c’era l’iPhone?

Sembra ieri e invece è passato già tanto tempo. Ti ricordi Fernando, Giuseppina, Adelaide, Gualtiero, quante volte lo consultavi al giorno? No? Te lo dico io, allora. Una…una? dirai tu. Sì, una, che durava tutta la giornata perché appena ti alzavi ti connettevi con gli amici, la fidanzata, la moglie, l’amante, i figli, i colleghi, il tuo insegnante di fitness, l’agenzia di viaggio, il dentista, il verduraio e il mondo intero e pretendevi risposte e messaggi da loro.

Se questo non accadeva andavi in ansia. Non dire di no, ti conosco. Smettevi (forse) prima di andare a letto. Scrollarne, goloso di novità, le icone e pigiare lettere e numeri era come parlare, ipnotizzato, assorbito dal minischermo dell’iPhone, e parlavi anche, che sembravi un ebete che balbetta ad alta voce e al vento per strada e comunicavi spesso l’inutile, quante volte sei andato a sbattere contro un palo o una vecchietta facendola barcollare? Solo così potevi cominciare la giornata: con l’iPhone acceso che ti augurava buongiorno, il mondo in tasca, roba del genere, o l’illusione perniciosa di averlo, illuso! Forse prima di addormentarti te ne dimenticavi…ma non sempre, pronto comunque a rispondere al suo ineffabile, irrinunciabile richiamo perché qualcuno poteva mandarti messaggi così urgenti da non poter essere disattesi. Cosa fai? Non rispondi? Quei marpioni che l’avevano inventato e diffuso erano andati oltre le loro stesse aspettative. Insostituibile strumento atto a connettere l’utente con la globalità degli esseri viventi sul globo collegati alla rete web. È tutto, passo e chiudo.

Diabolico e stordente. Te e milioni di “drogati”, assuefatti al minischermo. Gli effetti di un uso incontrollato, smodato e distorto di iPhone, iPad e computer si son fatti sentire dopo anni. Ma te ce l’hai l’iPhone? Mi chiederai. No, mai avuto, ho solo un cellulare Nokia, prima serie, con cui mi collegavo a ore fisse con le suore per sapere se mia madre stesse peggiorando o facesse capricci e schiamazzi con le vicine di camera. Adesso lo tengo in tasca e mi dimentico di metterlo sotto carica. Sono io che decido di usarlo, non lui me. Okei, te dirai, te odi i telefoni e le comunicazioni. Sono affari tuoi. Sei un misantropo. Mica vero, ma se non ho niente da dire e non avverto la necessità di sapere chi mi cerca, cosa me ne faccio? Eppure son curioso. Ma penso all’essenziale. Abitudine? Assuefazione? Ma quale abitudine? Assuefarsi all’idea inevitabile del progresso, adeguarsi alle comodità e alle indiscutibili soluzioni di certi problemi quotidiani: che tempo fa? e tac! lo sai subito, dov’è la via che stavi cercando? e tac! ecco Google map che incombe, protettiva, suggerendoti il tragitto. Era diventato il tuo amico, il tuo partner, lo strumento che ti collegava col reale, o così pensavi. Ti assorbiva l’aggeggio, ti chiedeva attenzione, a mio figlio era caduto sotto le ruote di un camion, la mia gioia è stata di breve durata, il mattino seguente ne aveva già un altro più potente. Pollicioni del mondo unitevi! Pollicioni a chi? e perché ? Come? Non lo sapete?! Ecco perché : In aumento la sindrome del “pollice da smartphone”: rischio osteoartrite. Dai ricercatori della prestigiosa Mayo Clinic di Rochester si segnala un preoccupante aumento di casi legati alla sindrome del “pollice da smartphone”, dolori causati dall’utilizzo continuo del dito sul display touchscreen dello smartphone. E poi tanto per metter i puntini sulle i leggi un po’ cosa scrive il il FATTO QUOTIDIANO a proposito dell’iperconnessione: Ormai la pervasività tecnologica ha raggiunto livelli patologici. C’è addirittura chi soffre di nomofobia, ovvero il terrore di restare senza connessione. In tal senso le statistiche hanno dell’inquietante: secondo il rapporto Coop 2016 il 70% degli italiani controlla lo smartphone appena svegli; hai capito bene! una ricerca Cisco rivela che 3 utenti su 5 passano più tempo attaccati al telefono piuttosto che con il proprio coniuge; la University of San Diego rivela che l’81% degli utenti interrompe le conversazioni o i pasti per controllare il dispositivo; infine, secondo uno studio della Georgia Institute of Technology ben 9 persone su 10 soffrono della sindrome della vibrazione fantasma. Che ne dici? Ma non ti vedevi mentre camminavi per strada da solo o in compagnia, guarda il branco di iPhone dipendenti che se ne stavano assiepati in metropolitana con lo sguardo incollato all’aggeggio a fare tutti la stessa cosa ovvero a scrutare il nulla cosmico che si annida nella rete? Te li ricordi? Cos’è che controllavi? Cosa stavi cercando di così importante, come scrive ancora il giornalista nel suo articolo su il FATTO QUOTIDIANO: Viene alla mente una provocazione comica dell’artista Angelo Duro che, rivolgendosi al pubblico, mette in evidenza un paradosso della comunicazione social che ci dovrebbe far riflettere: “Ogni qual volta avete un minuto di tempo libero dovete aprire il cellulare per vedere cosa stanno facendo gli altri. Perché non vi fate i c***i vostri? Ve lo dico io cosa stanno facendo gli altri, il nulla. Perché anche loro stanno guardando cosa state facendo voi. Il nulla che guarda il nulla”. Nell’era Social, che “era” non è mai stata ma solo una immensa sofisticata truffa e inganno ai danni della tua intelligenza, in cui ti specchiavi dentro dicendo: mi piace mi fa schifo, mandami altre foto se ne hai, in cui in ogni momento dovevi dire una frase, mezza frase, una parola, una opinione assolutamente superficiale e ininfluente, quelli sapevano tutto di te, cosa fai, dove vai, cosa compri e quanti caffè bevi e in che bar li bevi e di che colore hai gli slip (guarda che non sto scherzando) e quali sono i tuoi gusti e le tue abitudini per poter confezionare messaggi pubblicitari ad personam e indurti all’acquisto.

Pensi che scherzi? Ti ricordi che l’aggeggio usato in un certo modo ti permetteva di comprare senza carta di credito tutto ciò che volevi? Mica era uno scherzo, lo facevano per dar corpo al soddisfacimento dei tuoi desideri, abbreviando l’attesa dell’acquisto e te compravi di più, subito cose che poi non usavi. Ma non divaghiamo. Quei tempi sono finiti. Hanno trovato modo di limitarne drasticamente l’uso a necessità verificabili e impellenti, lo hanno messo fuori legge l’aggeggio e adesso che ce ne siamo liberati posso chiederti: Ti ricordi dell’iPhone? Oddio ma è stato solo un sogno! Ho sognato di sognare che era stato messo al bando. Ti stanno controllando e te nemmeno lo immagini. Non dirmi che non sapevi che mentre lo stai adoperando ti possono spiare!

facevi l’alzabandiera?

E di quando hai vinto le Olimpiadi? Nel salto in lungo nessuno ti batteva. Avevi delle gambe lunghe un chilometro. Un due tre e oop! fra schiamazzi e applausi, nessuno ti batteva, e qualcuno piangeva, ma erano in pochi a frignare. Salto in alto, lancio del peso, corsa, nuoto. E poi tutti sull’attenti mentre cantavi ‘Fratelli d’Italia‘ a squarciagola e poi ammutolivi durante il “Silenzio”, ammainando la bandiera. Le altri canzoni allora in voga erano ‘O sole mio’ e ‘quel mazzolin di fiori‘, uno strazio insomma. Il tutto era rappresentativo dell’Italia unita, da Nord a Sud, alle isole comprese, alzabandiera, inno e canzoni. Tutti al mare! Non in montagna che c’erano le vipere, diceva tua madre. Pensavi a come sarebbe stato il giorno dopo e quanto sarebbero durati i giorni della colonia estiva. Non sapevi se desiderare che finisse quel calvario di alzabandiera e canzoni, sempre quelle! e di nuotate e dormite a comando. Di vedere la televisione non se ne parlava nemmeno, nemmeno di uscire alla sera. E poi pensavi a niente perché avevi solo otto e nove anni e alla sera crollavi di stanchezza che era un piacere. Il rammarico per aver lasciato i tuoi genitori non durava molto, dovevi imparare a fare il letto, a lavarti i denti, a fare la doccia, ad allacciarti le scarpe, a non perdere le tue poche cose. E decidere se dovevi startene da solo, come stavi a casa, perché eri “introverso” o fare crocchio con

qualcuno che giocava a birille di plastica come te. In colonia io andavo a Varazze, proprio attaccato ai cantieri Baglietto che sfornavano e sfornano motoscafi e yacht per ricchi. Ci tenevo ad andare perché così controllavo se Luisa, una tipetta di Pavia a cui non ero indifferente aveva messo su qualche dente, perché l’anno prima era sdentata; controllati a vista dalla zia che non si fidava per niente di un ganzo come me. Una “lei” senza denti era da scartare, comunque. Lei stava in pensione con la zia e io no, doveva essere una ricca. Ti ricordi quando ti alzavi alle sette meno un quarto? In camerata veniva dentro l’aria frizzante del mare, un piacere era sentirlo. Latte e pagnotta e via. Zitti! Arriva la signorina! Gare, camminate, ancora gare, qualche strillo, prendere un po’ di sole stipati come acciughe sulla sabbia, e bagni a orario fisso, scanditi dall’orribile fischietto, con la stanchezza sempre in agguato. Ma ciambelle e brioches dov’erano? La giornata filava via così, senza che te ne accorgessi, mentre alla sera mi ripromettevo di eludere la sorveglianza e andare a vedere cosa succedeva e a che ora si ballava al Kursaal Margherita o al Nautilus, a picco sul mare, locali chic della zona, piene di abiti fruscianti, neon, musica e signorine profumate. Invece mi addormentavo appena toccato il cuscino e di mondanità neanche a parlarne.

Ti ricordi quando facevi buchi nella sabbia e  i castelli che rovinavano alla prima onda dispettosa? E la signorina o la suora sempre a controllare. Mica eravamo in mare aperto! Non c’era pericolo. Ti ricordi quando ti veniva la pelle d’oca mentre ti immergevi fra strilli e sbuffi degli altri scalmanati fino all’ombelico e senza salvagente? Perché ti sentivi già cresciuto? L’Italia di allora era disseminata di colonie per bambini, figli degli operai che sgobbavano nelle fabbriche. Oggi se ne è persa traccia a quanto pare, si è perduto l’impronta e l’abitudine, i tempi sono davvero cambiati e l’Italia dei bambini che vanno nelle colonie è svanita nel nulla, come tante cose di quei tempi. La nuova Italia sociale del dopoguerra beneficiava dei traguardi derivati dalla tumultuosa crescita economica. Non era passato molto tempo dai figli e figlie della Lupa e dai Balilla. Tu ci andavi negli anni Cinquanta, per prendere una boccata di iodio che ti faceva bene, come diceva il dottore a tua madre e per socializzare, perche te ne stavi timido e scontroso anche in compagnia, per provare a migliorare te e la tua salute.

il viaggiatore immobile

(…) “come tutti, combatto quotidianamente con la Realtà, che mi diventa sempre più insopportabile per come è stata resa artificiosamente complicata e totalmente inumana.”
GdT

Un’opera singolare edita da Solfanelli: Il Viaggiatore Immobile, a cura di Andrea Gualchierotti, è alla seconda edizione riveduta e ampliata, e già si parla di una terza ristampa. Qualche motivo deve pur esserci. Il gran nocchiere, suo principale attore, scrutatore degli abissi del reale, attende. Oggi c’è bonaccia. Non è fisico il suo sguardo ma interiore. Sulla fiancata del suo naviglio sta incisa la frase del Principe Guglielmo d’Orange il Taciturno «Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare.» L’opera: una sorta di canto corale di chi ha conosciuto da vicino il personaggio. Ma anche pretesto per trattare sotto varie angolazioni e raccogliere testimonianze sul Fantastico. Qui risiede la sua originalità. Il suo protagonista, diretto verso il mundus imaginalis, ha “interpretato leggende narrate da geroglifici fatali”, attraversato i territori dell’angoscia e del rifiuto di Lovecraft, le imaginifiche lande di Tolkien dove nascono e muoiono regni e sogni. Il suo equipaggio: quelli che hanno lavorato con lui e per lui confidando ora che il nocchiero, come Ulisse, Giasone navighi ancora. A molti di loro egli ha impartito severe lezioni di ars scribendi che coniugano rigore, ricerca, ostinazione nel voler dare il meglio, insegnando la scoperta di segrete cose, celate alla vista dei più. Paola De Giorgi non teme di definire Il taciturno nocchiere col suo sigaro spento incollato all’angolo della bocca: “il nostro stregone del XXI secolo. Uno dei pochi ancora rimasti di una generazione di stregoni che avevano l’arduo compito di effettuare la grande ricerca…Un maestro ha l’arduo compito di indicare la strada, senza mai sostituirsi ai propri allievi.” Dal vasto arazzo alle sue spalle traspare anche l’ucronica visione della storia. Egli ha indicato il legame tra mito, epica e letteratura fantastica, rilevando insospettabili legami fra mondi antichi e l’oggi, basta che leggi l’ultimo capitolo di suo pugno, dove il Mito cede il passo al Fantasy. Il nostro ha lavorato per decenni con lo spirito dell’alchimista, la precisione dello scienziato. A lui è toccato dirimere, collegare e proporre nuove letture del “reale”, insospettabilmente collegato col fantastico. 

Il gran nocchiere si chiama GdT l’acronimo del suo nome: Gianfranco de Turris.

L’opera parla delle avventure dirette o riflesse che lo vedono coinvolto, ma non solo. Un romanzo? un saggio? un racconto? o una serie di testimonianze? Nulla di “solo” questo. Piuttosto un amarcord redatto da ex “alunni”, colleghi e amici. Il Viaggiatore Immobile si avvale di testimonianze autografe per descrivere un’avventura senza fine. Il nocchiere ha la smodata passione per la Fantascienza, onnivora medusa che si nutre di sogni e di reale. Gianfranco de Turris è definito da chi lo conosce bene: “mastro orologiaio, promotore, animatore culturale, ispiratore, mentore, benevolo demiurgo, critico letterario, intellettuale acuto e stregone…” per il momento basta. L’individuo non è incline al complimento. L’immobile viaggiatore GdT ha solcato mondi iperuranici, messo alla frusta e aiutato a dare il meglio di sé decine di masochisti aspiranti Lovecraft. Il “Diogene del fantastico” sta rimuginando se, per caso, avesse lasciato qualcosa di inesplorato che valga la pena di sondare. Marco Solfanelli, uno dei suoi editori preferiti ed amico afferma: “Ancora oggi, la nostra collaborazione prosegue. Il mio atteggiamento nei suoi confronti è: Io con Gianfranco non ci discuto; faccio tutto quello che mi dice. La stima che provo nei suoi confronti mi fa accettare qualsiasi sua proposta editoriale, perché è per me garanzia di qualità…” GdT da decenni, è solito rilevare riscontri e legami, per scovare un indizio, il bandolo dell’intricata matassa che si chiama fantasy, termine così pregnante da scoraggiare la più caparbia volontà di interpretazione.

Il Viaggiatore Immobile è il diario di bordo di un’avventura ancora lontana dal concludersi, talvolta commovente, verso il “maestro, lo stregone, il mentore, infine il gentiluomo.” E intanto il Fantastico irrompe tra le pagine del volume, come mai prima lo abbiamo considerato. 
A descrivere Gianfranco de Turris ci pensa Errico Passaro: “(…) è il critico che questa Italia faziosa e provinciale non merita. Non è eccessivo definirlo il più grande di tutti i tempi, nel campo della critica fantastica…ovvero il più grande esperto del fantastico italiano.”

Nelle immagini: la copertina del libro, Gianfranco de Turris, un dipinto di Julius Evola.

Sotto il segno di Urania

Ci sono opere delle quali si apprezzano anche i punti e le virgole, è il caso de Sotto il segno di Urania  (per una storia dell’immaginario italiano), recita il sottotitolo, di Gianfranco de Turris. Il volume è stato appena pubblicato da Oaks editrice. L’opera sfugge a ogni seppur volenterosa classificazione, se mai ci fosse bisogno di inquadrarla in un genere letterario. Si legge come un romanzo, ma romanzo non è, e neppure saggio o antologia, quello che sicuramente fa è fornire gli strumenti a chi intenda inoltrarsi nell’intricato dedalo della genesi della fantascienza italiana. Sotto il segno di Urania  riserva sorprese a non finire, appassiona e intriga, attraverso la formidabile messe di nomi, date, riferimenti storici, sociali, politici e culturali. La sua equilibrata prosa trascina comunque spingendo a leggere ancora e ancora, fino all’appendice, anch’essa di rilievo. L’opera soddisfa gli appetiti degli appassionati di fantascienza e non. I primi scopriranno la ricchezza racchiusa in una miniera di informazioni e dati tutti godibili, i secondi saranno tentati di sondare l’universo fantastico italiano dischiuso dall’opera. Basta lasciarsi trasportare dal racconto (forse abbiamo trovato il termine appropriato) da rimandi, annotazioni e confronti per scoprire una verità parallela e affascinante. Sotto il segno di Urania suscita anche interrogativi: la davvero impressionante marea di titoli, autori, editori che si sono cimentati nell’offrire supporto e nutrimento alla nascita e al prodigioso sviluppo del fantastico italiano, conduce a un dubbio: e se la vera realtà, la più autentica, genuina e spontanea non fosse quella quotidiana, ma quella descritta nelle opere? onirica e imaginifica, grottesca e formidabile, spesso eccessiva e sbalorditiva proprio come il pensiero dei suoi creatori? La vera vita, insomma, sarebbe quella immaginata/immaginaria, col corredo dei suoi ambienti e invenzioni fantastiche, riedificata infine dalla Fantascienza. Ovvero la dimensione virtuale onirica che diventa autentica vita, in sostituzione di quella assai più piatta del quotidiano. Essa realizza il pensiero senza limite, dando corpo all’incubo o al sogno di un mondo migliore. 
Sarebbe poi eresia includere negli autori del fantastico quello più spettacolare e grande del mondo, interprete del fantastico allegorico teologico, ma sì, l’insuperato Dante Alighieri? A mio avviso scrittore fantastico per eccellenza. Una cosa appare fuori di dubbio: il termine “fantascienza” con la sua osmotica natura e le innumerevoli sfumature e contaminazioni appare sfuggente, pregnante, penetrabile al massimo grado; indica una morfologia concettuale e creativa vastissima e Gianfranco de Turris in questa opera, ce ne fornisce ampia dimostrazione. Qui di seguito alcuni suoi interventi più significativi: 

Pag. 144 “(…) La parabola di Luigi Capuana sembra quasi quella di Sir Arthur Conan Doyle che passò dal razionalismo assoluto di uno Sherlock Holmes allo spiritismo di cui divenne famoso sostenitore e divulgatore. Un aspetto dello scrittore siciliano che è come una filigrana sottotraccia della sua sterminata narrativa e che sarebbe il caso di riscoprire e studiare finalmente e in modo organico per fargli assumere il posto che gli compete alle origini del fantastico e della fantascienza italiani…”


Pag. 160: “(…) Verne e Salgari sono
riusciti a ben individuare quali sarebbero stati i lati negativi, gli errori del “mondo moderno”, del brave new world: il progresso vertiginoso che immaginavano ai loro tempi non avrebbe portato soltanto benefici materiali, ma anche effetti nefasti sull’umanità che non sarebbero riusciti a ripagare del tutto il benessere fisico. È una critica, anche abbastanza esplicita, a quella che oggi viene definita l’“americanizzazione del mondo”, non tanto in termini di super tecnologia alla portata di tutti, quanto di come l’American way of life ha profondamente modificato il nostro modo di vivere e di essere, quindi la nostra mentalità: ricerca disperata della prosperity a ogni costo, efficientismo, velocità, spasmodico arrivismo, commercializzazione di tutto (compresa l’istruzione e la cultura), ogni cosa ridotta a merce, declassamento dell’umanesimo, trionfo dello scientismo, dittatura delle banche e della finanza. È lo Specchio Oscuro della Modernità in cui noi oggi ci riflettiamo. Basti osservare l’umanità odierna che in tutto il mondo cammina, mangia, conversa, lavora, gioca con in mano cellulare e smartphone che guarda o maneggia incessantemente, always connected con tutto il mondo...Quello di Verne e Salgari era un mettere in guardia i contemporanei nei confronti di un futuro negativo che non volevano si realizzasse. Hanno fallito, non ci sono riusciti, si deve dire, ma così hanno scritto entrambi delle vere, piccole distopie anticipandone i dettami concettuali: società che paventavano e che noi viviamo in pieno sulla nostra pelle…”

Pag. 199: “ (…) L’Italia non ha una “tradizione” fantastica e fantascientifica vasta come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna: il “fantastico” si bloccò con l’Orlando furioso dell’Ariosto, e dal Cinquecento in poi praticamente nulla apparve, imperando l’Umanesimo prima, l’Illuminismo poi (le eccezioni– Carlo Gozzi, ad esempio – confermano la regola). Per di più, il Romanticismo italiano fu essenzialmente “politico” e “civile”, impegnato come fu nelle Guerre d’indipendenza…”

Dalle note dell’autore: “ (…) Uno dei temi che più mi ha interessato nella mia vita di critico e antologista è stato, dal momento in cui ne ho avuto consapevolezza, quello del nostro immaginario, delle origini e dello sviluppo nel corso dei decenni della narrativa fantascientifica, fantastica e orrorifica italiana, e che penso di essere stato uno dei primi, se non forse il primo, a indagare con una certa metodicità, insomma, la cosiddetta “protofantascienza”. 

nelle immagini: la copertina, l’autore Gianfranco de Turris, la città di Antonio Sant’Elia.

Dante ce la contava?

l’inferno

Ti parlo di un falso. un grandissimio falso. Forse il più grande della nostra storia. Perché un falso? Se il suo autore fosse nato dopo l’età di Galileo e Nietzsche non l’avrebbe concepito. Ma sì, hai capito si tratta di Dante e di quella sua sua opera apocrifa all’eccesso che non posso aggettivare tanto è immensa. Non intendo aggiungere nulla a quanto già commentato, criticato, spaccato il suo verso in quattro e poi in otto. Non ne ho la capacità. La meritava, e la merita quella fama. E allora? Ti parlo di una esperienza personale che mi ha tenuto impegnato due anni, anche perché conosco quasi niente il latino e dovevo tornare più volte sul significato dei suoi versi, chiedendomi: ma chi me lo fa fare? A migliaia ci sono letture più scorrevoli e amene. Quella sua musica che inizia con i famosi versi che anche le scimmie del Borneo conoscono è impagabile. Se Dio avesse avuto bisogno di un testimone in terra, un uomo marketing dalle eccezionali qualità avrebbe scelto lui. Che crea un’allegoria di insuperata presa, ovvero apocrifa allo stato puro, per questo formidabile. Non deve offendersi il grandissimo Shakespeare perché lui parla solo di uomini e delle loro passioni e del potere, né deve prendersela a male il sommo Omero, che galleggia fra le nebbie del mito, lui trattava di una leggendaria storia intrisa di omeriche passioni, e cioé molto terrena; è Dante il più grande, scusa la faziosità, anche se non sono toscano, è lui che sovrasta tutti. (pochissimi peraltro). Lui che ci fa vedere l’invisibile, l’ineffabile, l’impossibile (?) sempre lui che ti fa avvertire l’approssimarsi dell’etterno valore.

Il Poeta

Presuntuoso all’inverosimile il nostro, volendo farci credere che Dio, su intercessione della Madonna, attraverso le richieste di Beatrice che mobilita anche Santa Lucia si rivelerà a lui in quel meraviglioso ultimo canto in forma di tre cerchi concentrici. Lui che viene interrogato da San Pietro e passa l’esame. Dante che parla con San Bernardo, il quale prega la Madonna per lui affinché Dio gli conceda la grazia di rivelarsi. Proprio lui, che si sente appartenere alla combriccola degli eletti, con cui parlerà di letterartura e filosofia. Sempre il Poeta che ama, riamato da una donna contigua a santi angeli e vicina alla Madonna. Non so se mi spiego. Mica possiamo farlo noi. Dante si autoelegge ad eletto. Un’opera “pubblicitaria”, cibo impagabile per i cattolici ortodossi, stesa da un visionario per eccellenza, che percorre la difficilissima salita alla somma luce, al Verbo e avanti di questo passo. Per appassionarti ai suoi versi devi spogliarti dell’abito razionale dell’uomo moderno. Non ci devi proprio pensare alla Fisica quantistica né allo spazio curvo né al dipinto del Cristo morto di Hans Holbein. Dio è luce ed esiste, come esiste l’aria. Punto.

I Cherubini

Ma non basta. Per leggerlo devi fare lo sforzo di diventare medievale, puoi aiutarti ascoltando le voci di Gasmann o Benigni ma è sul testo che devi faticare e appassionarti alle tristi vicende di un esule, consapevole del suo valore e bandito dalla sua terra ingrata. La sua immensa creatura apocrifa è un dono fatto all’intera umanità, che tu sia credente o no, poco importa. Dante ti fa scalare una montagna di cui non si vede la fine, solo lui la vede e teme di non riuscire. Dagli inferi alla luce assoluta che tutto monda e comprende. Perché insisto sul tasto dell’apocrifo? Perche l’illusione che Dante ci fa vivere è fallace. La natura eminentemente criminale tipica di noi umani elude ogni possibilità di riscatto, per lui no. Non voglio fare il catastrofista, ma guardati attorno e capirai. Ieri, oggi e…domani. Dante ci crede alla sua visione, ne è convinto, ci conforta, illudendoci che il sommo bene trionferà, affermando che non è nel mondo che mal vive la vera esistenza ma lassù, fra angeli e cherubilni, sempre se te lo meriti, ovvio. Dante pensa al riscatto morale, alla possibilità di redenzione, ligio al Verbo, alla Grazia, che faticosamente conquista, e che non ammette divagazioni, dubbi o altro. Dio esiste, punto e a capo. Sette secoli di umano, troppo umano, dopo di lui lo smentiscono.

c’erano (e ci sono tuttora) i simboli?

Il rischio c’è ed è quello di divagare, perdendoci in un mare di ricerche e spiegazioni sul suo significato e rilevanza. Ovvero il simbolo. Si sono scomodati sociologi e filosofi per descriverlo e tutti lo hanno fatto con le dovute cautele, perché coi simboli non si scherza. Pare che i simboli siano nati con noi, siano una cosa davvero seria, con cui non si possa celiare. I simboli, il simbolo, ovvero il segno che ti suggerisce qualcosa, te ne ricordi? Ma certo! dirai te! Che discorsi! Navighiamo in un mare di simboli. Ne siamo sopraffatti!

Una marea, soprattutto oggi, andiamo avanti a forza di simboli, dirai, perché simbolo significa sintesi e con tutto quello che hai da fare! certo che mi ricordo, dirai, ieri ne ho visti una vagonata, ero alla stazione dei treni, e volevo vedere se si poteva andare di domenica mattina ad Asti, partendo da Milano. Il tempo che ci va ad attraversare mezza Europa. Incollato al tabellone giallo ci sono stato mezz’ora: prima o seconda classe, treno per pendolari, viaggia solo il lunedì e il venerdì, treno merci, soppresso per carenza di viaggiatori, carrozze di prima classe in testa al treno, tuto espresso attraverso simboli. Prendi la figurina che indica l’ubicazione delle toilet in primis, è un simbolo che solo nella foresta, in mare aperto e nell’artico non si trova, io ne ho trovato uno in un’oasi, alle soglie del Sahara. C’era solo una T disegnata su un pezzo di legno sbilenco, e basta. Indispensabile comunque per non fartela addosso. Ovvero come soddisfare necessità primarie e improrogabili, e poi naturalmente i tasti di una tastiera con freccette sinistra destra sopra sotto e il più e il meno, quanto tempo ci abbiamo impiegato a pensare che avevamo bisogno di un simbolo, per sintetizzare, per indicare, per dire: freddo caldo, divieto, via libera, si fuma o no. Proibito, tanto meglio per la salute. Il simbolo che ti ordina di metterti il casco in testa per possibile caduta di gravi. Pericolo! Accesso vietato, caduta massi, stai alla larga o ti becchi la scossa e poi la multa. Curva pericolosa, sei sulla strada, i simboli ti invitano, sollecitano, vietano, mettono in guardia e sempre comunicano. I simboli abbondano, ce ne sono da intasare il lavandino. Fatti per comunicare un pericolo, per metterti in guardia, per indicare come risolvere necessità, per non rovinare una maglia cche non sopporta l’acqua e la centrifuga.

Per cercare di capirci qualcosa in più oltre alla apparente banalità, ecco quello che l’enciclopedia universale, alias Wikipedia, che a sua volta è un simbolo di come oggi si organizzano e si fruiscono informazione e cultura; scrive alla voce simbolo: Il simbolo è un elemento della comunicazione, che esprime contenuti di significato ideale dei quali esso diventa il significante. Tale elemento, sia esso un segno, gesto, oggetto o altra entità, è in grado di evocare alla mente dell’osservatore un concetto diverso da ciò che il simbolo è fisicamente, grazie a una convenzione prestabilita.  Sostengono autori, come Hobbes e altri nel seguito della filosofia inglese come Peirce, e i positivisti e neopositivisti della “logica simbolica“, che il simbolo, nella sua funzione di “stare al posto di” possa scambiarsi con il segno. Charles W. Morris (1901–1979) per esempio, afferma che il simbolo è un segno che ha un aspetto di convenzionalità maggiore rispetto ai segnali poiché chi esprime il simbolo lo usa come alternativa al segno con cui s’identifica. I simboli sono inoltre differenti dai segnali, poiché questi ultimi hanno un puro valore informativo e non evocativo. I simboli si differenziano anche dai marchi, che hanno un valore solamente soggettivo e che vengono usati per indicare un’origine fattuale. Il simbolo può essere di due tipi: convenzionale, in virtù di una convenzione sociale; analogico, capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un’immagine mentale. Se, come sostiene René Alleau, una società senza simboli non può evitare di cadere al livello delle società infraumane, poiché la funzione simbolica è un modo di stabilire una relazione tra il sensibile e il sovrasensibile, sulla interpretazione dei simboli e sul loro impiego da sempre gli uomini sono divisi. Tale atteggiamento è spesso dovuto al fatto che spesso l’uomo tenta di trovare un significato ad un simbolo anche se questo non ne ha; E, se proprio vogliamo saperne ancora sul simbolo: Lo studio del rapporto tra forme simboliche e funzionamento della società ha assunto rilievo centrale fin dai lavori di É. Durkheim, il quale sosteneva il carattere acquisito, e dunque sociale, delle stesse categorie logiche che sottostanno alla classificazione della realtà. Creando le categorie di pensabilità del sociale, i sistemi di credenze avevano dunque una funzione strutturante la realtà sociale e, acquisendo valenze religiose, cementante la coerenza di un sistema sociale.  Roba seria, insomma, il simbolo. Per scrivere questo post ho ficcato il naso un po’ qua un po’ là, evitando paroloni e letture alquanto complesse, perché sapevo che non era cosa facile accalappiare il significato del simbolo

I filosofi, poi, ci hanno sguazzato a interpretarlo. Te la faccio adesso una domanda di cui però sono certo di conoscere la risposta: E la risposta che ti anticipo io è: NO, senza simboli la vita come la conosciamo oggi o fino a qualche millennio fa non è possibile, o diventa davvero grama se non può trasmettere informazione, se non comunica, perché  simbolo significa comunicazione indirizzata a chi pensi ti possa capire. Come questa placca, destinata agli alieni, appiccicata al Pioneer 10.

Senza simbolo riesci a vivere? No, non riesci. A un altro te stesso o a un alieno che in qualche modo vuoi avvisare o mettere in guardia. Simbolo uguale a manifestazione della vita, dunque, se non c’è simbolo non c’è vita. Meglio non esagerare. Guarda bene lo schermo del tuo computer e capirai l’evoluzione che ha fatto il simbolo: dalla croce del Cristo ai simboli odierni di spam e di cestino, ne abbiamo fatta di strada. Che ne dici?

Sul mio schermo di computer, un giorno che era stato colpito da malefici virus, erano comparsi repellenti scarafaggi vaganti, davvero evocativi! più reali e repellenti di quelli veri, più simbolo di così si muore.

scriveva il grande Ernest?

Non so se hai mai letto ISOLE NELLA CORRENTE del grande Ernest, ultima sua opera prima del suicidio. Opera minore che parla di un pittore, dei suoi figli e delle relazioni fra lui e loro, di bevute stratosferiche seduti al bancone di un bar, di una battuta di pesca, probabilmente una delle migliori che siano mai state scritte, della morte tragica dei figli, e anche della caccia a una combriccola di soldati crucchi. Il racconto, come ti ho detto, non pè dei migliori, ne parlo tuttavia perché ti “costringe” a leggerlo fino alla fine, questa è la magia della scrittura di Hermingway. Sarà il mito che H. seppe nutrire o subire? Sarà il personaggio fragile e malato, a detta del suo amico Orson Welles, Hemingway: aspirante rodomonte dai piedi d’argilla. I personaggi ricorrenti a bevute dall’alto tenore alcolico per sopportare l’onere della loro esistenza, sono individui “provvisori” , spacconi, o aspiranti grandi artisti, percorrono esistenze senza sbocco né costrutto, Ma se vuoi sapere come si pesca e si perde un pesce gigantesco nell’oceano e i “fragli” rapporti fra padre e figli il libro fa per te. In molti personaggi avverti la loro inconfondibile natura americana, che è quasi un leit motiv, riscontrabile anche in altri autori, una navite, una fanciullezza dello spirito, il loro stupore davanti alla natura e al mondo in genere. Quello che mi preme sottolineare è che in un libro come questo, forse un po’ noioso, dove le vicende sono vissute da perdenti vive quella scrittura che ha reso grande lo scrittore americano. Quanto il mito di H. pesi sui suoi lavori influenzando i lettori è evidente. Lo sai scritto da lui, per cui predisponi la tua attenzione. Tanto basta a seguirlo fino alla fine, che in questo caso non prevede un finale eclatante, né eroico, né tantomerno da vincente.

Hai letto H. e tanto deve bastare. Per dirla come il mito del personaggio sopravanzi o confonda il vero valore della sua opera. Il suo “marchio” comunque lo avverti, fatto di disperazione, depressione, e fallimento esistenziale sottotraccia,. Se malato, come davvero lo è stato, un grandissimo malato, un fragile logorroico, reduce dalla vita come molti dei suoi personaggi, nato con la penna in mano, e morto con la penna in mano. Uno che aveva conosciuto e ammirato non poco Gabriele D’annunzio e i suoi Arditi, per poi rimangiarsi l’ammirazione scrivendo a Chicago nel 1922 a proposito del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” . Effettivamente di noi gli Americani capiscono pochino.

li incontri per strada? eppure non esistono!

Quelli che non esistono sono tanti ma non si sa esattamente quanti. Vivono ai margini, nascosti, coesi, diffidenti e quasi mai si mescolano con noi. A volte danno fastidio e spesso puzzano, per non ricorrere a eufemismi e poi hanno quel modo di vestire che ricorda come andavamo vestiti una volta, vestiti di stracci anche, di solito sono repellenti. Si vede lontano un miglio che son diversi da te e da me. Sono zingari.

Sono stato alla loro festa anni fa, a Saintes Maries de la Mèr in Camargue, una festa che non terminava mai, un tripudio, una baraonda di voci, canti e balli, cavalli e carovane, fisarmoniche e chitarre, niente a che fare con gli zingari che vedi nei nostri campi nomadi, spesso coinvolti o accusati di essere malfattori, sicuramente sempre sospetti di esserlo. Un popolo ladro che non si è mai lasciato corrompere, era il parere di Emir Kusturica, regista jugoslavo che li amava. In Italia sono diffusi i Rom, etnia che usa un linguaggio (non esiste la scrittura) derivato da idiomi dell’India del nord. Vivono una famiglia “estesa” senza riconoscersi in altre istituzioni/organizzazioni, stato compreso. Difficile quindi “imbrigliarli” quando la loro casa e la strada e il loro tetto il cielo.

Ore 15 del pomeriggio, ultima domenica di agosto 2009 La signora ci riceve nel salotto. Un salotto davvero originale visto che non esistono le pareti. Alì e Micael ci corrono incontro. L’altro figlio siede su un pezzo di tavola di masonite, l’ultimo dorme sotto la tenda.  Il marito spunta dietro una parete di cartone. Gli avvolgibili strappati sbattono contro un pezzo di muro. Garze, cerotti, qualche bottiglia di bibita, caramelle e vecchi album di animali, sono i nostri doni. Siamo zingari dice la signora, veniamo dalla Romania e non c’è lavoro. La signora ci dice di sedere, ma noi troviamo solo il tempo di scattare qualche foto e già rientriamo. Mario Ingrosso li ha fotografati. Sulla via del ritorno incontriamo altri rom, scesi da una macchina per far visita a conoscenti del campo abusivo; ci chiedono se lavoriamo per i giornali. Vivono fra le macerie delle nostre città, sotto i ponti delle tangenziali, negli anfratti delle fabbriche abbandonate. Protagonisti d’innumerevoli episodi di cronaca, fatti di sgomberi, allontanamenti, furti e accattonaggio molesto. Sono i paria, così da secoli. Rigettati dalle culture ufficiali dei paesi in cui risiedono. Coloro che non esistono, perché privi di documenti. Mal tollerati, incivili secondo i nostri canoni.
Fra essi anche individui fuorilegge che soggiogano, imponendo la legge del più forte, le famiglie aggregate della loro comunità. I rom rappresentano la spina nel fianco di ogni amministrazione occidentale, sono diversi, non assimilabili. Ingombranti, non inseribili, e non affidabili. Esistono senza esistere. I personaggi che Mario Ingrosso ha fotografato sono i protagonisti di un reportage effettuato nelle aree abbandonate di una città del nord.  Fra muri crepati, tetti sfondati, macerie. Vivono lì, a titolo provvisorio, ben sapendo che potrebbero essere cacciati dall’oggi al domani. Sono rom, musulmani sciti e cristiani; arrivano dalla Romania. Ecco ciò che Mario Ingrosso è riuscito a intendere dal loro approssimativo racconto:

foto di Mario Ingrosso

Le donne rom concepiscono i figli in Italia, dopodiché tornano in Romania per farli nascere. Affermano che, a causa del loro stato di clandestini in Italia, i nascituri non potrebbero avere alcun documento. Quindi dopo il parto tornano in Italia coi piccoli per svezzarli e infine li riportano in Romania presso i parenti per farli crescere. Una delle conseguenze è che da adulti non sapranno riconoscere chi li ha messi al mondo. Tutto questo procede dal loro status di clandestini. Gli attori di questo servizio devono condividere il campo con un gruppo al cui vertice c’è un capo clan non esattamente raccomandabile. Per due volte costui ha inveito contro di noi, intimando di andarcene. Sguardo e invettive non erano tali da rassicurarci. Quello che abbiamo letto nei loro sguardi lo lasciamo alla vostra sensibilità. Il nostro lavoro finisce mostrando immagini eloquenti e volutamente senza commento. Consentitecene uno solo: la bellezza antica e la dolcezza di alcuni volti femminili, quella sì ci ha colpito e per questo vogliamo segnalarla. Anche per questo auspichiamo un atteggiamento che non faccia di ogni erba un fascio e che sappia distinguere fra gli individui di un gruppo anche se non è sempre facile o possibile. La loro cultura è antica, parallela e alternativa alla nostra e arriva dall’India.

foto di Mario Ingrosso

Per il nostro modo di vedere i diversi e i non omologabili molti di loro non esistono. I loro sguardi però raccontano storie che forse non conosciamo affatto e che dovremmo un giorno ascoltare per non renderli estranei e nemici per sempre.

  Scritto da Edoardo Simone Paluan all’età di 14 anni.

c’era il virus?

La copertina di DECAMEROVIRUS

Lei: “Cos’avrebbe di tanto speciale? Sentiamo.”
Lui: “Trame, soggetti, situazioni, tanto per cominciare, alcuni racconti sono da premio letterario. Nel cenacolo degli anti moderni si alternano storytellers sopraffini che conoscono bene suspense, intrigo, colpi di scena, analisi psicologica, delirio e altro.”
Lei: “Ma non sarà un calderone? Con troppa roba dentro?”
Lui: “Il rischio c’era ma le domande dell’anfitrione e le sue esortazioni verso i narranti di turno, inquadrano e definiscono le loro storie facendo emergere opinioni spesso discordanti, e significati, i quali tirano in ballo pure Dio, intelligenze artificiali, e un elegante signore che si chiama dottor Morte e anche universi paralleli.”
Lei: “Per tutti i gusti, insomma.”
Lui: “Sei la solita scettica. Ti dico che subito dopo aver letto circa le sue  trecento pagine che non ti fanno sbadigliare, mi è venuta voglia di ri leggere diverse storie. Alcune aprono spazi alla riflessione, gettano una luce impietosa e lucida sul nostro modo di vivere ed essere.”

Gianfranco De Turris, forse il conte N. del DECAMEROVIRUS

Lei: “Ho capito, ho capito, e come si chiama?”
Lui: Decamerovirus, curato da Gianfranco De Turris che, secondo me, si nasconde dietro la figura del conte N. proprietario del castello e, nell’occasione, ospitale anfitrione. Alcuni racconti potrebbero essere sviluppati fino a farne romanzi o pellicole cinematografiche. E poi c’è Abboccandrino…”.
Lei: “Abbocca che..? e chi sarebbe?”
“Un tonto presuntuoso che si fa menare per il naso dai colleghi. E la banda dei romani furfanti che ricordano i personaggi di Pasolini e Boccaccio ed  Enoch, il cacciatore che fa strage di rabid a più non posso…e anche Alessio Vouttari, Archimandrugo della Chiesa Paupastologica di Occitania che narra la storia di Marco Cocilovo ovvero il porno archeologo…”
Lei: ”Acc! Insomma un buon acquisto.”
Lui: “A proposito, che tu sappia, un virus si può beccare leccando vecchi francobolli della Prima Guerra Mondiale?”
Lei: “Mi informo. Poi ti dico.”
Lui: “E già che ci sei, puoi informarti anche se c’è stato nel 1968 un universo parallelo che ha squassato il mondo? Son cose che stanno dentro le narrazioni degli ospiti.”
Lei: “ E chi è l’editore?”
Lui: “Homo Scrivens di Napoli, con la copertina che è un programma.”

Gli autori: Donato Altomare, Alessandro Bottero, Vitaldo Conte, Luigi De Pascalis, Emanuele Delmiglio, Alessandro Forlani, Claudio Foti, Andrea Gualchierotti, Max Gobbo, Francesco Grasso, Emanuele La Rosa, Matteo Mancini, Luca Ortino, Mario Paluan, Errico Passaro, Massimiliano Prandini, Pierfrancesco Prosperi, Enrico Rulli, Ivo Scanner, Antonio Tentori.

Dalla copertina:
…Può la letteratura sconfiggere il virus? Certamente no, ma esiste modo più sano di affrontare il male che affidarsi alla forza salvifica della narrazione?…

Dalla postfazione del libro:
…I tempi rispetto ai sei secoli che ci dividono da Boccaccio sono molto diversi esteriormente, ma l’essere umano è in fondo sempre lo stesso nonostante la tecnologia: sentimenti base assolutamente simili anche se sono mutati radicalmente gli scenari…
Un’opera anomala, ti dico io che l’ho letto, perché a ogni racconto, più  o meno lungo, cambi canale, ambiente, soggetto, trama, ti sintonizzi col passato e con gli incerti presente-futuro, colmi di incognite e insoddisfacenti. Insolito il libro e la casa editrice, che qualcosa di nuovo e inedito propone nella palude dell’attuale panorama editoriale italiano.

gli editori facevano bene il loro mestiere?

Questo post l’ho già pubblicato il 14 gennaio, ma penso sia il caso di riproportelo, anche perché, se hai la pazienza di arrivare in fondo a leggere, troverai una loro novità.
Prima o poi doveva capitare qualcosa del genere. Qualcosa di davvero importante anche se sottotraccia. Pochi si sono accorti della cosa e della sua rilevanza. Non occorre scomodare Darwin, le mutazioni, la fisica quantistica, o l’inclinazione dell’essere mutante che intende sopravvivere e poi affinarsi. Il terremoto non ha fatto il gran botto, la trasformazione è strisciante; sto parlando della trasformazione di una specie, che, di solito, inizia con eventi minimi per poi definirsi macroscopica. Ovvero il nano metterà in crisi i giganti, ma né uno né gli altri ora ne hanno contezza. E il seme darà i suoi frutti o prima o poi. La mutazione potrà mettere in crisi l’intero sistema, una prassi consolidata e un malcostume in via di peggioramento vertiginoso. Succede a Napoli, patria delle eccelse sculture di Antonio Corradini, custodite nella cappella San Severo. Napoli, scrigno di bellezze segrete, e che nel 700 era una fra le prime città europee in fatto di cultura e innovazione, più grande di Milano, tanto per dirne una. Bando alle ciance e vengo al sodo. Avevo scritto che gli editori (dicesi editore individuo che in virtù del suo fiuto scopre, scommette investe e lancia un autore, convinto del valore del suo lavoro) erano una razza in via di estinzione, salvo alcuni eroici individui che hanno impegnato anche la camicia per tentare di fare cultura.

Un volume di HOMO SCRIVENS

Le case editrici di grido languono incapaci di svolgere il vero ruolo che è quello di promuovere cultura e civiltà o anche solo dibattito e ricerca: languono in un pantano fatto di pubblicazioni apocrife, di volumi a pagamento (succede anche nelle grandi case editrici, e io ne so qualcosa visto che ho le mani in pasta anche nell’attività di ghost writer.) Dicevo?! Ah! sì. Della scomparsa della razza degli editori, sostituiti da tipografie paludate, da stampatori blasonati e intrallazzati, che fanno di tutto all’infuori di stimolare idee e ricerca. Gli editori di oggi non sanno più scoprire Jack London, Italo Svevo o Stephen Crane, ammesso che autori di quel calibro siano oggi in circolazione. Sono lontani i tempi in cui Gabriele D’Annunzio citava il suo editore chiamandolo Monte d’oro di stirpe Aldina (era Mondadori). Monopolizzando lo spazio in libreria gli editori moderni devono piazzare il loro prodotto, come fosse shampoo o tonno in scatola, non esiste differenza. Tu dirai che è aria fritta, che non dico nulla di nuovo e hai ragione. Ma per confortarti ti dirò due parole su quanto è successo a Napoli e che merita attenzione. L’autore ha preso il posto dell’editore, ovvero alcuni scrittori si son detti basta! e, senza troppo clamore, son diventati editori, protagonisti della loro scelta e lettori, in un colpo solo, lo riporta il quotidiano IL MATTINO di Napoli. E tu non chiami questa rivoluzione? Succede a Napoli, città verace e con ogni evidenza alternativa e creativa. Così è accaduto che gli editori autori si sono dati un nome chiamando la nuova creatura HOMO SCRIVENS, descritta in modo limpido e onesto da Aldo Putignano.

Nella presentazione gli autori-editori-lettori precisano che non intendono annegare nel fango dell’editoria a pagamento ne’ che sono la casa editrice più importante dell’universo ma: “siamo brava gente”. Affermazioni che la dicono lunga sull’attuale situazione editoriale italiana e, forse, mondiale. A HOMO SCRIVENS gli autori editori hanno preso il timone in mano, collaborano con istituzioni e editori amici e si danno un sacco da fare tentando altre strade, seguendo la loro creatività tutta partenopea. Non è fumosa o velleitaria la loro intenzione, basata sulla precisa decisione di eludere logiche di mercato grottesche e stantie. Basta ascoltare il breve video di presentazione. Voglio fare un augurio a questi prodi: che la loro iniziativa prenda piede, che porti a qualcosa di nuovo, capace di smuovere le mefitiche acque di una palude che conduce alla morte della lettura e quindi della conoscenza, che insegni qualcosa di sano e originale ai grandi nomi promotori della ex cultura italiana, fagocitati nel loro recente passato da inclinazioni politiche e ora sorrette dal nulla e da sclerotiche logiche di mercato.

Collaboratori di HOMO SCRIVENS

Quelli di HOMO SCRIVENS meritano attenzione e successo, chissa dove approderanno?!
Scrive MACROLIBRARSI: Homo Scrivens è una casa editrice anomala: nata da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli, è formata da scrittori che hanno deciso di aiutare altri colleghi a far conoscere le proprie opere al pubblico, anche quelle che case editrici a pagamento decidono di rifiutare. I titoli trattati riguardano soprattutto la narrativa: racconti, romanzi, testi italiani, scrittura collettiva e saggi sulla scrittura. Un gruppo di editori che ha come obiettivo quello di fare da ponte diretto di collegamento tra i lettori e gli autori.

Ti segnalo, pubblicato da Homo Scrivens, DECAMEROVIRUS, curato da Gianfranco De Turris, si tratta della loro ultima fatica. Il virus risulta un pretesto, ma non voglio toglierti nessuna sorpresa. Nel prossimo post ti anticipo di che cosa si tratta, senza dirti troppo, si intende