e rispondiamo. La prima affermazione tanto perentoria quanto provata è che: La plastica uccide. La seconda è che la plastica uccide perché indistruttibile.

La valorizzazione del fine vita: riutilizzo, recupero di energia, recupero di materia a cui si riferisce UNIONPLAST non soddisfa e anzi allarma coloro i quali vorrebbero arrestare la folle corsa all’impiego della plastica di consumo. La plastica uccide e per distruggerla occorre introdurla negli inceneritori che a loro volta inquinano, liberando in atmosfera particelle non proprio salubri che fanno ammalare. Riutilizzare i sacchetti per ricomporre la materia: Chi lo fa? E in che percentuale?  E così la plastica fa morire gli oceani, il plancton, i pesci e alla fine l’uomo. Cose dette e ridette fino alla nausea. La plastica senza clamore, a distanza di anni continua a uccidere. Davvero continuiamo a nasconderci dietro alle assenze di decreti approfittando di legislazioni carenti in materia a livello europeo? Gli shoppers uccidono. Non esistono recuperi efficaci contro il loro diffondersi, essi vanno, vuoti o pieni, a finire in discarica, che sono già ricolme di plastiche diverse fra loro e cioè non assimilabili, quindi difficilmente recuperabili. Ma se è ormai impossibile rinunciare all’impiego della plastica: le plastiche “nobili” ci accompagnano ovunque, dai veicoli ai mobili, dalle imbarcazioni ai velivoli, materiali ormai divenuti insostituibili, per i prodotti di consumo invece: bottiglie, shopper, flaconi contenitori usa e getta per alimenti, solo per citarne alcuni, quelli che vanno a ingolfare gli scaffali dei supermercati, per capirci, il discorso cambia e ne chiediamo il bando.

E non c’è carenza legislativa a giustificarne ancora l’impiego. Sarebbe come nascondere il mostro dietro una foglia di fico. Quel tipo di plastica uccide la vita e questo deve essere detto senza tema di smentite. Essa inquina gli oceani, rilasciando una melma difficilmente visibile, che galleggia in superficie, una palude di fanghiglia plastica che ammorba l’ecosistema degli oceani. Mettere al bando i sacchetti di plastica e le confezioni usa e getta non è un capriccio di ecologisti isterici, sempre pronti a urlare: dagli al mostro! ai danni di chi opera nel settore della lavorazione della plastica, ma un imperativo anche se, come recita il punto 3 del comunicato UNIONPLAST: Non esiste nessuna direttiva europea che preveda la messa al bando del sacchetto di plastica. Gli shoppers uccidono. Non esistono recuperi efficaci contro il loro diffondersi, essi vanno, vuoti o pieni, a finire in discarica, che sono già ricolme di plastiche diverse fra loro e cioè non assimilabili, quindi difficilmente recuperabili. Ma se è ormai impossibile rinunciare all’impiego della plastica: le plastiche “nobili” ci accompagnano ovunque, dai veicoli ai mobili, dalle imbarcazioni ai velivoli, materiali ormai divenuti insostituibili, per i prodotti di consumo invece: bottiglie, shopper, flaconi contenitori usa e getta per alimenti, solo per citarne alcuni, quelli che vanno a ingolfare gli scaffali dei supermercati, per capirci, il discorso cambia e ne chiediamo il bando. E non c’è carenza legislativa a giustificarne ancora l’impiego.

Oltre alle parole mi affido ai numerosi documentari che appaiono su youtube. Il messaggio è chiaro, la plastica (quel tipo di plastica) uccide, l’enorme isola di detriti in mezzo all’Oceano Pacifico si allarga, da decenni inghiottendo la vita. Forse è meglio studiare rapidamente valide alternative. L’UNIONPLAST e tu che mi stai leggendo non siete forse di questo avviso? Caro blogger che mi leggi, sarebbe gradita la tua idea.

ti sei perso nel bosco?

Metti che stai passeggiando con o senza fidanzata in un bosco e perdi la via del ritorno come succede alla ragazzina, in quel famoso libro mozzafiato di Stephen King. Metti che la tua barca faccia naufragio e tu ti svegli verso mezzogiorno su una spiaggia deserta solo con un temperino in tasca e un gran mal di testa e una maledetta voglia di far colazione e poi prendere un caffè al bar. Te lo scordi!

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Oppure il tuo monomotore perde quota e, dopo un atterraggio di fortuna, ti trovi improvvisamente in mezzo alla giungla, conun po’ di ammacature ma fortunatamente illeso. O magari stai cercando l’acqua dietro una duna, ma la duna che immagini non è quella dietro cui pensi di trovare i tuoi compagni di viaggio, per cui, caro mio, ti sei perso nel deserto e devi cercare un po’ d’acqua se vuoi campare fino a domani. Non abbiamo ancora finito: e sai come non morire di freddo in mezzo alla neve, anzi utilizzando proprio la neve scavandoci dentro una comodo rifugio per la notte?…Oppure non ti ricordi più che, per gioco, confezionavi ami da pesca, ti potrebbe riuscire molto utile visto che i pesci di quel torrente potrebbero sfamarti dopo tre giorni di digiuno.

A pagina 56 immaginiamo che: se avete del permanganato di potassio le cose potrebbero mettersi meglio, ma avrete bisogno anche di un po’ di zucchero e di un pizzico di fortuna, altrimenti il permanganato da solo serve a poco per accendere un fuoco. Oppure potete provare coi bastoncini secchi o anche con le pietre focaie, o magari con della pirite che fa scintille sufficienti (auguri). O magari con una lente di ingrandimento (già meglio) o con le lenti da presbite dei vostri occhiali o smontando un binocolo, oppure con l’obiettivo della macchina fotografica. Insomma accendere il fuoco è una cosa seria e ci crediamo. Io lo facevo con la lente a otto anni. Chi ha detto che la giungla di una metropoli è meno pericolosa di quella del Borneo? Per cui vi consigliamo di portarlo sempre in tasca il libricino, potreste perdervi a Londra o a Milano. Ha la copertina impermeabile (la poggia potrebbe sciuparlo)

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Ottantacinque illustrazioni di Conrad Bailey stese con l’intento di aiutarvi a capire come si accende per davvero un fuoco, come si cucina la coscia di uno gnu, come si costruisce un tetto di foglie e rami per ripararsi dalla pioggia. Il testo, di Brian Hildreth, tradotto da Giorgio Luxoro dice un sacco di cose, a partire da come si trasmette un segnale di richiesta soccorso Mayday o come bisogna intrecciare i rami per fare racchette da neve…Il libretto cerca proprio di darti una mano, tanto partecipa alla volonta di trarti di impaccio. Lodevole impresa! Magari l’avessi letto con attenzione quando eri a casa, seduto in poltrona!

Il bivacco con albero mozzato ci sembra confortevole mentre un rudimentale arpione per pescare ci appare davvero micidiale. Per i più industriosi ci sono le indicazioni su come costruire un’ascia di pietra (dio sa quanto ce n’è bisogno in ufficio e sul tram) oppure come costruire un trapano rudimentale per bucare pietre friabili, conchiglie e pareti di casa… Anche se non andate sul Kilimangiaro vi potrà interessare e divertire, ma sarà molto difficile trovarlo. A proposito: io l’ho perso durante un trasloco, se lo trovi da qualche parte me lo dici? Edito da Longanesi, oggi lo trovi solo nell’usato vintage. Datava 1977.

gli angeli han fatto le valigie?

UN DIALOGO (IMMAGINARIO MA VEROSIMILE) TRA JULIUS EVOLA E RICHARD FEYNMAN

Due giganti del sapere a confronto. Ma quale sapere? Quello del filosofo non ortodosso, interprete e difensore della Tradizione e di dimensioni ultramondane o quello dello scienziato americano premio Nobel, indagatore dell’atomo, ex enfant prodige della fisica quantistica. Il dialogo inedito immagina un faccia a faccia sottolineando la critica all’indagine scientifica odierna, basata su astrazione, probabilità e paradosso, espressa in due capitoli su CAVALCARE LA TIGRE; coi suoi limiti evidenti e la pretenziosità di unico sapere possibile, dogmatico e totalizzante. Confronto utile a comprendere ciò che si è perduto e ciò che la scienza moderna oggi va perseguendo. Il sito della FONDAZIONE JULIUS EVOLA ha pubblicato il seguente racconto:

FEYNMAN -Buongiorno ingegnere; da dove arriva? Anche lei ha fatto un lungo viaggio per poterci incontrare?

EVOLA -Buongiorno a lei, da molto lontano arrivo, guardi che la laurea volutamente non l’ho conseguita

F -Di onorificenze e diplomi non so che farmene nemmeno io, mi impacciano

E -La sua notorietà è invidiabile, da suonatore di bongo al Nobel

F -E lei da imbrattatele e aspirante stregone alla ribalta del Nazionalsocialismo. Ha mai provato a suonare i bonghi? Le sarebbe passata la voglia di dar lezione a dittatori omicidi

E -Si dice tanto su di me, spesso a sproposito. Al bongo preferisco gong rituale e corno tibetano

F -Non mi divertirebbero, uno quando vibra ti muove le budella, l’altro sembra un tubo di stufa mal riuscito

E -Strumenti rituali, aiutano ad accedere ad altri stadi dello spirito

F -Non mi sono mai soffermato sullo “spirito”. Gong e corno si suonano nei monasteri, che noi Americani apprezziamo poco. A proposito, lei con noi non è tenero: infantili e pieni di tabù, dice, e ci assimila agli ortaggi…

E -Dove l’ha letto?

F -Me lo hanno riferito. Tornando allo spirito: il mio lo “sollevo” ballando la samba. Ma perché ce l’ha con noi? Non siamo bolscevichi

E -Origini e mete diverse, effetti analoghi e poi: “Una foresta pietrificata contro cui si agita il caos” l’ha scritto il suo connazionale Henry Miller sulle vostre città

F -Si chiama libertà di espressione!

E -Tanto per dirne un paio: “l’utile è il criterio  del vero” e “il valore di ogni concezione, perfino metafisica va misurato dalla sua efficacia pratica” è di un vostro filosofo, certo  William James. Un po’ limitativo, no?   “Get rich quick!” ovvero il valore fondante gli USA. E al rogo la Tradizione

F -Ancora tradizione! Ora ricordo…il suo latte di fiamma: originale! L’unico che ricordo è quello che mia madre mi faceva ingurgitare da piccolo

E -Tradizione. Da non confondere con folklore e tradizioni locali

F -Nutriamo visioni del mondo diverse. Pensi che io parto da un bicchiere di vino. Contiene l’universo intero, sa? 

E -Pittoresco! Ma presumere di detenere il primato della conoscenza vi nuocerà

F -Non sia serioso barone. Frugare nei segreti della materia le pare cosa da poco? Io parto dal vino e anche da una scarpa. Se questa non è modestia! 

E -Trovo riprovevole che sulle vostre ricerche l’industria ci costruisca su modelli di vita coercitivi spacciandoli per progresso

F -Mai stato tenero verso istituzioni e industria. E poi quello che si fa sfruttando la ricerca non mi compete. Ma lei non è curioso di vedere come si comporta l’atomo?

E -Do la precedenza a una realtà che guarda all’eterno incorruttibile

F -Non le sembra di essere sorpassato? Guardi che fine hanno fatto fare a Dio i suoi colleghi

E -Col Dio di cui parla io c’entro poco, comunque a smantellare l’idea del divino hanno cominciato i suoi colleghi, scrutando il cielo…i filosofi hanno poi preso atto della cosa

F -Torniamo alla conoscenza, tema del nostro incontro. Ai miei studenti dico che lo strumento eletto per i ricercatori è il cestino della carta straccia, deve essere sempre ricolmo. Non è apprezzabile? Penso di sapere perché lei non ci ami. Abbiamo scacciato gli angeli a suon di formule e quelli han fatto le valigie

E -Angeli?

F -Ai miei studenti un giorno ho detto: Keplero ha sudato sette camicie per convincere i dotti che le sue idee non erano bislacche, che i pianeti attorno al sole non venivano sospinti dalla pressione dell’aria prodotta dal battito delle ali, sospesi a mezz’aria a reggere il mondo, ma da forze gravitazionali. Uno può anche credere agli angeli, più difficile conciliare il fatto che la pressione prodotta dal battito delle loro ali era diretta altrove, non c’entrava col moto dei pianeti. Una volta scoperto il trucco…

E -Vedo che le allegorie, da lei definite “trucco”, le sono indigeste

F -Chi sosteneva certe allegorie ovvero la Chiesa, coltivava ignoranza commettendo crimini, sentendosi minacciata

E -Vero. Tralasciamo gli angeli. Ma la scienza moderna non ha cambiato il mondo in meglio, che rimane per addetti ai lavori, se si esclude il clamore sulle vostre scoperte di cui subito ci si dimentica. Siete su un binario cieco, vi inciampate nelle formule

F -Cieco! Lei parla di cecità descrivendo il tentativo della Fisica quantistica di forzare la cassaforte della materia, affermando che è secondario conoscerne l’origine, il come e il quando. Come faccio a descrivere fenomeni senza usare formule?

E -Io sono più modesto. Mi bastano conoscenze maturate millenni fa, risvegli, illuminazioni, realtà invisibili in cui vive una doppia realtà fenomenica, da voi trascurata

F -Mi sembra che la sua conoscenza sia datata, millenni di…buio e di false interpretazioni, ma vi capisco…senza strumenti adatti

E -Sarebbe perfetto se dopo la scoperta della curvatura dello spazio tempo, ovvero della deformazione causata dalla massa degli oggetti  nello spazio tempo le scoperte fossero messe al servizio di altre conoscenze

F -Lei è bene informato. Ma ne abbiamo fin troppe di matasse da sbrogliare per pensare ad altro. La natura si comporta in modo tale che risulta impossibile prevedere cosa succederà in un dato esperimento. Si immagini quanto mi piacerebbe scoprire su due piedi anche il perché di tutta questa meravigliosa baracca. Mi capisce? 

E -Certo, sfere di competenze distinte, ma c’è sempre chi invade il campo altrui e voi avete tracimato

F –I suoi colleghi filosofi avevano stabilito come uno dei requisiti della scienza fosse che nelle stesse condizioni dovesse verificarsi la stessa cosa. Falso. Il fatto è che non succedendo la stessa cosa possiamo trovare solo una media dei risultati. Nella fisica, tutto quello che può succedere succede, è già successo e succederà, e tutti questi eventi, presenti, passati e futuri stanno succedendo allo stesso tempo. Non le sembra abbastanza complicato? I filosofi poi blaterano su cosa sia necessario per la scienza, sbagliando

E -Sbagliata è la vostra nozione di realtà

F -Ma lei cosa intende per reale? Pensa che una bottiglia sia reale? Una vite, una scarpa, secondo lei sono “reali?” Lei ed io siamo reali? Me lo dica, così usciamo dall’equivoco

E -Quello che attiene alla Tradizione non all’effimero; Io parlo di immutabilità, ossia del contrario di ciò che voi indagate

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c’erano i ricordi?

Nemmeno tanto originale il gioco di parole, però voglio proprio chiederti se te li ricordi i tuoi ricordi. Lascia stare il gioco facile di parole. I tuoi o quelli degli altri, ricordi come questi ad esempio: La giovinezza coi suoi impeti ardenti, l’istintiva e confusa intuizione della vita e del cuore umano. I palpiti d’amore, le lacrime, i gridi! Amori d’adolescente, di cui si ride nell’eta matura, voi ritornate spesso coi vostri colori oscuri e sbiaditi, e poi fuggite perche altri ricordi vi scacciano, come ombre che passano correndo, nelle notti invernali…Mica male, devo dire e tu che ne dici? O anche: Quanti giorni, quanti anni, li ho trascorsi seduto a non pensare a nulla (o a tutto?), perso in quell’infinito che volevo afferrare, e che invece mi inghiottivaaltri ricordi oscuri e freddi come giornate di pioggia, memorie amaramente crudeli che pur ritornano; ore di calvario, gonfie di pianto senza speranza…beh chi scriveva a questo modo non è proprio l’ultimo arrivato, ha nome e cognome, si chiama

Gustave Flaubert e ha circa diciassette anni, quando scrive dei suoi ricordi e di altro. Mica male, per un ragazzo che diventerà un grande scrittore, per il momento nel suo MEMORIE DI UN PAZZO mette a nudo la sua anima ribelle e scontrosa, chiamando a testimone anche i suoi ricordi. Te pensi che ci sia qualcosa che sia più importante dei ricordi? Io non credo. Sono quello che eri, sono quello che sei stato quando hai gioito e sofferto, amato e detestato, imprecato e sognato, cioè sono quasi tutto te stesso, parte essenziale di te stesso, non qualcosa che riguarda SOLO la tua giovinezza, o la tua maturità . …i vecchi vivono solo dei ricordi, perché , secondo te cosa dovrebbero fare? Vivono la parte più importante della loro vita, niente li illude che il futuro rimanente possa essere migliore, e han ragione, uno poi può mettersi sul divano a far più niente e ricordare anche se ha solo quarant’anni allora sei ammalato o filosofo o scrittore, vedi te. C’e qualcosa che è più importante delle memorie? Può darsi, ma non ne sono certo. Magari me lo dici tu. Qualcosa che ti intrattiene, che ti fa sognare e che ti turba ancora. Tutto è ricordo, se ci pensi bene, e passato se vuoi tentare di avere un futuro, il presente, come sai è inevitabile, ma il futuro no, il futuro aspetta che tu chiami a testimoniare il primo bacio, la prima corsa in moto, il primo lui o lei, la prima vacanza, il primo progetto di vita, di viaggio, i primi…, beh, se continuo su questa strada facciamo notte. Del tuo esserti destato alla vita, per dirla poeticamente, ma insomma, non farmi esagerare, che di questo passo scrivo un libro sui ricordi, invece sei tu che devi dirmi cosa ne pensi, mi interessa, son curioso. Non so se da qualche parte nel mondo si festeggia la giornata del ricordo, ma temo che per la maggioranza sarebbe triste, o, se non altro, malinconica. Perché al ricordo si associano sempre mestizia, lutto, rimembranza: errori da evitare. Definizione del ricordo e via, sono sicuro che verrebbero fuori cose sorprendenti. Basta non chiamarli in questo modo, ma pezzi di vita, memorie che ritornano in continuazione e con fatti che potrebbero ripetersi, differenti tuttavia, perché il tempo non perdona mai. Ma se togli i ricordi alla tua vita cosa ti rimane? Pensaci un po’ su Giovanna, Carmelo, Lino, Francesca, Carlo, che tu lo voglia o meno, che tu li ami o meno o ne rimpianga l’emozione che ancora ti suscitano, senza ricordi staresti davanti a uno specchio a chiederti ma io chi sono? Io mi sento definito dai ricordi, che se ci pensi bene fotografano te stesso in via esclusiva ed inequivocabile. Ecco chi sei, sono proprio i ricordi a spiegartelo. Cibo per il domani. Dicesi ricordo, l’onnipresente internet te lo spiega secondo questa definizione: Impronta di una singola vicenda o esperienza o di un complesso di vicende ed esperienze del passato, conservata nella coscienza e rievocata alla mente dalla memoria, con più o meno intensa partecipazione affettiva: il r. dei cari estinti, del fratello lontano; mi è rimasto un pessimo r. di quella serata; i vecchi vivono di ricordi. C’è quasi tutto: coscieza, rievocazione, mente, memoria, esperienze del passato, tranne una cosa. I ricordi sono fondamentali perché ti riconducono alle esperienze prime, poi viene tutto il resto. Per questo sono eccezionalmente importanti, ma via, non esageriamo. Puoi vivere di solo futuro o, se non ti è troppo pesante, di solo presente? Non credo. Non occorre fare troppa filosofia. Senza di loro non potresti vivere, senza ricordi saresti monco, certo rammenti la scena di Blade Runner di Ridley Scott in cui la fascinosa replicante Rachael della quale

si innamora Harrison Ford, ricorda la sua infanzia, senza sapere che i suoi ricordi sono memorie indotte dai suoi padri che sono costruttori di replicanti. Per credersi o aspirare ad essere “umana” la fascinosa replicante Rachael ha bisogno di ricordi. Se lo dice la fantascienza lo diciamo anche noi. I ricordi che vanno dal primo gelato, alla casa di campagna dove giocavi col tuo cagnolino, al primo bacio, alla mamma che ti faceva i maglioni, alla prima bicicletta. Dei tuoi te ne rammenti? Penso che insieme potremmo scrivere un libro senza fine se ci fosse qualcuno che si prestasse a raccogliere i ricordi degli uomini, per le memorie del mondo ci sono già storici e per il futuro fisici e matematici con la loro invasiva Intelligenza artificiale. Quella non so se abbia bisogno di ricordi.