non c’era ancora l’Italia?

Ci sono libri che si accendono come fari sulla conoscenza. Per una volta lasciami fare il retorico, ma è proprio così; non so se sia tutta farina del suo sacco, se altri abbiano scritto per lui, e poi lui abbia apposto la sua firma, o se abbia “assemblato” interi brani altrui, correggendo e sintetizzando. Non lo credo, il principe dei giornalisti italiani non ne aveva bisogno. Del resto nel libro sono citate un sacco di fonti. Sta di fatto che se vuoi capire come siamo fatti noi italiani del 2020 occorre che tu legga questo libro. Scrive l’editore SUPERBUR:

Il periodo raccontato in questo volume, dal 1789 al 1831, è breve ma denso di avvenimenti. Poco più di quarant’anni che segnano in maniera indelebile il destino dell’Europa: la Francia assurge al ruolo di protagonista dei nuovi equilibri, e anche la storia del nostro Paese si fa più a Parigi che non a Torino, Roma o Napoli. E, al centro di questo momento, quello che Montanelli definisce “il balletto che Napoleone impose al nostro Paese, facendone e disfacendone gli Stati, fondendoli, dividendoli, trasformandoli da Principati in Repubbliche e da Repubbliche in Regni”. Nell’opera il “mitico” Montanelli (che non occorre osannare, nemmeno denigrare, imbrattando la statua dei giardini milanesi, come è stato fatto quest’anno, ma solo leggere) getta nuove basi per la conoscenza di allora e di conseguenza sull’oggi. Molto facile, risalendo a quell’epoca, comprendere ad esempio, chi sono e come pensano i meridionali, di ieri e di oggi, chi sono quelli del centro, del Lombardo Veneto e gli usurpatori, alias i Piemontesi, colpevoli di aver condotto a termine la riunificazione. I polentoni che si sono pappati i re Borbone aiutati da massoneria, soldi inglesi, baionette garibaldine e l’astuto operato di Camillo Benso conte di Cavour. Quando dico che il passato conta e ha il suo peso determinante dico ovvietà come in questo caso. Non esagero, non ho scoperto l’acqua calda. L’opera svela i pregi e difetti di un popolo che non è mai stato nazione, lascia stare i Romani, quella è un’altra faccenda. Le ambiguità, le titubanze, il carattere nostrano, l’appartenenza, urbe inclusa, a mondi fermi e stantii, ancorati da secoli a tradizioni e consuetudini, a incrostazioni non facilmente scalfibili, a mondi in cui grava pesante l’eredità feudale e delle baronie: ecco chi eravamo. Anche perché l’Europa di quel periodo era tutto un subbuglio, uno scambio di idee, fermenti innovativi. Anche se in Francia vigeva il Direttorio il vento rivoluzionario soffiava sulle nostre contrade. Ma la differenza con gli altri popoli era abissale. Non sapevamo né leggere né scrivere. Quali idee di fermento potevano allora attecchire da noi. Eppure…Italia terra di conquista, Italia suolo ideale per venirci a regolare i conti, vilipesa, saccheggiata e percossa, da secoli. Napoleone spadroneggiava dicendo di sentirsi italiano toscano, e faceva solo i suoi di interessi, rubando opere d’arte a mani basse, imprigionando il papa, minacciandolo, senza tuttavia vincerlo. Regine pettegole e isteriche, sovrani borbonici che avevano in mente solo la stagione della caccia mentre i loro regni adavano in malora, e ancora l’impero austriaco che soffocava ribellioni in ogni dove e l’ingenuità di chi voleva davvero l’Italia unita e affrancata dallo straniero, pagando col sangue o col carcere a vita allo Spielberg. Bravo Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli a descrivere il miracolo della riunificazione, dei generosi ma ingenui slanci di Ciro Menotti, del potere papale, gretto e spesso forcaiolo, dell’isola tollerante di Firenze in cui si respirava libertà e partecipazione, forse perché si leggeva un po’ di più che altrove. E intanto eserciti nemici su e giù a scorazzare per la penisola e regioni che non erano regiioi ma feudi mercanzia da tramandare alla prole di duchi e principi. E i Savoia? Se scorri il libro capisci il motivo per cui un veneziano o un pisano o un palermitano non avrebbe mai potuto amarli. Fra re tentenna, generali che sapevano il fatto loro, calcoli sbagliati dell’effervescente Gioachino Murat che ci lascia teatralmente la pelle insieme a Ciro Menotti, un altro che per ingenuità ce la lascia anche lui, rivolte, saccheggi e scoppio di mortaretti per la festa patronale e il ritorno del re Borbone, si gettano le basi per l’Italia unita. (se hai voglia dai uno sguardo al Gattopardo dove il principe di Salina, pur onorato, declina l’invito dell’emissario del governo piemontese, venuto a chiedergli di partecipare alla nuova Italia). Mentre pum! pum! dappertutto scoppiano tumulti, disordini, rivolte, e si alzano forche, ma mai, com’è accaduto nella sovrastante nazione gallica, un’ombra di vera rivoluzioneda noi attecchisce. Nella penisola la rivoluzione è sostituita da ribellioni, attività clandestina sovversiva, attacchi di bande fuorilegge in cerca di riscatto e legittimazione, spesso ottenuta, e infine, a josa, ecco il ripristino del vecchio potere, tradimenti, fughe e patiboli a non finire. La Restaurazione incombe e poi ci si convince che qualcosa sta davvero cambiando. Milano è  tutta in subbuglio, e il resto del nord non scherza. I carbonari tramano ma non convincono Mazzini che ha in mente di fare le cose sul serio, non le stregonesche carnevalate in cui amavano crogiolarsi i carbonari. Si impiccano insorti colti in flagranza di reato, con documenti compromettenti, stretti al petto, si giustiziano poveracci ignoranti della causa italiana, accusati per vendetta e intanto il papa trama e trema, mentre Bonaparte ne fa rinchiudere uno a Parigi di papi, ma l’ometto non molla, ci vuole altro per mettere in scacco l’emissario di Dio in terra.

E intanto Ugo Foscolo freme, guerreggia, scrive versi divini e sfida a duello, mentre il barone trentino Salvotti, principe degli sgherri, spedisce allo Spielberg carrettate di rei confessi. Se scorri le pagine di questo libro ci trovi il romanzo della nostra storia di ieri, capisci che c’è stato un miracolo ad averci condotto all’unificazione, senza tuttavia ricorrere alla rivoluzione di popolo. Poche menti lucide, tanto entusiasmo velleitario, ingenuità, ma lo spirito rivoluzionario francese da noi non fa presa e poi, a ondate, riecco abbattersi la restaurazione di antiche casate e caste, coi soliti privilegi, anzi maggiorati, con qualche buon amministratore chiamato a rappezzare i guasti dei predecessori.

Ed ecco infine il Sabaudo che scaccia l’odiato e, amato dal suo popolo, Ciccillo o’ lasagna, alias il re Borbone e la sua eroica bella consorte, Maria Sofia di Baviera, la cui figura è ancora oggi acclamata e il cui coraggio e fermezza sono tuttora motivo di rimpianto per molti al sud. Se consideri l’Italia di oggi non puoi prescindere da quella di ieri, popolata da genti diversissime per acculturazione, istinti, carattere, storia. Un tempo la pax romana aveva fatto della penisola il centro di irradiazione di valori condivisi (Vercingetorige e Boudicca a parte). Del cittadino romano e dei suoi valori di probità, onestà, rettitudine, indagati dal Mommsen non esiste, da duemila anni, nemmeno traccia. Se oggi l’Italia esiste è perché ci eravamo stufati di sopportare stupri, saccheggi e rapina. E ringraziamo anche l’Inghilterra che ci voleva in funzione anti francese. Siamo unici, nella differenza e nell’indole, ecco quello che voglio dirti; lascia che te lo ripeta un esule, che vede la cosa da fuori casa. Per gli altri è  più facile, hanno lo stesso carattere e indole. In tutto unici. Al mondo non esiste un concentrato di storia, genti, arte, paragonabile al nostro, chiedilo ad Alberto Angela, che se ne intende, e agli stranieri che lo sanno meglio di noi. A quando il “riscatto” totale? Magari riprendiamo l’argomento in un altro post, ti va? Altrimenti mi faccio prendere la mano. Dimenticavo: nel libro sono contenuti alcuni appetitosi ritratti dell’esagitato donnaiolo nonché grandissimo poeta Ugo Foscolo, del fornicatore casalingo Alessandro Manzoni, dello sfortunato Gioachino Rossini, e di Giacomo Leopardi, il…”puzzone” a detta di miss Fanny Targioni Tozzetti e del caparbio Giuseppe Mazzini. Vere chicche.

leggevi Le Horla?

Quattro pagine soltanto! Quattro pagine per un capolavoro, fatto di estrema sintesi, trama incalzante, e poi, dal tragico epilogo. La tragedia che mette fine alla passione perversa e allucinata condita da follia d’amore tradito del protagonista. Nella concisione, nella progressione ineluttabile di un male d’amore e di possessione, nel volersi impadronire dell’altra, mentre lei è già lontana dagli amplessi infuocati dell’esordio, annoiata e solita dire gli uomini mi disgustano e lui era un uomo, o meglio, lo era stato, adesso era pazzo di lei per non riuscire più a riaverla. Tutto qua? No, c’è dell’altro, e in questo altro sta la grandezza del brevissimo racconto. I due si amano, o meglio lui ama lei di un amore possessivo ed esclusivo, e lei se ne stanca, capita, è quasi la norma. E poi che succede? C’è un terzo incomodo, anche questo capita, ma non svoglio svelarti chi è , se no ci perdi gusto. Diciamo che è decisamente atipico.

Ti incuriosisce? Bene, ma non è tutto. Ti riporto un brano in cui Guy de Maupassant scrive: Ho amato quella donna con uno slancio frenetico…Mi ha posseduto anima e corpo, invaso, incatenato. Sono stato, sono la sua cosa, il suo giocattolo. Appartengo al suo sorriso, alla sua bocca, al suo sguardo, alle linee del suo corpo…mi manca il fiato sotto il dominio della sua apparenza esterna…la odio, la disprezzo, la esecro, perché perfida, bestiale, immonda impura; ella è la donna di perdizione, l’animale sensuale e falso in cui non eiste anima….Ti basta? No? Allora leggi anche: ella è bestia umana, anzi meno di ciò, ella non è che un grembo, una meraviglia di carne dolce e rotonda, dove l’infamia si annida. …Adesso penso che ti basti, anche se non ti voglio svelare il motivo di questi insulti infamanti a Eva. Il titolo del racconto recita del resto: Fou, ossia Pazzo. ….Mi esaurivo in una furia di insaziabile desiderio scrive e poi la noia della donna e infine un nuovo suo stato d’animo prontamente rilevato dall’ex amante che continua: Ella si schiudeva a un incomprensibile ardore; si placava nella felicità di un’inafferrabile carezza…l’avevo gia veduta cosi! Amava!….Ce n’è a sufficienza per istituire un processo post mortem contro Maupassant. Ma quale liberazione della donna! ma quali diritti acquisiti con le lotte delle femministe? E quali cortei in piazza a gridare slogan griati dagli anni Settanta in poi, sull’utero, la natura, la femminilità nsultata e la prgionia dell’essere femmina. Maupassant getta una bomba a mano dietro l’altra quando scrive: Chi approfondirà mai le perversioni della sensualità delle donne? Chi comprenderà i loro inverosimili capricci e l’appagamento delle più strane fantasie?…ella partiva per prati e boschi, e, ogni volta rincasava illanguidita, come dopo frenesie d’amore. Non poteva conoscere la ribellione della donna del secolo successivo al suo.

…Beh mi sembra ce ne sia abbstanza per condannare il povero Maupassant in contumacia se lo prendessimo alla lettera. In queste quattro pagine c’è chi vince e chi perde. C’è chi soccombe pur vivendo, c’è chi vince pur crepando. E il terzo incomodo rimane come sospeso, attore di una forza cieca della natura che è cosi come la vedi e basta. Potrebbe essere “solo” un racconto da brivido, la cronaca di una folle gelosia che galoppa. Ma non è cosi. Le implicazioni che conducono altrove sono notevoli. Alla fine devi berti un bicchier d’acqua perché riscontri tutto il dominio reale della natura al femminile, tutto il suo mistero, oltre all’orrore della sua fine inevitabile, in poche righe Maupassant ci fa passare dall’attrazione di due amanti al rifiuto della femmina, alla scandalosa supposta attrazione di lei verso…il terzo incomodo, alla vendetta cieca dell’uomo, folle di gelosia. Ci sono carni che si cercano e si saziano e poi c’è il resto, tutto da sondare. Ma qui c’è soprattutto la duplice grandezza della scrittura indagatrice dell’autore. Quanto de Maupassant si identificava nel personaggio del racconto? Egli stesso folle come il suo autore?! Una grandezza fatta di naturalismo, nel vedere le cose come sono e nel descriverle, la storia di una sconfitta dell’uomo anche, perché egli non saprà mai non capirà mai la natura della donna che lo ha respinto, per chi? per cosa? e perché? È la figura di lei a trionfare, a farsi gigantesca, pervasiva, definita dal suo ex amante bestia umana! Cosa ha fatto di tanto atroce? Come mai tanta spietatezza nei suoi confronti? Solo perché l’ha perduta? Definita l’animale in cui non esiste l’anima! (ma non si esprime cosi ogni pazzo d’amore respinto? Ogni aspirante femminicida?) Ci sarebbe da scomodare Freud e la squadra omicidi. La duplice grandezza del succinto racconto sta anche nel presentare una natuta sfuggente, insondabile, insidiosa (non ci appare così almeno una volta nella vita la donna? E non risiede proprio qui il suo insondabile fascino e potere di seduzione?) Lei, se ci guardi bene, non ha fatto proprio nulla di esecrabile, nulla di scandaloso o di offensivo, si è solo stancata del suo amante e lo rifuta perché stanca di lui, normale, no? il quale era probabilmente già ossessivo e opprimente, di natura, figurati dopo che è stato lasciato.

Non voglio dirti oltre su questo enigma, se no ci perdi gusto, ma l’enigna c’è e sarai tu a scoprirlo e a considerarlo. Sgualdrina impagabile? Mangiatrice d’uomini? Perfida mentirice? Niente di tutto quaesto. Solo una provetta cavallerizza che pareva impersonare insondabili segreti insiti nella sua natura. Una cosa certa: la figura della donna sovrasta tutto e tutti, rimane insondabile, desiderabile, nonostante l’accaduto. De Maupassant colloca il racconto in una dimensione priva di riferimenti temporali e geografici. Contro il protagonista (e cioè contro l’autore, congiura una forza indicibile, inafferrabile, panica, impersonata dalla donna e da un animale, che la donna gratifica con simpatia e attenzione. Una mia lettura azzardata riguarda il rapporto che de Maupassant aveva con la madre Laure. L’autore fa commettere un crimine al protagonista, quello che lui stesso non avrà mai il coraggio di fare: uccidere (metaforicamente) la madre.

cercavi il meglio in tutti i libri?

Mi piace pensarlo, anche perché lo rilevo di continuo. Un riscontro che, se ci pensi bene puoi verificare sempre anche tu. In ogni opera che si rispetti esiste un must, ovvero un’idea, un sentimento, una situazione, un paesaggio o personaggi così significativi da riuscire significativamente e indiscutibilmente migliori di tutti gli altri in altre opere o nell’opera stessa. Per bellezza, profondità, fascino. Dei must che sono insuperabili. Mi scopro ovvio a verificarlo; una cosa molto bella o profonda primeggia su tutte le altre, ogni opera ha delle parti trionfanti, incomparabili, migliori di ogni altra analoga in altre opere. Ti faccio qualche esempio per far chiarezza a te e a me. C’è una scena ne Gli isolani di Hemso di August Strindberg in cui si taglia l’erba di un prato: semplicemente incantevole, il quadro corale dei mietitori, della natura sconvolta dal loro avanzare, superbamente descritta, avverti l’odore dell’erba appena tagliata dalle falci, raccolta da una falange di fanciulle al seguito dei mietitori, munite di rastrelli, il turbinio di insetti che si allontanano, spaventati, ci senti la mano dell’uomo che corregge la natura, senza tuttavia guastarla, la freschezza, il trionfo di un paesaggio vivissimo, ridente e non banale. Sono scene ma possono essere ambienti o caratteri che diventano riferimento, punto massimo di espressione, per espressività e intensità, così da diventare dei must, degli unicum, come nell’ iIllustre casata Ramirez, ad esempio, di José Maria de Eça de Queiroz, definito Proust del Portogallo. Se vuoi sapere dell’anima portoghese, ad esempio, e di com’era il Paese alla fine dell’Ottocento c’è solo quel ritratto magistrale, insuperato. Cosa e come pensano, cosa mangiano, a cosa aspirano i Portoghesi. Pensare ai libri come a contenitori di bellezza, significato, sentimento e unicità per andare a colpo sicuro cercando quel brano che ti aveva così tanto colpito. Ad esempio c’è una scena in Padri e figli di Ivan Sergeevic Turgenev, che, seppur ho dimenticato gran parte del libro, mi riporta ancora a una emozione netta e vibrante, è relativa a due anziani genitori che si inclinano sulla tomba del loro figlio, stroncato da una malattia epidemica letale non curata (consapevolmente trascurata?) Non ho riscontro in altre opere di quanto sia commovente la scena. Una infinità di esempi, ogni opera ha i suoi must. come il ripudio della guerra e della sua insulsaggine, ad esempio, nell’urlo levato da Lev Nikolaevici Tolstoi in SEBASTOPOLI, in cui sentimenti, rancore strazio e pietà per i ragazzi soldati smembrati dai cannoni francesi si alternano dopo che graziosi pennacchi bianchi di fumo fioriscono dalle bocche dei cannoni, a costellare la pianura. E sempre per stare in tema di massacri e affini se vuoi sapere com’e andata a Napoleone in Russia devi, a tappe, si intende, sorbirti le milletrecento pagine di GUERRA E PACE. Ne vale la pena.

La morte che arriva. Pum! O l’orrore che si respira nelle ultime pagine di BENITO CERENO di Herman Melville, quando si scopre il vero motivo dello strano comportamento e dell’angoscia del capitano Benito Cereno, tenuto in ostaggio camuffato da una banda di schiavi ammutinati, dotati di pugnali e machete. Inutile cercare confronti con altre scene analoghe, Melville era maestro in queste genere di cose. Personaggi e scene che ti sono rimaste impresse e che ora primeggiano come la figura del boxer anziano che sogna una sugosa bistecca che la moglie non ha potuto preparargli prima dell’incontro, perché non le fanno piu credito dal macellaio. O come la scena del vecchio pellerossa, vecchio e malato, abbandonato dal figlio capotribù , da solo in mezzo ai lupi, con qualche stecco per il fuoco. Non credo ci sia qualcuno, su questo tema, con questa forza che abbia scritto qualcosa di meglio e di analogo come ha fatto London. Allora mi piace considerare la letteratura del mondo come un gigantesco arazzo, in cui gli autori, da millenni, esprimono il meglio e in questo meglio primeggiano incontrastati, descrivendo qualcosa, qualcuno, dando vita a scene uniche, di spessore e fascino ed espressività incomparabili. Potrei scrivere sino a domattina di questo e quello e quell’altro ancora e te potresti rispondere col meglio che ti ha colpito, Io darei solo un pallido esempio di quanto la letteratura del mondo intero sia importante a rappresentarci, anche a futura memoria, se le condizioni lo richiedessero. E del grande Garcia Marquez e del suo realismo magico e del teatro shakespiriano che rappresenta, sonda, analizza e distrugge il potere, in ogni sua declinazione non ne parliamo? Per non sottacere RE LEAR del grande William, se vuoi sapere del rapporto fra padre e figliolanza, complicato da una eredità mica da ridere. Ma da solo come si fa? non ho cento vite, quelle forse basterebbero a segnalare e raccontare qualcosa di noi. Ho detto: qualcosa…

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.

a Milano si faceva vera Cultura?

Loredana Pecorini non c’è più da tre anni. Ma di lei ho un ricordo così vivo e grato che difficilmente si annebbierà. Tu, che sei di Milano, o ci vivi ancora, te la ricordi quando andavi a cercare opere speciali o a ascoltare musica in Foro Bonaparte, nella sua magica libreria? E tu, che mi stai leggendo perdona l’impertinenza, ma se hai conosciuto Lalla mi farebbe piacere conoscerti! Perché Lalla Pecorini faceva parte, e ora lo fa solo nel ricordo, delle persone ed eredità culturali migliori di Milano.

Mi aveva regalato un bel libro su Ugo Foscolo con la sua dedica a mio figlio. Bando al triste e grato ricordo. Perché ne riparlo? Avevo recensito il libro di un suo amico autore, in omaggio a lei e a lui ecco quello che avevo scritto qualche tempo fa: LA CHIMERA DI CARLO VIII  e penso che il post sia ancora attuale.
La signora ha più di cinquecento anni. Ma non li dimostra. Lo spirito è quello di una ragazzina, entusiasta e coinvolgente. Le avevamo chiesto un incontro per illustrare un nostro progetto e fra telefoni che squillavano e saluti con vecchi e nuovi clienti siamo riusciti a malapena a introdurre l’argomento. Di chi e di cosa stiamo parlando? Di una delle più lussureggianti librerie milanesi (ora sparita) : e della sua titolare, signora Loredana Pecorini, il cui spirito e passione sono identiche a quelle dei primi stampatori tedeschi, veneziani e trinesi che nelle loro botteghe, seicento anni fa, dettero inizio a una nuova arte: quella della stampa col torchio. La signora Pecorini è la loro erede ideale. E mentre dimostriamo interesse lei ci illustra con amorevole cura edizioni che farebbero gola a un troglodita. Carte giapponesi, caratteri mai visti prima, edizioni che sembrano carezzare lo spirito e la mente, in particolare una dell’opera proustiana che occhieggia da una teca protetta, dotata di una copertina che, da sola, induce all’acquisto. Sono i libri che lei vende, e definirli libri di pregio riesce assolutamente riduttivo. Infatti, il valore aggiunto di queste opere non è facilmente calcolabile. Non occorre essere bibliofili, bisogna semplicemente amare le cose belle, il gusto, l’armonia, capire che state sfogliando opere d’arte fatte di carta, passione, con illustrazioni fuori del comune, con caratteri e spaziature che nulla hanno da spartire col libro delle normali librerie. Fra le “meraviglie” della sua Libreria, troviamo: LA CHIMERA DI CARLO VIII di Silvio Biancardi. Si potrebbero sprecare numerosi aggettivi encomiastici per lodare quest’opera. Ne scegliamo due soltanto: entusiasmante e insostituibile. E già dai primi capitoli se ne capisce il motivo. Le 800 pagine de LA CHIMERA DI CARLO VIII si leggono (avendone il tempo) tutte d’un fiato, come un romanzo dalle mille avventure, dai mille volti, dai cento tradimenti; alleanze e promesse non mantenute si susseguono a non finire. Sono le radici di un albero che affondano nel passato dell’Italia, facendoci comprendere molte cose sui nostri trascorsi, sui comportamenti, sul nostro carattere nazionale di allora e odierno, non esattamente tutte incoraggianti o di cui vantarsi.

Ma la storia e i suoi perché qui trovano un riscontro tale e dovizia di particolari attraverso testimonianze e documenti di stupefacente rilievo e vastità. È tutto documentato con abbondanza di particolari. L’autore fa parlare sovrani, ambasciatori e belle dame in una girandola di battute che mai disorienta, anzi che sorprende per la sua vivezza. Silvio Biancardi tratteggia sapientemente un disegno che affascina per la ricchezza dei particolari e per la trama di ciò che davvero è accaduto in quegli anni drammatici.
Era l’epoca dei Medici, di Leonardo da Vinci, degli Spagnoli a Napoli, per intenderci, il tempo degli anatemi di Frate Girolamo Savonarola e delle meraviglie che le regali residenze napoletane custodivano. L’autore, spesso con sottile ironia, mai esprimendo giudizi fuorvianti raccoglie le ambasciate di Ludovico il Moro, le debolezze di Carlo VIII, (un sovrano il cui aspetto non era propriamente aitante: piccolo, smilzo, con un gran naso, e non suscitava entusiasmo), i dinieghi diplomatici della Serenissima, la faticosa spola degli ambasciatori spediti su e giù per la penisola a ricucire strappi, proporre alleanze, minacciare rappresaglie. Ma Carlo VIII aveva un progetto: scendere in Italia per scacciare gli Aragonesi e riprendersi quello che riteneva di sua proprietà: il regno di Napoli per poi continuare la rotta andando a combattere i Turchi. L’Italia dei cento stati, al suo passare si dissolve come neve al sole, mettendo in luce rancori, cupidigie, rivalse e vendette. L’Italia che non c’era, è tutta lì, non sa che pesci prendere, è in preda al collasso e si spaventa per poi tentare colpi di coda. I Francesi fanno sul serio e sparano per davvero con le loro micidiali artiglierie abbattendo a colpi di cannone le scarse resistenze degli Aragonesi. Soprattutto brillano le trame di Ludovico Sforza detto il Moro, che dopo aver favorito la discesa del sovrano francese accogliendolo con feste e danze a cui partecipano dame dalle generose scollature, ora sollecita la lega di Stati in funzione antifrancese (intrappolare il re ora nemico in quella palude insidiosa che era l’Italia di fine Quattrocento?)  Dopo aver sperato invano di espandere il suo potere Ludovico il Moro si sente ora trascurato e non tarderà a vendicarsi tramando esplicitamente contro i Francesi. E il Papa? Tutto da leggere ciò che successe veramente fra Alessandro VI e Carlo VIII. E l’autore di questo affresco dalle forti tinte ce ne dà ampio resoconto. E come trascurare le speranze deluse di Pisa che invoca il re francese in funzione anti-fiorentina? O l’enigmatica impassibilità del governo dei Dogi che non dice mai nulla e non rifiuta mai nulla? L’opera di Biancardi è unica perché fa parlare i protagonisti di quegli anni, secondo un diario di avvenimenti incalzante che ha il sapore di un reportage. Forse per una di quelle rare alchimie della storia Silvio Biancardi può dire: Io c’ero, ho visto e ora racconto. Le illustrazioni sono tratte dal volume. L’edizione ci è stata segnalata da Loredana Pecorini titolare della libreria omonima.

scriveva il grande Conrad?

CUORE DI TENEBRA. Sostengo da sempre che alcuni libri andrebbero resi obbligatori nelle nostre scuole, come sussidiari, testi su cui far riflettere i nostri giovani , fra questi e alcuni altri, insieme a Memorie di un pazzo di Flaubert, di Nutrimenti terrestri di Gide e Verso Damasco di Strindberg c’è anche Cuore di tenebra di Conrad insieme a Orgoglio tricolore, del mio amico Lorenzo Fornaca.

Propaggini del tempo, residui fossili del nostro passato e della nostra mente. Sono le foreste del primordio, ultime aree momentaneamente risparmiate dagli obbrobri della devastante civilizzazione. Perché ne parliamo? Sono bastati un’ottantina di anni, forse meno, un niente se confrontato alla storia, e tutto è successo, irreversibilmente, irreparabilmente. La capacità di incidere e stravolgere il territorio, di deviare fiumi, cementificare, creare immense alienanti periferie metropolitane ha stravolto e inquinato ambienti e habitat che perduravano da millenni, e con essi la loro storia, cioè la nostra. Non diciamo nulla di nuovo, parole superflue perché inutili. Ne siamo coscienti. Agli spazi metropolitani, alle aree occupate dall’industrializzazione, sottratte alla selva, alla stessa montagna, con l’edificazione di villini a schiera e di condomini, ai paesaggi pesantemente modificati e sfigurati, per ottemperare alle esigenze, spesso fittizie, dello sviluppo, si oppongono ancora alcune (non molte) aree off limits dove la natura detta legge ristabilendo rapporti psichici, fisici e primordiali con abitanti e visitatori. È il caso della foresta fluviale del Congo, in CUORE DI TENEBRA, quella di Conrad, per intenderci o quella delle Isole Salomone di Jack London ne L’AVVENTURA e, ancorché devastata dai coloni inglesi, spagnoli, e francesi sul Mississipi, quella di Faulkner ne LA GRANDE FORESTA, in cui viveva l’orso primordiale, per far posto alla ferrovia e alla città. Sono le foreste tenebrose, territori impraticabili, ma indispensabili oggi, e che ci diamo briga di distruggere (guarda quello che sta succedendo in Amazzonia) insegne di una sovranità che è pericoloso guastare. La foresta (quella foresta) è lo spazio in cui l’uomo perde il senso del tempo, paesaggio onirico eppure reale, pericoloso e talvolta letale.

Un paesaggio che è prima di tutto dentro l’uomo. E perciò insopprimibile. Quindi stiamo uccidendo pezzi di noi. Basta leggere alcuni brani da CUORE DI TENEBRA per capire di cosa stiamo parlando: a pagina 55: dell’edizione FELTRINELLI economica con prefazione di Anna del Bo Boffino: …Le grandi mura della vegetazione (una massa esuberante ed intrecciata di tronchi, rami, fronde, festoni, immobile sotto la luce lunare) erano simili all’invasione riottosa della vita silente, ad un’ondata rotolante di piante ammucchiate, un’ondata che si gonfiava… a pagina 60: Risalire quel fiume era come viaggiare all’indietro nel corso del tempo, ritornare ai primordi, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un fiume, un deserto, un silenzio solenne, una foresta impenetrabile… a pagina 63: Eravamo come i visitatori di una terra preistorica su una terra che aveva gli aspetti di un pianeta sconosciuto. Avremmo potuto immaginare di essere i primi uomini che prendevano possesso di un’eredità maledetta che bisognava sottomettere a costo di grandi dolori e di fatiche a pagina 116: a proposito del misterioso Kurtz: La sua era una tenebra impenetrabile. E io lo guardavo così come si potrebbe guardare, giù, un uomo che giace nel fondo di un precipizio dove non brilla mai il sole…(come una foresta?) Ricettacolo di paure, aggiungiamo noi, inquietudini, insondabili misteri, fascinosa e impenetrabile in cui l’uomo smarrisce valori e misura. Ma quella foresta è nell’uomo e dell’uomo. È in questo tipo di ambiente che si dissolvono le smanie civilizzatrici, ultimo brandello di natura che esige rispetto, incute timore, respingendo l’intruso. La foresta selvaggia sta alla metastasi urbana come l’antidoto sta al male incurabile, viva, terribile e potente, luogo d’elezione perché non coercibile e cieca. Non madre, anzi, creatrice di incubi, non culla, tuttavia capace di suscitare riflessioni sull’aberrante devastazione cui l’uomo ha dovuto ricorrere per realizzare i suoi ultimi sogni. Foreste africane, asiatiche, dell’Amazzonia, di sperdute isole, ultimi spazi sovrani dove la mente può soccombere, ma in cui può comunque riconoscersi accettando la superiorità della natura. London, Faulkner, Conrad ne avevano rilevato il potere, l’avevano capito, trascrivendone la forza simbolica e il mistero, riuscendo a farne percepire la vita oscura, insopprimibile, perché dentro l’esperienza umana (oggi addormentata) che in essa si celava. Se ti ricordi di cosa scriveva Conrad allora non tutto è definitivamente perduto. Se mi dici cosa ne pensi te ne sono grato.

c’era il popolo dell’abisso?

IL POPOLO DELL’ABISSO. Cosa c’entra Jack London con Engels, Marx e Stephen Crane? Cos’ha a che fare l’East End londinese di primo Novecento con il Manifesto del Partito comunista? Vediamolo. Il Popolo dell’abisso è uno dei racconti meno accattivanti e meno suggestivi del grande Jack, forse anche un po’ noioso, ma sicuramente fra i più impegnati socialmente.

Lui ci teneva in modo particolare al suo impegno sociale, avendo a cuore la sorte degli infimi. Ma non ce la fa Jack London a calarsi completamente nella disperazione e nel degrado degli slum londinesi per diventare uno degli ultimi della terra. Ha bisogno di respirare. Ha bisogno di un pasto caldo, di un letto, ogni tanto. L’identificazione coi disperati non gli riesce del tutto. Ma ci ha provato, volendo vedere, capire e denunciare. Il degrado spaventoso, l’abiezione, la miseria anche dell,anima senza appello. Occorre dargli merito per questo scandaglio. A pag 85 si legge: …O voi fortunati della terra, che potete mangiare a sazietà, che vi crogiolate pigramente, tutte le sere, nel vostro letto dalle lenzuola bianche, nelle vostre camere spaziose, sempre pronte ad accogliervi, potete voi soltanto comprendere con precisione quale sarebbe la vostra sofferenza, uguale in tutto a quella di questa gente, se doveste passare, per le strade di Londra, tutta una lunga notte? …. A pag 89: Sul marciapiede viscido, macchiato di sputi, raccattavano delle bucce d’uva, che mangiavano… Raccoglievano ancora, qua e là, delle briciole di pane, della grossezza d’un pisello, dei torsoli di pomo, così neri e disgustosi che non somigliavano più a niente…Colle viscere annerite dai rifiuti del pavimento, essi invocavano tempestosi sommovimenti. Si esprimevano da anarchici, da fanatici, da pazzi! …. Jack London scandaglia il degrado londinese, Stephen Crane fa lo stesso, con la sua prosa tagliente come un coltello, facendo morire quella sua smarrita protagonista Maggie, suicida nel fiume. Entrambi gli scrittori puntano il dito su una condizione che di umano possiede assai poco. Ma c’era stato qualcuno che 50 anni prima aveva lavorato per porre fine a questa condizione, elaborando una dottrina che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto elevare e portare quella plebe subumana al governo. Marx e Engels mettono al centro del loro interesse anche quei diseredati. Fra le pieghe del più vasto e potente impero del mondo odierno i paria di Londra, sull’ultimo gradino del sottoproletariato urbano rappresentano una condizione sociale, umana, psicologica devastata. Sarà proprio a Londra che Engels, al di fuori di metafora, incontrerà Maggie, John, Lucy, gli esseri subumani, aspiranti suicidi. Nel grembo dell’impero più grande e ricco di tutti i tempi, i semi della rivoluzione social comunista trovarono terreno fertile. L’impero saprà modificarsi e rigenerare quei suoi figli che agli inizi del ‘900 pullulavano nell’atroce ventre di Londra. Ci vorranno decenni e ai primi del ‘900 poco è ancora mutato. La denuncia del grande Jack, in un libro dal soggetto nauseante, coglie nel segno e rende ancora più grande, se possibile, l’autore. Se proprio dobbiamo fare un confronto fra London e Crane, quest’ultimo privilegia il vissuto e il parlato attraverso una crudezza di linguaggio e con un verismo inediti, che lasciano sbalorditi. Joseph Crane, il cronista, supera in questo confronto il mitico Jack, l’americano fanciullo. La sua è denuncia senza commento né rimprovero. Per questo ancora più efficace. Engels fa un ritratto ancora attuale dell’«ondata di terrore» che pervase la borghesia di Manchester con l’avvicinarsi di un’epidemia di colera: “Improvvisamente si ricordarono delle insalubri dimore dei poveri e rabbrividirono nella certezza che ognuno di quei miseri quartieri avrebbe costituito un centro di infezione dal quale il morbo si sarebbe diffuso rovinosamente, in tutte le direzioni, verso le case della classe possidente. Venne nominata sull’istante una commissione di igiene per ispezionare questi quartieri e fare un preciso rapporto al consiglio comunale sulle loro condizioni.. “Ogni grande città, prosegue Engels, ha uno o più “quartieri brutti” nei quali vive la classe operaia, sono questi i quartieri che ospitano “i membri più poveri, più disperati, più avviliti della popolazione”, sono le “fonti di quelle spaventose febbri epidemiche” che periodicamente nascono e si diffondono; sono zone “sporche, strette e già da sole sufficienti ad abbreviare la vita degli abitanti, particolarmente dei bambini piccoli”. Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne:

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA scritta a Manchester: …Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e ciò parecchie volte alla settimana. Le conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe Cinquant’anni dopo, ai primi del ‘900, Jack London si cala nell’inferno dell’East End londinese per verificare che assai poco era cambiato. Il terremoto che avrebbe sconvolto il mondo non era ancora iniziato.

sei andato a vedere la mostra di Ligabue a Milano?

Milano. Palazzo Reale – 2008. Son passati undici anni! E mi ricordo come fosse ieri. E poi dicono l’età! Non andate a vedere i suoi dipinti a stomaco vuoto come ho fatto io se ci fosse un’altra mostra in programma su di lui. Che mi sono trovato alle prese con una serie di opere emozionanti e commoventi insieme, autentiche emanazioni di una energia psichica fortissima. Purtroppo, l’indicazione non servirà a molto visto che la mostra si è chiusa a novembre 2008. Stiamo parlando della fantastica esposizione di tele del grande folle, a Palazzo Reale di Milano, curata da Augusto Agosta Tota.

Di quel Ligabue che spaventava donne e bambini, ringhiando e spaccandosi la testa con dei sassi. Un grande, un monomaniaco, uno che per tenersi tranquillo aveva bisogno di farsi l’autoritratto. Per centoventitre volte ritrae la sua faccia, torva, triste, scomposta, con quell’occhio che ti fissa, inquietante. Il suo viso non è altro che una serie di ritratti psichici, come poteva vedersi lui, scomposto e ferito. Il grande pitur  che girava sulla moto, che andava dentro e fuori ospedali psichiatrici e che si rabboniva solo al cospetto della tela da dipingere. I suoi oli su tela, compensato e faesite mostrano galli che si azzuffano, cieli plumbei che incombono, paesini svizzeri sospesi a mezz’aria mentre poderosi cavalli da tiro imbizzarriscono in mezzo al campo. Un’opera complessa, un’emozione che ti prende le viscere e poi il cervello. Ti riporta al primordio, a come doveva essere la terra non troppo tempo fa (quella dei nostri nonni, per capirci). E poi ci sono gli occhi, tremendi, che scrutano e minacciano. Occhi di gattopardo, tigre, leopardo e di volpe, ci sono le ali possenti dei rapaci che predano volpi, e quelli micidiali della Tigre-ossessione, visione, scultura pittorica che si deforma, che ti mostra ugola e tonsille, tigre che a un certo punto ti pare un fiore che vibra e si scioglie. Tante parole di studiosi su questo grande protagonista della pittura, che non vogliamo ripetere. Quello che abbiamo rilevato, soffermandoci davanti alle sue tele, è pura inquietudine e una sorta di energia emozionante e tuttavia casalinga, assai vicina a noi e ricca di simboli. La natura come doveva essere, anche mostruosa, cieca, piena di insetti giganteschi, così pericolosi da minacciare un grande felino. Ma non è solo questo.

Qualche studioso, l’ho letto alla mostra, ha scritto che Ligabue dipingeva e si ritraeva per controllare quella natura, per confrontarsi con essa, col giaguaro e la tigre e con la volpe e il cavallo, ma anche con gli insetti ripugnanti e gli scorpioni, la magnificenza dell’aquila  e della sua furia regale e il disgusto davanti dell’enorme ragno che attacca; un tutt’uno, senza differenze: è la Forza che erompe dai suoi quadri; la sua follia gli serviva a capire, a farsi strumento di comprensione di forze telluriche e sotterranee, gli serviva per mediare, attraverso il grande orecchio, il grande occhio, la faccia da matto. L’Italia comincerà ad apprezzarlo dopo morto, normale, no? Lo scimmiottava. Lui al quale era difficile parlare, diffidente, geniale, solitario, e anche sgradevole e pieno di bizzarrie. Mentecatto che allude a una forza primordiale, sprigionata dalla palma, dall’espressione ottusa di un equino, dal balzo ripetuto dieci, venti, cento volte del giaguaro, della tigre, mentre teschi umani sorridono, quasi innocui, testimoni di vite trascorse, parallele a quella che ospita la grande energia. Ligabue si rappresenta come Napoleone a cavallo: volontà di potenza? Mah! Il quadro non è stato finito. Ligabue-Napoleone cavalca verso il nulla che è una macchia bianca, verso un luogo non finito. Basterebbero le poche sculture di bronzo a farlo grande. La scimmia, i cavalli, i felini che lottano, e ancora la sua faccia, assorta, che ti scruta. Un grande del ‘900. Antonio Ligabue sta a ricordarci che là fuori, lontano dalle convulsioni metropolitane c’è il nostro passato, l’energia cieca che ci ha plasmato: parenti del bue, del cavallo possente che ara, della mosca, del babbuino e dello scorpione. Ligabue ci grida che siamo parte di quella energia possente. I suoi animali diventano altrettanti simboli. Obbedienti a forze ancestrali, della pura natura madre assassina.  Ecco perché molte delle tele sono ripetitive, perché Ligabue raffigura simboli e forze allo stato puro nell’atto di aggredire: il leopardo che azzanna, la tigre che minaccia, l’aquila che assale. Forze agenti per mezzo di (poche) figure. Simboli e figure a loro pertinenti. Negli animali e negli insetti troviamo parti di noi, schegge della natura che ci ha forgiato. E come fai a non trovarti a casa nella sua jungla? Come fai a non emozionarti? Le sue tele ritraggono luoghi e incontri che l’uomo della metropoli momentaneamente diserta. Momenti della psiche incubo rappresentati da scorpioni, vermi, ragni giganteschi e pelosi. I dipinti di Ligabue raffigurano un mondo non ancora perduto; sono il nostro passato prossimo. Il nostro io animale, pianta, cielo, uragano. Forze che non possiamo eludere. Ragni giganteschi, scorpioni, aquile regali e giaguari pronti al balzo. Dimorano nella nostra jungla-psiche, nel nostro io più autentico in cui il pittore pescava a piene mani. Immedesimandosi di volta in volta nel serpente, nel cavallo, nella tremenda faccia da tigre e poi ci sono i ritratti di donne e uomini di un’intensità senza precedenti. Ritratti di volti che emanano una forza magnetica e coinvolgente. Dipingeva il nostro io-bestia-sguardo svelando l’occhio, orecchio artiglio, frugando nella natura più profonda e oscura.
 Illuminante nel catalogo della mostra edito da Franco Maria Ricci l’intervento di Vittorio Sgarbi: …Un genio quello di Ligabue, che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, era in grado di inserirsi a pieno titolo nell’arte contemporanea, proponendo un linguaggio figurativo che parla di cose semplici a persone altrettanto semplici. Ligabue ha avuto il merito di rappresentare in modo decisivo forme di espressione che hanno trovato enorme consenso presso la grande anima contadina dell’Italia, un’Italia minacciata dal progresso industriale, civile, intellettuale…

leggevi il Grande Gatsby?

Il Grande Gatsby

Ci metti le mani dentro e trovi solitudine, smarrimento, incomunicabilità e morte. E anche sacchi di denaro appartenente a gente abituata a vivere sopra le righe, fra ville sontuose, automobili mozzafiato e idrovolanti.

E quella prosa didascalica, colloquiale e pacata, come se si stesse redigendo un normale resoconto di fatti con persone che si danno appuntamento ai bordi di piscine mentre la musica jazz suona, inducendo smarrimento e facendoti arrivare alla fine di quei nove capitoletti con un senso di amara impotenza, sotto le insegne dell’ineluttabile. Era l’America, sognata, inseguita, il sogno che solo a pochi riusciva di realizzare, sogno amaro e talora mortifero, ovvero la ricchezza. Il Grande Gatsby si dipana fra feste, inviti, amori impossibili e arrivismo sfrenato, l’epilogo sarà una tragedia multipla con effetto domino e una solitudine senza rimedio.
E quella luce verde, poi, simbolo struggente e negato, alla fine del libro. Storia di ordinaria follia? No, non è follia, è qualcos’altro. Si può dire ancora qualcosa sul Grande Gatsby dopo le centinaia di recensioni, critiche e incensamenti? Vediamo se occorre. Dentro il Grande Gatsby c’è tutto quello da cui decenni dopo, Kerouac, i motociclisti di Easy Raider e Hemingway tentavano di fuggire. Il sogno infranto, la coscienza del dopo, la pochezza dell’esistenza senza radici, il malessere delle nuove generazioni, lo smarrimento esistenziale, e il vuoto assoluto di valori. Dietro una gran vetrata si agitano, soffrono e soccombono donne fascinose e fragili, certamente diverse da quelle intraviste ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA di West. (Non che quelle fossero migliori). Ma cos’è che sognava ancora l’americano degli anni Venti? E soprattutto: aveva ancora qualcosa che assomigliasse a un sogno? Secondo me non ce l’aveva più.
L’americano aveva smesso di sognare molto prima, quando, finito di colonizzare quella terra vergine con le sue smanie di possesso e di sfruttamento, ne prendeva le misure, considerandone la vastità e quindi la finitezza. LA GRANDE FORESTA di Faulkner insegna. E ne erano passati di anni. Aveva smesso di sognare quando, steso l’ultimo tratto di ferrovia coast to coast si era guardato intorno considerando che non c’erano più territori vergini da ammansire, riempiendoli con sbornie, progetti, evangelizzazione e intenzioni di progresso.
Interrotti i sogni, aveva smesso vagabondaggi e conquiste di praterie (perché non c’erano più nuove praterie) sostituendo carabina e cavallo col sigaro, gilet e cappello a cilindro, ancora La Grande Foresta. Nuove città sfavillanti avevano soppiantato la provvisorietà di saloon e baracche di legno. Stavano nascendo gli Stati Uniti moderni. E con essi le classi del nuovo potere.

I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisys dock. his dream must have seemed so close that he could hardly fail to grasp it. He did not know that it was already behind him, somewhere back in that vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled on under the night. Gatsby believed in the green light, the orgiastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but thats no matter to-morrow we will run faster, stretch out our arms further.  Sogni, appunto, ma vissuti in dolorosa solitudine, senza più né praterie né fertili pascoli da strappare ai pellerossa. 

è cominciato?

foto di Mario Ingrosso
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Tutto è cominciato con un blog e furono diluvio e luce. Sin dall’inizio dei tempi. Il titolo “Ti ricordi quando” penso si capisca, un pretesto, un paravento dietro cui stipare come acciughe sotto sale pensieri, molti dei quali fuori dal coro. Qui a Londra sali sulla cassetta della frutta e parli. Di cosa? Di tutto. Basta che non bestemmi. Allora sapete che faccio? Salgo sulla cassetta di frutta e comunico. Questo è il mio blog, ma sulla cassetta di frutta non ci voglio stare da solo. Salite! Se avete tempo e voglia, ci sarà da divertirsi. Di che cosa parla il blog? Di arte, di inquinamento, dugonghi, bollito misto alla piemontese e di nostalgia. Ma da solo non mi diverto, quindi chiedo: C’è qualcuno?