Moschee e minareti, e un po’ di storia

Le avrete viste anche voi, sono i luoghi di preghiera dei musulmani, distribuite dall’Africa all’Asia. Molte sono luoghi di grande bellezza e suggestione. Soprattutto negli interni. Avrei voluto entrarci quando le trovavo per via, come quella di Marrackesh e quelle incontrate “on the road”  traversando Turchia, e Iran. Ma non ho avuto l’occasione. Come sono fatte moschee e minareti? Un po’ di storia non guasta. 

Il mare nostrum fu il principale teatro di un conflitto commerciale, politico, culturale che pareva inarrestabile. Oggi è solcato da disperati che vengono da noi perché da loro si crepa.  Per centinaia di anni gli “infedeli” hanno convissuto con un incubo che tormentava popoli e governi di mezza Europa. Le cronache dall’alto medioevo in poi riportano drammatiche vicende, talvolta esagerate ad arte dai cronisti e il terrore di una minaccia comunque reale e implacabile. Anche se viaggiatori testimoniano di storie differenti, di atmosfere uniche, di sorprendenti scambi di favori, di inaspettate ospitalità, ancora in parte da sondare. Un esempio? La Serenissima non aveva forse inviato a Istanbul il suo pittore ufficiale Gentile Bellini per ritrarre il sultano Maometto II, due decenni dopo la conquista ottomana della città, e come interpretare poi, cinquant’anni dopo Lepanto (1571) la concessione ai Turchi di un fondaco in città? Scrive Riccardo Bon sulla rivista Arte Incontro della Libreria Bocca di Milano dei rapporti fra Venezia e Istanbul, e che dire delle lampade da moschea fabbricate su commissione nelle vetrerie di Venezia? Fervido scambio commerciale e culturale fra le due civiltà, fra le pieghe del loro conflitto, piuttosto che una palese e granitica contrapposizione riporta l’articolo. Come non ricordare il rilievo di Avicenna e Averroè che così tanta influenza ebbero sul pensiero occidentale?

Penso sia importante comprendere quel mondo, apprezzare i suoi  poeti e filosofi arabi, visitare i souk delle città dell’Islam, seguendo itinerari poco noti, ricchi di suggestione e storia. Il mondo alla fine è un condominio, tutto sommato, conoscere meglio i nostri vicini di appartamento conviene. Sempreché il desiderio di comprendere sia reciproco e condiviso. Voglio segnalare un curioso aneddoto su Maometto, riportato dallo storico Aldo di Ricaldone, nel volume  MONFERRATO TRA PO E TANARO:

…il gatto preferito del profeta si era addormentato sull’ampia manica del caffetano: già il muezzin aveva per la seconda volta invitato dal minareto i fedeli alla preghiera. Maometto piuttosto che scomodare il micio tagliò la manica, recandosi alla moschea, col caffetano privo di una manica….

Questa curiosità ci dà modo di parlare del luogo in cui i fedeli musulmani si incontrano a pregare e di quello da cui parte l’invito alla loro preghiera: La moschea e il minareto. Cosa rappresentano? E chi era il Profeta Maometto? Leggiamo cosa scrive su questi importanti soggetti il sito del Centro Islamico di Milano e della Lombardia diretto dal dr. Ali Abu Shuwayma che qui ringraziamo.

moscheaLA MOSCHEA
È un edificio in cui si svolgono le pratiche religiose dell’Islam e specialmente la preghiera congregazionale. Fu lo stesso Profeta Muhammad  a fondare la prima moschea a Medina. Dalla sua primitiva forma, quella di ampio cortile recinto, con piccole costruzioni in legno addossate al muro, di cui quelle poste verso La Mecca destinate al culto e le altre ad abitazione, ben presto la moschea, oltre che ad essere sede di attività religiosa, diventa anche centro della vita sociale, politica e militare della comunità musulmana. Nei primi tempi dell’espansione islamica, la pianta schematica di una moschea consta di un grande cortile di forma rettangolare, in cui, al centro, sorge una fontana, destinata alle abluzioni dei fedeli. Intorno al cortile corre un porticato semplice o multiplo, coperto con un tetto o con una caratteristica serie di cupolette. Sul lato del rettangolo perpendicolare alla direzione in cui si trova La Mecca c’è una nicchia, chiamata in arabo “al-mihrab”, che indica la direzione della preghiera. Alla destra della “nicchia direzionale”, molto rialzato dal pavimento, c’è un elemento di arredo della moschea, chiamato “al-minbar” e costituito da una scala che porta a un podio con sedile, da cui il predicatore della preghiera congregazionale del venerdì fa la predica ai fedeli (la predica si chiama “al-khutbah”). Ogni moschea, poi, ha uno o più minareti. In tempi successivi la moschea si caratterizza in forma di grande sala delle preghiere, ricoperta a tetto, a volta, a cupola e, qualche volta, il muro esterno di recinzione è fortificato per la difesa dei fedeli, in caso di attacchi nemici. Intorno all’anno 1000 dell’e.v. gli architetti musulmani introdussero la costruzione in mattoni. Le prime moschee edificate con il mattone vennero realizzate in oriente, dove fu usato l’arco a sesto acuto ed in un secondo momento si cominciò a costruire in occidente, dove divennero caratteristici l’arco a pieno centro e quello a ferro di cavallo. Dopo il 1000, nell’era dominata dai Turchi, la moschea incomincia ad essere progettata e realizzata come edificio a composizione, culminante in una grande cupola, costruita sopra la sala centrale piramidale.

Verso la fine del 1400, dopo la liberazione di Costantinopoli dalle ormai fatiscenti strutture dell’impero bizantino, e nei secoli successivi gli architetti accentuarono nella moschea la sua composizione planimetrica e lo schema volumetrico piramidale, dato dallo sviluppo dei grandi archi, delle volte a semi-bacino e dalla cupola centrale. L’edifico, nel suo complesso architettonico, a una forza ed una compattezza, mai raggiunte fino ad allora e che culminano, verso la fine del XVI sec. nella Moschea di Solimano il Magnifico a Istanbul e nella Moschea di Selim ad Adrianopoli. Le costruzioni più recenti ricalcano, più o meno, gli schemi tradizionali.

minareti5IL MINARETO
La parola italiana “minareto” deriva dall’arabo “al-manarah”, cioe’ una torre portante una luce, cioè un faro. La caratteristica torre della moschea, avente presso la sommità una terrazza sporgente, da cui il muezzin invita i fedeli alla preghiera, si chiama “al-ma’zanah”, cioè il luogo da cui viene fatta “al-anzana” (la chiamata alla preghiera) da “al-mu’azzin” (il convocatore alla preghiera). Nella lingua italiana è la parola minareto che indica la torre della chiamata alla preghiera. I Minareti furono introdotti nel VII sec. nella forma a base quadrata, tipo che, poi, ebbe diffusione anche nel Magreb e nell’Andalus. Al centro della terrazza finale si ergeva un’altra piccola torre, anch’essa a pianta quadrata con una copertura a forma di piramide o a cupola semisferica.

Il minareto a pianta ottagonale prevalse, in principio, nelle regioni iraniche; fra il 1100 e il 1200 fa la sua comparsa il minareto cilindrico a pianta circolare, esile e snello, che porta presso la sommità una piattaforma, pure essa circolare e sporgente a sbalzo, sormontata da un altro piccolo cilindro, coperto con una cupola semisferica o con la caratteristica “cupola a bulbo”. Nell’impero ottomano il minareto cilindrico acquista snellezza e lievita con terminazioni appuntite a cono. Interessanti sono i due esemplari di torri-minareto con scala a spirale esterna, delle quali la più imponente si trova a Samarra in Iraq e l’altra nella moschea di Ibn Tulun al Cairo. Il minareto, di solito è unito a coppie, ma, sovente, nelle moschee se ne hanno più di due. La posizione primitiva nelle moschee era sull’asse della navata e sul lato del cortile opposto a quello in cui era ricavato il “mihrab”; in seguito vennero posti sugli angoli del cortile (e allora furono in numero di tre o quattro), oppure ai lati del portale (minareti a coppia) per accentuarne la posizione e la monumentalità.

Alle porte di Milano c’è una moschea. È la prima costruzione, definibile dal punto di vista architettonico come Moschea (con Cupola e Minareto), realizzata in Italia, dopo la demolizione della moschea Giami di Lucera dei Saraceni, nella distruzione di quella città delle Puglie e il massacro di tutta la sua popolazione musulmana, eseguita da Carlo I d’Angiò, nel 1269, con la “crociata angioina”, indetta da papa Clemente IV. Sono passati ben 719 anni! La Moschea è stata inaugurata nel giorno 12 di Shawwal 1408 dell’Egira, corrispondente al 28 maggio 1988. Moschea e Minareto insistono su un terreno di 658 mq, in località Lavanderie di Segrate, al confine di Milano. La costruzione occupa una superficie coperta di 128 mq ed e’ composta da un vestibolo, una sala di preghiera, un ambiente per i servizi ed il minareto. Le coperture sono a cupola, rivestite in lastre di rame.

 

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Vita nel Sahara

Paolo Novaresio è amico mio di lunga data, anche se non ho avuto modo di frequentarlo un granché. In ogni modo è stato compagno di avventura in un viaggio che ancora ricordo: alle sorgenti del Nilo, e poi costeggiando il grande fiume sino a Kartoum in Sudan. Roba mica da ridere. Qui ci sono dei suoi scritti che ci dicono qualcosa di importante sull’Africa

Estratto dei testi e delle immagini dal volume: UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA – PAESAGGIO E AMBIENTE

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore   

Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi….

nova 6UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso, che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale. …..

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

nova7I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava.

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.

POPOLAMENTO

Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

novares4IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)

Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati.

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.

nvar1I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.

novar 2ABITARE IN SAHARA

Fino all’epoca coloniale, una fitta rete di rotte commerciali, dal  Mediterraneo all’Africa Nera, solcava il Sahara. Come un oceano disseccato, il grande deserto era attraversato da flotte di carovane, cariche di oro, avorio, sale, derrate agricole e generi di lusso. Gli specialisti del trasporto erano i nomadi, guerrieri e pastori di cammelli. Grandi città-mercato, ricche e potenti, sorsero sulle due sponde del Sahara. Le oasi divennero i porti intermedi del sistema, nodi di rifornimento e produzione, come isole nel mare. Di questo passato oggi restano città e rocche fortificate, alcune in rovina, altre ancora vitali, come Timbuctù e Agadez. Sopravvivono complesse architetture idrauliche, palmeti e orti strappati alla sabbia col tenace lavoro quotidiano. Carovane del sale incedono lentamente lungo le antiche piste. Persiste l’identità di un territorio carovaniero e pastorale dai confini invisibili, il cui centro é la tenda, emblema della vita nomade.

LE CAPITALI DEL DESERTO

Le città, come atto supremo di sacralizzazione del territorio, implicano l’esclusione dello spazio esterno. Le grandi metropoli del passato, cariche di valenze religiose e simboliche, riproducevano nella loro struttura l’ordine del cosmo, opposto al caos del paesaggio naturale che le circondava. I templi, la disposizione delle strade e delle piazze, le mura difensive, dovevano esprimere l’immagine leggibile di un potere che, dal centro, si irradiava verso le periferie del Paese. Era il rapporto con le regioni circostanti a definire la natura della città: nucleo chiuso, ripiegato su sé stesso oppure, al contrario, porta aperta al contatto con lo straniero e agli influssi provenienti dal di fuori. In Sahara, luogo di nomadismo e di commercio, questa correlazione ebbe effetti  particolarmente significativi. I centri urbani che sorsero sulle due sponde del deserto, non potevano che assumere il ruolo di approdi, porti carovanieri in cui si raccoglievano e concentravano le merci provenienti da ogni dove. La città sahariana nacque essenzialmente come mercato. Il potere non si manifestava nella gestione organizzata del territorio, impresa impossibile, ma nel controllo delle vie di comunicazione. Le grandi capitali che sorsero sulla riva settentrionale del Sahara, come Sigilmassa, Tahert, Sedrata , pur cinte da mura fortificate, erano prima di tutto importanti centri mercantili: come mostrano i resti della assai più recente Smara, nell’ex-Sahara Spagnolo, avevano probabilmente intere strade riservate al commercio e quartieri appositi per dare asilo ai viaggiatori di passaggio. Al sud questa vocazione cosmopolita assunse un’evidenza ancor maggiore. Laggiù, ai confini della savana, i dettami dell’Islam si innestarono su una solida base animista: il risultato di questo connubio, conferì una spiccata originalità alle città nate lungo il medio corso del fiume Niger. Lo spazio pastorale

nova 4e 4…Agadez deriva dal verbo egdez, visitare, a ricordare il rapporto, stretto ma episodico, delle tribù nomadi dellAir con la loro capitale. Per i Tuaregh del Mali, la regione del Gourma, oltre il corso del Niger è Harabanda, letteralmente al di là delle acque: un altro Paese, in cui gli uomini del deserto sono stranieri. Le aree di nomadizzazione dei diversi clan sono così delimitate da coordinate invisibili, che stabiliscono i diritti d’uso delle risorse idriche e vegetali,tramandati di generazione in generazione. In questa mappa virtuale, alcuni luoghi assumono una valenza particolare: punti di riferimento non solo nello spazio ma anche nel tempo. Frequentati fin dai tempi più antichi, rappresentano per i nomadi un punto fisso d’incontro, attorno al quale l’identità del gruppo si convalida attraverso la rivisitazione del comune passato. L’esigenza di un radicamento sul territorio é più che mai acuta in Sahara, dove il paesaggio non tollera testimonianze durevoli della società umana. L’appropriazione intellettuale e spirituale dell’ambiente diventa allora una necessità imprescindibile. Così a Taouardei, nel Sahara maliano, incisioni rupestri e tombe di antenati mitici certificano la sacralità del sito, che diventa un tempio della memoria collettiva. Una recente missione di studio italiana, ha individuato in Taouardei una serie di elementi che mettono in luce il ruolo, allo stesso tempo simbolico e funzionale, dell’area: accanto ai pozzi permanenti, condizione indispensabile per la presenza dei pastori e dei loro animali, si trovano zone adibite a cimitero e una moschea, nulla più che un cerchio di pietre sulla sabbia. Più lontano, un cumulo di grandi macigni di granito, é identificato come casa degli antenati. Nei pressi, una pesante lastra di roccia é probabilmente servita da litofono. Le pietre sonanti si trovano un po’ ovunque in Africa, dall’Ennedi al Kenya, spesso nelle vicinanze di pitture parietali: sottoposte a percussione, emettono un suono cupo e profondo, simile a quello di un organo. Ancor oggi, nella Tanzania settentrionale, i Sandawe usano come gong naturali i massi granitici sparsi per la pianura. Taouardei é tuttora un nodo vitale della cultura nomade: non a caso proprio qui, nel 1992, iniziarono le trattative tra i capi della ribellione tuaregh e i rappresentati del governo del Mali. In Sahara la storia continua a passare per gli stessi luoghi.

GLOSSARIO

Acheb: vegetazione erbacea effimera, che nasce dopo la pioggia.

Adrar: in berbero, montagna o massiccio montuoso (jebel, in arabo).

Ahal: il cortile dellamore,dove si incontrano i giovani tuaregh per il corteggiamento.

Aklé: ammasso di dune vive, con diversi orientamenti.

Azalai: letteralmente, dividersi per poi reincontrarsi. Nome dato alle carovane del sale di Taoudeni-Timbuctù. In Niger taghlamt.

Barcana: duna mobile a mezzaluna, che si sposta col vento.

Cram-cram: Cenchrus biflorus, graminacea spinosa. In Mauritania, initi.

Djinn: demoni e spiriti del deserto

Drinn: Aristida pungens, graminacea, considerata un buon pascolo. I semi sono commestibili.

Erg: distesa di dune, generalmente stabile. Nel deserto libico si chiamano edeyen o ramla (se di modeste dimensioni).

Foggara: condotta sotterranea che porta, per forza di gravità, l’acqua ad un oasi.

Gara: piccola collina dalla cima tronca.

Ghourd: duna isolata di forma stellare.

Guelta: bacino naturale di acqua tra le rocce, di solito permanente (per i Tuaregh, aguelman)

Guerba: otre per l’acqua in pelle (da cui salvare la ghirba).

Hammada: superficie rocciosa orizzontale, fessurata e cosparsa di pietre.

Kel: struttura di base della società tuaregh (gruppo,tribù).

Ksar: villaggio fortificato, in pietra o terra cruda.

Mehari: dromedario da sella, veloce e resistente.

Oued o Uadi: letto di fiume asciutto. Enneri nel Tibesti, kori nell Air. Dallol sono chiamate in Niger le grandi valli fossili, larghe fino a quindici chilometri.

Reg: immensa pianura, spesso di origine alluvionale,cosparsa di sassolini. In Libia, serir.

Sebkha o Chott: depressione, lago inaridito con affioramenti salini.

Sif: la cresta di una duna, con andamento sinuoso (letteralmente, sciabola).

Tagilmoust: il velo dei Tuaregh, spesso tinto dindaco e lungo dai quattro ai sei metri. Detto anche litham.

Takuba: lo spadone diritto dei guerrieri tuaregh.

Tamashek: la lingua dei Tuaregh.

Tassili: altopiano tabulare. Nel Tibesti, tarso.

Tifinagh: antica scrittura berbera, ancor usata saltuariamente dai Tuaregh.

novaresioPaolo Novaresio è nato a Torino il 20 giugno 1954.
A partire dal 1975 viaggia a tempo pieno in Africa, visitando alcune tra le zone più remote del continente: deserti della Mauritania, Hoggar e Tassili in Algeria, Monti dellAir e Teneré (Niger), regione dei Somba (Benin), valle della Haute Kotto (R.Centrafricana), Highlands del Camerun, Angola meridionale, bacino del fiume Congo e Ituri (ex-Zaire), Kordofan settentrionale ed Equatoria (Sudan), Kaokoveld e Bushmanland (Namibia), Delta Interno del Niger (Mali). Ha navigato tratti del Nilo, dell’Aruwimi, del Tana, del Niger e del lago Tanganyka.

Ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani, con articoli riguardanti la storia, l’arte e la cultura dei popoli africani (La Stampa, Tutto Scienze, Specchio, Gente Viaggi, Tuttoturismo, Panorama Travel, Scienza e Vita, etc.). Ha collaborato con il Laboratorio di Ecologia Umana coordinato da Alberto Salza presso il dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche, Archeologiche e Storico-territoriali dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato i seguenti libri: Uomini verso l’ignoto, sulla storia e metodologia dell’esplorazione, Sahara, Ultima Africa, Africa Flying High e Grandi fiumi del Mondo. È laureato in Storia Contemporanea.

Tra il 1982 e il 1983, a seguito di un viaggio attraverso l’Africa occidentale e centrale, soggiorna per lungo tempo nel nord del Kenya, compiendo studi e ricerche sulle popolazioni nomadi Samburu e Turkana. In seguito si occupa dellorganizzazione di numerose spedizioni scientifiche in Africa Orientale (Valle del Suguta e vulcano Teleki), tra cui il progetto Turkana 1989, volto a studiare il rapporto uomo-ambiente nelle zone aride e la fisiologia dello stress in ambiente ostile, col supporto della Fondazione Sigma-Tau e di vari enti Universitari nazionali e internazionali. Dal 1991 ha concentrato la sua attenzione sull’Africa Australe, viaggiando e soggiornando per lunghi periodi in Botswana, Zimbabwe, Namibia, Mozambico e soprattutto in Sudafrica, dove ha vissuto per cinque anni. Nel 1994, su invito della South African Airways, si è occupato di reperire presso Musei e fondazioni private in Sudafrica documenti e fonti iconografiche inedite, relative alla storia del Paese, intervistando esponenti di rilievo dell’ANC e dei principali partiti politici sudafricani. Si occupa di metodologia dell’esplorazione.    L’uomo con la valigia

 

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Matilde Izzia, Matisse italiana

mati 2Amica, insegnante, sorella, e straordinaria artista, definita da Roberto Coaloa: Matisse italiana. Solo adesso cominciano a considerare le sue opere, che sono importanti e raccontano una vita dedicata all’arte e allo studio

Allieva di Menzio, e alla bottega di scultura di Guido Capra, allievo prediletto del grande Leonardo Bistolfi, Matilde dipingeva grandi figure, paesaggi, volti e animali. Poi affrescava chiese e le pareti di casa sua, al Romito.
Avevo promesso di aiutarla; ci sono riuscito solo in parte, mentre lei non c’era già più. Grande attenzione le stanno dedicando l’editore  Lorenzo Fornaca, lo storico Roberto Coaloa e Gianfranco Cuttica di Revigliasco.

Su di lei e il marito Aldo di Ricaldone ho anche scritto un racconto memoria ed un libro meraviglioso, insieme ad altri autori, con un intero capitolo a lei dedicato, un’opera che addirittura papa Francesco ha mostrato di apprezzare, visto che parla della sua terra.
C’è ancora moltissimo da fare per valutarne l’opera e l’importanza della sua pittura. I suoi dipinti, matisparsi in Europa, fanno parte di prestigiose collezioni private.
Matilde non ha mai avuto fortuna nel mondo dell’arte. Aveva un difetto: diceva quello che pensava. So che prima di morire ha chiesto a Enza Inquartana, la sua infermiera e amica, nella casa di riposo di Moncalvo: – Ma io quando potrò fare una bella mostra coi miei quadri?-
Ci ho pensato io e Lorenzo Fornaca, con  Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Roberto Coaloa a farle fare quello che ha sempre desiderato.  Di tele ce ne sono già un bel numero, in esposizione permanente al museo di Santa Croce. La sua memoria adesso è là, riposa accanto alle tele e alle pale d’altare di Giorgio Vasari, al complesso monumentale di Bosco Marengo.

Da I TESORI DELLA VALLE DI TUFO:

Matilde Izzia

Matilde Izzia nasce a Casale Monferrato il 10 febbraio 1931. La sua famiglia è originaria di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove il padre Francesco Emanuele frequenta la scuola d’arte: a lui e all’avo Giuseppe Izzia (1873-1925) risale la passione di Matilde per il disegno e la pittura, ma anche da parte materna l’amore per le arti figurative è costante e si segnalano nel tempo miniaturiste e acquarelliste di rilievo. Sin dalla giovane età, Matilde erediterà queste inclinazioni e doti sviluppando un suo particolare e personalissimo dettato artistico, che già a soli tredici anni produrrà svariati disegni e lavori a olio.

Concluse le medie inferiori, Matilde Izzia si trasferisce a Torino dove si diploma al Liceo Artistico dell’Accademia Albertina, avendo come matimaestro Francesco Menzio; frequenta poi il corso libero di disegno applicato alle scienze naturali diretto dal prof Ubaldo Tosco, che in seguito le commissionerà disegni di antropologia in chiaroscuro per l’Enciclopedia di Scienze Naturali dell’Istituto Geografico e Agostini. Nel 1950 viene scelta da Noemi Gabrielli, Sovrintendente alle Gallerie del Piemonte, come sua collaboratrice per organizzare l’esposizione del Congresso Eucaristico a Palazzo Chiablese.

Nel frattempo, Matilde Izzia apre il proprio studio, dando inizio a un percorso che parte sulla scia dei “Sei pittori di Torino”, da cui si distaccherà in seguito per ulteriori indagini, indispensabili alla completezza della sua formazione artistica.

La sua produzione si divide a grandi linee in tre cicli:

1950-1960.
Studio delle tecniche antiche. Ricerche coloristiche delle scuole piemontesi e lombarde del primo Novecento. Frequenta lo studio di un allievo di Bistolfi, che la indirizzerà alla composizione simbolica. In questo periodo realizza busti, ritratti, bozzetti, poi indirizzerà il suo talento esclusivamente verso i dipinti.

1960-1970.
Esperienze sui risultati impressionisti e post-impressionisti, ricerca di composizioni ad ampio respiro con forti valori tonali. Izzia ripropone la figura in chiave totalmente originale, con esiti sorprendenti.

1970-1982 .
Chiarificazione cromatica e compositiva con tendenze all’astratto espressionistico: il colore più filtrato accentua l’espressività del disegno. L’opera appare così nella sua piena maturità.

Dal 1968 la pittrice affronta le sue prime esposizioni alla Galleria d’Arte Fogliato Torino. Il giudizio del critico Marziano Bernardi su La Stampa: mati 1«Chi visita la mostra di Matilde Izzia alla Galleria Fogliato, s’accorge subito di trovarsi in presenza di una pittrice colta. L’ancor giovine espositrice fin da bambina tentò su vie tradizionali alternativamente pittura e letteratura, finché nel 1954 la percezione di un gusto moderno favorì in lei un cambiamento di rotta. Certi esiti dell’Izzia di oggi appaiono affini a quelli dei “Sei pittori di Torino”, verso il 1930 ma qualche volta più complessi nel franco gioco di un vivo colore e nella solida impostazione dei suoi temi di figura.»

Nel 1970, su consiglio del barone Bernard Taubert Natta, espone a una personale, presso la prestigiosa Galerie Motte di Ginevra. Il cultore d’arte Oscar Ghez, direttore del museo Le Petit Palais, si dichiara entusiasta della qualità di quella pittura. E con lui il direttore della Galleria d’arte moderna di Torino, Aldo Passoni, che ha parole di elogio per l’opera. Le 33 tele suscitano la più grande ammirazione presso critica e pubblico. Tra questi il Console d’Italia a Ginevra, Giovanni Stefano Rocchi, il Barone Guy de Rotschild, esponenti della finanza. Oscar Ghez scriverà: «J’ai trouvé votre exposition chez Madame Motte parfaitement équilibrée, d’une haute tenue, démontrant d’une manière parfaite votre talent et votre originalité.»

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Aiuto, vogliono guastare la val Metauro!

Il grido d’allarme lo ha lanciato Jenner Meletti in un articolo del diciannove ottobre su  LA REPUBBLICA.  Il pezzo ha un titolo che non lascia dubbi. L’autostrada che rischia di asfaltare i paesaggi che fanno da sfondo nei ritratti di Piero della Francesca  ha un sottotitolo molto significativo: Fermate lo scempio, rivolta contro il progetto dell’autostrada  Fano Grosseto

Stavolta non abbaio alla luna (come si dice dalle mie parti) di uno che se la prende con tutto e tutti, inutilmente, così nell’occasione non scrivo di foreste in pericolo, arte e opere da salvare, ma di una cosa di casa nostra. La val Metauro appunto.  Una cosa da brivido, altroché fumi mi vengono a leggere ste cose. Fermiamolo davvero questo scempio perché quando troppo è troppo. Vogliono fare l’autostrada senza gallerie piero francesca  autostradaper risparmiare, allora per favore aspettate di avere i soldi , anzi, meglio non fatela affatto. Lo dicono il buon senso, la logica , il rispetto per l’ambiente e la decenza. Lo reclama uno dei posti più incantevoli d’Italia risparmiato poco tempo fa da un fronte chilometrico di parco eolico…e adesso ci riprovano con l’autostrada. Scrivete al giornalista, scrivete a REPUBBLICA, chiediamo che si può fare per fermare lo scempio, diamo il nostro sostegno. Sarebbe come fare una discarica nel sagrato di Santa Croce di Bosco Marengo.  O realizzare un parcheggio per camion tir in piazza di Spagna.  Anzi, ancor peggio, come far correre un’autostrada a sei corsie davanti al Colosseo.  Fermiamo questo progetto insulso: la superstrada che collega Tirreno e Adriatico se proprio dovete farla, e abbiamo seri dubbi sulla sua necessità, fatela da un’altra parte, quando avrete i soldi per scavare gallerie, ma non in uno dei luoghi che il mondo ci invidia per bellezza, fascino e storia.

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Lorenzo Fornaca è l’ultimo cavaliere della carta stampata…e nostro amico

Il fatto è che di gente come lui ce n’è poca in giro. Amico? Editore di gran fiuto? Ultimo cavaliere della carta stampata? Anche. Ma non solo. Qualcuno l’ha definito architetto di magnifiche opere editoriali. Non c’è fine settimana in cui non riceva premi e onorificenze

lorens tonco presentazxione MONFERRATONella foto la premiazione a Tonco di MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, una delle sue ultime creature. Per me soprattutto è amico e compagno di incredibili vicende (non ancora concluse, visto che Lorenzo dovrebbe tentare di fare una certa cosa che solo lui ed io sappiamo…ma che, se va in porto, sarete i primi a conoscere, prima che io abbandoni l’Italia)
Lorenzo è editore tradizionale e moderno. Tradizionale perché le sue opere parlano di una passione autentica per la sua terra d’origine dal glorioso passato. L’antico Piemonte e in modo speciale il Monferrato. Moderno perché per promuovere le sue opere ricorre alla tecnologia web. La Tradizione sposa la Modernità con esiti davvero incoraggianti.
Le sue opere fanno spesso il tutto esaurito e continuano a raccogliere consensi di pubblico e critica. Sono lavori appassionanti scritti da giornalisti e da storici famosi, che parlano di vicende autentiche, raccontate come fossero un romanzo. Più avvincenti di un romanzo perché i suoi protagonisti sono davvero esistiti e le loro gesta si possono facilmente rintracciare negli archivi della Grande Storia.

UNA VICENDA EMOZIONANTE

Spiega Lorenzo Fornaca:
Ho superato da un po’ i sessant’anni e non sono certo incline a farmi coinvolgere in storie che hanno il sapore dell’avventura né tanto meno dell’effimero. Tuttavia, da qualche anno mi trovo nel mezzo di una vicenda emozionante, quasi inverosimile, tanto mi appassiona. Mi auguro che questa vicenda, in parte da scrivere e dai contorni alquanto avventurosi, abbia un epilogo positivo. Un primo grande risultato c’è già stato. Ma è solo l’inizio. Si tratta della scoperta di un patrimonio artistico di eccezionale valore. Le cose sono andate più o meno così:

Quattro anni fa bussa alla porta del mio studio uno sconosciuto chiedendo se potevo dargli indicazioni per rintracciare una certa persona che io ero solito frequentare per le mie attività editoriali.
Ho esitato un attimo e gli ho detto, con qualche cautela, che quella persona non era più fra noi.  Morta? chiese. Sì. Risposi. Temetti che si sentisse male. Cercai di consolarlo, poi mi spiegò brevemente che si trattava di una cara amica, sua ex insegnante di educazione artistica e che dipingeva.
fornaca edo marioNell’immagine Lorenzo Fornaca con Mario e Edoardo Simone Paluan

La nascita del figlio e i suoi frequenti viaggi l’avevano condotto a Bali, in Afghanistan, in Sudan, a Cuba e in altre parti del mondo, ecco spiegato il motivo per cui l’aveva persa di vista. Dovetti promettergli che avrei fatto qualcosa per rintracciare e promuovere i suoi lavori.
L’ho fatto. Chi custodisce i dipinti è anche un amico, insieme al quale, lavoreremo per cercare di strappare dall’oblio questi capolavori, dipinti da una nostra conterranea. Le tele sono di Matilde Izzia, nata a Casale Monferrato. E ci piace pensare che siano state custodite fino a poco tempo fa, come narra un’antica leggenda tratta dalle pagine di un mio libro, nelle caverne dei Saraceni vicino a Moleto. Matilde Izzia abitava proprio lì.
Nella foto in basso la presentazione de I TESORI DELLA VALLE DI TUFO al ristorante La Magione di Olivola, da sinistra: Roberto Maestri, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, il sindaco Gianni Grossi, Giuliana Romano Bussola, l’editore Lorenzo Fornaca, Roberto Coaloa, Natalino Amisano.

olivola

L’emozione che mi prende nel ricordare l’incontro con l’amico di Matilde Izzia, che vive fra Londra e Milano, continua. Le promesse vanno mantenute ecco perché sto facendo di tutto per promuovere l’arte di questa siculo-monferrina, che io ho conosciuto: un’autentica protagonista dell’arte italiana del ‘900.

Sono onorato di potermi occupare di lei, insieme a chi custodisce con cura i suoi quadri. Per questo ho bisogno del vostro contributo e interesse, per poterle dedicare cataloghi, mostre, esposizioni, per cercare di farla conoscere al grande pubblico. Numerosi suoi dipinti sono oggi in esposizione permanente nel complesso di Santa Croce a Bosco Marengo, accanto alle tele del Vasari!   Museo di Santa Croce

L’emozione che si prova ad ammirare i suoi dipinti è grandissima e io voglio condividerla con voi. In proposito ho pubblicato anche un libro che narra questa vicenda, non ancora conclusa. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

DAI COLLI DEL MONFERRATO AL COLLE VATICANO
di Domenico Bussi

Che i libri di Lorenzo Fornaca, titolare dell’editrice Sedico, facciano molta strada sia in Italia che all’estero è cosa talmente nota da non meritare cenno. Non pochi sono infatti gli ordini relativi a questi volumi che pervengono ai distributori, anche dal lontano sud America, da parte di discendenti di astigiani colà emigrati. Diversamente invece, per quando riguarda la sua recente monumentale edizione di Monferrato splendido patrimonio. Un esemplare di questa pregevole edizione, rispetto a tanti suoi gemelli, però non ha percorso una lunga strada, ma è assai significativo il fatto che sia finito nelle mani di un sud americano, italiano di recente ritorno, anche se in verità risiede pur sempre all’estero, poiché Stato estero è giuridicamente parlando la Città del Vaticano.

È di questi giorni infatti la notizia che il più recente dei grandi libri di Lorenzo Fornaca è stato donato dalla signora Nella Bergoglio al

La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.
La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.

proprio illustre cugino la cui identità, dato il cognome, è facile intuire senza dilungarsi in non necessarie precisazioni. Si certo verrà da chiedersi come possa il Santo Padre, tra i suoi innumerevoli e pressanti impegni, trovare il tempo per sfogliare e leggere la pregevole opera ricca di oltre 1200 immagini a colori, molte delle quali a piena pagina e di oltre cinquanta monografie redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, impegnati ad approfondire uno ad uno i molteplici aspetti di un territorio con alle spalle una storia documentata di oltre mille anni.
Eppure chi ha fatto il dono, ed anche chi a modo di vedere dalle fotografie scattate nell’occasione, di dice certo che Francesco I troverà certamente qualche ritaglio di tempo per leggere del leggendario Aleramo, dei discendenti dell’ultima casate dell’Impero d’Oriente, dei duchi di Mantova e di Savoia con i quali coloro che lo precedettero sul soglio di Pietro trattavano alla pari.

Ma il pregio del libro di Fornaca, soprattutto per papa Bergoglio, curioso come certamente sarà di conoscere la storia della terra dei propri antenati, consiste nel fatto che sfogliando le sue pagine non si limita soffiar via la polvere che i secoli han foto Janetdepositato su eventi e protagonisti lontani, ma darà modo di comprendere la realtà com’è, e soprattutto come si sia arrivati agli attuali equilibri. Si avrà modo di vedere i nuovi artefici della storia, non son più i condottieri, i principi o potentati in genere, ma la gente qualunque, che poi tale non è, la quale acquisita coscienza dei propri diritti e doveri si interessa di economia, produzione sviluppo e valorizzazione del territorio senza dimenticare l’antico retaggio come dimostra con la vivace curiosità verso le vicende del proprio passato ricche di testimonianze artistiche tutt’ora in via di arricchimento. L’ultimo capitolo dell’opera tratta infatti di una grande artista casalese: Matilde Izzia le cui opere sono in parte raccolte nel complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo voluto da papa Pio V, accanto a quelle di Giorgio Vasari, tra l’altro autore di affreschi dedicati a papa Paolo III Farnese, e di molti altri artisti.

Ricordi e progetti di padre Angelo Zelio Belloni

Padre Angelo Zelio Belloni è amico mio da lunga data. Scrittore, teologo e frate predicatore itinerante. Numerose sono le sue iniziative a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, bisognosi di educazione, cibo e famiglia. Ecco alcune sue note biografiche

Da mia madre Savina, lavoratrice dei campi in quel di Mirandola (Mo), oltre che una fede solida, ho ereditato una spiccata sensibilità per i problemi delle persone e della società in genere e il desiderio di impegnarmi sempre in prima persona. Da mio padre Corrado una cocciutaggine che è tutto dire. I più poveri, durante la guerra e nel periodo seguente ricordarono per tutta la vita con enorme gratitudine che nel tempo della fame avevano potuto mangiare pane e polenta grazie all’aiuto di mia madre. Lei, infatti, dopo la mietitura andava a spigolare nei campi per poter donare qualche pezzo di pane buono a quanti le si rivolgevano. Tante persone riconobbero in mia madre il dono del consiglio dopo averle aperto il cuore in situazioni personali e familiari davvero difficili. Stiamo parlando dell’ultima guerra e del periodo seguente.

angelo3Entro in convento a San Domenico di Fiesole a 18 anni e, durante il triennio filosofico di Chieri (TO) conobbi persone e figure illuminate come Luigi Ciotti, Ernesto Olivero, Padre Lataste, Suor Eva Maria, Chiara Lubich e altri ancora.
Il forte desiderio di andare verso gli emarginati si concretizzò successivamente con un lavoro tra i tossicodipendenti di Piazza Grande di Bologna e i sottopassaggi adiacenti. I miei maestri di vita mi suggerivano vicinanza, affetto, condivisione, superamento del giudizio, aiuto in situazioni di emergenza per evitare il peggio. Nacque così l’idea di creare un piccolo centro di accoglienza serale per i giovani della piazza in uno spazio ricavato nella Basilica di san Domenico proprio con entrata in piazza san Domenico. Lì i giovani della piazza avrebbero potuto rifocillarsi consumando i panini forniti dalla cucina del convento e parlare con qualcuno di noi studenti di teologia che ci alternavamo ogni sera.

La città di Firenze mi offrì in seguito la possibilità di creare un gruppo stabile di persone e famiglie disponibili e competenti con una rete di contatti per affrontare i diversi aspetti del problema tossicodipendenze: sanitario, psicologico, familiare, lavorativo, legale, economico, ecc. Tale gruppo volle chiamarsi “Comunità degli ultimi” facente parte del Coordinamento delle Comunità di Accoglienza promosso dal Gruppo Abele di Torino.

Da questa e da altre vicenda si sentì il bisogno di creare quanto prima la nostra comunità dove poter operare secondo i criteri più idonei sulla base delle diverse fisionomie personali. Ma non posso dimenticare, Alessandro, Sandro, Enrico, Luciano, Daniele, Giovanni e tutti glia altri che sono passati da noi con il loro carico di traumi, violenze subite, fallimenti, tentativi di riscatto. Qualcuno, non molti, alla fine riuscirono a sfuggire alla presa fortissima della droga e ritornarono a una vita normale. Alla fine, per ordini superiori, posi termine a questa esperienza, cosa che ho fatto non senza cadere in una profonda crisi interiore, proprio perché impedito a continuare su quella strada.

Il Sudamerica e il misterioso mondo dei Maya

Intanto i miei compagni e confratelli incominciarono a pensare ai paesi dell’America centrale dove i missionari domenicani, animati da un forte spirito evangelico avevano seguito gli spagnoli nel 1500 annunciando – non senza detestabili e condannabili eccessi – l’Evangelo ai popoli indigeni di quella regione. I missionari domenicani erano ritornati in Guatemala nel 1976 in piena guerra civile scegliendo la più povera delle regioni, la foresta del Peten al confine con il Chapas messicano per accogliere tutti i disperati che fuggivano dalle zone calde del conflitto, dai terremoti devastanti del sud o che comunque cercavano un pezzo di terra dove seminare mais e fagioli per il quotidiano sostentamento delle numerose famiglie. Purtroppo da allora, con la necessità di creare terreni coltivabili, iniziò la distruzione tramite incendio, e mai cessato, del secondo polmone verde del mondo.

I miei compagni alla fine degli anni 80 si organizzarono per visitare le diverse fondazioni delle suore a Città del Guatemala e nel Peten. Tutte le suoreperipezie di quei viaggi a dorso di cavallo su strade inesistenti nel folto della foresta oppure in canoe di legno sui fiumi infestati da caimani e rettili d’ogni specie, gli incontri con gli indigeni nei loro variopinti costumi, l’impatto con un ambiente e una cultura assolutamente diversi. Sì tutto ciò ci veniva riportato con dovizia di particolari e anche noi ci sentivamo oltre che missionari in terre vergini anche un po’ esploratori del misterioso mondo dei Maya che avevano disseminato proprio in quella foresta i ricordi di una civiltà gloriosa, ormai sepolta nell’oblio.

Il passo successivo alle visite era la nascita di un legame sempre più stretto con le comunità operanti in diversi municipi (comuni) del Peten con un impegno sempre più concreto a sostenere i progetti in fase di realizzazione. I primi interventi e aiuti furono concentrati presso la missione delle suore domenicane di Santa Eléna (Flores): col sostegno all’infanzia tramite «adozioni a distanza», la riorganizzazione dell’ambulatorio odontoiatrico del dispensario (poliambulatorio), la prevenzione e igiene dentaria nelle scuole elementari; e la costruzione, nel 1995, di un «Centro per la promozione della donna», che permette la formazione umana e professionale per molte donne.

Il mio primo viaggio in Guatemala risale al 2004

Lì m’innamorai della sua gente gioviale, accogliente nonostante le tragedie che ha vissuto nella lunga guerra di più di trent’anni. Sempre capace di condividere una tortiglia con fagioli e un uovo.

angelo 2E fu in quel luogo che successivamente elaborai il progetto VACCHE DA LATTE PER I BAMBINI MALNUTRITI DEL GUATEMALA”

Per chi volesse conoscere i programmi di viaggio e recarsi in Guatemala, avere indicazioni sui luoghi da visitare, conoscere e sostenere le iniziative padre Angelo Belloni sarà felice di rispondervi:

padre Angelo Zelio Belloni

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 twitter Padre Angelo

Padre Angelo Zelio Belloni è presidente dell’associazione “AIUTO BAMBINI TERZO MONDO – ONLUS” (c.f. 91036080488) con sede legale in Montelupo F.no (FI) via della Fonte, 40 che intende promuovere progetti e iniziative di solidarietà, assistenza sociale, socio-sanitaria e beneficenza.

La Cina di Chiara Rigoli. Medusa lessa a pranzo, lombrichi fritti a cena. Un’astigiana oltre la Grande Muraglia

cinaChiara Rigoli è nostra amica e segue tutte le iniziative editoriali che promuoviamo con l’amico Lorenzo Fornaca. Non ci siamo mai incontrati perché lei vive ad Asti, io a Milano. E siamo sempre indaffarati. Dirige un bel sito di valorizzazione del territorio piemontese che si chiama Astigiando e che si occupa di cultura, arte, bellezze del territorio, turismo e altro. Con lei condivido l’amore per la sua splendida terra monferrina

Qualche anno fa si è recata in Cina per lavoro e adesso vi faccio leggere cosa scrive. Ci troverete qualche utile consiglio se dovete recarvi là. 

Un assaggio del grande Paese di Chiara Rigoli

La prima volta ho vagato per alcuni giorni. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, completamente smarrita. Asti e Hong Kong hanno poco in comune. Si tratta di un altro pianeta e il primo impulso per chi si trova in questa dimensione, scagliata verso il futuro, è quello di rimpiangere le nostre città che sono ancora a misura d’uomo, in cui si può passeggiare con gli amici per il centro scambiando qualche chiacchiera. Le dimensioni e le atmosfere del famoso film Blade Runner a Hong Kong sono di casa e il Palio di Asti è solo un pallido ricordo. Hong Kong è britannica e cinese allo stesso tempo e le due anime si incontrano e si scontrano costantemente.

Qui hanno sfruttato ogni metro quadrato rubando spazi alla foresta tropicale: il cemento dilaga e combatte contro la natura, che pare soccombere. Grattacieli ovunque. Come funghi. Raramente grattacieli singoli, piú spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta ancora più numerosi; tutti uguali, stretti uno all’altro, costituiscono una teoria d ininterrotta, sorta di enormi, brulicanti formicai, con migliaia di appartamenti piccolissimi. Gli enormi viadotti passano a mezza altezza a pochissimi metri dalle finestre dei grattacieli. Hong Kong patisce l’affollamento tipico delle cittá cinesi: nelle strade, nei centri commerciali, nella metropolitana. Ci sono cosí tanti pedoni per strada che i marciapiedi non bastano a contenerli. Formiche compresse nei loro formicai. Scontato chiedersi quanti sono questi cinesi. Ma come fanno a essere così in tanti? I percorsi per i pedoni si trovano spesso al “primo piano” su appositi viadotti, completamente isolati dal traffico cittadino che scorre sotto. Per lunghi tratti i viadotti passano all’interno dei grandi centri commerciali: una manna per i pedoni che godono dell’aria condizionata e sono protetti dal sole cocente di Hong Kong, e va bene anche per gli affari dei negozianti. Il sistema di mezzi pubblici di Hong Kong  rasenta il prodigio, con un’integrazione perfetta fra treno, metró e traghetto, ma anche qui l’affollamento é spaventoso e colpisce il viaggiatore occidentale. Fra le cose che probabilmente sono rimaste invariate ad Hong Kong da quando era colonia britannica ci soni i tram a due piani.

Cinesi contro cinesi, ma solo per gioco. Accade in metrò di vederli fissare i loro aggeggi tecnologici portatili e giocare uno contro l’altro. Allo cinastesso tempo nei parchi, gruppi di Cinesi fanno Tai chi: l’antica ginnastica di gruppo fatta di movimenti lenti al ritmo di musica orientale.
Hong Kong è ormai cinese ma non è vera Cina. Basta vedere il rigido controllo alle frontiere, il filo spinato e i soldati con il mitra per capire che Hong Kong è tuttora un’oasi nel panorama cinese.
Qualcosa non va al mio passaporto, dice il soldato cinese nella sua lingua. Panico. E se mi rimandano indietro? Penso. Interminabili minuti in cui ti senti smarrita e in balia di una burocrazia fantomatica e misteriosa. È capitato a me qualche interminabile minuto di controlli e poi ti fanno passare la frontiera: non lo auguro a nessuno!
Ma una volta passato il controllo dell’immigrazione, è Cina per davvero: ecco infatti Lo Wu a Shenzhen. Il treno che porta verso la frontiera é sempre molto affollato, tutti vanno a fare shopping a Lo Wu. A Hong Kong il costo della vita e quindi delle merci, sebbene inferiore al nostro, é superiore a quello del resto della Cina, perciò è conveniente comprare nella Mainland China. Shenzhen è la prima città cinese che incontri uscendo da Hong Kong e Lo Wu è un grandissimo centro commerciale cinese in cui si vende di tutto in centinaia di minuscoli negozietti.

Shenzen è la città-miracolo creata per volere di Deng Xiaoping negli anni ’80 come Zona Economica Speciale (in pratica un posto in cui le regole comuniste non valgono, e il governo cinese chiude un occhio e, se serve, anche l’altro, per lasciare mano libera agli imprenditori) strategicamente a ridosso di Hong Kong, in modo da attirarne gli enormi capitali. Shenzhen é passata da un borgo di pescatori a una cittá che oggi ha 11 milioni di abitanti. E stiamo parlando degli abitanti legali; i clandestini, provenienti dalle campagne della Cina e dai paesi del Sud-Est asiatico per prendere parte a questo miracolo economico e quindi sperare in una vita migliore, sono stimati in almeno 3 milioni. Le differenze con Hong Kong sono evidenti: quasi nessuno parla Inglese, devi fare attenzione ai bagagli, e poi finalmente incontri la vera cucina cinese non solo nei ristoranti ma anche nei chioschi per la strada. Niente di simile a quella che abbiamo in Italia, diversi anche da quella nei ristoranti di Hong Kong che si adattano ai gusti dei turisti.

Ovviamente non ti devi far troppe domande sulla pulizia e sull’origine del cibo: se sei schizzinoso: mangia senza chiedere troppi dettagli. Meglio se sei accompagnato da un cinese di fiducia che indirizza le scelte. Ristoranti, localini, padiglioni, capannoni, baracconi, bancarelle, chioschi, friggitorie ambulanti e tende di ogni dimensione dove specialità di tutti i tipi a prezzi convenienti saranno pronte a farsi degustare. Si mangia dappertutto e in continuazione. I pasti vengono considerati un importante rituale di gruppo, dove ognuno con i propri bastoncini può raccogliere il cibo da diversi manicaretti comuni. Molto comuni sono i ristoranti senza porte, quelli a gestione familiare, anche nei cortili delle abitazioni tradizionali, che si scovano addentrandosi nei dedali di vicoli e nelle viuzze secondarie; di norma sono frequentati dagli abitanti del luogo e preparano porzioni molto abbondanti, ma non dispongono di un menù in inglese.
I ristoranti più grandi dispongono di acquari dove potete scegliere il pesce che più vi piace che verrà direttamente pescato per voi, macellato e preparato. I cuochi cinesi spesso infatti cucinano davanti a voi quello che scegliete di assaggiare. L’arte culinaria cinese ha come obiettivo anche la valorizzazione di ogni tipo di alimento, e non è costretta da alcun divieto di tipo religioso. Cibarsi di medusa, serpente, vespe, api, cavallette, lombrichi e vermi, carne di cane, gatto, scoiattolo, topo, pangolini (un tempo anche scimmia) e altri animali, lontani dall’essere considerati alimento dalla cultura occidentale, è cosa comune e naturale; la tradizione ritiene che questi animali conferiscano forza e vitalità, in certi casi sono indispensabili per la salute del corpo, inoltre cibarsene è un sano esercizio del gusto. La carne preferita è quella suina, seguita da quella di pollo, da quella bovina e da quella di capra. Non risparmiano nessuna parte degli animali, preferite sono code di maiali e zampe di galline, per preparare piatti e pozioni di medicina tradizionale. Molto usate sono tutti i tipi di verdure cucinate o servite sminuzzati e crudi, con radici di vario tipo amalgamati con salse piccanti e non. Sempre presente in ogni tavola cinese è il riso, il più delle volte senza sale e in bianco, usato come il pane per gli occidentali; mentre la pasta, preparata con grano tenero, è abbondantemente condita con carni e varie verdure. La soia ed i suoi derivati hanno un ruolo molto importante. Le portate non hanno un ordine tradizionale come avviene in Occidente, sono servite tutte assieme in piatti distinti.

foto e testi di Chiara Rigoli   Astigiando

Monferrato my love

foto JanetMonferrato my love è una raccolta di articoli tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

Paesaggi, personaggi, fatti poco noti, avvenimenti storici della splendida terra monferrina, compongono una miscellanea di grande fascino. Dai Saraceni ai trovatori, dalle epiche battaglie agli imperatori d’Oriente, dai fascinosi paesaggi ai dipinti di Matilde Izzia, molti dei quali oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Una storia “infinita” che cattura il lettore per la bellezza dei luoghi e il rilievo degli avvenimenti.

A Benevento il pianto di un prode monferrino

Piange, si dispera, reggendo il capo fra le mani. Ridotto in catene, distrutto dal dolore. La sua pena, attraverso i secoli ci giunge intatta, inconsolabile, muovendo anche noi a commozione. 
E’ affranto il conte Giordano, e non gli pesano le ferite; il soldato piange la morte del suo re, di quel Manfredi, suo nipote, di sangue tedesco monferrino, biondo, bello, di gentile aspetto, sfigurato e ormai livido, steso morto da un fante di Picardia, durante la battaglia di Benevento.

Sterminate le loro anime e i loro corpi, i loro figli e il loro seme– e l’ordine papale venne tragicamente rispettato alla lettera. Avvenne per mano di Carlo d’Angiò, la “canaglia incoronata”, secondo il giudizio di storici tedeschi, che dopo la battaglia portò a termine sistematicamente lo sterminio dei superstiti svevi e la distruzione del progetto di edificazione di un grande regno laico in Italia. 
Spietata sorte riservò il re angioino ai monferrini superstiti che alla battaglia di Benevento riconobbero il corpo morto del grande Manfredi, loro parente e sovrano.

Era una fredda mattinata di febbraio, a essere precisi il 26 febbraio del 1266. E sulla piana di Santa Maria della Grandella, a 4 chilometri da Benevento il sole radeva la prima erba incendiandola di luce. Manfredi lo svevo, figlio di Federico II e di Bianca Lancia di Busca d’Agliano, aveva appena finito di arringare le sue truppe e stava per scontarsi con un nemico implacabile che lo avrebbe spento.

Re Carlo d’Angiò, il nemico

– Saggio, di sano consiglio e prode in arme – così ne parla il Villani – e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d’ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d’arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai.
Carlo era un cavaliere coraggioso e un energico sovrano. Egli fu tuttavia vittima di un’ambizione e di un orgoglio sfrenati. Tutto ciò per cui aveva combattuto andò perduto o gravemente compromesso.
A causa del suo malgoverno perse la Sicilia e la guida dell’Italia, soprattutto a causa del suo disprezzo per qualsiasi sentimento nazionale che non fosse esclusivamente francese. Non riuscì a costituire un impero in oriente, perché il progetto sarebbe andato a contrastare gli obiettivi e gli interessi della Chiesa.

Papa URBANO IV, l’implacabile mandante

Le accuse mosse contro la “lasciva corte” di Manfredi sostenevano che nella medesima si “rovinavano le genti”. Secondo predicatori e flagellanti, oltre agli infuocati messaggi del papa, l’umanità stava per essere sconvolta, perduta, da un nefasto e luciferino sovrano, e che quindi oltre a essere doveroso era “meritevole schiacciarlo”. Papa URBANO IV sin dall’inizio dimostrò animosità e avversione inusitate e senza precedenti verso Manfredi intimandogli fra l’altro di richiamare i Saraceni che, durante il periodo vacante della Santa Sede, erano penetrati nei possedimenti romani e ora li infestavano; bandì contro il re di Sicilia una crociata quindi tentò di dissuadere il re di Spagna Giacomo d’Aragona nel dare in moglie la figlia di Manfredi, Costanza a suo figlio Pedro;  infine, il 6 aprile del 1262, ribadì la scomunica contro il figlio di Federico II, intimando di comparirgli dinanzi per giustificarsi di infamie gravissime. Colpe che la storia da tempo ha etichettato come calunniose e pretestuose oltreché false e infamanti. Le intese tra la Curia romana e Carlo d’Angiò non erano ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale messo in campo dalla Santa Sede contro di lui era un uomo caparbio e ambizioso, ed era convinto che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d’Italia. All’avvicinarsi minaccioso del re francese gli amici di Manfredi dell’ultima ora lo avrebbero abbandonato e i numerosi nemici ancora nascosti sarebbero usciti allo scoperto, pronti a rinnegare fedeltà, giuramenti e onore. E così avvenne.benevento

Le forze in campo
La cavalleria dell’angioino era suddivisa in tre distinti scaglioni. 900 provenzali aprivano la prima linea con la fanteria: il primo scaglione era comandato da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort Signore di Castres; il secondo contingente, subito dietro di loro, era composto da 400 italiani e 1000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale, comandati da Carlo in persona; dietro a questi 700 uomini del terzo contingente provenienti Francia del nord e dalle Fiandre, comandati da Roberto III di Fiandra, Gilles II de Trasignies, Conestabile di Francia.
Manfredi aveva adottato la seguente disposizione delle truppe: I suoi arcieri Saraceni erano sulla linea frontale, comandati da Giordano Lancia, subito dietro di loro i primi 1200 mercenari tedeschi con un equipaggiamento difensivo inedito, costituito di pettorali fatti di piastra metallica (rivoluzionario per quei tempi). I mercenari italiani, costituivano il secondo scaglione di circa 1000, e 300 cavalieri “leggeri” Saraceni, guidati dallo zio di Manfredi, Galvano Lancia. Il terzo contingente con circa 1400 unità, era composto dai feudatari, sotto il diretto comando di Manfredi.

Le prime file dei 1200 cavalieri tedeschi, comandati dal monferrino Giordano d’Agliano già pronti alla battaglia sono schierati sul fianco sinistro del campo e trattengono a stento i loro cavalli. I fanti saraceni di Lucera, armati di archi corti micidiali, formano una schiera in ordine sparso e attendono un secondo comando di attacco; loro, insieme a 1500 cavalieri combatteranno, almeno così era stabilito, alle dirette dipendenze di Manfredi. Mai tale certezza riuscì più fallace e nefasta…Nitriti di cavalli e il galoppo del portaordini sono gli unici suoni che si odono in quegli ultimi istanti pieni di elettricità, prima dello scontro finale.

Lo scontro

Lo Svevo aspettava il nemico per dargli battaglia sulla piana di Benevento; ma allorché il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una marcia faticosa attraverso Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture prospicienti la pianura di Santa Maria della Grandella, dove si accampavano le truppe arabo tedesche Manfredi parve mutare avviso e cercò di temporeggiare, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accordo. Giovanni Villani documenta così la spavalda riposta di Carlo d’Angiò: “Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all’inferno o egli manderà me in Paradiso”. Il re svevo accolse la sfida e diede subito l’ordine ai suoi soldati di passare il fiume Calore, in quei giorni in piena.

Il sole si alzò ancora un poco e fu in quell’istante di quel freddo mattino di febbraio che il terreno scatenò un rimbombo terrificante, percosso da migliaia di zoccoli ferrati. C’erano già stati alcuni attacchi condotti dai temibili arcieri saraceni e alcune cariche di cavalleria francese in risposta. Ma la battaglia finale doveva ancora avere luogo. Le schiere a cavallo andavano dunque allo scontro. Uno smisurato tamburo squassato divenne la radura e poi l’inferno si scatenò. 
Era la battaglia e l’inizio della fine dei sogni di egemonia politica di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia.

La sagace penna di Aldo di Ricaldone narra le gesta del suo conterraneo per parte materna…in un altro post lo sviluppo e la tragica fine della battaglia….

 Questo è il primo di una serie di articoli su Monferrato my love  tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

 

I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

tufoI TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Mancavo solo io il sei ottobre al ristorante La Magione di Olivola. Gliel’avevo detto a Lorens: Non vengo, non me la sento, non ho niente da festeggiare, e poi ho perso il lavoro. Questo è il vero motivo della mia assenza. C’era un sacco di gente quella sera, a parlare del mio libro, delle vicende, dei personaggi che lo hanno animato. Lorens mi ha chiesto: ma verrai alle altre presentazioni? … Se mi spieghi come faccio a venire, visto che ho dovuto vendere la macchina, perché non ho più soldi…gli ho risposto. A Olivola è stato presentato il volume I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, di Mario Paluan edito dall’editore astigiano Lorenzo Fornaca, dice il comunicato stampa. E prosegue: Il libro ci racconta «il suol d’Aleramo», attraverso gli occhi di una coppia ormai mitica, regnante in un isolato romito tra le colline: lo storico Aldo di Ricaldone (1935-2002) e la pittrice Matilde Izzìa (1931-2005).

Una giornata memorabile, perché, nonostante la pioggia ormai autunnale, è accorso un grande pubblico per il libro dedicato alla memoria della pittrice e dello storico; segno che il loro ricordo è ancora assai vivo tra i monferrini. Ricordiamo che la loro casa, lo splendido Romito, si trova proprio a due passi da Olivola. Alla presenza del sindaco di Olivola, Gianni Grossi, e dell’Assessore alla cultura di Casale Monferrato, Giuliana Bussola, i relatori della giornata dedicata ai coniugi Ricaldone hanno dato via a una serata indimenticabile.

Dopo i saluti del sindaco, l’editore Lorenzo Fornaca ha presentato i relatori ricordando il suo rapporto con i due protagonisti del racconto e l’incontro con l’autore che condurrà all’idea di produrre l’importante volume MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, omaggio all’arte di Matilde Izzia, diventato ormai un classico da collezione.La genesi e gli sviluppi del nuovo racconto, una sorta di vicenda nella vicenda, hanno infine interessato il pubblico, assai partecipe.

 Lo storico Roberto Coaloa ha ricordato Aldo e Matilde, le loro carriere, soprattutto la loro scelta di lavorare appartati, lontani dal clamore delle grandi città. Scelta condivisa in quegli anni da altri artisti e intellettuali, da Aldo Mondino a Enrico Colombotto Rosso.

Sul libro di Paluan, Coaloa si è soffermato sul suo valore letterario, tra romanzo e libro di memorie, “confessioni”, dal sapore ottocentesco: una sorta di manifesto poetico e artistico, di colui che è stato un allievo della grande pittrice, da alcuni paragonata a Matisse, da altri ritenuta superiore al suo maestro Menzio e addirittura a Casorati.

Matilde Izzìa, scomparsa il 17 febbraio 2005, è stata una pittrice geniale, ma poco nota: negli anni ottanta decise di chiudere con le esposizioni, dipingendo solo per se stessa o per pochissime persone. Nacque così la leggenda di un’artista, i cui quadri oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo (Al).

Per questa ragione, l’ultimo intervento è stato di Gianfranco Cuttica di Revigliasco, professore di storia e direttore del Museo Vasariano di Santa Croce. Sono seguiti, infine, gli interventi di Matilde Mattacchini, amica della pittrice e quello di Claudia Federico.

Elio Botto ha letto poi la presentazione dell’editore oltre alle memorie di Antonio Barbato e di Claudia Federico. In chiusura l’intervento di Roberto Maestri, presidente del Circolo culturale MARCHESI DEL MONFERRATO, che ha messo in risalto l’importanza di opere di questo genere, volte alla valorizzazione di una terra unica al mondo e non ancora conosciuta come merita.         olivolajpg

Fra tanti libri noti di autori importanti e che hanno lasciato il segno nella storia della letteratura, ce n’è anche qualcuno scritto da me. L’ultimo si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Manco mi sogno di paragonare i miei lavori con i primi, letti, commentati e condivisi con voi. Quelli sono vere opere d’arte che hanno detto cose importanti e che hanno influito su persone ed eventi. Però qualche cosuccia l’avrei anch’io da dire. Su certi tesori, ad esempio, veri e presunti, che si annidano nella splendida terra del Monferrato e che stiamo portando alla luce con l’amico ed editore Lorenzo Fornaca 

Su alcune vicende che ben conosco e di cui sono stato protagonista ho scritto così un racconto che ha raccolto un bel po’ di recensioni e articoli di giornali tutti lusinghieri e molto positivi. Non mi monto la testa. Lo giuro. E siccome mi piace scrivere libri ma non commentarli o presentarli, lo lascio a fare a un lettore che non conosco e ringrazio, e che anche lui scrive.

Il mio ultimo libro si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO e mio figlio Edoardo Simone Paluan, che se ne sta a studiare nanotecnologie a Londra lo ha anche inserito su Amazon, insieme agli altri scritti da me.

Grande Lorens, (lo sconosciuto lettore scrive a Lorenzo Fornaca)
Nonostante sia un periodo in cui ci incontriamo di persona ti scrivo perché tu abbia modo di inoltrare questa mail al bravissimo Mario Paluan.

Ribadisco quindi quanto già ti ho detto a voce: il libro mi ha letteralmente affascinato. Io che sono ligure e che solo in parte posso immedesimarmi nelle magiche atmosfere del Monferrato così mirabilmente descritte da Paluan, ho goduto davvero nel leggere quella vicenda così intensa e particolare.
Attraverso I tesori… ho avuto il privilegio di conoscere due interessantissime persone come Aldo e Matilde, quindi l’opera di divulgazione e (ri)valutazione di questi due personaggi che vi ripromettevate è stata compiuta e centrata in pieno.

Oltre le testimonianze di grande interesse a inizio e fine libro, ho apprezzato in modo particolare la parte centrale scritta da Paluan, quella più romanzesca, che l’autore ha tracciato con straordinaria tecnica narrativa. Io, che come sai, mi diletto di scrivere qualche romanzetto giallo dove la trama poliziesca è solo una scusa per parlare di me e della mia Liguria che tanto amo e cerco, nel mio piccolo, di valorizzare, ho provato una sincera e sana invidia nei confronti di Paluan e della sua penna sopraffina che spero un giorno di poter emulare.

Concludo con l’augurio che il libro abbia il successo che merita ribadendo la soddisfazione per una lettura che mi ha catturato fin dalle prime pagine e che consiglierò, come ho già fatto, a chiunque possa essere interessato alla scoperta di un territorio ricco di storia, gravido di situazioni artistiche di alto livello e di personaggi di grande valore e spessore culturale che sarebbe ingiusto non conoscere o dimenticare.

Maurizio “Pupi” Bracali 

 

Non c’erano jet, né navi superveloci

illustrissimiNon esistevano motori, turismo né vacanze last minute. Non si viaggiava per diporto ma quasi esclusivamente per allacciare relazioni commerciali o politiche (che spesso si equivalevano) oppure per fondare missioni, nell’impervio tentativo di guadagnare alla fede cristiana gli “infedeli”

E le avventure? Non mancavano di certo. Fra tradimenti, scorrerie, travestimenti, fughe e conversioni di pirati agonizzanti, la mirabolante odissea di un frate domenicano, la cui epopea nei mari della Cina e delle Filippine equivale a un romanzo d’avventura. Con una differenza, ciò che si narra è assolutamente autentico e documentato.
Leggiamo così dalle gustosissime pagine del volume Gli illustrissimi, curato da padre Angelo edito da Nerbini alcuni brani:

Fra Angelo Antonino Cocchi di Firenze compiuti con molta lode gli studi, pensò a consacrarsi tutto alle missioni, e desiderando seguire l’esempio di tanti suoi concittadini che erano partiti per il Giappone, Tonkino, ecc., domandò ed ottenne di essere affiliato alla provincia del SS. Rosario delle Filippine, ove arrivò con 18 missionari nell’anno 1618.

.. Il giorno 8 febbraio 1626 partiva dunque da Manila il p. provinciale in compagnia di altri cinque domenicani, due dei quali erano italiani. La piccola flotta era composta di dodici navi cinesi e due galere con tre compagnie di fanteria comandate dal valente don Antonio Carregno di Valdés.

…Dopo lunga e penosa navigazione, essendosi alquanto fermati nella provincia di Cagayan, finalmente il 4 maggio dello stesso anno si trovarono di fronte alla grande isola di Formosa. Il giorno 10 scesero ad uno di quei porti, cui diedero il nome di S. Giacomo.

… Non avevano appena chiuso gli occhi che da una delle navi vicine si udirono gemiti e grida strazianti. Erano le grida dei sette indiani uccisi proditoriamente. Il p. Tommaso Sierra destatosi a quelle grida, frettoloso esce dalla cabina per andare sul ponte a conoscere il motivo; ma non appena aveva messo il piede sul ponte che i marinai, quali tigri feroci, gli si avventarono sopra e a colpi di scure estinsero una vita preziosa, che sarebbe stata spesa a vantaggio delle missioni della Cina…

…Nel momento che il p. Sierra cadeva vittima della ferocia di quei barbari, ecco presentarsi il p. Cocchi. Venti braccia armate di micidiali strumenti stavano per scaricare sulla sua testa il colpo mortale, quando una forza superiore ed irresistibile li trattiene. I compagni del padre accortosi del pericolo, a sé lo richiamano e rientrati nella cabina s’accingono a una disperata difesa. Durò alquanto tempo la pugna sempre con svantaggio dei pirati, i quali vedendo che gli assaliti erano risoluti a non cedere così facilmente, ricorsero ad altro mezzo inumano…

Spuntava l’alba del 1° gennaio 1631, quando una squadra di corsari ben più potenti e ribaldi dei primi s’impadronì delle navi e di tutti gli infelici che v’erano rinchiusi. Per un istante i nostri prigionieri sperarono riacquistare la libertà, ma poi rassegnati si offersero al Signore, vittime per la conversione di quei popoli, unico scopo del loro viaggio….

p. Cocchi finalmente metteva piede su quella terra da lui tanto desiderata, e prendeva possesso di una missione che poi senza interruzione e con somma gloria sarebbe stata coltivata dai suoi confratelli delle isole Filippine.

…L’isola di Formosa fu la vera porta per cui penetrò in Cina l’avventurato figlio di S. Domenico, di là partirono più tardi nuovi apostoli a dividere le fatiche del primo domenicano che stabilì solidamente la nostra missione nel grande impero…

Brano tratto da Gli Illustrissimi O.P. del Convento  di S. Domenico di Fiesole

A cura di Tito Centi e Angelo Belloni 1406  2006 VI Centenario della fondazione del Convento

Edizioni Nerbini 2008.  P. ANGELO COCCHI (1597 – 1633)   Fondatore della Missione domenicana in Cina

Padre Angelo oltre alla redazione e alla cura di libri e all’attività pastorale è promotore diretto e indiretto di una serie di iniziative di sostegno ai Bambini del Terzo Mondo.

angelo 2Dai ricoveri e centri di assistenza per bambini di strada in Argentina, Afghanistan, Perù, alle borse di studio, agli ospedali, dagli asili nido, dispensari e poliambulatori, al progetto Vacche da latte in Guatemala, dalla costruzione di case famiglia alle adozioni e sostegno a distanza.

Lo abbiamo incontrato nella comunità domenicana di Agognate, appena giunto dal convento di Fiesole, dove viveva vicino ai dipinti del beato Angelico e diretto nella comunità di Varallo Sesia, sua attuale residenza. E ci ha subito chiesto:

Posso lanciare un appello dal tuo blog?

Prego gli dico.

Con le tue professionalità: hai qualche competenza in grafica o comunicazione? Puoi aiutarci a realizzare volantini e brochure;

 ti intendi di computer e siti internet? Puoi aiutarci nella gestione del nostro sito;

ti piace scrivere? Abbiamo un giornalino, e un foglio informativo interno che hanno bisogno di scrittori e redattori;

Bambini in Guatemalasei un bravo fotografo, o videoamatore? Puoi aiutarci a realizzare i servizi fotografici, e le riprese delle nostre attività a scopo informativo e divulgativo;

sei commercialista, avvocato, consulente del lavoro,…? Forse potremo avere bisogno di te…

Per chi volesse conoscere i programmi di viaggio e recarsi in Guatemala, avere indicazioni sui luoghi da visitare, conoscere e sostenere le iniziative di padre Angelo Zelio Belloni

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Qualche notizia su Padre Angelo qui ritratto in Guatemala angelo1

Padre Angelo Belloni è nato a san Possidonio – MO il 25.10 1950. Nel 1969 è entrato nell´Ordine Domenicano a Fiesole dove ha completato i suoi studi umanistici per passare poi a quelli filosofici e teologici istituzionali. Ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia Università san Tommaso d´Aquino in Roma con una Tesi di Teologia comparativa su Caterina da Siena e Teresa d´Avila.
Nell´ambito ecclesiale e sociale ha svolto diversi compiti prima al servizio di situazioni marginali, poi come parroco, cappellano di bordo, cappellano ospedaliero, collaboratore in progetti di sviluppo nel terzo mondo, predicatore popolare e conferenziere. Si dedica alla ricerca nel settore storico, agiografico, mistico della Teologia spirituale.

Attualmente svolge il suo ministero di presbitero a Varallo Sesia nella diocesi di Novara. Ha curato diverse pubblicazioni di spiritualità:

Tre donne sante dottori della Chiesa, S. Paolo, Cinisello Balsamo;
L’arte della preghiera, O.C.D. Roma;
Il processo castellano, Nerbini, Firenze;
Il supplemento alla vita di S. Caterina, Nerbini, Firenze;
I fioretti di S. Caterina, Città Nuova, Roma; UOMO CON LA VALIGIA
Fuoco è l’amore di Dio in noi, Città Nuova, Roma;
Le preghiere di S. Caterina, Città Nuova, Roma;
La vita di S. Caterina da Siena, Paoline, Milano.

Padre Angelo è presidente dell’associazione “AIUTO BAMBINI TERZO MONDO – ONLUS” (c.f. 91036080488) con sede legale in Montelupo F.no (FI) via della Fonte, 40 che intende promuovere progetti e iniziative di solidarietà, assistenza sociale, socio-sanitaria e beneficenza. Padre Angelo è amico mio e collabora al mio blog.