Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa

savva demonioAlzi la mano chi lo conosce, è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame

Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto. Gli Indemoniati è edito da VOLAND  ed è a cura di Mario Caramitti.

Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio.
Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti:  Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre : Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia..

A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come…

Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore dei Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, e sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa.

Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in un’alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti che sono elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, (c’è un post su di lui,  che riguarda la sua permanenza in Russia in qualità di soldato). Il misterioso animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva,  la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere.

Abbiamo comprato Gli Indemoniati al Libraccio di Milano al costo di un panino al prosciutto.

Soffrite il mal di mare e siete colti dalla nausea?

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Vi piacerebbe cavalcare in Patagonia? Avete un debole per le dormite all’aperto? O ve ne state col naso all’in su a rimirare le stelle? Collezionate scorpioni, locuste, mosche e pangolini da esibire in soggiorno? Se la risposta è affermativa questo è il viaggio che fa per voi.  È un po’ lungo visto che dura cinque anni, ma ne vale la pena; mica  dovete sovvertire la teoria dell’evoluzione delle specie.
Qualcuno lo ha fatto prima di voi, qualcuno che scrive:

…Dopo essere stato respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831…

È un prete mancato di ventidue anni il ragazzo che si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle, riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili.
Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo.

Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri. Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore.

Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità.

È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralasciamo qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Colgo qui l’occasione per dire che non sono affatto d’accordo con Darwin, quando esclude qualsiasi intervento non umano nella sua indubitabilmente grandiosa teoria. Non è mica cosa da poco negare in ogni modo l’ultraterreno,  vi pare?

Perché risulta così importante la sua testimonianza?

Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani per migliaia di anni. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, non ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e la capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione.

La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile per le future generazioni.

Fra le innumerevoli meraviglie annotate durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601. (pag 94)

Così continua a scrivere Charles Darwin nella prima pagina del suo libro:

… La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo.

Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:

Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte d offrire il più disinteressato aiuto.

In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. 

 

Isole Salomone, fine ‘800

avventuraFra le mani abbiamo alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000.
Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine ci sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro 

Sulle tracce di quel male, mi sono avventurato, senza troppi mezzi a disposizione. Rileggendo gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e sono partito alla ricerca (virtuale) di Jack, il figlio della foresta.

Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ci avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi.
Ma non è di questo che vogliamo parlare.

Fra le opere del grande Jack abbiamo scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO.
Guardate sulla copertina quanto costava. Le sue pagine non stanno più insieme e dovremmo farlo rilegare. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la nostra ricerca.

Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine. Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente.

L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato, le sue immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così crediamo, si palesa il vero protagonista della vicenda.

Andiamo per ordine. Lei: Fa innamorare quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani. Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quel monello adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.

I negri. Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti viventi con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare.

E poi la Foresta

Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui siamo venuti in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui furoreggia il grande orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate. La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’AVVENTURA è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i nostri indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala, impazzisce e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento.  La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana.

A pagina 278 leggiamo:

Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri.

Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione.

La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e uccise il mitico Jack?

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Le parole del profeta

parole profeta cover…Ho letto con molto interesse e profitto la raccolta dei detti del Profeta di Sir Abdullah Suhrawardy. Sono fra i tesori dell’umanità, non soltanto di quella musulmana (Mahatma Gandhi )

Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo.

Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla nostra…

E se lo diceva lui è meglio crederci. Era il 24 marzo del 1938 quando a Calcutta il Mahatma Gandhi scrisse queste parole. Parole che sono parte della prefazione di un libro a cura di Abdullahal-Mamun al-Suhrawardy della NEWTON COMPTON EDITORI tradotto da Omar Camiletti.

Cos’ha di speciale? Nulla che non sia già stato riportato, e a cui noi abbiamo ben poco da aggiungere. La finalità dell’opera è forse la cosa più ragguardevole. Nella Premessa e nell’Introduzione a LE PAROLE DEL PROFETA edito da NEWTON COMPTON (di circa 40 pagine) le intenzioni infatti trapelano chiarissime e confortanti. A cominciare dalla nota del curatore inglese, J.L. Cranmer  Byng. Il quale scrive: L’obiettivo del curatore di questa serie è quello di contribuire a far luce sui grandi ideali e le elevate filosofie del pensiero orientale aiutando lo spirito di eguaglianza che non è disprezzata né temuta fra i popoli di differente fede ed etnia. A volte risalire alla fonte diretta dei testi aiuta a capire meglio ciò che si pensa di conoscere (malamente) per sentito dire. Il saluto dei musulmani è As salam-aleikum che vuol dire: La pace sia con te.  La parola Islam significa: assoluta sottomissione alla volontà di Dio  che ricorda l’espressione cristiana sia fatta la Tua volontà.

Egli ha stabilito per voi, nella religione, la stessa via che aveva raccomandato a Noè, quella che riveliamo a te, o Muhammad, e che imponemmo ad Abramo, a Mosè e a Gesù: Assolvete al culto e non fatene motivo di divisione (Corano, XLII,13)

I musulmani credono in una catena di profeti ispirati e di maestri che pensavano le stesse verità rivelate all’alba della coscienza religiosa dell’uomo. Essi credono nelle rivelazioni divine di tutti primi profeti e che il Corano è l’ultima di tutte le rivelazioni. Ogni epoca ha avuto la sua Scrittura (Corano, XIII, 38). Il Corano non fa distinzione fra nessuno dei profeti (Corano, II, 136) e i musulmani usano per tutti loro lo stesso termine di rispetto Sayedana Hazrat (Mio signore e maestro).

A pagina 25 della corposa introduzione leggiamo:

I musulmani credono che gli ebrei abbiano commesso l’errore di negare la missione di Cristo, e che i cristiani abbiano sbagliato nell’oltrepassare i limiti delle lodi al Profeta Gesù, arrivando a deificare il Cristo… E più oltre:… Soltanto quando la libertà e soprattutto il suo diritto al culto come credente sono messi in pericolo, l’Islam può prendere le armi per difendersi, e le mantiene per autodifesa. Ma l’Islam non interferisce mai con i dogmi di qualsiasi fede o etica.

Non inventò mai la tortura, né strangolò coscienze o sterminò eresie

Concludiamo, prima che l’argomento ci prenda la mano, con le parole di Pierre Crabites, un giudice americano dei tribunali misti del Cairo:  Muhammad fu probabilmente il più grande campione dei diritti delle donne che il mondo abbia mai conosciuto. Secondo Bertram Thomas: La sua umanità abbracciava tutto, mai smise di perorare la causa della donna contro i maltrattamenti dei suoi contemporanei.

Un libretto prezioso che aiuta a comprendere il vicino di casa. L’abbiamo letto con entusiasmo ma non riusciamo a dire di averlo pagato poco.

Chi era che litigava all’osteria, covando acredine e vendetta?

MACHIAVELLI 12Correva l’anno 1532, una manciata di secoli fa. Costretto a un forzato esilio nel suo podere di Sant’Andrea in Percussina

dopo la restaurazione del regime dei Medici, conduceva un’esistenza umile, degradata e tuttavia partecipe, coltivando un fervore culturale inestinguibile. Era il grande, intrepido, intramontabile Niccolò Machiavelli, alle prese con la nuova scienza della politica, fondata sulla scoperta delle leggi che la regolano da sempre ma da sempre mascherate. Una scienza che continua a far scalpore ancora. Nella stesura di quel capolavoro che è IL PRINCIPE, da lui stesso definito opuscolo, c’entrano papi, principi, mercenari e potenze straniere. In quell’Italia più schiava degli Ebrei, sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa egli delinea le sue spericolate teorie. In quelle vicende, riferendosi a fatti precisi e noti del passato remoto e recente della storia, attraverso analisi puntuali e oggettive si esalta e si delinea il vero soggetto dei suoi studi, il naturale protagonista di tutte le sue analisi e confronti: LA POLITICA.

Lo Stato che propone è disegnato per l’emergenza politica del suo tempo e fa riferimento a Borgia che nutriva un disegno complesso e ardito riguardante la riunificazione degli stati italiani. Nell’accurata introduzione di Nino Borsellino, l’edizione integrale de IL PRINCIPE nell’edizione tascabile della newtoncompton  si legge inoltre: Si è detto che Machiavelli mette allo scoperto le leggi della politica, ma l’arte del politico va appresa valutando le circostanze, misurandosi con le difficoltà della conquista, del dominio e del governo. E ancora: IL PRINCIPE non è un opuscolo per politici di parte.

È un libro per lettori liberi, disposti a confrontarsi da soli con le sue verità talvolta assai scomode, aggiungiamo noi.

E il grande Niccolò che cos’ha da dire? A pagina 26 leggiamo: …Gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere: perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono; sì che l’offesa che si fa  l’uomo debba essere in modo che non tema la vendetta… Parole valide ancora oggi e, probabilmente, valide ancora per molto tempo a venire. Machiavelli muore nel 1527 in povertà, in tempo per constatare le condanne che si stavano addensando come nubi minacciose su di lui. Mezzo euro per cento pagine: l’abbiamo pagato IL PRINCIPE in quella straordinaria collana della NEWTON diretta da G.A. Cibotto. La pubblicazione settimanale porta la data del 29 luglio 1995. Quando gli editori provavano ancora a fare vera cultura a prezzi accessibili

La minaccia incombe?

PSICHE 14Sarebbe arduo infilarlo in tasca come un pocket book, visto che 8oo pagine sono un malloppo simile a un mattone. Dopo essere penetrati nei meandri di questa miniera fatta d’informazioni sotto forma di libro ne siamo usciti più ricchi, ma con qualche dubbio pernicioso

Galimberti percorre qualche millennio della storia del pensiero occidentale. Lo fa in modo conciso, attraverso confronti e analisi, facendo parlare i protagonisti, le tesi, per giungere infine alla situazione attuale, inquinata da una grave minaccia, in un panorama odierno niente affatto consolante, e ne vedremo in seguito i motivi. Ci sono libri labirinto, libri inutili e libri menzogna, libri sfinge e libri come questo che non puoi eludere, che ti costringono a riflettere, che impegnano e inquietano e che vorresti avere letto venti anni prima. Compagni di percorso, strumenti al servizio della conoscenza. In un libro come questo, che tenta e riesce ad abbracciare più di due millenni non c’è angolo di sapere che non sia frugato e sondato e messo in relazione con altri. Raccontata così la filosofia assume le vesti di un’avventura continua, di un rifacimento inesausto di tesi, idee, interpretazioni. Aristotele che dice la sua, Platone anche, gli rispondono a migliaia di anni luce di distanza Kant, Heghel, Nietzsche e Marx.
Il Prometeo incatenato che viene punito sull’orrida rupe per aver regalato agli uomini cieche speranze. C’è ovviamente anche e soprattutto quello.
Le verità ontologica ed escatologica nella loro luce più vera, attraverso i movimenti del pensiero, della storia e delle idee così ben concatenati dai sintetici capitoletti di Umberto Galimberti da sembrare un romanzo in cui, principale ma non unico protagonista è l’uomo, attraverso un continuum  dialettico in cui emerge l’essere alieno e non conforme a natura, costretto a dominare quest’ultima per continuare ad esistere.

A pagina 161 così leggiamo:  …L’uomo è organicamente l’essere manchevole (Herder) ; egli sarebbe inadatto alla vita in ogni ambiente  naturale e così deve crearsi una seconda natura, un mondo di rimpiazzo …che possa cooperare con il suo deficiente equipaggiamento organico….Si può anche dire che è costretto biologicamente al dominio sulla natura  (Gehlen).

Nel libro miniera i capitoli scorrono come sorsi d’acqua fresca. E’ una fitta matassa che si dipana delineando la nostra storia. Scrive Galimberti:   se nel dominio della natura si esprime il dominio della tecnica, allora la tecnica è all’origine della vicenda umana….come condizione imprescindibile ‘

Ci sono frasi che vorrei mandare a memoria.

Sorta di antidoto cui ricorrere per sopravvivere in questa landa ostica e nebulosa che si chiama esistenza odierna. Un esempio a pagina 253 con: …  Il risvolto negativo della tecnica, la sua capacità di incatenare….l’uomo  nell’illusione di liberarlo, risiede nella sua autonomia, nel suo operare indipendentemente  dal retto consiglio e dal buon uso della saggezza…Ciò non significa che la tecnica sia priva di ragione, ma semplicemente che la tecnica dispone solo di una ragione strumentale che controlla l’idoneità di un mezzo a un fine, senza pronunciarsi sulla scelta dei fini…..

Così entriamo nel vivo del libro, nell’argomento eccellente che inquieta, ovvero, nel cuore del problema da cui scaturiscono verità sulla saggezza, sulla storia, sulla politica e sul contrasto insanabile fra mito e religione e ancora sulla tecnica che è ragione calcolante e che segna la differenza fra l’animale e l’uomo. Ottocento pagine per parlare di tecnica? A nostro avviso potevano essere molte di più e tutte interessanti e tese a indagare quello che è successo in oltre duemila anni di storia.
Perché si parla di tecnica? Semplice. In quella parola apparentemente innocua si celano potenzialità di sviluppi angosciosi.
Chi pensa di governare e di guidare la tecnica è illuso o sprovveduto, dice il libro, illustrando l’immenso potere sull’uomo, ormai succube del suo mezzo (fine?)
L’opera di Galimberti (che ho fatto leggere a mio figlio in partenza per l’università inglese – specializzazione in nanotecnologie) costruisce così un unicum a cui concorrono più voci, talvolta antitetiche, tutte importanti e vere. Il libro ha una capacità chiarificatrice sorprendente; un tomo da consultare spesso e da tenere sottomano. Dal mito, alla religione al disagio esistenziale, sino all’uomo che pensa di poter fare a meno del divino. Dal feticismo della merce al sentimento oceanico, dall’esistenza in autentica, alla macchina in cui vive uno spirito immortale, dal modo di essere nel mondo allo sviluppo afinalistico, al disagio della civiltà.

A pagina 715 così conclude Galimberti: …Il fatto che la tecnica non sia ancora totalitaria, il fatto che quattro quinti dell’umanità viva di prodotti tecnici, ma non ancora di mentalità tecnica non deve confortarci perché il passo decisivo  verso l’assoluto tecnico, verso la macchina mondiale l’abbiamo già fatto….occorre evitare segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: Che cosa possiamo fare noi con la tecnica? Ma: Che cosa la tecnica può fare di noi? Angoscioso, non vi pare?

Galimberti è riuscito a organizzare un dibattito a più voci, sorte di conferenza distribuita nel tempo e nello spazio di incredibile vivacità e interesse.  I maestri del pensiero occidentale si sono dati convegno nel suo saggio. Provate a darci un’occhiata. Ci sono davvero tutti, o quasi. O mancano, forse, alcuni recenti studiosi reputati scomodi e non meritevoli di attenzione? Quelli che sono stati posti all’indice dal corso degli eventi, sconfitti dall’avvento delle ideologie moderne. Può darsi che questi autori non abbiano scritto nulla che riguardasse la tecnica. Può darsi. Ma non possiamo certo ignorare Jiulius Evola e il suo drammaticamente attuale RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO.

Giorgina Armeni gioarme@tin.it (11-12-2000) commenta:

Lettura impegnativa, ma utile per chi vuole comprendere le trasformazioni a cui è sottoposto l’uomo di oggi, per essere adeguati al nostro tempo senza perdere, però, gli antichi valori che la tecnica sta trasformando in maniera vertiginosa. Secondo i nuovi valori, la vita avrà senso soltanto in funzione di ciò che sappiamo fare e non più in funzione di ciò che siamo.

Voto: 5 / 5

Quelli che non esistono

womanA seguito dell’articolo di padre Angelo Zelio Belloni del 15 ottobre. Mario Ingrosso, mio figlio Edoardo Simone ed io in un campo rom abusivo alla periferia di Milano. Immagini di Mario Ingrosso

La signora ci riceve nel salotto. Alì e Micael ci corrono incontro. L’altro figlio siede su un pezzo di tavola di masonite, l’ultimo dorme sotto la tenda. Il marito spunta dietro una parete di cartone. Gli avvolgibili strappati sbattono contro un pezzo di muro. Garze, cerotti, qualche bottiglia di bibita, caramelle e vecchi album di animali, sono i nostri doni. Siamo zingari dice la signora, veniamo dalla Romania e non c’è lavoro. La signora ci dice di sedere, ma noi troviamo solo il tempo di scattare qualche foto e già rientriamo. Sulla via del ritorno incontriamo altri rom, scesi da una macchina per far visita a conoscenti del campo abusivo; ci chiedono se lavoriamo per i giornali. Vivono fra le macerie delle nostre città, sotto i ponti delle tangenziali, negli anfratti delle fabbriche abbandonate. Protagonisti d’innumerevoli episodi di cronaca, fatti di sgomberi, allontanamenti, furti e accattonaggio molesto. Sono i paria, così da secoli. Rigettati dalle culture ufficiali dei paesi in cui risiedono.  Coloro che non esistono, perché privi di documenti. Mal tollerati, incivili secondo i nostri canoni. Fra essi anche individui fuorilegge che soggiogano, imponendo la legge del più forte, le famiglie aggregate della loro comunità.

I rom rappresentano la spina nel fianco di ogni amministrazione occidentale: Ingombranti, non inseribili, non affidabili. Esistono senza esistere. I personaggi che Mario Ingrosso ha fotografato sono i protagonisti di un reportage effettuato nelle aree abbandonate di una città del nord.  Fra muri crepati, tetti sfondati, macerie. Vivono lì, a titolo provvisorio, ben sapendo che potrebbero essere cacciati dall’oggi al domani. Sono rom, musulmani sciti e cristiani; arrivano dalla Romania. Ecco ciò che Mario Ingrosso è riuscito a intendere dal loro approssimativo racconto: Le donne rom concepiscono i figli in Italia, dopodiché tornano in Romania per farli nascere. Affermano che, a causa del loro stato di clandestini in Italia, i nascituri non potrebbero avere alcun documento. Quindi dopo il parto tornano in Italia coi piccoli per svezzarli e infine li riportano in Romania presso i parenti per farli crescere. Una delle conseguenze è che da adulti non sapranno riconoscere chi li ha messi al mondo. Tutto questo procede dal loro status di clandestini.sigaro
Gli attori di questo servizio devono condividere il campo con un gruppo al cui vertice c’è un capo clan non esattamente raccomandabile. Per due volte costui ha inveito contro di noi, intimando di andarcene. Quello che abbiamo letto nei loro sguardi lo lasciamo alla vostra sensibilità. Il nostro lavoro finisce mostrando immagini eloquenti e volutamente senza commento. Consentitecene uno solo: la bellezza antica e la dolcezza di alcuni volti  femminili, quella sì ci ha colpito e per questo vogliamo segnalarla. Anche per questo auspichiamo un atteggiamento che non faccia di ogni erba un fascio e che sappia distinguere fra gli individui di un gruppo anche se non è sempre facile o possibile. La loro cultura è antica, parallela e alternativa alla nostra e arriva dall’India. Per il nostro modo di vedere i diversi e i non omologabili molti di loro non esistono. I loro sguardi però raccontano storie che forse non conosciamo affatto o non vogliamo conoscere

Dal passato o dal futuro remoto, una lezione di vita – Milano, Castello Sforzesco – dicembre 2009

KURGAe 6Tre unghie di luce le piovono addosso. Le minitorce illuminano il suo corpo pingue, alieno, dai fianchi enormi; le mammelle sembrano bisacce

Sono andato a vederla quella mostra, e sono rimasto a bocca aperta. È la Venere paleolitica di Dolni Vestonice.
Ha ventisettemila anni e sembra che arrivi dal futuro. Due tagli obliqui rappresentano gli occhi, nessun altro segno sul volto.  La Venere non è sola, è in compagnia di altre sorelle che hanno ventitremila anni di meno. Le statuine di terracotta provengono dalla Moravia, insieme a ciottoli antropomorfi, vasellame di stupefacente finezza. Le compagne della sala accanto hanno pose e espressioni di incredibile modernità, dee madri, o sacerdotesse, simboli rappresentanti il legame col sacro, lanciano una sfida dalla profondità del tempo. La suggestione è tale da suggerire la loro provenienza da un futuro remoto. Alcune tendono le mani nella posa di chi offre, sedute o in piedi, hanno seni minuscoli, ginocchia aguzze, l’espressione stupita, probabilmente utilizzate per riti sacri o propiziatori.

Dee madri, divinità delle acque, dei boschi, delle pietre, della pioggia, simboli di uno spirito immanente in cui si ripetevano necessariamente il rito, la cerimonia propiziatoria per la fertilità dell’uomo e della terra, l’invocazione per il buon raccolto e per la fortuna durante la caccia al mammut. C’è un elemento che colpisce in tutti questi ritrovamenti. Le armi sono assenti. Perché al di là dell’aspetto puramente scientifico sono così importanti questi reperti? Perché narrano di un vivere armonico, in accordo con le forze della natura; temute, rispettate e blandite; manifestano la perfetta sintonia e la partecipazione totale dell’uomo di allora in seno alla natura. Natura figlia, madre e spesso matrigna. Nel più ovvio e necessario rispetto. Comunque. L’aspetto saliente nasce proprio dal loro significato e dal messaggio che l’uomo moderno può scorgervi. Non c’è ombra di armi di offesa, né tracce di riti cruenti. Quelle civiltà perdute vivevano pacificamente, in armonia e hanno qualcosa di fondamentale da insegnarci. 

Sconosciuti fra noi: gli Zingari

di padre Angelo Zelio Belloni  

Per non fare torto a nessuna delle numerose etnie zingare che non sono riducibili alle due più numerose cioè alla Rom e alla Sinti, userò abitualmente quello di zingari per abbracciarli tutti 

Questo intervento, sollecitato da amici non intende assolutamente affrontare l’argomento in maniera esaustiva ma semplicemente sottolineare la necessità di un approccio diverso a questo mondo composto prevalentemente da nomadi e vittima, come altri, della disinformazione e della mal informazione. Tutto ciò perché il cancro del pregiudizio e il bisogno dello scoop sono diventati più forti della verità e dello stesso Evangelo. Negli ultimi tempi, esattamente da un anno a questa parte, i mass media nostrani hanno dato il là ad una scientifica campagna di (dis)informazione tendente a dimostrare, sulla mera e approssimativa base di fatti di cronaca nera, che i rom sarebbero una razza delinquenziale, predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale.

Gli zingari come razza non solo inferiore, subumana, ma dannosa, e come tale da cancellare. Attraverso sgomberi, punizioni esemplari, e, magari, veri e propri pogrom imperniati sulla voluttà della cancellazione dell’altro, del diverso, dell’asociale. Tutto ciò, com’è pacifico, in barba ai principi più elementari del diritto tra cui per l’appunto l’obbligo, culturale e giuridico, di distinguere, sempre, tra persone e gruppi, tra singoli colpevoli e intere comunità, tra individui su cui eventualmente grava il peso della responsabilità penale personale ed etnie e nazionalità discriminate in blocco. Se si offusca, come sta accadendo, questa basilare distinzione i gruppi umani colpiti in quanto tali diventano colpevoli per il semplice fatto di esistere, la loro stessa presenza appare come un ingombro da rimuovere e da estirpare, un virus da sconfiggere anche con la mobilitazione purificatrice di chi si sente minacciato e circondato da una forza oscura e inquietante. Allora è necessaria una campagna di controinformazione con tutti i mezzi possibili per aiutare a leggere il fenomeno con maggior obiettività. Ma per fare ciò occorre un approccio non solo serio ma scientifico e cordiale a questo mondo culturale dai tratti complessi. Ecco allora alcune informazioni alternative e positive raccolte dalla Caritas Italiana e da altre Associazioni al servizio dei nomadi.
Sono percepibili segni interessanti di evoluzione positiva nel modo tradizionale di vivere e pensare degli Zingari, come il crescente desiderio di istruirsi e ottenere una formazione professionale, la maggiore consapevolezza sociale e politica, che si esprime nella formazione di associazioni e anche di partiti politici, la partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali in alcuni Paesi, l’accresciuta presenza della donna nella vita sociale e civile, l’aumentato numero di vocazioni al diaconato permanente, al presbiterato e alla vita religiosa, ecc.

Gran parte degli Zingari, sono oggi sedentari o semi-sedentari. Nel corso del XX secolo si è ancora accentuata la tendenza alla sedentarizzazione e in varie regioni ciò ha facilitato la scolarizzazione dei bambini e il conseguente incremento della popolazione zingara alfabetizzata. Il maggior contatto con il mondo dei gağé, (non zingari) che ne è così derivato, ha inoltre contribuito ad una progressiva appropriazione dei nuovi mezzi tecnici della società contemporanea. Di conseguenza, il passaggio dal carro tradizionale alla roulotte trainata da un’automobile ha paradossalmente incrementato il fenomeno della semi-sedentarizzazione.

La macchina permette di percorrere liberamente lunghe distanze nel corso di una stessa giornata, senza che moglie e figli debbano necessariamente accompagnare il capofamiglia o gli uomini che esercitano la propria attività professionale. Una sosta prolungata permette inoltre ai figli di frequentare con regolarità la scuola, nelle famiglie in cui i genitori hanno compreso l’evolversi del mondo e sofferto dell’inferiorità di essere analfabeti. Pensiamo al trasporto motorizzato, alla Televisione e perfino alla comunicazione telematica, all’informatica, ecc.
In alcuni Paesi si assiste pure all’incorporazione abbastanza generalizzata degli Zingari nel lavoro finora esclusivo dei gağé, specialmente in campo artistico. Sono diventati inoltre più frequenti i matrimoni fra Zingari e gağé, e anche nell’ambito della promozione della donna si registra un significativo cambiamento, pur restando ancora molto da fare sulla via dell’uguale dignità con l’uomo.
Forse non tutti sanno che il martire spagnolo, il Beato  Zeffirino Giménez Malla, è il primo Zingaro nella storia della Chiesa ad essere stato elevato agli onori degli altari. Non tutti sanno che alle etnie degli zingari appartengono Sacerdoti, Diaconi e Religiosi. Attualmente, conferma padre Luigi Peraboni, sacerdote barnabita 75enne che da 36 anni si dedica all’evangelizzazione dei nomadi, le vocazioni che escono dall’etnia rom/sinti sono circa 130: 70 preti e 60 suore. È totalmente ignorato il fatto che nei Balcani sotto i regimi comunisti i nomadi hanno frequentato le scuole e settant’anni dopo la guerra ci sono intellettuali che elaborano una nuova cultura dell’incontro, un “potere zingaro” a fronte di un popolo perseguitato e differenziato al suo interno. Sono assolutamente veri questi dati forniti dall’assessore all’istruzione del comune di Padova, che cioè oltre l’85% degli iscritti sinti e rom ha concluso l’anno scolastico 2008/2009 con l’ammissione alla classe successiva. Se si guarda all’anno precedente, la percentuale di successo era ferma a 74,26%. Contro tutti i luoghi comuni non è di secondaria importanza ricordare che i gruppi zigani non richiedono innanzitutto la fornitura di beni e servizi ma in primo luogo il riconoscimento e il sostegno alle loro capacità individuali e collettive. Gli zingari non possono essere assistiti, segregati e infantilizzati ma devono essere riconosciuti come individui competenti e, in quanto tali, interlocutori autorevoli con cui discutere finalità e mezzi da attuare e valutare. Pochi sono a conoscenza del fatto la famiglia rom Korakahne (bosniaca) di Zlatan Ibrahimovic, è utile ribadirlo,è riuscita ad arrivare agevolmente in Svezia, democrazia molto più solida della nostra, e grazie alla diversa situazione politico-sociale-culturale è diventato uno dei più celebri calciatori del mondo. Ad onor di cronaca altri celebri calciatori sono di etnia rom e sinti tra i quali spicca senz’altro Andrea Pirlo (sinto italiano), capitano della nazionale campione del Mondo (!!!). Questi esempi dimostrano abbondantemente come a condizioni politiche e sociali favorevoli corrispondono risultati più che lusinghieri dal punto di vista dell’inserimento sociale e dello sviluppo culturale. Don Federico Schiavon che vive in un campo nomadi a Udine afferma: « Facile, ad esempio, accusare gli zingari di rubare. Ma perché non dire anche che la loro voglia di trovare un lavoro viene continuamente frustrata dal pregiudizio? Qui a Udine basta che al Collocamento vedano che il richiedente risiede in via Monte Sei Busi e l’impiego te lo scordi. Facile denunciare le zingare che praticano l’accattonaggio, peraltro reato abrogato dalla nostra legislazione. Ma loro, in questo modo, sono apprezzate per essere capaci di contribuire al bilancio familiare. Spero che non si voglia scacciare i mendicanti dai sagrati delle chiese: danno un volto alla povertà e alla carità. San Francesco non creò forse un ordine dei mendicanti?».
Poche settimane fa ha, lo stesso don Federico, ha presentato i risultati di una ricerca realizzata per la Fondazione Migrantes dall’Università di Verona sugli stereotipi legati ai rom. In essa si dimostra che la loro nomea di rapitori di bambini è del tutto infondata. Per farlo si è avvalso della collaborazione delle Procure italiane. Risultato? Non ci sono mai state condanne di zingari per questo reato. «Casomai sono loro che potrebbero pensare agli italiani come rapitori di bambini, dato l’alto numero di sentenze dei Tribunali dei minori che tolgono la patria potestà alle famiglie zingare con motivazioni discutibili». Basta guardare le cose da un altro punto di vista: quello degli zingari.

 

Una via di salvezza

Resta quindi da compiere un grande lavoro di apertura e di informazione, per strappare dagli animi la diffidenza, sostenuta da una letteratura acritica e tristemente diffusa nella società, che alimenta l’atteggiamento di rifiuto. Se per l’uomo laicus e politicus è un dovere di onestà tener conto di quanto andiamo dicendo per non perpetuare ingiustizie, per il credente oltre a quanto affermato qui vale la parola di Cristo e della Chiesa che non solo esige il rispetto della persona ma una scelta in favore di chi è svantaggiato e pesantemente discriminato. Nel necessario approccio pastorale al mondo zingaro il cristiano adulto spinto dall’amore per ogni figlio di Dio dovrà armarsi, di pazienza onde perseverare in una lotta che può suscitare ostacoli e inimicizie di ogni genere. Il credente dovrà come Cristo camminare con decisione ostinata verso Gerusalemme che significa essere preparati a subire persecuzione e rifiuto. È prezioso quanto suggeriscono documenti sulla pastorale degli zingari: La specificità della cultura zingara, in effetti, è tale da non rendere a loro consona un’evangelizzazione semplicemente dall’esterno, facilmente giudicata come un’invadenza. Sulla scia della vera cattolicità, la Chiesa deve diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari, affinché essi possano partecipare pienamente alla vita della Chiesa. Ciò porta a prospettare un atteggiamento pastorale improntato alla condivisione e all’amicizia, per cui risulta importante per gli Operatori pastorali specifici immergersi nella loro forma di vita e condividerne la condizione, almeno per un certo tempo. Per essi vale dunque in modo del tutto speciale ciò che la Chiesa esige da quanti sono impegnati nei territori missionari, vale a dire che «debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono e improntare le relazioni con essi a un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli» (AG 11).