Beatles dell’India – le mie indie (3)

Beatles dell’India
Dopo aver attraversato Ram Jhula, il principale ponte sospeso sul Gange, Rishikesh si trasforma da capitale dello yoga ad una piccola Liverpool indiana. Il soggiorno dei Beatles nel 1968 ha fatto la fortuna di questa città ed in questa zona le tracce sono disseminate ovunque. Ci sono pannelli in legno che raffigurano i Fab Four multicolori della copertina di Sgt. Pepper’s. Mentre attraversano la strada sulle strisce pedonali di Abbey Road.
Percorri la Beatles Street in direzione dell’ashram del guru Maharishi. Presto la strada lungo la riva del Gange si trasforma in una baraccopoli. Giri l’angolo e ti ritrovi di fronte un’insegna con la scritta Tiger Reserve. Pensi di essere arrivato in uno zoo e di avere ancora una volta sbagliato strada, niente di nuovo dal tuo arrivo in India.
Un poster accanto alla biglietteria ti rassicura invece che sei nel posto giusto: mostra la celebre foto di gruppo con i Beatles vestiti di bianco ed avvolti da una ghirlanda di fiori arancioni. Stai per entrare a Chaurasi Kutia, meglio conosciuto come il Beatles Ashram, sede di una sorta di ritiro spirituale e creativo. Vi parteciparono i Fab Four, accompagnati da mogli e fidanzate, 60 studenti ed una serie di personaggi del mondo della musica e dello spettacolo, tra cui l’attrice Mia Farrow e Mike Love, il cantante dei Beach Boys.
Circolano due versioni attorno a quel soggiorno. La prima idilliaca di un periodo in cui i Beatles si ritiravano la mattina a meditare ed al pomeriggio si sedevano sul tetto con le canzoni che sgorgavano da sole, pronte per il White Album. Una seconda infarcita di pettegolezzi: dall’ambiguo rapporto del guru Maharishi con l’attrice Mia Farrow, reduce da un divorzio con Frank Sinatra, alla presunta maledizione lanciata verso John Lennon e George Harrison, in fuga dall’ashram su automobili che continuavano a guastarsi.
All’ingresso nel parco trovi 84 meditation caves numerate, grotte di meditazione in pietra che ricordano i trulli di Alberobello e le capanne dei Puffi. Ci si può entrare e salire sul tetto, sfidando la sorte su quel che resta delle scale interne. Man mano che ci si addentra nella giungla, puoi notare come la natura abbia preso il sopravvento armata di edera e muschio.
Raggiungi il bungalow del guru Maharishi, scelto si dice per la sua posizione energetica. Da qui puoi intravedere il Gange, sentire il suono delle sue acque arrivare potente nonostante 46 metri di dislivello. Ovunque attorno a te edifici abbandonati, con la silhouette dell’arco indiano ad addolcire lo sfacelo dei vetri rotti alle finestre. Una sensazione sospesa tra il fascino di templi sommersi dalla giungla e lo squallore dei casermoni popolari delle nostre
periferie. Sulle pareti murales postumi spaziano dal tridente di Shiva al simbolo dell’Ohm, disegnano occhi, cuori e fiori di loto. Una tigre ed un elefante osservano lo scorrere del fiume, una scimmia scruta il riflesso del sole sull’acqua.

Sali 4 piani di scale interne, senza corrimano, senza protezioni. Lo stato di conservazione farebbe inorridire i rigidi standard di sicurezza occidentali. Il meglio deve ancora venire: sul tetto ci sono due cupole, alte 6 metri, simili a serbatoi d’acqua. Una scala retrattile le avvolge: nessuno ti vieta di salire in cima ad ammirare la collina, ma il tuo coraggio viene meno ad ogni scalino. Ti fermi sul più bello quando ti accorgi che non è ancorata a terra.

Ridiscendi e trovi il numero 11 fuori dalla porta di un edificio ed eccolo, il sancta sanctorum, la camera privata a cui solo i Beatles avevano accesso. Ti sembra di entrare in una chiesa e ti imbatti in una sorta di altare, misterioso come la tomba di un faraone. La luce filtra debole dalle aperture poi il corridoio sfocia in un cortile da archeologia industriale. Un cartello domina tra le mura scrostate e sembra volerti lasciare un messaggio: “Let it be”. Lascia che sia, lascia correre, c’è ancora una luce che splende su di te.

Luca Santinon autore di Hippietrail

Le fotografie sono pubblicate sul sito http://www.hippietrail.it nella sezione Portfolio.
Link diretto: https://hippietrailblog.wordpress.com/hippie-trail/download/le-mie-indie

Rieccolo! Lorenzo Ferrara e’ tornato

Presentato da Barbadillo, che ne ha ospitato numerosi articoli esce Britannia luci e ombre viaggio irriverente nel mondo dei Brits  di Lorenzo Ferrara. Seguito naturale di Albione la perfida ieri e oggi . I due volumi fanno parte di un trittico e compongono un ritratto verace del way to be britannico, una “radiografia” fatta dall’interno, elaborata da un irriverente flaneur che per dodici anni ha frugato Londra. La “latitanza” dell’autore ha fruttato un nuovo libro.

“Ano di vacca, pene di cammello e vagina di pecora, con spremuta di vermi, si ignora se sconditi, ovvero il pasto dell’ex ministro della sanità sotto il governo Johnson, per dimostrare la sua tempra di uomo durante un reality show”. Queste e altre amenità, tutte verificabili, affollano il secondo volume di Lorenzo Ferrara sui Brits -che continuano a farci predicozzi sulla nostra democrazia a rischio-. Britannia luci e ombre, compone un puzzle irriverente sul way to be britannico. I Brits, che oggi realizzano la loro vocazione di affittacamere, sono alla ricerca di un nuovo ruolo, visto che il primo hanno dovuto abbandonarlo, travolti dalla marea di contestazioni. Il primo volume Albione la perfida e il secondo Britannia luci e ombre interpretano il loro disorientamento. Il terzo volume è in gestazione.

Il suo nuovo libro è “disgustoso” come è stato definito il primo?
-Temo di sì-.
Abbiamo raggiunto al cellulare l’autore del nuovo libro, che continua a essere “latitante” ed è nata questa colloquio, per la serie “un italiano fuori dal coro e senza peli sulla lingua indaga:

-Ma lei ce l’ha con gli Inglesi?-
-Sono loro che ce l’hanno con noi-.
-In che senso?-
-Basta leggere la storia che non si insegna a scuola-.
-Ad esempio?-.
-Il loro re è venuto in Italia, da poco, fra le ovazioni di popolo e capipopolo ma non ha chiesto scusa per i bombardamenti a tappeto a guerra quasi finita su Italia e Germania. Forse gli hanno nascosto le foto delle pile di cadaveri a Dresda che avevano fatto inorridire Churchill. E poi, come dire? ci ha fatto sentire una nazione di serie B, nel suo discorso alla camera-.
-Non le sembra di esagerare?-
-Affatto, da sempre i Brits considerano gli altri solo in funzione della loro convenienza-.
-Cioè?-
-Brexit insegna, non gli conveniva più scaldare la sedia a Bruxelles, anche se adesso vorrebbero rientrare-.
-Buon per loro-.
Può darsi. Lei è mai stato in Afghanistan?-
-No-.
-Io sì. Con i loro cugini Gringos volevano far credere che erano lì per motivi umanitari e per esportare democrazia. Paravento per giustificare la loro presenza in loco alla ricerca di gas e petrolio. Perché non va a chiedere alle donne afghane, illuse e poi tradite, come si sentono, adesso? Promesse ammalorate, ovvero sassi in piena fronte, e senza metafora.
-Cosa “salva” dei Brits?-
-Anche loro fanno parte della storia, che ci riguarda da vicino. Non ci hanno perdonato di aver “maltrattato” la loro regina Boudicca, e di aver fondato Londra. Critici per i cristiani divorati dalle belve al Colosseo scrivono Shame on the Romans.-
-Forse han ragione -.
-Sicuro, ma lei metta su un piatto della bilancia i milioni di neri schiavizzati, maltrattati e deceduti nelle loro piantagioni, o sulle navi, per secoli, più eccidi, come quello di Amritsar, osannato da Kipling, o il genocidio dei Mau Mau kenioti, o i disastri in Egitto registrati da Pierre Loti, più quelli recenti in Iraq, e sul secondo piatto i nostri crimini, compresi quelli di Giulio Cesare, se vuole-.
Le loro università sono tra le migliori al mondo-.
-Lei dice? Una volta dissipato l’incenso: le nostre università non hanno nulla da invidiare alle loro, Il fatto è che attorno a quelle inglesi operano apparati che offrono lavori qualificati ben retribuiti. In questo sono formidabili. Attorno agli atenei c’è un sistema complementare che oggi sfrutta gli studenti con prestiti a interessi da capogiro. Anche se adesso anche i loro laureati più bravi vanno a fare i camerieri, per mancanza di offerte-.
-Ma il fascino di Cambridge e Oxford?-.
-Sono insuperabili nel marketing. Secondo lei La Normale di Pisa, la Bocconi, La Sapienza o il Politecnico di Milano sono inferiori? No, ma attorno c’è il deserto, non riusciamo ad attrarre, le opportunità scarseggiano e i neolaureati smammano o fanno i centralinisti. Per soprammercato, coi cugini americani, all’università insegnano che Dio non c’è perché non ha lasciato traccia, e che il David di Michelangelo non deve scandalizzare ancora con le sue nudità integrali, turba le anime sensibili, a cominciare dalla loro defunta regina Vittoria.
-E poi?-.
-Anche alle elementari dovrebbero insegnarlo.-
-Cosa?-
-Che non hanno affittato una nave, comprato fucili, camicie, mutande e scarpe per i mille di Garibaldi per beneficenza, complice la massoneria inglese: volevano ostacolare Austria e Francia con l’insorgere dell’Italia e abbattere il Papato. Ma qualcuno sostiene sia una bufala. Della spedizione parlo in Albione la perfida, il primo volume sui Brits-.
-Qualcosa di più recente?-
-Uno dei loro re, Giorgio V, mi pare offrisse pasticcini e tè a Edda Ciano Mussolini, intrattenendola in piacevoli conversari a Buckingham Palace. Solo che Edda deve avere travisato, cadendo poi nella trappola del “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot,”  -per dirla con Gabriele D’Annunzio- che la trattava come una regina. Di qui la seconda guerra mondiale.
-E qualcosa sull’oggi?-
-I Brits fanno la guardia, monitorando l’insidia del fascismo nostrano. Scrivono libri sull’impero romano, dicono che dobbiamo sorvegliare il livello democratico e sopprimere le tentazioni del passato, del resto Sergio Romano nel suo Finis Italiae l’ha scritto chiaro e tondo: “noi i conti col fascismo dobbiamo ancora farli, troppo comodo addossare ogni responsabilità ad un uomo solo”, come se i milioni di italiani di allora fossero poi stati colti da improvvisa amnesia. Dimenticano i Brits che Sir Winston Churchill aveva avuto grandi parole di elogio per il Duce. Corta la memoria della ex razza padrona. 

-Scriverà ancora di loro?-
Ho promesso al mio editore, Solfanelli, che non ci sarà un terzo libro su Albione, ma non so se riuscirò a mantenere la promessa. 
-Ha dei ricordi della sua vita a Londra?-
-Una gallina, che spesso avvisava di aver fatto l’uovo. Ce l’avevano i miei vicini, alla faccia delle volpi che popolano la megalopoli.
-Dicono che Lorenzo Ferrara sia uno pseudonimo-.
-Qualche precauzione ho dovuto prenderla-. La libertà di espressione non è merce scontata, nemmeno qui. Se racconti le loro marachelle puoi diventare indigesto e magari ti invitano a levare le tende come persona non grata.  

Britannia luci e ombre viaggio irriverente nel mondo dei Brits di Lorenzo Ferrara  Pagg. 252 – € 18,00  Ordini: 

ordini@tabulafati.com 

Albione la perfida ieri e oggi 
di Lorenzo Ferrara  Pagg. 184 – € 14,00  Ordini: ordini@tabulafati.com

L’arte ceramica di Philip fra irriverenza e sperimentazione

Scarpe sformate, cappelluccio e grembiulino. Philip Eglin e’ appena uscito dalla sua bottega come un artista artigiano faentino rinascimentale. Pago e fiero della sua lunga giornata di creazione e sperimentazione. Una tradizione che, ci piace ricordare, in Italia ha goduto e gode tuttora di una fiorente e rinomata tradizione, una delle tante eccellenze nostrane. Basta recarsi al Victoria & Albert museum per verificarlo. Ma Philip Eglin ci mette del suo, che ha dell’irriverente e che fa della sperimentazione di soggetti, forme e colori un ensemble intrigante e “colto”. Qui lo vediamo all’opera nella sua bottega intento a creare le sue ceramiche, reinventandole.

Dice Philip del suo lavoro: “Mi vedo come un continuatore di una forte tradizione ceramica che prende in prestito idee, sia per la forma che per la superficie, da vari esempi. Mi piace essere irriverente e “sovversivo”, ricorrendo a fusioni di soggetti storici e contemporanei apparentemente disparati, questo nel tentativo di raggiungere un equilibrio tra l’alto e il basso, il riverente e l’irriverente, il sofisticato e il grezzo.”-Ci pare che il suo obiettivo sia raggiunto in pieno.

Dalle sue note si rileva: Philip Eglin è un rinomato ceramista britannico la cui pratica fonde tradizioni orientali e occidentali con arguzia, umorismo e satira. Le sue opere, che includono figure, vasi, piatti e pentole, sono caratterizzate da rigore tecnico, sperimentazione materica e audacia scultorea, trasformando influenze storiche in ceramiche contemporanee dinamiche. Abbracciando l’imprevedibilità dell’argilla, le sue superfici sono ricche di texture, distorsioni e gesti espressivi. Questo approccio non solo gli permette di spingersi oltre i confini dei mezzi, ma anche di evidenziare la duratura rilevanza della ceramica come veicolo di narrazione, critica sociale e celebrazione dell’esperienza umana.

Le opere di Eglin sono conservate in collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui the Victoria and Albert Museum, London; the Fitzwilliam Museum, Cambridge; the National Museum of Scotland, Edinburgh; the British Council; Musée de la Céramique, Sèvres; the Stedelijk Museum, Amsterdam; Museum of Fine Art, Houston, Texas; The Mint Museum, Charlotte, North Carolina. He has exhibited at the V&A, London; The Royal Academy, London; Somerset House, London; Marsden Woo Gallery, London; Yorkshire Sculpture Park; Pallant House Gallery, Chichester; Thyssen-Bornemisza National Museum, Madrid. Eglin won the Jerwood Prize for Applied Arts in 1996. Nel 2025 è stato selezionato per il prestigioso Loewe Craft Prize.

Alcune note sul suo lavoro mettono in rilievo una formazione colta:
“La mostra Bucket List alla Canopy di Londra, esamina le forme dei vasi che Philip Eglin ha esplorato negli ultimi trent’anni: brocche e giare con manici, grandi sottopiatti e secchi con i lati dritti. Presenta la ceramica come luogo di narrazione, umorismo e riflessione critica, e afferma il ruolo di Eglin come una delle voci più distintive della ceramica britannica contemporanea.”
– Isabella Smith, scrittrice e curatrice.

Ignoriamo se la raffigurazione di uno dei nostri cibi nazionali su un contenitore in ceramica alto 45 centimetri e largo 38 sia ispirata a garbata satira o ad altro, in ogni caso lo intendiamo come un omaggio all’Italia e alle sue eccellenze.

Philip Eglin | Bucket List 

15 gennaio—20 febbraio 2026 
Private View: Thursday 15 January, 6—8pm

Canopy Collections HQ 
3 Bloomsbury Place 
London WC1A 2QA 
 


la pittura “psicologica” di Marianne

Ci mancava proprio l’invito, gradito e inaspettato, della Canopy Gallery a Bloomsbury. Sono atteso per un breakfast-incontro con Marianne Thoermer, l’autrice. Non posso mancare e sono già in ritardo. Vado a vedere che aria tira. Nell’occasione tiro fuori dall’armadio la cravatta superstite.
Nessun appunto all’opera onesta e genuina di Marianne, che illustra alle signore presenti la genesi delle sue tele. I coltelli potrebbero suggerire violenza ma impugnati ed esibiti da mani forti e nodose da contadino, creano una sospensione, inducono a riflettere, quasi estraneee alla loro funzione, le lame non suggeriscono pericolo, anzi, fermezza e sicurezza.

Marianne qui predilige la dimensione domestica, fatta di piatti, bicchieri e stoviglie, oggetti amici e quieti, compagni di mensa e di riposo post prandiale. “La pittura è sempre stata la mia prima lingua, poiché ho ricevuto una formazione classica e attraverso di essa sono stata introdotta all’arte fin dalla tenera età.” Dice. “Per me è il modo più intuitivo e naturale di navigare nel mondo. Lavorare con altri mezzi nel corso degli anni mi ha permesso di sviluppare un senso più ampio di materialità e un approccio più materico e sensoriale, che ora ho riportato in pittura.” Aggiunge Marianne. All’inizio, sentivo che ai miei dipinti mancava la presenza necessaria per commuovere veramente, quindi ho esplorato modi di lavorare più tattili. Con la conoscenza che ho ereditato da altri media, le opere hanno acquisito sostanza, urgenza e una presenza in grado di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Riscoprire questa urgenza è stato sia un ritorno alle mie radici sia un modo per andare avanti con una pratica più profonda.

Non ho una tecnica pittorica predefinita che si adatti a tutte le immagini: varia davvero da lavoro a lavoro. Alcuni dipinti vengono costruiti lentamente nel tempo, strato dopo strato, consentendo all’immagine di trovare gradualmente il suo posto attraverso questo processo costante. Altri, come la serie Dirty Dishes, iniziano diversamente: applico un primo strato di vernice, lo lascio asciugare e poi lo carteggio nuovamente per creare una prima texture, quasi come se stabilissi il nucleo della memoria del dipinto. Una volta rivelata la superficie, applico strati di vernice più spessi e poi li pulisco rapidamente utilizzando panni, polpastrelli o cotton fioc. Diventa un processo che spinge l’immagine in avanti e poi la cesella nuovamente indietro.  

The Periphery, Il titolo della mostra a Canopy Collections, riflette il mio interesse per i confini: spaziali, sociali e psicologici. Questi dipinti sono il frutto maturato durante il mio congedo di maternità, un periodo di quiete e di attenta osservazione, quando la mia attenzione si è rivolta a ciò che mi circondava: i gesti trascurati, le tranquille scene domestiche e i piccoli dettagli che spesso passano inosservati. Attraverso Periphery, esploro cosa significa abitare o osservare dall’esterno, dove dentro e fuori, luce e ombra, presenza e assenza diventano fluidi. È una prospettiva che incoraggia un modo di guardare più lento e attento e rivela la profondità e la complessità dell’ordinario. Il dipinto  “The Arrangement”, ad esempio, si basa su una fotografia d’archivio scattata nell’asilo nido della prigione di Askham Grange, nello Yorkshire. 

Una immagine di un libro che mi ha colpito. Si vedono le figure che apparecchiano tranquillamente i tavoli, ma le ombre sulle pareti danno il senso di qualcosa di più profondo, una sorta di tensione psicologica emerge. Poi ho scoperto che era stata scattata ad Askham Grange, prigione femminile aperta con un asilo nido. La foto mostra il personale che prepara i tavoli per i bambini, e il posto in realtà gode di una delle migliori valutazioni: non è affatto triste. È così apprezzato il luogo che anche il personale ci manda i propri figli. Una figura nella fotografia proietta un’ombra su un’altra e, in un certo senso, mi ha ricordato come un neonato proietta un’ombra su di te. Quando servi qualcuno nella tua professione, stai anche servendo tuo figlio in un modo diverso.
Ho scelto questa immagine quando ero all’inizio della mia esperienza di maternità. Non che la maternità sia come la prigionia, ma ci sono dei parallelismi: un senso di restrizione, di negoziazione del proprio posto in un nuovo ruolo.” 

Nel dipinto, che attira subito l’attenzione,  si cela l’origine di una vaga inquietudine. Una insidia incognita sembrano suggerire le ombre, come a turbare la quieta attività domestica delle inservienti. Vediamo e “sentiamo” così i rumori discreti di chi apparecchia le tavolate, ma l’ombra ci mette all’erta.
Strana pittura quella di Marianne, frutto di ispirazione psicologica, e che non si limita alla sfera visiva, ma che coinvolge altri sensi, come l’udito, nel percepire il crepitio della foresta che brucia e il tintinnio delle posate nell’acquaio.
Ovvero una fisicità pittorica che suggerisce suoni. Pentole, bicchieri e stoviglie non rimangono oggetti muti ma soggetti plastici e sonori, mentre silenzio e compostezza accompagnano la visione in primo piano dei coltelli, affidati a mani sicure, come per smorzare la loro pericolosità. C’è più psicologia di quanto non sembri nei dipinti di Marianne. 

Marianne Thoermer è laureata alla Royal Academy of Arts, Londra, nel 2018. Il suo lavoro è ospitato in collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui la Collezione Goetz, Monaco di Baviera; Collezione Haus N, Kiel e Atene. Ha esposto alla Royal Academy of Arts, Londra; Galleria Frestonian, Londra; TJ Boulting, Londra; Museo Rijswijk, Paesi Bassi.

Perfetta la conduzione dell’incontro in galleria, e nessuno si è abbuffato al buffet. Presente all’incontro Barney Cokeliss, scrittore/regista pluripremiato, il cui lavoro è stato selezionato da festival tra cui Sundance, TIFF e Venezia.

Canopy Gallery 3 Bloomsbury Place, WC1A 2QA Londra

Il bestiario magico di Nichola Theakstone

Ma sí, anche a Londinium, mirabolante paesone cresciuto a dismisura c’è del buono e del bello, basta frugare.
Non troppo lontano nel tempo da non essere ricordate, c’erano le creature cosí come le aveva fatte la mano di Dio. L’eden in terra, l’intonso creato pieno di meraviglie, erbe e animali. Ciò non e piú, mortificato e seviziato dall’uomo stolto. A saperle cercare, tracce cospicue di quel mondo esistono ancora e parlano. Sono gli animali e le loro essenze che ci indicano, severi, la loro precaria esistenza. Il loro monito silenzioso è potente, basta gironzolare nei pressi di Piccadilly street per verificarlo.

Arrivano dalla banchisa polare, dall’India, dalla steppa e dalla foresta. Sono gorilla, leoni, lepri, orsi polari e vacche sacre, e cani e cavalli ancestrali che evocano miti irricordabili e dimensioni di vita scomparse da migliaia di anni. Questa fauna eterogenea la trovi riunita in schiera silenziosa a poca distanza da Piccadilly street, dentro i recinti di Sladmore, galleria che ospita mostre dedicate ai nostri amici in via di drammatica e rapida estinzione. Dopo essere passato più volte davanti alle sue vetrine sono finalmente entrato nel bestiario. Sculture in bronzo che catturano a prima vista, evocazioni di mondi e vite minacciati dall’ignavia e dalla stupidità dei contemporanei.

Lí rivivono e fanno meditare. Nichola Theakstone, scultrice di straordinario talento, ha saputo catturare perfettamente, oltre allo spirito che anima tutti gli esemplari, le loro più riposte e intime essenze, lasciando parlare le espressioni talora assorte, intente o contemplative, nelle varie pose dei soggetti. C’è qualcosa di indefinibile e attraente in quelle creazioni, nelle espressioni dell’orso, del felino, e del gorilla di montagna. Quasi un richiamo. Una sorta di straniamento emana dalle loro espressioni. Essi ci rimandano a un mondo antico, che un tempo era anche il nostro. La scultura di Nichola Theakstone senza strepiti e proclami è anche denuncia di un mondo in rapido dissolvimento. Essa ci riporta alla radice di dimensioni ataviche seviziate dalla modernitá.

Quando eravamo cacciatori, e ci difendevamno dalla leonessa e dal giaguaro, quando eravamo cavalieri, in sella a mitiche cavalcature. Le opere della scultrice ci restituiscono brandelli di quel mondo che ci apparteneva e dal quale ci siamo stoltamente allontanati. Il misterioso felino guarda proprio te, mentre il caos impazza davanti all’hotel Ritz, a pochi metri di lí.

www.craftinfocus.com/nichola-theakston-sculptor: “Nichola afferma: “Gli esseri umani hanno una ricca storia di coinvolgimento artistico con il mondo animale per una varietà di scopi. Per me è la straordinaria bellezza del mondo naturale e la mia risposta fisica ad esso; un tentativo di comprendere e ritrarre creature così diverse eppure simili sotto molti aspetti. Mi sembra un’attività molto pertinente, con l’elenco degli animali in pericolo critico in continua crescita. Oltre all’ovvio apprezzamento della forma, spero che l’opera susciti una risposta personale e varia, da questioni di fragilità dell’esistenza a idee meno tangibili e più effimere. L’idea che una singola creatura possa sperimentare una dimensione spirituale al di là dei suoi comportamenti animali istintivi è la premessa alla base di gran parte del mio lavoro. Sebbene i primati siano un tema ovvio e avvincente data la loro vicinanza genetica al genere umano, è importante per me che tutti i soggetti siano scolpiti con sensibilità ed empatia, rispecchiando elementi della nostra coscienza condivisa e invitando l’osservatore a relazionarsi e riflettere.” 

Sladmore Gallery è una galleria d’arte londinese situata al 57 di Jermyn Street dal 2007. La sua specialità sono gli scultori animalier (la sede di Bruton Place è specializzata in scultori contemporanei e quella di Jermyn Street in scultori del XIX e inizio XX secolo).

I Brits e noi, l”amore” che non muore

Lorenzo Ferrara, ancora desaparecido, ci aveva assicurato che questo, insieme a molti altri articoli, sarebbe stato pubblicato in un libro edito da Solfanelli

Edda Ciano, la fille du Duce, à Rome, Italie. (Photo by KEYSTONE-FRANCE/Gamma-Rapho via Getty Images)

L’amore che i Brits nutrono per il nostro paese si manifesta in diverse occasioni, amore strano, tortuoso, di gente lontana anni luce dalla nostra essenza intima, esso conosce diverse tappe e gradi di interesse, si industria a sguinzagliare giornalisti nella nostra penisola come osservatori per sondare i meandri di certi fatti nostrani, certe anomalie, le magagne e i sotterfugi, i detective arrivano vicino al vero ma poi mancano l’obiettivo. Per capire gli Italiani è noto che occorre un trattato di Fisica Quantistica, non un manuale qualsiasi. Del resto di Indro Montanelli ce n’è stato uno solo, lui ci capiva qualcosa, insieme a Luigi Barzini e all’ex ambasciatore Sergio Romano. L’attenzione dei Brits verso l’anomala creatura politica che loro stessi hanno contribuito a creare, non perde occasione di manifestarsi, anche ai massimi livelli. Più che tracce, fatti, più che impressioni, affermazioni e giudizi, scagliati come sassi nella storia. Sir Winston Churchill insegna. 

Nel 1939 Time le aveva dedicato una copertina. Bella non era, e non solo in quel ritratto, essendo priva del visetto incantevole di Audrey Hepburn, con la mascella ereditata dal padre, eppure Edda Ciano Mussolini, contessa di Cortellazzo e Buccari piaceva. La sua verve, il suo essere donna oltre gli schemi, coraggiosa e ribelle affascinavano, anche al re dei Brits Giorgio V doveva piacere, al punto che la invitava ai tea parties a Buckingham Palace offrendole biscotti, pasticcini e sigarette, coinvolgendo Edda in piacevoli conversari. Ma lei non era a Londra solo per prendere il tè, bensì come inviata speciale dal babbo, di politica parlò con i ministri di allora chiedendo: “Ma se l’Italia sbarcherà in Africa voi cosa farete?” Evasivi gli Albionici, dicono le cronache e le sanzioni all’Italia da loro poi volute, ci fecero venire la gobba, tanto che per venirne fuori l’Italia ebbe bisogno dell’alleanza col “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot,” (per dirla con Gabriele D’Annunzio.)

Adolf Hitler was dictator of Germany from 1933 to 1945.

Solo leggende? Certo che le pesantissime sanzioni inglesi furono una concausa nella scelta dell’alleato dell’Italia. E poi venne il super blasonato Churchill, inglese doc e con cospicue tracce di antico sangue fiorentino. Bando al folklore biografico: Roma, 1927 a colloquio con Benito Mussolini. A Churchill il duce offrì di scrivere due articoli sul suo giornale, Il Popolo d’Italia. Durante una conferenza stampa: “Se fossi italiano, sono certo che mi sarei schierato con tutto il cuore con voi fin dal principio nella vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo.” Spulciando sul web capisci com’è andata e perché.
Fabio D’alessandro, avvocato presso uno Studio Legale su it.Quora.com: “Churchill, da buon inglese DOC, nutriva un sovrano disprezzo per chiunque non fosse british; idem dicasi per qualunque nazione, forma di governo, associazionismo etc. che non fosse di matrice albionica. In tutto ciò, considerava l’Italia la somma dei difetti possibili, in quanto paese latino, mediterraneo, e cattolico. Per un paese così, l’unica forma di governo possibile, era una dittatura paterna e un poco severa; l’alternativa, era cadere sotto una dittatura comunista (l’esperienza ungherese con Bela Kuhn, il Biennio Rosso, oltre alla guerra civile spagnola, la rendono una ipotesi possibile). E Mussolini, per questo ruolo era perfetto. All’indomani della morte del Duce: “Così finirono i 21 anni della dittatura di Mussolini in Italia. Durante i quali egli aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo in cui avrebbe potuto sprofondare nel 1919, per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima. L’alternativa al suo regime avrebbe potuto essere un’Italia comunista, che non sarebbe stata fonte di pericolo e sciagura di natura diverse per il popolo italiano e per l’ Europa. Le grandi strade che egli tracciò resteranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo”. (Churchill ‘La seconda guerra mondiale’, Oscar Mondadori – volume nono pag. 63) e anche: “Il genio romano impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista Mussolini ha stabilito un centro di orientamento dal quale i paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non devono esitare ad essere guidati”. Discorso di Churchill il 18 febbraio 1933, (R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936). Del resto – cosa che non si dice – Churchill, fino al 1937, e per motivi simili, ebbe parole di profondo elogio anche per Hitler.”
Carlo De’ Coppolati, laureato in materie economiche e in Relazioni Internazionali, esperto di contrattualistica internazionale, su it.Quora.com: “Perché Mussolini scelse di allearsi con Hitler e non con Churchill?” “Per un semplice motivo che tutti gli storici conoscono ma che nessuno dice: gli Inglesi non volevano nessuna alleanza. La perfida Albione, che perfida era davvero, ha sempre cercato e spesso è riuscita a defenestrare qualunque sovrano, presidente o leader mediterrano che abbia anche solo messo in dubbio che detto mare non fosse una piscina inglese. Da Ferdinando II fino a Mussolini. Le cose poi nel tempo sono cambiate, ora la piscina è diventata americana, come tutte o quasi le altre piscine del mondo, ma all’epoca gli inglesi pensavano di essere loro i padroni del mondo e del vapore.” Nell’addendum: “Aggiungo uno stralcio dell’ultima intervista a Mussolini sull’argomento: “Prima di stringere il Patto d’acciaio ho tentato tutte le vie per trovare un’intesa con l’altra parte. Alla Francia ho ceduto per sempre Tunisi come primo segno di concordia. Avevo chiesto la sicurezza del pane per il mio popolo ma anche questo mi è stato negato. L’Inghilterra non ci ha voluti. Voleva la nostra neutralità e i nostri porti a sua disposizione e tutto questo, cioè l’ipoteca dell’avvenire e la nostra dignità, per un misero piatto di lenticchie. Quando ho visto che non c’era nulla da fare, mi sono legato con la Germania. La politica inglese è diabolica.”

Tornando a Churchill: per l’opinione pubblica inglese ecco alcune sue frasi ulceranti; Nel 1937 disse alla Palestine Royal Commission: “Non ammetto che sia stato fatto un grande torto agli indiani d’America o ai neri d’Australia. Non ammetto torti nei confronti di queste popolazioni dal momento che una razza più forte, di grado superiore, una razza più saggia per dirla così, (cioè quella britannica) occupa le loro terre e ha preso il loro posto.” Per questo dire e per le nefandezze commesse e ammesse in Afghanistan hanno imbrattato anche la sua statua, definendo il soggetto ritratto “nemico dell’umanità.”

memorie-polemica-indagine
raccolte in un volume:

E facciamoci una birra!

Un articolo anticipazione di Lorenzo Ferrara, detto per inciso ancora introvabile, che verra’ pubblicato sul suo secondo libro, dedicato ad ALBIONE LA PERFIDA. Pubblicato da Barbadillo.it recita: “La deriva nuchilista della Gran Bretagna senza fede: le chiese sconsacrate diventano birrerie. “Più di un terzo della nostra popolazione si identifica come atea. Sono i britannici bianchi che mostrano il calo di fede più marcato, passando dal 69% a meno del 50%”

“Più di un terzo della nostra popolazione si identifica come atea. Sono i britannici bianchi che mostrano il calo di fede più marcato, passando dal 69% a meno del 50%”
A occuparsi dell’inutilità della religione ci pensa un ex campione di tennis da tavolo, commentatore per BBC e Eurosport e autore di sei libri.

“La Gran Bretagna sta perdendo la sua religione. Cosa riempirà il vuoto?” Si chiede Matthew Philip Syed su The Sunday Times del 14-12-2022. “Più di un terzo della nostra popolazione si identifica come atea. Sono i britannici bianchi che mostrano il calo di fede più marcato, passando dal 69% a meno del 50%” scrive. “L’allontanamento dagli dei può essere inevitabile, ma rischiamo di perdere una potente fonte di conforto” continua. Ovvero rileva la funzione utilitaristica del Cristianesimo. Sovrasta l’articolo la riproduzione di una Adorazione dei pastori di Guido Reni, con una voluta lacuna: Gesù bambino sulla paglia è stato sostituito da una macchia bianca. L’autore, figlio di un immigrato pakistano convertitosi dall’Islam sciita al Cristianesimo, è stato campione di ping pong britannico per molti anni. Il suo articolo sulla fede britannica “svanita” occupa quattro colonne e narra anche della sua esperienza personale e di come man mano è riuscito a fare a meno di Dio. “Il Cristianesimo ha permeato la mia vita. Mio nonno materno si convertì durante le ultime fasi del Grande Risveglio in Galles. Parlava spesso del giorno in cui accettò l’invito di un predicatore carismatico a “dare la vita a Cristo”. Lui e tre dei suoi fratelli sarebbero diventati predicatori.”  Poi aggiunge: “La questione più grande e storica sulla religione è se la fede sia una cosa buona. Essa è una forza del bene o del male, del conflitto o della pace, della manipolazione o dell’armonia? E la mia sensazione crescente è che la religione sia tanto buona che cattiva, sia pacifica che violenta, contributo all’armonia e alla divisione. Il mio sottrarmi dalla religione non è stato immediato ma riluttante, l’ho fatto non perché rifiutassi il fascino della sua storia, ma perché non credevo più nella sua veridicità; in molti modi, sono contento che non abbiamo più bisogno di Dio.” se lo dice lui. Poi cita le spallate di Nietzsche al Cristianesimo, senza comprendere che la supposta morte del Creatore ha diversi autori ed è iniziata circa cinque secoli prima, col dipinto del cadavere di Cristo di Hans Holbein il giovane. Il campione di ping pong conclude così: “Sorridendo, mio nonno diceva: “…verrai in un luogo dove non ci sarà più morte, né lutto né pianto, né dolore” citando il passaggio dal Libro dell’Apocalisse. Guardando attraverso l’Occidente, rimane una domanda intrigante: cosa sostituirà Dio?”
Si ignora se Sye conosca il Libretto della vita perfetta di Anonimo Francofortese in cui per essere creatura di Dio occorre prima “patirlo”, poi fortemente volerlo, senza domandarsi se ci sarà un conforto finale. Le risposte giuste alla domanda del giornalista le fornisce Tripadvisor, a proposito della chiesa sconsacrata di San Mark a Mayfair, (fermata del tube Bond street, per chi volesse inorridire, ingozzandosi.) Al Market St. Mark’s Church pare si tengano anche corsi di yoga. 

I commenti su cibo e luogo

Vicknico novembre 2022: “Ambiente fantastico dove fermarsi per pranzo/cena o anche solo uno spuntino. La chiesa sconsacrata è originale e bellissima, l’offerta culinaria variegata ed i prezzi davvero ragionevoli, considerando che ci troviamo in una delle zone più esclusive di Londra. Nota di merito per i ragazzi toscani con il “banco” di pasta fresca vicino all’altare…una delle carbonare più buone che abbia mai mangiato. Andate a trovarli!”

Luca Mencarelli ottobre 2022: “A Londra una Birra in “Chiesa”, un’esperienza incredibile da fare, all’interno di una Chiesa sconsacrata troverete più ristoranti che offrono prelibatezze di vari paesi e se proprio siete indecisi o non avete fame potete bervi una Birra che potrete acquistare in fondo alla “Chiesa” dove siamo abituati a sentire recitare il sermone domenicale. Da provare. Anche il quartiere per arrivarci è molto carino e pieno di negozi”

Luca T Pisa, ottobre 2022: “Sviluppato su due piani offre Street food in una chiesa sconsacrata, molta varietà e qualità buona sia per un pasto low cost che per una cena più raffinata. Abbiamo optato al piano superiore per cruditè e branzino alla griglia, buono e prezzi nella media del quartiere e come altri Street food.”

Pretty Vale, a setttembre 2022, da Imola: “Bellissimo. Assolutamente da vedere e se avete fame per fermarvi a mangiare. Noi abbiamo optato per la pizza napoletana e devo dire che era davvero quella originale Il posto è qualcosa di unico nel suo genere. Ci sono tanti “stand” all’interno per mangiare: dal dolce al salato, dall’insalata alla pizza, dalla pasta alla carne…”

Penso che basti. Ma proprio nessuno si accorge che c’è qualcosa di profondamente triste e “stonato” oltreché avvilente nei commenti su come mangi bene in quel luogo?
Ti rivolgo una domanda: tu andresti a riempirti le budella in un luogo in cui un tempo saziavi l’anima? Pizza e branzino al posto di Dio e nemmeno un Amen.”

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raccolte in un volume:

Garibaldi, gran biscotto -terza parte-

Portrait of Giueseppe Garibaldi engraved by W Holl (around 1880).Now in the public domain

Una figura al cui valore indiscusso andrebbero tuttavia aggiunte alcune note, non per sminuirne la valenza storico politica, ma per onorare l’obiettività dei fatti, al di fuori delle consacrazioni di rito. La necessità di creare figure di specchiato e immacolato valore è una pratica ricorrente della storiografia ufficiale. Ma l’obiettività storica è una virtù ardua da raggiungere. C’è chi lo denigra apertamente e chi consacra la figura. Del resto, a stringere la mano al Re Vittorio Emanuele II a Teano, c’era lui, il grande Giuseppe, come a sancire a futura memoria una consacrazione di inequivocabile rilievo politico, un gesto che non può essere ignorato. Ma anche in questo caso bisognerebbe leggere il contesto in cui avviene l’incontro. Il contributo di Maurizio Degl’Innocenti, autore di un libro dedicato proprio a Garibaldi è notevole: “Al di là del mistero che certamente avvolge il percorso che porta alla santità o all’oblio, c’è la presenza di un uomo dalle doti rare, protagonista di fatti ed eventi eccezionali, dal coraggio inossidabile, e dal grande fascino che ha affrontato con slancio, privazioni e dolore. In questo complesso percorso della nascita dei miti, realtà, cronaca e deformazione dei fatti si intrecciano, e attori e spettatori, come nel teatro, sono reciprocamente attivi”.

E torniamo ai Brits e alle loro mene: chi pensi che abbia finanziato la spedizione dei Mille, affittando una nave, comprando fucili, cibo, vestiario e munizioni? Proprio i Brits. Secondo i documenti in mano a Aldo Mola, apprezzato studioso e storico della Massoneria. Gian Maria De Francesco su Il Giornale, 4 Luglio 2009  titola: “Un finanziamento della massoneria britannica dietro l’avventura dei Mille”.

Nel testo dell’articolo: “Nel corso della commemorazione del «fratello» Garibaldi lo storico Aldo Mola rivela il dettaglio inedito. Tre milioni di franchi donati dalla massoneria inglese consentirono l’acquisto dei fucili di precisione a Quarto. L’appoggio non fu solo economico: il mito dell’«eroe dei due mondi», già in essere, fu alimentato per screditare il Papato. Tutta la spedizione garibaldina, ha aggiunto il professor Mola, «fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno». Torniamo alla sua visita in Gran Bretagna. Mirtide Gavelli, storica e curatrice del Museo civico del Risorgimento di Bologna: “Nell’aprile del 1864 Garibaldi visitò l’Inghilterra accolto trionfalmente da milioni di inglesi, di tutte le classi sociali, desiderosi di vedere con i propri occhi l’eroe della Spedizione dei Mille. Un viaggio trionfale rimasto nell’immaginario popolare, anche grazie ai biscotti a lui dedicati!”.

Nell’occasione della visita fu infatti creato da un fornaio pasticcere il “biscotto Garibaldi”,  in onore dell’eroe dei due mondi, oltre a una valanga impressionante di gadget comprendente pipe, ricami, gioielli e bigiotteria, insomma un vero Garibaldi business. Pare che intraprendenti housekeepers vendessero bottiglie d’acqua in cui si era lavato la faccia il nostro eroe, fandonie? Può darsi. Anche se ogni città italiana di una certa rilevanza gli ha intitolato una strada, il genuino entusiasmo riservato dagli Inglesi al nostro rimane insuperato e onora il popolo britannico. Un mito tutto italiano glorificato dal business dei Garibaldi biscuits. 

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raccolte in un volume:

Garibaldi, gran biscotto -seconda parte-

Giuseppe Garibaldi enters Messina, 1860.
Popular print, Italy, approx. 1860.
(Photo by Fototeca Gilardi/Getty Images)

E poi qualcuno dice: anche negriero. Eroe per molti, negriero senza scrupoli per altri. Guerrigliero al servizio di una nobile causa (quella italiana era soltanto l’ultima di un lungo elenco in ordine di tempo) e profittatore pagato dalla Massoneria inglese. Se dai un’occhiata al web non ti raccapezzi, chi lo odia e chi lo ama in maggioranza). E gli Inglesi lo amarono senza freno. Detto per inciso ai Brits interessavano le miniere siciliane e auspicavano un’Italia un po’ più unita di quello che era, non perché ci amassero, ma per contenere le mire francesi. (l’Inghilterra, maestra di intrighi e fomentatrice di contrasti da secoli per assecondare i suoi business planetari, in queste faccende la sa lunga, ma infatuazione e amore per il gran Giuseppe erano genuini, anche se qualche maligno suggerisce fossero interessati). 
Perché portava i capelli lunghi? Perché dicono che una ragazza gli avesse rovinato un orecchio durante un tentativo di violenza. Vero? Falso? E il massacro di
Bronte? Cos’era successo? Mentre i colpevoli se la davano a gambe vennero uccisi contadini innocenti e il matto del paese dopo un frettoloso processo, voluto dal luogotenente braccio destro di Garibaldi, Nino Bixio. È tutt’ora avvolta nel mito e nella leggenda la figura di Giuseppe Garibaldi, uno degli artefici indiscussi della riunificazione dell’Italia. Eroe dei due mondi, osannato corsaro in Sudamerica, difensore degli oppressi, guerrigliero, rivoluzionario a tutto tondo e massone di rango. Una figura complessa, generosa, mitizzata dai libri di storia che necessitano di figure a tutto tondo.

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raccolte in un volume:

Garibaldi, gran biscotto -prima parte-

Il tifo degli inglesi per il gran Giuseppe, il quale definiva papa Pio IX un metro cubo di le..me e’ arcinoto. Sarà per questo che gli Inglesi lo amavano. Dalle duchesse alle sguattere, dai politici di rango agli operai: tutti impazzirono per lui. Era il  1864 e Garibaldi arrivò in Inghilterra ricevendo una delirante accoglienza. Gli onori che gli furono resi rasentarono l’inimmaginabile. Dall’archivio de The Guardian: “Il generale Garibaldi a Londra, 16 aprile 1864. Un gran numero di poliziotti respinse la folla come meglio poté; ma di nuovo si levò il grido: “Garibaldi for ever!! Giovedì sera, il generale cenò con il duca e la duchessa di Sutherland e un gruppo selezionato di familiari, tra cui il conte di Carlisle (che era appena arrivato da Dublino), e alle otto, accompagnato dal duca di Sutherland, si recò alla Royal Italian Opera House, per assistere alla rappresentazione delle opere di Norma e Masaniello”. Le numerose donne presenti erano ancor più desiderose dei compagni maschi di raggiungere Garibaldi e, se non potevano stringergli la mano, almeno volevano toccare il mantello grigio che indossava.”

Gli Inglesi salutavano il mito, l’uomo semplice e rustico, l’eroico vincitore di infinite battaglie, (e l’intrepido che aveva tentato di abbattere il papato, su loro suggerimento.) Per il suo arrivo a Londra, fu deviato un piroscafo per condurlo da Caprera a Southampton. Venne poi allestito un treno speciale, ricoperto dal tricolore che lo condusse in città in 6 ore. A Londra lo attendevano 500 mila persone (dati ufficiali per difetto forniti dalla polizia) e il Primo Ministro Lord Palmerston col quale cenò. Poi partecipò alle riunioni di associazioni di proletari e massoni. Una vera star, protagonista di eventi quasi sempre vittoriosi. 

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raccolte in un volume: