l’espressione “disagio psichico” era sconosciuta?

Daniele Corbo è un blogger al quale piacciono i miei post. Confortante! Curiosando nel suo sito di ORME SVELATE rilevo una realtà dolorosa, difficile e in costante espansione: il disagio psichico, dalle forme lievi a quelle più gravi e patologiche. Chiederò a Daniele Corbo lumi sulla situazione che lui ben conosce. Per ora riservo il post odierno al suo appello e alla sua lodevole iniziativa. Nella terra in cui risiedo questo problema è assai sentito; di mental health si occupa anche attivamente il principe William.

Il disturbo borderline di personalità, o BPD, è il disturbo di personalità più comune in Australia, che colpisce fino al 5% della popolazione, e i ricercatori della Flinders University avvertono che è necessario fare di più per soddisfare queste elevate esigenze dei pazienti. Un nuovo studio nel Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing (Wiley) descrive come le persone con BPD stiano diventando più informate sul disturbo e sui trattamenti disponibili, ma potrebbero trovare difficile trovare un aiuto basato sull’evidenza per i loro sintomi. I ricercatori psichiatrici del sud Australia avvertono che questi servizi sono limitati dallo stigma all’interno dei servizi sanitari e da parte degli operatori sanitari, con finanziamenti inadeguati per i trattamenti BPD e le politiche sanitarie generali che lasciano i pazienti in difficoltà per trovare un aiuto appropriato. Il sondaggio di 75 domande di Lived Experience Australia su oltre 500 pazienti nel 2011 e nel 2017 ha rilevato che molte persone con BPD spesso sperimentano un disagio significativo nelle loro vite personali e hanno a che fare con i dipartimenti di salute mentale e di emergenza della comunità nel sistema sanitario. Mentre il pubblico in generale sta diventando più consapevole della BPD, c’è ancora molto stigma, insieme ai pregiudizi del medico e della ricerca, che complicano questa situazione.

La BPD è tipicamente caratterizzata da instabilità nel senso di sé, nelle relazioni personali, negli obiettivi e nell’espressione di emozioni e sentimenti di una persona, nonché comportamento impulsivo, assunzione di rischi ed esplosioni di rabbia o ostilità intensa. Tuttavia una persona non ha bisogno di mostrare tutti questi segni per avere una diagnosi di BPD. Le persone con BPD possono anche sperimentare altri disturbi, come la depressione maggiore, che richiedono anche un trattamento mirato e basato sull’evidenza. Mentre si pensa comunemente che la BPD sia incurabile, gli esperti dicono che la BPD è in realtà molto reattiva a trattamenti efficaci, principalmente psicoterapie tra cui la terapia comportamentale dialettica o DBT. Alcuni professionisti della salute riconoscono le carenze nell’accesso al DBT e ad altre terapie basate sull’evidenza per trattare il disturbo. La mancanza di interventi per il disturbo borderline di personalità grave porta a molta pressione extra sui servizi ospedalieri di emergenza, per non parlare della sofferenza mentre i consumatori aspettano un possibile 12-18 mesi per cure adeguate nel sistema pubblico. I sussidi pubblici per servizi specializzati e autonomi focalizzati sulla BPD nel settore privato con un riferimento a uno psichiatra sarebbero un buon punto di partenza per migliorare i servizi in Australia. Nel frattempo, più infermieri di salute mentale e altri professionisti sanitari possono supportare i servizi di prima linea applicando le linee guida BPD NHMRC nella pratica clinica, conclude la ricerca. È stato molto piacevole vedere più persone nel sondaggio del 2017 che mostrano un maggiore riconoscimento dei loro sintomi e disponibilità a chiedere aiuto. Avvicinarsi alle persone con BPD senza stigma e con una solida comprensione dei trattamenti basati sull’evidenza può aiutarli a riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo più efficace.
Daniele Corbo

Siamo un gruppo di persone variegato, con varie sensibilità, provenienti da diversi mondi professionali. Ciò che ci unisce è soprattutto il desiderio di aiutare chi si trova in una condizione di difficoltà e disagio, permanente o momentanea. La nostra attività si svolge a Parma e provincia ed al momento è quella di ascolto e vicinanza rispetto a coloro che nella loro difficoltà si trovano anche soli moralmente, psicologicamente ed emotivamente. Riceviamo due giorni a settimana e chi vuole può contattarci e prendere un appuntamento per conoscerci e capire se può essere accompagnato da noi verso un percorso che porti a svelare le orme da seguire per raggiungere la serenità. Aspettiamo un dono di condivisione del dolore….

COME AIUTARCI: Anche il minimo aiuto per noi fa la differenza.

Il tuo contributo serve ad alimentare il nostro entusiasmo nell’aiutare chi è invischiato nella rete del dolore e dello stigma del disagio psichico e a cambiare la cultura ancora diffusa di pregiudizio sulla malattia mentale. Attualmente non riusciamo a sostenere i costi per una sede tutta nostra, ma usufruiamo di locali in diverse parrocchie di Parma. Il tuo aiuto ci permetterebbe di avere un punto fisso in cui incontrare chi ha bisogno di noi. La nostra voglia di aiutare concretamente chi soffre, ci porta a coltivare un sogno importante di cui si può leggere al seguente link. Puoi aiutarci donando il tuo contributo usufruendo delle agevolazioni fiscali riservate ai donatori delle Organizzazioni di volontariato:

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Un’azienda può attivare diverse modalità di collaborazione:

  • Collaborazione relativa ad un progetto: l’azienda vuole entrare direttamente nella realizzazione di un progetto senza limitarsi al solo finanziamento;
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  • Donazione su progetto o donazione semplice: scelta di un progetto da sostenere tra quelli in corso oppure il semplice versamento libero, tramite
    bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate

nel deserto…?

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava. 

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.
Paolo Novaresio

c’era Civita di Bagnoregio?

Te dirai: Ma c’è ancora! Appunto, ancora! Ma per quanto?! Se ce l’avessero sul loro territorio Inglesi, Francesi, Tedeschi eccetera ne sarebbero orgogliosi e probabilmente si sarebbero dati da fare per salvarla. Ma noi no. C’è da dire che noi, più di altri, subiamo terremoti, danni da industrializzazione, inquinamento e cementificazione selvagge, incuria, e poi ci sono suoli franosi per cui le meraviglie in sfacelo non si contano, ogni genere di calamità preferisce abbattersi sul BelPaese per manifestarsi. Eppure la città è bella, struggente, indifesa, corrosa dal tempo, aflitta dai malanni che si porta appresso il “progresso” col miraggio, appena trramontato, dell’urbanizzazione. Rimane il fatalismo, il patetico darsi da fare di qualche volenteroso residente che auspica piani per il futuro per salvare l’affascinante moritura. Sarà così? Volontà di pochi, distrazione dei molti che potrebbero fare qualcosa per evitare il disastro. A cominciare da chi ci governa. Però ci sono i tiranti, migliaia di tondini di ferro che tengono insieme le budella della città che altrimenti si sfascerebbe prima. L’ho visto pochi giorni fa il servizio, il giornalista della BBC con un cappellino di paglia in testa (chissà perché?) forse per burla? per metter sul ridere una situazione drammatica che fa dire a qualche smarrito residente: Speriamo! Speriamo di salvarla. Apriamo un nuovo capitolo! Quale capitolo? Ma io non ci sto, non mi rassegno e strepito, un po’ come faceva Pierpaolo Pasolini, inascoltato grillo parlante antisistema. E allora se non siamo capaci di salvarla diamola al mondo, facciamo partecipi le centinaia di migliaia di turisti che pagano cinque euro per poter vedere l’illustre malata. Diamola a loro, se lo meritano. Ma davvero non c’è medicina che possa salvarla?! Ma davvero fra le meraviglie high tech non c’è qualcosa di rivoluzionario che possa aiutarla a sopravvivere? Dico: a sopravvivere, perché il borgo è il fantasma di se stesso. Sette abitanti che la abitano, che non se la sentono di abbandonarla. Merito a loro.

Il suo tufo si sta sciogliendo, ha deboli radici su un costone di roccia fragile che poggia sul letto di un antico mare. Da italiano all’estero dico di no: i tondini di ferro nei suoi scantinati feriscono lei, feriscono me, e penso feriscano anche voi. Allora facciamo una colata di cemento per consolidarla, copriamola con una gigantesca cupola di plastica! Oppure demoliamola per farci una discarica! Sei inorridito?! Bene, siamo sulla strada giusta. La città è uno degli esempi più eclatanti di quello che rimane del nostro passato, ma se muore lei, moriamo anche noi, senza che ce ne rendiamo nemmeno conto! Diamola al mondo, allora, gli altri sapranno come salvarla e farla rivivere, noi non riusciamo a meritarla.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io

il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

c’era l’esotismo?

VITTIME DELL’ ESOTISMO
Que reste-t-il de nos amours…
Come dice la canzone, ben poco. 
Dopo una vita di viaggi intensi non resta che una strana confusione, un po’ di amaro in bocca e la sgradevole sensazione di essere stati bidonati. Importa poco dove siamo stati: che sia il Congo, il Sahara, le pianure dell’Asia centrale, le Ande o l’Himalaya. Luoghi esotici comunque, che ai nostri occhi di viaggiatori parevano misteriosi e densi di significati esistenziali. Perchè l’amore per l’esotismo è un amore a tutti gli effetti, con l’inevitabile contorno di passioni ed esaltazioni. E come tale sembra destinato a durare per sempre. Invece, di punto in bianco, finisce. E allora è un po’ come svegliarsi da un sogno, o ritrovarsi miracolosamente in piedi dopo una gran sbronza. 

È in quel fatale momento che si diventa vittime dell’esotismo. 
La parabola esemplare di questo processo è il classico sogno dell’isola deserta. Tropicale, ovviamente, perchè senza sabbia bianca, palme da cocco e orizzonti blu non si può parlare di esotismo a pieno titolo. Un paradiso in terra, apparentemente. Che desiderare di più? Eppure la fregatura è dietro l’angolo: dopo un po’ il blu del mare da sui nervi, il caldo umido diventa un fastidio, le palme che ondeggiano al vento invitano al suicidio alcolico. Fine della corsa. Da un certo momento in poi, improvvisamente, il sogno si trasforma in un incubo. Storia da manuale.
Ma non c’è bisogno di un’isola deserta per entrare nel novero delle vittime dell’esotismo
(o se preferite, vittime delle proprie illusioni e dei propri desideri). Basta viaggiare sufficientemente a lungo fuori dall’Europa, soprattutto nei paesi caldi, ma anche nelle gelide regioni boreali e australi. 

Ciò che qualifica un luogo come esotico non è infatti la latitudine e neppure il fuso orario, bensì la distanza geografica e culturale dal posto dove abitualmente si vive. In parole povere, da casa, nel senso inglese di home. Più la differenza è marcata, più il luogo è carico di esotismo. Per vari motivi, le regioni tropicali ed equinoziali sono fatalmente ai primi posti in classifica. E l’Africa, col suo Mal d’Africa, sta ancora un gradino più in su.
Il luogo esotico presenta generalmente le seguenti caratteristiche: pessime infrastrutture, basso livello di diffusione della tecnologia, popolazione dedita ad un’economia di sussistenza, clima più o meno insopportabile. Spesso nel luogo esotico manca la luce, l’acqua scarseggia e nessuno sembra aver voglia di fare alcunchè, né per sé stesso né per gli altri. Con le conseguenti difficoltà che accompagnano l’esistenza quotidiana, dominata dalla precarietà e minacciata costantemente dal degrado. Razionalmente nulla di allettante, a ragionare bene. 

Ma il punto è proprio questo: nel fascino dell’esotico non c’è nulla di razionale. 

Il fascino dell’esotico è una versione sentimentale del gusto dell’orrido, il risultato di una serie di pulsioni masochistiche che trasformano il sudore, la canicola, le mosche e la polvere – ovvero i disagi del vivere in un luogo ostile – in piacere perverso. Per così dire, grazie al fascino dell’esotico la merda si trasforma magicamente in oro.
Perché allora questa ricerca febbrile, ostinata, senza tregue né compromessi? Perché seguire quello che in fondo in fondo, nei momenti di lucidità o stanchezza, riconosciamo  essere null’altro che un canto di sirene? La risposta non è facile, dato che la faccenda ha a che fare con la psiche umana, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Ma di sicuro c’è qualcosa che non quadra. E’ una fuga, questo è certo, o se volete una diserzione, una renitenza spirituale ad assumere gli impegni della vita quotidiana, a stabilire un rapporto stabile tra noi stessi e il mondo che ci circonda. Sta di fatto che si fugge (si viaggia) alla ricerca di qualcosa di indefinito, verso l’origine dell’arcobaleno, luogo che per definizione non si potrà mai raggiungere. Semplicemente perchè non esiste.

Ammettiamolo: sia come sia, il fascino dell’esotico assomiglia sinistramente a una patologia. Vediamone allora il decorso

Inizia tutto con una lieve ebbrezza, che riveste ogni cosa di un alone scintillante. Una prospettiva alienata, in cui anche il lessico si trasforma, facendo uso sfrenato della peggiore paccottiglia letteraria. Squallide distese steppose o desertiche diventano “paesaggi infiniti”, dove è possibile ritrovare sé stessi, se mai avesse qualche utilità; tribù primitive e dedite all’estorsione sistematica del turista vengono catalogate come “popoli sconosciuti”; banali etnoshow sono chiamati pomposamente  “danze cerimoniali”; villaggi di sterco e paglia “insediamenti tribali”; le bancarelle dei mercati – spesso solo stracci sulla terra nuda, coperti di miserabili mucchietti di verdure stente – diventano “tipici” o peggio “etnici”. Il malato inizia anche ad apprezzare anche il cibo schifoso, magari servito in piatti unti su tavoli traballanti, e si fa gioco di coloro che – ancora sani di mente – ne hanno giustamente orrore. E via, altre idiozie a seguire, in un tripudio di perniciose illusioni. La dabbenaggine attinge le vette del sublime.
Questi i primi, preoccupanti sintomi. Poi la malattia si sviluppa, prende piede. Il mostro cresce, chiede sempre maggior nutrimento. La fame di esotico diventa inestinguibile, il metabolismo emozionale tende alla bulimia. Si comincia a farneticare di nomadi e nomadismo, attribuendo alle categoria virtù esistenziali inventate di sana pianta, ignorando volutamente i valori della sedentarietà, maturati nel corso di decine di millenni di storia umana. La realtà dei fatti non è più necessaria, anzi diventa un ostacolo, un inciampo. 

“I viaggiatori nonsi credono mai forestieri; la loro casa è il mondo” Mason Cooley

E allora bisogna viaggiare, ancora viaggiare e sempre viaggiare in luoghi sempre più selvaggi, remoti e lontani, alla ricerca di quel luogo della mente chiamato in gergo di viaggio: “dove non va nessuno”. Più l’impresa è difficile, più il viaggio è scomodo e irto di difficoltà, più ci si sente eroici. Poi si torna a casa però, perchè l’ horreur du domicile è tutta un’altra cosa, è un lusso per poeti veri e pochi disadattati. Quasi nessuno se lo può permettere. Gran parte dei viaggiatori dell’esotico sono nomadi con residenza fissa (e spesso stipendio fisso): una contraddizione in termini, che salda perfettamente il cerchio della schizofrenia. Una personalità fittizia prevale su quella reale. L’illusione può durare a lungo, anche decenni nei casi più gravi, ma infine giunge al termine.

La guarigione, o meglio il risveglio (spesso solo parziale) è improvviso. Ma i postumi della malattia possono essere seri e duraturi. I viaggiatori dell’esotico sono come i batteri nel classico vaso di Petri: si moltiplicano fino ad occupare tutto lo spazio disponibile e consumare ogni risorsa a disposizione. Poi, raggiunto il punto critico di saturazione, semplicemente si estinguono (come viaggiatori, si intende). Questi esseri umani in negativo diventano ex-viaggiatori, che è come ex-fumatori, con tutte le sequele di pentitismo e lucidità posticce. Le tappe del processo di estinzione del viaggiatore esotista sono imprevedibili: il ritmo può essere molto lento, oppure concentrarsi in un solo, drammatico momento fatale. 
Sia come sia, a un certo punto, il velo si squarcia e il mondo appare per ciò che è: un luogo per lo più spaventoso e invivibile. L’esotico ha improvvisamente perso ogni fascino e interesse. Magari si continua a viaggiare per venire a patti con la propria identità – che sempre si negozia con gli altri, i quali continuano a vederci ostinatamente come incalliti viaggiatori – oppure per semplice inerzia di moto. Come una locomotiva, che per fermarsi ha bisogno di tempo e spazio. Ma si sa che è finita: prima o poi, dopo gli ultimi sussulti sui binari, il treno si ferma. Ciuf-ciuf, eccoci al capolinea, e buonanotte ai suonatori. Il soggetto è ormai una vittima dell’Esotismo conclamata (ormai useremo Esotismo con la E maiuscola, poiché assurto al rango di concetto).

Le caratteristiche principali della “vittima dell’Esotismo”, membro a pieno titolo dell’affollatissimo  Club dei Cuori Infranti, possono così riassumersi:




Prima di tutto una sorta di strana apatia, insofferenza alla normalità quotidiana accoppiata alla noia mortale della sedentarietà. Poi difficoltà a prendere decisioni, sostituite da un perenne susseguirsi di “non so” (in un manuale di medicina di viaggio ancora da scrivere, il fenomeno sarebbe descritto come KNS, acronimo per Know Nothing Syndrome). Quindi nostalgie confuse, fittizie ed effimere; ripiegamento su sé stessi e conseguenti difficoltà affettive; nei casi più gravi si nota l’emergere di risentimenti razzisti, rivolti verso gli abitanti delle terre esotiche, maledetti e odiati perchè colpevoli di essere tali, e per ciò di avervi fregato loro malgrado.

Concludendo
Cari viaggiatori, non pensate di essere esenti dal rischio perchè siete diversi, perchè siete consapevoli, o perché siete più furbi degli altri. Diventare “vittima dell’Esotismo”, presto o tardi, capita a tutti. L’importante, per sopravvivere degnamente nel mondo che vi attende fuori dal tunnel, è riuscire ad accorgersene in tempo e disintossicarsi. Credeteci, ve lo dice uno che ci è passato.
Paolo Novaresio

il Sahara era vivo?

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA
Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi…. 

UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso,che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale.

c’era l’avventura?

Non sarà un nuovo David Livingstone, né un Romolo Gessi e nemmeno un Vittorio Bottego, è Paolo Novaresio, l’ultimo (vero) viaggiatore esploratore. Qualche info su di lui non guasta: Paolo Novaresio è nato a Torino il 20 giugno 1954.
Ha viaggiato a tempo pieno in Africa, visitando alcune tra le zone più remote del continente: deserti della Mauritania, Hoggar e Tassili in Algeria, Monti dellAir e Teneré (Niger), regione dei Somba (Benin), valle della Haute Kotto (R.Centrafricana), Highlands del Camerun, Angola meridionale, bacino del fiume Congo e Ituri (ex-Zaire), Kordofan settentrionale ed Equatoria (Sudan), Kaokoveld e Bushmanland (Namibia), Delta Interno del Niger (Mali). Ha navigato tratti del Nilo, dell’Aruwimi, del Tana, del Niger e del lago Tanganyka.
Ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani, con articoli riguardanti la storia, l’arte e la cultura dei popoli africani (La Stampa, Tutto Scienze, Specchio, Gente Viaggi, Tuttoturismo, Panorama Travel, Scienza e Vita, etc.). Ha collaborato con il Laboratorio di Ecologia Umana coordinato da Alberto Salza presso il dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche, Archeologiche e Storico-territoriali dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato i seguenti libri: Uomini verso l’ignoto, sulla storia e metodologia dell’esplorazione, Sahara, Ultima Africa, Africa Flying High e Grandi fiumi del Mondo. È laureato in Storia Contemporanea.
Tra il 1982 e il 1983, a seguito di un viaggio attraverso l’Africa occidentale e centrale, soggiorna per lungo tempo nel nord del Kenya, compiendo studi e ricerche sulle popolazioni nomadi Samburu e Turkana. In seguito si occupa dellorganizzazione di numerose spedizioni scientifiche in Africa Orientale (Valle del Suguta e vulcano Teleki), tra cui il progetto Turkana 1989, volto a studiare il rapporto uomo-ambiente nelle zone aride e la fisiologia dello stress in ambiente ostile, col supporto della Fondazione Sigma-Tau e di vari enti Universitari nazionali e internazionali. Dal 1991 ha concentrato la sua attenzione sull’Africa Australe, viaggiando e soggiornando per lunghi periodi in Botswana, Zimbabwe, Namibia, Mozambico e soprattutto in Sudafrica, dove ha vissuto per cinque anni. Nel 1994, su invito della South African Airways, si è occupato di reperire presso Musei e fondazioni private in Sudafrica documenti e fonti iconografiche inedite, relative alla storia del Paese, intervistando esponenti di rilievo dell’ANC e dei principali partiti politici sudafricani. Si occupa di metodologia dell’esplorazione.

L’ultima volta che l’ho incontrato gli ho fatto dono di un pugnale col manico d’osso, una cesoia per lamiera ereditata da mio padre, una lampada da lavoro, e alcune farfalle sottovetro. Tutti simboli a suggellare un singolare rapporto fra lui, ultimo (?) esploratore e me, oltre a riesumare un funambolico viaggio tra Kenya, Uganda e Sudan in cerca di avventura. I suoi interventi saranno ospiti di TI RICORDI QUANDO?, a parlare di genti, e di mondi non ancora del tutto guastati dalla nostra invasiva e deleteria “civiltà”.   

Edipo gridava la sua disperazione?

C’è ancora qualcosa da dire su alcuni capolavori, ai vertici del teatro di ogni tempo? Ovvero su Edipo re, Mirra e Fedra? Pare di sì, nonostante i fiumi d’inchiostro versati e le diverse chiavi di lettura di critici illustri. Se poi parliamo di Edipo re parliamo di un archetipo. I motivi scatenanti di quelle tragedie vivono ancora in noi moderni. A riprova di quanto poco moderni siamo. Fammi provare a dire la mia. Vediamo cosa ci dice la tragedia di Edipo re, di Sofocle. È una tragedia del sangue, di divieti assoluti infranti, di incesti inconsapevoli, di tormenti progressivi e immedicabili, che piombano addosso ai protagonisti, raffigurando la tragedia totale irrimediabile dove si violano leggi non scritte, perché si fa quello che non si deve, al di sopra della volontà degli umani e degli dei; qualche dio o dea, fetenti hanno giocato Edipo rendendolo consapevole del misfatto di avere ucciso il padre, essere andato a letto con la madre e aver fatto due figlie con lei, colpevole nonostante l’inconsapevolezza. Qui non ci sono buoni o cattivi, ma personaggi crocefissi e perduti dal proprio stesso destino e dal proprio sentimento, come nel caso di Mirra che si innamora del padre e di Fedra che si innamora del figliastro (per cui, in teoria potrebbe avere disco verde.) Tragedie maturate nell’ambito dei legami famigliari, non ci sono eroi, titani, guerrieri invincibili, ma uomini e donne “normali” travolti da destini e passioni incontrollabili, il caso di Mirra e Fedra, che vorrebbero evitare il loro destino e contro cui non sanno reagire, né possono, se non con la morte, unico rimedio a tanta sventura. Edipo fa di tutto per sfuggire alla profezia, Mirra che si vergogna, non desidera amare il padre di un amore incestuoso che la rovinerà. E Fedra ricorre al veleno per pagare la colpa di essersi innamorata del figliasto. Anche se di incesto vero e proprio non si tratta, visto che il legame di sangue non c’è. Mirra ricorrerà alla spada per cancellare la sua ignominia. Edipo gioca a scacchi col destino e perde. Se non avesse voluto conoscere la sua storia probabilmente si sarebbe salvato, ovvero ignoranza coincide con salvezza. Tutti gli avevano detto che il prezzo da pagare sarebbe stato altissimo. Non esita Giocasta, la madre moglie di lui e delle sue figlie, a togliersi la vita per la vergogna.

Per amore della verità lui trascina la moglie madre al suicidio e sopravviverà a se stesso per espiare accecandosi. Edipo re, Mirra e Fedra di Racine sono tragedie famigliari, del sangue, del clan, in cui vigono rigide regole che regolano i rapporti fra i vari membri. Nella loro vicenda un destino univoco condanna il colpevole e attende chi il divieto, consapevolmente o meno ignora. Edipo re ha più di duemilaquattrocento anni eppure solleva ancora interesse e desiderio di rilettura. Perché? Se dai un’occhiata a cosa dice nostra zia Wikipedia lo capisci meglio. Intanto comincio a dirti che se Edipo, Mirra e Fedra fossero vissuti a Taiwan, in Costa d’Avorio o in Spagna la loro tragedia non si sarebbe consumata, per mancanza di presupposti. Infatti a  Taiwan l’incesto consensuale tra adulti risulta essere perfettamente legale.[5] mentre a  Hong Kong viene considerato incesto intrattenere rapporti sessuali con parenti stretti (nonno-nipote, padre-figlia, madre-figlio e fratello-sorella), anche se questi sono adulti e consenzienti; la pena va dai 14 ai 20 anni di reclusione.[8] La legge non include le relazioni zio-nipote e fra cugini, si rivolge inoltre esclusivamente ai rapporti eterosessuali e pare quindi che l’incesto tra membri dello stesso sesso non sia illegale. Il codice penale indiano non contiene alcuna disposizione specifica contro l’incesto, vi sono invece disposizioni generali relative all’abuso sessuale sui bambini da parte dei genitori.[9][10] In Polonia l’incesto è punibile fino a 5 anni di prigione mentre in Portogallo non è espressamente vietato. Se invece vivi in  Romania viene considerato reato anche l’incesto consensuale commesso tra adulti ed è punibile fino a 5 anni di prigione. In Russia l’incesto consensuale tra adulti non è un crimine[5][38], mentre vi è il divieto di matrimonio tra parenti.[39] In Spagna l’incesto consensuale tra adulti è perfettamente legale.[5] In Argentina l’incesto è legale se entrambe le persone sono sopra l’età minima del consenso sessuale.[44 Il codice napoleonico promulgato nel 1810 ha abolito tutte le disposizioni contro l’incesto in tutto il territorio francese e belga[24]. Nel 2010 la Francia ha ripristinato una legislazione riguardante l’incesto, definendolo però esclusivamente come stupro o abuso sessuale su un minorenne compiuto da un parente o qualsiasi altra persona che ha autorità legittima sopra la vittima. L’incesto tra adulti consenzienti non è invece proibito. In Italia è illegale, ma è punibile solo se da esso deriva pubblico scandalo (a discrezione del giudice). Come vedi tutto il mondo NON è paese, almeno in questo campo. È ancora nostra zia Wikipedia che ci spiega a proposito dell’incesto alcune sue possibili e probabili concause:

Innanzitutto, i primi esseri umani – la cui vita si svolgeva in piccoli clan di cacciatori e raccoglitori – al fine di proteggersi, stabilivano spesso alleanze con altri piccoli gruppi, e per questo obbligavano i figli a sposarsi con membri di famiglie esterne, allargando i propri legami sociali e assicurandosi un aiuto per i tempi di carestia o per situazioni di pericolo; se fossero rimasti isolati l’alternativa era soccombere. Nelle società tradizionali, il matrimonio era dunque un’alleanza funzionale più che una questione di amore tra individui. È quest’impostazione che ha dato vita al costume del matrimonio combinato dai genitori quando i figli sono ancora piccoli, o perfino non ancora nati. La seconda ragione che giustificherebbe l’esistenza del tabù dell’incesto è la necessità di creare un ordine all’interno della famiglia stessa, organizzando e istituzionalizzando le relazioni fra i membri, altrimenti a rischio di un’insostenibile confusione: «Il figlio incestuoso dell’unione padre-figlia risulterebbe essere fratello della propria stessa madre, e figlio della propria stessa sorella, nonché figliastro della propria nonna, e perfino fratello del proprio zio e nipote del proprio padre» (Kingsley Davis).

La terza ragione invece riguarda il problema della rivalità sessuale fra i membri della famiglia. Essa rischierebbe di mettere in crisi i normali ruoli e l’assetto consueto del nucleo sociale di base, il quale, sottoposto a una tensione continua, potrebbe disgregarsi. Per esempio, il padre si troverebbe in una condizione di conflitto tra l’esercizio dell’autorità nei confronti della figlia, e il proprio ruolo di amante. A sua volta, la madre potrebbe essere gelosa di entrambi, e un eventuale figlio sarebbe proprio al centro di queste complesse relazioni. In definitiva, il tabù dell’incesto si è sviluppato e ha resistito nel tempo perché vitale alla sopravvivenza della famiglia e quindi della società stessa. Naturalmente, né le società tradizionali né quelle moderne si rendono conto coscientemente di tali ragioni, ma accettano il tabù come naturale e morale.
Beh, penso che per adesso basti. Se proprio ti devi innamorare di tua sorella o di tua nipote puoi sempre trasferirti a Taiwan, in Argentina o in Spagna. Ma prima controlla se le leggi sono cambiate.

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sei stato nella grande Foresta?

Qualcuno dei miei lettori sì. Si chiama Patrizia Casta e mi ha scritto una mail INCORAGGIANTE. Se i premi sono di questo genere, basati sul consenso o anche sulla critica costruttiva sono i benvenuti! Ecco cosa scrive Patrizia: Devo dirti grazie per gli sforzi che hai fatto scrivendo questo blog sito.
Spero anche di verificare ancora la stessa alta qualità dei contenuti in futuro. Per la verità, le tue abilità di scrittura creativa
mi hanno ispirato e incoraggiato per ottenere il mio blog ora;) Maramures
Grazie, buona giornata!

La recensione a cui si riferiva Patrizia e che qui ripropongo fa parte di un’avventura a cui mi sono dedicato prima del mio esilio. Prendevo un libro, lo leggevo un paio di volte per vedere se avevo capito bne e lo commentavo. Non era un vera recensione, perche non sono un recensore vero, anche perche l’opera non ne aveva piu bisogno, ma un modo per entrare nel vivo di argomenti che mi appassionavano, del passato e del presente, ma anche del futuro. E duunque: Ti ricordi di Catilina? Ti ricordi di Faulkner? Ti ricordi della Via del Tabacco di Caldwell corrisponderanno ad altrettanti post ai quali mi aspetto che tu risponda. Se vai a\ spulciare nel blog le troverai risalgono al 2013, un secolo fa!

La Grande Foresta

C’è un libro che nonmi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine mi suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

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scriveva Marie-Henri Beyle?

Beh, non possiamo dire che fosse un Adone e nemmeno un sedentario, con quel gran faccione che lui stesso definisce in modo assai poco lusinghiero. Sempre in movimento al seguito dell’esercito napoleonico e nei salotti di Parigi, Londra e Milano, alla ricerca del bello, che gli serviva anche per scacciare noia e depressione. Non si piaceva Marie Henrie Beyle, tozzo, sgraziato, con gambette smilze e corte, francese d’hoc e innamorato di Milano e delle sue donne. A proposito di donne, si innamora di tutte, fra loro primeggia Metilde, che lo mette alla porta perché troppo insistente. E certo non si cela per apparire diverso, si mostra appassionato e, volubile qual’è, racconta con candore i suoi «fiaschi», memorabile quello con Alessandrine, creatura a pagamento, ad esempio, fiaschi non solo amorosi, nei salotti era difficile che non facesse parlare di se; appena vede una donna “potabile” perde la testa, le fa un’assidua corte, si dichiara e poi la chiede in matrimonio, invano, osteggiato dalla sorte e da burberi tutori, quante volte gli accade di essere piantato dall’ amata di turno «senza neanche averla avuta». Un fanciullo, un gigione di italica impronta, ma senza offesa! Perché sincero a oltranza. Dal grande eloquio e col cuore sempre pronto a infiammarsi per la pittura, la musica e le gonnelle salvo poi fare cilecca con una bella meretrice d’alto bordo durante una gozzovigliante serata coi suoi amici che se la ridono a crepapelle. E lui lo scrive, sforzandosi di mettersi a nudo, di essere il più sincero e onesto possibile, in quel magnifico reportage d’autore che si chiama RICORDI DI EGOTISMO. Autentico vissuto con gustosi flash e commenti a ripetizione. Pettegolo e bonapartista a oltranza, ne ha per tutti, a tutti riserva commenti spesso poco lusinghieri, descrive amici nemici, con candore, naturalezza, persone che gli danno fastidio e palloni gonfiati alla corte di Napoleone e nei salotti della Restaurazione. Alcuni esempi fra i tanti: ” …Questa spia, terrorista nel ’93 non parlava che di marciare contro il castello per massacrare tutti i Borboni. Sua moglie era tanto libertina, tanto desiderosa del maschio che portò  all’estremo il mio disgusto per il libero parlare francese…La signora è secca come una cartapecora e priva di spirito e soprattutto di passione e d’ogni capacità di commuoversi se non per le belle cosce d’una compagnia di granatieri che sfilino nel giardino delle Tuileries in calzoni di cachemire bianco…A proposito del suo faccione: “Portavo due enormi favoriti neri dei quali solo un anno dopo la signora Doligny mi fece vergognare. Quella mia testa da macellaio italiano parve non garbare troppo all’ex colonnello del regno di Luigi XVI….” A Parigi, Civitavecchia e a Roma si annoia perché non trova niente da fare ….Spirito critico, libero, provocatore, iper romantico e polemico, Stendhal scrive: “Non ho amato mai appassionatamente che Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

A Milano. Nel ’20 mi venne il desiderio che questo fosse scritto sulla mia tomba. Pensavo tutti i giorni all’epigrafe, convinto che solo nella tomba avrei trovato tranquillità. Volevo una lapide a forma di carta da gioco… Odio Grenoble , sono arrivato a Milano nel maggio 1800 e l’amo. Là ho avuto i maggiori piaceri e i maggiori dolori. Là, e questo costituisce una patria, ho provato le prime gioie. Là desidero passare la vecchiezza e morire.” Stendhal, francese purosangue e innamorato dell’Italia come pochi. Nei suoi scritti intimi non mente: «Quasi certamente piacerei agli sciocchi se mi dessi la pena di aggiustare qualche brano di queste mie chiacchiere. Ma forse scrivendole come una lettera a mia insaputa do l’idea del somigliante. Ebbene io voglio soprattutto essere veridico». Qualcuno negava la sua grandezza di romanziere? Sì. Victor Hugo, ad esempio, che qualificò Stendhal «un uomo di spirito che era un idiota» e che non si rendeva conto «che cosa significasse scrivere». Stendhal fu considerato l’iniziatore del romanzo moderno, che ispirò la grande narrativa di costume dell’Ottocento. E se lo dice Wikipedia c’è da crederci. Acuto e verificabile un giudizio sulla società inglese: “…La società è divisa in sezioni come una canna: il grande impegno di ognuno è salire alla sezione superiore, e il grande sforzo di questa è di impedirglielo…”

A proposito di una strana sindrome: da lui prende il nome la celebre sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata): si tratta di una affezione psicosomatica osservabile nei soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. Ma in che modo si manifesta? Il fenomeno si è verificato di frequente al cospetto delle opere di Caravaggio e Michelangelo. Fu proprio Stendhal a descrivere nell’opera “Roma, Napoli e Firenze” scritta nel 1817, gli effetti di questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona. Lo scrittore, in effetti racconta che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l’uscita dell’edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d’arte scatenò nel suo animo. Fa onore alla Francia l’amore conclamato di un grande francese per il nostro paese che scriveva: “…quante precauzioni si devono prendere per non mentire a se stessi!” …e oggi di francesi appassionati della penisola come lui ce ne sono in circolazione? ne avremmo bisogno, visto che gli italiani latitano.

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