Il Cristo in croce l’abbiamo scaricato da Internet

Abbiamo perso ogni traccia (non mi ricordo infatti dove si trovi questo capolavoro, probabilmente il frammento di un affresco) perciò vogliate scusare l’ignoranza

volto_del_cristo_grandeHa gli occhi socchiusi, diretti verso il basso e pare che ti guardino. L’espressione rassegnata, dolente, ma composta. Il naso è lungo e stretto, la bocca non esprime alcun dolore, né tantomeno l’agonia della morte. Una sofferenza che assomiglia a un dono.
Cristo martire. L’artista ci tramanda quell’antica emozione intatta, mai sopita, quella tragedia immane mai dimenticata, il mistero assoluto che fa bene all’uomo moderno perché lo allontana dalla sua idea di insulsa onnipotenza, consegnandoci l’idea di un Dio vivente, simbolo, sofferente per noi, disponibile a farsi capire, osservare, ed eventualmente amare. Fenomeno divino e umano insieme. Un Cristo morente o che è già morto, che dona se stesso nel valore assoluto del sacrificio. Ancora. Presente.
Affiora su un pezzo di intonaco, con le braccia esili, le stelline sbiadite del cielo, i raggi opachi della sua prima corona di gloria e della seconda corona di spine.
È come se riposasse dopo tanto patimento, ineffabile, come se dopo tanta sofferenza ci offrisse la sua umiltà, il suo rassegnato dolore. Non ti stanchi di frugare la sua malinconia, le linee gentili eppure severe del volto. Il capo dimesso che scivola verso l’ascella. Il petto magro e le braccia tese verso l’atrocità dei chiodi. Lo guardo ogni giorno, è sulla scrivania del computer.

Aspetto una parola da padre Angelo, nostro amico, su questa figura meravigliosa e ineffabile.

padre Angelo Zelio Belloni
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Plastica, ti amo, plastica ti odio – di Paolo Novaresio

L’abbiamo raggiunto al telefono oggi, era appena tornato da uno dei suoi raid in Africa (per quel poco che ci ha detto alquanto tosto). Paolo Novaresio, scrittore, giornalista, storico e gran viaggiatore, ha scritto anche articoli interessanti sull’ecologia

Immagine 11Monterosso, Cinque Terre, provincia di La Spezia. Una delle spiagge più pulite d’Italia, almeno secondo il rapporto 2006 di Legambiente. Sabbia finissima, mare limpido e azzurro. Un paradiso mediterraneo: peccato per le cartacce, le bottiglie vuote e i mozziconi di sigaretta che giacciono abbandonati sulla battigia. Piramidi di Giza, Egitto: anche qui rifiuti, lattine di coca-cola e sacchetti di nylon, che s’involano leggeri nel vento caldo del deserto. Due milioni di turisti l’anno non passano invano. Campo base dell’Everest, versante cinese-tibetano, 5200 metri sul livello del mare. Oggi la più famosa discarica internazionale d’alta quota: 22 tonnellate di pattume, raccolti e portati a valle con fatica, sono il bottino di una bonifica ambientale compiuta qualche anno fa. Ottimo lavoro, ma per fare davvero pulizia sul Tetto del Mondo ci vuole altro. Cinque Terre, Giza, Everest: tre luoghi esemplari, simboli di un flagello di dimensioni bibliche. La verità è che l’intero pianeta rischia di trasformarsi in un immondezzaio. E in tempi brevi, visto che la quantità di rifiuti non bio-degradabili è in inarrestabile crescita. La plastica prima di tutto: leggera, resistente, economica e pressoché eterna, per quanto ne sappiamo. Ogni anno se ne producono cento milioni di tonnellate. Di plastica sono fatti molti componenti della nostra auto, i cellulari, i computer, i giocattoli, la maggioranza degli imballaggi per gli alimentari e infiniti altri oggetti.

Da oltre mezzo secolo questa sostanza preziosa e versatile fa parte della nostra vita quotidiana. Solo una minima parte rientra nel ciclo produttivo. E allora dove finisce tutta quella che buttiamo via? Ovunque, purtroppo: in campagna come in città, lungo i fiumi, nei boschi, sulle montagne. Un’invasione che non ci piace, ma siamo lontani dall’immaginare il vero orrore di un oceano di plastica. Eppure esiste, nel Pacifico a nord delle isole Hawaii, dove per un gioco perfido di venti e correnti marine si accumulano da Immagine 10cinquant’anni le scorie di mezzo mondo. Un luogo di morte, grande due volte e mezzo la Francia, in cui si può navigare per giorni tra detriti sintetici di ogni tipo. C’è di peggio: la durevole plastica non è attaccata da nessun tipo di batterio ma alla luce del sole si scinde in particelle infinitesimali, che come il plancton diventano cibo per le meduse. I pesci mangiano le meduse, noi mangiamo i pesci: in virtù di questa semplice equazione, la plastica è entrata nella catena alimentare dell’uomo. Interpellati, gli scienziati allargano le braccia: al danno non c’è rimedio, abbiamo creato il mostro e ce lo teniamo.

Copyright © Paolo Novaresio

SOS fiumi

Tempo fa ho incontrato Paolo Novaresio nella sua casa afro-torinese; storico, scrittore, e amante dell’Africa, sua terra d’adozione, ci ha affidato alcuni articoli che vorrei farvi leggere. Se avete qualcosa da aggiungere su questo argomento che ci tocca tutti da vicino….siete i benvenuti

SOS fiumi. Non importa dove nascano: da un ghiacciaio come il Gange, da una palude come il Volga, dai fianchi di una montagna come il Reno o da un immenso lago, come il Nilo. Portatori di vita e civiltà, divini nel loro incessante fluire, i grandi fiumi sono sempre stati rispettati e venerati dall’uomo. Almeno in passato

Immagine 5Oggi gran parte dei fiumi sono sbarrati da dighe, inquinati, costretti in alvei artificiali: in un mondo sempre più affamato d’acqua e di energia, i fiumi stanno morendo, di un’agonia lenta ma inesorabile. La catastrofe appare imminente, i suoi effetti incontrollabili. La maggior parte dei fiumi del pianeta è a rischio di collasso. Dal disastro totale, dicono gli esperti, ci separano più o meno una quindicina d’anni. L’Asia, con Cina e India in testa, tira la volata verso il baratro. Il mitico Yangtze, il Fiume Azzurro, è ridotto ad una fogna a cielo aperto, una discarica dove si accumulano montagne di rifiuti tossici, scorie radioattive incluse. Il gemello Huanghe é spossato dai crescenti prelievi per l’irrigazione, tanto che nel 1998 il suo basso corso si è prosciugato per 250 giorni filati. Stesso problema affligge il sacro (e inquinatissimo) Gange in India e l’Indo in Pakistan, la cui sopravvivenza dipende dai ghiacciai dell’Himalaya, minacciati dal riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Futuro nero anche per il Mekong, depauperato dalla pesca intensiva e obiettivo di progetti ciclopici, che prevedono la realizzazione di oltre 200 nuovi sbarramenti e canali diversivi. Brutte notizie anche dall’Africa, soprattutto per il Nilo: è questione di pochi mesi, poi la gigantesca diga di Meroe, nella Nubia sudanese, sarà operativa. Costruita da tecnici cinesi, è destinata a fornire elettricità ai ricchi Paesi della penisola arabica. Conseguenze: ecosistema stravolto, trasferimento forzato di 60.000 persone, distruzione di un patrimonio archeologico di valore incommensurabile. Ma business is business, il resto conta poco. Eppure molti si chiedono se valeva la pena di imbrigliare il Paranà-Rio de la Plata nel mare interno formato dalla diga di Itaipu, 18 anni di lavori, 20 miliardi di dollari di spesa e drastiche alterazioni ambientali garantite. I danni provocati dallo sfruttamento dissennato dei fiumi sono evidenti anche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Il possente Colorado, negli anni di persistente siccità, si inaridisce prima di raggiungere il mare. Causa: captazione selvaggia delle acque a fini agricoli. Effetti: pesci, piante e animali scomparsi; aumento della salinità dei terreni; riduzione della falda acquifera sotterranea. A questo delirio di morte Immagine 3non sfugge neppure la vecchia Europa: il bel Danubio blu è oggi sporco, iper-affollato e trasformato in un canale navigabile. Addio ai fiumi allora? Non ancora, forse: prima dell’Apocalisse qualcosa si può e si deve fare. Per esempio, ridurre di un decimo i prelievi per l’agricoltura significherebbe raddoppiare la disponibilità di acqua usata a fini domestici in tutto il mondo. Acqua che può essere riutilizzata, come in Israele, dove il 70% dei flussi di scarico cittadini (opportunamente depurati), sono destinati all’irrigazione dei campi. Ugualmente importante è ridurre le falle negli acquedotti: in Europa quasi un terzo dell’acqua va perduta durante il trasporto. Altro tasto dolente sono gli sprechi. Nei soli Stati Uniti, munire le abitazioni di sistemi idraulici moderni equivarrebbe a risparmiare 3 miliardi di litri di acqua al giorno, pressappoco la quantità fornita da tre super-dighe. La tecnologia può fare molto, ma per proteggere i nostri fiumi sono soprattutto necessarie leggi internazionali severe, che puniscano la deforestazione selvaggia, l’inquinamento e l’uso smodato delle risorse idriche. È possibile: sulla Loira si abbattono dighe, nel Tamigi e nel Reno sono tornati i salmoni, in Sud Africa e negli USA le politiche di river restoring (recupero degli ecosistemi fluviali degradati) sono già una realtà. Tutto è possibile. Ma bisogna agire in fretta. Prima che i grandi fiumi, arterie della Terra, si riducano ad una serie di immaginarie linee azzurre tracciate sulle carte geografiche.

di Paolo Novaresio

 

Daghe dosso che la ciapemo!

Corazzate speronate, altre affondate dai motosiluranti di Gabriele D’Annunzio e Luigi Rizzo, e quel: – Daghe dosso che la ciapemo! -, frase urlata al timoniere Tommaso Penzo detto Ociai, durante la battaglia di Lissa, e poi esploratori nel deserto artico

MEDITERRANEO IMPERIALE di Roberto Coaloa
Gaspari Editore, Udine, (pp. 80, € 14)
  è un libro fitto di nomi, battaglie e referenze, ma soprattutto di atmosfere ed eventi poco noti. I luoghi: Trieste, Pola, Cattaro, Premuda, Lissa e l’Artico. I personaggi: Sigmund Freud, Gustav Mahler, Francesco Giuseppe e Gabriele D’Annunzio, oltre ai marinai bloccati fra i ghiacci e a una coalschiera sontuosa di ufficiali, tenenti di vascello e ammiragli dell’Imperiale e Regia Marina da guerra. Un libro singolare, frutto di elaborate indagini che fanno risaltare, attraverso le vicende di navi  che se ne vanno su e giù per l’Adriatico, l’ultimo bagliore di uno degli imperi moderni più potenti, prima della sua rapida dissoluzione. Loro erano i nemici, gli usurpatori, quelli che stavamo per cacciare dall’Italia. Uno dei pregi del volume di Coaloa è quello di padroneggiare con mano sicura una miriade di documenti, date, nomi, fatti, per creare un vivido arazzo di un mondo in procinto di essere inghiottito in uno dei numerosi buchi neri disseminati nella grande Storia.

Roberto Coaloa, da storico di razza, frequenta cimiteri, musei, archivi  e biblioteche di mezza Europa.  Sa che è lì che sono  registrate le memorie degli umani, e in prima persona le vuole condividere per capire; Coaloa non è scrittore di parte, tutt’altro. Non nasconde affatto la sua ammirazione per quel mondo scomparso, che sembrava intramontabile. Infatti scrive: Sono attratto fatalmente da Vienna e i territori che avevano fatto parte dell’Impero degli Asburgo, sono una fonte di delizie artistiche, letterarie e musicali. Ancora maggiore è il richiamo al mondo delle idee (…) Vivere a Vienna per lunghi periodi mi ha fatto capire una cosa fondamentale: che dovevo toccare con mano per comprendere i reali contorni del passato che avrei in seguito conosciuto, come storico, negli oscuri recessi dei documenti (…)

Schermata 2013-11-29 a 14.12.58Uno storico italiano che non ha timore di dichiarare la sua ammirazione per quel mondo che pare lontano anni luce, e che invece parla attraverso eventi accaduti una manciata di decenni fa. L’augurio è che in futuro ci siano studiosi stranieri che subiscano lo stesso tipo di fascino per l’Italia. Uno a dire il vero c’è già stato. Gigante della storiografia: Theodor Mommsen che si innamora di Roma e ne scrive l’appassionante Storia. Ma è un fatto di ieri.

Si legge con piacere “Mediterraneo Imperiale”: ricco di aneddoti, curiosità e storie che si sovrappongono. Il volume fa davvero nascere il desiderio di saperne di più su quel “mondo di ieri”. E sappiamo che lo storico (già autore di una fortunata biografia di successo su Carlo d’Asburgo, l’ultimo imperatore dell’Austria-Ungheria) sta lavorando a un più ampio volume sulla “Kriegsmarine”.

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quella farfallina di Elena si faceva rapire da Paride?

Omero mi perdoni. Non ce l’ho con la sua Iliade, opera somma a cui le mie parole nulla aggiungono né tanto meno tolgono. Blindato il valore, storico letterario di quella storia che ci tramanda il mito degli eroi e del sangue versato, facciamo finta di credere che il vero motivo della guerra di Troia sia il rapimento di quella farfallina di Elena, portata via da quel bellimbusto di Paride.

troia5Dopo averla riletta per la terza volta, mi piacerebbe confrontare la mia impressione con la vostra.
Per me l’Iliade è un fumetto, una storia che ti torce l’intestino, visto che ammazzamenti, squartamenti, teste mozze e sangue si avvicendano pagina dopo pagina. Iliade è la storia di una gran macelleria, descritta dal più grande poeta dell’antichità, alle origini del mito, alle origini delle origini c’è quella storia coi suoi guerrieri assassini che si sbudellano senza pietà (mica è cambiato niente oggi). È una vicenda di morte a fumetti. Un noire d’autore che mescola umani e dei, in un groviglio inestricabile. Gli stessi dei ne escono malconci. Vediamo cos’è successo.

Elena, la bella greca, viene rapita e si scatena la guerra di Troia (fingiamo che questo sia il vero motivo) . Gli Achei salpano con una flotta poderosa e assediano Troia.  Ma la rapita se ne sta chiusa dentro le mura.  A complicare le cose arrivano gli dei. Chi parteggia per i Greci, chi per i Troiani. Non solo, gli stessi dei scendono in campo e si menano e succede una gran baruffa, prendendosi a botte che è uno spettacolo. Tutto qua?  Macché. Achille, il portentoso eroe assassino (come tutti gli altri) si infuria perché gli portano via una schiava, poi si imbestialisce ancora di più perché gli ammazzano Patroclo. (era forse il suo boy friend?)

troia4Intanto Greci e Troiani muoiono come mosche sbudellandosi (non sto esagerando, anche allora si faceva così) Le scene di orrore si tingono di sangue con scene di massacri truculenti e assai poco edificanti, del resto era la guerra, ieri come oggi, schifezze insomma.  Intanto nell’Olimpo, dimora degli dei, ci si azzuffa, ma vi pare una cosa seria?  Giove, che farebbe sesso anche con le rotaie del tram s’infuria perché la moglie difende i Greci e per distrarlo lo seduce (ancora!).  Il pollo (Giove) ci casca e lei, mentre il marito dorme, ne combina di grosse, così lui si imbestialisce e lancia fulmini sulla terra. Greci e Achei continuano a bucarsi pancia, fegato e testa.  (ma sai quanti metri di intestini escono dalla pancia degli eroi trafitti?) Achille ammazza come un animale il prode Ettore, che anche lui non scherzava in quanto ad ammazzamenti. Infine c’è la faccenda del cavallo, architettata dal furbone di Ulisse, e poi la distruzione della città.  Il tutto per i begli occhi di Elena. Un fumetto, appunto, un noire, certamente il più grande e improbabile di tutti i tempi.  La grandezza di Omero sta proprio qua. Nel farci credere plausibile l’assurdo e l’improbabile.

Rileggere per credere.

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Delle GROTTE DEI SARACENI, nei pressi di MOLETO, in molti parlano, pochi hanno visto, qualcuno davvero sa

Qualcosa di vero ci sarà in questa storia che mescola leggenda, antichi documenti e fatti accaduti 

romito 4(…) Quando Aldo veniva era nervoso. La prospettiva di trovare il tesoro lo eccitava, e con lui, noi tutti (…) Ricordo che Aldo aveva trovato qualcosa laggiù (…) Mi sembra che avesse in casa una fiaschetta in pelle per la polvere da sparo e anche qualche pezzo che lui diceva provenire da un fonte battesimale, cose ritrovate da lui stesso nella valle dei Saraceni (…)  (…) Aldo raccontò di essere stato testimone di uno strano fenomeno: mentre si trovava da solo nelle grotte dei Saraceni queste si illuminarono a giorno… 

(…) Aldo ha sempre sostenuto che dentro le grotte ci fosse un tesoro, il bottino di briganti che avevano saccheggiato i paesi dei dintorni, utilizzando come rifugio le grotte dei Saraceni. Durante i suoi studi aveva trovato degli scritti dell’epoca che raccontavano che le autorità avevano fatto saltare l’ingresso delle grotte e i briganti, con i loro cavalli e il loro tesoro furono sepolti (…)   M.G.
Riecco la leggenda sui Saraceni che si fa cronaca dettagliata. Il tesoro torna a far parlare di sé. Forse è rimasto là, a pochi metri da dove si era scavato.

Ancora leggenda? Niente affatto. Laggiù c’è stato qualcuno con pale, picconi e secchi e tanta voglia di svelare i  segreti e il mistero che la valle di tufo gelosamente custodisce. Ancora. Il racconto LE GROTTE DEI SARACENI è su Amazon

Precisa un antico testo: “Verso la fine del’ 700  dopo Cristo una banda di feroci Saladini provenienti dalla  Francia, dopo lungo peregrinare nel Nord dell’Italia, si stabilirono in una grossa spelonca nella valle del territorio di O. E illi vi rimasero e per molti anni sparsero la loro irreparabile tempesta rubando, uccidendo e facendo ogni sconcio di mali ai paesani.
Ma un inverno molto piovoso  in data non precisata, la grotta venne otturata da una enorme frana, seppellendo vivi i briganti saracini che non avendo altre vie d’uscita morirono tutti di fame e di sete”
“Ci risiamo! Ancora con quella storia! Non fai altro che giocare. Ma quando la smetterai?” disse sua madre.
“Sì” disse Enrico
“Sì cosa?”
“È l’ultima, te l’ho detto”

affrescoe 3Chiuse la porta della cucina e scartocciò il pacchetto di wafers. Poi premette il tasto  Recorder, ma non dovette attendere molto. Era una storia come un’altra, come tante altre, che mescolava Saraceni, caverne e un presunto “tesoro” della valle. Una registrazione un po’ confusa che sembrava promettere qualche emozione e che cominciava dicendo: “Pseudonimi e località della vicenda celano personaggi e luoghi che non è stato possibile riportare ad una più definita luce  e questo non perchè siano mancati gli elementi di indagine, tutt’altro. Se ai primi personaggi confortati da una morte secolare e relegati in una storiografia decifrabile, nulla importerebbe di venire riesumati, altri, tuttora in vita, ne riceverebbero danno, che i fatti narrati riguardano il loro recentissimo passato e le credenze della gente del luogo, teatro della vicenda”

Enrico sgranocchiò il primo wafer e le briciole caddero sulla tastiera del vecchio Machintosh….il resto è su:  è su Amazon

Ho riletto il tuo articolo con dispiacere e anche un po’ di irritazione

Fabrizio M. Ricci, mi ha scritto una lettera aperta che mi ha fatto piacere da un lato e dall’altro ha riportato in luce una vecchia faccenda, non proprio edificante, e mai chiarita del tutto; una storia finita anche sui giornali nazionali. Si tratta di un  viaggio in Uganda e Sudan. Fabrizio era ed è un amico, ex inviato speciale de Il Messaggero e giornalista di chiara fama

Fra le altre cose nella lettera pubblicata SU L’UOMO CON LA VALIGIA  scrive anche questo:

…sono andato a rileggermi il tuo “La valigia scomparsa”, uscito a Febbraio 2012 nella sezione Storie. Così come la prima volta, anche adesso l’ho riletto con dispiacere e anche un po’ di irritazione. Dispiacere nel constatare che il tempo, dopo tanti anni, non è ancora afr3riuscito a lenire la tua amarezza (“una pietra che pesa come un macigno”) per il furto che hai subito a Malakal delle tue macchine fotografiche. Un’amarezza all’epoca certamente più che giustificabile, ma che perdurando, con tutta evidenza ha finito per condizionare in negativo i tuoi ricordi; irritazione per quel tuo definire oggi quel viaggio come “pestifero, iniziato male e finito peggio”…Parli di un viaggio che prosegue fra reciproche accuse, animi avvelenati, mancanza di serenità e entusiasmo. Vero solo in parte, quella parte che ci ha visti impantanati a Nairobi prima e a Kampala poi. Ma una volta partiti, serenità e entusiasmo a me non sono mancati. …

…Rassegnati alla realtà e seppellisci i ricordi sgradevoli, tieniti stretti soltanto quelli belli. Lo scrivi tu stesso: l’Africa  immensa, fascinosa, irresistibile; l’aquila pescatrice al bordo del fiume; l’emozione del rombo delle Murchison; il cucciolo di ippopotamo che trotterella via… Questo è quanto c’è da ricordare.

Con affetto   Fabrizio M. Ricci

All’amico Fabrizio ho risposto spiegando quanto è successo a me dopo il viaggio. Voi chiederete: E a noi cosa importa? Sono affari vostri. Il fatto è che per quella vecchia storia siamo finiti sui giornali, con accuse, dubbi e …altre cose velenose e poco piacevoli, almeno per me. Cioè era diventata una cosa pubblica.

afr4Caro Fabrizio,

non puoi immaginare la gioia e la sorpresa nel leggerti,  niente affatto compromessa dal contenuto della tua lettera aperta inviatami da Paolo Novaresio. Da anni avrei voluto riallacciare i rapporti con te, ci ha aiutato l’articoletto su L’UOMO CON LA VALIGIA,  che ti è dispiaciuto e in parte irritato.

Accetto le tue puntualizzazioni e le osservazioni. E non ritengo opportuno precisare o modificare alcunché. Hai ragione e basta.  Dal tuo punto di vista è più che comprensibile. Tuttavia…

Quel pezzo, enfatizzato ad arte e magari ingeneroso, aderisce perfettamente al Mario di allora, (che non esiste più) puerile, ambiguo, smarrito e confuso…e bastonato dall’esito del viaggio più di altri. Questo me lo devi lasciar dire. L’aver puntato tutto su quel viaggio e aver perso il lavoro a LA STAMPA, e aver dovuto cambiare città, lo smarrimento conseguente e il dover sostenere a Torino e spiegare il fallimento di quell’iniziativa, che era partita da me e dal tuo ex collega inviato speciale de LA STAMPA, Francesco Fornari, a parenti, amici e colleghi di lavoro forse è toccato solo a me. E ti assicuro che non è stato piacevole, soprattutto dopo il pezzo sull’ESPRESSO e l’UNITA’. 

I ricordi di un evento condiviso non possono essere del resto omogenei; per me di sconfitta si trattò e non fu certo l’onore della bandiera, per qualche bella foto scattata grazie alla tua macchina fotografica, a colmare quel senso di fallimento, ripeto, forse accentuato dall’inesperienza e dall’avventatezza di allora.
Di quel viaggio salvo te, Paolo Novaresio, Angelo Colli, Fulvi,  …i Dinka, e ovviamente l’Africa tutta. Ho un unico rimprovero da farmi: era afr11una cosa troppo grande per me e io ero inadeguato. Perché il progetto che avevo in mente si è squagliato al sole africano come un sorbetto.
Ho saputo che pubblicherai su L’UOMO CON LA VALIGIA reportage ampliati di quel viaggio. Tienimi informato, se lo vuoi. Io non ho un sito serio e ben fatto come quello, però c’è gente che ci scrive e se ti piacerà potrai pubblicare sul mio blog ciò che desideri.

tuo paluan che ti saluta

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Beato Giovanni Liccio da Caccamo e l’uomo tecnologico

-…Martino vieni qua…- e un lungo belato si levò dalla fornace ancora rovente entro cui i poveri resti del bianco agnellino erano stati gettati poco prima. Martino comparve, vispo e ubbidiente, andando a leccare la mano del futuro beato Giovanni Liccio di Caccamo che lo aveva chiamato a nuova vita

caccamo 1Il frate compiva con estrema semplicità, dicono i testi, sbalorditivi miracoli, come guarire i lebbrosi, con la sua sola presenza. Alla sua morte i 24 ceri accesi attorno al feretro arsero per due giorni e due notti senza consumarsi. Parlava con gli angeli, esaudiva la volontà della Madonna, ma, soprattutto era in stretto contatto con Dio.
Giovanni Liccio (Caccamo, aprile 1426  Caccamo, 14 novembre 1511) predicatore Domenicano e discepolo di Pietro Geremia. Papa Benedetto XIV lo dichiarò beato il 25 aprile 1753.
Il culto e la devozione del Beato Giovanni Liccio promossa dall’Ordine Domenicano si è diffuso in tutto il mondo, anche attraverso gli emigrati caccamesi. Nel 1997 vennero edificate e alui consacrate  una cappella a Chicago (USA) e nel 2002 una chiesa a Monte de Los Olivos (Guatemala) .

È stato Padre Angelo Zelio Belloni, in visita alla cappella di Chicago, a farmi scoprire questa figura che rende omaggio alla nobile città di Caccamo. La città natale lo festeggia con crescente devozione. Perché ne voglio parlare?
Perché Giovanni Liccio è stato ed è tuttora un testimone, protagonista spirituale di assoluto rilievo. Catalizzatore fra terra e cielo, anello necessario per riflettere la potenza incommensurabile della luce divina. Non è indispensabile essere ferventi cattolici né credenti: occorre solo osservare gli uomini del passato e del presente. Le considerazioni vengono da sé. Giovanni Liccio appartiene allo sterminato elenco dei predestinati, dei servi di Dio; sorta di uomo divinizzato e illuminato.
Esseri che percorrono corsie preferenziali, sospesi fra terra e cielo, appunto, in una sorta di dimensione provvisoria e a temporale, in attesa di ricongiungersi all’infinita forza della deità. Creature semiperfette che emanano semplicità, serenità, concordia. Nella scala dei valori umani stanno su uno dei gradini più alti, basta loro alzare un dito per toccare il cielo.
Cos’hanno di così singolare? Qual’è il loro messaggio? La loro forza permane intatta (nel caso del frate siciliano perdura da 500 anni). Essi sono uomini antichi, sacerdoti del cielo, divinizzati dalla luce, oggi si confrontano con uomini diversi, mai visti prima. Non dico che fossero migliori, ma sicuramente diversi.

L’uomo nuovo è una creatura che ha impiegato gli ultimi 600 anni per definirsi e caratterizzarsi. Nato con Galilei, Keplero, Copernico, Newton. È l’uomo tecnologico di oggi, il cui credo è in ciò che vede, crea, sperimenta e progetta, affrancato, così almeno crede, dall’idea di Dio. L’uomo tecnologico è l’uomo post industriale, anello ultimo di una catena che rifiuta il sacro perché non sa più cos’è, ritenendolo superfluo, estraneo al suo progetto di vita. Non c’è più potere salvifico perché non c’è più richiesta di salvezza, di ulteriorità, l’atto del cercare il divino trascendente è relegato nell’archivio affollato delle attività dismesse.

L’uomo tecnologico è creatura progressivamente e necessariamente (?) desacralizzata

Nei casi migliori: non superbo, non agnostico, non ateo, per volontà, ma per cessazione di rivelazione divina, (forse Dio si è stancato di parlare a un universo di sordi?) o forse perché la fede nel progetto tecnologico è totalizzante e non ammette distrazioni. Così l’immensa civiltà della tecnologia che ammanta i continenti è civiltà in cui la deità non risiede, perché non richiesta e conseguentemente non rivelata.
L’uomo nuovo fruisce della sua formidabile creazione, di un’edificazione imponente  e senz’anima, di una grandezza esclusivamente terrena. Egli ha ispirato la sua realizzazione e ora la contempla, scorgendovi il suo volto riflesso, e niente più. Qualsiasi curiosità di tipo escatologico o ultramondano non esiste, non lo riguarda.

L’uomo tecnologico e il suo cibo

L’uomo tecnologico ha esorcizzato l’atavica mancanza del cibo. Ha ideato percorsi preferenziali per favorirne la produzione, il trasporto e la vendita degli alimenti. L’uomo tecnologico ha vinto la guerra per il cibo. Per farlo ha dovuto desacralizzare gli alimenti: pane, vino e carne hanno definitivamente perduto la loro veste sacrale che li connotava. Il processo di spoliazione del sacro ha coinvolto gli animali che, in vita, non detengono più alcuna dignità tipica dell’essere vivente ma sono prodotti per diventare alimento. Si pensi all’oscena ed esecrabile catena di produzione delle carni bianche (mio zio aveva un macello di polli) o di carne da macello dai bovini progettati in laboratorio. Il cibo tecnologico è stato inventato dall’uomo tecnologico che ha sottratto all’animale ogni dignità; la produzione, organizzazione e distribuzione del cibo su scala industriale esige l’annullamento della creatura; il cibo/cosa non necessita di remore ingombranti e solo così può essere prodotto, come qualsiasi merce.

caccamo 2Le nuove cattedrali

L’uomo tecnologico ha investito e pianificato per la realizzazione di nuove cattedrali. Esse sono parte integrante e soggetto attivo del processo di negazione dell’ultramondo. Le nuove cattedrali sono i presidi del nuovo rito, luoghi di incontro, acquisizione della merce nata da esigenze indotte, poi divenute indispensabili perché a loro volta creatrici di sovrastrutture tecnologiche essenziali per la sovrapproduzione, cioè del superfluo. Alle esigenze primarie di cibo, indumenti, abitazioni e trasporti se ne sono aggiunte all’inverosimile. I banchi con ogni tipo di merce del supermercato ne sono esempio. Montagne di cibo, detergenti e vestiario. Nuovo nutrimento distribuito nelle cattedrali supermercato. Il cibo eucaristico sconsacrato giace sugli altari scaffali dei magazzini occidentali. Centri commerciali e mega supermercati costellano le nostre contrade, meta di un nuovo tipo di pellegrino: il consumatore tecnologico, protagonista dell’ultima fase di un rito desacralizzato che ha sostituito l’ostia con le confezioni di pollo nelle vaschette di polistirolo. Stiamo esagerando? No. La realtà descritta è giornalmente riscontrabile e in ogni luogo. I nuovi pellegrini aderiscono al rituale del consumo, la loro cattedrale è l’asettico e mistificatorio teatro del supermarket. Fra gli scaffali del supermarket si consuma il nuovo rito. La differenza c’è, mi pare.

Ma cosa c’entra il beato padre Giovanni Liccio da Caccamo con tutto questo? Semplice. Il frate domenicano è ciò che abbiamo perduto. Egli risiede agli antipodi dell’uomo tecnologico del quale ha preso il posto. Ogni testimonianza del frate domenicano manifesta la trascendenza, l’assidua presenza della luce divina. Il domenicano raccoglieva e affascinava col suo eloquio fedeli e non, convertendo incalliti peccatori. Testimone di quel legame fra terra e cielo, rinnegato dall’uomo tecnologico-consumatore. Il religioso siciliano, ancor prima di essere beato, irradiava la calda luce del Cristo, pronunciando parole redentrici, producendo miracoli e guarigioni. L’uomo tecnologico lo osserva, disincantato, immemore, forse scettico. Egli continuerà a bastare a se stesso, rinnegando l’uomo antico e l’immanenza dell’ultramondo che gli compete? Mah!

Giovanni Liccio da Caccamo era un frate domenicano, come il nostro amico, padre Angelo.

padre Angelo Zelio Belloni

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Castello di Giarole, 23 marzo 2012 – ore 15,30

Appare improvvisamente, per incanto, fra le case. Visione sotto forma di castello. Una famiglia di golden retriever accucciati nel fossato ci accoglie abbaiando senza convinzione. Le presentazioni di Lorenzo Fornaca ci aprono le porte del maniero

Una foto del vostro castello è stata pubblicata sul mio ultimo libro, MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, è una visione aerea, ci sarebbe piaciuto avere altre foto dice Fornaca

La proprietaria smette di potare la rosa rampicante appoggiata al muro; ci fa accomodare, e la visita al castello va oltre i consueti convenevoli. giarole5Diventa conversazione, scambio di idee e di reciproco rammarico. Stiamo visitando una meraviglia del Monferrato, il castello di Giarole dei conti Sannazzaro. Il castello, stanza dopo stanza, ci introduce, accompagnati dalla guida partecipe della sua proprietaria, in un corollario di suggestive visioni. Soffitti deliziosamente affrescati, con putti e ogni sorta di decorazioni, armi e armature. Fatti storici che datano XII secolo, l’effige del Barbarossa in relazione con gli avi, i nobili Sannazzaro, che proprio dall’imperatore ebbero il permesso di erigere il castello. E subito la cronaca diventa storia, narrazione, documento, radicato nelle pietre, nelle vicende di una importante famiglia monferrina. Parlavamo di rammarico, ma a che proposito? Ce lo illustra meglio la proprietaria del castello, contessa di Sannazzaro: Non basta ospitare gli ormai radi matrimoni, alcuni tentativi di bed & breakfast, o i concerti. Per mantenere in vita queste strutture occorrono fondi, attenzioni, cure assidue. Sono creature fragili le dimore come questa che a centinaia sono sparse per l’Italia. Concentrazione impensabile in qualsiasi altro Paese. Ma non ci sono fondi e dobbiamo arrangiarci. In tempi come questi, poi…

Chiedo se le appariscenti fessure che vediamo sulle pareti e sul pavimento siano motivo di seria preoccupazione. Vanno monitorate constantemente, certo che non ci lasciano tranquilli. Dice.

La precarietà di questi magnifici edifici che sono parte del patrimonio di ogni italiano nasce prima di tutto dal disinteresse della comunità, della cultura, da mancanza di attenzione per beni che dovrebbero essere condivisi e amati. È questo che ferisce, in aggiunta alla mancanza di fondi per la loro manutenzione e il restauro. Se penso che è anche roba nostra (idealmente) mi vengono i fumi. Ma è come abbaiare alla luna. Nessuno ti ascolta.

Il castello di Giarole, aggiungiamo noi, con i suoi gemelli sparsi in tutta Italia è vittima dell’incuria, del disinteresse delle istituzioni che si trincerano dietro la frase: non ci sono fondi. La loro tutela non è affatto considerata prioritaria. Anzi. Ma sono beni che altri Paesi ci invidiano. giarole 3Sono la testimonianza del black out culturale permanente e senza precedenti, che solo il nostro Paese esibisce, senza remore.  Un fenomeno tipicamente italiano.  In Inghilterra, Francia, Olanda, persino a Cuba, anche le pietre vengono accudite e rispettate. Laddove pare ci sia un riscontro storico o anche solo di leggenda. Perché europei e non fanno a gara per salvare anche i loro ruderi? Non è il passato che inutilmente torna alla ribalta ma il presente e il futuro che si rispecchiano in queste antiche vestigia. Non sono le quattro pietre in croce che non meritano riguardo, ma pezzi di noi, della nostra identità e della nostra società. Significa riguardo per luoghi, siti, ruderi…anche, rispetto per personaggi ed eventi che ci hanno preceduto e che noi sciupiamo, distruggendo così la nostra identità culturale, se ne esiste ancora una.

Ovunque nel mondo, dai Paesi islamici a Cuba, all’Europa, si fa a gara per tutelare anche le pietre, le antiche vestigia di trascorsi più o meno importanti, – Come succede in Cornovaglia per le presunte fondamenta del castello di re Artù (non più di qualche pietra squadrata e allineata – dice la contessa Sannazzaro.
In Italia non succede. Perché? Il castello di Giarole, come centinaia di altre meravigliose dimore in Italia attendono risposte. Urgenti.

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