PASTA CON SALSA TARTUFATA

È un’altro piatto  succulento proposto da Edvige Bray, che si raccomanda di seguire alla lettera l’esecuzione delle sue ricette perché gli errori in cucina si pagano cari

Ingredienti per 4 persone
1 vasetto di salsa ai funghi e tartufi, olio, pepe, sale 4 uova e 400 g di pasta corta (fusilli, pennette rigate o maccheroncini) oppure 500 g di pasta fresca all’uovo (in questo caso vanno bene anche le tagliatelle)Schermata 2013-11-22 a 17.47.27

Come si prepara
Separare i tuorli dagli albumi, mettendo i primi ciascuno in una fondina assieme a un cucchiaio d’olio, due cucchiaini di salsa ai funghi e tartufi, un pizzico di sale e una spolverata di pepe; tenere le fondine al caldo (sopra il calorifero, nello scaldavivande, oppure in forno a 50°C) finché la pasta non cuoce, nel frattempo scaldare in padella a fiamma minima gli albumi con pochissimo olio e un pizzico di sale, girando con un cucchiaio di legno in modo da ottenere una stracciatella bianca. Scolare la pasta e versarla nella padella mescolando con la stracciatella, quindi impiattare nelle fondine, amalgamando subito bene il condimento, e servire. Utilizzando la pasta fresca all’uovo, occhio ai tempi di cottura: generalmente in due minuti è pronta, guai a farla scuocere!

Basmati amore mio

Letteratura, cinema, disegno e pittura (frequenta la scuola del nudo del Castello a Milano). Questi sono alcuni fra gli interessi di spicco di Edvige Bray, un’amica che mi invia ricette di succulenti piatti e che ci tiene a precisare: per lungo tempo ha coltivato anche un’insana passione per la stecca all’italiana, la scala quaranta e il pattinaggio a rotelle

Fra le ricette di Edvige Bray ci sono autentiche delizie per il palato che è solita ammannire alle vittime dei suoi esperimenti culinari.

IL BASMATI PERFETTO
Per riuscirci è essenziale sapere che questo riso va trattato in maniera particolare. Innanzitutto, comprate un basmati originale indiano o pakistano, meglio se Tilda oppure Koh-i-Noor (se proprio non trovate di meglio, un basmati da supermercato tipo Suzi-Wan è ancora accettabile, purché il riso NON sia di provenienza italiana) 

Schermata 2013-11-21 a 11.35.12Questo riso (la dose per due persone è di un bicchiere colmo) va sciacquato accuratamente 4-5 volte in acqua fredda, scolato e lasciato riposare almeno mezz’ora nella pentola in cui lo cuocerete, che dev’essere a fondo pesante, grande in proporzione alla quantità di riso da cucinare (tre volte tanto è l’ideale) e dotata di coperchio; quando il riso sembra quasi asciutto, unitegli pari acqua fredda (in modo che risulti coperto almeno di un centimetro abbondante), una presa di sale (i puristi invece non lo mettono) e, se ne avete, 2-3 semi di cardamomo verde schiacciati; ponete su  fuoco medio e quando comincia a bollire, abbassate la fiamma al minimo e coprite lasciando uno spiraglio per far sfogare il vapore in eccesso; il riso asciuga in circa dieci minuti – per essere sicuri che non ci sia più acqua, afferrate pentola e coperchio insieme con le presine o uno strofinaccio spesso, e scuotete bene: se fa rumore, c’è ancora acqua e dovrete aspettare che evapori; quando ciò è avvenuto, spegnete il fuoco e lasciate riposare almeno dieci minuti perché il riso si gonfi.

Il basmati cucinato alla perfezione aderisce leggermente al fondo della pentola, i chicchi sono diventati grandi il doppio e hanno preso una forma a mezzaluna – scodellato sul piatto, il riso non fa rumore (se è troppo secco farà TOC, se è troppo umido farà SCIAC) e tende a sgranarsi appena un po’. Suona molto complicato, ma dopo un paio di volte ci si prende la mano ed è semplicemente delizioso.

 

Una volta tanto la fortuna si è tolta la benda

fornaca edo marioLorenzo Fornaca è figura di spicco nel panorama dell’editoria piemontese, uno degli ultimi “cavalieri” della carta stampata rimasti in Italia e che fa ancora oggi le cose per passione

Ebbene sì, esistono ancora queste figure fuori dagli schemi e dalle mode. Prima ci va la passione, poi la ricerca e la competenza. Se poi viene il guadagno ben venga anche quello. È solito affermare Lorenzo Fornaca. Egli ama ricordare che lettori e estimatori, ancora oggi numerosi, nonostante i tempi ingrati di crisi, considerano le sue opere pezzi unici, prestigiose testimonianze da collezionare che hanno un “sapore” originale e che appassionano nonostante l’onda travolgente di internet.  Ci piace immaginarlo nella sua virtuale bottega astigiana, fucina di idee e di proposte, mescolare i suoi ingredienti come si faceva una volta. Dal suo capace archivio talvolta emergono immagini singolari come questa.

In compagnia del favoloso Omar Sivori, durante una partita amichevole, sivorima molto combattuta. I campi di calcio hanno perso un possibile campione ma l’editoria ha guadagnato un editore unico, e nostro amico. Una volta tanto la fortuna si è tolta la benda.

Il Cristo in croce l’abbiamo scaricato da Internet

Abbiamo perso ogni traccia (non mi ricordo infatti dove si trovi questo capolavoro, probabilmente il frammento di un affresco) perciò vogliate scusare l’ignoranza

volto_del_cristo_grandeHa gli occhi socchiusi, diretti verso il basso e pare che ti guardino. L’espressione rassegnata, dolente, ma composta. Il naso è lungo e stretto, la bocca non esprime alcun dolore, né tantomeno l’agonia della morte. Una sofferenza che assomiglia a un dono.
Cristo martire. L’artista ci tramanda quell’antica emozione intatta, mai sopita, quella tragedia immane mai dimenticata, il mistero assoluto che fa bene all’uomo moderno perché lo allontana dalla sua idea di insulsa onnipotenza, consegnandoci l’idea di un Dio vivente, simbolo, sofferente per noi, disponibile a farsi capire, osservare, ed eventualmente amare. Fenomeno divino e umano insieme. Un Cristo morente o che è già morto, che dona se stesso nel valore assoluto del sacrificio. Ancora. Presente.
Affiora su un pezzo di intonaco, con le braccia esili, le stelline sbiadite del cielo, i raggi opachi della sua prima corona di gloria e della seconda corona di spine.
È come se riposasse dopo tanto patimento, ineffabile, come se dopo tanta sofferenza ci offrisse la sua umiltà, il suo rassegnato dolore. Non ti stanchi di frugare la sua malinconia, le linee gentili eppure severe del volto. Il capo dimesso che scivola verso l’ascella. Il petto magro e le braccia tese verso l’atrocità dei chiodi. Lo guardo ogni giorno, è sulla scrivania del computer.

Aspetto una parola da padre Angelo, nostro amico, su questa figura meravigliosa e ineffabile.

padre Angelo Zelio Belloni
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Plastica, ti amo, plastica ti odio – di Paolo Novaresio

L’abbiamo raggiunto al telefono oggi, era appena tornato da uno dei suoi raid in Africa (per quel poco che ci ha detto alquanto tosto). Paolo Novaresio, scrittore, giornalista, storico e gran viaggiatore, ha scritto anche articoli interessanti sull’ecologia

Immagine 11Monterosso, Cinque Terre, provincia di La Spezia. Una delle spiagge più pulite d’Italia, almeno secondo il rapporto 2006 di Legambiente. Sabbia finissima, mare limpido e azzurro. Un paradiso mediterraneo: peccato per le cartacce, le bottiglie vuote e i mozziconi di sigaretta che giacciono abbandonati sulla battigia. Piramidi di Giza, Egitto: anche qui rifiuti, lattine di coca-cola e sacchetti di nylon, che s’involano leggeri nel vento caldo del deserto. Due milioni di turisti l’anno non passano invano. Campo base dell’Everest, versante cinese-tibetano, 5200 metri sul livello del mare. Oggi la più famosa discarica internazionale d’alta quota: 22 tonnellate di pattume, raccolti e portati a valle con fatica, sono il bottino di una bonifica ambientale compiuta qualche anno fa. Ottimo lavoro, ma per fare davvero pulizia sul Tetto del Mondo ci vuole altro. Cinque Terre, Giza, Everest: tre luoghi esemplari, simboli di un flagello di dimensioni bibliche. La verità è che l’intero pianeta rischia di trasformarsi in un immondezzaio. E in tempi brevi, visto che la quantità di rifiuti non bio-degradabili è in inarrestabile crescita. La plastica prima di tutto: leggera, resistente, economica e pressoché eterna, per quanto ne sappiamo. Ogni anno se ne producono cento milioni di tonnellate. Di plastica sono fatti molti componenti della nostra auto, i cellulari, i computer, i giocattoli, la maggioranza degli imballaggi per gli alimentari e infiniti altri oggetti.

Da oltre mezzo secolo questa sostanza preziosa e versatile fa parte della nostra vita quotidiana. Solo una minima parte rientra nel ciclo produttivo. E allora dove finisce tutta quella che buttiamo via? Ovunque, purtroppo: in campagna come in città, lungo i fiumi, nei boschi, sulle montagne. Un’invasione che non ci piace, ma siamo lontani dall’immaginare il vero orrore di un oceano di plastica. Eppure esiste, nel Pacifico a nord delle isole Hawaii, dove per un gioco perfido di venti e correnti marine si accumulano da Immagine 10cinquant’anni le scorie di mezzo mondo. Un luogo di morte, grande due volte e mezzo la Francia, in cui si può navigare per giorni tra detriti sintetici di ogni tipo. C’è di peggio: la durevole plastica non è attaccata da nessun tipo di batterio ma alla luce del sole si scinde in particelle infinitesimali, che come il plancton diventano cibo per le meduse. I pesci mangiano le meduse, noi mangiamo i pesci: in virtù di questa semplice equazione, la plastica è entrata nella catena alimentare dell’uomo. Interpellati, gli scienziati allargano le braccia: al danno non c’è rimedio, abbiamo creato il mostro e ce lo teniamo.

Copyright © Paolo Novaresio

SOS fiumi

Tempo fa ho incontrato Paolo Novaresio nella sua casa afro-torinese; storico, scrittore, e amante dell’Africa, sua terra d’adozione, ci ha affidato alcuni articoli che vorrei farvi leggere. Se avete qualcosa da aggiungere su questo argomento che ci tocca tutti da vicino….siete i benvenuti

SOS fiumi. Non importa dove nascano: da un ghiacciaio come il Gange, da una palude come il Volga, dai fianchi di una montagna come il Reno o da un immenso lago, come il Nilo. Portatori di vita e civiltà, divini nel loro incessante fluire, i grandi fiumi sono sempre stati rispettati e venerati dall’uomo. Almeno in passato

Immagine 5Oggi gran parte dei fiumi sono sbarrati da dighe, inquinati, costretti in alvei artificiali: in un mondo sempre più affamato d’acqua e di energia, i fiumi stanno morendo, di un’agonia lenta ma inesorabile. La catastrofe appare imminente, i suoi effetti incontrollabili. La maggior parte dei fiumi del pianeta è a rischio di collasso. Dal disastro totale, dicono gli esperti, ci separano più o meno una quindicina d’anni. L’Asia, con Cina e India in testa, tira la volata verso il baratro. Il mitico Yangtze, il Fiume Azzurro, è ridotto ad una fogna a cielo aperto, una discarica dove si accumulano montagne di rifiuti tossici, scorie radioattive incluse. Il gemello Huanghe é spossato dai crescenti prelievi per l’irrigazione, tanto che nel 1998 il suo basso corso si è prosciugato per 250 giorni filati. Stesso problema affligge il sacro (e inquinatissimo) Gange in India e l’Indo in Pakistan, la cui sopravvivenza dipende dai ghiacciai dell’Himalaya, minacciati dal riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Futuro nero anche per il Mekong, depauperato dalla pesca intensiva e obiettivo di progetti ciclopici, che prevedono la realizzazione di oltre 200 nuovi sbarramenti e canali diversivi. Brutte notizie anche dall’Africa, soprattutto per il Nilo: è questione di pochi mesi, poi la gigantesca diga di Meroe, nella Nubia sudanese, sarà operativa. Costruita da tecnici cinesi, è destinata a fornire elettricità ai ricchi Paesi della penisola arabica. Conseguenze: ecosistema stravolto, trasferimento forzato di 60.000 persone, distruzione di un patrimonio archeologico di valore incommensurabile. Ma business is business, il resto conta poco. Eppure molti si chiedono se valeva la pena di imbrigliare il Paranà-Rio de la Plata nel mare interno formato dalla diga di Itaipu, 18 anni di lavori, 20 miliardi di dollari di spesa e drastiche alterazioni ambientali garantite. I danni provocati dallo sfruttamento dissennato dei fiumi sono evidenti anche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Il possente Colorado, negli anni di persistente siccità, si inaridisce prima di raggiungere il mare. Causa: captazione selvaggia delle acque a fini agricoli. Effetti: pesci, piante e animali scomparsi; aumento della salinità dei terreni; riduzione della falda acquifera sotterranea. A questo delirio di morte Immagine 3non sfugge neppure la vecchia Europa: il bel Danubio blu è oggi sporco, iper-affollato e trasformato in un canale navigabile. Addio ai fiumi allora? Non ancora, forse: prima dell’Apocalisse qualcosa si può e si deve fare. Per esempio, ridurre di un decimo i prelievi per l’agricoltura significherebbe raddoppiare la disponibilità di acqua usata a fini domestici in tutto il mondo. Acqua che può essere riutilizzata, come in Israele, dove il 70% dei flussi di scarico cittadini (opportunamente depurati), sono destinati all’irrigazione dei campi. Ugualmente importante è ridurre le falle negli acquedotti: in Europa quasi un terzo dell’acqua va perduta durante il trasporto. Altro tasto dolente sono gli sprechi. Nei soli Stati Uniti, munire le abitazioni di sistemi idraulici moderni equivarrebbe a risparmiare 3 miliardi di litri di acqua al giorno, pressappoco la quantità fornita da tre super-dighe. La tecnologia può fare molto, ma per proteggere i nostri fiumi sono soprattutto necessarie leggi internazionali severe, che puniscano la deforestazione selvaggia, l’inquinamento e l’uso smodato delle risorse idriche. È possibile: sulla Loira si abbattono dighe, nel Tamigi e nel Reno sono tornati i salmoni, in Sud Africa e negli USA le politiche di river restoring (recupero degli ecosistemi fluviali degradati) sono già una realtà. Tutto è possibile. Ma bisogna agire in fretta. Prima che i grandi fiumi, arterie della Terra, si riducano ad una serie di immaginarie linee azzurre tracciate sulle carte geografiche.

di Paolo Novaresio

 

Daghe dosso che la ciapemo!

Corazzate speronate, altre affondate dai motosiluranti di Gabriele D’Annunzio e Luigi Rizzo, e quel: – Daghe dosso che la ciapemo! -, frase urlata al timoniere Tommaso Penzo detto Ociai, durante la battaglia di Lissa, e poi esploratori nel deserto artico

MEDITERRANEO IMPERIALE di Roberto Coaloa
Gaspari Editore, Udine, (pp. 80, € 14)
  è un libro fitto di nomi, battaglie e referenze, ma soprattutto di atmosfere ed eventi poco noti. I luoghi: Trieste, Pola, Cattaro, Premuda, Lissa e l’Artico. I personaggi: Sigmund Freud, Gustav Mahler, Francesco Giuseppe e Gabriele D’Annunzio, oltre ai marinai bloccati fra i ghiacci e a una coalschiera sontuosa di ufficiali, tenenti di vascello e ammiragli dell’Imperiale e Regia Marina da guerra. Un libro singolare, frutto di elaborate indagini che fanno risaltare, attraverso le vicende di navi  che se ne vanno su e giù per l’Adriatico, l’ultimo bagliore di uno degli imperi moderni più potenti, prima della sua rapida dissoluzione. Loro erano i nemici, gli usurpatori, quelli che stavamo per cacciare dall’Italia. Uno dei pregi del volume di Coaloa è quello di padroneggiare con mano sicura una miriade di documenti, date, nomi, fatti, per creare un vivido arazzo di un mondo in procinto di essere inghiottito in uno dei numerosi buchi neri disseminati nella grande Storia.

Roberto Coaloa, da storico di razza, frequenta cimiteri, musei, archivi  e biblioteche di mezza Europa.  Sa che è lì che sono  registrate le memorie degli umani, e in prima persona le vuole condividere per capire; Coaloa non è scrittore di parte, tutt’altro. Non nasconde affatto la sua ammirazione per quel mondo scomparso, che sembrava intramontabile. Infatti scrive: Sono attratto fatalmente da Vienna e i territori che avevano fatto parte dell’Impero degli Asburgo, sono una fonte di delizie artistiche, letterarie e musicali. Ancora maggiore è il richiamo al mondo delle idee (…) Vivere a Vienna per lunghi periodi mi ha fatto capire una cosa fondamentale: che dovevo toccare con mano per comprendere i reali contorni del passato che avrei in seguito conosciuto, come storico, negli oscuri recessi dei documenti (…)

Schermata 2013-11-29 a 14.12.58Uno storico italiano che non ha timore di dichiarare la sua ammirazione per quel mondo che pare lontano anni luce, e che invece parla attraverso eventi accaduti una manciata di decenni fa. L’augurio è che in futuro ci siano studiosi stranieri che subiscano lo stesso tipo di fascino per l’Italia. Uno a dire il vero c’è già stato. Gigante della storiografia: Theodor Mommsen che si innamora di Roma e ne scrive l’appassionante Storia. Ma è un fatto di ieri.

Si legge con piacere “Mediterraneo Imperiale”: ricco di aneddoti, curiosità e storie che si sovrappongono. Il volume fa davvero nascere il desiderio di saperne di più su quel “mondo di ieri”. E sappiamo che lo storico (già autore di una fortunata biografia di successo su Carlo d’Asburgo, l’ultimo imperatore dell’Austria-Ungheria) sta lavorando a un più ampio volume sulla “Kriegsmarine”.

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quella farfallina di Elena si faceva rapire da Paride?

Omero mi perdoni. Non ce l’ho con la sua Iliade, opera somma a cui le mie parole nulla aggiungono né tanto meno tolgono. Blindato il valore, storico letterario di quella storia che ci tramanda il mito degli eroi e del sangue versato, facciamo finta di credere che il vero motivo della guerra di Troia sia il rapimento di quella farfallina di Elena, portata via da quel bellimbusto di Paride.

troia5Dopo averla riletta per la terza volta, mi piacerebbe confrontare la mia impressione con la vostra.
Per me l’Iliade è un fumetto, una storia che ti torce l’intestino, visto che ammazzamenti, squartamenti, teste mozze e sangue si avvicendano pagina dopo pagina. Iliade è la storia di una gran macelleria, descritta dal più grande poeta dell’antichità, alle origini del mito, alle origini delle origini c’è quella storia coi suoi guerrieri assassini che si sbudellano senza pietà (mica è cambiato niente oggi). È una vicenda di morte a fumetti. Un noire d’autore che mescola umani e dei, in un groviglio inestricabile. Gli stessi dei ne escono malconci. Vediamo cos’è successo.

Elena, la bella greca, viene rapita e si scatena la guerra di Troia (fingiamo che questo sia il vero motivo) . Gli Achei salpano con una flotta poderosa e assediano Troia.  Ma la rapita se ne sta chiusa dentro le mura.  A complicare le cose arrivano gli dei. Chi parteggia per i Greci, chi per i Troiani. Non solo, gli stessi dei scendono in campo e si menano e succede una gran baruffa, prendendosi a botte che è uno spettacolo. Tutto qua?  Macché. Achille, il portentoso eroe assassino (come tutti gli altri) si infuria perché gli portano via una schiava, poi si imbestialisce ancora di più perché gli ammazzano Patroclo. (era forse il suo boy friend?)

troia4Intanto Greci e Troiani muoiono come mosche sbudellandosi (non sto esagerando, anche allora si faceva così) Le scene di orrore si tingono di sangue con scene di massacri truculenti e assai poco edificanti, del resto era la guerra, ieri come oggi, schifezze insomma.  Intanto nell’Olimpo, dimora degli dei, ci si azzuffa, ma vi pare una cosa seria?  Giove, che farebbe sesso anche con le rotaie del tram s’infuria perché la moglie difende i Greci e per distrarlo lo seduce (ancora!).  Il pollo (Giove) ci casca e lei, mentre il marito dorme, ne combina di grosse, così lui si imbestialisce e lancia fulmini sulla terra. Greci e Achei continuano a bucarsi pancia, fegato e testa.  (ma sai quanti metri di intestini escono dalla pancia degli eroi trafitti?) Achille ammazza come un animale il prode Ettore, che anche lui non scherzava in quanto ad ammazzamenti. Infine c’è la faccenda del cavallo, architettata dal furbone di Ulisse, e poi la distruzione della città.  Il tutto per i begli occhi di Elena. Un fumetto, appunto, un noire, certamente il più grande e improbabile di tutti i tempi.  La grandezza di Omero sta proprio qua. Nel farci credere plausibile l’assurdo e l’improbabile.

Rileggere per credere.

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Delle GROTTE DEI SARACENI, nei pressi di MOLETO, in molti parlano, pochi hanno visto, qualcuno davvero sa

Qualcosa di vero ci sarà in questa storia che mescola leggenda, antichi documenti e fatti accaduti 

romito 4(…) Quando Aldo veniva era nervoso. La prospettiva di trovare il tesoro lo eccitava, e con lui, noi tutti (…) Ricordo che Aldo aveva trovato qualcosa laggiù (…) Mi sembra che avesse in casa una fiaschetta in pelle per la polvere da sparo e anche qualche pezzo che lui diceva provenire da un fonte battesimale, cose ritrovate da lui stesso nella valle dei Saraceni (…)  (…) Aldo raccontò di essere stato testimone di uno strano fenomeno: mentre si trovava da solo nelle grotte dei Saraceni queste si illuminarono a giorno… 

(…) Aldo ha sempre sostenuto che dentro le grotte ci fosse un tesoro, il bottino di briganti che avevano saccheggiato i paesi dei dintorni, utilizzando come rifugio le grotte dei Saraceni. Durante i suoi studi aveva trovato degli scritti dell’epoca che raccontavano che le autorità avevano fatto saltare l’ingresso delle grotte e i briganti, con i loro cavalli e il loro tesoro furono sepolti (…)   M.G.
Riecco la leggenda sui Saraceni che si fa cronaca dettagliata. Il tesoro torna a far parlare di sé. Forse è rimasto là, a pochi metri da dove si era scavato.

Ancora leggenda? Niente affatto. Laggiù c’è stato qualcuno con pale, picconi e secchi e tanta voglia di svelare i  segreti e il mistero che la valle di tufo gelosamente custodisce. Ancora. Il racconto LE GROTTE DEI SARACENI è su Amazon

Precisa un antico testo: “Verso la fine del’ 700  dopo Cristo una banda di feroci Saladini provenienti dalla  Francia, dopo lungo peregrinare nel Nord dell’Italia, si stabilirono in una grossa spelonca nella valle del territorio di O. E illi vi rimasero e per molti anni sparsero la loro irreparabile tempesta rubando, uccidendo e facendo ogni sconcio di mali ai paesani.
Ma un inverno molto piovoso  in data non precisata, la grotta venne otturata da una enorme frana, seppellendo vivi i briganti saracini che non avendo altre vie d’uscita morirono tutti di fame e di sete”
“Ci risiamo! Ancora con quella storia! Non fai altro che giocare. Ma quando la smetterai?” disse sua madre.
“Sì” disse Enrico
“Sì cosa?”
“È l’ultima, te l’ho detto”

affrescoe 3Chiuse la porta della cucina e scartocciò il pacchetto di wafers. Poi premette il tasto  Recorder, ma non dovette attendere molto. Era una storia come un’altra, come tante altre, che mescolava Saraceni, caverne e un presunto “tesoro” della valle. Una registrazione un po’ confusa che sembrava promettere qualche emozione e che cominciava dicendo: “Pseudonimi e località della vicenda celano personaggi e luoghi che non è stato possibile riportare ad una più definita luce  e questo non perchè siano mancati gli elementi di indagine, tutt’altro. Se ai primi personaggi confortati da una morte secolare e relegati in una storiografia decifrabile, nulla importerebbe di venire riesumati, altri, tuttora in vita, ne riceverebbero danno, che i fatti narrati riguardano il loro recentissimo passato e le credenze della gente del luogo, teatro della vicenda”

Enrico sgranocchiò il primo wafer e le briciole caddero sulla tastiera del vecchio Machintosh….il resto è su:  è su Amazon