sei stato a Costantinopoli?

VIAGGIO A  CONSTANTINOPOLI
Rispondiamo alla coinvolgente presentazione di Paolo Rumiz affermando che la susina gialla di Istanbul non l’abbiamo trovata anche se quella città esiste proprio come ce l’ha descritta; confinata ora a metà strada fra il ricordo e la fantasia in un Oriente immaginifico e tuttavia reale. Una sorta di sogno ad occhi aperti, ancora fisso nella nostra memoria dopo più di trent’anni. Anche noi siamo stati in quei paraggi, ma la conturbante, misteriosa città di cui egli favoleggia, per noi, viaggiatori in erba, era solo l’ultima tappa di un avventuroso viaggio di ritorno da Kabul.  Ancora oggi ci rimane il dubbio di essere transitati per davvero a Istanbul, luogo scintillante, magico e che l’interminabile golfo, l’acqua scura del Galata sia una visione onirica, preambolo di vicende da mille e una notte. Eppure, esiste davvero e Paolo Rumiz ce lo conferma!

L’opera VIAGGIO A COSTANTINOPOLI scritta dall’abate Giambattista Casti, straordinario viaggiatore del ‘700 incanta e coinvolge; si tratta di un’altra preziosa perla della collana BIBLIOTECA PERDUTA (e ritrovata) edita da IL POLIFILO (casa editrice sfortunatamente estinta da poco). Casti è viaggiatore colto, illuminato, spirito acuto, curioso, che non concede nulla al colore locale. L’accattivante presentazione di Paolo Rumiz è un atto d’amore verso questo luogo magico, preambolo a uno straordinario diario di viaggio. Cosa c’è di così singolare? Il libro vi proietta in un mondo in cui la geografia della cultura, della tradizione e religiosa si confondono. L’altro mondo, la porta di tutti gli Oriente Non c’è bisogno di macchine fotografiche, agenzie di viaggio o dépliant illustrativi. L’abate Casti ci introduce all’interno della motrice di quella poderosa entità politico militare che era l’Impero Ottomano che così tanto ci spaventava. L’abate descrive il carattere dei turchi, le loro case, i riti, l’ordine sociale, la moda, il lusso e la bellezza delle loro donne. Affresco entusiasmante di incredibile vividezza. Come dimenticare il serraglio, le dimore di piacere del sultano e la vita segreta dell’harem, regolato da leggi ferree, da schiere di eunuchi e dalla scimitarra del boia, sempre in funzione. L’autore è un reporter critico, curioso e partecipe a quella dimensione di favola. VIAGGIO A COSTANTINOPOLI è un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, all’interno di un mondo che affascina e che andrebbe letto a fondo, per capire, se non altro, anche il presente. Ecco dalle pagine del libro alcuni irrinunciabili brani:

A pagina 5: La tanto decantata bellezza del prospetto esteriore di Costantinopoli, giunti a portata di goderne si trova più meravigliosa e sorprendente, superiore a qualunque idea avesse potuto preventivamente formarsene. Tutto è piccolo in questo genere in confronto di quella incomparabile prospettiva. Il riverbero di luce che rendono in faccia i dorati minareti delle grandiose moschee, i cipressi, l’altra verdura sparsa tra le case turche di vari colori dipinte, rendono quella prospettiva d’una bellezza non tanto facile a descrivere…. così scrive l’abate:

A pagina 10: La società dei turchi è seria, taciturna e monotona.

Ordinariamente accade vederli seduti gravemente in circolo a gambe incrociate, colla pipa in bocca e sorbendo di tempo in tempo del caffè senza zucchero, passar gran parte della giornata in ozio spensierato e silenzioso. Le donne gelosamente chiuse e custodite nei loro harem, altra compagnia non hanno che dei loro mariti e padroni, delle more schiave e degli schiavi eunuchi….

A pagina 12: Il furto è quasi inaudito tra loro. Aurea qualità tanto più stimabile quanto più rara tra noi.  Si può andare persino di notte coll’oro in mano per la città senza timore che vi sia tolto. La severità del governo su questo punto e il pronto castigo ha colà introdotto questa felice invidiabile sicurezza….

A pagina 26: Nell’harem: …Quella che partorisce il primo figlio maschio è la sultana principale, o la sultana regina, alla quale tutte le altre rendono omaggio;….in quanto alle altre donne che abitano il Gran Serraglio per il piacere del principe, sono alloggiate in dei grandi appartamenti separati gli uni dagli altri, e che non sono aperti se non al Gran Signore. Esse stanno tutte insieme e sono esattamente osservate dagli eunuchi neri che vi sono La gelosia degli eunuchi è sì grande che se s’accorgessero che alcuni di questi giardinieri le guardasse dalle fessure di queste tende, farebbero loro saltar la testa in un istante….

A pagina 32: …All’occasione dei loro matrimoni fanno venire nelle loro case certe compagnie di donne che sono una specie di ballerine di liberi costumi, che ivi ordinariamente dimorano tre giorni continui, divertendo la brigata coi loro motti e atteggiamenti lascivi, al fuoco di timpani e specie di chitarre e piastre di metallo percosse una contro l’altra….

Giambattista Casti, nacque ad Acquapendente (VT) nel 1724. Di famiglia benestante, studiò nel seminario di Montefiascone (VT). A sedici anni, ottenuti gli ordini sacri, iniziò a insegnare Retorica.

Si trasferì quindi a Roma, attratto dai salotti letterari e dalla mondanità capitolina entrando a far parte dell’Accademia degli Arcadi. Partì da Venezia il 30 giugno 1788 e rimase a Costantinopoli venti giorni dal 19 ottobre al 7 novembre, facendo ritorno a Venezia l’11 marzo dell’anno successivo.

c’era il Vate?

Il 1 marzo 1938, moriva Gabriele D’Annunzio. Uno dei poeti, scrittori ed intellettuali più importanti del nostro Paese. La sua espressione più celebre fu “vivere inimitabile”. Frase che, in effetti, riassume benissimo ciò che sono state le sue esperienze e tutta la sua esistenza. Una vita che non può essere imitata. 

Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante. Già dai primi studi mostra subito un grande interesse per la letteratura ed è proprio negli anni del collegio che pubblica la sua prima raccolta poetica (Primo Vere). Tanto che lo si potrebbe definire una sorta di ragazzo prodigio!

L’esperienza romana

Si trasferisce a Roma ai tempi dell’università, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere ma non termina gli studi. Il periodo romano sarà soprattutto un periodo di lavoro giornalistico, vita mondana, frequentazione di salotti letterari e aristocratici ma anche grandi amori e grandi tradimenti.

Per un letterato a quel tempo poteva essere facile ritrovarsi in questi vortici di passioni e vita sregolata. Sulla base di questo inizia a scrivere i suoi primi romanzi dando voce a quello che viene definito il movimento dell’Estetismo di cui D’Annunzio è il più grande rappresentante in Italia soprattutto con il suo famosissimo romanzo, Il Piacere.

Il movimento dell’Estetismo

L’Estetismo è un movimento che deriva direttamente dal gruppo del Decadentismo, il cui concetto di fondo è la rottura con la società e con l’arte ufficiale classica. Si ha un grande bisogno di allontanarsi dalla massa borghese, tanto da scandalizzarla, rompendo con le tradizioni letterarie passate. L’Estetismo è la variante che più ci interessa quando parliamo di D’Annunzio, in quanto, è un atteggiamento che coinvolse tutta l’esistenza.

In linea con la parola estetica, consiste nella filosofia che si occupa delle sensazioni, della bellezza, dell’arte. In letteratura l’Estetismo implica un culto del bello, in quanto è molto importante il modo in cui le opere appaiono, devono essere piacevoli alla vista, al tatto, alla lettura, devono sconvolgere, esprimere lusso e distacco da tutto quello che è comune. Il romanzo che meglio di tutti concretizza le tematiche dell’Estetismo e che anzi aiuta la diffusione di queste idee in Italia è Il Piacere che vedremo fra poco.   

Il concetto di Superuomo

Ma la vita lussuosa che conduce a Roma lo sommerge di debiti e per scappare ai creditori comincia un periodo di spostamenti per la Penisola. Giunto a Venezia conoscerà l’attrice Eleonora Duse, il grande amore della sua vita, alla quale si ispirerà nelle sue scritture.

Questo è anche il periodo in cui, leggendo Nietzsche, si avvicina al concetto di superuomo, colui che si distacca da ogni convenzione, rinascendo come spirito libero e animalesco contro le restrizioni civili e sociali. Secondo questo concetto scrive Le Laudi, una raccolta di componimenti poetici nel quale appare il concetto di superuomo affibbiato all’idea di un Eroe greco di vitalità irrefrenabile.

Dalla vita politica agli ultimi anni di vita

Il suo periodo politico lo vede deputato del Regno d’Italia. In questa veste lotta affinché il nostro Paese entri in guerra, durante la Prima Guerra Mondiale. Parteciperà direttamente al conflitto in alcune battaglie aeree, ma riportò gravi ferite, come la perdita della vista ad un occhio.

In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritira dalla vita politica e passa gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda fino alla sua morte avvenuta il 1 Marzo 1938. L’importanza della sue opere è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.          

Federica.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

il Vate prendeva appunti?

IL VERSO È TUTTO

Così diceva. Per il verso sperimentò la vita e sfidò la morte. Nel segno di una vitalità spasmodica e senza limiti. “Non ne posso più. Non ho mai avuto tanta ansia, neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro. Perché? Perché sono maturo per la morte. Impresa di Buccari-Gennaio 1918. L’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore. I comandanti e i marinai mi aspettano su la riva. I motoscafi sono pronti col loro doppio siluro unto, color d’oro. ” Soldato fra i soldati, eroe fra gli eroi. Il trionfatore, il tribuno, ultra-uomo, esteta e poi Vate; tollerato, usato e poi scaricato da Mussolini che lo aveva relegato al Vittoriale, perche se ne rimanesse buono buono.  Un grande del ‘900 per merito di pochi versi, di alcune opere in prosa, in grado di sprigionare una musica rara che incanta ancora oggi. Versi assolutamente unici, come unico era Gabriele, l’ultra-uomo, capace di trasformare la sua stessa vita in opera d’arte, sperimentando tutto l’sperimentabile che il suo tempo poteva offrire.

Amori, imprese guerresche, viaggi, politica sono semplicemente puntate febbrili di una vita incredibilmente densa e vorticosa, che lo porta a interloquire anche col regime fascista. (Non sappiamo se corrisponda al vero il fatto che Hitler gli avesse messo alle costole una spia donna). Nella ghiotta edizione di Mondadori ci sono i Taccuini, con copertina rigida, ricoperta di stoffa azzurra edizione a cura di Enrico Bianchetti e Roberto Forcella (1965). Il libro contiene una riproduzione di alcune pagine dei TACCUINI scritte dallo stesso D’Annunzio. Perché ho scelto proprio questo libro? Perché contiene i mattoni con cui costruirà le sue opere di cui oggi non sappiamo più che fare, tanto sono ingombranti e fuori dal tempo. Così enfatiche, retoriche, estetizzanti. Tranne alcune,di eccezionale fattura e di enorme suggestione. Le altre, la maggioranza, sono folte di arringhe, commemorazioni e sfide autentiche alla morte, come queste: Compagni, alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave dei nostri capi. Ma non vuole pianto né rimpianto questo celebre ucciso e distruttore.  (in morte di Francesco Baracca, il famosissimo aviatore). Ma i Taccuini contengono anche questi appunti di viaggio: 4 fazzoletti Dr. 22 Miele Dr. 20  Loukum Dr. 30  Sigarette Dr. 20  3 scialletti sorelle Cicciuzza (scarpe e vestiti) Mario scarpe portafogli  Pagato a Costantino Cicolo L. 50 Pagato allo stesso con una tratta (Vallardi) L. 55  Abiti portati in yacht Abito completo grigio ferro Idem a quadretti minuti bianchi e neri Commissioni per Venezia: Occhiali da presbite n°12. E poi appunti sulle cose da vedere, comprare, sulle opere da sviluppare.  Un libro per intenditori, ma non solo per gli amanti del Vate.
Da altri appunti apprendiamo che uno dei suoi camiciai era M Sanguinetti con negozio in corso Vittorio Emanuele 7 e 8 a Milano. E Umberto Tallino faceva il domestico in Via Borgospesso 25 a Milano. Appunti del soldato, dell’uomo, del poeta e del viaggiatore che, con molta cura, annota nomi, iscrizioni, targhe, che registra emozioni e sensazioni in un ordinato caleidoscopio dove c’era scritto l’elenco dei regali da acquistare per amici, parenti, amanti. Un uomo con una altissima considerazione di se stesso (come dargli torto?)

Uno scrittore che faceva tutt’uno con il combattente, il tribuno, il politico, l’esteta, il vagheggino e l’uomo di mondo. Grandissimo nell’opera Alcione, e nel Notturno (solo in quelle?) ma al contrario di Pirandello, (deceduto due anni prima di lui) che fruga nel profondo della psiche umana, anticipando un uomo al di là da venire, comunque imminente, egli era alle prese col suo mito, e con quello del superuomo di evoliana memoria, anche se il filosofo siciliano lo considerava un teatrante. E poi da chi scrive MERIGGIO, STIRPI CANORE, LA MORTE DEL CERVO e IL NOTTURNO cosa si può volere ancora?

Elsa Morante, definita non mi ricordo più da chi Pizia di tempra durenmattiana, negli anni ‘ 60 era intervenuta in una controversia fra linguisti. Dicendo: non è vero che aggettivi come “stupido”, “imbecille”, “cretino” sono perfettamente sinonimi, intercambiabili. Niente affatto. Per esempio, Carducci era stupido, Pascoli era imbecille e D’Annunzio un autentico cretino.  Credo che il marito di Elsa Morante, il signor Alberto Pincherle Moravia fosse perfettamente d’accordo con lei, incapace di celare sentimenti ostili e di rivalsa verso il Vate probabilmente per le mete e i risultati che D’Annunzio aveva conseguito e lui invece no, pluricandidato deluso al Nobel e tuttavia destinato a rimanere a bocca asciutta, senza poi riferire della sua invidia per la messe di cuori femminili all’attivo del poeta nazionale.

Un articolo interessante di Repubblica su D’Annunzio del 28 febbraio 2008 mette in luce l’avversione patologica di Natalino Sapegno contro il Vate, ma non era il solo ad avversare l’eroe di Fiume. Sull’articolo ci troverai cose interessanti come: D’Annunzio ha incontrato quella che in un passo del romanzo, in anticipo su Sartre, definisce «una insopportabile nausea di vivere», le «acque morte e venefiche » della malinconia.

Il prossimo post sul “divino” Gabriele sarà di Federica che lo ha già pubblicato sul suo blog il mondo della ragazza creativa che ti invito a visitare. Passo e chiudo

Ernest si era infatuato del Vate?

La notizia l’ho ricavata da un ritaglio di giornale ingiallito, probabilmente del 1984; l’articolo è di Franceso La Valle e il giornale è IL GAZZETTINO. Se fai qualche ricerca scopri quello che ho scovato io e che merita nuova attenzione. Ve la riporto come l’ho letta, evitando di commentare.
Americani Sul Grappa – Documenti E Fotografie Inediti Della Croce Rossa Americana in Italia Nel 1918
GIOVANNI CECCHIN Published by Asolo 1984. 

Ancora un libro, memorie, due personaggi stratosferici, così lontani eppure così intimamente legati nell’ammirazione che uno provava per l’altro, non so se ricambiata, e poi nella disillusione per un sogno andato in frantumi. Ernest Hemingway e Gabriele D’annunzio. Ovvero la strana coppia. Scrive lo scrittore americano: “mentre fumavo, vagavo col pensiero al grande amatore che, esaurito l’amore per la donna, stava ora spremendo sul suo infuocato cranio le ultime gocce di amor patrio. Com’egli avesse messo da parte i decreti delle nazioni per fare il filibustiere. Questo eroe ormai vicino al disarmo. Un amante che era solo fallito in una ricerca, quella della morte in battaglia. Avrebbe egli incontrato la morte che cercava o sarebbe stato di nuovo beffato?

Pensavo all’ultima volta che l’avevo visto quando scese dalla carlinga dopo il raid della Serenissima su Vienna. Come, con quel suo aspetto di vecchio avvoltoio calvo, egli s’era sfilato il pugnale con l’impugnatura d’avorio che portava alla cintura sopra il maglione di aviatore e disse al pilota: “Tu hai perseguito il tuo obiettivo, io no!”, e s’incamminò via. Mentre pensavo a questo D’Annunzio e guardavo dalla battagliola, mi sentii premere contro le costole la punta di un pugnale e una voce mi sibilò “Che fiamme?” “Fiamme nere” ansimai contro il parapetto.” Benissimo Scribe Frog Eyes (scribacchino occhi di rana). Finalmente si salpa, mi disse in inglese “Voltati…Grifone sta pilotando fuori il piroscafo…stai andando a Fiume Scribe. abbiamo requisito la nave stanotte. “Diavolo d’un Picks! Ora siamo lontani dal Grappa!” dissi. ….” Ora tutti gli Arditi sono laggiù col Gabriele. Bisogna stare nel gruppo. Questa sì che è vita.”
firmato Ernest Hemingway.

Nell’articolo ci leggi anche: A Chicago Hemingway nel 1922 scriveva del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” e l’articolo di Francesco La Valle conclude: In un personaggio della complessità di Hemingway, l’dentificazione ambivalente con D’Annunzio è sempre stata presente. Nel 1922 scriveva di lui nel contesto della famosa intervista a Mussolini: “D’Annunzio,… il vecchio calvo, forse un po’ matto, ma del tutto sincero e divinamente coraggioso fanfarone”E ancora nel 1950 in DI LA’ DAL FIUME E FRA GLI ALBERI: “il grande meraviglioso autore de IL NOTTURNO”. E fu proprio dal D’Annunzio musico della parola, oltre che “eroe” che Hemingway fu profondamente influenzato: dalla “magia” di una prosa fonica e ritmica, di semplicità e complessità evocative della musica. Tutte cose da approfondire, non ti pare?

Lasciami solo aggiungere una considerazione a margine, che ha il sapore dell’ovvio. Poteva forse continuare all’infinito quell’epoca di eroi, l’esaltazione del sangue bramoso di gloria e della mente che agognava nuove mete, emergenti come un fiume in piena nelle pagine del IL LIBRO ASCETICO DELLA GIOVINE ITALIA e nei discorsi esaltati con cui il Vate arringava i suoi legionari? Poteva andare oltre quell’avventura dello spirito, del sangue e delle armi, eredità ardenti ma scomode della prima guerra mondiale? Non poteva, è la risposta, infatti già si stava preparando il tempo nuovo, quello della normalità, della mediocrità dei nuovi soggetti politico sociali europei, anche se sarebbe occorsa una nuova guerra. L’eroismo, l’esaltazione, come l’amore e l’ardimento sono fratelli della giovinezza, quella che il vecchio avvoltoio calvo e un po’ matto, secondo Hemingway, ma sincero, non si rassegnava ad aver perduto; la normalità per lui era morte, ma non quella cercata in battaglia, bensì quella che esige oblio, silenzio, tacita rassegnazione, asservimento a nuove regole di vita per preparare una terra senza eroi, né proclami.

il Vate infuocava i suoi fedelissimi?

Alberto Moravia lo detestava, anche per il numero inarrivabile di conquiste femminili e perché forse vedeva nell’oggetto del suo scherno quello che lui non avrebbe mai potuto essere. Mentre la moglie Elsa Morante diceva esplicitamente che Carducci era un idiota, Pascoli un cretino e D’Annunzio un emerito imbecille; Pasolini, che era loro amico, ne parlava pochissimo e male. Avrai così capito che sto parlando del Vate, dell’ultimo grande italiano, del mito ultimo d’Italia. Con la sua scomparsa si seppellisce un’epoca, va in pensione l’Italia eroica, combattente della Grande Guerra coi suoi cinquecentosessantamila morti italiani. Non ci sarebbe stato più spazio in futuro per uno come lui e per quelli che lo osannavano.
Prima di abbandonare l’Italia ho fatto visita al Vittoriale, doveroso omaggio al Vate: mausoleo, clausura, dimora traboccante cimeli, D’annunzio sembrava che fosse appena uscito da una delle sue stanze. Così diceva: “Io dono il Vittoriale agli Italiani, considerandolo un testamento d’anima e di pietra…” Con lui sparisce l’esteta, il retore, sparisce il soldato (autentico) anche se il barone Julius Evola, che peraltro aveva apprezzato i suoi scritti, lo definiva “teatrante”. Puoi detestare la sua figura di avvoltoio vecchio e calvo, come lo descriveva, pur ammirandolo, Ernest Hemingway, e quella spasmodica ricerca del bello e inimitabile, puoi scegliere alcuni suoi versi e stamparteli in mente, di eccezionale bellezza quelli di Alcyone, e amare quella prosa sonora che pare abbia influenzato la scrittura di Hemingway. Con D’Annunzio muore colui che sfidava la morte, cercandola sul campo di battaglia, come momento estetico inimitabile, senza tuttavia riuscire trovarla. Nel volumetto pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE c’è tutto l’ardore e l’ardire del poeta che si fa uomo d’arme, del tribuno che lamenta l’Italia eroica tradita da una vergognosa pace mutilata. Ignorare D’annunzio, figura apprezzata e studiata a livello internazionale, è impresa senza senso e parlare di lui oggi è come aggiungere gocce a una mare di scritti, articoli, analisi, tesi, critiche e infine riscoperte. Dal volume di ITALIA O MORTE cito alcuni passi significativi:

A pag. 18: Non si tratta di avanzare verso il benessere ma verso la grandezza. Anche la fame e la discordia possono essere artefici della grandezza futura.
A pag. 28: Che valore hanno i segreti dei trattati laboriosi – espedienti della fede fiacca e della paura intempestiva- al paragone delle diritte volontà eroiche?
A pag. 38: Io e i miei compagni non vorremmo più essere Italiani di un’Italia rammollita dai fomenti transatlantici del dottor Wilson e amputata dalla chirurgia transalpina del dottor Clemenceau.
A pag. 58: Non vedo potenze contro di noi, nel senso dello spirito, nella specie dell’eterno. Non vedo se non grossi e piccoli mercanti , grossi e piccoli usurieri, grossi e piccoli falsari.
A pag. 92: Per lui (Natale Palli) come per ogni spirito eroico “il sogno è fratello dell’atto e anche la morte non è se non un atto creatore, il più misterioso e virtuoso degli atti creatori
A pag. 145: La Grande Guerra aveva sprigionato dall’uomo tutte le essenze sublimi; aveva abolito i limiti noti del coraggio e del patimento;…Veramente la bellezza eroica precipitava e traboccava sul mondo come un torrente di maggio…
IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE

“Osare l’inosabile, questo il mio scoglio” uno dei suoi motti, non più oggi, non è più nostro quel primato di allora, quello nuovo sta altrove, appartiene ad altri popoli, ma è anodino e di natura molto diversa dal precedente italiano.

Quello che forse D’Annunzio non poteva intendere è che un popolo d’eroi non può che vivere sulla punta delle fiamme di un incendio, di un tumulto del sangue, ma che le fiamme poi, volenti o nolenti, si spengono per lasciare posto alla “normalità” che non è mai epica o eroica per costituzione, lasciando macerie fumanti e infine fredde e immemori, come quelle tipiche dei nostri giorni. Sta a te, a me, “almeno” non dimenticare quello che siamo stati e chi ci rappresentava facendosi interprete del nostro essere latente più profondo, questo fino a poco tempo fa. E, ci tengo a sottolinearlo, vorrei che la sua figura e le sue opere fossero patrimonio comune di tutti noi, al di là di ogni credo, orientamento o appartenenza politica.

I prossimi post saranno dedicati alla sua figura, che riserva inesauribili “sorprese”.


Philip Marlowe indagava?

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Se anche te, come me ti abbandoni alle delizie del brivido e del giallo qui c’è una cosetta mica male; un capolavoro. Fiumi di inchiostro versati per elogiare la grandezza di questo autore gattofilo e con la pipa in bocca e le sue opere, divenute ormai un classico della letteratura. Chi dice: crimine, pistole fumanti, bionde favolose e conturbanti e America anni Quaranta dice Raymond Chandler. Un ambiente fascinoso e violento e di grande presa sul lettore.

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Interpretazioni sociologiche e corsi universitari sull’opera di Chandler. Ne avevo seguito uno anch’io all’università Palazzo Nuovo di Torino. Maestro del giallo e inventore del celebre investigatore Philip Marlowe. Perché ne parlo? Perché ho riletto per la quarta volta, a distanza di anni, Blues Bay City e ancora ho scoperto cose nuove. Come se fosse un vero classico.
Chandler ha scritto opere in cui psicologia e azione si intrecciano, ricchi di ritratti d’ambiente, suggestivi nella loro veridicità. Ma non solo, tralasciando l’aspetto meramente poliziesco, questi noire ci parlano di un’America segreta, notturna, di luoghi in cui il crimine appare così ovvio e connaturato con l’ambiente e coi personaggi da sembrare come evento ed epilogo naturali, quasi scontati.
Un unico modo di concepire l’esistenza: all’insegna della violenza, pieno di omicidi, abiti scintillanti, donne strepitose e cappelli flosci Borsalino. come fossero stelle cadenti.
È un’America assonnata, notturna, quella che Chandler tratteggia, popolata da bionde ubriache dalle curve mozzafiato, poliziotti ambigui che la sanno lunga, da gorilla guardaspalle grandi come montagne, da baristi e portieri di notte, sempre al corrente di misfatti, occultamenti e fughe. Fra ville misteriose e strade male illuminate, dottori equivoci alle prese con siringhe di morfina, il crimine dilaga; questa è l’America che in Blues di Bay City prende il sopravvento; gente con la pistola facile che usa il cloroformio come acqua di colonia e lo sfollagente come fosse un pettine. Una scialba umanità sconfitta, dedita al delitto come unica soluzione di vita. Di onesti ce ne sono davvero pochi in circolazione, e se ci sono, sembrano comunque coinvolti (poliziotti in primis) in un fango indigesto che porta un solo nome: vizio senza riscatto. Col suo strascico di morti ammazzati. Scotch a fiumi, per sciacquarsi denti e budella. Pistole che spariscono e ammazzano, informatori e loschi camerieri che raccolgono sui divani di night club aspiranti cadaveri.  E la trama? Il meccanismo è sempre il medesimo. Tutto comincia da una telefonata di Violetta Mc Gee della squadra omicidi. Per simpatia, affetto o altro, avvisa il nostro detective. Il quale spesso esce con le ossa rotte e senza intascare i soldi nemmeno per un panciotto usato. Ma lui chi è?

Certo John Dalmas, padre di Philip Marlowe, un individuo che deve possedere un fascio di neuroni concentrati sulla meccanica dei crimini e sul modo per dipanarli. Uno che poteva fare solo quello nella vita: fiutare, come un segugio implacabile, spiegando nauseato, amareggiato e senza trionfalismi, la trama dei delitti. Dalmas si dedica ai crimini come un maestro delle elementari cura i propri scolaretti, con la stessa partecipazione. E il paragone finisce lì perché i maestri non vengono cloroformizzati né trattati con lo sfollagente. Quello che invece succede a ogni pagina al nostro detective. Grande Chandler.

UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI Blues di Bay City
e altri racconti di Raymond Chandler.
Traduzione dall’inglese di Attilio Veraldi. Con una copertina dell’ufficio grafico Feltrinelli assai suggestiva.
Nel 1980 l’avevo pagato 3500 lire. Non si può dire che fosse proprio a buon mercato.

il Barone non voleva essere chiamato “Maestro”?

Alla voce Mao Tse Tung il dizionario di Filosofia della Rizzoli del 1977, revisione e bibliografie di Emanuele Ronchetti dell’università di Milano, redattore capo Italo Sordi si legge: Rivoluzionario, pensatore e uomo politico cinese, figlio di contadini, eccetera…ma la parola criminale non compare, possibile che quelli della Rizzoli ignorassero le sue nefandezze a carico del suo popolo? Ovviamente il dizionario riporta i nomi di Marx, Lenin, Sartre, Marcuse e anche Nietzsche, dedicando loro ampio spazio. Il libro di Jung Chang e Jon Halliday MAO the unknown story sostiene che a carico del dittatore cinese ci sono, malcontati, circa settanta milioni di morti. Ovvero un criminale sfuggito al giudizio della storia. Rammento ancora, sbarbatello, i cortei per le vie di Milano e Torino che gridavano: Boia Johnson! (non che questi fosse un’anima candida) e Viva Mao! E altri studenti che avevano rifiutato un incontro con Alberto Moravia sbattendogli in faccia la porta e dicendo: “Mao sì, Moravia no.” La RIZZOLI mi dovrebbe spiegare perché non ho trovato sul suo dizionario le voci che cercavo: Evola, Tradizione e Rivolta contro il mondo moderno, la sua opera più complessa ed esaustiva. Forse perché il Barone Julius Evola era colluso col Fascismo anche se critico non poco nei confronti di Mussolini e perché teneva contatti col Nazismo, da cui peraltro veniva spiato, perché individuo sospetto. Chi teme ancora questo personaggio? Gigante del pensiero europeo, filosofo controcorrente del Novecento. Perché Mao sì e lui no?
Dopo questo lungo preambolo introduttivo ecco un libro appena pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI. Curato da Gianfranco De Turris IL RITORNO DEL BARONE IMMAGINARIO, una raccolta di diciassette racconti ispirati a questo, per certi versi, enigmatico personaggio, che ha subito e tuttora subisce l’ostracismo di critici e storici italici. Racconti che hanno Evola, il Barone ritornato alla ribalta, per protagonista.

Un puzzle di brevi narrazioni fantastiche e realistiche, tutte interessanti, basate su personaggi, fatti e luoghi reali, che concretizzano una idea di Gianfranco De Turris, curatore del volume, il quale nell’introduzione del libro scrive: “Julius Evola resta in fondo l’unico e forse ultimo tabù della cultura italiana del secondo Dopoguerra. Questo libro che segue il primo è un po’ la risposta per dimostrare che Evola è una personalità/personaggio tale da superare tanti ostracismi al punto da indurre una quarantina di scrittori a porlo al centro di altrettante storie…io credo che il Barone, quello in carne ed ossa ci avrebbe celiato su dopo averlo letto.” Le opere di Evola sono conosciute all’estero e la loro diffusione è crescente, ma l’Italia lo elimina dall’elenco dei grandi protagonisti del pensiero occidentale. Il volume publicato, da IDROVOLANTE EDIZIONI è un omaggio dovuto e sentito all’uomo ironico e autoironico che ha sempre rifiutato l’etichetta di Maestro o di Guru. Nelle foto il suo ritratto durante la Prima Guerra mondiale e un suo dipinto dadaista. Il volume pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI va così incontro a un’esigenza, una curiosità di sapere, alla volontà di non dimenticare l’uomo e la sua opera ancora avvolte nel limbo di un incomprensibile ostracismo, dettati probabilmente da trascuratezza e timore. Ma occorre non mitizzare Evola, non lo avrebbe gradito.

Che il filosofo, storico esoterista e pittore Dada risulti oggi un antidoto è evidente, le sue analisi e tesi appaiono, dopo decenni, lucide e profetiche; a chi si rifiuta di studiarlo o anche solo di prenderlo in considerazione bastano evidentemente lo sfascio, l’oblio di grandezze trascorse, l’approssimazione infine, caratteristiche del nostro essere moderni. Ma i balbettii di chi cerca e non trova nessun appiglio nell’odierno, ovvero le stimmate del sordo e del cieco, non possono costituirsi valori di riferimento in alcun modo. Il Nichilismo di Nietzsche del resto ha fatto il suo tempo da un pezzo. Delle innumerevoli frasi che emergono dall’opera di Evola, superato l’imbarazzo della scelta, ne scelgo alcune tratte da RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO: “L’uomo tradizionale sapeva della realtà di un ordine dell’essere molto più vasto di quello a cui oggi corrisponde di massima la parola “reale”. Oggi come realtà, in fondo, non si concepisce nulla più che vada oltre il mondo dei corpi nello spazio e nel tempo. …Le basi della gerarchia e della civiltà tradizionale, in tutto e per tutto sono state distrutte dalla trionfante civiltà “umana” dei moderni…”

c’era la donna angelicata?

Dovreste farlo anche te. I benefici non sono cosa da poco. L’età che avanza, il mondo del lavoro che ti mette da parte perché non servi più. Per cui il tempo a disposizione aumenta dopo aver aiutato a sbrigare faccende domestiche. Però devi possedere una punta di masochismo per fare certe cose. Quali? Leggere Dante ad esempio, senza maestri aggiunti o canti interpretati da Gassman e Benigni. Dico la Divina Commedia a costo di apparire bizzarro o fuori dal tempo. Dico Dante perché se vuoi capire l’Italia di oggi con le sue magagne e i suoi poteri “occulti” deve partire da quelle pagine e sorbirti le accuse gridate che Dante lancia anche contro la Chiesa, definita corrotta e meretrice. Strano che l’avessero lasciato vivo allora. Che il divino poeta ce l’avesse con Bonifacio VIII lo sanno anche gli scolari delle medie, e con i frati gaudenti e con le alte gerarchie del papato e con la corruzione e il malcostume civile e morale del mondo che mal vive, comprese le donne fiorentine succintamente vestite. Il suo grido rimane tuttavia e ovviamente inascoltato, mi sembra normale, come inascoltato risulterà quello di Tolstoy dopo aver scritto il suo SEBASTOPOLI, ma quella è una’altra storia, pare insomma che sette secoli siano passati invano. Siamo di fronte a un uomo medievale (bella scoperta dirai te) nelle idee, nelle concezioni del mondo, ma proiettato in un futuro che, buon per lui, non conoscerà. La sua modestia, il suo castigarsi di fronte a Beatrice cela a fatica una smisurata presunzione (a ragione ) di se stesso, la sua opera travalica i secoli per proporsi attuale e accusatoria verso questo lembo di terra un tempo privilegiato da natura, dei e sorte e oggi popolato da piccoli uomini. Le sue pagine parlano estesamente anche della donna e del suo ruolo nella società. Vai a leggere cosa scrive a proposito di Beatrice quando la incontra in Purgatorio. Lei lo sgrida mica poco, lo striglia per bene, facendolo vergognare di sé, dicendo che si è lasciato traviare da attrazioni esclusivamente mondane, lo umilia, lo confonde, irritata e offesa. Ti tolgo un po’ di fatica nella ricerca e dal canto XXX del Purgatorio riporto:

Alcun tempo il sostenni col mio volto: 
mostrando li occhi giovanetti a lui, 
meco il menava in dritta parte vòlto.                             123

Sì tosto come in su la soglia fui 
di mia seconda etade e mutai vita, 
questi si tolse a me, e diessi altrui.                              126

Quando di carne a spirto era salita 
e bellezza e virtù cresciuta m’era, 
fu’ io a lui men cara e men gradita;                               129

e volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promession rendono intera.                         132

Né l’impetrare ispirazion mi valse, 
con le quali e in sogno e altrimenti 
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!                                    135

Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
a la salute sua eran già corti, 
fuor che mostrarli le perdute genti. 

Altroché donna angelicata! E lui per i suoi rimproveri addirittura sviene. Perché uno dotato come lui si stava perdendo seguendo l’effimero terreno. Donna angelicata, certo, una che in Paradiso aveva diverse aderenze, una semisanta della cui bellezza terrena Dante si era innamorato, e lei lo sgriderà anche per questo. Lei è la donna che non c’è, lei è la donna “superiore” che a tutti gli effetti dà parecchi punti all’altro sesso, e siamo nel Medioevo, con buona pace di chi pensa che la donna sia ontologicamente inferiore al’uomo e che “naturalmente” gli sia subordinata. Beatrice viaggia a qualche palmo sopra il livello in cui razzola l’uomo. Lei è la creatura che confonde e redarguisce il suo amante dicendogli che la vera bellezza, e la vera virtù non risiede nell’avvenenza corruttibile del corpo ma nelle sfere celesti dove eterna regna la luce di Dio. Perdona la facile battuta: Beatrice non conosceva la Fisica quantistica e gli indicatori che dicono che l’universo intero morirà per collasso termico. Tutto porta a credere che il vero bene non è nella natura degenerescente terrena con grande scorno di sostiene che Dio è morto. Leggere un gigante della letteratura come lui ti fa scoprire cose così lontane, così vicine ad oggi. Se ti dicessi che Dante è geniale regista di un filmdell’orrido direi cosa ovvia, vai a leggerti un canto dell’inferno in cui gli uomini diventano rettili e i rettili si contraggono per ritornare uomini, in un processo che ti immagini perfettamente visualizzato al computer.

Quasi commuove il suo granitico credere in Cristo e in Dio e fa riflettere che a due secoli dalla sua scomparsa Hans Holbein il Giovane dipinge quel Cristo morto, livido cadavere di un uomo, simbolo profetico di quella che nel cuore degli umani sarebbe stata la sua sorte nei secoli a venire. Obbliga a riflettere il viaggio di Dante nell’ultramondo medievale confrontandolo coi brandelli del Cristianesimo che fanno dire a Nietzsche: Dio è morto.

c’era il Barone immaginario? (2)

IL GUARDIANO DEL LYSKAMM di Marco Cimmino mi riporta alle pagine di Lovecraft: “Ogni tanto, ci facevamo un grido di incoraggiamento, quasi a dire che c’eravamo ancora. Era tutto innaturale, gliel’ho detto: una situazione strana. …Stavamo quasi per arrivare ai roccioni prima dell’ultima arrampicata della vetta, quando di fronte a me, vidi una luce. Proprio dove avrebbe dovuto esserci il mio compagno. Ho detto una luce, ma non era veramente una luce: era come se la nebbia, da grigia, si fosse schiarita, sbiancata. Era un colore di morte, come la faccia dei morti…David aveva cambiato completamente espressione: i suoi occhi celesti guardavano lontano, in un altrove cosmico.

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Ripeteva in un sussurro mistico le parole che avevo imparato a conoscere bene, che il Professore mi aveva insegnato a temere. E che significavano un incubo abominevole: il guardiano della Soglia, il poderoso Yog-Sothoth era tornato per aprire la porta tra i mondi. Questo cercava il Professore (Evola): il varco dei Grandi Antichi! …in quel momento tutto mi apparve inutilmente minuscolo, di fronte alla devastante visione di un passaggio tra il nostro mondo e una realtá mostruosamente ostile…” ovvero un brano che ricorda da vicino alcune scene de LE MONTAGNE DELLA FOLLIA.
AMERICAN GODDESS di Mario Farneti. Evola è alle prese col più importante presidio della modernità e con Sadie Braddock, sua degna rappresentante: Gli Stati Uniti d’America e Sadie, dunque, “dagli occhi cangianti come il mare all’aurora, figlia della luce, emersa dal nitore delle stelle occidue.” …”Io sono la tua dea,” disse lei. “La Dea America” sorrise lui. Sadie, americana figlia di un ricco finanziere….Non poté fare a meno di stringerla e di baciarla. Rivelatrici e significative sono alcune delle numerose battute scambiate fra la giovane americana, il padre di lei ed Evola:

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“Proprio a causa del vizio, la vostra civiltà è priva di valori” dice Evola
“Non è vero, non siamo privi di valori. Siamo cristiani anche noi” risponde Sadie.
“Il fatto di essere cristiani non vi assolve, per di più siete protestanti-puritani che per me è un’aggravante.” Mister Braddock, padre di Sadie a Evola: “L’America è la patria della libertà e delle opportunità. Qui ogni individuo ha la possibilità di realizzarsi come meglio crede…sono convinto che la Russia cadrà come cadrà la decrepita civiltà europea e rimarremo soltanto noi americani a guidare l’umanità” ed Evola: “…L’alchimia della finanza non è altro che il riverbero, invece, dell’età del ferro, l’era che stiamo vivendo. E non è un’epoca di progresso ma di mortale arretramento per tutti gli esseri della Terra.” Di rilievo, nel racconto un pensiero di Evola: “L’America vive nell’orgasmo costante di un bisogno di possesso; una fosca angoscia di fronte a tutto ciò che è distaccato, isolato, profondo e lontano…Per contro le civiltà tradizionali furono vertiginose proprio nella loro stabilità, nella loro identità, nel loro sussistere in mezzo allo scorrere del tempo e della storia…”
L’ANTRO DELLA SIBILLA di Mario Bernardi Guardi. Evola, Dino Campana e la sua amante forsennata Sibilla Aleramo. “Sputo su di voi, sul vostro Dio, sulle vostre donne, sui vostri bambini, sulle vostre leggi. Voglio rinunziare alla nazionalità italiana. Voglio arruolarmi per il Kaiser” sbraita il poeta. Campana, ora l’idiota, ricoverato in manicomio, al quale toccavano lamenti atroci, di cani che gridano alla luna. E sembra che a volte si mettesse a urlare anche lui, sbattendo la testa contro il muro….Io, folle a freddo, lava di ghiaccio, sfogliavo i Canti Orfici. E poi lei, la maga sfatta…Non era innocente.

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Era fasciata da un abito rosso, scollato, che la rendeva più che nuda…Sei una vecchia ninfa… stuprata adolescente, sposa per forza, adultera, madre snaturata, mantide irreligiosa… rifletté Evola al cospetto della donna, rammentando quello che diceva Soffici: “Sibilla è come il calamaio di un ufficio postale: tutti ci possono mettere dentro la penna…” Devastante, non ti pare? E poi, ancora l’amaro ricordo di lei di Campana: “Ho bevuto alla coppa della vita, era veleno, lei era veleno …sono stato colmo di lei, poi mi ha lasciato solo …e ho vomitato inferni.”
LE CATTEDRALI FILOSOFALI di Manlio Triggiani. A Bari Evola deve vedere l’editore LA TERZA anche per proporgli la sua opera “Rivolta contro il mondo moderno” ma l’editore dice che l’opera dovrebbe avere al massimo duecento pagine. Non se ne farà niente. Quindi Evola, spinto dal suo amico Bonabitacola, si reca allo studio dell’avvocato Borracci con cui parlerà diffusamente e con crescente interesse della presenza del sacro Graal nella basilica di San Nicola. Evola, scettico e comunque molto interessato all’argomento dice al suo interlocutore: “In base al racconto cristiano credo che nel mistero del Graal ci sia un adattamento biblico di tradizioni nordico celtiche remotissime, precristiane ed extrasemitiche. Il vero Graal deriva dalla Tradizione pagana.” “Benissimo” disse Borracci “Ma chi ci dice che anche San Nicola non fosse la cristianizzazione di una figura pagana?” Nei giorni appresso, dopo altri incontri dedicati sempre a quel tema, Evola salì sul treno per Roma con uno scartafaccio di appunti nella valigia e di idee in testa. Il Graal. il Graal, il Graal, un mistero…
INCONTRI RAVVICINATI di Errico Passaro. “In genere non apprezzo che mi si rapisca.” Disse il barone. Che ci fa Julius Evola nell’hangar dello stabilimento SIAI Marchetti di Vergiate dopo essere sceso da una Balilla nera, insieme ad altre due persone appartenenti all’ex gruppo di UR?

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“Se vorrete avere la bontà di ascoltarmi tutto vi diventerà più chiaro”. Chi era l’uomo che dopo un po’ avrebbe puntato una pistola conto Evola minacciandolo di morte per indurlo a collaborare, e cosa voleva da loro? Un funzionario dell’OVRA alle prese con un mistero la cui soluzione era inderogabilmente voluta dal Duce. Cos’era successo? Un disco del diametro di trenta metri con geroglifici intraducibili incisi sul metallo era caduto poco lontano da Vergiate. Ed era stato recuperato anche il suo…pilota, ancora vivo, seppure malconcio. Un mistero assurdo e assoluto. I tre uomini fissarono lo sguardo sulle fattezze indiscutibilmente aliene della creatura…l’impalcatura dell’essere era umanoide..”il nostro visitatore” disse il funzionario dell’OVRA potrebbe appartenere a una civiltà venuta alla luce prima che sulla terra fosse apparso il primo essere vivente…una civiltà potenzialmente ostile…Cooperate e tutto andrà per il meglio.” Il funzionario che li aveva minacciati di morte voleva che i tre convenuti a forza tentassero di svelare il mistero dell’alieno, in forza delle loro conoscenze…i tre, tuttavia, Evola per primo, non collaborarono…e in quel modo avevano detto di no a Mussolini.
LA CRIPTA DEGLI IPERBOREI di Dalmazio Frau. Un’eccezionale scoperta archeologica avvenuta in Romania desta l’interesse di Himmler. Evola ne sarà volentieri coinvolto, lo vediamo respirare la brezza mattutina dopo essere emerso con un U Boot del terzo Reich, nel Mar Nero. “Sono stati degli sciocchi! Non dovevano disturbare ciò che è sepolto là dentro da tempo immemorabile!” dice Camila Mutu, settima figlia di sette generazioni di maghi, Evola ascolta e riflette. La spedizione composta da soldati tedeschi, un gruppo di romeni armati, Evola e Camila, si addentra nei boschi dove, prima che giungesse il Dio cristiano, si aggirava il terribile Chernobog. Un grandioso portale scolpito cela segreti inarrivabili e terribili verità sepolte da tempo immemore. Evola e la maga Camila entreranno per primi in una immensa caverna dove è stato racchiuso un Antico Male…

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“Non siamo soli” disse Camila guardano Evola e rivolgendosi poi ai soldati. “Ora non siamo più soli…sono già qui!” Quattro giganti avanzavano. Alti una dozzina di metri e coperti da armature di ferro contro cui nulla potevano i proiettili dei mitra tedeschi…strazianti grida seguirono. E poi, infine i Figli dell’Alba, i Principi Splendenti, i Guerrieri della lontana Thule apparvero recando salvezza…
MURSIA

scriveva e moriva Yukio Mishima?

Personaggi estremi e fuori dall’ordinario ce ne sono sempre stati, con la la loro figura e le loro opere si impongono, in questo caso anche brutalmente, all’attenzione producendo riflessioni e considerazioni; è il caso di Yukio Mishima, e la sua LA DIFESA DELLA CULTURA. edito da IDROVOLANTE , Personaggio estremo che offre spunto per considerare e verificare al di là, se possibile, di ideologie o posizioni preconcette, la nostra storia. Personaggio controverso, strenuo difensore del’unicità del Giappone e dei suoi valori tradizionali. ovvero del Giappone imperialista della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero rimane in bilico fra spada e crisantemo, fra vita e morte di cui subiva il fascino prepotente, fra brutalità ed eleganza, fra Oriente ed Occidente. Ossessionato dall’dea di perfezione anche estetica, affascinato dal San Sebastiano di Guido Reni e dalla statua dell’amante dell’imperatore Adriano, Antinoo. Mishima mette a nudo incontestabilmente l’animo del Giappone, del tramonto del dio imperatore, e dell’onore nipponico che non conosce compromessi. Per questo ricorrerà a quel suicidio teatrale che ancora oggi fa discutere e in un certo modo infastidisce i Giapponesi odierni alle prese col loro scomodo passato . Il suo suicidio è un atto politico, una manifestazione di non resa, l’estrema protesta contro il nuovo Giappone asservito alla volontà dei vincitori. Un atto estremo il cui significato assurge a simbolo, a rivolta, a denuncia. Mishima che vestiva abiti italiani di gran classe, fumava sigari cubani e aveva una particolare ammirazione per Marlon Brando e per scrittori come Gide e Hemingway (dalla densa introduzione di Daniele Dell’Orco) rimane per certi versi un enigma anche se il suo estremo gesto di protesta si ripropone chiaro nel suo significato nel tempo a decenni di distanza. Né le parole del primo ministro di allora che disse alla notizia del suicidio spettacolare di Mishima: “Doveva essere fuori di testa.” sminuiscono il suo clamoroso dirompente gesto. Fuori di testa non lo era, a meno di considerare fuori di testa le centinaia di giapponesi suicidi per aver perso la guerra. Con Mishima muore un samurai (l’ultimo?) che tentò invano di perseguire un’armonia tra la penna e la spada.

Su una sua affermazione di certo non concordo: “L’idea di una cultura universale, o di una cultura del genere umano , è già di per sé assai discutibile per la sua astrattezza…(pag 47 del libro.) Mishima non può impedirmi di amare anche la particolarissima concezione dell’arte del suo Paese, e tentare di farla mia, così come del resto accadrebbe per i Bronzi del Benin o l’arte rupestre di Altamira. Interessante quanto leggo a pag. 48: …è sbagliato limitarsi a mettere in luce la dimensione statica della cultura giapponese ignorandone quella dinamica. Essa possiede una tradizione peculiare che trasforma gli stessi modelli di azione in opere d’arte. Caratteristico del Giappone è che le arti marziali appartengano al medesimo genere artistico della cerimonia del tè e della disposizione dei fiori, una tipologia di opere che in breve volgere di tempo nascono, rimangono in vita e poi scompaiono… Per alcuni aspetti mi rammenta D’Annunzio e il suo tentativo (riuscito) di fare della sua vita un’opera d’arte.

Mishima si congeda tragicamente dal suo amato Giappone con un crisantemo di sangue, il suo sangue, che brilla ancora sulla sua katana. Il suo martirio che rimanda a quello di San Sebastiano denuncia una dicotomia insanabile fra (l’ex) anima giapponese imperialista e l’animo attuale narcotizzato e obbediente a dinamiche storico politiche che il Paese deve subire. Se sei a Londra, agli ultimi piani del British museum, ma devi attendere che riapra dopo il virus, ci troverari il padiglione del Giappone con varie testimonianze e reperti, fino al recente passato, appena accennato, della sua volontà di potenza, (come non riandare a Nietzsche?) egemonia, volontà che hanno condotto il Paese ad eroismi indicibili ma anche a nefandi crimini, come come quello di Nanchino. In ogni caso LA DIFESA DELLA CULTURA è un libro, a distanza di decenni, ancora oggi di una attualità sconcertante.