Non se ne sarebbe più andato via. Siamo diventati amici. Abbiamo passato ore in “fratellanza di spirito” parlando fitto fitto, io e lui, di arte, letteratura, di tutto.

Anche ad Aldo piace, e si sa, che detto da lui è già un miracolo. Cosa farà Mario da grande? Chi lo sa? Per adesso studia da tecnico aeronautico ma ce lo vedo poco su quella strada. Aldo gli ha fatto anche l’oroscopo e lui non stava più nella pelle perché voleva sapere quello e quell’altro e se nel futuro avrebbe viaggiato e scritto libri e quando si sarebbe innamorato perdutamente. -La tua è proprio una fissa,- gli ho detto, ma goditi la vita con le tue pulzelle, mica ti devi fidanzare subito! Mi ha chiesto se quando gliene piace una di pulzella, deve donarle un mazzo di rose rosse! Una! Esclamo. Ne basta una di rosa, ma non era convinto. Mi piace considerarlo come un fratello, l’amico giovane, a volte strambo, afflitto da un “male oscuro” come dice lui, con fare ispirato e toni melodrammatici e allora se lo sente Aldo gli sibila qualche strofa mandata a memoria che lo fa trasalire: Osare l’inosabile, questo è il mio scoglio, oppure: Ciò che fingo d’essere e non sono, o anche: Gigi son triste stasera, fammi un cocktail di sette colori che divenir mi faccia arcobaleno! E poi si faceva ripetere da Aldo: Non pianger bambino ma vivi contrito seppur desideri morir vestito….E lui, perplesso, dice che deve meditare. Ma su cosa meditare! Prendi la vita come viene! Che sei così giovane! Gli diciamo entrambe. Ho visto che è rimasto colpito da alcune mie tele, va a istinto e ha le sue preferenze in pittura. Gliene regalerò qualcuna, se continueremo a frequentarci, come non ho motivo di dubitare. Quelle che lo hanno più colpito sono il nudino rosa addormentato e certi ritratti di giovani modelle.

e del giallo che stanno per finire. Sabato come faccio se voglio finire il ritratto di Antonietta? Meglio che prima mi compri i colori! Faccio un salto al negozio di via Accademia Albertina. Ma prima saluto la mia amica.
Cosa abbiamo in comune Orsola Maddalena Caccia e me? Poco o nulla. Salvo che con la suora, badessa del convento di Moncalvo, figlia di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo un paio di cose in comune ci sono per davvero. Siamo entrambe pittrici ed entrambe monferrine e amanti della natura. L’ammiro come una delle più grandi pittrici del Seicento. Sono convinta che molti talenti femminili siano andati sprecati nel corso dei secoli perché i tempi non erano maturi, perché la donna doveva occuparsi d’altro, perché fare la “pintora” non si addiceva a chi era nata femmina. E allora Artemisia Gentileschi e Rosalba Carriera e Orsola Maddalena Caccia? Vorranno pur dir qualcosa?! Tre esempi lampanti, eclatanti, tre grandissime protagoniste della pittura italiana. Stanno a dimostrare che il talento è appannaggio di entrambe i sessi, che non conosce confini, che le condizioni storico sociali hanno ostacolato l’affermarsi di potenziali talenti femminili nel corso del tempo. Davvero un peccato imperdonabile. Del ricordo della vita di Orsola Maddalena Caccia e dei suoi capolavori è ricca Moncalvo, il suo museo e le sue chiese. I volti di sante e Madonne sono
quelli che più mi colpivano, non saprei come definirli, sembra davvero che uno spirit0 ultraterreno avesse ispirato la pittrice e che qualcosa di eccelso e divino aleggi nelle loro espressioni. Per ore me ne stavo incantata ad ammirare la dolcezza e la morbidezza di quei visi. Cercando invano di carpire il segreto di tanta purezza e grazia. Nulla hanno da invidiare alle madonne toscane di secoli prima. A dir la verità ci sono altri punti in comune fra noi: le nature morte. Entrambe, seppur con inclinazioni e stili diversi, ne abbiamo dipinte. Ovviamente non oso neppure accostarmi al suo tocco pittorico, davvero eccelso e inimitabile.
Ah! Anche a Milano, certo, quasi mi dimenticavo. Nella bella libreria BOOKS IMPORT con un sacco di vetrine affacciate su due vie e con i miei dipinti esposti. Tanta gente all’inaugurazione, e i bambini di una scuola, perché il tema riguardava anche l’esposizione dei loro lavori scolastici. Simpatico abbinamento, davvero. I loro lavori migliori accanto a diverse mie tele. Quella sera venne da Asti l’editore Fornaca e i due svedesi naturalizzati parigini, Agneta e Bengt, arrivati apposta per portarsi nella loro casa di Parigi un secondo dipinto: La donna con gli occhiali. Una festosa inaugurazione
, a detta di molti. Fornaca, l’editore di Aldo, aveva presentato il suo magnifico libro 
Mi stavo per spaventare, si vede che col primo freddo cercavano riparo. Ma tante erano. Sono entrate dalla finestra aperta della camera da letto, si sono posate sul soffitto, poi come sono entrate se ne sono uscite. Faceva quasi caldo l’altro giorno. Portano bene le api. Significano abbondanza, sono un simbolo positivo. Vuoi vedere che stavolta rimango incinta? Quello che vogliamo, io e Aldo, ci manca solo quello. Poi abbiamo tutto, anche se il suo lavoro scricchiola. L’altra volta non mi è andata bene, ho abortito. Il medico ha scosso la testa, non era convinto. Di cosa convinto, poi? Aldo c’è rimasto male, io pure, beh dico, ritentiamo, no? Dov’è il problema? Se viene il pupo lo metto in una gran cesta e me lo porto in studio, lo cullo un po’, gli do’ da mangiare, mica smetto di dipingere se strilla! Ah no. Neanche a pensarci. Non scherziamo. Una volta scodellato il pupo mi organizzo, non voglio sacrificare la pittura. La pittura è la mia vita, anche il pupo è importante, d’accordo, ma se non viene mica posso dannarmi l’anima, come fa Aldo. A chi lasciamo la casa, i libri, le mie tele? Non voglio pensarci. Speriamo in bene. Tante cose si aggiustano, altre per niente. Bon, al bando la tristezza, servisse a qualcosa! La nostra casa sul bricco. Quante storia racchiude, sembra la casina incantata….magari lo fosse. Finito di ritoccare il quadro vado a preparare la cotoletta ad Aldo. Ieri non ha digerito.
Paola Rondano era un’amica. Una che sapeva il fatto suo. Dirigeva il negozio di commestibili che dà su via XX settembre alla Fracia di Moncalvo. Agnolotti e verdure lesse e prelibatezze monferrine dal 1889. Prima di entrare mi fermavo davanti alla sua vetrina a contemplare quel bendidio come se i piatti fossero opere d’arte. E c’era dell’artista in Paola. Mi veniva anche a trovare al Romito, discutevamo, e che discussioni, non era una che si poteva condire via facilmente. Aveva le sue idee. Stavamo delle sere intere a parlare di arte e letteratura. Scriveva poesie anche e me le portava da leggere. Qualcuna mica male. Te hai sbagliato mestiere, dovevi scrivere. Le dicevo. Aveva l’animo sensibile, ma il negozio guai a toccarglielo. Non mi lasciava mai andare via a mani vuote. Ogni tanto mi rifilava un regalino, cose sfiziose, sapeva che ero golosa dei suoi piatti. Così per simpatia, per amicizia. Non hai mica un negozio di alimentari te, ma una boutique, le dicevo. E lei rideva.
-Ma entra,- gli impongo, -se no Gin Gin mi schizza via a palla.- Facevo finta di niente, lo osservavo mentre lui scrutava il nostro grande alloggio che dà sul Po. Fra un po’ dovremo lasciarlo, è troppo costoso. Vieni, gli dico. -Cosa sta facendo?- Chiede lui. -Oh, insomma ti ho detto di darmi del tu…Preparo la colla per i quadri.-
Santa Croce di Bosco Marengo. Devo ricordarmelo, non farò alcuna fatica. Sono trascorsi due anni e dieci giorni da quel pomeriggio. Era il 13 aprile 2014. Nel complesso monumentale di Santa Croce di Bosco Marengo hanno esposto un bel po’ di miei lavori. Come avrei dovuto sentirmi se fossi stata presente? Felice, indubbiamente. Il Monferrato è casa mia. Ogni filo d’erba, ogni zolla, ogni tetto e chiesa mi appartengono. E se essi mi riconoscono vorrà dire qualcosa, no? Sono una pittrice che fa tesoro di ogni particolare e Santa Croce non è un particolare, è un mito. Doveva essere una mostra
permanente, invece è durata un anno. Le solite cose all’italiana, il nuovo sindaco ha dato il benservito alle mie opere. Poco cambia. Mi spiace solo per Gianfranco Cuttica di Revigliasco, per suo figlio Cesare, la sua equipe di lavoro e per tutta l’attività che sta dietro a una mostra di queste dimensioni! Tutto sprecato? Non direi, come vedremo poi. Come ospiti regolari al Romito c’erano i genitori di Gianfranco, che già da giovanissimo si appassionava alle vicende della storia.
Ricordo anche che Aldo si accalorava col papà di Gianfranco perché voleva che approfondisse gli studi di araldica sull’origine della sua famiglia, che è nobile. In ogni caso l’onore di esporre le mie tele e la Venere del Monferrato, come la chiamava Guido Capra, il mio maestro, allievo prediletto di Leonardo Bistolfi, vicino a opere del Vasari e della sua scuola non è da dimenticare. Ho esposto a Santa Croce. Bon. Basta! Va bene così. Devo
ritenermi più che soddisfatta. E alla presentazione la gente stava in piedi da tanta che ce n’era! Vedremo cosa riusciranno a fare i miei amici Lorenzo e Gianfranco in seguito. Grandi cose immagino. Ma non precorriamo i tempi!
Non è che lo uso spesso, ma mi piace vederlo lì, e saperlo funzionante, il lavandino. L’acqua arriva nel mio studio dabbasso, siamo sempre al Romito di Ottiglio, s’intende, col suo lavandino ovale, tanto per cambiare, e il rubinetto. Mi piace questa tela, la regalerò a Mario, so che gli piace, ah, son così strani questi ragazzi. Lui, poi, c’ha tutto un suo modo di ragionare. E soffre anche. Ma cos’hai? Eh? Si può sapere? Fino alle lacrime si riduce a volte, e non sa nemmeno lui perché. Dice che gli prende un gran magone e si commuove. Ormai siamo amici, anche ad Aldo piace, meno male. Siamo anche andati a mangiare al ristorante La forchetta d’oro a Torino! Robe da non credere, conoscendo il carattere di Aldo. Così non gli dà fastidio se il ragazzo viene al Romito. Torniamo al dipinto, con: rubinetto, contro rubinetto e gomma arrotolata appesa al gancio; mi piace questo motivo nel dipinto, ha un suo ritmo, un movimento continuo, sinuoso con le ombre, che sembrano disegnare un altro oggetto, a seguire fedelmente tubo e gomma. Anche gli oggetti hanno la loro poesia. Mario dice che addirittura parlano, hanno un’anima, e a volte ti osservano. Mi sembra che esageri. E poi c’è la piantina, coi rami che penzolano, non so neanche come si chiama. Sembra che galleggi per aria. Senza pretese, me l’ha regalata Giovanna, la donna che viene a stirare. Penso che uno si riposi guardando la tela. Non mi piace nemmeno quando sento: Nature morte. Macché morte, a volte parlano di più di uno sguardo, fermano il tempo, fanno parte del tutto. Oggetti modesti, degni di ogni attenzione, anche loro. Mica come certe bestie di uomini. Come quelli che ce l’hanno con Aldo, invidiosi e per quello che sa fare negli studi storici, ma lasciamo perdere, se no mi viene il mal di fegato dal nervoso se ci penso.
Disillusioni, sconfitte, amarezze, l’amore con Aldo e la quiete del Romito sempre uguale a sé stessa; una casa che era un rifugio, un’accogliente méta per amici e per tanta gente e che poco per volta si è trasformata, ma non è la casa ad essere mutata, siamo noi. Io e Aldo a mille anni di distanza, con i sogni irrealizzati, con la mancanza di figli, con gli slanci della giovinezza alle spalle e le delusioni correnti, puntuali, insopportabili, perché nutrono oscuri pensieri e progetti irrealizzabili. Perché sono il preludio alla sconfitta, al niente. Con tanti sogni ancora nel cassetto che sono andati in fumo. Eppure io provo a sorridere ancora, mi chiedo quando potrò bissare il successo della mostra di Ginevra. Ma
occorre allestire una mostra. E dove? E quando? E chi paga? Spero che l’amarezza e il disinganno non mi costringano a non dipingere più, temo questo momento più di ogni altro. Aldo ha trovato un editore di Asti, una brava persona, onesta e disponibile. La prima persona che può aiutarlo a pubblicare molti suoi scritti. Per lui è un traguardo. E per me? Quando ci sarà il traguardo per me e per la mia pittura? O è stato tutto inutile e abbiamo dato troppo credito ai sogni? Forse.