sei andato a vedere la mostra di Ligabue a Milano?

Milano. Palazzo Reale – 2008. Son passati undici anni! E mi ricordo come fosse ieri. E poi dicono l’età! Non andate a vedere i suoi dipinti a stomaco vuoto come ho fatto io se ci fosse un’altra mostra in programma su di lui. Che mi sono trovato alle prese con una serie di opere emozionanti e commoventi insieme, autentiche emanazioni di una energia psichica fortissima. Purtroppo, l’indicazione non servirà a molto visto che la mostra si è chiusa a novembre 2008. Stiamo parlando della fantastica esposizione di tele del grande folle, a Palazzo Reale di Milano, curata da Augusto Agosta Tota.

Di quel Ligabue che spaventava donne e bambini, ringhiando e spaccandosi la testa con dei sassi. Un grande, un monomaniaco, uno che per tenersi tranquillo aveva bisogno di farsi l’autoritratto. Per centoventitre volte ritrae la sua faccia, torva, triste, scomposta, con quell’occhio che ti fissa, inquietante. Il suo viso non è altro che una serie di ritratti psichici, come poteva vedersi lui, scomposto e ferito. Il grande pitur  che girava sulla moto, che andava dentro e fuori ospedali psichiatrici e che si rabboniva solo al cospetto della tela da dipingere. I suoi oli su tela, compensato e faesite mostrano galli che si azzuffano, cieli plumbei che incombono, paesini svizzeri sospesi a mezz’aria mentre poderosi cavalli da tiro imbizzarriscono in mezzo al campo. Un’opera complessa, un’emozione che ti prende le viscere e poi il cervello. Ti riporta al primordio, a come doveva essere la terra non troppo tempo fa (quella dei nostri nonni, per capirci). E poi ci sono gli occhi, tremendi, che scrutano e minacciano. Occhi di gattopardo, tigre, leopardo e di volpe, ci sono le ali possenti dei rapaci che predano volpi, e quelli micidiali della Tigre-ossessione, visione, scultura pittorica che si deforma, che ti mostra ugola e tonsille, tigre che a un certo punto ti pare un fiore che vibra e si scioglie. Tante parole di studiosi su questo grande protagonista della pittura, che non vogliamo ripetere. Quello che abbiamo rilevato, soffermandoci davanti alle sue tele, è pura inquietudine e una sorta di energia emozionante e tuttavia casalinga, assai vicina a noi e ricca di simboli. La natura come doveva essere, anche mostruosa, cieca, piena di insetti giganteschi, così pericolosi da minacciare un grande felino. Ma non è solo questo.

Qualche studioso, l’ho letto alla mostra, ha scritto che Ligabue dipingeva e si ritraeva per controllare quella natura, per confrontarsi con essa, col giaguaro e la tigre e con la volpe e il cavallo, ma anche con gli insetti ripugnanti e gli scorpioni, la magnificenza dell’aquila  e della sua furia regale e il disgusto davanti dell’enorme ragno che attacca; un tutt’uno, senza differenze: è la Forza che erompe dai suoi quadri; la sua follia gli serviva a capire, a farsi strumento di comprensione di forze telluriche e sotterranee, gli serviva per mediare, attraverso il grande orecchio, il grande occhio, la faccia da matto. L’Italia comincerà ad apprezzarlo dopo morto, normale, no? Lo scimmiottava. Lui al quale era difficile parlare, diffidente, geniale, solitario, e anche sgradevole e pieno di bizzarrie. Mentecatto che allude a una forza primordiale, sprigionata dalla palma, dall’espressione ottusa di un equino, dal balzo ripetuto dieci, venti, cento volte del giaguaro, della tigre, mentre teschi umani sorridono, quasi innocui, testimoni di vite trascorse, parallele a quella che ospita la grande energia. Ligabue si rappresenta come Napoleone a cavallo: volontà di potenza? Mah! Il quadro non è stato finito. Ligabue-Napoleone cavalca verso il nulla che è una macchia bianca, verso un luogo non finito. Basterebbero le poche sculture di bronzo a farlo grande. La scimmia, i cavalli, i felini che lottano, e ancora la sua faccia, assorta, che ti scruta. Un grande del ‘900. Antonio Ligabue sta a ricordarci che là fuori, lontano dalle convulsioni metropolitane c’è il nostro passato, l’energia cieca che ci ha plasmato: parenti del bue, del cavallo possente che ara, della mosca, del babbuino e dello scorpione. Ligabue ci grida che siamo parte di quella energia possente. I suoi animali diventano altrettanti simboli. Obbedienti a forze ancestrali, della pura natura madre assassina.  Ecco perché molte delle tele sono ripetitive, perché Ligabue raffigura simboli e forze allo stato puro nell’atto di aggredire: il leopardo che azzanna, la tigre che minaccia, l’aquila che assale. Forze agenti per mezzo di (poche) figure. Simboli e figure a loro pertinenti. Negli animali e negli insetti troviamo parti di noi, schegge della natura che ci ha forgiato. E come fai a non trovarti a casa nella sua jungla? Come fai a non emozionarti? Le sue tele ritraggono luoghi e incontri che l’uomo della metropoli momentaneamente diserta. Momenti della psiche incubo rappresentati da scorpioni, vermi, ragni giganteschi e pelosi. I dipinti di Ligabue raffigurano un mondo non ancora perduto; sono il nostro passato prossimo. Il nostro io animale, pianta, cielo, uragano. Forze che non possiamo eludere. Ragni giganteschi, scorpioni, aquile regali e giaguari pronti al balzo. Dimorano nella nostra jungla-psiche, nel nostro io più autentico in cui il pittore pescava a piene mani. Immedesimandosi di volta in volta nel serpente, nel cavallo, nella tremenda faccia da tigre e poi ci sono i ritratti di donne e uomini di un’intensità senza precedenti. Ritratti di volti che emanano una forza magnetica e coinvolgente. Dipingeva il nostro io-bestia-sguardo svelando l’occhio, orecchio artiglio, frugando nella natura più profonda e oscura.
 Illuminante nel catalogo della mostra edito da Franco Maria Ricci l’intervento di Vittorio Sgarbi: …Un genio quello di Ligabue, che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, era in grado di inserirsi a pieno titolo nell’arte contemporanea, proponendo un linguaggio figurativo che parla di cose semplici a persone altrettanto semplici. Ligabue ha avuto il merito di rappresentare in modo decisivo forme di espressione che hanno trovato enorme consenso presso la grande anima contadina dell’Italia, un’Italia minacciata dal progresso industriale, civile, intellettuale…

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