non c’era tutta questa schifezza?

Ti ricordi quando non era ancora infettata? Di quando aveva senso parlare di mari incontaminati e aria pura. La terra. C’era la pubblicità del tonno a ricordare i mari incontaminati, poi l’hanno tolta. Aveva senso perché allora c’erano davvero mari e terre intonse, come quelle che aveva visto Charles Darwin attorno al mondo, tanto per intendeci.

Io lo posso dire che da tempo ho superato tre volte la soglia degli ‘anta. Devi sfare uno sforzo di memoria, lo so. E se sei giovane non puoi ricordare quando c’erano mari puliti. Perché non ce n’erano già più dieci anni fa. Il catastrofismo non è buon consigliere ma se gli Americani producono ogni giorno due chili di rifiuti da smaltire te cosa ci puoi fare? Che ne produci la metà o un quarto. Stanno immaginando una nuova era di inceneritori gli americani, cioe stanno facendo un passo indietro. Pensi che il problema non ci riguardi? Tutt’altro. Ma tutto quello che vedi in queste foto e farina del nostro sacco, lo abbiamo costruito noi, giorno per giorno, da decenni. Prima non c’era, cinquanta, sessant’anni fa non esistevano queste schifezze. Frutto inevitabile del nostro vivere tecnologico e post industriale. Troppo facile criticare? Niente di nuovo, ti è  servita la plastica? Adesso te la tieni, e te la mangi anche, comprese le vecchie

reti per la pesca che intrappolano perfino balene. Indistruttibili, e ricettacolo di altri detriti plastici altrettanto indistruttibili. E con la plastica altro materiale sintetico non degradabile. Mi sembra colpevole non rammentare e ricordare a noi stessi che siamo seduti su una polveriera. La miccia è stata accesa da un pezzo. Ti ricordi quando le spiagge erano esenti da rifiuti? La marea restituiva solo gusci di conchiglia e pezzi di legno, o al massimo, qualche schifezza di catrame solidificato. Ma era l’eccezione. Al massimo ti sporcavi il costume da bagno. Qui invece è  diverso, la faccenda della spazzatura di cui non sai cosa fare, coinvolge tutti, e suonare le sirene d’allarme pare che non basti. A Londra fanno campagne contro l’uso delle cannuce di plastica, bene….ma basta che non ci prendiamo in giro da soli osannando un popolo di veri ecologisti. Mettiti davanti all’ingresso di Esse Lunga o Penny o Tesco, Waitrose o Lidl o di qualsiasi supermercato, e mi saprai dire. Fai la campagna contro le cannucce e non la fai contro buste,

confezioni di cibo, bottiglie e tappi e ogni cosa che puo essere avvolta e impacchettata da film plastici vari?! Pongo l’ennesimo inutile dito fra i molti che indicano la piaga comune? Non sono nemmeno originale, lo san tutti che ci stiamo tagliando l’erba sotto i piedi e che avveleniamo il piatto in cui mangeranno i nostri nipoti. Di originale ho poco da dire. Se si ferma la catena di certe produzioni per bloccare quest’affronto al suolo, all’acqua, all’aria e agli animali, ci fermiamo noi, il nostro modo di vita si inceppa, si deteriora, impoverendosi, e i successi e le comodità acquisite svaniranno: e così che la pensi? Allora sbagli, lasciatelo dire. Il nostro modo di vivere, di mangiare, di pensare, le nostre smanie di progresso e di benessere a ogni costo. A questo costo? A che prezzo? A questo prezzo? Da schifo, eh?

Magari in quei posti infernali c’erano acque pulite e trasparenti. E colline verdi. Le abbiamo fatte noi le colline, colline di spazzatura, compresse, con strade e veri gabbiani di plastica annessi eccetera nei pressi delle città , e dove sorgono significativi conglomerati urbani. Facciamo lo studio di sostenibilità. Eco sostenibile, a basso impatto ambientale. Ma non vedi che sono solo parole?! Balle! Quale sostenibilità? se anche i gabbiani ormai hanno il fegato di plastica e il tuo smartphone inquina che più non si potrebbe quando lo smantelli.

Torniamo alla politica degli inceneritori? Ma non inquinavano come ossessi rilasciando sostanze tossiche come mercurio, piombo e diossina? Prototipo del nuovo uomo cercasi. Quello che usa solo i mezzi pubblici, che non prende l’aereo tre volte al mese per andare a trovare la fidanzata dall’altra parte del pianeta, che boicotta i cibi protetti dagli sleeve e avviluppati in plastiche multicolori (perché anche i colori inquinano, eccome se inquinano!) e che limita al massimo l’impiego dell’auto, preferendo mezzi pubblici e che preferisce l’acqua del rubinetto alle acque del supermercato in bottiglia e che si rifiuta di comprare detersivi, bibite e vaschette di gelato in bottiglie di plastica e nelle vaschette di plastica. Non gridate all’orrore, all’oltranzismo ecologico fondamentalista. Se non ti basta questo schifo te ne faccio vedere altro.

Qualcuno dovrà pure gettare il sasso in piccionaia. Che boicotta…sì , boicotta! è il termine appropriato, TUTTI i prodotti in plastica, e i loro derivati. a cominciare dalle confezioni mono uso, usa e getta. Anzi, proprio da quelle occorre cominciare! Orrore e abominio! Hai sete? bevi o mangia uno yogurt e butta la confezione. Così milioni di volte ogni giorno. Da anni e guarda cosa sta succedendo. E così che arriva la cacca indistruttibile sulle spiagge di Bali, delle Maldive e sulle isolette sperdute del Pacifico. Boicotta! a cominciare dalle posate, dagli scola pasta, da scodelle, tovaglie e suppellettili, fino a mobili, erba di plastica, e ai tessuti sintetici. Me lo dici come li smaltisci quelli se non li incenerisci, causando altro inquinamento supplementare. Vivere da troglodita insomma? Ah beh! se i vostri padri e nonni erano trogloditi allora offendete i vostri cari estinti. In compenso loro non trangugiavano carne agli antibiotici e pesce avvelenato da mercurio. Tornare all’antico? Mettiamola così, ma non solo così. Del moderno, del progresso, delle scoperte e dei vantaggi del vivere dal 2020 in poi trattieni le cose migliori, per la salute, ad esempio, insieme alla consapevolezza che o sterziamo di 180 gradi o non rimarrà un centimetro di spiaggia balneabile al mondo e che la spazzatua busserà alle nostre porte e si ficcherà sotto il tuo letto, e non basterà spendere un patrimonio per la tassa rifiuti, come già facciamo, perché i tuoi rifiuti te li ritroverai indigesti da qualche altra parte, non riciclati, non distrutti e ancora velenosi e che se non invertiamo da subito il cammino sulla produzione di materiali non degradabili i disastri ingigantiranno, moltiplicandosi. Ma le leggi dove sono? Cosa aspettano a bandire tutto quello che si può cancellare dalla nostra vita perché tossico, mefitico, pericoloso, dannoso, canceroso e soprattutto….superfluo e visibilmente inutile. Complicato? Sara più semplice crepare di tumore allora! Boicotta! e non far finta di niente, a cominciare dalle confezioni monouso; quanto vi odio! Se poi qualcuno vorrà parlare dei posti di lavoro perduti perché verrà dato un orientamento diverso alla produzione industriale e ci sarà da tribolare su come trovare nuove opportunità lavorative allora, oltre al danno, ci sarà anche l’ipocrisia dei produttori di materiali e prodotti derivati nocivi ai quali verrà offerto in omaggio un viaggio vacanza nel Pacifico, per visitare la più amena e stupefacente isola mai emersa a memoria d’uomo. Vai a vederla e mi saprai dire.

e dove l’hai vista?

A me questa statua mi mette una roba strana addosso, come un brivido che corre per la schiena e che…. Ti ricordi quando l’hai vista? Non è che sono sconcio o perverso, o tutte e due le cose insieme? Sarei curioso di sapere come la pensi. Mica è roba pornografica. Per carità. È un capolavoro dello sultore Corradini del ‘700. Ma il fatto di sapere che è il ritratto di marmo di una defunta, o di una che sta trapassando, con quelle forme mozzafiato…non so voi, ma io… beh, lasciamo perdere.Ha 300 anni. Ma cosa c’entra Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona con Virginia Clemm, moglie tredicenne di Edgar Allan Poe, deceduta prematuramente come la prima?  Museo San Severo

Vediamo di capirci qualcosa. Cecilia, neomamma, a ventitré anni muore, lasciando il figlioletto Raimondo di Sangro di un anno, orfano. Ci penserà lo scultore Antonio Corradini nel ‘700 a immortalarla.  Quando l’abbiamo vista siamo rimasti a bocca aperta. Opera certa di Antonio Corradini risale al 1751 e fu voluta in memoria di Cecilia Gaetani d’Aragona, madre di Raimondo di Sangro. Rappresenta una donna, con il capo e il corpo completamente ricoperti da un velo che aderisce alle forme, che poggia la mano su una lapide spezzata, proprio a simboleggiare la giovane età della defunta. La scelta della “pudicizia” come virtù della madre sconosciuta, è forse da inquadrarsi, per contrasto, nel comportamento libertino del padre Antonio. Dovrebbe essere un monumento funebre, infatti lo è, collocato nella cappella San Severo dei principi di Sangro in quella Napoli ammorbata sino a qualche tempo fa (…?) dall’immondizia, dal malgoverno e dall’incuria. Evviva Napoli comunque per la grandezza del suo passato e per il cuore dei suoi abitanti. È la figura di una donna morta che ammalia da secoli; sono la grazia, la bellezza di una femmina di marmo seminuda che fissa il vuoto, senza tuttavia vederlo. Una creatura cieca, ma ancora viva, già agguantata dalla morte. Il busto è quanto di più conturbante e sensuale si possa concepire. I seni irti, sodi, vivi, il cuscino del ventre è palpitante, giovane e fresco; il corpo perfetto, che vive nella morte, secondo una dicotomia insanabile, dolorosa. Non può essere che tanta densità di vita si consumi e perisca nel nulla. Cecilia non riesce a morire per davvero. Sono i nostri sguardi a tenerla viva, complice una ripresa fotografica degna di un ottimo reportage di moda. Vive di una vita sospesa, equivoca, voluttuosa. Toccarla non si può, toccheresti la morte, che risiede in quel pacato, angoscioso connubio. La vita la trattiene, la morte incalza. La ripresa fotografica la scolpisce ancora di più, la fa sembrare assolutamente impudica, conturbante. Un serto di rose mollemente le cinge il bacino. Un’opera d’arte di altissimo tenore nella Napoli del Settecento. Solo un velo le sfiora la pelle. Un inutile sudario trasparente che la rende ancora più desiderabile. Tenue diaframma aderente alle sue grazie. Stiamo ammirando una donna vera da poco cadavere, in una cappella funeraria. Non è così? 

Ci viene in aiuto Edgar Allan Poe, il quale si chiede: C’è qualcosa di più straziante dell’arrivo della morte? Qualcosa di più doloroso, poetico e malinconico? Ecco la sua risposta: la morte di una Donna molto bella.

virginia

Ma lui che c’entra con Cecilia Gaetani? Vediamo cosa scrive il genio della tenebra e del macabro:  “Fra tutti gli argomenti melanconici, qual è, secondo il concetto universale dell’umanità, il più melanconico? ” La Morte – fu l’ovvia risposta. “E quando è più poetico questo argomento, fra tutti il più melanconico?” Dopo quanto ho già scritto, la risposta fu ovvia: “Quando è più strettamente congiunto alla Bellezza, dunque la morte d’una bella donna è il tema più poetico del mondo e le labbra più adatte a tale argomento sono quelle di un amante orbato dell’amata». Dalla “Filosofia della composizione”  di E. A. Poe.

La scultura non parla solo di rimpianto, sconforto e malinconia; la donna del Corradini aggiunge un nuovo ingrediente a tanto strazio. Aggiunge il desiderio. Fa crescere il sentimento della concupiscenza negata, in virtù della sensualità di quelle forme, della voluttuosità prorompente e intoccabile di donna Cecilia Gaetani.  Non sappiamo se Poe conoscesse il capolavoro del Corradini. Avrebbe aggiunto incubo agli incubi.  La morte che ghermisce, la voluttà erotica che si protrae anche dopo il decesso e il rimpianto per quella vita infranta e per quel corpo mozzafiato. La scomparsa di una bellissima e giovane creatura, ancora desiderabile e contesa dalla morte. Nuovo pane per i denti di Edgar Allan Poe, non ti pare? Che aveva visto morire Virginia, la sua moglie bambina fra le braccia, coprendola con un lenzuolo del suo letto perché di soldi per un sudario non se ne parlava nemmeno.

il primo bacio?

Magari no. Forse ti è piaciuto, forse no, non te lo ricordi, ho capito, nemmeno tanto tempo è passato, immagino. Ma prova a pensarci, quando e come è stata la prima volta, di solito si comincia da quella cosa che si chiama bacio. (non è detto che ci siano sempre degli sviluppi dopo la prima volta, tutt’altro). Semi nascosto dietro una tenda nel corridoio della scuola media, durante l’intervallo, mentre il cicaleccio delle classi diventa boato, col timore di essere scorti dalla bidella, neanche tanto poetico è stato, devo ammettere, ci tenevo alla reputazione, ed ero troppo guardingo per abbandonarmi a lei, mentre la pupa ci ha provato, prendendomi per un braccio e tirandomi a sé. Ma questo è proprio imbambolato, deve avere pensato. Supremazia dei sessi, siamo alle solite, dico io, l’ho sempre pensato che hanno una marcia in più le femmine, alla fine è sempre lei che prende l’iniziativa, e mena la danza anche se le apparenze mostrano di voler significare il contrario. Né bella né brutta, non il mio tipo, questo sicuro, il giorno dopo nemmeno mi saluta più, oh bella! magari non avevo corrisposto alle sue aspettative. Una col grembiule nero e i capelli a zampillo sulle tempie. Poco più che bambina, ma già intraprendente, cerca di concupire un alunno della seconda B. Me medesimo in carne, elegante giacca marrone bruciato e maglia col collo alto. Lei si chiamava Nadia, posso dirlo perche chissà cosa fa e dov’è adesso Nadia. Tentatrice ma con scarse attrattive essa si avvicinava intraprendente alle tue labbra! Ma chissà cosa vorrà ?! Lo dico perché è capitato a me, ma io pensavo a…non me lo ricordo più a cosa. Per dire quanta poca importanza davo alla cosa. Quasi a livello zero.

Mi aveva lasciato alquanto freddo la faccenda. Aspettavo ben altri baci io, ma quelli sarebbero venuti molto tempo dopo. E poi dicono le ragazze che son timide. Manco sapeva il mio nome, mi vedeva malinconico, quello si, come mia nonna. Non ho detto a nessuno dell’accaduto, perche non avevo niente da nascondere di quel bacio. A dodici anni, cosa vuoi che mi importasse, non c’era niente da risvegliare, allora, e poi avrebbero dovuto esserci le premesse, estetiche e fisiologico-adrenaliniche. E del tuo primo bacio ti ricordi? Mi piacerebbe fare in anonimo si intende una classifica del come è  stao la prima volta. Un’interessante teoria antropologica fa risalire le origini del bacio alla preistoria come scrive Redmag: pare infatti che le nostre antenate per nutrire la prole sminuzzassero il cibo nella loro bocca prima di passarlo, attraverso una sorta di bacio alimentare, ai loro piccoli: un modo di nutrire i bambini simile a quello degli uccelli, che ci fa sorridere, ma che, come sostiene il celebre etologo inglese Desmond Morris, la nostra specie ha probabilmente praticato per più di un milione di anni. Baci casti, focosi, amichevoli, scandalosi, baci dell’esordio e dell’addio, baci rubati, baci a tradimento e baci appassionati, baci da romamzo e baci cinematografici. Lo sapevi che c’è  anche la Giornata Internazionale del Bacio? puoi festeggiarlo il 13 Aprile, o il 7 Luglio. O tutto l’anno se vuoi e non hai altro da fare. Baci iniziatici e programmatici, baci celebri e autodescriventisi come e diventato il bacio che fa dire Edmond Rostand nelle battute di Rossana e Cyrano de Bergerac nella famosa opera: ( Atto III, scena IX )
ROSSANA
Siete voi là?
Parlavam di… d’un…
CYRANO
Bacio. Né vedo in verità
perché la vostra bocca sia così timorosa.
Se la parola è dolce, che sarà mai la cosa?
Irragionevol tema non vi turbi la mente:
poco fa non lasciaste quasi insensibilmente
l’arguto cinguettio per passar senza schianto
dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto?
Ancora un poco, un poco solo ancora, vedrete:
non c’è dal pianto al bacio che un brivido!
ROSSANA
Tacete!
CYRANO
Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto 
un poco più da presso, un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole
t’amo; un segreto detto sulla bocca, un istante
d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo per potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima a fior di labbra!

Dicesi bacio: lo sfioramento-avvicinamento-pressione della parte più carnosa del capo corrispondente all’apertura altrimenti definito bocca, la quale dispone di due appendici più o meno marcate dette a loro volta labbra, dislocate fra mento e naso. La pressione labiale di varia intensità e durata può essere preludio a più significative e intense esplorazioni, capaci a loro volta di coinvolgere estesamente altri organi e apparati (in questo caso il bacio viene detto: alla francese). Se garantisco l’anonimato me lo descrivi com’è andata e cosa è successo la tua prima volta che hai baciato? Potremo poi votare e fare una classifica per eleggere il bacio più bello. Siamo o non siamo un popolo di poeti come Edmond Rostand?

c’era la lira?

Le dieci lire, le cinque lire, e anche una lira. Pesavano come piombo in tasca, bucandone spesso la fodera. Oppure si versavano volentieri per terra, facendoti imbizzarrire, eppure…Ti sei certo dimenticato di quando pagavi con dobloni, fiorini, talenti e sesterzi, la tua memoria non può arrivare sin là, ma non di quando pagavi con la lira. Di quello ti ricordi. Era ieri e sembra un secolo. Distratto com’eri! Così ti riempivi le tasche. Telefonare era un dramma, perché il telefono a gettoni spesso ti fregava. Pronto chi è? E poi cadeva la linea, intanto le duecento lire se ne erano già andate. Era zia Antonia che volevi avvisare perché eri stato promosso.

Le cinque lire recavano un delfino scolpito e le cinquanta il dio Vulcano alle prese con incudine e mazza, nell’atto di martellare. La lega metallica era senz’altro differente. Te ne ricorderai di certo. Così scrive anima mia – la nostra memoria bambina, quanto costavano le caramelle Golia (una lira) mentre con trenta lire si comprava un ghiacciolo e con cinquanta lire si faceva merenda. E anche quali monete erano calamitabili per poterle recuperare con una calamita legata a un cordino, attraverso le griglie sul pavimento. Era il valore del denaro dichiarato, evidente e tangibile. Come non accade più oggi. Le monete in lira dicevo, con cavalli rampanti alati, delfini, rami di olivi e querce, aratri (non dimentichiamo che siamo una repubblica fondata sul lavoro) e Minerva e le tre caravelle sulle 500 lire d’argento, che ancora oggi mi confondo nel rammentare quale fosse il verso corretto delle bandiere, ma il vento da che parte spirava? E le caravelle erano di bolina larga o col vento in poppa? Ma allora le navi andavano anche a bolina o solo di poppa e lasco? Non ne hai tenuta nemmeno una? Peccato, dicono che oggi valgono un sacco di soldi, dicono sempre così delle monete che uno non ha più nel cassetto. Anche se quelle da 500 lire, con una bella dama sul retro, si ossidavano per quel poco d’argento che contenevano. Così si diceva. Io non so se quelli della Zecca si divertivano un po’ a coniare monete con qualche errore semantico per poi dire c’è un errore! Alto là. E quella moneta ritirata dal commercio alé! a schizzare in alto di valore. Ma qualcuno bene informato ne faceva incetta prima? Ti ricordi quando bastavano dieci lire per le palline di chewing gum? Non dico fossero bei tempi visto che si moriva di freddo per via che non c’era il termosifone e gli ascensori erano installati solo nelle case dei ricchi, e il frigo te lo avrebbero portato dopo qualche anno, direttamente dall’America. Con le monete era facile capire il valore delle cose, partendo dal basso, dalla caramella o dal chewing gum, appunto. Aspetto, dimensione, peso e tipo di lega, Ma non ci perdiamo in dettagli. Perche le monete? Nel nostro caso perché la lira moneta? La moneta era ed è ancora, translandola oggi negli euro, -ma non si sa per quanto- un oggetto fisico, parlava ai sensi, al tatto, assai più delle banconote in carta che il tempo e l’impiego riducono a schifezze nel portafogli, anche se oggi, oltremanica, usano quelle di plastica, banconote realizzate dalla Cerutti di Casale Monferrato. Ma non divaghiamo. La moneta da “fisica” si è andata via via smaterializzando, diventa virtuale, astratta, si sottrae alla vista. Sembra che non serva più allo scopo (vedi uso di carta di credito anche per importi irrisori….e senza controllo)…beh, si fa per dire. Non ci sono più il dio Vulcano o l’aratro o Minerva o le tre caravelle a rappresentare simbolicamente il quanto vale? ma ridotta a cifra sullo schermo di un computer, ed estratto conto che la banca ti rilascia se lo richiedi, sembra suggerirti il quanto, malinconica: ti ricordi quando… È il danaro fisico tutto a sparire, nemmeno più rappresentato da monete o banconote. Il danaro fisico che rappresentava qualità e quantità dei beni sta andando fuori corso. Ma con quali esiti? Una volta c’era il sale, pagavi col sale, con perline colorate, anelli e pani di rame, spiedi e conchiglie erano le monete di ieri, pagavi con cammelli, buoi, se dovevi dare il resto di un bue, davi otto capre invece di dieci (valore del bue intero) e con cammelli e capre compravi e compri tuttora, moglie. Il denaro di una volta era simbolo, in sostituzione di esseri umani, bestie, merci, prodotti, terre e materie prime. Dirai che ho scoperto l’acqua calda.

Oggi sei diventato o ti fanno fatto diventare (consentimi l’espressione per forza) moderno, pratico, senza più monete che sfondano le tasche, oggi il denaro non corrisponde più al reale valore di merce davvero esistente, ma è compreso in processi ben più ampi e non proprio trasparenti, ti hanno, ci hanno detto: basta un click per vedere quanti ne hai sul conto, quanti ne hai in meno che con la carta di credito non capisci mai quanto ti rimane da spendere. Basta un click per pagare con carte di credito, iPhone, basta un click per pagare anche senza danaro, tanto poi ti vengono a pignorare il letto perche non hai più il controllo sulle tue esatte uscite di denaro, cosa che la moneta ti permetteva di fare. Ma non si tratta solo di questo, c’è dell’altro. Sarà solo una mia idea ma ho la sgradevole sensazione che di questi processi qualcuno tiri le fila, che vengano decisi da poche menti pensanti, che sotto ci siano intenzioni speculative che non riesco bene a identificare, perché non sono un esperto e di economia non valgo una cicca, e di cui la sparizione della moneta sia solo il primo infimo passo. Parlo degli speculatori di professione, dei finanzieri che vedono nell’accumulo di denaro una meta irrinunciabile, un valore assoluto e sempre perseguibile. Di grandi banchieri, e capi di stato e presidenti che erano stati nel passato a loro volta banchieri, (anche l’Italia ne annovera). A chi specula a tutto spiano cosa vuoi che gli importi far crollare economie, innescando crisi planetarie di cui tutti abbiamo pagato le conseguenze. 2006 docet. Un po’ di cultura me la sono anche fatta sulla moneta sui suoi funambolici alti e bassi scorrendo lo scritto intitolato: Ma prima nel portafoglio avevamo pecore e buoi. firmato da Giovanni Svevo.

Le monete vanno e vengono, ma qui la loro sparizione è già stata decretata e non è altro che un infimo tassello in un disegno globale che tende a sottrarre ogni forma di controllo del tuo denaro, anzi l’ha gia sottratto. Lasciami dire una cosa che farà scandalizzare banchieri e finanzieri: e se tornassimo allo scambio di buoi e al baratto?

alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

ti incantavi davanti a Carosello?

Ti ricordi quando smettevi di mangiare pur di vederlo? La musichetta era già cominciata ma la minestra poteva anche attendere. Un attimo, mamma! Adesso vengo, c’ è Carosello! E ti ricordi della faccia da americano di Ubaldo Lay, alias tenenete Sheridan, che annunciava le qualità e l’inconfondibile sapore dell’aperitivo BiancoSarti alla fine delle sue indagini? La musichetta che annunciava Carosello era inconfondibile, scandiva gli sketch, un siparietto dopo l’altro. Una sorpresa dopo l’altra che ti ipnotizzavano tanto risultavano originali e pieni di fantasia. Il dentifricio alternato alla carne in scatola, alla polvere per lavare, ai piselli in scatola. A me piaceva quello della carne in scatola in cui c’era Gringo. Era un mito, una mania, un fatto di costume condiviso e spontaneo, l’appuntamento immancabile della serata, rinunciarvi era quasi impossibile, pena l’ostracismo familiare.

Ti ricordi cosa significava?! Ovvero la creatività pubblicitaria per far vendere un dentifricio, una benzina, un amaro, un detersivo, una carne in scatola e un caffè. Il progresso incalzante, figlio e padre del boom economico aveva bisogno di vendere merci e prodotti, per sostenere la crescita economico sociale, ma tu mica pensavi a quella roba, pensavi solo al momento in cui incominciava quella immancabile seppur breve trasmissione. Capace di promuovere la valanga di sensazionali prelibatezze e prodotti insuperabili che si riversavano come una cascata incessante sulla tavola di casa tua, modificando la tua stessa vita. Davanti a quell’aggeggio catodico e surreale, chiamato piccolo schermo, stavi a bocca aperta. Era l’arena della fantasia, l’invenzione in gara allo stato puro che mescolava aperitivi poco alcolici con l’olio che frigge e non unge, la lavatrice che, anche se la prendi a mazzate, funziona, col formaggino cremoso da spalmare e i biscotti. Ipnotizzante. La gara di chi, in pochi minuti, raccontava una storia toccante, avvincente, frizzante o buffa, sempre comunque rispettosa della morale-censura occhiuta di allora, anche perché lo spettacolino era seguito da milioni di fanciulli ai quali non doveva interessare il brandy Vecchia Romagna ma i due mitici Gino Cervi e Fernandel che lo promuovevano, sottratti ai ruoli di Peppone e Don Camillo di Guareschi. Una moda divenuta subito tradizione condivisa, un modo di stare insieme per milioni di persone, perché da nord a sud fino alle isole, sapevi che occhi e bocche e orecchie attendevano lo spettacolo degli spettacoli. Grandi e piccoli scrutavano, sorridevano, esclamavano c’ è Carosello! Ideazione allo stato puro asservita alla necessità della vendita e subito fatto di costume che dettava l’appuntamento irrinunciabile col siparietto. L’estro al servizio di un dentifricio, di calze da donna, di formaggini da spalmare, di brillantina, piselli, saponi e biscotti.
Ubaldo Lay, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Ernesto Calindri, Gino Cervi e Fernandel, Lauretta Masiero, Alberto Lionello, e Mina, c’erano anche loro, ammiccanti e sorridenti a far comprare roba.  Se i ragazzi dovevano essere puniti non glielo facevi vedere. Ti ricordi? Era una moda divenuta subito tradizione e rito, un altro modo di stare insieme per milioni di persone, lo spettacolo degli spettacoli. Grandi e piccoli scrutavano, sorridevano, esclamavano, era il rito collettivo genuino e condiviso dall’Italia in via di eccezionalmente rapido recupero socio economico. Probabilmente la trasmissione con l’audience più alta mai registrata di tutti i tempi. Il rito collettivo si chiamava Carosello! Panacea contro ogni tristezza.

Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi scrivono a proposito di Carosello: Tutto cominciò il 3 febbraio 1957: l’Italia che si lasciava alle spalle la guerra — e assaporava il boom — scopriva la «réclame» sotto forma di spettacolo: fu l’inizio di un consumismo a volte criticato ma modernissimo, che contribuì enormemente allo sviluppo del Paese. E per vent’anni, fino al gennaio 1977, divertì milioni di italiani e lanciò una generazione di registi e attori.
Ti ricordi di Carosello? Ma certo, per me come per te, collocato nell’infanzia, e mi piace ricordarlo come una esplosione di creatività e di invenzione perlopiù di marca italica, un intrattenimento per adulti e per bambini che dovevano fronteggiare i primi sbadigli e che il giorno seguente andavano a comprare il prodoto pubblicizzato sul piccolo schermo. Prima di andare a letto c’era l’appuntamento col mitico indimenticato siparietto. Alla cui realizzazione avevano concorso in veste di registi firme illustri come Luciano Emmer (che ne è considerato l’inventore), Age & ScarpelliLuigi MagniGillo PontecorvoCorrado FarinaErmanno OlmiSergio LeoneUgo GregorettiValerio ZurliniPupi AvatiPier Paolo PasoliniFederico Fellini e l’americano Richard Lester. Quelli che ci piace ricordare? Fra i molti ecco alcuni classici siparietti E poi c’è chi oggi ancora sparla della «réclame», come si diceva a quel tempo. Ingrato!

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.