leggevi il Libretto della vita perfetta?

Ma l’hai visto quanto costava? Ne valeva la pena! L’uomo di Dio non ha bisogno di altra legge se non quella del suo Signore. L’uomo divinizzato risulta estraneo alla legge che informa la vita esteriore degli uomini, egli è escatologicamente diverso dall’uomo non divinizzato col suo corredo di credo laico. E così che la frase: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio incespica e alla fine mostra tutta la sua inconsistenza. L’uomo che ha conosciuto Dio è una creatura che ha abbandonato il suo ego per raggiungere la perfezione della creatura in seno al creatore. Lui è in Dio, Dio è in lui, amato e voluto a seguito di quel processo di svuotamento necessario dell’essere che ha come fine ospitare l’armonia e la luce assoluta divina. Chi conosce la perfezione abbandona il frammentario, il parziale, l’io, lo dicono i santi, lo dice il libretto in questione rimandando a Eckhart. Chi fa questo va però contro la legge degli uomini. E non può pertanto dare nulla a Cesare, perché ha già dato tutto sé stesso al suo Dio. Che è divinità totalizzante, che richiede l’annullamento di qualsiasi soggettività, volontà compresa. Occorre infatti abbandonare ogni contingenza terrena, legge degli uomini inclusa. Riportiamo dal Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese un brano di pagina 53: Le parole di San Paolo: Quelli che sono guidati, spinti e condotti dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio e non stanno sotto la Legge Rm 8,14. …Non c’è neppure bisogno di comandare loro o di prescrivere di fare il bene e non fare il male, ecc. Perché quello stesso che insegna loro ciò che è bene e ciò che è male, cosa è il meglio e cosa no, esso stesso anche ordina loro e prescrive di stare al meglio e trascurare il resto, e ad esso ubbidiscono. Guarda, in questo senso non hanno bisogno di cercare alcuna legge, né per insegnamento né per comandamento. e riflessioni su queste parole ci portano lontano nello spazio e nel tempo. E, rileggendole osserviamo che, se prese alla lettera, le parole di San Paolo recano in sé potenzialità destabilizzanti fatte di eversione politica, sociale e umana. Il cristiano ortodosso non può dare a Cesare perché ha già dato tutto (compreso sé stesso) a Dio. Egli non sta sotto alcuna legge. Perché la legge di Dio è l’unica che riconosce.

Non può pertanto concepire una legge umana sovrastante a quella divina, o concorrenziale o paritaria. Pensiamo quindi all’impero di Roma, che si accontentava di imporre ai cristiani il rispetto della legge in cambio della tolleranza verso il nuovo rito. Ma i cristiani mal celavano le loro autentiche aspirazioni. Professare quella religione significava contrastare Cesare e la legge degli uomini. Al Dio dello spirito corrispondeva il Dio della Legge, dell’unica legge a cui il vero cristiano può obbedire: quella divina. E pensiamo anche al confronto sotterraneo, mai sopito, emergente in tutta la sua drammaticità, fra papato e impero. Un conflitto insanabile, motore di tutta la politica del medioevo europeo. Pensiamo alla mai sopita lotta fra potere papale e imperiale. Fra Papa Innocenzo III,

Gregorio IX, Urbano IV e Federico II di Svevia e ancora fra suo figlio Manfredi contro Carlo d’Angiò, la canaglia incoronata, secondo alcuni storici tedeschi, chiamato a contenere il progetto di un grande stato di concezione laica in Europa. Chi aveva perso e che cosa con la morte di Manfredi a Benevento? Un principio politico, religioso, una supremazia di un’entità sull’altra, la concezione del sacro e la sua influenza (intromissione) nella legge degli uomini che tentava, senza successo, di affrancarsi. Leggiamo ancora a pagina 53 cosa scrive l’Anonimo francofortese … Anche in un altro senso non hanno bisogno di alcuna legge: in quanto non devono tramite essa ottenere o guadagnare niente per sé, e neppure essa può esser loro utile in qualche modo. Vedi, in questo senso è vero che si può giungere al di sopra di tutte le leggi e virtù, e perfino al di sopra dell’opera, del sapere e del potere di ogni creatura. Adamo che mangia la mela contravviene a Dio e contravvenendo a Dio automaticamente afferma se stesso come volontà di indagare e di conoscere il mistero che dietro il mangiare della mela si cela. Il divieto divino infranto, ovvero la scaturigine della conoscenza esclusivamente terrena, il tentativo di sottrarsi a quel richiamo totalizzante che, se seguito, rende l’uomo illuminato, divinizzato, ma privato delle sue peculiarità ontologiche. Per l’eterna felicità occorre abbandonare ogni pretesa dell’io. Il dettato è inequivocabile e non ammette deroga alcuna. Pensiamo quindi ai re che incoronavano se vocando la protezione divina, e, in diretto collegamento con essa, godendo di un rapporto diretto, senza intermediari, volutamente privi dell’apporto ecclesiale. Pensiamo poi ai re che ancora si facevano incoronare dai ministri di Dio, suoi rappresentanti in terra. Emissari di un potere parallelo in perenne contrasto con quello del re, dell’imperatore. Sulla base di questo conflitto verranno dettate le nuove regole del potere in Europa. Enrico VIII riuscirà a svincolarsi da queste logiche. Napoleone Bonaparte, Garibaldi e Vittorio Emanuele II fecero di più, ma questa è un’altra storia. Oltre a questo tipo di lettura ce ne sono altre, assai più profonde. Il Libretto ce lo portiamo ogni giorno in metrò perché scrive cose di assoluta attualità, facendoci penetrare in quella necessità del volere Dio, come unico atto utile alla realizzazione dell’uomo illuminato, affrancato finalmente dalla contingenza terrena e dall’insopportabile disservizio della rete metropolitana milanese. 100 pagine per mezzo euro!! Dio non ti lascia troppe alternative Il Dio dei Cristiani non lascia alternative. O con lui, con la ricompensa del Paradiso e della vita eterna, o senza di lui, scaraventati nel buio dell’inferno. Detto così sembra un ricatto, ma ricatto non è; le cose infatti sono molto più semplici e nel contempo assai complesso. GOT LEIDEN: patire Dio, come spesso si legge nel Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese è la chiave per tentare di comprendere. Ma cosa occorre comprendere? Il Libretto ripete col Vangelo una cosa sola, scolpita nelle pagine di pietra della Fede: rinuncia a te stesso, perdi l’anima tua, è così che troverai te stesso, facendo posto a Dio, il quale dilagherà nella tua anima, come bene perfetto, assoluto, totalizzante, e tu così salverai la tua anima. Ma salvarla da cosa? Da te stesso, dalla finitezza dell’essere, da ogni volontà invidiale, da ogni presunzione di potenza, salvarla dalla tentazione dell’anima nel volersi ritenere autosufficiente. Rinuncia e distacco da sé stessi riempiono di desiderio e amore supremo e di nobiltà che rifiuta ogni finitezza per raccogliere l’Uno, il Dio che ama, in cui le creature illuminate esistono. Patire Dio non avrà il significato di sofferenza ma di accoglienza di Dio in tutte le cose, poiché Dio è in tutte le cose. A pagina 10 nella cospicua prefazione di Marco Vannini leggo: C’è qualcosa di fondamentale da comprendere, ed è la radicale malvagità del nostro essere, proprio in quanto volontà determinata. Una malizia che non si esprime necessariamente in atti cattivi…ma che consiste nell’affermatività del soggetto, nella sua volontà di appropriazione, di essere, di avere, di sapere. (Chi è che lo dice a Friedrich Wilhelm Nietzsche?) In essa tutte le cose vengono distorte, sottomesse a un perché, utilizzate, distinte in buone o cattive a seconda della rispondenza o no al nostro fine, che è necessariamente determinato. Il male è innanzitutto nel fatto stesso che la volontà non trova mai pace, ma solo inquietudine e dolore-…è la coscienza religiosa a scoprire la pochezza, la finitezza, la determinatezza e con ciò la meschinità, l’utilitarismo, la radicale negatività della volontà propria, in rapporto all’Assoluto, che, come il sole, su tutto risplende. A pagina 29 si legge: Finché l’anima ha di mira il corpo e le cose che gli appartengono, il tempo e le creature, viene così sfigurata e resa molteplice, ed allora ciò non è possibile. Infatti, se l’anima vuole giungere a quel punto (dare uno sguardo all’eternità e pregustare la vita eterna) deve essere pura e vuota di tutte le immagini, distaccata da tutte le creature, e soprattutto da sé stessa. E questo si pensa non sia mai avvenuto nel tempo. Ma San Dionigi lo ritiene possibile. Lo si ricava dalle parole che scrisse a Tolomeo: – Per la contemplazione del mistero divino devi abbandonare sensi e sensazioni, tutto ciò che la percezione sensibile può afferrare, ed anche la ragione e l’intelletto, e tutto quello che la ragione può concepire e conoscere…unisciti a ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscere. Se c’è qualcosa di rivoluzionario nelle pieghe di questo Libretto, soprattutto in un periodo come questo, che dura ormai da qualche secolo, in cui scienza e tecnologia hanno alimentato illusioni di onnipotenza, è il ritorno all’idea di Dio. Il Libretto è una fonte generosa e dissetante in questo senso e un invito attualissimo alla distanza di settecento anni. L’anonimo francofortese ci induce a bere ancora a quella fonte. Dipende se uno ha sete o no. E la sorpresa è grande: da quella fonte sgorga un’acqua fresca e ristoratrice che non vorremmo smettesse mai. Tascabili Newton: cento pagine mezzo euro!! Accadeva un tempo ormai remoto.

la pubblicitá non ti urtava, come invece urta quella di Hugo Boss di questi giorni?

Okei, stammi a sentire, non sono un fanatico bacchettone, anzi, sono da sempre innamorato del fascino del corpo femminile e dell’avvenenza maschile, vedere corpi nudi e anche provocanti di uomini e donne non mi disturba affatto, anzi, l’armonia dei corpi umani mi sorprende sempre. C’è tuttavia un però, un limite, del tipo: quando quei corpi, simulando situazioni plateali, suggeriscono l’acquisto di una mutanda, storco il naso. Diciamo, che se devi vendere delle mutande non puoi narrare apertamente una storia riferita al “dopo amplesso”. O almeno fallo in un altro modo, meno goffo, più intelligente. Sto esagerando? Niente affatto Chi ha commesso, il crimine? (si fa per dire) In questi giorni, lo sta facendo dappertutto HUGO BOSS, almeno qui, a Londra, non so se si tratta di una campagna a diffusione internazionale, dovrei sentire gli amici di Milano e di Asti. Di cosa e di chi sto parlando? di un uomo dall’espressione alquanto intontita, non voglio offendere nessuno, per cui son ricorso a un eufemismo, e di lei, una sinuosa biondina che gli sta, raggomitolata alle spalle, come sfondo e che gli fa da cuscino, presumibilmente esausta dopo il ginnico cimento erotico, cosa ci farebbero se no su un letto sfatto i due? Corpi d’amore con tutta evidenza, o, diciamo: di solo sesso, dopo una notte di amplessi, eccetera. Cosa c’è che non va? Tutto, a cominciare dalla mercificazione plateale dei corpi, sia dell’uomo che della donna. Niente di nuovo, dirai, lo fanno anche coi bambini. Vero. Vuoi far vedere quanto sei bbono con quelle mutande? e va bene. Vuoi far vedere il muscoletto bicipite e le cosce coi fasci di muscoli di acciaio, okei, vuoi far vedere i tatuaggi, e qui andiamo meno bene, perché a quelli che istoriano i loro corpi come fumetti e manifesti, ci avrei da dire qualcosa, ma andiamo oltre. Ah, dimenticavo, poi lei lo fotografa, sí, la bionda gli scatta delle foto, se no cosa ci farebbe con una macchina fotografica in mano, lei, la bionda dallo sguardo ammiccante e ambiguo? Lo vuole ricattare dopo l’amplesso, spedendo la foto a una sua ex fiamma? O riprenderlo per avere almeno una foto ricordo perché lei ha intenzione di mollarlo? Oppure: brivido brivido! metterà la sua foto sul web per attestare quanto sia indimenticabile la loro relazione. Pensieri malandrini ma, di questi tempi, sai, c’è da aspettarsi di tutto, sono proprio un malizioso malpensante. Sai cosa mi dà più fastidio? Gli art director, i fotografi, la regia della seduta fotografica e le banali immagini trash proposte dalla campagna. Senti questa frase: la donna ridotta a oggetto di piacere giace prona sul di lui corpo che se ne sta a gambe aperte e senza mutande, assaporando l’ineffabile sensazione di piacere e rilassamento del dopo amplesso, che classe signor Hugo Boss! mi è venuta spontanea; e lui: il maschio belloccio e palestrato (nemmeno poi tanto) che interpreta goffamente l’estasi del dopo coito. Ma non basta socchiudere gli occhi e fissare il soffitto per far vedere quanto ti è piaciuto farti la bionda. E il tutto per vendere delle mutande. Ma dai! Non ci sto, mi spiace. Non puoi raccontare una storia di sesso mentre adesso lei indossa le mutande di lui. E la privacy dove sta?

Cos’è? le mutande Hugo Boss van bene anche per le femmine? Una cosa è godersi la vista di quelle immani sculture dei bronzi di Riace, con gli attributi sessuali in bella vista, (quelli non hanno nulla da vendere tipo mutande e roba simile, se mai suggerire potenza e bellezza autentica, purtroppo ineluttabilmente trascorse.) E poi mi metti la conchiglia copri testicoli in bella vista, che ruba il primo piano? Emergente, sporgente, stuzzicante, suggerente, affiorante, comprimente il sesso del ganzo. Mica dico nulla di osceno. Sto semplicemente descrivendo quello che vedo dall’ombelico in giù a proposito del pupo. Beh! La finisco qua, in fondo sono solo delle immagini…ma fasulle, perché fasulle e ad alto grado di mercificazione. La vera bellezza dell’uomo e della donna, nudi o vestiti, risiede da altre parti, la pubblicità di HUGO BOSS l’ha solo presa in prestito…malamente.

Rispondo anche al sindaco di Reggio Calabria

RISPOSTA AL SINDACO DI REGGIO CALABRIA, prof Giuseppe Tiberio Falcomatà, in merito alle sue osservazioni sulla riapertura del “caso” del ritrovamento dei 3 (forse) bronzi di Riace.

Bronzo di Riace uno, Bronzo di Riace due e forse tre o magari quattro e cinque, un gruppo di bronzi di Riace, pronti a emergere dalle nebbiose acque del litorale calabro, ma non corriamo con la fantasia e atteniamoci alla cronaca di questi giorni. Una sceneggiata talvolta drammatica, avvincente, e spesso penosa, portata alla ribalta da un reporter mastino nelle sue indagini approfondite, appassionanti sulle vicende, purtroppo, “scandalosamente” all’italiana delle Iene. Ma gliel’avete data la scorta a Antonino Monteleone? Non si sa mai. Cose da non credere, che a me fa bollire di rabbia e adesso provo a spiegarne il motivo. Ma prima del commento introduco l’argomento, perché queste righe sono dirette ai miei followers, al sindaco di Reggio Calabria e al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Io li ho visti i Bronzi di Riace, a Firenze dopo il restauro durato piú di un anno. Il mondo intero gridó al miracolo per l’eccezionalitá del ritrovamento. Io facevo parte di quei fortunati quattrocentomila visitatori che hanno fatto code chilometriche pur di ammirare quei portentosi guerrieri del 460 A.C. emersi dal mare di Riace e provvisoriamente esposti al museo archeologico nazionale di Firenze, dopo il secondo restauro. Indicibili, incredibili, indescrivibili, fenomeni mediatici ancor prima che reperti fenomenali per stato di conservazione e bellezza. I guerrieri di bronzo era come se fossero arrivati dalla luna, e non dalle acque calabre; il mondo intero ne ha parlato e continua a parlarne. E allora cosa c’è che non va? Sono ancora al museo di Reggio Calabria, amati e protetti e visitati, la cittá di Reggio ne ha fatto giustamente e orgogliosamente il suo simbolo. Sembra peró che i guerrieri non fossero solo due, c’è chi dice di aver visto uno scudo, un elmo, una lancia spezzata portati a riva e poi spariti, insieme a un altro bronzo. E dove sta la roba che si presume trafugata? perché i documenti parlano di un guerriero con le braccia aperte, supino, e di un elmo e dove sta adesso questa roba? C’è chi sa, chi traccheggia, chi ha da anni intascato una discreta somma per la denuncia e il recupero dei reperti, c’è chi esita, si confonde e si tradisce, disconosce e anche chi minaccia. Provate a vedere i video, un giallo sul trafugamento che ha testimoni alcuni defunti e, i piú, ancora vivi.

“Il terzo bronzo di Riace fu venduto a un museo Usa” Vero? Falso? Come l’altra frase che dice: Alcuni uomini portarono a Roma la terza statua, che era stata trafugata da Riace, e la vendettero negli Usa”. Come si fa a confermare? come si fa a smentire? Le Iene, l’aggressione a Monteleone e troupe: Vi ammazzo tutti (Di giovedì 3 ottobre 2019) La “iena” Antonino Monteleone aggredito durante il servizio d’inchiesta sui famosi Bronzi . “Vi ammazzo tutti quanti”. Parole dette da calabrese a calabrese. Minacce, bestemmie e dunque l’aggressione fisica. Se l’è vista brutta la “iena” Antonino Monteleone e con lui la troupe de Le Iene. L’inviato stava infatti indagando sul ritrovamento (datato agosto 1972) dei Bronzi di Riace e della possibile sparizione di alcuni preziosissimi reperti. All’appello, infatti, mancherebbero un elmo, uno scudo, una lancia e – clamorosamente – anche una terza statua in bronzo. Cosí descrive l’introduzione a una serie di video clamorosi, firmati da LE IENE.

Ho visto e rivisto tutti i video di questa vicenda, ancora al suo esordio e assai lontana dal suo epilogo. Gente che non ricorda, che minaccia, che invita e “consiglia” di sloggiare, o che si contraddice trincerandosi dietro omertá e arroganza. Tombaroli, testimoni in incognito, carabinieri e il subacqueo che fu l’artefice del ritrovamento, e anche testimoni che non temono di svelarsi e il sindaco di Reggio Calabria che dice: “L’inchiesta realizzata dalle Iene su Italia 1, riguardante la pletora di dubbi sul rinvenimento stesso e sulla successiva gestione del recupero dei Bronzi di Riace, merita una ponderata riflessione da parte della Città Metropolitana di Reggio di Calabria”. Lo afferma, in una nota, il sindaco Giuseppe Falcomatà aggiungendo: “Lasciando da parte tutte le ipotesi delittuose che sono state fatte intravedere dal servizio andato in onda, che competono alla Magistratura inquirente, nella mia qualità di Sindaco non posso non auspicare che venga fatta piena luce sulla vicenda in oggetto, ben consapevole che i Bronzi di Riace sono l’attrattiva turistica e culturale principale dell’intera area metropolitana”. “In questo senso – spiega Falcomatà – dopo aver stigmatizzato comportamenti violenti e minacciosi, che rispondono a uno stereotipo del Calabrese che deve essere completamente superato, ci sentiamo di incoraggiare qualunque iniziativa dello Stato, affinché venga assicurato al Museo di Reggio ogni reperto pertinente al ritrovamento, perché sarebbe impensabile che la Storia ci giudicasse incapaci di tutelare i massimi capolavori dell’arte greca, ritrovati nelle nostre acque.”
Caro signor Sindaco mi permetta qualche riflessione su questa, me lo lasci dire, avvilente vicenda, puó succedere in ogni parte del mondo, puo succedere nelle acque del Tigullio o che in nuova Zelanda trafughino ossa di Triceratopo e Tirannosauro, sotto cineprese e telecamere o a Malindi o a Dover, invece è successo a casa nostra, in Italia, e potrebbe accadere anche oggi o domani o nell’immediato futuro. Se lei ha guardato i video de LE IENE con attenzione penso che abbia rilevato quello che ho rilevato io. Lo squallore, la reticenza, l’arroganza, e il desiderio di protagonismo di alcuni personaggi emergono. Ben vengano LE IENE, ma che pena! Affidare a giornalisti mordaci e tenaci e…che fan comunque spettacolo, un caso come quello dei Bronzi. Occorrono LE IENE per denunciare la reticenza, i guasti, la balordaggine furbesca e il malaffare di marca italiana, sempre se qui c’è malaffare. Sono d’accordo con lei quando dice: abbiamo capito, infatti, che oltre la necessaria protezione e l’esposizione dignitosa dei reperti di pregio, è importantissimo che la loro conoscenza venga disseminata in un ambito non solo nazionale, ma anche internazionale, nella convinzione che solo i Bronzi di Riace possano “convincere” un turista americano, sudafricano o australiano a intraprendere un viaggio che lo porti in Calabria. Investire sul nostro patrimonio culturale, incentivare la produzione di prodotti culturali, è una delle vie che portano al superamento dello svantaggio che il Sud paga ancora in termini di risorse e di benessere”. Belle parole, signor Sindaco. L’amministrazione di Reggio Calabria sta facendo qualcosa di importante in tal senso? Se sí ne sarei fiero, anche se calabrese non sono. Lei sta facendo qualcosa per i Bronzi di Riace dopo la ponderata riflessione da parte della Città Metropolitana di Reggio di Calabria”?

Ma quello che mi avvilisce è che il nostro amato Paese, immagino che anche lei come me, lo ami tutto, dico, da Trieste alla sicula Pachino, è stato matrice e fonte generatrice della civiltá europea tutta, che se qualcuno vuole vedere la vera Storia deve recarsi a Reggio Calabria, a Torino, a Todi come ad Ancona o ad Alessandria. Ció che risulta intollerabile, almeno per me, è che un tempo producevamo quelle grandiose opere di scultura, e templi e cittá, erano loro i nostri antenati, i nostri eroi, i nostri padri, noi stessi, lei ed io, calabresi e piemontesi eravamo i bronzi di Riace, il nostro mito condiviso, ovvero la quotidianitá di una civiltá maestra, e invece oggi siamo a difendere (nemmeno poi tanto, vista la tradizione centenaria dei tombaroli) ció che resta di quel periodo aureo e insuperato, generatore di storia e di bellezze stupefacenti. Me lo lasci dire, signor Sindaco, perché vedo tutto questo con gli occhi diversi di un “esule”. Nel Paese in cui ora vivo se trovano un mattone, una spilla o una moneta romana ci costruiscono attorno un museo e tutti i media divulgano al mondo la notizia.

Ben vengano i servizi spettacolari de LE IENE a indagare, a denunciare. Ma io mi sento tradito per il poco che fanno le nostre istituzioni in termini di tutela, prevenzione e di promozione (lieto di essere smentito da lei) , per il corpo ferito e offeso della nostra penisola, derubata (e irrisa) da altri paesi, terra di conquista un tempo, nemmeno piú ora, terra di svendita semmai, dove il conflitto di competenze blocca e ammalora tutto, anche le buone intenzioni che abbiamo, e tutto si conduce e si sviluppa all’italiana, all’insegna del pressapochismo, del dilettantismo, del mordi e fuggi e dei proclami pieni di belle parole. Che pena, signor sindaco di Reggio Calabria, e signor ministro dei Bemi culturali e ambientali, essere italiano, fiero comunque di esserlo e tuttavia, ma timoroso di essere irriso perché certe cose, queste cose, e il modo in cui succedono, accadono solo da noi, complice il danaro e le furberie straniere che farebbero e hanno sempre fatto, carte false per comprarsi e arraffare tutto il bello della nostra penisola. Loro hanno capito cosa abbiamo in casa, noi no. Loro hanno capito chi siamo stati, noi no.

c’erano rape, sesso, Dio e l’auto nuova?

Le rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia. Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio al suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo, la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape.

Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio. Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime. La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell. LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. (o suo surrogato) Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica e una miseria di anime senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce.

Caldwell è implacabile nel ritrarre il degrado. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, utilitaristico, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto. Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza: Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle. Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito…Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano. Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici. Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia  il Signore….Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, come l’auto, che invece tutti amano, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a sé stessa, la nonna, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. Una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti, L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Il futuro, la promessa e il dono. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne. Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio, in grado di sconfiggere Dio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.

E se il suo destino fosse quello di sostituire proprio Dio? Posseggo una edizione a cui ho incollato la copertina, che sbrindellata, cadeva a pezzi, un’edizione vintage, si direbbe oggi, pubblicata da Mondadori su licenza di Einaudi, nel 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire e, fra le perle della collana cui appartiene, ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.

e cosa scriveva il mitico Jack?

L’AVVENTURA  Isole Salomone, fine ‘800. Fra le mani ho alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000. Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine mi sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo fragile avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro.  Sulle tracce di quel male mi sono incamminato, senza troppi mezzi a disposizione, a inseguire quella lontana avventura.

Ho letto e riletto gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e infine son partito alla ricerca di Jack, il figlio della foresta. Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ti avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo charter hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi. Ma non è di questo che voglio parlarti. Fra le opere del grande Jack ho scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO. Costava tre lire e mezzo!
Le sue pagine non stanno più insieme e dovrei farlo rilegare. Ma mi costerebbe un sacco. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la mia ricerca. Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine.

Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo a terra il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente avventura. L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato e le immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così credo io, si palesa il vero protagonista della vicenda. Ma andiamo per ordine.
Lei: fa innamorare a prima vista quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile e ribelle, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani.
Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto. Ma occorre attendere.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quella monella adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.
I negri: Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti umani con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare. E poi la Foresta. Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui sono venuto in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa e repellente, infida succursale dell’inferno in terra. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui primeggia il grande e mitico orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate.

La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’Avventura, è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i miei indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack London. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire la foresta. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento, condanna. La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana. A pagina 278 leggo: Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri. Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione. La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e infine uccise il mitico Jack? Se vuoi dire la tua….

c’erano i libri?

Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?

Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,

l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religiosopolitico e delle strutture economiche.

Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del  conte polacco Jan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.

Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?

c’era la ricotta di Pasolini e di Orson Welles?

Pingue, sornione, ironico e un po’ spaesato, il primo. Scavato, polemico, irriverente e scandaloso il secondo. Orson Welles, Pier Paolo Pasolini e un terzo incomodo, sorta di seminarista, cameriere giornalista. Il mitico Orson Welles spaparanzato su una seggiola da regista si farà intervistare da lui nella pausa di lavorazione di un film e poi leggerà un brano di Pasolini da Mamma Roma. Era stato ingaggiato da Pasolini stesso per girare il medio metraggio del 1962. La ricotta ci ha fatto venire i brividi. I due grandi artisti anticipano di qualche decennio lo sfacelo, già allora in fase avanzata del desolante panorama socioculturale italiano. Avevano visto bene i due, profetizzando il degrado progressivo, veloce e inarrestabile della nostra società. Pasolini l’eretico, il grillo parlante, l’interprete mal visto dal PCI del sottoproletariato. Pasolini che condanna fascisti, critica comunisti e studenti che giocavano a fare la rivoluzione sulle barricate.

Pasolini che attacca la stupidità e l’ignoranza e che rimane inascoltato, che diventa voce e coscienza scomode di un cieco malessere socioculturale. Pasolini che vede nella televisione uno strumento di devastante sopraffazione psichica e di omologazione culturale. La vera arma del nuovo potere è subdola e plasmerà intere generazioni, dispensando illusioni, banalità e narcosi. Riuscirà la nuova politica dove il fascismo aveva fallito? Certo che ci riuscirà. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e si chiamano in primis perdita della propria identità e delle proprie origini, massificazione, rescissione di ogni legame col proprio passato. Una mutazione genetica rapida e incosciente che conduce rapidamente al nulla…governabile. Il nulla e sempre facilmente governabile. Ogni eredità culturale sarà spezzata e alla fine bandita e ci si occuperà di immigrazione spacciandola per l’unico vero problema di inizio millennio. E Orson Welles che c’entra? Il mitico Othello, regista di sé stesso in quella memorabile interpretazione, insulta la borghesia italiana che definisce ignorante, si scaglia contro i media e contro i loro padroni (ricordate Citizen Kane?) Legge un brano di Mamma Roma e ti fa venire la pelle d’oca, considerata la diabolica attualità di quel testo. (Anche se Il divo statunitense, quando gli venne proposta la parte, ammise di ignorare chi fosse Pasolini e venne convinto solamente dal cachè vertiginoso previsto.)
Tra i due nacque un curioso rapporto, che le fotografie documentano in modo unico. “Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?” Pasolini farà dire a Orson Welles: “Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.” “Che cosa ne pensa della società italiana?”  “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.” “Che cosa ne pensa della morte?” “Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”.
Ci chiediamo che cosa avesse realmente compreso Orson Welles di quelle battute. Il regista Orson Welles, dopo aver letto una poesia di Pasolini (“Io sono una forza del passato…), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo idiotamente ride): “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.”

In un breve scritto del 1961, infine, Pasolini così si espresse:  “Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando [La ricotta] ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di “imitatio Christi”, quell’irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l’esistenza. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di Cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene.
Citazioni tratte da Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte violenta. E oggi? Né destra, o sinistra, o borghesia, o pale d’altare, e nemmeno poteri forti camuffati o seminaristi detentori del monopolio del Bene. Politica, pubblicità, spazzatura, ignoranza, e arroganza vanno a braccetto.  Politici e detentori di potentati economico finanziari hanno il volto opaco che ci propina la TV di stato, asservita al girotondo della maggioranza di turno, schiava di sé stessa nell’ammansire le masse, nell’occultare i nostri miti, le nostre leggende, il nobile passato che ci accomuna. Politici, corruttori e corrotti, veline, nottambuli e balordi danarosi in compagnia di mammelle, deretani, sorrisi, schiume da barba, libri rivelazione fasulli scritti da veline, calciatori e presentatrici televisive, collutori e medicinali per defecare meglio. E gli intellettuali? E i registi? E i poeti? e i grandi artisti come Welles e Pasolini? Speriamo solo che nessuno si azzardi ad alzare la mano dicendo: Presente. Io ci sono. Il nulla e il buio dell’intelligenza esigono un minimo di ritegno. Nel buio stiamo brancolando. La loro morte chiede rispetto. Comunque, se c’è qualcuno che ha da dire qualcosa in merito o da protestare batta un colpo.

non c’era tutta questa schifezza?

Ti ricordi quando non era ancora infettata? Di quando aveva senso parlare di mari incontaminati e aria pura. La terra. C’era la pubblicità del tonno a ricordare i mari incontaminati, poi l’hanno tolta. Aveva senso perché allora c’erano davvero mari e terre intonse, come quelle che aveva visto Charles Darwin attorno al mondo, tanto per intendeci.

Io lo posso dire che da tempo ho superato tre volte la soglia degli ‘anta. Devi sfare uno sforzo di memoria, lo so. E se sei giovane non puoi ricordare quando c’erano mari puliti. Perché non ce n’erano già più dieci anni fa. Il catastrofismo non è buon consigliere ma se gli Americani producono ogni giorno due chili di rifiuti da smaltire te cosa ci puoi fare? Che ne produci la metà o un quarto. Stanno immaginando una nuova era di inceneritori gli americani, cioe stanno facendo un passo indietro. Pensi che il problema non ci riguardi? Tutt’altro. Ma tutto quello che vedi in queste foto e farina del nostro sacco, lo abbiamo costruito noi, giorno per giorno, da decenni. Prima non c’era, cinquanta, sessant’anni fa non esistevano queste schifezze. Frutto inevitabile del nostro vivere tecnologico e post industriale. Troppo facile criticare? Niente di nuovo, ti è  servita la plastica? Adesso te la tieni, e te la mangi anche, comprese le vecchie

reti per la pesca che intrappolano perfino balene. Indistruttibili, e ricettacolo di altri detriti plastici altrettanto indistruttibili. E con la plastica altro materiale sintetico non degradabile. Mi sembra colpevole non rammentare e ricordare a noi stessi che siamo seduti su una polveriera. La miccia è stata accesa da un pezzo. Ti ricordi quando le spiagge erano esenti da rifiuti? La marea restituiva solo gusci di conchiglia e pezzi di legno, o al massimo, qualche schifezza di catrame solidificato. Ma era l’eccezione. Al massimo ti sporcavi il costume da bagno. Qui invece è  diverso, la faccenda della spazzatura di cui non sai cosa fare, coinvolge tutti, e suonare le sirene d’allarme pare che non basti. A Londra fanno campagne contro l’uso delle cannuce di plastica, bene….ma basta che non ci prendiamo in giro da soli osannando un popolo di veri ecologisti. Mettiti davanti all’ingresso di Esse Lunga o Penny o Tesco, Waitrose o Lidl o di qualsiasi supermercato, e mi saprai dire. Fai la campagna contro le cannucce e non la fai contro buste,

confezioni di cibo, bottiglie e tappi e ogni cosa che puo essere avvolta e impacchettata da film plastici vari?! Pongo l’ennesimo inutile dito fra i molti che indicano la piaga comune? Non sono nemmeno originale, lo san tutti che ci stiamo tagliando l’erba sotto i piedi e che avveleniamo il piatto in cui mangeranno i nostri nipoti. Di originale ho poco da dire. Se si ferma la catena di certe produzioni per bloccare quest’affronto al suolo, all’acqua, all’aria e agli animali, ci fermiamo noi, il nostro modo di vita si inceppa, si deteriora, impoverendosi, e i successi e le comodità acquisite svaniranno: e così che la pensi? Allora sbagli, lasciatelo dire. Il nostro modo di vivere, di mangiare, di pensare, le nostre smanie di progresso e di benessere a ogni costo. A questo costo? A che prezzo? A questo prezzo? Da schifo, eh?

Magari in quei posti infernali c’erano acque pulite e trasparenti. E colline verdi. Le abbiamo fatte noi le colline, colline di spazzatura, compresse, con strade e veri gabbiani di plastica annessi eccetera nei pressi delle città , e dove sorgono significativi conglomerati urbani. Facciamo lo studio di sostenibilità. Eco sostenibile, a basso impatto ambientale. Ma non vedi che sono solo parole?! Balle! Quale sostenibilità? se anche i gabbiani ormai hanno il fegato di plastica e il tuo smartphone inquina che più non si potrebbe quando lo smantelli.

Torniamo alla politica degli inceneritori? Ma non inquinavano come ossessi rilasciando sostanze tossiche come mercurio, piombo e diossina? Prototipo del nuovo uomo cercasi. Quello che usa solo i mezzi pubblici, che non prende l’aereo tre volte al mese per andare a trovare la fidanzata dall’altra parte del pianeta, che boicotta i cibi protetti dagli sleeve e avviluppati in plastiche multicolori (perché anche i colori inquinano, eccome se inquinano!) e che limita al massimo l’impiego dell’auto, preferendo mezzi pubblici e che preferisce l’acqua del rubinetto alle acque del supermercato in bottiglia e che si rifiuta di comprare detersivi, bibite e vaschette di gelato in bottiglie di plastica e nelle vaschette di plastica. Non gridate all’orrore, all’oltranzismo ecologico fondamentalista. Se non ti basta questo schifo te ne faccio vedere altro.

Qualcuno dovrà pure gettare il sasso in piccionaia. Che boicotta…sì , boicotta! è il termine appropriato, TUTTI i prodotti in plastica, e i loro derivati. a cominciare dalle confezioni mono uso, usa e getta. Anzi, proprio da quelle occorre cominciare! Orrore e abominio! Hai sete? bevi o mangia uno yogurt e butta la confezione. Così milioni di volte ogni giorno. Da anni e guarda cosa sta succedendo. E così che arriva la cacca indistruttibile sulle spiagge di Bali, delle Maldive e sulle isolette sperdute del Pacifico. Boicotta! a cominciare dalle posate, dagli scola pasta, da scodelle, tovaglie e suppellettili, fino a mobili, erba di plastica, e ai tessuti sintetici. Me lo dici come li smaltisci quelli se non li incenerisci, causando altro inquinamento supplementare. Vivere da troglodita insomma? Ah beh! se i vostri padri e nonni erano trogloditi allora offendete i vostri cari estinti. In compenso loro non trangugiavano carne agli antibiotici e pesce avvelenato da mercurio. Tornare all’antico? Mettiamola così, ma non solo così. Del moderno, del progresso, delle scoperte e dei vantaggi del vivere dal 2020 in poi trattieni le cose migliori, per la salute, ad esempio, insieme alla consapevolezza che o sterziamo di 180 gradi o non rimarrà un centimetro di spiaggia balneabile al mondo e che la spazzatua busserà alle nostre porte e si ficcherà sotto il tuo letto, e non basterà spendere un patrimonio per la tassa rifiuti, come già facciamo, perché i tuoi rifiuti te li ritroverai indigesti da qualche altra parte, non riciclati, non distrutti e ancora velenosi e che se non invertiamo da subito il cammino sulla produzione di materiali non degradabili i disastri ingigantiranno, moltiplicandosi. Ma le leggi dove sono? Cosa aspettano a bandire tutto quello che si può cancellare dalla nostra vita perché tossico, mefitico, pericoloso, dannoso, canceroso e soprattutto….superfluo e visibilmente inutile. Complicato? Sara più semplice crepare di tumore allora! Boicotta! e non far finta di niente, a cominciare dalle confezioni monouso; quanto vi odio! Se poi qualcuno vorrà parlare dei posti di lavoro perduti perché verrà dato un orientamento diverso alla produzione industriale e ci sarà da tribolare su come trovare nuove opportunità lavorative allora, oltre al danno, ci sarà anche l’ipocrisia dei produttori di materiali e prodotti derivati nocivi ai quali verrà offerto in omaggio un viaggio vacanza nel Pacifico, per visitare la più amena e stupefacente isola mai emersa a memoria d’uomo. Vai a vederla e mi saprai dire.

e dove l’hai vista?

A me questa statua mi mette una roba strana addosso, come un brivido che corre per la schiena e che…. Ti ricordi quando l’hai vista? Non è che sono sconcio o perverso, o tutte e due le cose insieme? Sarei curioso di sapere come la pensi. Mica è roba pornografica. Per carità. È un capolavoro dello sultore Corradini del ‘700. Ma il fatto di sapere che è il ritratto di marmo di una defunta, o di una che sta trapassando, con quelle forme mozzafiato…non so voi, ma io… beh, lasciamo perdere.Ha 300 anni. Ma cosa c’entra Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona con Virginia Clemm, moglie tredicenne di Edgar Allan Poe, deceduta prematuramente come la prima?  Museo San Severo

Vediamo di capirci qualcosa. Cecilia, neomamma, a ventitré anni muore, lasciando il figlioletto Raimondo di Sangro di un anno, orfano. Ci penserà lo scultore Antonio Corradini nel ‘700 a immortalarla.  Quando l’abbiamo vista siamo rimasti a bocca aperta. Opera certa di Antonio Corradini risale al 1751 e fu voluta in memoria di Cecilia Gaetani d’Aragona, madre di Raimondo di Sangro. Rappresenta una donna, con il capo e il corpo completamente ricoperti da un velo che aderisce alle forme, che poggia la mano su una lapide spezzata, proprio a simboleggiare la giovane età della defunta. La scelta della “pudicizia” come virtù della madre sconosciuta, è forse da inquadrarsi, per contrasto, nel comportamento libertino del padre Antonio. Dovrebbe essere un monumento funebre, infatti lo è, collocato nella cappella San Severo dei principi di Sangro in quella Napoli ammorbata sino a qualche tempo fa (…?) dall’immondizia, dal malgoverno e dall’incuria. Evviva Napoli comunque per la grandezza del suo passato e per il cuore dei suoi abitanti. È la figura di una donna morta che ammalia da secoli; sono la grazia, la bellezza di una femmina di marmo seminuda che fissa il vuoto, senza tuttavia vederlo. Una creatura cieca, ma ancora viva, già agguantata dalla morte. Il busto è quanto di più conturbante e sensuale si possa concepire. I seni irti, sodi, vivi, il cuscino del ventre è palpitante, giovane e fresco; il corpo perfetto, che vive nella morte, secondo una dicotomia insanabile, dolorosa. Non può essere che tanta densità di vita si consumi e perisca nel nulla. Cecilia non riesce a morire per davvero. Sono i nostri sguardi a tenerla viva, complice una ripresa fotografica degna di un ottimo reportage di moda. Vive di una vita sospesa, equivoca, voluttuosa. Toccarla non si può, toccheresti la morte, che risiede in quel pacato, angoscioso connubio. La vita la trattiene, la morte incalza. La ripresa fotografica la scolpisce ancora di più, la fa sembrare assolutamente impudica, conturbante. Un serto di rose mollemente le cinge il bacino. Un’opera d’arte di altissimo tenore nella Napoli del Settecento. Solo un velo le sfiora la pelle. Un inutile sudario trasparente che la rende ancora più desiderabile. Tenue diaframma aderente alle sue grazie. Stiamo ammirando una donna vera da poco cadavere, in una cappella funeraria. Non è così? 

Ci viene in aiuto Edgar Allan Poe, il quale si chiede: C’è qualcosa di più straziante dell’arrivo della morte? Qualcosa di più doloroso, poetico e malinconico? Ecco la sua risposta: la morte di una Donna molto bella.

virginia

Ma lui che c’entra con Cecilia Gaetani? Vediamo cosa scrive il genio della tenebra e del macabro:  “Fra tutti gli argomenti melanconici, qual è, secondo il concetto universale dell’umanità, il più melanconico? ” La Morte – fu l’ovvia risposta. “E quando è più poetico questo argomento, fra tutti il più melanconico?” Dopo quanto ho già scritto, la risposta fu ovvia: “Quando è più strettamente congiunto alla Bellezza, dunque la morte d’una bella donna è il tema più poetico del mondo e le labbra più adatte a tale argomento sono quelle di un amante orbato dell’amata». Dalla “Filosofia della composizione”  di E. A. Poe.

La scultura non parla solo di rimpianto, sconforto e malinconia; la donna del Corradini aggiunge un nuovo ingrediente a tanto strazio. Aggiunge il desiderio. Fa crescere il sentimento della concupiscenza negata, in virtù della sensualità di quelle forme, della voluttuosità prorompente e intoccabile di donna Cecilia Gaetani.  Non sappiamo se Poe conoscesse il capolavoro del Corradini. Avrebbe aggiunto incubo agli incubi.  La morte che ghermisce, la voluttà erotica che si protrae anche dopo il decesso e il rimpianto per quella vita infranta e per quel corpo mozzafiato. La scomparsa di una bellissima e giovane creatura, ancora desiderabile e contesa dalla morte. Nuovo pane per i denti di Edgar Allan Poe, non ti pare? Che aveva visto morire Virginia, la sua moglie bambina fra le braccia, coprendola con un lenzuolo del suo letto perché di soldi per un sudario non se ne parlava nemmeno.

il primo bacio?

Magari no. Forse ti è piaciuto, forse no, non te lo ricordi, ho capito, nemmeno tanto tempo è passato, immagino. Ma prova a pensarci, quando e come è stata la prima volta, di solito si comincia da quella cosa che si chiama bacio. (non è detto che ci siano sempre degli sviluppi dopo la prima volta, tutt’altro). Semi nascosto dietro una tenda nel corridoio della scuola media, durante l’intervallo, mentre il cicaleccio delle classi diventa boato, col timore di essere scorti dalla bidella, neanche tanto poetico è stato, devo ammettere, ci tenevo alla reputazione, ed ero troppo guardingo per abbandonarmi a lei, mentre la pupa ci ha provato, prendendomi per un braccio e tirandomi a sé. Ma questo è proprio imbambolato, deve avere pensato. Supremazia dei sessi, siamo alle solite, dico io, l’ho sempre pensato che hanno una marcia in più le femmine, alla fine è sempre lei che prende l’iniziativa, e mena la danza anche se le apparenze mostrano di voler significare il contrario. Né bella né brutta, non il mio tipo, questo sicuro, il giorno dopo nemmeno mi saluta più, oh bella! magari non avevo corrisposto alle sue aspettative. Una col grembiule nero e i capelli a zampillo sulle tempie. Poco più che bambina, ma già intraprendente, cerca di concupire un alunno della seconda B. Me medesimo in carne, elegante giacca marrone bruciato e maglia col collo alto. Lei si chiamava Nadia, posso dirlo perche chissà cosa fa e dov’è adesso Nadia. Tentatrice ma con scarse attrattive essa si avvicinava intraprendente alle tue labbra! Ma chissà cosa vorrà ?! Lo dico perché è capitato a me, ma io pensavo a…non me lo ricordo più a cosa. Per dire quanta poca importanza davo alla cosa. Quasi a livello zero.

Mi aveva lasciato alquanto freddo la faccenda. Aspettavo ben altri baci io, ma quelli sarebbero venuti molto tempo dopo. E poi dicono le ragazze che son timide. Manco sapeva il mio nome, mi vedeva malinconico, quello si, come mia nonna. Non ho detto a nessuno dell’accaduto, perche non avevo niente da nascondere di quel bacio. A dodici anni, cosa vuoi che mi importasse, non c’era niente da risvegliare, allora, e poi avrebbero dovuto esserci le premesse, estetiche e fisiologico-adrenaliniche. E del tuo primo bacio ti ricordi? Mi piacerebbe fare in anonimo si intende una classifica del come è  stao la prima volta. Un’interessante teoria antropologica fa risalire le origini del bacio alla preistoria come scrive Redmag: pare infatti che le nostre antenate per nutrire la prole sminuzzassero il cibo nella loro bocca prima di passarlo, attraverso una sorta di bacio alimentare, ai loro piccoli: un modo di nutrire i bambini simile a quello degli uccelli, che ci fa sorridere, ma che, come sostiene il celebre etologo inglese Desmond Morris, la nostra specie ha probabilmente praticato per più di un milione di anni. Baci casti, focosi, amichevoli, scandalosi, baci dell’esordio e dell’addio, baci rubati, baci a tradimento e baci appassionati, baci da romamzo e baci cinematografici. Lo sapevi che c’è  anche la Giornata Internazionale del Bacio? puoi festeggiarlo il 13 Aprile, o il 7 Luglio. O tutto l’anno se vuoi e non hai altro da fare. Baci iniziatici e programmatici, baci celebri e autodescriventisi come e diventato il bacio che fa dire Edmond Rostand nelle battute di Rossana e Cyrano de Bergerac nella famosa opera: ( Atto III, scena IX )
ROSSANA
Siete voi là?
Parlavam di… d’un…
CYRANO
Bacio. Né vedo in verità
perché la vostra bocca sia così timorosa.
Se la parola è dolce, che sarà mai la cosa?
Irragionevol tema non vi turbi la mente:
poco fa non lasciaste quasi insensibilmente
l’arguto cinguettio per passar senza schianto
dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto?
Ancora un poco, un poco solo ancora, vedrete:
non c’è dal pianto al bacio che un brivido!
ROSSANA
Tacete!
CYRANO
Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto 
un poco più da presso, un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole
t’amo; un segreto detto sulla bocca, un istante
d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo per potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima a fior di labbra!

Dicesi bacio: lo sfioramento-avvicinamento-pressione della parte più carnosa del capo corrispondente all’apertura altrimenti definito bocca, la quale dispone di due appendici più o meno marcate dette a loro volta labbra, dislocate fra mento e naso. La pressione labiale di varia intensità e durata può essere preludio a più significative e intense esplorazioni, capaci a loro volta di coinvolgere estesamente altri organi e apparati (in questo caso il bacio viene detto: alla francese). Se garantisco l’anonimato me lo descrivi com’è andata e cosa è successo la tua prima volta che hai baciato? Potremo poi votare e fare una classifica per eleggere il bacio più bello. Siamo o non siamo un popolo di poeti come Edmond Rostand?