Ricordi e progetti di padre Angelo Zelio Belloni

Padre Angelo Zelio Belloni è amico mio da lunga data. Scrittore, teologo e frate predicatore itinerante. Numerose sono le sue iniziative a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, bisognosi di educazione, cibo e famiglia. Ecco alcune sue note biografiche

Da mia madre Savina, lavoratrice dei campi in quel di Mirandola (Mo), oltre che una fede solida, ho ereditato una spiccata sensibilità per i problemi delle persone e della società in genere e il desiderio di impegnarmi sempre in prima persona. Da mio padre Corrado una cocciutaggine che è tutto dire. I più poveri, durante la guerra e nel periodo seguente ricordarono per tutta la vita con enorme gratitudine che nel tempo della fame avevano potuto mangiare pane e polenta grazie all’aiuto di mia madre. Lei, infatti, dopo la mietitura andava a spigolare nei campi per poter donare qualche pezzo di pane buono a quanti le si rivolgevano. Tante persone riconobbero in mia madre il dono del consiglio dopo averle aperto il cuore in situazioni personali e familiari davvero difficili. Stiamo parlando dell’ultima guerra e del periodo seguente.

angelo3Entro in convento a San Domenico di Fiesole a 18 anni e, durante il triennio filosofico di Chieri (TO) conobbi persone e figure illuminate come Luigi Ciotti, Ernesto Olivero, Padre Lataste, Suor Eva Maria, Chiara Lubich e altri ancora.
Il forte desiderio di andare verso gli emarginati si concretizzò successivamente con un lavoro tra i tossicodipendenti di Piazza Grande di Bologna e i sottopassaggi adiacenti. I miei maestri di vita mi suggerivano vicinanza, affetto, condivisione, superamento del giudizio, aiuto in situazioni di emergenza per evitare il peggio. Nacque così l’idea di creare un piccolo centro di accoglienza serale per i giovani della piazza in uno spazio ricavato nella Basilica di san Domenico proprio con entrata in piazza san Domenico. Lì i giovani della piazza avrebbero potuto rifocillarsi consumando i panini forniti dalla cucina del convento e parlare con qualcuno di noi studenti di teologia che ci alternavamo ogni sera.

La città di Firenze mi offrì in seguito la possibilità di creare un gruppo stabile di persone e famiglie disponibili e competenti con una rete di contatti per affrontare i diversi aspetti del problema tossicodipendenze: sanitario, psicologico, familiare, lavorativo, legale, economico, ecc. Tale gruppo volle chiamarsi “Comunità degli ultimi” facente parte del Coordinamento delle Comunità di Accoglienza promosso dal Gruppo Abele di Torino.

Da questa e da altre vicenda si sentì il bisogno di creare quanto prima la nostra comunità dove poter operare secondo i criteri più idonei sulla base delle diverse fisionomie personali. Ma non posso dimenticare, Alessandro, Sandro, Enrico, Luciano, Daniele, Giovanni e tutti glia altri che sono passati da noi con il loro carico di traumi, violenze subite, fallimenti, tentativi di riscatto. Qualcuno, non molti, alla fine riuscirono a sfuggire alla presa fortissima della droga e ritornarono a una vita normale. Alla fine, per ordini superiori, posi termine a questa esperienza, cosa che ho fatto non senza cadere in una profonda crisi interiore, proprio perché impedito a continuare su quella strada.

Il Sudamerica e il misterioso mondo dei Maya

Intanto i miei compagni e confratelli incominciarono a pensare ai paesi dell’America centrale dove i missionari domenicani, animati da un forte spirito evangelico avevano seguito gli spagnoli nel 1500 annunciando – non senza detestabili e condannabili eccessi – l’Evangelo ai popoli indigeni di quella regione. I missionari domenicani erano ritornati in Guatemala nel 1976 in piena guerra civile scegliendo la più povera delle regioni, la foresta del Peten al confine con il Chapas messicano per accogliere tutti i disperati che fuggivano dalle zone calde del conflitto, dai terremoti devastanti del sud o che comunque cercavano un pezzo di terra dove seminare mais e fagioli per il quotidiano sostentamento delle numerose famiglie. Purtroppo da allora, con la necessità di creare terreni coltivabili, iniziò la distruzione tramite incendio, e mai cessato, del secondo polmone verde del mondo.

I miei compagni alla fine degli anni 80 si organizzarono per visitare le diverse fondazioni delle suore a Città del Guatemala e nel Peten. Tutte le suoreperipezie di quei viaggi a dorso di cavallo su strade inesistenti nel folto della foresta oppure in canoe di legno sui fiumi infestati da caimani e rettili d’ogni specie, gli incontri con gli indigeni nei loro variopinti costumi, l’impatto con un ambiente e una cultura assolutamente diversi. Sì tutto ciò ci veniva riportato con dovizia di particolari e anche noi ci sentivamo oltre che missionari in terre vergini anche un po’ esploratori del misterioso mondo dei Maya che avevano disseminato proprio in quella foresta i ricordi di una civiltà gloriosa, ormai sepolta nell’oblio.

Il passo successivo alle visite era la nascita di un legame sempre più stretto con le comunità operanti in diversi municipi (comuni) del Peten con un impegno sempre più concreto a sostenere i progetti in fase di realizzazione. I primi interventi e aiuti furono concentrati presso la missione delle suore domenicane di Santa Eléna (Flores): col sostegno all’infanzia tramite «adozioni a distanza», la riorganizzazione dell’ambulatorio odontoiatrico del dispensario (poliambulatorio), la prevenzione e igiene dentaria nelle scuole elementari; e la costruzione, nel 1995, di un «Centro per la promozione della donna», che permette la formazione umana e professionale per molte donne.

Il mio primo viaggio in Guatemala risale al 2004

Lì m’innamorai della sua gente gioviale, accogliente nonostante le tragedie che ha vissuto nella lunga guerra di più di trent’anni. Sempre capace di condividere una tortiglia con fagioli e un uovo.

angelo 2E fu in quel luogo che successivamente elaborai il progetto VACCHE DA LATTE PER I BAMBINI MALNUTRITI DEL GUATEMALA”

Per chi volesse conoscere i programmi di viaggio e recarsi in Guatemala, avere indicazioni sui luoghi da visitare, conoscere e sostenere le iniziative padre Angelo Belloni sarà felice di rispondervi:

padre Angelo Zelio Belloni

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Padre Angelo Zelio Belloni è presidente dell’associazione “AIUTO BAMBINI TERZO MONDO – ONLUS” (c.f. 91036080488) con sede legale in Montelupo F.no (FI) via della Fonte, 40 che intende promuovere progetti e iniziative di solidarietà, assistenza sociale, socio-sanitaria e beneficenza.

La Cina di Chiara Rigoli. Medusa lessa a pranzo, lombrichi fritti a cena. Un’astigiana oltre la Grande Muraglia

cinaChiara Rigoli è nostra amica e segue tutte le iniziative editoriali che promuoviamo con l’amico Lorenzo Fornaca. Non ci siamo mai incontrati perché lei vive ad Asti, io a Milano. E siamo sempre indaffarati. Dirige un bel sito di valorizzazione del territorio piemontese che si chiama Astigiando e che si occupa di cultura, arte, bellezze del territorio, turismo e altro. Con lei condivido l’amore per la sua splendida terra monferrina

Qualche anno fa si è recata in Cina per lavoro e adesso vi faccio leggere cosa scrive. Ci troverete qualche utile consiglio se dovete recarvi là. 

Un assaggio del grande Paese di Chiara Rigoli

La prima volta ho vagato per alcuni giorni. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, completamente smarrita. Asti e Hong Kong hanno poco in comune. Si tratta di un altro pianeta e il primo impulso per chi si trova in questa dimensione, scagliata verso il futuro, è quello di rimpiangere le nostre città che sono ancora a misura d’uomo, in cui si può passeggiare con gli amici per il centro scambiando qualche chiacchiera. Le dimensioni e le atmosfere del famoso film Blade Runner a Hong Kong sono di casa e il Palio di Asti è solo un pallido ricordo. Hong Kong è britannica e cinese allo stesso tempo e le due anime si incontrano e si scontrano costantemente.

Qui hanno sfruttato ogni metro quadrato rubando spazi alla foresta tropicale: il cemento dilaga e combatte contro la natura, che pare soccombere. Grattacieli ovunque. Come funghi. Raramente grattacieli singoli, piú spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta ancora più numerosi; tutti uguali, stretti uno all’altro, costituiscono una teoria d ininterrotta, sorta di enormi, brulicanti formicai, con migliaia di appartamenti piccolissimi. Gli enormi viadotti passano a mezza altezza a pochissimi metri dalle finestre dei grattacieli. Hong Kong patisce l’affollamento tipico delle cittá cinesi: nelle strade, nei centri commerciali, nella metropolitana. Ci sono cosí tanti pedoni per strada che i marciapiedi non bastano a contenerli. Formiche compresse nei loro formicai. Scontato chiedersi quanti sono questi cinesi. Ma come fanno a essere così in tanti? I percorsi per i pedoni si trovano spesso al “primo piano” su appositi viadotti, completamente isolati dal traffico cittadino che scorre sotto. Per lunghi tratti i viadotti passano all’interno dei grandi centri commerciali: una manna per i pedoni che godono dell’aria condizionata e sono protetti dal sole cocente di Hong Kong, e va bene anche per gli affari dei negozianti. Il sistema di mezzi pubblici di Hong Kong  rasenta il prodigio, con un’integrazione perfetta fra treno, metró e traghetto, ma anche qui l’affollamento é spaventoso e colpisce il viaggiatore occidentale. Fra le cose che probabilmente sono rimaste invariate ad Hong Kong da quando era colonia britannica ci soni i tram a due piani.

Cinesi contro cinesi, ma solo per gioco. Accade in metrò di vederli fissare i loro aggeggi tecnologici portatili e giocare uno contro l’altro. Allo cinastesso tempo nei parchi, gruppi di Cinesi fanno Tai chi: l’antica ginnastica di gruppo fatta di movimenti lenti al ritmo di musica orientale.
Hong Kong è ormai cinese ma non è vera Cina. Basta vedere il rigido controllo alle frontiere, il filo spinato e i soldati con il mitra per capire che Hong Kong è tuttora un’oasi nel panorama cinese.
Qualcosa non va al mio passaporto, dice il soldato cinese nella sua lingua. Panico. E se mi rimandano indietro? Penso. Interminabili minuti in cui ti senti smarrita e in balia di una burocrazia fantomatica e misteriosa. È capitato a me qualche interminabile minuto di controlli e poi ti fanno passare la frontiera: non lo auguro a nessuno!
Ma una volta passato il controllo dell’immigrazione, è Cina per davvero: ecco infatti Lo Wu a Shenzhen. Il treno che porta verso la frontiera é sempre molto affollato, tutti vanno a fare shopping a Lo Wu. A Hong Kong il costo della vita e quindi delle merci, sebbene inferiore al nostro, é superiore a quello del resto della Cina, perciò è conveniente comprare nella Mainland China. Shenzhen è la prima città cinese che incontri uscendo da Hong Kong e Lo Wu è un grandissimo centro commerciale cinese in cui si vende di tutto in centinaia di minuscoli negozietti.

Shenzen è la città-miracolo creata per volere di Deng Xiaoping negli anni ’80 come Zona Economica Speciale (in pratica un posto in cui le regole comuniste non valgono, e il governo cinese chiude un occhio e, se serve, anche l’altro, per lasciare mano libera agli imprenditori) strategicamente a ridosso di Hong Kong, in modo da attirarne gli enormi capitali. Shenzhen é passata da un borgo di pescatori a una cittá che oggi ha 11 milioni di abitanti. E stiamo parlando degli abitanti legali; i clandestini, provenienti dalle campagne della Cina e dai paesi del Sud-Est asiatico per prendere parte a questo miracolo economico e quindi sperare in una vita migliore, sono stimati in almeno 3 milioni. Le differenze con Hong Kong sono evidenti: quasi nessuno parla Inglese, devi fare attenzione ai bagagli, e poi finalmente incontri la vera cucina cinese non solo nei ristoranti ma anche nei chioschi per la strada. Niente di simile a quella che abbiamo in Italia, diversi anche da quella nei ristoranti di Hong Kong che si adattano ai gusti dei turisti.

Ovviamente non ti devi far troppe domande sulla pulizia e sull’origine del cibo: se sei schizzinoso: mangia senza chiedere troppi dettagli. Meglio se sei accompagnato da un cinese di fiducia che indirizza le scelte. Ristoranti, localini, padiglioni, capannoni, baracconi, bancarelle, chioschi, friggitorie ambulanti e tende di ogni dimensione dove specialità di tutti i tipi a prezzi convenienti saranno pronte a farsi degustare. Si mangia dappertutto e in continuazione. I pasti vengono considerati un importante rituale di gruppo, dove ognuno con i propri bastoncini può raccogliere il cibo da diversi manicaretti comuni. Molto comuni sono i ristoranti senza porte, quelli a gestione familiare, anche nei cortili delle abitazioni tradizionali, che si scovano addentrandosi nei dedali di vicoli e nelle viuzze secondarie; di norma sono frequentati dagli abitanti del luogo e preparano porzioni molto abbondanti, ma non dispongono di un menù in inglese.
I ristoranti più grandi dispongono di acquari dove potete scegliere il pesce che più vi piace che verrà direttamente pescato per voi, macellato e preparato. I cuochi cinesi spesso infatti cucinano davanti a voi quello che scegliete di assaggiare. L’arte culinaria cinese ha come obiettivo anche la valorizzazione di ogni tipo di alimento, e non è costretta da alcun divieto di tipo religioso. Cibarsi di medusa, serpente, vespe, api, cavallette, lombrichi e vermi, carne di cane, gatto, scoiattolo, topo, pangolini (un tempo anche scimmia) e altri animali, lontani dall’essere considerati alimento dalla cultura occidentale, è cosa comune e naturale; la tradizione ritiene che questi animali conferiscano forza e vitalità, in certi casi sono indispensabili per la salute del corpo, inoltre cibarsene è un sano esercizio del gusto. La carne preferita è quella suina, seguita da quella di pollo, da quella bovina e da quella di capra. Non risparmiano nessuna parte degli animali, preferite sono code di maiali e zampe di galline, per preparare piatti e pozioni di medicina tradizionale. Molto usate sono tutti i tipi di verdure cucinate o servite sminuzzati e crudi, con radici di vario tipo amalgamati con salse piccanti e non. Sempre presente in ogni tavola cinese è il riso, il più delle volte senza sale e in bianco, usato come il pane per gli occidentali; mentre la pasta, preparata con grano tenero, è abbondantemente condita con carni e varie verdure. La soia ed i suoi derivati hanno un ruolo molto importante. Le portate non hanno un ordine tradizionale come avviene in Occidente, sono servite tutte assieme in piatti distinti.

foto e testi di Chiara Rigoli   Astigiando

Monferrato my love

foto JanetMonferrato my love è una raccolta di articoli tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

Paesaggi, personaggi, fatti poco noti, avvenimenti storici della splendida terra monferrina, compongono una miscellanea di grande fascino. Dai Saraceni ai trovatori, dalle epiche battaglie agli imperatori d’Oriente, dai fascinosi paesaggi ai dipinti di Matilde Izzia, molti dei quali oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Una storia “infinita” che cattura il lettore per la bellezza dei luoghi e il rilievo degli avvenimenti.

A Benevento il pianto di un prode monferrino

Piange, si dispera, reggendo il capo fra le mani. Ridotto in catene, distrutto dal dolore. La sua pena, attraverso i secoli ci giunge intatta, inconsolabile, muovendo anche noi a commozione. 
E’ affranto il conte Giordano, e non gli pesano le ferite; il soldato piange la morte del suo re, di quel Manfredi, suo nipote, di sangue tedesco monferrino, biondo, bello, di gentile aspetto, sfigurato e ormai livido, steso morto da un fante di Picardia, durante la battaglia di Benevento.

Sterminate le loro anime e i loro corpi, i loro figli e il loro seme– e l’ordine papale venne tragicamente rispettato alla lettera. Avvenne per mano di Carlo d’Angiò, la “canaglia incoronata”, secondo il giudizio di storici tedeschi, che dopo la battaglia portò a termine sistematicamente lo sterminio dei superstiti svevi e la distruzione del progetto di edificazione di un grande regno laico in Italia. 
Spietata sorte riservò il re angioino ai monferrini superstiti che alla battaglia di Benevento riconobbero il corpo morto del grande Manfredi, loro parente e sovrano.

Era una fredda mattinata di febbraio, a essere precisi il 26 febbraio del 1266. E sulla piana di Santa Maria della Grandella, a 4 chilometri da Benevento il sole radeva la prima erba incendiandola di luce. Manfredi lo svevo, figlio di Federico II e di Bianca Lancia di Busca d’Agliano, aveva appena finito di arringare le sue truppe e stava per scontarsi con un nemico implacabile che lo avrebbe spento.

Re Carlo d’Angiò, il nemico

– Saggio, di sano consiglio e prode in arme – così ne parla il Villani – e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d’ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d’arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai.
Carlo era un cavaliere coraggioso e un energico sovrano. Egli fu tuttavia vittima di un’ambizione e di un orgoglio sfrenati. Tutto ciò per cui aveva combattuto andò perduto o gravemente compromesso.
A causa del suo malgoverno perse la Sicilia e la guida dell’Italia, soprattutto a causa del suo disprezzo per qualsiasi sentimento nazionale che non fosse esclusivamente francese. Non riuscì a costituire un impero in oriente, perché il progetto sarebbe andato a contrastare gli obiettivi e gli interessi della Chiesa.

Papa URBANO IV, l’implacabile mandante

Le accuse mosse contro la “lasciva corte” di Manfredi sostenevano che nella medesima si “rovinavano le genti”. Secondo predicatori e flagellanti, oltre agli infuocati messaggi del papa, l’umanità stava per essere sconvolta, perduta, da un nefasto e luciferino sovrano, e che quindi oltre a essere doveroso era “meritevole schiacciarlo”. Papa URBANO IV sin dall’inizio dimostrò animosità e avversione inusitate e senza precedenti verso Manfredi intimandogli fra l’altro di richiamare i Saraceni che, durante il periodo vacante della Santa Sede, erano penetrati nei possedimenti romani e ora li infestavano; bandì contro il re di Sicilia una crociata quindi tentò di dissuadere il re di Spagna Giacomo d’Aragona nel dare in moglie la figlia di Manfredi, Costanza a suo figlio Pedro;  infine, il 6 aprile del 1262, ribadì la scomunica contro il figlio di Federico II, intimando di comparirgli dinanzi per giustificarsi di infamie gravissime. Colpe che la storia da tempo ha etichettato come calunniose e pretestuose oltreché false e infamanti. Le intese tra la Curia romana e Carlo d’Angiò non erano ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale messo in campo dalla Santa Sede contro di lui era un uomo caparbio e ambizioso, ed era convinto che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d’Italia. All’avvicinarsi minaccioso del re francese gli amici di Manfredi dell’ultima ora lo avrebbero abbandonato e i numerosi nemici ancora nascosti sarebbero usciti allo scoperto, pronti a rinnegare fedeltà, giuramenti e onore. E così avvenne.benevento

Le forze in campo
La cavalleria dell’angioino era suddivisa in tre distinti scaglioni. 900 provenzali aprivano la prima linea con la fanteria: il primo scaglione era comandato da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort Signore di Castres; il secondo contingente, subito dietro di loro, era composto da 400 italiani e 1000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale, comandati da Carlo in persona; dietro a questi 700 uomini del terzo contingente provenienti Francia del nord e dalle Fiandre, comandati da Roberto III di Fiandra, Gilles II de Trasignies, Conestabile di Francia.
Manfredi aveva adottato la seguente disposizione delle truppe: I suoi arcieri Saraceni erano sulla linea frontale, comandati da Giordano Lancia, subito dietro di loro i primi 1200 mercenari tedeschi con un equipaggiamento difensivo inedito, costituito di pettorali fatti di piastra metallica (rivoluzionario per quei tempi). I mercenari italiani, costituivano il secondo scaglione di circa 1000, e 300 cavalieri “leggeri” Saraceni, guidati dallo zio di Manfredi, Galvano Lancia. Il terzo contingente con circa 1400 unità, era composto dai feudatari, sotto il diretto comando di Manfredi.

Le prime file dei 1200 cavalieri tedeschi, comandati dal monferrino Giordano d’Agliano già pronti alla battaglia sono schierati sul fianco sinistro del campo e trattengono a stento i loro cavalli. I fanti saraceni di Lucera, armati di archi corti micidiali, formano una schiera in ordine sparso e attendono un secondo comando di attacco; loro, insieme a 1500 cavalieri combatteranno, almeno così era stabilito, alle dirette dipendenze di Manfredi. Mai tale certezza riuscì più fallace e nefasta…Nitriti di cavalli e il galoppo del portaordini sono gli unici suoni che si odono in quegli ultimi istanti pieni di elettricità, prima dello scontro finale.

Lo scontro

Lo Svevo aspettava il nemico per dargli battaglia sulla piana di Benevento; ma allorché il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una marcia faticosa attraverso Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture prospicienti la pianura di Santa Maria della Grandella, dove si accampavano le truppe arabo tedesche Manfredi parve mutare avviso e cercò di temporeggiare, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accordo. Giovanni Villani documenta così la spavalda riposta di Carlo d’Angiò: “Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all’inferno o egli manderà me in Paradiso”. Il re svevo accolse la sfida e diede subito l’ordine ai suoi soldati di passare il fiume Calore, in quei giorni in piena.

Il sole si alzò ancora un poco e fu in quell’istante di quel freddo mattino di febbraio che il terreno scatenò un rimbombo terrificante, percosso da migliaia di zoccoli ferrati. C’erano già stati alcuni attacchi condotti dai temibili arcieri saraceni e alcune cariche di cavalleria francese in risposta. Ma la battaglia finale doveva ancora avere luogo. Le schiere a cavallo andavano dunque allo scontro. Uno smisurato tamburo squassato divenne la radura e poi l’inferno si scatenò. 
Era la battaglia e l’inizio della fine dei sogni di egemonia politica di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia.

La sagace penna di Aldo di Ricaldone narra le gesta del suo conterraneo per parte materna…in un altro post lo sviluppo e la tragica fine della battaglia….

 Questo è il primo di una serie di articoli su Monferrato my love  tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

 

I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

tufoI TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Mancavo solo io il sei ottobre al ristorante La Magione di Olivola. Gliel’avevo detto a Lorens: Non vengo, non me la sento, non ho niente da festeggiare, e poi ho perso il lavoro. Questo è il vero motivo della mia assenza. C’era un sacco di gente quella sera, a parlare del mio libro, delle vicende, dei personaggi che lo hanno animato. Lorens mi ha chiesto: ma verrai alle altre presentazioni? … Se mi spieghi come faccio a venire, visto che ho dovuto vendere la macchina, perché non ho più soldi…gli ho risposto. A Olivola è stato presentato il volume I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, di Mario Paluan edito dall’editore astigiano Lorenzo Fornaca, dice il comunicato stampa. E prosegue: Il libro ci racconta «il suol d’Aleramo», attraverso gli occhi di una coppia ormai mitica, regnante in un isolato romito tra le colline: lo storico Aldo di Ricaldone (1935-2002) e la pittrice Matilde Izzìa (1931-2005).

Una giornata memorabile, perché, nonostante la pioggia ormai autunnale, è accorso un grande pubblico per il libro dedicato alla memoria della pittrice e dello storico; segno che il loro ricordo è ancora assai vivo tra i monferrini. Ricordiamo che la loro casa, lo splendido Romito, si trova proprio a due passi da Olivola. Alla presenza del sindaco di Olivola, Gianni Grossi, e dell’Assessore alla cultura di Casale Monferrato, Giuliana Bussola, i relatori della giornata dedicata ai coniugi Ricaldone hanno dato via a una serata indimenticabile.

Dopo i saluti del sindaco, l’editore Lorenzo Fornaca ha presentato i relatori ricordando il suo rapporto con i due protagonisti del racconto e l’incontro con l’autore che condurrà all’idea di produrre l’importante volume MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, omaggio all’arte di Matilde Izzia, diventato ormai un classico da collezione.La genesi e gli sviluppi del nuovo racconto, una sorta di vicenda nella vicenda, hanno infine interessato il pubblico, assai partecipe.

 Lo storico Roberto Coaloa ha ricordato Aldo e Matilde, le loro carriere, soprattutto la loro scelta di lavorare appartati, lontani dal clamore delle grandi città. Scelta condivisa in quegli anni da altri artisti e intellettuali, da Aldo Mondino a Enrico Colombotto Rosso.

Sul libro di Paluan, Coaloa si è soffermato sul suo valore letterario, tra romanzo e libro di memorie, “confessioni”, dal sapore ottocentesco: una sorta di manifesto poetico e artistico, di colui che è stato un allievo della grande pittrice, da alcuni paragonata a Matisse, da altri ritenuta superiore al suo maestro Menzio e addirittura a Casorati.

Matilde Izzìa, scomparsa il 17 febbraio 2005, è stata una pittrice geniale, ma poco nota: negli anni ottanta decise di chiudere con le esposizioni, dipingendo solo per se stessa o per pochissime persone. Nacque così la leggenda di un’artista, i cui quadri oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo (Al).

Per questa ragione, l’ultimo intervento è stato di Gianfranco Cuttica di Revigliasco, professore di storia e direttore del Museo Vasariano di Santa Croce. Sono seguiti, infine, gli interventi di Matilde Mattacchini, amica della pittrice e quello di Claudia Federico.

Elio Botto ha letto poi la presentazione dell’editore oltre alle memorie di Antonio Barbato e di Claudia Federico. In chiusura l’intervento di Roberto Maestri, presidente del Circolo culturale MARCHESI DEL MONFERRATO, che ha messo in risalto l’importanza di opere di questo genere, volte alla valorizzazione di una terra unica al mondo e non ancora conosciuta come merita.         olivolajpg

Fra tanti libri noti di autori importanti e che hanno lasciato il segno nella storia della letteratura, ce n’è anche qualcuno scritto da me. L’ultimo si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Manco mi sogno di paragonare i miei lavori con i primi, letti, commentati e condivisi con voi. Quelli sono vere opere d’arte che hanno detto cose importanti e che hanno influito su persone ed eventi. Però qualche cosuccia l’avrei anch’io da dire. Su certi tesori, ad esempio, veri e presunti, che si annidano nella splendida terra del Monferrato e che stiamo portando alla luce con l’amico ed editore Lorenzo Fornaca 

Su alcune vicende che ben conosco e di cui sono stato protagonista ho scritto così un racconto che ha raccolto un bel po’ di recensioni e articoli di giornali tutti lusinghieri e molto positivi. Non mi monto la testa. Lo giuro. E siccome mi piace scrivere libri ma non commentarli o presentarli, lo lascio a fare a un lettore che non conosco e ringrazio, e che anche lui scrive.

Il mio ultimo libro si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO e mio figlio Edoardo Simone Paluan, che se ne sta a studiare nanotecnologie a Londra lo ha anche inserito su Amazon, insieme agli altri scritti da me.

Grande Lorens, (lo sconosciuto lettore scrive a Lorenzo Fornaca)
Nonostante sia un periodo in cui ci incontriamo di persona ti scrivo perché tu abbia modo di inoltrare questa mail al bravissimo Mario Paluan.

Ribadisco quindi quanto già ti ho detto a voce: il libro mi ha letteralmente affascinato. Io che sono ligure e che solo in parte posso immedesimarmi nelle magiche atmosfere del Monferrato così mirabilmente descritte da Paluan, ho goduto davvero nel leggere quella vicenda così intensa e particolare.
Attraverso I tesori… ho avuto il privilegio di conoscere due interessantissime persone come Aldo e Matilde, quindi l’opera di divulgazione e (ri)valutazione di questi due personaggi che vi ripromettevate è stata compiuta e centrata in pieno.

Oltre le testimonianze di grande interesse a inizio e fine libro, ho apprezzato in modo particolare la parte centrale scritta da Paluan, quella più romanzesca, che l’autore ha tracciato con straordinaria tecnica narrativa. Io, che come sai, mi diletto di scrivere qualche romanzetto giallo dove la trama poliziesca è solo una scusa per parlare di me e della mia Liguria che tanto amo e cerco, nel mio piccolo, di valorizzare, ho provato una sincera e sana invidia nei confronti di Paluan e della sua penna sopraffina che spero un giorno di poter emulare.

Concludo con l’augurio che il libro abbia il successo che merita ribadendo la soddisfazione per una lettura che mi ha catturato fin dalle prime pagine e che consiglierò, come ho già fatto, a chiunque possa essere interessato alla scoperta di un territorio ricco di storia, gravido di situazioni artistiche di alto livello e di personaggi di grande valore e spessore culturale che sarebbe ingiusto non conoscere o dimenticare.

Maurizio “Pupi” Bracali 

 

Non c’erano jet, né navi superveloci

illustrissimiNon esistevano motori, turismo né vacanze last minute. Non si viaggiava per diporto ma quasi esclusivamente per allacciare relazioni commerciali o politiche (che spesso si equivalevano) oppure per fondare missioni, nell’impervio tentativo di guadagnare alla fede cristiana gli “infedeli”

E le avventure? Non mancavano di certo. Fra tradimenti, scorrerie, travestimenti, fughe e conversioni di pirati agonizzanti, la mirabolante odissea di un frate domenicano, la cui epopea nei mari della Cina e delle Filippine equivale a un romanzo d’avventura. Con una differenza, ciò che si narra è assolutamente autentico e documentato.
Leggiamo così dalle gustosissime pagine del volume Gli illustrissimi, curato da padre Angelo edito da Nerbini alcuni brani:

Fra Angelo Antonino Cocchi di Firenze compiuti con molta lode gli studi, pensò a consacrarsi tutto alle missioni, e desiderando seguire l’esempio di tanti suoi concittadini che erano partiti per il Giappone, Tonkino, ecc., domandò ed ottenne di essere affiliato alla provincia del SS. Rosario delle Filippine, ove arrivò con 18 missionari nell’anno 1618.

.. Il giorno 8 febbraio 1626 partiva dunque da Manila il p. provinciale in compagnia di altri cinque domenicani, due dei quali erano italiani. La piccola flotta era composta di dodici navi cinesi e due galere con tre compagnie di fanteria comandate dal valente don Antonio Carregno di Valdés.

…Dopo lunga e penosa navigazione, essendosi alquanto fermati nella provincia di Cagayan, finalmente il 4 maggio dello stesso anno si trovarono di fronte alla grande isola di Formosa. Il giorno 10 scesero ad uno di quei porti, cui diedero il nome di S. Giacomo.

… Non avevano appena chiuso gli occhi che da una delle navi vicine si udirono gemiti e grida strazianti. Erano le grida dei sette indiani uccisi proditoriamente. Il p. Tommaso Sierra destatosi a quelle grida, frettoloso esce dalla cabina per andare sul ponte a conoscere il motivo; ma non appena aveva messo il piede sul ponte che i marinai, quali tigri feroci, gli si avventarono sopra e a colpi di scure estinsero una vita preziosa, che sarebbe stata spesa a vantaggio delle missioni della Cina…

…Nel momento che il p. Sierra cadeva vittima della ferocia di quei barbari, ecco presentarsi il p. Cocchi. Venti braccia armate di micidiali strumenti stavano per scaricare sulla sua testa il colpo mortale, quando una forza superiore ed irresistibile li trattiene. I compagni del padre accortosi del pericolo, a sé lo richiamano e rientrati nella cabina s’accingono a una disperata difesa. Durò alquanto tempo la pugna sempre con svantaggio dei pirati, i quali vedendo che gli assaliti erano risoluti a non cedere così facilmente, ricorsero ad altro mezzo inumano…

Spuntava l’alba del 1° gennaio 1631, quando una squadra di corsari ben più potenti e ribaldi dei primi s’impadronì delle navi e di tutti gli infelici che v’erano rinchiusi. Per un istante i nostri prigionieri sperarono riacquistare la libertà, ma poi rassegnati si offersero al Signore, vittime per la conversione di quei popoli, unico scopo del loro viaggio….

p. Cocchi finalmente metteva piede su quella terra da lui tanto desiderata, e prendeva possesso di una missione che poi senza interruzione e con somma gloria sarebbe stata coltivata dai suoi confratelli delle isole Filippine.

…L’isola di Formosa fu la vera porta per cui penetrò in Cina l’avventurato figlio di S. Domenico, di là partirono più tardi nuovi apostoli a dividere le fatiche del primo domenicano che stabilì solidamente la nostra missione nel grande impero…

Brano tratto da Gli Illustrissimi O.P. del Convento  di S. Domenico di Fiesole

A cura di Tito Centi e Angelo Belloni 1406  2006 VI Centenario della fondazione del Convento

Edizioni Nerbini 2008.  P. ANGELO COCCHI (1597 – 1633)   Fondatore della Missione domenicana in Cina

Padre Angelo oltre alla redazione e alla cura di libri e all’attività pastorale è promotore diretto e indiretto di una serie di iniziative di sostegno ai Bambini del Terzo Mondo.

angelo 2Dai ricoveri e centri di assistenza per bambini di strada in Argentina, Afghanistan, Perù, alle borse di studio, agli ospedali, dagli asili nido, dispensari e poliambulatori, al progetto Vacche da latte in Guatemala, dalla costruzione di case famiglia alle adozioni e sostegno a distanza.

Lo abbiamo incontrato nella comunità domenicana di Agognate, appena giunto dal convento di Fiesole, dove viveva vicino ai dipinti del beato Angelico e diretto nella comunità di Varallo Sesia, sua attuale residenza. E ci ha subito chiesto:

Posso lanciare un appello dal tuo blog?

Prego gli dico.

Con le tue professionalità: hai qualche competenza in grafica o comunicazione? Puoi aiutarci a realizzare volantini e brochure;

 ti intendi di computer e siti internet? Puoi aiutarci nella gestione del nostro sito;

ti piace scrivere? Abbiamo un giornalino, e un foglio informativo interno che hanno bisogno di scrittori e redattori;

Bambini in Guatemalasei un bravo fotografo, o videoamatore? Puoi aiutarci a realizzare i servizi fotografici, e le riprese delle nostre attività a scopo informativo e divulgativo;

sei commercialista, avvocato, consulente del lavoro,…? Forse potremo avere bisogno di te…

Per chi volesse conoscere i programmi di viaggio e recarsi in Guatemala, avere indicazioni sui luoghi da visitare, conoscere e sostenere le iniziative di padre Angelo Zelio Belloni

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 twitter Padre Angelo

Qualche notizia su Padre Angelo qui ritratto in Guatemala angelo1

Padre Angelo Belloni è nato a san Possidonio – MO il 25.10 1950. Nel 1969 è entrato nell´Ordine Domenicano a Fiesole dove ha completato i suoi studi umanistici per passare poi a quelli filosofici e teologici istituzionali. Ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia Università san Tommaso d´Aquino in Roma con una Tesi di Teologia comparativa su Caterina da Siena e Teresa d´Avila.
Nell´ambito ecclesiale e sociale ha svolto diversi compiti prima al servizio di situazioni marginali, poi come parroco, cappellano di bordo, cappellano ospedaliero, collaboratore in progetti di sviluppo nel terzo mondo, predicatore popolare e conferenziere. Si dedica alla ricerca nel settore storico, agiografico, mistico della Teologia spirituale.

Attualmente svolge il suo ministero di presbitero a Varallo Sesia nella diocesi di Novara. Ha curato diverse pubblicazioni di spiritualità:

Tre donne sante dottori della Chiesa, S. Paolo, Cinisello Balsamo;
L’arte della preghiera, O.C.D. Roma;
Il processo castellano, Nerbini, Firenze;
Il supplemento alla vita di S. Caterina, Nerbini, Firenze;
I fioretti di S. Caterina, Città Nuova, Roma; UOMO CON LA VALIGIA
Fuoco è l’amore di Dio in noi, Città Nuova, Roma;
Le preghiere di S. Caterina, Città Nuova, Roma;
La vita di S. Caterina da Siena, Paoline, Milano.

Padre Angelo è presidente dell’associazione “AIUTO BAMBINI TERZO MONDO – ONLUS” (c.f. 91036080488) con sede legale in Montelupo F.no (FI) via della Fonte, 40 che intende promuovere progetti e iniziative di solidarietà, assistenza sociale, socio-sanitaria e beneficenza. Padre Angelo è amico mio e collabora al mio blog. 

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa

savva demonioAlzi la mano chi lo conosce, è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame

Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto. Gli Indemoniati è edito da VOLAND  ed è a cura di Mario Caramitti.

Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio.
Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti:  Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre : Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia..

A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come…

Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore dei Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, e sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa.

Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in un’alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti che sono elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, (c’è un post su di lui,  che riguarda la sua permanenza in Russia in qualità di soldato). Il misterioso animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva,  la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere.

Abbiamo comprato Gli Indemoniati al Libraccio di Milano al costo di un panino al prosciutto.

Soffrite il mal di mare e siete colti dalla nausea?

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Vi piacerebbe cavalcare in Patagonia? Avete un debole per le dormite all’aperto? O ve ne state col naso all’in su a rimirare le stelle? Collezionate scorpioni, locuste, mosche e pangolini da esibire in soggiorno? Se la risposta è affermativa questo è il viaggio che fa per voi.  È un po’ lungo visto che dura cinque anni, ma ne vale la pena; mica  dovete sovvertire la teoria dell’evoluzione delle specie.
Qualcuno lo ha fatto prima di voi, qualcuno che scrive:

…Dopo essere stato respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831…

È un prete mancato di ventidue anni il ragazzo che si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle, riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili.
Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo.

Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri. Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore.

Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità.

È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralasciamo qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Colgo qui l’occasione per dire che non sono affatto d’accordo con Darwin, quando esclude qualsiasi intervento non umano nella sua indubitabilmente grandiosa teoria. Non è mica cosa da poco negare in ogni modo l’ultraterreno,  vi pare?

Perché risulta così importante la sua testimonianza?

Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani per migliaia di anni. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, non ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e la capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione.

La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile per le future generazioni.

Fra le innumerevoli meraviglie annotate durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601. (pag 94)

Così continua a scrivere Charles Darwin nella prima pagina del suo libro:

… La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo.

Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:

Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte d offrire il più disinteressato aiuto.

In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. 

 

Isole Salomone, fine ‘800

avventuraFra le mani abbiamo alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000.
Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine ci sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro 

Sulle tracce di quel male, mi sono avventurato, senza troppi mezzi a disposizione. Rileggendo gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e sono partito alla ricerca (virtuale) di Jack, il figlio della foresta.

Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ci avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi.
Ma non è di questo che vogliamo parlare.

Fra le opere del grande Jack abbiamo scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO.
Guardate sulla copertina quanto costava. Le sue pagine non stanno più insieme e dovremmo farlo rilegare. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la nostra ricerca.

Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine. Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente.

L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato, le sue immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così crediamo, si palesa il vero protagonista della vicenda.

Andiamo per ordine. Lei: Fa innamorare quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani. Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quel monello adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.

I negri. Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti viventi con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare.

E poi la Foresta

Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui siamo venuti in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui furoreggia il grande orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate. La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’AVVENTURA è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i nostri indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala, impazzisce e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento.  La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana.

A pagina 278 leggiamo:

Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri.

Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione.

La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e uccise il mitico Jack?

I miei lavori su Amazon

Le parole del profeta

parole profeta cover…Ho letto con molto interesse e profitto la raccolta dei detti del Profeta di Sir Abdullah Suhrawardy. Sono fra i tesori dell’umanità, non soltanto di quella musulmana (Mahatma Gandhi )

Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo.

Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla nostra…

E se lo diceva lui è meglio crederci. Era il 24 marzo del 1938 quando a Calcutta il Mahatma Gandhi scrisse queste parole. Parole che sono parte della prefazione di un libro a cura di Abdullahal-Mamun al-Suhrawardy della NEWTON COMPTON EDITORI tradotto da Omar Camiletti.

Cos’ha di speciale? Nulla che non sia già stato riportato, e a cui noi abbiamo ben poco da aggiungere. La finalità dell’opera è forse la cosa più ragguardevole. Nella Premessa e nell’Introduzione a LE PAROLE DEL PROFETA edito da NEWTON COMPTON (di circa 40 pagine) le intenzioni infatti trapelano chiarissime e confortanti. A cominciare dalla nota del curatore inglese, J.L. Cranmer  Byng. Il quale scrive: L’obiettivo del curatore di questa serie è quello di contribuire a far luce sui grandi ideali e le elevate filosofie del pensiero orientale aiutando lo spirito di eguaglianza che non è disprezzata né temuta fra i popoli di differente fede ed etnia. A volte risalire alla fonte diretta dei testi aiuta a capire meglio ciò che si pensa di conoscere (malamente) per sentito dire. Il saluto dei musulmani è As salam-aleikum che vuol dire: La pace sia con te.  La parola Islam significa: assoluta sottomissione alla volontà di Dio  che ricorda l’espressione cristiana sia fatta la Tua volontà.

Egli ha stabilito per voi, nella religione, la stessa via che aveva raccomandato a Noè, quella che riveliamo a te, o Muhammad, e che imponemmo ad Abramo, a Mosè e a Gesù: Assolvete al culto e non fatene motivo di divisione (Corano, XLII,13)

I musulmani credono in una catena di profeti ispirati e di maestri che pensavano le stesse verità rivelate all’alba della coscienza religiosa dell’uomo. Essi credono nelle rivelazioni divine di tutti primi profeti e che il Corano è l’ultima di tutte le rivelazioni. Ogni epoca ha avuto la sua Scrittura (Corano, XIII, 38). Il Corano non fa distinzione fra nessuno dei profeti (Corano, II, 136) e i musulmani usano per tutti loro lo stesso termine di rispetto Sayedana Hazrat (Mio signore e maestro).

A pagina 25 della corposa introduzione leggiamo:

I musulmani credono che gli ebrei abbiano commesso l’errore di negare la missione di Cristo, e che i cristiani abbiano sbagliato nell’oltrepassare i limiti delle lodi al Profeta Gesù, arrivando a deificare il Cristo… E più oltre:… Soltanto quando la libertà e soprattutto il suo diritto al culto come credente sono messi in pericolo, l’Islam può prendere le armi per difendersi, e le mantiene per autodifesa. Ma l’Islam non interferisce mai con i dogmi di qualsiasi fede o etica.

Non inventò mai la tortura, né strangolò coscienze o sterminò eresie

Concludiamo, prima che l’argomento ci prenda la mano, con le parole di Pierre Crabites, un giudice americano dei tribunali misti del Cairo:  Muhammad fu probabilmente il più grande campione dei diritti delle donne che il mondo abbia mai conosciuto. Secondo Bertram Thomas: La sua umanità abbracciava tutto, mai smise di perorare la causa della donna contro i maltrattamenti dei suoi contemporanei.

Un libretto prezioso che aiuta a comprendere il vicino di casa. L’abbiamo letto con entusiasmo ma non riusciamo a dire di averlo pagato poco.