leggevi il Libretto della vita perfetta?

Ma l’hai visto quanto costava? Ne valeva la pena! L’uomo di Dio non ha bisogno di altra legge se non quella del suo Signore. L’uomo divinizzato risulta estraneo alla legge che informa la vita esteriore degli uomini, egli è escatologicamente diverso dall’uomo non divinizzato col suo corredo di credo laico. E così che la frase: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio incespica e alla fine mostra tutta la sua inconsistenza. L’uomo che ha conosciuto Dio è una creatura che ha abbandonato il suo ego per raggiungere la perfezione della creatura in seno al creatore. Lui è in Dio, Dio è in lui, amato e voluto a seguito di quel processo di svuotamento necessario dell’essere che ha come fine ospitare l’armonia e la luce assoluta divina. Chi conosce la perfezione abbandona il frammentario, il parziale, l’io, lo dicono i santi, lo dice il libretto in questione rimandando a Eckhart. Chi fa questo va però contro la legge degli uomini. E non può pertanto dare nulla a Cesare, perché ha già dato tutto sé stesso al suo Dio. Che è divinità totalizzante, che richiede l’annullamento di qualsiasi soggettività, volontà compresa. Occorre infatti abbandonare ogni contingenza terrena, legge degli uomini inclusa. Riportiamo dal Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese un brano di pagina 53: Le parole di San Paolo: Quelli che sono guidati, spinti e condotti dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio e non stanno sotto la Legge Rm 8,14. …Non c’è neppure bisogno di comandare loro o di prescrivere di fare il bene e non fare il male, ecc. Perché quello stesso che insegna loro ciò che è bene e ciò che è male, cosa è il meglio e cosa no, esso stesso anche ordina loro e prescrive di stare al meglio e trascurare il resto, e ad esso ubbidiscono. Guarda, in questo senso non hanno bisogno di cercare alcuna legge, né per insegnamento né per comandamento. e riflessioni su queste parole ci portano lontano nello spazio e nel tempo. E, rileggendole osserviamo che, se prese alla lettera, le parole di San Paolo recano in sé potenzialità destabilizzanti fatte di eversione politica, sociale e umana. Il cristiano ortodosso non può dare a Cesare perché ha già dato tutto (compreso sé stesso) a Dio. Egli non sta sotto alcuna legge. Perché la legge di Dio è l’unica che riconosce.

Non può pertanto concepire una legge umana sovrastante a quella divina, o concorrenziale o paritaria. Pensiamo quindi all’impero di Roma, che si accontentava di imporre ai cristiani il rispetto della legge in cambio della tolleranza verso il nuovo rito. Ma i cristiani mal celavano le loro autentiche aspirazioni. Professare quella religione significava contrastare Cesare e la legge degli uomini. Al Dio dello spirito corrispondeva il Dio della Legge, dell’unica legge a cui il vero cristiano può obbedire: quella divina. E pensiamo anche al confronto sotterraneo, mai sopito, emergente in tutta la sua drammaticità, fra papato e impero. Un conflitto insanabile, motore di tutta la politica del medioevo europeo. Pensiamo alla mai sopita lotta fra potere papale e imperiale. Fra Papa Innocenzo III,

Gregorio IX, Urbano IV e Federico II di Svevia e ancora fra suo figlio Manfredi contro Carlo d’Angiò, la canaglia incoronata, secondo alcuni storici tedeschi, chiamato a contenere il progetto di un grande stato di concezione laica in Europa. Chi aveva perso e che cosa con la morte di Manfredi a Benevento? Un principio politico, religioso, una supremazia di un’entità sull’altra, la concezione del sacro e la sua influenza (intromissione) nella legge degli uomini che tentava, senza successo, di affrancarsi. Leggiamo ancora a pagina 53 cosa scrive l’Anonimo francofortese … Anche in un altro senso non hanno bisogno di alcuna legge: in quanto non devono tramite essa ottenere o guadagnare niente per sé, e neppure essa può esser loro utile in qualche modo. Vedi, in questo senso è vero che si può giungere al di sopra di tutte le leggi e virtù, e perfino al di sopra dell’opera, del sapere e del potere di ogni creatura. Adamo che mangia la mela contravviene a Dio e contravvenendo a Dio automaticamente afferma se stesso come volontà di indagare e di conoscere il mistero che dietro il mangiare della mela si cela. Il divieto divino infranto, ovvero la scaturigine della conoscenza esclusivamente terrena, il tentativo di sottrarsi a quel richiamo totalizzante che, se seguito, rende l’uomo illuminato, divinizzato, ma privato delle sue peculiarità ontologiche. Per l’eterna felicità occorre abbandonare ogni pretesa dell’io. Il dettato è inequivocabile e non ammette deroga alcuna. Pensiamo quindi ai re che incoronavano se vocando la protezione divina, e, in diretto collegamento con essa, godendo di un rapporto diretto, senza intermediari, volutamente privi dell’apporto ecclesiale. Pensiamo poi ai re che ancora si facevano incoronare dai ministri di Dio, suoi rappresentanti in terra. Emissari di un potere parallelo in perenne contrasto con quello del re, dell’imperatore. Sulla base di questo conflitto verranno dettate le nuove regole del potere in Europa. Enrico VIII riuscirà a svincolarsi da queste logiche. Napoleone Bonaparte, Garibaldi e Vittorio Emanuele II fecero di più, ma questa è un’altra storia. Oltre a questo tipo di lettura ce ne sono altre, assai più profonde. Il Libretto ce lo portiamo ogni giorno in metrò perché scrive cose di assoluta attualità, facendoci penetrare in quella necessità del volere Dio, come unico atto utile alla realizzazione dell’uomo illuminato, affrancato finalmente dalla contingenza terrena e dall’insopportabile disservizio della rete metropolitana milanese. 100 pagine per mezzo euro!! Dio non ti lascia troppe alternative Il Dio dei Cristiani non lascia alternative. O con lui, con la ricompensa del Paradiso e della vita eterna, o senza di lui, scaraventati nel buio dell’inferno. Detto così sembra un ricatto, ma ricatto non è; le cose infatti sono molto più semplici e nel contempo assai complesso. GOT LEIDEN: patire Dio, come spesso si legge nel Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese è la chiave per tentare di comprendere. Ma cosa occorre comprendere? Il Libretto ripete col Vangelo una cosa sola, scolpita nelle pagine di pietra della Fede: rinuncia a te stesso, perdi l’anima tua, è così che troverai te stesso, facendo posto a Dio, il quale dilagherà nella tua anima, come bene perfetto, assoluto, totalizzante, e tu così salverai la tua anima. Ma salvarla da cosa? Da te stesso, dalla finitezza dell’essere, da ogni volontà invidiale, da ogni presunzione di potenza, salvarla dalla tentazione dell’anima nel volersi ritenere autosufficiente. Rinuncia e distacco da sé stessi riempiono di desiderio e amore supremo e di nobiltà che rifiuta ogni finitezza per raccogliere l’Uno, il Dio che ama, in cui le creature illuminate esistono. Patire Dio non avrà il significato di sofferenza ma di accoglienza di Dio in tutte le cose, poiché Dio è in tutte le cose. A pagina 10 nella cospicua prefazione di Marco Vannini leggo: C’è qualcosa di fondamentale da comprendere, ed è la radicale malvagità del nostro essere, proprio in quanto volontà determinata. Una malizia che non si esprime necessariamente in atti cattivi…ma che consiste nell’affermatività del soggetto, nella sua volontà di appropriazione, di essere, di avere, di sapere. (Chi è che lo dice a Friedrich Wilhelm Nietzsche?) In essa tutte le cose vengono distorte, sottomesse a un perché, utilizzate, distinte in buone o cattive a seconda della rispondenza o no al nostro fine, che è necessariamente determinato. Il male è innanzitutto nel fatto stesso che la volontà non trova mai pace, ma solo inquietudine e dolore-…è la coscienza religiosa a scoprire la pochezza, la finitezza, la determinatezza e con ciò la meschinità, l’utilitarismo, la radicale negatività della volontà propria, in rapporto all’Assoluto, che, come il sole, su tutto risplende. A pagina 29 si legge: Finché l’anima ha di mira il corpo e le cose che gli appartengono, il tempo e le creature, viene così sfigurata e resa molteplice, ed allora ciò non è possibile. Infatti, se l’anima vuole giungere a quel punto (dare uno sguardo all’eternità e pregustare la vita eterna) deve essere pura e vuota di tutte le immagini, distaccata da tutte le creature, e soprattutto da sé stessa. E questo si pensa non sia mai avvenuto nel tempo. Ma San Dionigi lo ritiene possibile. Lo si ricava dalle parole che scrisse a Tolomeo: – Per la contemplazione del mistero divino devi abbandonare sensi e sensazioni, tutto ciò che la percezione sensibile può afferrare, ed anche la ragione e l’intelletto, e tutto quello che la ragione può concepire e conoscere…unisciti a ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscere. Se c’è qualcosa di rivoluzionario nelle pieghe di questo Libretto, soprattutto in un periodo come questo, che dura ormai da qualche secolo, in cui scienza e tecnologia hanno alimentato illusioni di onnipotenza, è il ritorno all’idea di Dio. Il Libretto è una fonte generosa e dissetante in questo senso e un invito attualissimo alla distanza di settecento anni. L’anonimo francofortese ci induce a bere ancora a quella fonte. Dipende se uno ha sete o no. E la sorpresa è grande: da quella fonte sgorga un’acqua fresca e ristoratrice che non vorremmo smettesse mai. Tascabili Newton: cento pagine mezzo euro!! Accadeva un tempo ormai remoto.

la pubblicitá non ti urtava, come invece urta quella di Hugo Boss di questi giorni?

Okei, stammi a sentire, non sono un fanatico bacchettone, anzi, sono da sempre innamorato del fascino del corpo femminile e dell’avvenenza maschile, vedere corpi nudi e anche provocanti di uomini e donne non mi disturba affatto, anzi, l’armonia dei corpi umani mi sorprende sempre. C’è tuttavia un però, un limite, del tipo: quando quei corpi, simulando situazioni plateali, suggeriscono l’acquisto di una mutanda, storco il naso. Diciamo, che se devi vendere delle mutande non puoi narrare apertamente una storia riferita al “dopo amplesso”. O almeno fallo in un altro modo, meno goffo, più intelligente. Sto esagerando? Niente affatto Chi ha commesso, il crimine? (si fa per dire) In questi giorni, lo sta facendo dappertutto HUGO BOSS, almeno qui, a Londra, non so se si tratta di una campagna a diffusione internazionale, dovrei sentire gli amici di Milano e di Asti. Di cosa e di chi sto parlando? di un uomo dall’espressione alquanto intontita, non voglio offendere nessuno, per cui son ricorso a un eufemismo, e di lei, una sinuosa biondina che gli sta, raggomitolata alle spalle, come sfondo e che gli fa da cuscino, presumibilmente esausta dopo il ginnico cimento erotico, cosa ci farebbero se no su un letto sfatto i due? Corpi d’amore con tutta evidenza, o, diciamo: di solo sesso, dopo una notte di amplessi, eccetera. Cosa c’è che non va? Tutto, a cominciare dalla mercificazione plateale dei corpi, sia dell’uomo che della donna. Niente di nuovo, dirai, lo fanno anche coi bambini. Vero. Vuoi far vedere quanto sei bbono con quelle mutande? e va bene. Vuoi far vedere il muscoletto bicipite e le cosce coi fasci di muscoli di acciaio, okei, vuoi far vedere i tatuaggi, e qui andiamo meno bene, perché a quelli che istoriano i loro corpi come fumetti e manifesti, ci avrei da dire qualcosa, ma andiamo oltre. Ah, dimenticavo, poi lei lo fotografa, sí, la bionda gli scatta delle foto, se no cosa ci farebbe con una macchina fotografica in mano, lei, la bionda dallo sguardo ammiccante e ambiguo? Lo vuole ricattare dopo l’amplesso, spedendo la foto a una sua ex fiamma? O riprenderlo per avere almeno una foto ricordo perché lei ha intenzione di mollarlo? Oppure: brivido brivido! metterà la sua foto sul web per attestare quanto sia indimenticabile la loro relazione. Pensieri malandrini ma, di questi tempi, sai, c’è da aspettarsi di tutto, sono proprio un malizioso malpensante. Sai cosa mi dà più fastidio? Gli art director, i fotografi, la regia della seduta fotografica e le banali immagini trash proposte dalla campagna. Senti questa frase: la donna ridotta a oggetto di piacere giace prona sul di lui corpo che se ne sta a gambe aperte e senza mutande, assaporando l’ineffabile sensazione di piacere e rilassamento del dopo amplesso, che classe signor Hugo Boss! mi è venuta spontanea; e lui: il maschio belloccio e palestrato (nemmeno poi tanto) che interpreta goffamente l’estasi del dopo coito. Ma non basta socchiudere gli occhi e fissare il soffitto per far vedere quanto ti è piaciuto farti la bionda. E il tutto per vendere delle mutande. Ma dai! Non ci sto, mi spiace. Non puoi raccontare una storia di sesso mentre adesso lei indossa le mutande di lui. E la privacy dove sta?

Cos’è? le mutande Hugo Boss van bene anche per le femmine? Una cosa è godersi la vista di quelle immani sculture dei bronzi di Riace, con gli attributi sessuali in bella vista, (quelli non hanno nulla da vendere tipo mutande e roba simile, se mai suggerire potenza e bellezza autentica, purtroppo ineluttabilmente trascorse.) E poi mi metti la conchiglia copri testicoli in bella vista, che ruba il primo piano? Emergente, sporgente, stuzzicante, suggerente, affiorante, comprimente il sesso del ganzo. Mica dico nulla di osceno. Sto semplicemente descrivendo quello che vedo dall’ombelico in giù a proposito del pupo. Beh! La finisco qua, in fondo sono solo delle immagini…ma fasulle, perché fasulle e ad alto grado di mercificazione. La vera bellezza dell’uomo e della donna, nudi o vestiti, risiede da altre parti, la pubblicità di HUGO BOSS l’ha solo presa in prestito…malamente.

Rispondo anche al sindaco di Reggio Calabria

RISPOSTA AL SINDACO DI REGGIO CALABRIA, prof Giuseppe Tiberio Falcomatà, in merito alle sue osservazioni sulla riapertura del “caso” del ritrovamento dei 3 (forse) bronzi di Riace.

Bronzo di Riace uno, Bronzo di Riace due e forse tre o magari quattro e cinque, un gruppo di bronzi di Riace, pronti a emergere dalle nebbiose acque del litorale calabro, ma non corriamo con la fantasia e atteniamoci alla cronaca di questi giorni. Una sceneggiata talvolta drammatica, avvincente, e spesso penosa, portata alla ribalta da un reporter mastino nelle sue indagini approfondite, appassionanti sulle vicende, purtroppo, “scandalosamente” all’italiana delle Iene. Ma gliel’avete data la scorta a Antonino Monteleone? Non si sa mai. Cose da non credere, che a me fa bollire di rabbia e adesso provo a spiegarne il motivo. Ma prima del commento introduco l’argomento, perché queste righe sono dirette ai miei followers, al sindaco di Reggio Calabria e al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Io li ho visti i Bronzi di Riace, a Firenze dopo il restauro durato piú di un anno. Il mondo intero gridó al miracolo per l’eccezionalitá del ritrovamento. Io facevo parte di quei fortunati quattrocentomila visitatori che hanno fatto code chilometriche pur di ammirare quei portentosi guerrieri del 460 A.C. emersi dal mare di Riace e provvisoriamente esposti al museo archeologico nazionale di Firenze, dopo il secondo restauro. Indicibili, incredibili, indescrivibili, fenomeni mediatici ancor prima che reperti fenomenali per stato di conservazione e bellezza. I guerrieri di bronzo era come se fossero arrivati dalla luna, e non dalle acque calabre; il mondo intero ne ha parlato e continua a parlarne. E allora cosa c’è che non va? Sono ancora al museo di Reggio Calabria, amati e protetti e visitati, la cittá di Reggio ne ha fatto giustamente e orgogliosamente il suo simbolo. Sembra peró che i guerrieri non fossero solo due, c’è chi dice di aver visto uno scudo, un elmo, una lancia spezzata portati a riva e poi spariti, insieme a un altro bronzo. E dove sta la roba che si presume trafugata? perché i documenti parlano di un guerriero con le braccia aperte, supino, e di un elmo e dove sta adesso questa roba? C’è chi sa, chi traccheggia, chi ha da anni intascato una discreta somma per la denuncia e il recupero dei reperti, c’è chi esita, si confonde e si tradisce, disconosce e anche chi minaccia. Provate a vedere i video, un giallo sul trafugamento che ha testimoni alcuni defunti e, i piú, ancora vivi.

“Il terzo bronzo di Riace fu venduto a un museo Usa” Vero? Falso? Come l’altra frase che dice: Alcuni uomini portarono a Roma la terza statua, che era stata trafugata da Riace, e la vendettero negli Usa”. Come si fa a confermare? come si fa a smentire? Le Iene, l’aggressione a Monteleone e troupe: Vi ammazzo tutti (Di giovedì 3 ottobre 2019) La “iena” Antonino Monteleone aggredito durante il servizio d’inchiesta sui famosi Bronzi . “Vi ammazzo tutti quanti”. Parole dette da calabrese a calabrese. Minacce, bestemmie e dunque l’aggressione fisica. Se l’è vista brutta la “iena” Antonino Monteleone e con lui la troupe de Le Iene. L’inviato stava infatti indagando sul ritrovamento (datato agosto 1972) dei Bronzi di Riace e della possibile sparizione di alcuni preziosissimi reperti. All’appello, infatti, mancherebbero un elmo, uno scudo, una lancia e – clamorosamente – anche una terza statua in bronzo. Cosí descrive l’introduzione a una serie di video clamorosi, firmati da LE IENE.

Ho visto e rivisto tutti i video di questa vicenda, ancora al suo esordio e assai lontana dal suo epilogo. Gente che non ricorda, che minaccia, che invita e “consiglia” di sloggiare, o che si contraddice trincerandosi dietro omertá e arroganza. Tombaroli, testimoni in incognito, carabinieri e il subacqueo che fu l’artefice del ritrovamento, e anche testimoni che non temono di svelarsi e il sindaco di Reggio Calabria che dice: “L’inchiesta realizzata dalle Iene su Italia 1, riguardante la pletora di dubbi sul rinvenimento stesso e sulla successiva gestione del recupero dei Bronzi di Riace, merita una ponderata riflessione da parte della Città Metropolitana di Reggio di Calabria”. Lo afferma, in una nota, il sindaco Giuseppe Falcomatà aggiungendo: “Lasciando da parte tutte le ipotesi delittuose che sono state fatte intravedere dal servizio andato in onda, che competono alla Magistratura inquirente, nella mia qualità di Sindaco non posso non auspicare che venga fatta piena luce sulla vicenda in oggetto, ben consapevole che i Bronzi di Riace sono l’attrattiva turistica e culturale principale dell’intera area metropolitana”. “In questo senso – spiega Falcomatà – dopo aver stigmatizzato comportamenti violenti e minacciosi, che rispondono a uno stereotipo del Calabrese che deve essere completamente superato, ci sentiamo di incoraggiare qualunque iniziativa dello Stato, affinché venga assicurato al Museo di Reggio ogni reperto pertinente al ritrovamento, perché sarebbe impensabile che la Storia ci giudicasse incapaci di tutelare i massimi capolavori dell’arte greca, ritrovati nelle nostre acque.”
Caro signor Sindaco mi permetta qualche riflessione su questa, me lo lasci dire, avvilente vicenda, puó succedere in ogni parte del mondo, puo succedere nelle acque del Tigullio o che in nuova Zelanda trafughino ossa di Triceratopo e Tirannosauro, sotto cineprese e telecamere o a Malindi o a Dover, invece è successo a casa nostra, in Italia, e potrebbe accadere anche oggi o domani o nell’immediato futuro. Se lei ha guardato i video de LE IENE con attenzione penso che abbia rilevato quello che ho rilevato io. Lo squallore, la reticenza, l’arroganza, e il desiderio di protagonismo di alcuni personaggi emergono. Ben vengano LE IENE, ma che pena! Affidare a giornalisti mordaci e tenaci e…che fan comunque spettacolo, un caso come quello dei Bronzi. Occorrono LE IENE per denunciare la reticenza, i guasti, la balordaggine furbesca e il malaffare di marca italiana, sempre se qui c’è malaffare. Sono d’accordo con lei quando dice: abbiamo capito, infatti, che oltre la necessaria protezione e l’esposizione dignitosa dei reperti di pregio, è importantissimo che la loro conoscenza venga disseminata in un ambito non solo nazionale, ma anche internazionale, nella convinzione che solo i Bronzi di Riace possano “convincere” un turista americano, sudafricano o australiano a intraprendere un viaggio che lo porti in Calabria. Investire sul nostro patrimonio culturale, incentivare la produzione di prodotti culturali, è una delle vie che portano al superamento dello svantaggio che il Sud paga ancora in termini di risorse e di benessere”. Belle parole, signor Sindaco. L’amministrazione di Reggio Calabria sta facendo qualcosa di importante in tal senso? Se sí ne sarei fiero, anche se calabrese non sono. Lei sta facendo qualcosa per i Bronzi di Riace dopo la ponderata riflessione da parte della Città Metropolitana di Reggio di Calabria”?

Ma quello che mi avvilisce è che il nostro amato Paese, immagino che anche lei come me, lo ami tutto, dico, da Trieste alla sicula Pachino, è stato matrice e fonte generatrice della civiltá europea tutta, che se qualcuno vuole vedere la vera Storia deve recarsi a Reggio Calabria, a Torino, a Todi come ad Ancona o ad Alessandria. Ció che risulta intollerabile, almeno per me, è che un tempo producevamo quelle grandiose opere di scultura, e templi e cittá, erano loro i nostri antenati, i nostri eroi, i nostri padri, noi stessi, lei ed io, calabresi e piemontesi eravamo i bronzi di Riace, il nostro mito condiviso, ovvero la quotidianitá di una civiltá maestra, e invece oggi siamo a difendere (nemmeno poi tanto, vista la tradizione centenaria dei tombaroli) ció che resta di quel periodo aureo e insuperato, generatore di storia e di bellezze stupefacenti. Me lo lasci dire, signor Sindaco, perché vedo tutto questo con gli occhi diversi di un “esule”. Nel Paese in cui ora vivo se trovano un mattone, una spilla o una moneta romana ci costruiscono attorno un museo e tutti i media divulgano al mondo la notizia.

Ben vengano i servizi spettacolari de LE IENE a indagare, a denunciare. Ma io mi sento tradito per il poco che fanno le nostre istituzioni in termini di tutela, prevenzione e di promozione (lieto di essere smentito da lei) , per il corpo ferito e offeso della nostra penisola, derubata (e irrisa) da altri paesi, terra di conquista un tempo, nemmeno piú ora, terra di svendita semmai, dove il conflitto di competenze blocca e ammalora tutto, anche le buone intenzioni che abbiamo, e tutto si conduce e si sviluppa all’italiana, all’insegna del pressapochismo, del dilettantismo, del mordi e fuggi e dei proclami pieni di belle parole. Che pena, signor sindaco di Reggio Calabria, e signor ministro dei Bemi culturali e ambientali, essere italiano, fiero comunque di esserlo e tuttavia, ma timoroso di essere irriso perché certe cose, queste cose, e il modo in cui succedono, accadono solo da noi, complice il danaro e le furberie straniere che farebbero e hanno sempre fatto, carte false per comprarsi e arraffare tutto il bello della nostra penisola. Loro hanno capito cosa abbiamo in casa, noi no. Loro hanno capito chi siamo stati, noi no.

c’erano rape, sesso, Dio e l’auto nuova?

Le rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia. Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio al suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo, la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape.

Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio. Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime. La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell. LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. (o suo surrogato) Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica e una miseria di anime senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce.

Caldwell è implacabile nel ritrarre il degrado. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, utilitaristico, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto. Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza: Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle. Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito…Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano. Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici. Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia  il Signore….Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, come l’auto, che invece tutti amano, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a sé stessa, la nonna, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. Una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti, L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Il futuro, la promessa e il dono. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne. Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio, in grado di sconfiggere Dio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.

E se il suo destino fosse quello di sostituire proprio Dio? Posseggo una edizione a cui ho incollato la copertina, che sbrindellata, cadeva a pezzi, un’edizione vintage, si direbbe oggi, pubblicata da Mondadori su licenza di Einaudi, nel 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire e, fra le perle della collana cui appartiene, ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.

e cosa scriveva il mitico Jack?

L’AVVENTURA  Isole Salomone, fine ‘800. Fra le mani ho alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000. Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine mi sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo fragile avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro.  Sulle tracce di quel male mi sono incamminato, senza troppi mezzi a disposizione, a inseguire quella lontana avventura.

Ho letto e riletto gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e infine son partito alla ricerca di Jack, il figlio della foresta. Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ti avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo charter hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi. Ma non è di questo che voglio parlarti. Fra le opere del grande Jack ho scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO. Costava tre lire e mezzo!
Le sue pagine non stanno più insieme e dovrei farlo rilegare. Ma mi costerebbe un sacco. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la mia ricerca. Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine.

Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo a terra il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente avventura. L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato e le immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così credo io, si palesa il vero protagonista della vicenda. Ma andiamo per ordine.
Lei: fa innamorare a prima vista quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile e ribelle, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani.
Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto. Ma occorre attendere.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quella monella adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.
I negri: Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti umani con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare. E poi la Foresta. Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui sono venuto in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa e repellente, infida succursale dell’inferno in terra. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui primeggia il grande e mitico orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate.

La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’Avventura, è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i miei indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack London. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire la foresta. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento, condanna. La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana. A pagina 278 leggo: Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri. Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione. La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e infine uccise il mitico Jack? Se vuoi dire la tua….

c’erano i libri?

Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?

Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,

l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religiosopolitico e delle strutture economiche.

Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del  conte polacco Jan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.

Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?

c’era la ricotta di Pasolini e di Orson Welles?

Pingue, sornione, ironico e un po’ spaesato, il primo. Scavato, polemico, irriverente e scandaloso il secondo. Orson Welles, Pier Paolo Pasolini e un terzo incomodo, sorta di seminarista, cameriere giornalista. Il mitico Orson Welles spaparanzato su una seggiola da regista si farà intervistare da lui nella pausa di lavorazione di un film e poi leggerà un brano di Pasolini da Mamma Roma. Era stato ingaggiato da Pasolini stesso per girare il medio metraggio del 1962. La ricotta ci ha fatto venire i brividi. I due grandi artisti anticipano di qualche decennio lo sfacelo, già allora in fase avanzata del desolante panorama socioculturale italiano. Avevano visto bene i due, profetizzando il degrado progressivo, veloce e inarrestabile della nostra società. Pasolini l’eretico, il grillo parlante, l’interprete mal visto dal PCI del sottoproletariato. Pasolini che condanna fascisti, critica comunisti e studenti che giocavano a fare la rivoluzione sulle barricate.

Pasolini che attacca la stupidità e l’ignoranza e che rimane inascoltato, che diventa voce e coscienza scomode di un cieco malessere socioculturale. Pasolini che vede nella televisione uno strumento di devastante sopraffazione psichica e di omologazione culturale. La vera arma del nuovo potere è subdola e plasmerà intere generazioni, dispensando illusioni, banalità e narcosi. Riuscirà la nuova politica dove il fascismo aveva fallito? Certo che ci riuscirà. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e si chiamano in primis perdita della propria identità e delle proprie origini, massificazione, rescissione di ogni legame col proprio passato. Una mutazione genetica rapida e incosciente che conduce rapidamente al nulla…governabile. Il nulla e sempre facilmente governabile. Ogni eredità culturale sarà spezzata e alla fine bandita e ci si occuperà di immigrazione spacciandola per l’unico vero problema di inizio millennio. E Orson Welles che c’entra? Il mitico Othello, regista di sé stesso in quella memorabile interpretazione, insulta la borghesia italiana che definisce ignorante, si scaglia contro i media e contro i loro padroni (ricordate Citizen Kane?) Legge un brano di Mamma Roma e ti fa venire la pelle d’oca, considerata la diabolica attualità di quel testo. (Anche se Il divo statunitense, quando gli venne proposta la parte, ammise di ignorare chi fosse Pasolini e venne convinto solamente dal cachè vertiginoso previsto.)
Tra i due nacque un curioso rapporto, che le fotografie documentano in modo unico. “Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?” Pasolini farà dire a Orson Welles: “Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.” “Che cosa ne pensa della società italiana?”  “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.” “Che cosa ne pensa della morte?” “Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”.
Ci chiediamo che cosa avesse realmente compreso Orson Welles di quelle battute. Il regista Orson Welles, dopo aver letto una poesia di Pasolini (“Io sono una forza del passato…), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo idiotamente ride): “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.”

In un breve scritto del 1961, infine, Pasolini così si espresse:  “Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando [La ricotta] ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di “imitatio Christi”, quell’irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l’esistenza. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di Cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene.
Citazioni tratte da Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte violenta. E oggi? Né destra, o sinistra, o borghesia, o pale d’altare, e nemmeno poteri forti camuffati o seminaristi detentori del monopolio del Bene. Politica, pubblicità, spazzatura, ignoranza, e arroganza vanno a braccetto.  Politici e detentori di potentati economico finanziari hanno il volto opaco che ci propina la TV di stato, asservita al girotondo della maggioranza di turno, schiava di sé stessa nell’ammansire le masse, nell’occultare i nostri miti, le nostre leggende, il nobile passato che ci accomuna. Politici, corruttori e corrotti, veline, nottambuli e balordi danarosi in compagnia di mammelle, deretani, sorrisi, schiume da barba, libri rivelazione fasulli scritti da veline, calciatori e presentatrici televisive, collutori e medicinali per defecare meglio. E gli intellettuali? E i registi? E i poeti? e i grandi artisti come Welles e Pasolini? Speriamo solo che nessuno si azzardi ad alzare la mano dicendo: Presente. Io ci sono. Il nulla e il buio dell’intelligenza esigono un minimo di ritegno. Nel buio stiamo brancolando. La loro morte chiede rispetto. Comunque, se c’è qualcuno che ha da dire qualcosa in merito o da protestare batta un colpo.