non c’era ancora l’Italia?

Ci sono libri che si accendono come fari sulla conoscenza. Per una volta lasciami fare il retorico, ma è proprio così; non so se sia tutta farina del suo sacco, se altri abbiano scritto per lui, e poi lui abbia apposto la sua firma, o se abbia “assemblato” interi brani altrui, correggendo e sintetizzando. Non lo credo, il principe dei giornalisti italiani non ne aveva bisogno. Del resto nel libro sono citate un sacco di fonti. Sta di fatto che se vuoi capire come siamo fatti noi italiani del 2020 occorre che tu legga questo libro. Scrive l’editore SUPERBUR:

Il periodo raccontato in questo volume, dal 1789 al 1831, è breve ma denso di avvenimenti. Poco più di quarant’anni che segnano in maniera indelebile il destino dell’Europa: la Francia assurge al ruolo di protagonista dei nuovi equilibri, e anche la storia del nostro Paese si fa più a Parigi che non a Torino, Roma o Napoli. E, al centro di questo momento, quello che Montanelli definisce “il balletto che Napoleone impose al nostro Paese, facendone e disfacendone gli Stati, fondendoli, dividendoli, trasformandoli da Principati in Repubbliche e da Repubbliche in Regni”. Nell’opera il “mitico” Montanelli (che non occorre osannare, nemmeno denigrare, imbrattando la statua dei giardini milanesi, come è stato fatto quest’anno, ma solo leggere) getta nuove basi per la conoscenza di allora e di conseguenza sull’oggi. Molto facile, risalendo a quell’epoca, comprendere ad esempio, chi sono e come pensano i meridionali, di ieri e di oggi, chi sono quelli del centro, del Lombardo Veneto e gli usurpatori, alias i Piemontesi, colpevoli di aver condotto a termine la riunificazione. I polentoni che si sono pappati i re Borbone aiutati da massoneria, soldi inglesi, baionette garibaldine e l’astuto operato di Camillo Benso conte di Cavour. Quando dico che il passato conta e ha il suo peso determinante dico ovvietà come in questo caso. Non esagero, non ho scoperto l’acqua calda. L’opera svela i pregi e difetti di un popolo che non è mai stato nazione, lascia stare i Romani, quella è un’altra faccenda. Le ambiguità, le titubanze, il carattere nostrano, l’appartenenza, urbe inclusa, a mondi fermi e stantii, ancorati da secoli a tradizioni e consuetudini, a incrostazioni non facilmente scalfibili, a mondi in cui grava pesante l’eredità feudale e delle baronie: ecco chi eravamo. Anche perché l’Europa di quel periodo era tutto un subbuglio, uno scambio di idee, fermenti innovativi. Anche se in Francia vigeva il Direttorio il vento rivoluzionario soffiava sulle nostre contrade. Ma la differenza con gli altri popoli era abissale. Non sapevamo né leggere né scrivere. Quali idee di fermento potevano allora attecchire da noi. Eppure…Italia terra di conquista, Italia suolo ideale per venirci a regolare i conti, vilipesa, saccheggiata e percossa, da secoli. Napoleone spadroneggiava dicendo di sentirsi italiano toscano, e faceva solo i suoi di interessi, rubando opere d’arte a mani basse, imprigionando il papa, minacciandolo, senza tuttavia vincerlo. Regine pettegole e isteriche, sovrani borbonici che avevano in mente solo la stagione della caccia mentre i loro regni adavano in malora, e ancora l’impero austriaco che soffocava ribellioni in ogni dove e l’ingenuità di chi voleva davvero l’Italia unita e affrancata dallo straniero, pagando col sangue o col carcere a vita allo Spielberg. Bravo Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli a descrivere il miracolo della riunificazione, dei generosi ma ingenui slanci di Ciro Menotti, del potere papale, gretto e spesso forcaiolo, dell’isola tollerante di Firenze in cui si respirava libertà e partecipazione, forse perché si leggeva un po’ di più che altrove. E intanto eserciti nemici su e giù a scorazzare per la penisola e regioni che non erano regiioi ma feudi mercanzia da tramandare alla prole di duchi e principi. E i Savoia? Se scorri il libro capisci il motivo per cui un veneziano o un pisano o un palermitano non avrebbe mai potuto amarli. Fra re tentenna, generali che sapevano il fatto loro, calcoli sbagliati dell’effervescente Gioachino Murat che ci lascia teatralmente la pelle insieme a Ciro Menotti, un altro che per ingenuità ce la lascia anche lui, rivolte, saccheggi e scoppio di mortaretti per la festa patronale e il ritorno del re Borbone, si gettano le basi per l’Italia unita. (se hai voglia dai uno sguardo al Gattopardo dove il principe di Salina, pur onorato, declina l’invito dell’emissario del governo piemontese, venuto a chiedergli di partecipare alla nuova Italia). Mentre pum! pum! dappertutto scoppiano tumulti, disordini, rivolte, e si alzano forche, ma mai, com’è accaduto nella sovrastante nazione gallica, un’ombra di vera rivoluzioneda noi attecchisce. Nella penisola la rivoluzione è sostituita da ribellioni, attività clandestina sovversiva, attacchi di bande fuorilegge in cerca di riscatto e legittimazione, spesso ottenuta, e infine, a josa, ecco il ripristino del vecchio potere, tradimenti, fughe e patiboli a non finire. La Restaurazione incombe e poi ci si convince che qualcosa sta davvero cambiando. Milano è  tutta in subbuglio, e il resto del nord non scherza. I carbonari tramano ma non convincono Mazzini che ha in mente di fare le cose sul serio, non le stregonesche carnevalate in cui amavano crogiolarsi i carbonari. Si impiccano insorti colti in flagranza di reato, con documenti compromettenti, stretti al petto, si giustiziano poveracci ignoranti della causa italiana, accusati per vendetta e intanto il papa trama e trema, mentre Bonaparte ne fa rinchiudere uno a Parigi di papi, ma l’ometto non molla, ci vuole altro per mettere in scacco l’emissario di Dio in terra.

E intanto Ugo Foscolo freme, guerreggia, scrive versi divini e sfida a duello, mentre il barone trentino Salvotti, principe degli sgherri, spedisce allo Spielberg carrettate di rei confessi. Se scorri le pagine di questo libro ci trovi il romanzo della nostra storia di ieri, capisci che c’è stato un miracolo ad averci condotto all’unificazione, senza tuttavia ricorrere alla rivoluzione di popolo. Poche menti lucide, tanto entusiasmo velleitario, ingenuità, ma lo spirito rivoluzionario francese da noi non fa presa e poi, a ondate, riecco abbattersi la restaurazione di antiche casate e caste, coi soliti privilegi, anzi maggiorati, con qualche buon amministratore chiamato a rappezzare i guasti dei predecessori.

Ed ecco infine il Sabaudo che scaccia l’odiato e, amato dal suo popolo, Ciccillo o’ lasagna, alias il re Borbone e la sua eroica bella consorte, Maria Sofia di Baviera, la cui figura è ancora oggi acclamata e il cui coraggio e fermezza sono tuttora motivo di rimpianto per molti al sud. Se consideri l’Italia di oggi non puoi prescindere da quella di ieri, popolata da genti diversissime per acculturazione, istinti, carattere, storia. Un tempo la pax romana aveva fatto della penisola il centro di irradiazione di valori condivisi (Vercingetorige e Boudicca a parte). Del cittadino romano e dei suoi valori di probità, onestà, rettitudine, indagati dal Mommsen non esiste, da duemila anni, nemmeno traccia. Se oggi l’Italia esiste è perché ci eravamo stufati di sopportare stupri, saccheggi e rapina. E ringraziamo anche l’Inghilterra che ci voleva in funzione anti francese. Siamo unici, nella differenza e nell’indole, ecco quello che voglio dirti; lascia che te lo ripeta un esule, che vede la cosa da fuori casa. Per gli altri è  più facile, hanno lo stesso carattere e indole. In tutto unici. Al mondo non esiste un concentrato di storia, genti, arte, paragonabile al nostro, chiedilo ad Alberto Angela, che se ne intende, e agli stranieri che lo sanno meglio di noi. A quando il “riscatto” totale? Magari riprendiamo l’argomento in un altro post, ti va? Altrimenti mi faccio prendere la mano. Dimenticavo: nel libro sono contenuti alcuni appetitosi ritratti dell’esagitato donnaiolo nonché grandissimo poeta Ugo Foscolo, del fornicatore casalingo Alessandro Manzoni, dello sfortunato Gioachino Rossini, e di Giacomo Leopardi, il…”puzzone” a detta di miss Fanny Targioni Tozzetti e del caparbio Giuseppe Mazzini. Vere chicche.

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