c’erano (e ci sono tuttora) i simboli?

Il rischio c’è ed è quello di divagare, perdendoci in un mare di ricerche e spiegazioni sul suo significato e rilevanza. Ovvero il simbolo. Si sono scomodati sociologi e filosofi per descriverlo e tutti lo hanno fatto con le dovute cautele, perché coi simboli non si scherza. Pare che i simboli siano nati con noi, siano una cosa davvero seria, con cui non si possa celiare. I simboli, il simbolo, ovvero il segno che ti suggerisce qualcosa, te ne ricordi? Ma certo! dirai te! Che discorsi! Navighiamo in un mare di simboli. Ne siamo sopraffatti!

Una marea, soprattutto oggi, andiamo avanti a forza di simboli, dirai, perché simbolo significa sintesi e con tutto quello che hai da fare! certo che mi ricordo, dirai, ieri ne ho visti una vagonata, ero alla stazione dei treni, e volevo vedere se si poteva andare di domenica mattina ad Asti, partendo da Milano. Il tempo che ci va ad attraversare mezza Europa. Incollato al tabellone giallo ci sono stato mezz’ora: prima o seconda classe, treno per pendolari, viaggia solo il lunedì e il venerdì, treno merci, soppresso per carenza di viaggiatori, carrozze di prima classe in testa al treno, tuto espresso attraverso simboli. Prendi la figurina che indica l’ubicazione delle toilet in primis, è un simbolo che solo nella foresta, in mare aperto e nell’artico non si trova, io ne ho trovato uno in un’oasi, alle soglie del Sahara. C’era solo una T disegnata su un pezzo di legno sbilenco, e basta. Indispensabile comunque per non fartela addosso. Ovvero come soddisfare necessità primarie e improrogabili, e poi naturalmente i tasti di una tastiera con freccette sinistra destra sopra sotto e il più e il meno, quanto tempo ci abbiamo impiegato a pensare che avevamo bisogno di un simbolo, per sintetizzare, per indicare, per dire: freddo caldo, divieto, via libera, si fuma o no. Proibito, tanto meglio per la salute. Il simbolo che ti ordina di metterti il casco in testa per possibile caduta di gravi. Pericolo! Accesso vietato, caduta massi, stai alla larga o ti becchi la scossa e poi la multa. Curva pericolosa, sei sulla strada, i simboli ti invitano, sollecitano, vietano, mettono in guardia e sempre comunicano. I simboli abbondano, ce ne sono da intasare il lavandino. Fatti per comunicare un pericolo, per metterti in guardia, per indicare come risolvere necessità, per non rovinare una maglia cche non sopporta l’acqua e la centrifuga.

Per cercare di capirci qualcosa in più oltre alla apparente banalità, ecco quello che l’enciclopedia universale, alias Wikipedia, che a sua volta è un simbolo di come oggi si organizzano e si fruiscono informazione e cultura; scrive alla voce simbolo: Il simbolo è un elemento della comunicazione, che esprime contenuti di significato ideale dei quali esso diventa il significante. Tale elemento, sia esso un segno, gesto, oggetto o altra entità, è in grado di evocare alla mente dell’osservatore un concetto diverso da ciò che il simbolo è fisicamente, grazie a una convenzione prestabilita.  Sostengono autori, come Hobbes e altri nel seguito della filosofia inglese come Peirce, e i positivisti e neopositivisti della “logica simbolica“, che il simbolo, nella sua funzione di “stare al posto di” possa scambiarsi con il segno. Charles W. Morris (1901–1979) per esempio, afferma che il simbolo è un segno che ha un aspetto di convenzionalità maggiore rispetto ai segnali poiché chi esprime il simbolo lo usa come alternativa al segno con cui s’identifica. I simboli sono inoltre differenti dai segnali, poiché questi ultimi hanno un puro valore informativo e non evocativo. I simboli si differenziano anche dai marchi, che hanno un valore solamente soggettivo e che vengono usati per indicare un’origine fattuale. Il simbolo può essere di due tipi: convenzionale, in virtù di una convenzione sociale; analogico, capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un’immagine mentale. Se, come sostiene René Alleau, una società senza simboli non può evitare di cadere al livello delle società infraumane, poiché la funzione simbolica è un modo di stabilire una relazione tra il sensibile e il sovrasensibile, sulla interpretazione dei simboli e sul loro impiego da sempre gli uomini sono divisi. Tale atteggiamento è spesso dovuto al fatto che spesso l’uomo tenta di trovare un significato ad un simbolo anche se questo non ne ha; E, se proprio vogliamo saperne ancora sul simbolo: Lo studio del rapporto tra forme simboliche e funzionamento della società ha assunto rilievo centrale fin dai lavori di É. Durkheim, il quale sosteneva il carattere acquisito, e dunque sociale, delle stesse categorie logiche che sottostanno alla classificazione della realtà. Creando le categorie di pensabilità del sociale, i sistemi di credenze avevano dunque una funzione strutturante la realtà sociale e, acquisendo valenze religiose, cementante la coerenza di un sistema sociale.  Roba seria, insomma, il simbolo. Per scrivere questo post ho ficcato il naso un po’ qua un po’ là, evitando paroloni e letture alquanto complesse, perché sapevo che non era cosa facile accalappiare il significato del simbolo

I filosofi, poi, ci hanno sguazzato a interpretarlo. Te la faccio adesso una domanda di cui però sono certo di conoscere la risposta: E la risposta che ti anticipo io è: NO, senza simboli la vita come la conosciamo oggi o fino a qualche millennio fa non è possibile, o diventa davvero grama se non può trasmettere informazione, se non comunica, perché  simbolo significa comunicazione indirizzata a chi pensi ti possa capire. Come questa placca, destinata agli alieni, appiccicata al Pioneer 10.

Senza simbolo riesci a vivere? No, non riesci. A un altro te stesso o a un alieno che in qualche modo vuoi avvisare o mettere in guardia. Simbolo uguale a manifestazione della vita, dunque, se non c’è simbolo non c’è vita. Meglio non esagerare. Guarda bene lo schermo del tuo computer e capirai l’evoluzione che ha fatto il simbolo: dalla croce del Cristo ai simboli odierni di spam e di cestino, ne abbiamo fatta di strada. Che ne dici?

Sul mio schermo di computer, un giorno che era stato colpito da malefici virus, erano comparsi repellenti scarafaggi vaganti, davvero evocativi! più reali e repellenti di quelli veri, più simbolo di così si muore.

scriveva il grande Ernest?

Non so se hai mai letto ISOLE NELLA CORRENTE del grande Ernest, ultima sua opera prima del suicidio. Opera minore che parla di un pittore, dei suoi figli e delle relazioni fra lui e loro, di bevute stratosferiche seduti al bancone di un bar, di una battuta di pesca, probabilmente una delle migliori che siano mai state scritte, della morte tragica dei figli, e anche della caccia a una combriccola di soldati crucchi. Il racconto, come ti ho detto, non pè dei migliori, ne parlo tuttavia perché ti “costringe” a leggerlo fino alla fine, questa è la magia della scrittura di Hermingway. Sarà il mito che H. seppe nutrire o subire? Sarà il personaggio fragile e malato, a detta del suo amico Orson Welles, Hemingway: aspirante rodomonte dai piedi d’argilla. I personaggi ricorrenti a bevute dall’alto tenore alcolico per sopportare l’onere della loro esistenza, sono individui “provvisori” , spacconi, o aspiranti grandi artisti, percorrono esistenze senza sbocco né costrutto, Ma se vuoi sapere come si pesca e si perde un pesce gigantesco nell’oceano e i “fragli” rapporti fra padre e figli il libro fa per te. In molti personaggi avverti la loro inconfondibile natura americana, che è quasi un leit motiv, riscontrabile anche in altri autori, una navite, una fanciullezza dello spirito, il loro stupore davanti alla natura e al mondo in genere. Quello che mi preme sottolineare è che in un libro come questo, forse un po’ noioso, dove le vicende sono vissute da perdenti vive quella scrittura che ha reso grande lo scrittore americano. Quanto il mito di H. pesi sui suoi lavori influenzando i lettori è evidente. Lo sai scritto da lui, per cui predisponi la tua attenzione. Tanto basta a seguirlo fino alla fine, che in questo caso non prevede un finale eclatante, né eroico, né tantomerno da vincente.

Hai letto H. e tanto deve bastare. Per dirla come il mito del personaggio sopravanzi o confonda il vero valore della sua opera. Il suo “marchio” comunque lo avverti, fatto di disperazione, depressione, e fallimento esistenziale sottotraccia,. Se malato, come davvero lo è stato, un grandissimo malato, un fragile logorroico, reduce dalla vita come molti dei suoi personaggi, nato con la penna in mano, e morto con la penna in mano. Uno che aveva conosciuto e ammirato non poco Gabriele D’annunzio e i suoi Arditi, per poi rimangiarsi l’ammirazione scrivendo a Chicago nel 1922 a proposito del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” . Effettivamente di noi gli Americani capiscono pochino.

li incontri per strada? eppure non esistono!

Quelli che non esistono sono tanti ma non si sa esattamente quanti. Vivono ai margini, nascosti, coesi, diffidenti e quasi mai si mescolano con noi. A volte danno fastidio e spesso puzzano, per non ricorrere a eufemismi e poi hanno quel modo di vestire che ricorda come andavamo vestiti una volta, vestiti di stracci anche, di solito sono repellenti. Si vede lontano un miglio che son diversi da te e da me. Sono zingari.

Sono stato alla loro festa anni fa, a Saintes Maries de la Mèr in Camargue, una festa che non terminava mai, un tripudio, una baraonda di voci, canti e balli, cavalli e carovane, fisarmoniche e chitarre, niente a che fare con gli zingari che vedi nei nostri campi nomadi, spesso coinvolti o accusati di essere malfattori, sicuramente sempre sospetti di esserlo. Un popolo ladro che non si è mai lasciato corrompere, era il parere di Emir Kusturica, regista jugoslavo che li amava. In Italia sono diffusi i Rom, etnia che usa un linguaggio (non esiste la scrittura) derivato da idiomi dell’India del nord. Vivono una famiglia “estesa” senza riconoscersi in altre istituzioni/organizzazioni, stato compreso. Difficile quindi “imbrigliarli” quando la loro casa e la strada e il loro tetto il cielo.

Ore 15 del pomeriggio, ultima domenica di agosto 2009 La signora ci riceve nel salotto. Un salotto davvero originale visto che non esistono le pareti. Alì e Micael ci corrono incontro. L’altro figlio siede su un pezzo di tavola di masonite, l’ultimo dorme sotto la tenda.  Il marito spunta dietro una parete di cartone. Gli avvolgibili strappati sbattono contro un pezzo di muro. Garze, cerotti, qualche bottiglia di bibita, caramelle e vecchi album di animali, sono i nostri doni. Siamo zingari dice la signora, veniamo dalla Romania e non c’è lavoro. La signora ci dice di sedere, ma noi troviamo solo il tempo di scattare qualche foto e già rientriamo. Mario Ingrosso li ha fotografati. Sulla via del ritorno incontriamo altri rom, scesi da una macchina per far visita a conoscenti del campo abusivo; ci chiedono se lavoriamo per i giornali. Vivono fra le macerie delle nostre città, sotto i ponti delle tangenziali, negli anfratti delle fabbriche abbandonate. Protagonisti d’innumerevoli episodi di cronaca, fatti di sgomberi, allontanamenti, furti e accattonaggio molesto. Sono i paria, così da secoli. Rigettati dalle culture ufficiali dei paesi in cui risiedono. Coloro che non esistono, perché privi di documenti. Mal tollerati, incivili secondo i nostri canoni.
Fra essi anche individui fuorilegge che soggiogano, imponendo la legge del più forte, le famiglie aggregate della loro comunità. I rom rappresentano la spina nel fianco di ogni amministrazione occidentale, sono diversi, non assimilabili. Ingombranti, non inseribili, e non affidabili. Esistono senza esistere. I personaggi che Mario Ingrosso ha fotografato sono i protagonisti di un reportage effettuato nelle aree abbandonate di una città del nord.  Fra muri crepati, tetti sfondati, macerie. Vivono lì, a titolo provvisorio, ben sapendo che potrebbero essere cacciati dall’oggi al domani. Sono rom, musulmani sciti e cristiani; arrivano dalla Romania. Ecco ciò che Mario Ingrosso è riuscito a intendere dal loro approssimativo racconto:

foto di Mario Ingrosso

Le donne rom concepiscono i figli in Italia, dopodiché tornano in Romania per farli nascere. Affermano che, a causa del loro stato di clandestini in Italia, i nascituri non potrebbero avere alcun documento. Quindi dopo il parto tornano in Italia coi piccoli per svezzarli e infine li riportano in Romania presso i parenti per farli crescere. Una delle conseguenze è che da adulti non sapranno riconoscere chi li ha messi al mondo. Tutto questo procede dal loro status di clandestini. Gli attori di questo servizio devono condividere il campo con un gruppo al cui vertice c’è un capo clan non esattamente raccomandabile. Per due volte costui ha inveito contro di noi, intimando di andarcene. Sguardo e invettive non erano tali da rassicurarci. Quello che abbiamo letto nei loro sguardi lo lasciamo alla vostra sensibilità. Il nostro lavoro finisce mostrando immagini eloquenti e volutamente senza commento. Consentitecene uno solo: la bellezza antica e la dolcezza di alcuni volti femminili, quella sì ci ha colpito e per questo vogliamo segnalarla. Anche per questo auspichiamo un atteggiamento che non faccia di ogni erba un fascio e che sappia distinguere fra gli individui di un gruppo anche se non è sempre facile o possibile. La loro cultura è antica, parallela e alternativa alla nostra e arriva dall’India.

foto di Mario Ingrosso

Per il nostro modo di vedere i diversi e i non omologabili molti di loro non esistono. I loro sguardi però raccontano storie che forse non conosciamo affatto e che dovremmo un giorno ascoltare per non renderli estranei e nemici per sempre.

  Scritto da Edoardo Simone Paluan all’età di 14 anni.

c’era il virus?

La copertina di DECAMEROVIRUS

Lei: “Cos’avrebbe di tanto speciale? Sentiamo.”
Lui: “Trame, soggetti, situazioni, tanto per cominciare, alcuni racconti sono da premio letterario. Nel cenacolo degli anti moderni si alternano storytellers sopraffini che conoscono bene suspense, intrigo, colpi di scena, analisi psicologica, delirio e altro.”
Lei: “Ma non sarà un calderone? Con troppa roba dentro?”
Lui: “Il rischio c’era ma le domande dell’anfitrione e le sue esortazioni verso i narranti di turno, inquadrano e definiscono le loro storie facendo emergere opinioni spesso discordanti, e significati, i quali tirano in ballo pure Dio, intelligenze artificiali, e un elegante signore che si chiama dottor Morte e anche universi paralleli.”
Lei: “Per tutti i gusti, insomma.”
Lui: “Sei la solita scettica. Ti dico che subito dopo aver letto circa le sue  trecento pagine che non ti fanno sbadigliare, mi è venuta voglia di ri leggere diverse storie. Alcune aprono spazi alla riflessione, gettano una luce impietosa e lucida sul nostro modo di vivere ed essere.”

Gianfranco De Turris, forse il conte N. del DECAMEROVIRUS

Lei: “Ho capito, ho capito, e come si chiama?”
Lui: Decamerovirus, curato da Gianfranco De Turris che, secondo me, si nasconde dietro la figura del conte N. proprietario del castello e, nell’occasione, ospitale anfitrione. Alcuni racconti potrebbero essere sviluppati fino a farne romanzi o pellicole cinematografiche. E poi c’è Abboccandrino…”.
Lei: “Abbocca che..? e chi sarebbe?”
“Un tonto presuntuoso che si fa menare per il naso dai colleghi. E la banda dei romani furfanti che ricordano i personaggi di Pasolini e Boccaccio ed  Enoch, il cacciatore che fa strage di rabid a più non posso…e anche Alessio Vouttari, Archimandrugo della Chiesa Paupastologica di Occitania che narra la storia di Marco Cocilovo ovvero il porno archeologo…”
Lei: ”Acc! Insomma un buon acquisto.”
Lui: “A proposito, che tu sappia, un virus si può beccare leccando vecchi francobolli della Prima Guerra Mondiale?”
Lei: “Mi informo. Poi ti dico.”
Lui: “E già che ci sei, puoi informarti anche se c’è stato nel 1968 un universo parallelo che ha squassato il mondo? Son cose che stanno dentro le narrazioni degli ospiti.”
Lei: “ E chi è l’editore?”
Lui: “Homo Scrivens di Napoli, con la copertina che è un programma.”

Gli autori: Donato Altomare, Alessandro Bottero, Vitaldo Conte, Luigi De Pascalis, Emanuele Delmiglio, Alessandro Forlani, Claudio Foti, Andrea Gualchierotti, Max Gobbo, Francesco Grasso, Emanuele La Rosa, Matteo Mancini, Luca Ortino, Mario Paluan, Errico Passaro, Massimiliano Prandini, Pierfrancesco Prosperi, Enrico Rulli, Ivo Scanner, Antonio Tentori.

Dalla copertina:
…Può la letteratura sconfiggere il virus? Certamente no, ma esiste modo più sano di affrontare il male che affidarsi alla forza salvifica della narrazione?…

Dalla postfazione del libro:
…I tempi rispetto ai sei secoli che ci dividono da Boccaccio sono molto diversi esteriormente, ma l’essere umano è in fondo sempre lo stesso nonostante la tecnologia: sentimenti base assolutamente simili anche se sono mutati radicalmente gli scenari…
Un’opera anomala, ti dico io che l’ho letto, perché a ogni racconto, più  o meno lungo, cambi canale, ambiente, soggetto, trama, ti sintonizzi col passato e con gli incerti presente-futuro, colmi di incognite e insoddisfacenti. Insolito il libro e la casa editrice, che qualcosa di nuovo e inedito propone nella palude dell’attuale panorama editoriale italiano.

gli editori facevano bene il loro mestiere?

Questo post l’ho già pubblicato il 14 gennaio, ma penso sia il caso di riproportelo, anche perché, se hai la pazienza di arrivare in fondo a leggere, troverai una loro novità.
Prima o poi doveva capitare qualcosa del genere. Qualcosa di davvero importante anche se sottotraccia. Pochi si sono accorti della cosa e della sua rilevanza. Non occorre scomodare Darwin, le mutazioni, la fisica quantistica, o l’inclinazione dell’essere mutante che intende sopravvivere e poi affinarsi. Il terremoto non ha fatto il gran botto, la trasformazione è strisciante; sto parlando della trasformazione di una specie, che, di solito, inizia con eventi minimi per poi definirsi macroscopica. Ovvero il nano metterà in crisi i giganti, ma né uno né gli altri ora ne hanno contezza. E il seme darà i suoi frutti o prima o poi. La mutazione potrà mettere in crisi l’intero sistema, una prassi consolidata e un malcostume in via di peggioramento vertiginoso. Succede a Napoli, patria delle eccelse sculture di Antonio Corradini, custodite nella cappella San Severo. Napoli, scrigno di bellezze segrete, e che nel 700 era una fra le prime città europee in fatto di cultura e innovazione, più grande di Milano, tanto per dirne una. Bando alle ciance e vengo al sodo. Avevo scritto che gli editori (dicesi editore individuo che in virtù del suo fiuto scopre, scommette investe e lancia un autore, convinto del valore del suo lavoro) erano una razza in via di estinzione, salvo alcuni eroici individui che hanno impegnato anche la camicia per tentare di fare cultura.

Un volume di HOMO SCRIVENS

Le case editrici di grido languono incapaci di svolgere il vero ruolo che è quello di promuovere cultura e civiltà o anche solo dibattito e ricerca: languono in un pantano fatto di pubblicazioni apocrife, di volumi a pagamento (succede anche nelle grandi case editrici, e io ne so qualcosa visto che ho le mani in pasta anche nell’attività di ghost writer.) Dicevo?! Ah! sì. Della scomparsa della razza degli editori, sostituiti da tipografie paludate, da stampatori blasonati e intrallazzati, che fanno di tutto all’infuori di stimolare idee e ricerca. Gli editori di oggi non sanno più scoprire Jack London, Italo Svevo o Stephen Crane, ammesso che autori di quel calibro siano oggi in circolazione. Sono lontani i tempi in cui Gabriele D’Annunzio citava il suo editore chiamandolo Monte d’oro di stirpe Aldina (era Mondadori). Monopolizzando lo spazio in libreria gli editori moderni devono piazzare il loro prodotto, come fosse shampoo o tonno in scatola, non esiste differenza. Tu dirai che è aria fritta, che non dico nulla di nuovo e hai ragione. Ma per confortarti ti dirò due parole su quanto è successo a Napoli e che merita attenzione. L’autore ha preso il posto dell’editore, ovvero alcuni scrittori si son detti basta! e, senza troppo clamore, son diventati editori, protagonisti della loro scelta e lettori, in un colpo solo, lo riporta il quotidiano IL MATTINO di Napoli. E tu non chiami questa rivoluzione? Succede a Napoli, città verace e con ogni evidenza alternativa e creativa. Così è accaduto che gli editori autori si sono dati un nome chiamando la nuova creatura HOMO SCRIVENS, descritta in modo limpido e onesto da Aldo Putignano.

Nella presentazione gli autori-editori-lettori precisano che non intendono annegare nel fango dell’editoria a pagamento ne’ che sono la casa editrice più importante dell’universo ma: “siamo brava gente”. Affermazioni che la dicono lunga sull’attuale situazione editoriale italiana e, forse, mondiale. A HOMO SCRIVENS gli autori editori hanno preso il timone in mano, collaborano con istituzioni e editori amici e si danno un sacco da fare tentando altre strade, seguendo la loro creatività tutta partenopea. Non è fumosa o velleitaria la loro intenzione, basata sulla precisa decisione di eludere logiche di mercato grottesche e stantie. Basta ascoltare il breve video di presentazione. Voglio fare un augurio a questi prodi: che la loro iniziativa prenda piede, che porti a qualcosa di nuovo, capace di smuovere le mefitiche acque di una palude che conduce alla morte della lettura e quindi della conoscenza, che insegni qualcosa di sano e originale ai grandi nomi promotori della ex cultura italiana, fagocitati nel loro recente passato da inclinazioni politiche e ora sorrette dal nulla e da sclerotiche logiche di mercato.

Collaboratori di HOMO SCRIVENS

Quelli di HOMO SCRIVENS meritano attenzione e successo, chissa dove approderanno?!
Scrive MACROLIBRARSI: Homo Scrivens è una casa editrice anomala: nata da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli, è formata da scrittori che hanno deciso di aiutare altri colleghi a far conoscere le proprie opere al pubblico, anche quelle che case editrici a pagamento decidono di rifiutare. I titoli trattati riguardano soprattutto la narrativa: racconti, romanzi, testi italiani, scrittura collettiva e saggi sulla scrittura. Un gruppo di editori che ha come obiettivo quello di fare da ponte diretto di collegamento tra i lettori e gli autori.

Ti segnalo, pubblicato da Homo Scrivens, DECAMEROVIRUS, curato da Gianfranco De Turris, si tratta della loro ultima fatica. Il virus risulta un pretesto, ma non voglio toglierti nessuna sorpresa. Nel prossimo post ti anticipo di che cosa si tratta, senza dirti troppo, si intende

scrivevi a macchina?

Ticchetetac, faceva e poi dopo decenni di servizio il ticchettio si ridusse a poco più di un mormorio elettromeccanico contenuto e rassicurante: non faceva più Ticchetetac ma: sssrrrbim! la macchina elettrica ora va a capo da sola e corregge. Un po’ come dire: dalla legna da ardere al metano. Non comandi più un astina con un carattere scolpito in cima ma una sferetta metallica, una vibrante pallina tecnologica in grado di cambiare stile del carattere! Uno schianto di macchina, dalla imperscrutabile tecnologia, visto che le lettere, tutte le lettere dell’alfabeto sono scolpite in altorilievo su quella sferetta nervosa che preme sulla carta lettere e numeri. Ti ricordi quando hai scritto prima su una, poi sull’altra? Strumento indispensabile per ogni super segretaria di direzione e non. Ecco come ti condisco una delle invenzioni più straordinarie che il mondo abbia conosciuto.

Sei andato avanti per anni, e ti pareva che fosse il massimo della tecnologia per la scrittura. Senza neppur saper immaginare che genere di rivoluzione ti attendeva dietro l’angolo. Lettere e numeri di metallo che imprimevano sulla carta il loro significato, crampi alla mano addio! Un progresso reputato inarrestabile, del rivoluzionario avvento del computer nemmeno l’ombra. Manuale, meccanica, elettrica ed elettronica. Così ti ho descritto l’evoluzione del modus scrivendi. Ci pensava lei! La macchina da scrivere ticchetetac. Leggera portatile o mastodontica e inamovibile come un ammasso di pesante ferraglia. L’ultimo ritrovato, portatile e non, prodotto della tecnologia più moderna. Il mondo scriveva a macchina, proclami, editti, lettere di licenziamento e assunzione, romanzi, racconti brevi e necrologi, tesi di laurea e cronache “a caldo” di giornalisti, che sulle loro portatili redigevano cronache e reportage, magari appoggiando la prediletta Olivetti Lettera 22 sulle ginocchia come faceva Indro Montanelli.

Il succedaneo di carta e penna, anzi qualcosa che surclassava definitivamente l’antico modo di comunicare, durato migliaia di anni. Ti ricordi il giorno del tuo compleanno quando mamma e papà te l’hanno regalata? Ce l’aveva la vicina di casa, una siculo tunisina di belle maniere, appena approdata dal nord Africa che ti aveva detto infila il foglio se vuoi, ma il numero 9 non lo batte, è scassato il tasto. Grave mancanza della formidabile macchinetta sciorina lettere. Ti sei messo a tavolino e da allora devi ancora smettere di battere sui suoi tasti neri cerchiati di ferro. Così avresti desiderato, ma le cose non sono andate a quel modo, perché i tempi hanno imposto altre diavolerie. Io, che sono legato alla tradizione e a tutte le cose che ammuffiscono in soffitta, e che parlano a oltranza la lingua delle cose obsolete, scomode, trapassate e fuori del tempo, la ricordo con rimpianto, così personalizzata, e imperfetta, e ho fatto fatica ad adeguarmi, a parte i costi nel comprare nuovi aggeggi per la comunicazione. Carta e penna vi saluto! …e io pago.. Dicono che sei antiquato ma al computer non hai voluto piegarti per anni! Solo quando ti hanno obbligato hai ceduto. Il problema è che facevi difficoltà a trovare i nastri inchiostrati per scrivere e che la gente cominiava ad additarti per strada dicendo: Quello lì e un troglodita! Vuole continuare a lavorare con la macchina da scrivere! Onta e disonore, quasi mi cacciavano dalla redazione di un periodico di informazione tecnico industriale!

La macchina da scrivere, non pus ultra della tecnologia, ovvero il prolungamento del pensiero cullato dal famigliare, amichevole, rassicurante ticchettetac. Io ne ho avute cinque, di tutte le marche. Corona, Triumph, Olivetti, portatili e non, di metallo non scalfibile o dalla carenatura di plastica, mastodontiche creature inamovibili, così imponenti e impossibili da ignorare, macchine da scrivere da tavolo anche per comporre racconti e romanzi, e superpiatte “gazzelle” con cui stendere cronache marziane e lettere di dimissione. Poi ho dovuto cedere anch’io, nessuno accettava manoscritti e inediti redatti con la macchina da scrivere. Ti avrebbero guardato con orrore e derisione descrivendoti come marziano. Ti saresti tagliato fuori da solo facendoti bollare per antiquato, non mi viene un altro termine decisamente meno diplomatico. Ma questo da dove viene? Dal Carbonifero? Dalle caverne? Dal cembalo scrivano di Giuseppe Ravizza, che permetteva ai ciechi di scrivere, alle Remington e Olivetti,

conosciute e premiate per la loro affidabilità. Macchine iper robuste, affidabili e moderne per quei tempi di tumultuosa effervescenza creativa. Sempre più perfezionate e silenziose per redigere documenti velocemente e in modo standard. La fine di inchiostro e pennino coincide con l’invenzione nel 1802 di Agostino Fantoni. La macchina da scrivere conta comunque circa 52 padri inventori, un record che ci dice quale fosse il desiderio e la volontà di produrre velocemente documenti “perfetti”, immediatamente comprensibili da tutti e standard, lontani anni luce dai parti faticosi e laboriosi dello scrivere a mano. Mi viene quasi da sorridere se penso al giorno in cui qualche nuovo aggeggio potrà sostituire il nostro amato odiato computer, o forse non ce ne sarà più bisogno perché avremo perso ogni capacità, necessità e desiderio di esprimerci?! E basterà fissare un foglio di carta per vederlo riempirsi di caratteri e cifre. Trasmissione del pensiero? Solo bizzarre fantasie?! Ma se non ci saranno più pennini, carta, inchiostri, computer e obsolete tastiere, non ci sarà più niente di quel genere me lo dici con cosa e su cosa scriveranno i futuri Omero e gli Aleksei Nikolaevich Tolstoi di turno?

sei stato a Kabul?

il classico furgone Wolkswagen che si incontrava su hippie trail

Se non proprio un fiume in piena certo andavano a ingrossare mille copiosi torrenti; qualcosa durato anni, proveniente da ogni parte d’Europa e dagli Stati Uniti. Partivano per raggiungere l’altrove. Una carovana variopinta di giovani e meno giovani, alla spicciolata o in gruppo. Un “carnevale” on the road alla cui radice c’erano insofferenza alle regole, protesta, desiderio di cultura (?) alternativa, semplice curiosità. Il fenomeno lo descrive bene HIPPIE TRAIL un blog esaustivo con dati alla mano, dal sapore vagamente nostalgico condotto da Luca Santinon. Quel poco che rimane di quella festosa (ma non sempre e non per tutti) kermesse è proprio solo un po’ di nostalgia e le macerie dell’utopia irrealizzata.

sulla via dell’Oriente…in comitiva

Quella migrazione conduceva verso luoghi mitici (o mitizzati?) verso il fascinoso Oriente che continua e continuerà a rimanere per la mente occidentale insondabile. Il blog Hippie trail cita Baudelaire, Hesse, Kerouac, Maugham e alcune delle loro opere pertinenti al viaggio, con quel magico procedere a braccio sulla strada nel cuore dell’avventura, nel grembo dell’Oriente, perseguendo il diverso dal consueto. Io citerei allargando la rosa dei padri “spirituali” illustri e inconsapevoli anche Goethe, Stendhal, Gozzano col suo magnetico Verso la cuna del mondo, e da ultimo l’esploratore Paolo Novaresio, tutti innamorati di quell’andare a zonzo non esclusivamente diretto verso Oriente. Pagode, moschee, caravanserraglio, brochette, yogurt di capra duri come il muro, infradito e poi barbe e capelli incolti oltre a poderose fumate di hashish e di altri cibi psichedelici. C’entravano Timothy Leary, i contestatori del sistema, gli antagonisti della guerra in Vietnam, gli insofferenti verso modi di vita codificati e frustranti. L’intero Occidente dei giovani di allora aspirava alla pace universale, a genuine quanto fallaci utopie, volenterosi nel dire NO  a ogni guerra e sopruso. Mettete dei fiori nei vostri cannoni, ricordate la canzonetta? Era quasi doveroso ribellarsi, battendo le strade che portavano a Istanbul, Kabul, Goa, Kathmandu. Genuino direi quel desiderio di altrove, tuttavia fallimentare, soprattutto se visto col senno di poi.  Lo smarrito viaggiatore raggiungeva anche Varanasi, alzi la mano chi c’è stato. …pochini a quanto pare. Il Manikarnika Ghat offre una visione per menti e stomaci forti.

sulla strada per Kabul con la Citroën verde acqua

Oppure i recessi di Kathmandu dove l’eco degli hippies che l’affollavano aleggiava ancora quando l’ho visitata, prima del rovinoso terremoto. A Kathmandu ho incontrato un superstite, uno degli ultimi hippies che vagava ancora col suo gilet variopinto e i pantaloni a sbuffo, un po’ spaesato e anche patetico perché i suoi simili avevano dato forfait da un pezzo. Nella locanda  di legno che li aveva ospitati aleggiava ancora l’acre odore stantio delle loro fumate e il menù, comprendente torte ai funghetti, ovviamente allucinogeni, era unto e bisunto. Ho dovuto spiegare a lungo al taverniere che non ero un hippie ritardatario. Cos’è rimasto del lungo periodo che rimava con utopia, giovinezza, contestazione globale e rifiuto del sistema di vivere tradizionale? Nulla, vi ripeto o se dispiace troppo la negazione, la nostalgia verso un’epoca irripetibile e ingenua. The way we were di un’intera generazione. La quale ha preferito cullarsi con quei trastulli on the road che battere altre strade meno eclatanti ma certo più impegnative e illuminanti. Dice bene il blog Hippie trail: quel sogno a occhi aperti e a gambe levate è finito bruscamente con la rivoluzione khomeinista e delittuosamente con l’abbattimento del gigantesco Buddha in pietra in Afghanistan. Perdita gravissima per tutte le culture e fedi.

la foto d’obbligo per non dimenticare

Se di rivoluzione ancora vogliamo parlare oggi occorre battere altre strade, indagare altri orizzonti, assai  meno rutilanti ma ugualmente affascinanti. Leggere, approfondire, confrontare e, solo eventualmente, infine scegliere. Di cosa parlo? Di pagine illuminanti e suggestive. Ci sono testi “proibiti” ancora oggi dalla presunta intellighenzia nostrana, testi autenticamente rivoluzionari che parlano di ultramondo, di forze nude, di sedi olimpiche, di uomini illuminati, e Tradizione (non quelle casalinga della nonna), di analisi e critiche all’attuale sistema occidentale capitalista e a quello comunista, opere che frugano nelle origini dell’Occidente e dell’Oriente mettendoli a confronto, individuando radici sorprendentemente comuni. Testi che parlano anche dei motivi del disagio e rifiuto giovanile di allora e della mancanza di valori di riferimento di quegli anni e di oggi. Li ha scritti il filosofo Julius Evola, un autore per certi versi profeta dell’oggi, ancora relegato ai margini del nostro sapere, perché ritenuto assai scomodo e censurabile per il suo passato. 
A proposito: ho parlato di hippie trail con cognizione di causa. “Scusi, lei dove va?” mi ha chiesto la portinaia di casa al mio arrivo quarantasei anni fa. Non mi aveva riconosciuto, avendo io perso sette chili in ventotto giorni. Ero appena rientrato da Kabul con Jimmy il malese sulla sua Citroen verde acqua e facevo fatica a reggermi in piedi.

c’era la carta carbone?

Scrive l’enciclopedia del sapere libero e universale, alias Wikipedia: Dicesi carta carbone una carta rivestita su un lato da uno strato di inchiostro asciutto, di solito unito a della cera, che era utilizzata per creare una o più copie di un documento durante la scrittura dello stesso. Viene chiamata più propriamente carta copiativa, in quanto se ne distinguono vari tipi e non tutti creano copie del colore nero tipico del carbone. Ti ricordi quanta ne usavamo? A scuola no perché la penna biro non era stata ancora inventata. In ufficio, anni dopo, con le macchine da scrivere manuali e poi elettriche, non c’era ufficio che non ne fosse provvisto. E anche a casa, perche dovevi assolutamente avere tre copie di un documento o di una lettera originale che con l’andare del tempo via via impallidiva, parlo dell’ultimo foglio quasi illeggibile, non potevi certo premere troppo rischiando di lacerare la carta per avere nitido anche l’ultimo foglio, che così sembrava scritto con la matita.

Che fine ha fatto la carta carbone? Triste fine visto che nostra sorella Wikipedia conclude con: Oggi, la carta carbone è caduta quasi in totale disuso. È stata largamente soppiantata da dispositivi elettronici come le fotocopiatrici, che permettono la copia di documenti in maniera più veloce e agevole. Inoltre, ha anche contribuito alla diffusione dei personal computer e delle stampanti negli uffici. Le moderne tecnologie hanno eliminato anche l’impiego di carta carbone manuale da tutti gli studi professionali. La utilizzano ancora taluni artigiani e chi si diletta con il bricolage. Non è che la carta carbone sia importante come cosa in sé, ti sporcavi anche le mani se premevi troppo i polpastrelli su quella serica funebre superficie che via via si consumava, se vogliamo dire, la carta carbone, come altri oggetti di consumo e strumenti di uso comune sono stati assorbiti dalla macchina che fa le cose meglio, che è assai più veloce, che crea copie perfette “inossidabili” per così dire, e che non sbiadiscono nel tempo. La carta carbone, come la penna, il pennino, l’inchiostro, la cornetta del telefono, la carta da scrivere e perché no? busta e francobollo servivano una utenza che, per comunicare verbalmente e oralmente, si affidava alla manualità, al gesto, all’oggetto, alla sua fisicità; ti ricorderai senz’altro della sferragliante rumoreggiante telescrivente, un’altro dinosauro sulla strada dell’affinamento per poi essere soppiantata dall’attestarsi delle nuove tecnologie, e come dimenticare il telefax: mandami un fax, dammi conferma via fax, senza fax l’ordine non passa, tutto via fax per mostrare evidenze (spesso contraffatte). Cosa? Cosa sono? Chi le conosce ormai quelle vecchie cose? Ottuse e assorbite nel grande imbuto della rete e delle rampanti nuove tecnologie, nonché dalla fuorviante frenetica sbornia dei social, dall’inconsistenza e dalla superficialità della comunicazione odierna, me la passi l’espressione? Non arrabbiarti, anche tu, come me, sei coinvolto in questo modo di comunicare. La carta carbone rientrava nel grande bacino dell’artigianalità, della manualità, degli oggetti fisici che si consumavano via via con l’uso, la mail che già è una roba antica oggi, rappresentava il futuro remoto per quei tempi. Tornando alla carta carbone, se non mettevi per bene e ben disteso il foglio veniva fuori un pasticcio illeggibile. E se il foglio era stato usato troppe volte: idem. La macchina ci sostituisce o meglio ci ha sostituito fino a ieri, e adesso? Adesso basta un click, un pulsante, un iPhone, una presa di corrente…appunto e se non ce l’hai la corrente? Hai la batteria. E se non funziona la batteria per i fatti suoi? Sei alle prese con una tecnologia che ti esclude perché incomprensibile, lo sai te come funziona un cellulare e lo sapresti riparare? Qualcosa a cui sei estraneo a meno che tu non sia un tecnico specializzato. il gioco è fatto. Ti han tagliato fuori. Ci hanno tagliato fuori. Lo scriba comunicava sempre e comunque, il monaco che copiava antichi testi anche, e così lo scrittore, lo storico, il poeta, lo scolaro prima dell’avvento della tecnologia che tutto fagocita e trattiene in sé, loro comunicavano e duplicavano i loro scritti. Senza problemi. Ti faccio un esempio: Se sei in mezzo al deserto o nella jungla e ti viene voglia di comunicare cosa fai? Col cellulare, l’iPhone, ma se l’hai appena scaricato e la jeep risulta sprovvista di presa che fai? Ma perchè devo andare nel deserto? dirai. Giusto, non fa una grinza. È solo per dirti che le nuove tecnologie pensano solo a sé stesse, sono egoiste, non pensano a te e alle condizioni in cui ti trovi, e se non c’è corrente elettrica apriti cielo. Ma non divaghiamo. Per quelli che, come me, hanno usato la carta carbone per anni di seguito non è una grossa perdita, non c’è nostalgia, intendo, è una cosa che non c’è più e basta, ma una sottile vena di inquietudine ce l’ho. Se penso che le tue mani, la capacità di arrangiarti comunque con mezzi semplici e alla portata di tutti è sparita perché inutile e antidiluviana, devi adattarti, si fa più in fretta; meglio se ti affidi al sistema. E invece no. Sarà l’oggetto che salverà il mondo, le tue mani, la tua fantasia, il modo che hai di sbrigartela comunque e cavartela perché aguzzi l’ingegno, con o senza tecnologia. Non la macchina o il virtual, e nemmeno il social, (non voglio fare l’apocalittico o il troglodita ma ho più fiducia nella mazza, nella scure, nella zappa, ecc.) La carta carbone non è del tutto sparita, essa resiste ancora in qualche bollettario di consegna e invio merce e nel blocchetto di ricevute di qualche drogheria di alta montagna. Faccio per dire. Pelikan, che la sa lunga su prodotti di consumo e utensili di scrittura, su: Chimica on line la pubblicizza ancora. Non ne sono sicuro ma dietro qualche bacheca di museo devono avercela collocata la carta carbone. Vado a controllare e poi ti dico.

credevi fosse sparito il Medioevo?

Donne in amore, i trovatori

L’arazzo.  Un’occasione per riflettere sul presente. Un esempio nella vita, un punto di riferimento nelle opere. Johan Huizinga, olandese, imprigionato due anni dai nazisti per lo spirito di indipendenza che animava il suo pensiero. Un grande storiografo che frugava nell’archivio della storia di Francia e d’Europa e che ha scritto numerose opere fra cui L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, il suo capolavoro per ricchezza di indagine abbondanza delle fonti, e interpretazione, divenuto ormai un classico. Abbiamo scelto di segnalare l’edizione introdotta da Ludovico Gatto dei grandi tascabili economici NEWTON in cui fra l’altro si legge un commento di Raffaello Morghen:…civiltà è per Huizinga, tradizione di esperienze di vita, di ideali civili e religiosi, di forme dell’espressione estetica, che si tramanda attraverso le varie culture, da generazione a generazione, onde l’umano si arricchisce e si espande. Ma il senso della storia, continua l’introduzione, per Huizinga è nel rapporto che riusciamo a stabilire e in cui riusciamo a porci con i tempi andati. Che resta stabilmente di valido aiuto non diciamo per superare la crisi della nostra civiltà, che è anche, come il nostro studioso indicò crisi della storia e viceversa, ma per precisarla meglio, conoscerla a fondo, anche se ciò non voglia dire dominarla.  Fermiamoci qui, perché è da qui che vorremmo partire, per considerare il nostro presente.

Doveva essere crisi di civiltà durante e subito dopo la caduta dell’impero romano in gran parte delle contrade d’Europa, doveva essere crisi di civiltà nei secoli bui del nostro Monferrato, durante le scorrerie dei Saraceni che dal decimo secolo da Saint Tropez dilagarono in mezza Europa, e ancora crisi, almeno per quanto riguarda l’Italia quando, per secoli, potenze limitrofe venivano a stracciarsi le vesti e a fare casino nella nostra penisola, usandola come terreno di scontro. E ancora crisi di civiltà è stato l’orrore perpetrato nelle due recenti guerre mondiali che hanno visto la caduta di opposte sanguinose utopie, e per il riassetto politico dell’Europa e i genocidi perpetrati in nome di… o nel segno di… e le nuove barbarie che sono del resto una costante storica, con armi poi messe al bando ma sempre pronte a far capolino, più micidiali che mai. A quale crisi se non questa attuale, sfuggente nella sua attualità e pure concreta e misurabile; la più radicale e prolungata, la più subdola e invasiva, così evidente da riguardare ogni aspetto della quotidianità, dai costumi al vivere nella comunità. Quale crisi più grande di questa che vieta di riconoscere noi stessi, la propria bellezza e grandezza (trascorse) la propria unicità di stirpe e di cultura; il patrimonio fattoci pervenire dalle precedenti generazioni è misconosciuto o trascurato. Unici al mondo senza tema di smentite per abbondanza e rilevanza di bene tramandati e oggi trascurati.

Arcieri e balestrieri

A cominciare dai paesaggi deturpati, non c’è regione italiana che non annoveri obbrobri edilizi anche recentissimi, la devastazione del nostro passato equivale all’ignoranza delle nostre origini. Con l’avallo di tutti i governi del dopo guerra. Nel nome dello sviluppo industriale e del progresso, è solo un esempio fra i tanti, è stata uccisa o umiliata qualsiasi eredità della Tradizione. Ci viene quasi il dubbio che alle nobili popolazioni italiche venga deliberatamente somministrata una sorta di narcotico, per piombarle in un vuoto della coscienza, o in stato di incoscienza, per meglio governarle, per mantenerle in una specie di ignoranza corrosiva e deleteria. Siamo Italiani dopo tutto. Dopo Pasolini il nulla, è il caso di dirlo. Quale intelletuale, perdonami il termine che oggi fa un po’ ridere, si impegna come faceva lui, sulla sua persona si possono avere tutte le riserve, pagando di tasca sua dileggio e critiche. Tornando al grande Johan Huizinga non osiamo neppure affacciarci sullo sbalorditivo arazzo che egli tesse, scandagliando vizi e virtù di Borgognoni, Fiamminghi, di principi, villani, madamigelle e cavalieri erranti sulla via del tramonto, attraverso storie di duelli, scontri, matrimoni ed esecuzioni capitali, avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cui ti rimando direttamente alla lettura di questo fantastico breviario di avvenimenti ambientato quando la Rinascenza europea già bussava forte alle porte della Storia. L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, come disse Carlo Antoni intende comporre una vitraille istoriata, come quella delle cattedrali francesi e della Fiandra o dei Paesi Bassi, in cui i riflessi luminosi, i giochi di luce, affascinanti iridescenze, quasi magicamente si moltiplicano e si inseguono…

sbuffavi a leggerlo?

Prova a pensarci, anche te ne hai, magari li conservi ancora, polverosi, sbrindellati, ingialliti, in qualche ammuffita valigia, in soffitta o in cantina. Quanto hai penato su quella pagine! Ti ricordi? Ti hanno accompagnato per anni, magari tediandoti a scuola e nei compiti di casa e adesso alcuni te li ricordi ancora. Pochi, davvero pochissimi, quelli che erano speciali, appasionanti, se considerati con gli occhi di oggi e con la vita che hai vissuto. Libri scritti col cuore e con l’intelligenza. Libri che, anche dopo decenni, sanno emanare forza e suggestione perché intendevano farti amare mondi trascorsi, passioni di uomini e il loro mondo scomparso. Libri eroici, dico io, se son riusciti a resistere nella tua memoria e agli insulti del tempo. Ci sará pure un motivo. Qui sto scrivendo di un normalissimo testo da cui abbiamo appreso di mitiche gesta di eroi. Studenti sedicenni eravamo, distratti da cento cose, allora, ma affascinati da quello che migliaia di anni prima stava accadendo alle soglie della storia e della leggenda.

mondo antico

Stanno ancora agitando spada e lancia cercando di darsi la morte.  C’è un’ombra che si allunga e che trapassa i secoli, l’ombra del legno di orniello su cui s’innesta la lancia di ferro, che trafigge il tempo. Ancora si danno battaglia, nutriti di odio assetati di vendetta. Attori di una contesa che sembra non finire mai. Mitici. Quell’ombra lunghissima, che si proietta a terra, giunge sino a noi, dopo millenni. Seguendola a ritroso scopriamo che è l’ombra fatta dal giavellotto di Achille, scagliato inutilmente contro Ettore e raccolto dalla rapida mano di Athena, alleata dell’eroe troiano. Achille e Ettore, titani piegati al volere degli dei.

Il duello

Davanti a quel duello il cuore si stringe, il respiro rallenta. Quante fantasie! Te dirai, eppure i due combattenti sono i simboli di un odio assoluto, di umana richiesta di clemenza, subito respinta da Achille. Ma non ripeto quello che altri hanno già detto assai meglio di me.
Quello che mi preme è parlare del libro, non dei miti che racchiude. Cos’ha di speciale? Tutto. A quarant’anni di distanza ricordo ancora le traduzioni di Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo, gli appassionanti scritti di Manara Valgimigli e di Fustel De Coulanges, di Jacob Burckardt e di Will Durant. Un libro speciale per gli istituti tecnici di allora. Aveva delle intenzioni quel vecchio testo scolastico: mettercela tutta per farci amare quella metà di mondo sviluppatosi 24 secoli fa fra l’Egeo e il Mediterraneo.
I miti, le gesta, gli eroi sono gli archetipi ancora vivi, seppur sepolti nell’ignavia dei moderni. Gran libro se ancora oggi lo ricordo dopo decenni trascorsi. 

Ulisse e Nausicaa con le ancelle

Chi può dimenticare la scena in cui Ulisse scruta, non visto, gioendo commosso, alla vista delle candide braccia di Nausicaa. E poi in quella in cui lui appare, vergognoso e seminudo alle fanciulle. La figlia di Alcinoo, re dei Feaci che giocava sulla spiaggia, bella fra le belle, più di duemila quattrocento anni fa non ne ha timore…una scena che ti sembra di vedere ancora recitata magistralmente da Barbara Bach e Bekim Fehmiu,…e sembra ieri. L’ho messo sull’ultimo scaffale, il libro, fra i volumi importanti. L’eredità del mondo antico – pubblicato da Zanichelli, Bologna