Beatles dell’India – le mie indie (3)

Beatles dell’India
Dopo aver attraversato Ram Jhula, il principale ponte sospeso sul Gange, Rishikesh si trasforma da capitale dello yoga ad una piccola Liverpool indiana. Il soggiorno dei Beatles nel 1968 ha fatto la fortuna di questa città ed in questa zona le tracce sono disseminate ovunque. Ci sono pannelli in legno che raffigurano i Fab Four multicolori della copertina di
Sgt. Pepper’s. Mentre attraversano la strada sulle strisce pedonali di Abbey Road.
Percorri la Beatles Street in direzione dell’ashram del guru Maharishi. Presto la strada lungo la riva del Gange si trasforma in una baraccopoli. Giri l’angolo e ti ritrovi di fronte
un’insegna con la scritta Tiger Reserve. Pensi di essere arrivato in uno zoo e di avere
ancora una volta sbagliato strada, niente di nuovo dal tuo arrivo in India.
Un poster accanto alla biglietteria ti rassicura invece che sei nel posto giusto: mostra la
celebre foto di gruppo con i Beatles vestiti di bianco ed avvolti da una ghirlanda di fiori
arancioni. Stai per entrare a Chaurasi Kutia, meglio conosciuto come il Beatles Ashram,
sede di una sorta di ritiro spirituale e creativo. Vi parteciparono i Fab Four, accompagnati
da mogli e fidanzate, 60 studenti ed una serie di personaggi del mondo della musica e dello
spettacolo, tra cui l’attrice Mia Farrow e Mike Love, il cantante dei Beach Boys.
Circolano due versioni attorno a quel soggiorno. La prima idilliaca di un periodo in cui i Beatles si ritiravano la mattina a meditare ed al pomeriggio si sedevano sul tetto con le canzoni che sgorgavano da sole, pronte per il White Album. Una seconda infarcita di pettegolezzi: dall’ambiguo rapporto del guru Maharishi con l’attrice Mia Farrow, reduce da un divorzio con Frank Sinatra, alla presunta maledizione lanciata verso John Lennon e
George Harrison, in fuga dall’ashram su automobili che continuavano a guastarsi.
All’ingresso nel parco trovi 84 meditation caves numerate, grotte di meditazione in pietra
che ricordano i trulli di Alberobello e le capanne dei Puffi. Ci si può entrare e salire sul
tetto, sfidando la sorte su quel che resta delle scale interne. Man mano che ci si addentra
nella giungla, puoi notare come la natura abbia preso il sopravvento armata di edera e
muschio.
Raggiungi il bungalow del guru Maharishi, scelto si dice per la sua posizione energetica. Da
qui puoi intravedere il Gange, sentire il suono delle sue acque arrivare potente nonostante
46 metri di dislivello. Ovunque attorno a te edifici abbandonati, con la silhouette dell’arco
indiano ad addolcire lo sfacelo dei vetri rotti alle finestre. Una sensazione sospesa tra il
fascino di templi sommersi dalla giungla e lo squallore dei casermoni popolari delle nostre
periferie. Sulle pareti murales postumi spaziano dal tridente di Shiva al simbolo dell’Ohm,
disegnano occhi, cuori e fiori di loto. Una tigre ed un elefante osservano lo scorrere del
fiume, una scimmia scruta il riflesso del sole sull’acqua.

Sali 4 piani di scale interne, senza corrimano, senza protezioni. Lo stato di conservazione farebbe inorridire i rigidi standard di sicurezza occidentali. Il meglio deve ancora venire: sul tetto ci sono due cupole, alte 6 metri, simili a serbatoi d’acqua. Una scala retrattile le avvolge: nessuno ti vieta di salire in cima ad ammirare la collina, ma il tuo coraggio viene meno ad ogni scalino. Ti fermi sul più bello quando ti accorgi che non è ancorata a terra.

Luca Santinon da: LE MIE INDIE

Lascia un commento