dipingeva sir Frederic Leighton?

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Gli splendori vittoriani nella pittura del grande Frederic Aveva 25 anni quando nel 1855 Frederic Leighton vende un suo dipinto per 600 ghinee. L’acquirente? La regina Vittoria. Da quell’istante l’inarrestabile successo che lo porta a diventare baronetto e pari del regno, anche se per sole 24 ore (morirà il giorno dopo l’investitura per angina pectoris). Lord Frederic Leighton fu pittore raffinato e colto, un gentiluomo che parlava cinque lingue, gran viaggiatore e presidente della prestigiosa Royal Academy of Arts. Si sentiva a suo agio in tutti i salotti londinesi e fu cospicuo il successo della sua pittura presso i contemporanei. La sua pregevole collezione andò dispersa alla sua morte, scrive Giovanni Biglino sul settimanale IL NOSTRO TEMPO…Le sue due sorelle

Alexandra e Augusta non riuscirono a mantenere la proprietà, organizzarono presso Christies una serie di aste, smembrando così una collezione lunga una vita intera. La sua pittura interpreta e descrive un’epoca. Il trionfo dell’impero britannico si riflette nelle atmosfere e nei soggetti che Leighton sa magistralmente creare. E allora sono gli incantevoli ritratti femminili, la serenità della mamma e della sua bimba che le sta porgendo una ciliegia, la compostezza plastica della BACCANTE, lo splendore luminoso di donne con fiori, frutta e canestri intrecciati. Tutto è composto, godibile, equilibrato. I soggetti sono appagati, vivono in una dimensione olimpica, ovattata, irreale. O quasi. C’è la consapevolezza di uno status acquisito, di una ricchezza (anche interiore?) ormai raggiunta. Nei suoi dipinti affiora la nostalgia verso un’età arcadica, l’epoca dell’oro. Una visione idealizzata dove il mito greco romano è padrone. Donne mollemente sdraiate, discinte, molte delle quali nude, oppure avvolte in ampi drappeggi, simili a nuvole di stoffa. Scene di trionfi dove abbondano le corone di alloro, i drappi, le insegne della gloria. Leighton sembra voler rappresentare l’appagamento dello spirito, la sublimazione dei valori della società inglese ottocentesca. In LA LEZIONE DI MUSICA le due figure femminili sono così assorte, alle prese con una lunga mandola, che nulla sembra poterle turbare. E così è per le due giovani che dipanano una matassa di lana sulla riva del mare. L’uomo mitizzato ha spesso sembianze efebiche, si sazia di una gloria maturata altrove, in precedenza. Spesso trasfigurato in pose eroiche, ma molli; è anche il caso del famoso DEDALO E ICARO, pronto per il volo. Fin qui la prima lettura, di questo magnifico arazzo fatto da eroi dalla virilità vellutata, ricco di donne assorte nella delizia di un eden (artificiale?) fatto di appagamento, sontuosità, voluttà. Proviamo a mutare l’angolo di osservazione e una seconda dimensione affiora, inquietante. Nella pittura di Leighton non troveremo mai, per intenderci, l’esplicito e angoscioso ritratto di Ofelia di John Everett Millais del 1852, attratta verso il basso dalla morte. Occorre ricercare verso altre direzioni.

Cosa rappresentano, ad esempio, quei cetacei neri e guizzanti, alle spalle della bagnante nuda sulla spiaggia? Una minaccia emergente dall’inconscio, forse? Così è per il drappo nero, così funereo da apparire premonitore per Icaro, e con la statua di Minerva che volta loro le spalle, così è per IL GIARDINO DELLE ESPERIDI, perse in un paradiso di luce dorata (e di incoscienza?) accosciate sotto l’albero delle mele d’oro; protette o piuttosto prigioniere di un poderoso serpente. Un altro segnale dell’inconscio? Come non rimanere abbagliati dallo splendido e famoso ritratto della giovane dama in nero, vestita da una nuvola di stoffa? Grazia, delicatezza, equilibrio, tutto sembra perfetto, tutto pare suggerire una disposizione dello spirito armonica e equilibrata, in virtù del raggiungimento di una situazione sociale, psicologica appagante. È la perfezione della moda, dell’eleganza, dello stile che trionfano in questa figura intera, dove anche il dettaglio dei guanti e del candido merletto attorno al collo incantano. Davanti a questo quadro sembrano sparire i nostri sospetti, gli indizi di un mondo in procinto di frantumarsi si allontanano. l’inquietudine e i dubbi ritornano, attratti come siamo, dallo sguardo ammaliatore di PAVONIA che ci mostra una

giovane donna con lunghe sopracciglia, dalla chioma spessa e lucente: come non rintracciarvi una delle tormentate creature di Edgar Allan Poe, colta in un momento di serenità? Solo suggestioni, letture e interpretazioni avventate? Può darsi. Ma nell’apollineo paesaggio tratteggiato da Lord Leighton si celano comunque le insidie di un mondo al suo apogeo, le crepe appena visibili eppure reali, di un impero che festeggia i fasti della scienza e dell’etica del lavoro, anche se Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne: LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA: Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e cioè parecchie volte alla settimana e conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe… La sbalorditiva esposizione universale di Londra nell’immenso Crystal Palace del 1851 esprime il tentativo di celebrare le conquiste dell’ingegno e le meraviglie del mondo, fra queste uno smeraldo gigantesco, dono del Maraja indiano. Un catalogo di meraviglie dal futuro incerto. Marx, Freud e i nuovi narratori Stevenson, Hardy e Conrad, con la loro rivoluzionaria e inedita visione del mondo, bussano già alle porte.

Madonna Ciccone se lo infilava addosso?

La puoi mettere sul faceto, o magari sul serio, sul voyeurismo, anche, sullo psicanalitico, o su quello che preferisci te. Riconoscere a colpo d’occhio che c’è qualcosa di diverso, forse di volutamente ambiguo, sicuramente conturbante, almeno per i maschi. E cioè statue, ritratti, modelle, creazioni che confluiscono verso l’erotico e il fetish conclamato, da far resuscitare i morti. Io lo chiamo erotico splendente, un filo tenace che si dipana nei secoli interpretando l’occhio goloso curioso del maschio occidentale e che ha bisogno di un protagonista di eccezione: la donna. Lo chiamo Erotico splendente che è anche il capitolo di un mio romanzo. Te chiederai come fa a esserci l’erotico nel ritratto di due sante, una di marmo, di quel furbone di Gianlorenzo Bernini. che ritrae in modo teatrale Santa Teresa d’Avila, in preda a estasi mistica.

Detto per la cronaca: il cardinale Federico Cornaro affidò alle sue eccelse capacità di architetto e di scultore la realizzazione della cappella della propria famiglia, nel transetto sinistro della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. A proposito dell’erotismo mistico della statua, proprio lei, la protagonista scrive: «Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.» (Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13)

So perfettamente che non è una novità, ma aspetta a giudicare, c’è dell’altro in pentola. La santa trafitta o, per meglio dire: penetrata da una lancia divina, maneggiata da un angelo sornione e sorridente. Mentre lei è in estasi e tutta scomposta dall’amore e avvolta nei suoi panni anch’essi scomposti. Io te ne parlo non per gratuita e grossolana pruderie ma perché l’estasi della santa sembra esplicitamente sconfinare verso altri tipi di estasi, ovvero: penetrata da una lunga lancia con una punta di fuoco, eccetera, stiamo parlando di una statua, in fondo, anche se il suo “godimento” è rappresentato in modo spettacolare, e ha pure degli spettatori di marmo a tre metri di distanza, che sarebbero i committenti stessi della statua e che sarebbe scorretto chiamarli semplicemente “guardoni”, mentre l’angelo se la ride.

E poi c’è il matrimonio mistico di Santa Caterina, che, se vai alla stanza numero otto della National Gallery, te la trovi, in un angolo, sempre che non l’abbiano spostata, perché lì si divertono a spostare i dipinti, tanto per fargli cambiare aria. Viene colta da estasi anche lei? No, lei ha un’acconciatura da gran dama (o da cortigiana?) e un’espressione meravigliata e soprattutto delle tette budino aguzze che ti fanno resuscitare dal tuo letargo. Non ammicca la santa pudica, ma quel vestito trasparente fatto di niente che le accarezza il petto ovvero i seni da pin up, è un vero schianto.

Il sacro va a braccetto con l’erotismo di altissimo tenore. E poi? E poi c’è lei, giovane mamma, deceduta prematuramente, la trovi a Napoli al museo di San Severo, ossia la statua di Antonio Corradini, la Pudicizia velata. Sta per esalare l’ultimo respiro o già vaga nell’oltre tomba?

Il velo non cela nulla, proprio nulla, le sue forme evocano desideri, bramosie, morbide (NON torbide), voluttà che avrebbero fatto meditare Edgar Alla Poe. La Pudicizia velata. Capolavoro del ‘700. A dimostrazione che l’erotico si intrufola anche nei meandri funebri dove regna la nera signora. Macabra lussuria? Mah! E poi c’è la modella col corsetto nero in lattice, che piu elettrizzante di così non si potrebbe. E ancora un’atletica snodata modella dalla faccia di pin up che ti sorride, estatica con le tette che guardano in alto.

Qui la faccenda è più evidente perché le tette vengono mercificate per fare reclame a biancheria intima. Eravamo negli anni Quaranta Cinquanta quando scoppiarono bombe sexy da mettere i brividi, per via del reggiseno proiettile, riesumato da Madonna Ciccone-Gaultier.


Ci metto anche le gemelle Kessler, te le ricordi? Due pezzi di tonno che hanno sdoganato l’erotismo patinato in TV negli anni Sessanta.

Guardare e non toccare, beh, se non era voyeurismo quello: due angeli biondi, castigati eppure sexy da svenirci. L’intenzione era: come ti educo una nazione a suon di sgambettamenti. Ovvero chic, charme, chock e champagne. Della serie guardateci da lontano quanto siamo bone.

Poi c’è un dipinto al Louvre, del 1594, di anonimo, che ritrae al bagno Gabrielle d’Estrées e sua sorella…pare. Una strizza il capezzolo dell’altra che non fa una piega. Erotismo concettuale? Ambiguità oltre ogni limite? (Balthus è tutt’altra cosa, si capisce, ma bisogna andarci molto cauti con la sua pittura, si rischia la denuncia.) E poi c’è Freud che scivola sotto un tavolino e fa l’attaccapanni con Allen Jones, roba che sconfina nel regno del fetish.

Ora mi chiedo: ma le donne ci si riconoscono in queste rappresentazioni? Ci si trovano bene? O si tratta di spazzatura a beneficio dei maschi? Se non ci fosse l’uomo e il suo desiderio esplicito, sotterraneo, torbido, che poi alla fine sempre desiderio è, la donna si concerebbe a quel modo? oppure si metterebbe vestaglia e ciabatte e via. Arte sacra, arte funeraria, ed erotismo a mille, erotismo e feticismo nella pubblicità, nella moda e nella provocazione, ad uso esclusivo dell’uomo. Pensaci bene. Ma fammi capire, cara Eva, se noi non ci fossimo a desiderarti da sempre, anche in modo bislacco, tu ti acconceresti in quelle maniere? E poi l’eros è sempre e solo a senso unico, ovvero la donna lo incarna, paziente, per l’uomo che la sta a guardare, stuzzicandolo? Il “gioco” della seduzione (in Occidente) ha solo e sempre una attrice sul palcoscenico? La constatazione fa rima con ovvietà o con qualcos’altro? Insomma qualcuno mi dica qualcosa.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

sei andato a vedere la mostra di Ligabue a Milano?

Milano. Palazzo Reale – 2008. Son passati undici anni! E mi ricordo come fosse ieri. E poi dicono l’età! Non andate a vedere i suoi dipinti a stomaco vuoto come ho fatto io se ci fosse un’altra mostra in programma su di lui. Che mi sono trovato alle prese con una serie di opere emozionanti e commoventi insieme, autentiche emanazioni di una energia psichica fortissima. Purtroppo, l’indicazione non servirà a molto visto che la mostra si è chiusa a novembre 2008. Stiamo parlando della fantastica esposizione di tele del grande folle, a Palazzo Reale di Milano, curata da Augusto Agosta Tota.

Di quel Ligabue che spaventava donne e bambini, ringhiando e spaccandosi la testa con dei sassi. Un grande, un monomaniaco, uno che per tenersi tranquillo aveva bisogno di farsi l’autoritratto. Per centoventitre volte ritrae la sua faccia, torva, triste, scomposta, con quell’occhio che ti fissa, inquietante. Il suo viso non è altro che una serie di ritratti psichici, come poteva vedersi lui, scomposto e ferito. Il grande pitur  che girava sulla moto, che andava dentro e fuori ospedali psichiatrici e che si rabboniva solo al cospetto della tela da dipingere. I suoi oli su tela, compensato e faesite mostrano galli che si azzuffano, cieli plumbei che incombono, paesini svizzeri sospesi a mezz’aria mentre poderosi cavalli da tiro imbizzarriscono in mezzo al campo. Un’opera complessa, un’emozione che ti prende le viscere e poi il cervello. Ti riporta al primordio, a come doveva essere la terra non troppo tempo fa (quella dei nostri nonni, per capirci). E poi ci sono gli occhi, tremendi, che scrutano e minacciano. Occhi di gattopardo, tigre, leopardo e di volpe, ci sono le ali possenti dei rapaci che predano volpi, e quelli micidiali della Tigre-ossessione, visione, scultura pittorica che si deforma, che ti mostra ugola e tonsille, tigre che a un certo punto ti pare un fiore che vibra e si scioglie. Tante parole di studiosi su questo grande protagonista della pittura, che non vogliamo ripetere. Quello che abbiamo rilevato, soffermandoci davanti alle sue tele, è pura inquietudine e una sorta di energia emozionante e tuttavia casalinga, assai vicina a noi e ricca di simboli. La natura come doveva essere, anche mostruosa, cieca, piena di insetti giganteschi, così pericolosi da minacciare un grande felino. Ma non è solo questo.

Qualche studioso, l’ho letto alla mostra, ha scritto che Ligabue dipingeva e si ritraeva per controllare quella natura, per confrontarsi con essa, col giaguaro e la tigre e con la volpe e il cavallo, ma anche con gli insetti ripugnanti e gli scorpioni, la magnificenza dell’aquila  e della sua furia regale e il disgusto davanti dell’enorme ragno che attacca; un tutt’uno, senza differenze: è la Forza che erompe dai suoi quadri; la sua follia gli serviva a capire, a farsi strumento di comprensione di forze telluriche e sotterranee, gli serviva per mediare, attraverso il grande orecchio, il grande occhio, la faccia da matto. L’Italia comincerà ad apprezzarlo dopo morto, normale, no? Lo scimmiottava. Lui al quale era difficile parlare, diffidente, geniale, solitario, e anche sgradevole e pieno di bizzarrie. Mentecatto che allude a una forza primordiale, sprigionata dalla palma, dall’espressione ottusa di un equino, dal balzo ripetuto dieci, venti, cento volte del giaguaro, della tigre, mentre teschi umani sorridono, quasi innocui, testimoni di vite trascorse, parallele a quella che ospita la grande energia. Ligabue si rappresenta come Napoleone a cavallo: volontà di potenza? Mah! Il quadro non è stato finito. Ligabue-Napoleone cavalca verso il nulla che è una macchia bianca, verso un luogo non finito. Basterebbero le poche sculture di bronzo a farlo grande. La scimmia, i cavalli, i felini che lottano, e ancora la sua faccia, assorta, che ti scruta. Un grande del ‘900. Antonio Ligabue sta a ricordarci che là fuori, lontano dalle convulsioni metropolitane c’è il nostro passato, l’energia cieca che ci ha plasmato: parenti del bue, del cavallo possente che ara, della mosca, del babbuino e dello scorpione. Ligabue ci grida che siamo parte di quella energia possente. I suoi animali diventano altrettanti simboli. Obbedienti a forze ancestrali, della pura natura madre assassina.  Ecco perché molte delle tele sono ripetitive, perché Ligabue raffigura simboli e forze allo stato puro nell’atto di aggredire: il leopardo che azzanna, la tigre che minaccia, l’aquila che assale. Forze agenti per mezzo di (poche) figure. Simboli e figure a loro pertinenti. Negli animali e negli insetti troviamo parti di noi, schegge della natura che ci ha forgiato. E come fai a non trovarti a casa nella sua jungla? Come fai a non emozionarti? Le sue tele ritraggono luoghi e incontri che l’uomo della metropoli momentaneamente diserta. Momenti della psiche incubo rappresentati da scorpioni, vermi, ragni giganteschi e pelosi. I dipinti di Ligabue raffigurano un mondo non ancora perduto; sono il nostro passato prossimo. Il nostro io animale, pianta, cielo, uragano. Forze che non possiamo eludere. Ragni giganteschi, scorpioni, aquile regali e giaguari pronti al balzo. Dimorano nella nostra jungla-psiche, nel nostro io più autentico in cui il pittore pescava a piene mani. Immedesimandosi di volta in volta nel serpente, nel cavallo, nella tremenda faccia da tigre e poi ci sono i ritratti di donne e uomini di un’intensità senza precedenti. Ritratti di volti che emanano una forza magnetica e coinvolgente. Dipingeva il nostro io-bestia-sguardo svelando l’occhio, orecchio artiglio, frugando nella natura più profonda e oscura.
 Illuminante nel catalogo della mostra edito da Franco Maria Ricci l’intervento di Vittorio Sgarbi: …Un genio quello di Ligabue, che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, era in grado di inserirsi a pieno titolo nell’arte contemporanea, proponendo un linguaggio figurativo che parla di cose semplici a persone altrettanto semplici. Ligabue ha avuto il merito di rappresentare in modo decisivo forme di espressione che hanno trovato enorme consenso presso la grande anima contadina dell’Italia, un’Italia minacciata dal progresso industriale, civile, intellettuale…