c’era il popolo dell’abisso?

IL POPOLO DELL’ABISSO. Cosa c’entra Jack London con Engels, Marx e Stephen Crane? Cos’ha a che fare l’East End londinese di primo Novecento con il Manifesto del Partito comunista? Vediamolo. Il Popolo dell’abisso è uno dei racconti meno accattivanti e meno suggestivi del grande Jack, forse anche un po’ noioso, ma sicuramente fra i più impegnati socialmente.

Lui ci teneva in modo particolare al suo impegno sociale, avendo a cuore la sorte degli infimi. Ma non ce la fa Jack London a calarsi completamente nella disperazione e nel degrado degli slum londinesi per diventare uno degli ultimi della terra. Ha bisogno di respirare. Ha bisogno di un pasto caldo, di un letto, ogni tanto. L’identificazione coi disperati non gli riesce del tutto. Ma ci ha provato, volendo vedere, capire e denunciare. Il degrado spaventoso, l’abiezione, la miseria anche dell,anima senza appello. Occorre dargli merito per questo scandaglio. A pag 85 si legge: …O voi fortunati della terra, che potete mangiare a sazietà, che vi crogiolate pigramente, tutte le sere, nel vostro letto dalle lenzuola bianche, nelle vostre camere spaziose, sempre pronte ad accogliervi, potete voi soltanto comprendere con precisione quale sarebbe la vostra sofferenza, uguale in tutto a quella di questa gente, se doveste passare, per le strade di Londra, tutta una lunga notte? …. A pag 89: Sul marciapiede viscido, macchiato di sputi, raccattavano delle bucce d’uva, che mangiavano… Raccoglievano ancora, qua e là, delle briciole di pane, della grossezza d’un pisello, dei torsoli di pomo, così neri e disgustosi che non somigliavano più a niente…Colle viscere annerite dai rifiuti del pavimento, essi invocavano tempestosi sommovimenti. Si esprimevano da anarchici, da fanatici, da pazzi! …. Jack London scandaglia il degrado londinese, Stephen Crane fa lo stesso, con la sua prosa tagliente come un coltello, facendo morire quella sua smarrita protagonista Maggie, suicida nel fiume. Entrambi gli scrittori puntano il dito su una condizione che di umano possiede assai poco. Ma c’era stato qualcuno che 50 anni prima aveva lavorato per porre fine a questa condizione, elaborando una dottrina che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto elevare e portare quella plebe subumana al governo. Marx e Engels mettono al centro del loro interesse anche quei diseredati. Fra le pieghe del più vasto e potente impero del mondo odierno i paria di Londra, sull’ultimo gradino del sottoproletariato urbano rappresentano una condizione sociale, umana, psicologica devastata. Sarà proprio a Londra che Engels, al di fuori di metafora, incontrerà Maggie, John, Lucy, gli esseri subumani, aspiranti suicidi. Nel grembo dell’impero più grande e ricco di tutti i tempi, i semi della rivoluzione social comunista trovarono terreno fertile. L’impero saprà modificarsi e rigenerare quei suoi figli che agli inizi del ‘900 pullulavano nell’atroce ventre di Londra. Ci vorranno decenni e ai primi del ‘900 poco è ancora mutato. La denuncia del grande Jack, in un libro dal soggetto nauseante, coglie nel segno e rende ancora più grande, se possibile, l’autore. Se proprio dobbiamo fare un confronto fra London e Crane, quest’ultimo privilegia il vissuto e il parlato attraverso una crudezza di linguaggio e con un verismo inediti, che lasciano sbalorditi. Joseph Crane, il cronista, supera in questo confronto il mitico Jack, l’americano fanciullo. La sua è denuncia senza commento né rimprovero. Per questo ancora più efficace. Engels fa un ritratto ancora attuale dell’«ondata di terrore» che pervase la borghesia di Manchester con l’avvicinarsi di un’epidemia di colera: “Improvvisamente si ricordarono delle insalubri dimore dei poveri e rabbrividirono nella certezza che ognuno di quei miseri quartieri avrebbe costituito un centro di infezione dal quale il morbo si sarebbe diffuso rovinosamente, in tutte le direzioni, verso le case della classe possidente. Venne nominata sull’istante una commissione di igiene per ispezionare questi quartieri e fare un preciso rapporto al consiglio comunale sulle loro condizioni.. “Ogni grande città, prosegue Engels, ha uno o più “quartieri brutti” nei quali vive la classe operaia, sono questi i quartieri che ospitano “i membri più poveri, più disperati, più avviliti della popolazione”, sono le “fonti di quelle spaventose febbri epidemiche” che periodicamente nascono e si diffondono; sono zone “sporche, strette e già da sole sufficienti ad abbreviare la vita degli abitanti, particolarmente dei bambini piccoli”. Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne:

LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA scritta a Manchester: …Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e ciò parecchie volte alla settimana. Le conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe Cinquant’anni dopo, ai primi del ‘900, Jack London si cala nell’inferno dell’East End londinese per verificare che assai poco era cambiato. Il terremoto che avrebbe sconvolto il mondo non era ancora iniziato.

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