passava sputacchiando con la sua Indian a tre marce?

Era già così cinquant’anni fa. Non sapete chi è a meno che non abbiate vissuto in borgo Vanchiglia, a Torino, subito dopo la Guerra. Nemmeno io so chi è, se non che si chiamava Emilio e che andava su e giù per borgo Vanchiglia col suo bolide che sfrecciava a quaranta all’ora!

emilio

La sua Indian a tre marce, col cambio a leva, la teneva cara come non mai, in un buco di un cortile in corso San Maurizio con l’acciottolato sempre umido dove spuntava l’erba. La sua Indian color bordò opaco e lui. Inseparabili. Emanazioni di un Tempo che non è più. Sentivo scatarrare la sua marmitta all’inizio della via. Arriva Emilio! Pensavamo in casa. Aveva anche il side car entro cui chiudeva talvolta la moglie. E da vedovo se ne andava in giro col side car vuoto. Gli ho detto un giorno: posso farle una foto? Non ha detto niente, poi ha detto di aspettarlo. È venuto giù dopo un quarto d’ora, abitava in un alloggio di ringhiera che si affacciava al cortile. Con i pantaloni stirati e le scarpe lucide per farsi fare la foto.  Poi si è messo in posa per la foto che sembrava una statua. Mi ha raccontato che una volta si è messo della benzina sul collo per farsi passare il bruciore di una puntura di vespa, che gli era passata sotto la sciarpa e lo aveva punto. Teneva insieme la sua Indian col filo di ferro. Le mani bruciate da benzina e olio motore. Emilio è un reperto, testimone della vita di borgo Vanchiglia, subito dopo la Guerra. Venuto dal nulla, per la mia memoria, e sparito nel nulla. Di tipi così oggi non ce ne sono in circolazione. E di cortilii che odoravano di sapone da bucato e brodo neanche. Nemmeno Salvatore, il gran barbiere siculo, altoparlante del borgo c’è, dalle scarpe lucide come il pavimento di un transatlantico e la madre della Ginetta che mi soffocava di abbracci con le tette grosse come bisacce semisgonfie e nemmeno Francesca, grossa come un armadio, portinaia per vocazione, figlia di Carlo il ciabattino cosmico, gran bestemmiatore di Madonne, che mi aveva onorato per avermi tenuto a battesimo. Più nessuno c’è in borgo Vanchiglia, a Torino.

leggevi WOMAN AS DESIGN di Stephen Bayley?

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione (veramente ce n’è solo una, ma basta e avanza): la donna, le sue forme, il suo fascino, il design e il desiderio che suscita il suo corpo che ispira. La sublime e oscura porta di accesso ai piaceri dell’immaginazione, della carne e dello spirito, sino all’ebbrezza della contemplazione della forma pura del corpo femminile. Beh! oggi sono proprio in vena di innalzare un peana!
Donne da mangiare, toccare, sognare, ammirare, adorare e temere. Meglio che mi fermi qua. La donna come forma primigenia. Come archetipo del richiamo e della seduzione. La donna come disegno che ispira per creare forme e costruzioni che la richiamano. Dal fumetto ai super erotici reggiseni e corpetti di neoprene lucido. Sante, statue, dipinte, Madonne, modelle, donne moderne, maliarde e gran matrone, prostitute e pin up.

Fascinose e impagabili! Il tutto racchiuso in un libro spettacolare per ricchezza iconografica e riferimenti.

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Un libro che ti porteresti sempre appresso, con immagini icona a sazietà. Se non pesasse un botto. Da sfogliare ogni volta che ne senti il bisogno. I fianchi di una donna come la bottiglia di Coca Cola. Anche quello trovi. La mistica estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini e il disegno della vagina di una desolante didascalica perfezione. WOMAN AS DESIGN è un libro irriverente, mai volgare, senza pudori capace di mettere in relazione seni, ombelico, delta di Venere e altro ancora che lascio alla tua fervida immaginazione con l’inconscio, con l’architettura, la moda, col desiderio e con la stessa forma del mondo. La donna /forma/sguardo che fa innamorare e ispira la sagoma di radiatori, carrozzerie d’auto, grattacieli e palazzi, che influenza linguaggio, moda e costume; basta guardarsi attorno e sfogliare rotocalchi per rendersene conto. Woman as Design è un lungo e articolato racconto visivo, nella storia e nel costume. Senza pudore e senza reticenze (e senza offese). Contiene numerose meraviglie: dalla scultura di bronzo e alabastro con 15 testicoli di toro alla mastodontica e stupefacente donna guerriero di Volgograd. Dalla conturbante bionda sadomaso che regge un piano di cristallo dell’artista pop Allen Jones alla Venere di Willendorf alla stupenda Raquel Welch vestita di stracci nella pellicola di Don Chaffey.

E poi cè la Psiche di Lord Leighton e anche Marlene Dietrich che si mette il rossetto. Ma ti rendi conto? Come fai a non schiantarti e a non giacere succube del suo fascino tentacolare?! Dalle coppe di champagne a forma di seno di Maria Antonietta (si dice) alla ragazza di Ipanema ispiratrici delle forme sinuose del Teatro Niteroi di Oscar Niemeyer, per non parlare della Gioconda e  dell’Acqua purgativa e della pedicure di Lolita. Lo sguardo della Gioconda e quello di Kate Moss, a confronto, insondabili, misteriose e inquietanti.


La consolazione erotica di una giovane indiana che si trastulla con un grosso tubero. (l’immaginazione non difetta, ma è il modo in cui lo fa!). Un libro ricercato e tuttavia semplice perché tratta di argomenti e soggetti che sono sotto gli occhi di tutti. Un libro che propone collegamenti e suggerisce ipotesi quasi tutte verificabili. E poi gli accessori; molto si parla di reggiseni, poco di mutande, tacchi, cinture e scarpe, pazienza. Un libro “diverso”, quasi didascalico, sicuramente non offensivo e con la lode, che Lodovico Gavazzi, titolare della libreria milanese BOOKS IMPORT ci aveva consigliato.

incontravi Ethan Frome?

Il gigante irraggiungibile e scontroso, che, scendendo dal calesse, poggia le redini sulla groppa concava del suo cavallo baio. Zoppo, rattrappito, era uno che teneva a bada il suo ostico e sfortunato passato, col silenzio e la solitudine e la memoria di un dramma antico. Ethan Frome, ovvero il contadino precocemente invecchiato e senza vocazione, castigato due volte dalla sorte. Alzi la mano chi non conosce questo autentico capolavoro. Edith Wharton, scrittrice americana scrive questo lungo racconto spietato, crudo e duro, che si discosta nettamente dai temi che predilige. Fatto di destini drammaticamente incrociati, indissolubili, di povertà e fatica ingrata, e avvilente, in un paesaggio del New England che non concede nulla alla poesia e al sogno. Al pari dei personaggi che ospita si tratta di un misero villaggio Starkfield, già simbolicamente allusivo con quell’aspro nome, tra avari paesaggi “raggelati” all’interno di un Massachusetts rurale: si legge nell’efficace presentazione di Tommaso Pisanti dell’encomiabile libretto, edito da Newton nella collana tascabili economici. Cento pagine mille lire! Stampato su carta Tambulky nel 1994.

Come scrive la stessa autrice a proposito dello stile volutamente asciutto e spoglio: “l’argomento va trattato in modo secco e sommario, così come la vita s’era sempre presentata a quei personaggi; e qualunque tentativo di elaborare e complicare i loro sentimenti avrebbe necessariamente falsato il tutto”.
A mio avviso la prima attrice di questa tragedia sfiorata e vera protagonista del dramma è Zeena, querula moglie di Ethan: lei tiene le redini del menage a trois, sì, perché c’è anche la sua bella, giovane e fresca parente che la impensierisce, oltre ai vari malanni da Zeena cui si crede afflitta senza rimedio, la cugina Mattie Silver, venuta a casa sua ospite e sguattera, perché non aveva altri parenti, a turbare e ad affascinare il marito Ethan che non ne può più di vivere una vita grama con quella bisbetica zitella di moglie. Ecco, te l’ho già raccontata tutta la storia. Il resto è gia scritto ma il finale fa parte delle insospettabili sorprese che la vita tiene talvolta in serbo per stupirti e confonderti. Faccio silenzio su come va a finire la faccenda per non guastarti la lettura di Ethan Frome da cui è stato tratto un film.

Come scrive l’acuta presentazione dell’opera su Kindle di una storia cupa e indimenticabile, un canto d’amore e di morte, uno specchio perfetto della delusione e sofferenza amorosa patita dalla scrittrice che, solo a quarantacinque anni, visse la sua prima, divampante e inarrestabile passione. Voglio tornare a Zeena, non per il fatto che susciti simpatia, tutt’altro, visto che proprio lei caccia di casa la sua lontana cugina, senza un saluto e senza il becco di un quattrino, ma perché di donne così fatte io ne ho conosciute. Non voglio dire altro per non attirare l’ira dei defunti. Donne come Zeena, la cui sorte riserva come premio-punizione il dover accudire i due amanti virtuali, marito e cugina, per sempre, finché lei avrà forza e lume della ragione. Li terrà sott’occhio, li potrà controllare, sarà questa la sua vittoria, la sua amara rivincita sui due impotenti, imbelli, vince alfine, rinunciando a tutte le sue malattie incurabili che secondo lei la affliggevano. Strano e beffardo destino quello di Zeena, costretta suo malgrado (?) a reggere, padrona e vittima, una vita singolare in cui emergono la maligna gelosia, gli scrupoli stessi e i sensi di colpa di tutta una tradizione di rigido puritanesimo. Zeena li avrà in cura sarà loro infermiera, custode e carceriera fino alla fine dei giorni, nell’incupita domesticità della solitaria e tetra fattoria. Se la figura di Zeena rifugge da esplicite connotazioni diaboliche, certo la sua psicologia deve avere subito un rivoluzionamento estremo. Da vittima per la presunta infedeltà coniugale a carnefice silenziosa e a sua volta vittima. Dall’ultima pagina dell’opera ti leggo: “Parve rimettersi immediatamente quando arrivò la chiamata…Zeena ha avuto il dono della forza di occuparsi di quei due per oltre vent’anni, anche se, prima della disgrazia, era convinta di non avere nemmeno la forza di badare a se stessa.” Nulla di perfido, masochistico e autocompiaciuto nell’animo di Zeena?

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fotografava Mario Ingrosso?

Con la precisione di un analista, attraverso la sensibilità di un vero artista. Mario Ingrosso fotografa e continua a stupire regalandoci emozioni. La sua è una vocazione senza equivoci, espressa attraverso una vita di lavoro dietro macchina fotografica, obiettivi e camera oscura. Molte sue opere provengono dal suo laboratorio di stampa. Astigiano verace e milanese di adozione, i suoi lavori fanno il giro del mondo.

Famosi i suoi volti, divenuti ormai un classico della fotografia reportage. Da Tokyo a New York, da Parigi a Milano, nell’ambito di importanti mostre fotografiche e gallerie, Ingrosso firma opere d’arte, non riusciamo a definire altrimenti certi suoi lavori, che rimarranno nella storia della ritrattistica. Dal bambino con la manina sporca appoggiata a una valigia legata con lo spago, alla stazione di Milano al mediatore di bestiame con la cravatta che intende rifilare diecimila lire a un pastore restio, dal calabrese con la coppola che si vantava di avere un harem sparso per l’Europa al lavoro dei campi a Frusci dove una famiglia sta per essere inghiottita dai covoni di fieno, dal porcello che viene   trascinato per le vie di Pisticci al monello con gli occhi sgranati. are reportage non sono semplici. Occorrono capacità di analisi, sintesi, sensibilità, discrezione e un minimo di sfrontatezza. Tutte doti che i veri reporter posseggono nel loro bagaglio. Nei lavori di Ingrosso c’è qualcosa in più: trama che si fa soggetto autonomo e poi storico. C’è l’introduzione al riarso paesaggio di Pisticci con le sue colline bruciate e la geometrica sequenza di case tutte eguali, e lo svolgimento di un’indagine sempre prudente, che rifiuta effetti speciali.

La realtà così com’è, anzi, com’era, di un’Italia ancestrale, tradizionale nel senso più profondo; c’è la fissità degli sguardi dei villani, sulla soglia delle loro case di Frusci, rotti dalla fatica, quasi mitici, nel richiamo di un tempo sempre eguale a sé stesso e quindi a-storico.  E ancora il caso del dio Vulcano che affiora nell’antro della sua fucina sotto le spoglie di un fabbro – si era a Miglionico nel 1963. Nonna e nipotina che preparano la conserva: e qui lo scatto assume il valore di un ritratto psicologico; ritratto di ambiente, storia, un quadro di relazioni parentali ben definite come per il gruppo di donne di tutte le età sull’uscio sgangherato della loro abitazione. Stanno pulendo peperoni e melanzane. Accadeva nel 1955 in un paesino della Puglia.

I vecchi contadini con la coppola che fanno salotto a Monte Sant’Angelo nel 1963. Volti consumati, sornioni, ricchi di vita trascorsa, pieni di vitalità. poi davanti alle facce scavate nel legno di alcune donne si rimane allibiti. Hanno una forza evocativa potente, che racconta la fatica della carne, lo sforzo sempre uguale, durissimo di vite trascorse sui campi a zappare, seminare, mietere e raccogliere. E intanto i volti diventano come Mario Ingrosso li coglie. Ragnatele di rughe, intagli nel legno, smorfie dignitose che nulla chiedono, e che, se mai, offrono ancora bellezza. Ritratti memorabili di donne del sud, colme di un fascino antico e severo. Le donne di Frusci, Apricena ne sono esempio eloquente. Ingrosso ci fa sentire la loro storia, mostra l’avvenenza nascosta da scialli, foulard e lunghe gonne. Bimbe e donne in età da marito, appoggiate allo stipite corroso della porta e anche vecchie, tutte belle, tutte stupefacenti, interpreti di vite antiche. E poi bambini che si rincorrono per le vie di Pisticci nel 1964 con la macchinetta per lo spray antizanzare. Ma il lavoro di Ingrosso non si esaurisce nelle immagini Vintage. Egli coglie al varco quegli stessi uomini e donne che ora diventano migranti e che affollano con valige e cartoni la stazione centrale di Milano. Ecco dunque la documentazione che si fa storia, ecco i volti smarriti dei terroni del sud che mangiano pane e salame e che introducono valige attraverso i finestrini del treno. Sono gli stessi personaggi che, abbandonate Puglia, Calabria, Basilicata approdano al nord. L’obiettivo di Ingrosso li attendeva alla stazione di Milano per documentare distacco, speranze, ansia, timori di un futuro incerto. I suoi servizi diventano così storia e racconto di sconvolgimenti sociali.  L’immigrazione e la prima rivoluzione industriale partono dai binari della stazione centrale.

Le immagini di Mario Ingrosso lo testimoniano. Non sappiamo se l’uomo che sputa fuoco e che spezza catene sia un immigrato di quelle terre, molto probabilmente sì. Le immagini dei clown del circo Darix Togni risalgono a poco prima la distruzione del circo stesso provocato da un incendio. Fantasmi, testimoni di mondi svaniti Decine sono i servizi realizzati da Mario Ingrosso a documentare luoghi, momenti di festa, processioni e sagre. Al centro c’è sempre l’uomo e il suo ambiente, trattati con eguale sensibilità e rispetto, senza indulgere a effetti speciali o a riprese spettacolari. È la forza della grande fotografia documentario, che preferisce far parlare il soggetto, in tutta la sua originalità. Poi l’obiettivo si è spostato e ha ripreso altri soggetti. Non più la riarsa corona di colline attorno a Pisticci, né l’eterna attesa di muli e asini sulla piazza dei mercati del Sud, ma l’architettura di paesaggi cittadini, industriali e commerciali. Il rigore delle linee, la nuova geometria del disegno creano habitat diversi, realizzati dal vetro cemento, dall’alluminio e dal cristallo. Sono i nuovi paesaggi e il dedalo moderno non privo di suggestione e di eleganza. Qui non si raccoglie fieno, non si va in processione col santo, né i mocciosi giocano per strada, i porcelli non vanno più al macello. Qui domina il futuro senza compromesso.

Il contrasto fra tradizione e modernità, fra dimensione agreste e industriale è stridente, clamoroso. In questi paesaggi, nel loro ambito asettico e formalmente elegante l’uomo viene inghiottito dalla struttura, diventa Questo e altro ancora narra la fotografia di Mario Ingrosso, che si dipana attraverso immagini di straordinaria suggestione ed espressività. Una lezione di stile, di grande fotografia, con servizi che comprendono i raduni dei figli dei fiori e le ricerche dentro gli scheletri delle fabbriche abbandonate del nord. Mario Ingrosso dà lezione di stile.

c'era la grande foresta?

La Grande Foresta

C’è un libro che non mi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Ho trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente piana, ripetitiva quanto mai, e anticipatrice di Faulkner. Mi piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro. A volte certi capolavori, come questo, non se ne conosce il motivo, giacciono inesplorati, lontani dal clamore pubblicitario e dalla gogna o enfasi della critica letteraria, per rilasciare molto tempo dopo un fascino e una crudezza fuori del comune. È il caso de LA GRANDE FORESTA. Sorta di denuncia radicale, attualissima, e condanna senza remissione contro la furia cieca e devastatrice del progresso che sopprimerà creature uniche come il cane, l’orso primordiale e il loro ambiente. Decisamente attuale, non ti pare?


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tutti parlavano del bosone di Dio?

Cosa c’entra Dio col bosone di Higgs? Questo è un post Lettera postuma aperta, indirizzata all’illustre defunta Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale e Dama di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, e a tutti coloro che la pensano come lei.
Gentile Signora, giochiamo pure con le battute a effetto, come in una sua intervista a proposito del bosone di  Peter Higgs.  Non costa nulla e ci si fa un po’ di spirito. Secondo lei i fisici hanno trovato Dio. Bene. La particella divina si è fatta scovare, finalmente! e così l’origine della materia ha dunque un volto. Ne siamo felici. Non sapevamo che Dio fosse dietro l’angolo anche se ci sono voluti decenni di ricerca, studi ed elaborate teorie.  Che lei non creda in Dio pazienza, sarebbe stata un’ottima testimonial per coniugare scienza e fede, considerati i suoi interessi extrascientifici. Nel suo ultimo intervento tuttavia c’è qualcosa che mi urta. E considerata la notorietà di cui lei ha goduto, qualche anima candida può davvero pensare che Dio si celi in una particella. Può anche essere, ma almeno non confondiamo sacro e profano.  Dio è in ogni cosa, luogo e anche nelle creature che lo negano. Porti pazienza. Tuttavia, gli studi sull’origine della materia non conducono a Dio ma alle cose e agli uomini. Forse questo va chiarito. A meno che non si vogliano mescolare fave con patate. L’equivoco evidentemente continua. Quindi, tanto per puntualizzare, non mi pare il caso di tirare in ballo Dio, sempre se Dio esiste.

Non ce ne voglia la dottoressa Hack. Ci auguriamo che questa scoperta possa aiutare la diagnostica in medicina perché se servisse solo a far funzionare meglio telefonini e i pod. –come ha detto lei- beh, allora…I miei sospetti erano fondati Non c’è niente di certo a proposito del Bosone. Vediamo se nel 2015 gli scienziati saranno in grado di confermare – perché ora c’è bisogno di un po’ di anni per avere la conferma della scoperta – che quella particella è effettivamente il Bosone di Higgs con delucidazioni varie per farci capire come funziona, oppure se dovranno molto umilmente riconoscere, – in barba alla scientificità – come nel caso dei neutrini, che la spina elettrica della macchina del CERN di Ginevra era difettosa….

Io iscriverei le smanie degli scienziati ed in particolare quelle della illustre prof. Hack, non ce ne voglia chi ne coltiva la memoria, nel desiderium naturale videndi Deum (cfr. Summa theologiae, I-II, q. 3, a. 8). Dice molto bene il filosofo e teologo Tommaso: “Ora, dal momento che l’intelletto umano, conoscendo la natura di un effetto creato, arriva a conoscere solo l’esistenza di Dio, la perfezione da esso conseguita non è tale da raggiungere veramente la causa prima, ma rimane ancora il desiderio naturale di indagarne la natura. Quindi l’uomo non è perfettamente felice. Per la felicità perfetta si richiede dunque che l’intelletto raggiunga l’essenza stessa della causa prima. E così esso avrà la sua perfezione unendosi a Dio come al suo oggetto”. L’uomo, lo vogliamo o no, lo esprima in un modo o in un altro, lo neghi ostinatamente in nome dell’ateismo, è preda di questa inquietudine che è il desiderio di ritrovare pienamente sé stesso in colui che è la sua causa prima e il suo archetipo, giacché ad immagine e somiglianza di Lui è creato. Del resto abbiamo sempre l’alternativa di credere che siamo figli del caos, della probabilita e della statistica ovvero di un brodo primordiale sollecitato dalla luce e fagocitato dal Tempo. Con un discorso di carattere diverso potremmo dire che l’uomo inquieto viandante ma anche straniero su questa terra è sempre alla ricerca della propria casa e del proprio Padre in cui scopre il disegno di amore intelligente che abbraccia e invade l’universo. Il voler escludere Dio A PRIORI dalla ricerca scientifica è davvero una lotta impossibile perché quanto più ci si addentra nei meandri del creato tanto più si ha a che fare con la sua amorevole perfezione e le categorie pseudoscientifiche inventate per giustificare i problemi insorgenti in una visione laicista si colorano di assurdo. A questo proposito basta riflettere sull’importanza data al “caso” e all’evoluzione nelle varie discipline scientifiche. 

Siamo certi che anche i desideri tutt’ora frustrati dei nostri scienziati di trovare la causa e quindi la spiegazione di tutto avranno un giorno piena soddisfazione se avranno quel tanto di onestà e umiltà per sottomettersi alla verità evidente delle cose. Senza giudicare le intenzioni nutrite dalla  prof. Hack mi sentirei di affermare che le sua prospettive  sono davvero limitate  e che si accontenta di poco, se riesce a trovare la spiegazione di tutto in una particella misteriosa che gli scienziati veri definiscono non “Particella di Dio” –  in realtà questo nome è semplicemente una censura del nome originale  – ma “particella maledetta”… perché non si riesce a misurare…Buon lavoro professoressa e non smetta di cercare magari ripensando a quello che disse una volta un suo illustre collega:  “La religione senza la scienza è cieca, la scienza senza la religione è zoppa” (A. Einstein). Ma temo che l’illustre scienziata non possa darmi alcun riscontro visto che è deceduta da anni.

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ne ingurgitava dodicimila gocce al giorno?

Non era la regola, ma le ottomila gocce di laudano non costituivano una eccezione e gli schiarivano mente e cuore, stabilendo legami con una realtá virtuale, che gli appariva promettente, lucida e allettante. Altri tempi, dirai ma il super drogato De Quincey, super poeta, super sensibile, super acculturato e super vagabondo, nonché scrittore alquanto prolisso, ha ispirato autori del calibro di Poe, Baudelaire, Gogol, Borges, Berlioz, La sua vita sarà tutta tesa nello sforzo di ridurre le dosi d’oppio e le cifre dei debiti. Temperamento schivo e introspettivo, aumentò la sua solitudine spirituale con l’uso dell’oppio; nutrì però grande affetto per la famiglia, che molto ebbe a soffrire della sua inettitudine alla vita pratica. Conservò fino alla settantina una energia sorprendente, dati gli eccessi. Questo scrive di lui su la Frusta letteraria Mario Praz da La letteratura inglese dai romantici al Novecento Ed. Accademia, Milano 1968.

Scrive cosí De Quincey nelle sue prime pagine de LA CONFESSIONE DI UN OPPIOMANE: Se il prendere oppio è un piacere sensuale, e se son disposto a confessare di essermivi abbandonato fino a un punto non ancora registrato per nessun altro uomo , non è meno vero che ho lottato contro questa affascinante schiavitú con uno zelo religioso, e alla fine ho compiuto ciò che non ho mai sentito attribuire a nessun altro uomo; mi sono sciolto, fin quasi agli ultimi anelli, dalla maledetta catena che mi legava….Non mi riconosco nessuna colpa: ed anche se me la riconoscessi può darsi che mi risolverei lo stesso al presente atto di confessione, in considerazione del servizio che con esso posso rendere all’intera classe degli oppiomani. Ma chi sono questi? Lettore, mi spiace dirtelo, sono una classe davvero numerosa.
Lo stupefacente di allora era costoso? Niente affatto se come scrive De Quincey anche gli operai di una manifattura di cotone di Manchester lo assumevano, per dimenticare la loro vita grama, e i salari risicati, tanto che il sabato pomeriggio i banchi dei droghieri erano cosparsi di pillole da uno, due, tre grani, pronte per le ben note richieste della sera…La causa di ció era il basso livello dei salari. Quindi: droga per dimenticare.

Birra e alcool costavano di più …. Io non sono disposto a credere che uno che abbia gustato una volta le divine gioie dell’oppio, possa poi discendere ai grossolani, comuni piaceri dell’alcool e quindi do per certo che:

Quei che mai non lo prese, ora lo prende, e chi sempre lo prese, ora piú ne prende. (parodia di alcuni versi di Parnell).

Scrive Enrico Malizia, tossicologo di fama internazionale, nell’encomiabile volumetto edito da Newton Compton sulle droghe: Fin dai tempi piú remoti l’uomo ha sempre ricercato sostanze in grado di rendere la vita bella e possibilmente eterna, ma che non provocassero danni fisici e psichici e tantomeno la dipendenza. Sostanze in grado di guarire malattie e di agire favorevolmente su psiche e corpo, anche per migliorare le prestazioni, per indurre piacere ed euphoria, annullare ogni sgradevole sensazione quale ansia e dolore, procurarsi il sonno, evadere dalla realtá; per facilitare l’esplorazione della mente e il contatto con la divinitá, e quindi stabilire una mistica unione; per stimolare energie, modificare reazioni affettive, aumentare percezioni e approfondire la conoscenza del reale e dell’irreale. In pratica l’essenza della felicitá, del sapere universale e dell’eterna giovinezza, basi del mito di Faust, ed espressione del desiderio dell’uomo di diventare immortale. Un sogno che non è mai stato raggiunto, in quanto le sostanze usate-erbe, estratti, prodotti sintetici- non hanno indotto gli effetti descritti, ma solo sostituti illusori, spesso pagati a caro prezzo: danni tossici e dipendenza, una schiavitú che obbliga al loro uso continuativo. L’Italia è fortemente coinvolta dall’epidemia di peste tossica, basta scorrere le statistiche per rendersi conto del fenomeno, mentre negli Stati Uniti si mettono le mani nei capelli perché il fenomeno si è aggravato in questo periodo da far spavento. Questo non è un post sulla droga, non ne avrei la competenza. Enrico Malizia ha fatto un breve elenco dei motivi che inducono al suo uso e abuso. Per ritornare nel nostro ambito cito scrittori come Shakespeare, Hugo, Gogol, Borges, Coleridge, Baudelaire, Verlaine, Mallarmé, D’Annunzio, Rimbaud il quale dovette immergersi nelle «massime dissolutezze per arrivare all’ignoto attraverso la sregolatezza di tutti i sensi», Stevenson che a furia di morfina e cocaina ti spiattella Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, per non parlare di Cocteau, Huxley, Kerouac, Ginsberg, Burroughs, King, e penso di averne tralasciati qualche altra dozzina. Leggi cosa scrive su officinamagazine al proposito Francesco Carlo Pirro, autodefinitosi un’anima nera celata da ali d’angelo.

Se io l’ho provata? Devo proprio dirtelo? E quando? E dove e perché? E se lo farei ancora? Ti rispondo subito, cosí ti tolgo ogni dubbio. È stato a Casablanca, a casa del mio amico Ahmed, vicino alla casbah, a ventun anni, una roba che non so nemmeno ora cosa fosse, un fumo denso e acre nei polmoni, che dopo poche boccate, mi ha fatto credere di essere una testa di cavallo e poi una fune che volava verso una finestrella dalla quale sarebbe stato bello affacciarsi, per volare…(la casa era a piano terra); quanto è durato? un bel po’, e poi? e poi, a poco a poco, il senso di regale beatitudine si è disciolto e ho preso la prima corriera per Tangeri. Lo faresti ancora? No, non lo farei piú, affido quell’esperienza che ho blindato nei ricordi, senza rimpiangerla, esaltarla, o rinnegarla, alla giovinezza e al suo bagaglio di esperienza, ma senza eccedere, né vantarmene, né tantomeno consigliarla.

Rifarla no, perché se alla prima volta mi era sembrato di essere un cavallo volante per la stanza, figurati cosa sarebbe successo alla seconda, alla terza volta e via dicendo. E poi per cosa? Perché tutto quanto ritorni inevitabilmente al grigiore di prima? Ma no! Dai! L’immagine angosciante di alcuni ragazzi veneti in caffetano, incontrati in un cortile di Kabul, venuti lí con solo il biglietto di andata, ancora mi rattrista. E oggi a Kabul la situazione, dopo quarant’anni, si è ancor piú deteriorata, basta che guardi questo tremendo video.
Una cosa ti posso confermare. Al contrario dei tanti scrittori che ne facevano uso per scrivere, preferisco “penare” sulla pagina con le sole mie forze, spremendo quel po’ di succo che ho, lucido, a mani basse, senza ausilio di sorta, senza contorno alchemico, volutamente, e senza sorpassare limiti e barriere, un atto che avvertirei negativo, come un tradimento verso me stesso e i miei lettori. Di Rimbaud, Stevenson, Kerouac, Ginsberg e Burroughs ce ne son stati abbastanza.