Un punto giallo e marrone in mezzo alla campagna. La nostra casa, il Romito, come si vede per uno che viene da Moleto. Sembra la dimora delle fate.
Ormai fa parte del paesaggio, è inclusa nella memoria geografica e storica del luogo e anche in quella di molta gente. Mi piace pensare che sarà sempre così. Anche quando non ci saremo più. Un riferimento per tutti coloro che ci passano davanti e che la vedono apparire e poi sparire dietro un dosso per poi riapparire ancora, come fosse una barca sull’onda. Lì c’è la casa di Matilde Izzia e di suo marito. La grande pittrice e il famoso storico. Dirà qualcuno un giorno. Oh! Ma quand’è che finisco di sognare? Le cave di tufo che si mangiano la collina sono alle spalle di chi guarda, come le caverne dei Saraceni, nella valle del Guaraldi, con quella vicenda che alimenta la leggenda non finendo di attirare curiosi e appassionati di storia e sulla quale tanto ha ricercato e scritto Aldo.


e del giallo che stanno per finire. Sabato come faccio se voglio finire il ritratto di Antonietta? Meglio che prima mi compri i colori! Faccio un salto al negozio di via Accademia Albertina. Ma prima saluto la mia amica.
Cosa abbiamo in comune Orsola Maddalena Caccia e me? Poco o nulla. Salvo che con la suora, badessa del convento di Moncalvo, figlia di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo un paio di cose in comune ci sono per davvero. Siamo entrambe pittrici ed entrambe monferrine e amanti della natura. L’ammiro come una delle più grandi pittrici del Seicento. Sono convinta che molti talenti femminili siano andati sprecati nel corso dei secoli perché i tempi non erano maturi, perché la donna doveva occuparsi d’altro, perché fare la “pintora” non si addiceva a chi era nata femmina. E allora Artemisia Gentileschi e Rosalba Carriera e Orsola Maddalena Caccia? Vorranno pur dir qualcosa?! Tre esempi lampanti, eclatanti, tre grandissime protagoniste della pittura italiana. Stanno a dimostrare che il talento è appannaggio di entrambe i sessi, che non conosce confini, che le condizioni storico sociali hanno ostacolato l’affermarsi di potenziali talenti femminili nel corso del tempo. Davvero un peccato imperdonabile. Del ricordo della vita di Orsola Maddalena Caccia e dei suoi capolavori è ricca Moncalvo, il suo museo e le sue chiese. I volti di sante e Madonne sono
quelli che più mi colpivano, non saprei come definirli, sembra davvero che uno spirit0 ultraterreno avesse ispirato la pittrice e che qualcosa di eccelso e divino aleggi nelle loro espressioni. Per ore me ne stavo incantata ad ammirare la dolcezza e la morbidezza di quei visi. Cercando invano di carpire il segreto di tanta purezza e grazia. Nulla hanno da invidiare alle madonne toscane di secoli prima. A dir la verità ci sono altri punti in comune fra noi: le nature morte. Entrambe, seppur con inclinazioni e stili diversi, ne abbiamo dipinte. Ovviamente non oso neppure accostarmi al suo tocco pittorico, davvero eccelso e inimitabile.
Ah! Anche a Milano, certo, quasi mi dimenticavo. Nella bella libreria BOOKS IMPORT con un sacco di vetrine affacciate su due vie e con i miei dipinti esposti. Tanta gente all’inaugurazione, e i bambini di una scuola, perché il tema riguardava anche l’esposizione dei loro lavori scolastici. Simpatico abbinamento, davvero. I loro lavori migliori accanto a diverse mie tele. Quella sera venne da Asti l’editore Fornaca e i due svedesi naturalizzati parigini, Agneta e Bengt, arrivati apposta per portarsi nella loro casa di Parigi un secondo dipinto: La donna con gli occhiali. Una festosa inaugurazione
, a detta di molti. Fornaca, l’editore di Aldo, aveva presentato il suo magnifico libro 
Mi stavo per spaventare, si vede che col primo freddo cercavano riparo. Ma tante erano. Sono entrate dalla finestra aperta della camera da letto, si sono posate sul soffitto, poi come sono entrate se ne sono uscite. Faceva quasi caldo l’altro giorno. Portano bene le api. Significano abbondanza, sono un simbolo positivo. Vuoi vedere che stavolta rimango incinta? Quello che vogliamo, io e Aldo, ci manca solo quello. Poi abbiamo tutto, anche se il suo lavoro scricchiola. L’altra volta non mi è andata bene, ho abortito. Il medico ha scosso la testa, non era convinto. Di cosa convinto, poi? Aldo c’è rimasto male, io pure, beh dico, ritentiamo, no? Dov’è il problema? Se viene il pupo lo metto in una gran cesta e me lo porto in studio, lo cullo un po’, gli do’ da mangiare, mica smetto di dipingere se strilla! Ah no. Neanche a pensarci. Non scherziamo. Una volta scodellato il pupo mi organizzo, non voglio sacrificare la pittura. La pittura è la mia vita, anche il pupo è importante, d’accordo, ma se non viene mica posso dannarmi l’anima, come fa Aldo. A chi lasciamo la casa, i libri, le mie tele? Non voglio pensarci. Speriamo in bene. Tante cose si aggiustano, altre per niente. Bon, al bando la tristezza, servisse a qualcosa! La nostra casa sul bricco. Quante storia racchiude, sembra la casina incantata….magari lo fosse. Finito di ritoccare il quadro vado a preparare la cotoletta ad Aldo. Ieri non ha digerito.
Paola Rondano era un’amica. Una che sapeva il fatto suo. Dirigeva il negozio di commestibili che dà su via XX settembre alla Fracia di Moncalvo. Agnolotti e verdure lesse e prelibatezze monferrine dal 1889. Prima di entrare mi fermavo davanti alla sua vetrina a contemplare quel bendidio come se i piatti fossero opere d’arte. E c’era dell’artista in Paola. Mi veniva anche a trovare al Romito, discutevamo, e che discussioni, non era una che si poteva condire via facilmente. Aveva le sue idee. Stavamo delle sere intere a parlare di arte e letteratura. Scriveva poesie anche e me le portava da leggere. Qualcuna mica male. Te hai sbagliato mestiere, dovevi scrivere. Le dicevo. Aveva l’animo sensibile, ma il negozio guai a toccarglielo. Non mi lasciava mai andare via a mani vuote. Ogni tanto mi rifilava un regalino, cose sfiziose, sapeva che ero golosa dei suoi piatti. Così per simpatia, per amicizia. Non hai mica un negozio di alimentari te, ma una boutique, le dicevo. E lei rideva.
-Ma entra,- gli impongo, -se no Gin Gin mi schizza via a palla.- Facevo finta di niente, lo osservavo mentre lui scrutava il nostro grande alloggio che dà sul Po. Fra un po’ dovremo lasciarlo, è troppo costoso. Vieni, gli dico. -Cosa sta facendo?- Chiede lui. -Oh, insomma ti ho detto di darmi del tu…Preparo la colla per i quadri.-
Santa Croce di Bosco Marengo. Devo ricordarmelo, non farò alcuna fatica. Sono trascorsi due anni e dieci giorni da quel pomeriggio. Era il 13 aprile 2014. Nel complesso monumentale di Santa Croce di Bosco Marengo hanno esposto un bel po’ di miei lavori. Come avrei dovuto sentirmi se fossi stata presente? Felice, indubbiamente. Il Monferrato è casa mia. Ogni filo d’erba, ogni zolla, ogni tetto e chiesa mi appartengono. E se essi mi riconoscono vorrà dire qualcosa, no? Sono una pittrice che fa tesoro di ogni particolare e Santa Croce non è un particolare, è un mito. Doveva essere una mostra
permanente, invece è durata un anno. Le solite cose all’italiana, il nuovo sindaco ha dato il benservito alle mie opere. Poco cambia. Mi spiace solo per Gianfranco Cuttica di Revigliasco, per suo figlio Cesare, la sua equipe di lavoro e per tutta l’attività che sta dietro a una mostra di queste dimensioni! Tutto sprecato? Non direi, come vedremo poi. Come ospiti regolari al Romito c’erano i genitori di Gianfranco, che già da giovanissimo si appassionava alle vicende della storia.
Ricordo anche che Aldo si accalorava col papà di Gianfranco perché voleva che approfondisse gli studi di araldica sull’origine della sua famiglia, che è nobile. In ogni caso l’onore di esporre le mie tele e la Venere del Monferrato, come la chiamava Guido Capra, il mio maestro, allievo prediletto di Leonardo Bistolfi, vicino a opere del Vasari e della sua scuola non è da dimenticare. Ho esposto a Santa Croce. Bon. Basta! Va bene così. Devo
ritenermi più che soddisfatta. E alla presentazione la gente stava in piedi da tanta che ce n’era! Vedremo cosa riusciranno a fare i miei amici Lorenzo e Gianfranco in seguito. Grandi cose immagino. Ma non precorriamo i tempi!
Non è che lo uso spesso, ma mi piace vederlo lì, e saperlo funzionante, il lavandino. L’acqua arriva nel mio studio dabbasso, siamo sempre al Romito di Ottiglio, s’intende, col suo lavandino ovale, tanto per cambiare, e il rubinetto. Mi piace questa tela, la regalerò a Mario, so che gli piace, ah, son così strani questi ragazzi. Lui, poi, c’ha tutto un suo modo di ragionare. E soffre anche. Ma cos’hai? Eh? Si può sapere? Fino alle lacrime si riduce a volte, e non sa nemmeno lui perché. Dice che gli prende un gran magone e si commuove. Ormai siamo amici, anche ad Aldo piace, meno male. Siamo anche andati a mangiare al ristorante La forchetta d’oro a Torino! Robe da non credere, conoscendo il carattere di Aldo. Così non gli dà fastidio se il ragazzo viene al Romito. Torniamo al dipinto, con: rubinetto, contro rubinetto e gomma arrotolata appesa al gancio; mi piace questo motivo nel dipinto, ha un suo ritmo, un movimento continuo, sinuoso con le ombre, che sembrano disegnare un altro oggetto, a seguire fedelmente tubo e gomma. Anche gli oggetti hanno la loro poesia. Mario dice che addirittura parlano, hanno un’anima, e a volte ti osservano. Mi sembra che esageri. E poi c’è la piantina, coi rami che penzolano, non so neanche come si chiama. Sembra che galleggi per aria. Senza pretese, me l’ha regalata Giovanna, la donna che viene a stirare. Penso che uno si riposi guardando la tela. Non mi piace nemmeno quando sento: Nature morte. Macché morte, a volte parlano di più di uno sguardo, fermano il tempo, fanno parte del tutto. Oggetti modesti, degni di ogni attenzione, anche loro. Mica come certe bestie di uomini. Come quelli che ce l’hanno con Aldo, invidiosi e per quello che sa fare negli studi storici, ma lasciamo perdere, se no mi viene il mal di fegato dal nervoso se ci penso.