Provengono dai sentieri accidentati della memoria, dagli anditi insondabili che il Tempo dissemina, da vicende che si pensavano concluse e invece eccole ancora, vivide e palpitanti di vita e arte. Dipinti sconosciuti ai più, che stavano per essere esposti in una famosa galleria londinese ma che poi ragioni ignote ne hanno impedito l’esibizione. Le tele tornano così nell’ombra di una collezione privata, che ne conta decine in Gran Bretagna e centinaia ancora in Italia, tutte ancora da svelare nella loro unicità e originalità. Matilde Izzia, il nome dell’artista, ben conosciuta entro i confini del Piemonte e lodata dalla critica ufficiale indigena, ne ha dipinti più di mezzo migliaio. Il collezionista, suo amico fraterno, ne parla senza celare l’emozione nel rammentare l’amica scomparsa nel 2005. Mentre suo figlio ci illustra il progetto per farla conoscere all’estero. Da sempre una sorte di pudore e di ritenzione sembra ostacolare la conoscenza e la comprensione dell’artista e della sua opera.
Femminista convinta e verace e geniale protagonista ancora in ombra, dell’arte italiana del ‘900.
A proposito della figura in nero, di fianco ritratta, dipinta da un’Izzia ventenne: dimessa, malinconica, dall’inesprimibile fascino, inarrivabile nella sua semplicità e tuttavia misteriosamente attraente. Andreina, questo il nome del dipinto, pare interpretare un enigma sottile e malioso, un richiamo conturbante dell’essere femminile. Perché parlarne se questa vicenda è tutta confinata nel privato? Perché questa, insieme ad altre centinaia di tele stanno per abbandonare l’Italia per cercare udienza e consenso oltremanica. Senza clamore, senza eco, quasi alla chetichella. Un altro pezzo del nostro patrimonio artistico prende congedo dal Belpaese. Senza che nessuno se ne accorga o batta ciglio.
Matilde Izzia ha avuto Francesco Menzio e Guido Capra, allievo del grande Leonardo Bistolfi, come maestri di pittura e scultura.
La Venere del Monferrato
ll busto esprime una femminilità vigorosa. La posa dinamica suggerisce l’idea che la figura voglia sollevarsi. Come se la donna, appoggiata con la schiena a un gran cuscino volesse cambiare posizione. L’idea che intenda sollevarsi è confermata dai muscoli addominali in tensione e ben definiti. I seni non sono più grandi di grosse mele. Irti i capezzoli, come canditi su meringhe. I fianchi ben modellati aprono la via verso cosce piene. Il ventre è una sorta di morbido cuscino a cui l’accenno di pinguedine conferisce opulenza. Il sesso, nell’armonia della composizione, è un perfetto colpo di bisturi inferto all’argilla. E il pube scivola così in una lettera ipsilon rimarcata da linee nette e precise. La figura sembra volersi sciogliere da un vincolo, forse dalla stessa creta che la trattiene. Il busto mostra una torsione che suggerisce l’idea di una donna appena destata dal sonno. Capo e membra sembrano superflui. Tale il vigore sprigionato dalla figura. La Venere di argilla trionfa, ricca di una sensualità composta, che non si corrompe in lascivia. Il corpo rimanda a certe sculture classiche recuperate sul fondale marino. Una donna, sorpresa al risveglio che si è liberata da ogni orpello, membra e capo compresi. La Venere di argilla è la trasposizione di un ideale femminile che tanto riscontro ha nelle tele di Izzia, dove molte decine di nudi e di figure affollano l’incredibile galleria di donne. La concezione dell’essere femminile che traspare da dipinti e sculture, come ad esempio da questa, è quella di una creatura forte, tradizionale, sicuramente non afflitta da rigurgiti causati da crisi di identità.
Anche quest’opera migrerà presto, insieme alle centinaia di tele verso Albione. Ma questa volta non si tratta di rapina o di appropriazione indebita di opere d’arte, pratica ben nota agli Inglesi, ma di esodo volontario verso lidi più attenti e ricettivi di quelli italiani.
Nell’immagine sottostante la “Venere del Monferrato”, busto realizzato da Matilde Izzia.



Matilde si muoveva raramente, organizzò un lungo, e per lei faticoso viaggio, e venne a portarmi il quadro, che si vede di fianco, nella mia casa in Brianza, in provincia di Milano, dove allora abitavo. Insieme al quadro mi portò, però, anche una voluminosa cartella, di quelle grandi, da pittore, con dentro decine di fogli da disegno constudi vari e abbozzi di figure che riguardavano tutti Padre Pio. A quanto ho potuto capire in seguito, osservando quei disegni, in quel periodo, anni 1994-1995, Matilde Izzia deve avere dedicato molta attenzione al “frate con le stigmate”. In quei grandi fogli ci sono abbozzi per una specie di storia dei momenti emblematici della vita del santo: le estasi, le visioni, le stigmate, le guarigioni, Padre Pio che insegna, Padre Pio che soffre, Padre Pio che prega: scene che richiamano le storie popolari come venivano raccontate negli antichi ex voto. Matilde deve aver meditato a lungo sulla vita e sul messaggio di Padre Pio e deve essersi impegnata con passione per cercare modi significativi per raccontarlo con la sua arte. Non so se poi abbia realizzato i quadri abbozzati nei disegni, ma il suo progeera importante e grande. Di tutto questo avrei voluto parlare con Matilde, ma non ho potuto farlo perché, dopo quell’incontro, non l’ho più vista. Non so perché abbia voluto portarmi, insieme al quadro, tutti quei disegni riguardanti la sua ricerca pittorica su di lui. Forse voleva ringraziarmi perché, con i miei libri, avevo contribuito ad aumentare la sua conoscenza di Padre Pio. Può darsi, ma non lo so. E quando guardo il quadro che sta nel mio studio, mi sembra di vedere, accanto alla figura di Padre Pio, Matilde che, con un sorriso dolce ed enigmatico, mi scruta. In quel quadro, Matilde ha ritratto Padre Pio secondo un piano americano. Il religioso tiene le braccia aperte e mostra le stimmate delle sue mani dalle quali escono vistosi rivoli di sangue. È un quadro sereno e gioioso. Il colore dominante è il marrone chiaro del saio francescano, che si spande, come una luce soffusa e discrete, per tutta la tela, anche sul volto del personaggio, che è incorniciato dalla barba bianca e da corti capelli grigi. La testa del santo è appoggiata a una grande croce di luce, intorno alla quale danzano oggetti imprecisati, rotondi, di varie dimensioni, di color marrone chiaro, con al centro macchie bianche, che creano una atmosfera di festa e che potrebbero richiamare presenze soprannaturali, angeli, astri, pianeti e cose del genere. Il volto di Padre Pio è quasi sorridente. Ma di un sorriso che palesa anche un dolore acuto, espresso con la tipica contrazione facciale di chi ha nel corpo una piaga viva, aperta, martellante, e sta attento a non fare movimenti inopportuni per non accentuare lo spasimo, che però egli non odia, non rifiuta, anzi lo interiorizza, lo vive e vorrei dire lo ama. È un atteggiamento singolare e insieme emblematico. “Trasmette”, secondo me, in modo perfetto, lo stato d’animo del santo. Padre Pio è consapevole che quelle misteriose piaghe, con le quali convive giorno e notte, sono sì un martirio ininterrotto, ma sa che sono anche il mezzo con cui può testimoniare il suo amore per Dio e per il prossimo, come aveva fatto Gesù sulla croce. E poiché il suo amore per Dio e per il prossimo è grande, immenso, egli affronta quel dolore lancinante abbracciandolo, amandolo, diventando lui stesso “dolore sorridente”.
Tutta per me. Finalmente. La mostra di Moncalvo, fra amici, ed appassionati di pittura, fra gente che si ricordava di me e di Aldo, e dei momenti trascorsi insieme in un non lontano passato. Persone commosse che non vogliono dimenticare, che intendono tenere vivo il ricordo del Romito, delle mie tele, del lavoro di Aldo, della passione che lega noi e loro nel segno del Monferrato e delle sue bellezze. Una selezione delle mie tele: solo donne, questo era il tema, un excursus che ha suscitato consensi e ammirazione. La critica d’arte Emilia Ferri ha parlato con competenza e profondità di analisi, ha fatto raffronti, la mia pittura affiancata alle tele dei maestri che tanto ammiravo: Cezanne, Gauguin, Matisse. Ne sono onorata; forse l’inspiegabile
velo di silenzio e ombra che grava ancora sulla mia produzione artistica sta per essere sollevato. Lorenzo Fornaca, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, Antonio Barbato e poi Maria Rita Mottola e il marito Giancarlo Boglietti di ALERAMO sono stati i promotori della mia esposizione. Tutti amici, vecchi e nuovi, tutti plaudenti nella città che tanto ho amato e goduto. La sala al Museo civico di Moncalvo era piena, e c’era gente in piedi. I fasti di Ginevra, quando esposi alla Galerie Motte suscitando l’entusiasmo del collezionista Oscar Ghez e della critica più qualificata sono lontani; ma ricominciare da casa mia è davvero un buon segno.


Mario dice che ti guardano. Ma chi ti guarda? Gli ho chiesto un giorno. -Gli oggetti, l’armadio, la tazza, la tovaglia ti guardano.- Lui dice così, ma mi sembra esagerato. Che ti parlino quello sì, se no perché grandi pittori li avrebbero riprodotti? Ceste, gerle, pesci e uccelli morti, noci, meloni, ciotole e compagnia bella. Ti parlano, quello sì, Mario li chiama gli oggetti sensibili e arriva al punto di dire che ti osservano, che hanno un’anima e puoi arrivare anche a interloquire con loro. Aldo dice che il ragazzo ha le traveggole. Mario dice che una volta è uscito di casa fissando un baule e poi, al suo ritorno il baule pareva fosse contento di rivederlo. Lo guardo incredula. -Ma te se mica tutto a posto!- Che attribuisca loro un eccesso della sua ipersensibilità?! Può darsi o magari sono stramberie adolescenziali. A me piace pensare che gli oggetti assorbano e riflettano la nostra sensibilità, il nostro modo di vederli, e li definirei piuttosto poesie, poesie tradotte in immagine tanto è il loro potere di suggestionarci, facendoci soffermare su una mela, un grappolo d’uva, una tovaglia o una bottiglia dal lungo collo.
A volte mi prende un magone così grande quando lo vedo, chinato sui suoi documenti, e sui tomi di storia, che studia, corregge e ristudia senza pace. È conosciuto più all’estero che in Italia, apprezzano di più le sue opere in Francia e in Spagna. Qui l’hanno messo all’indice, per questo Aldo ha perso il lavoro, per le sue idee, per la testa che ha, perché fa venire invidia e gli altri studiosi di storia non hanno il suo estro. Quello che lui scrive sembra un romanzo e invece è la storia del suo Monferrato che tanto ama. E intanto noi stentiamo ad arrivare a fine mese e le bollette le devi pagare, se no con cosa mangi e ti scaldi? Muori in mezzo alla campagna del Monferrato. Meno male ho ancora i cani a tenermi compagnia. Dietro di noi il grande affresco che ho dipinto: il matrimonio fra Teodoro Paleologo e Argentina Spinola. Ma via, meglio scacciare i pensieri neri, ho la mia arte, i quadri da finire, certi nuovi progetti di nudo in mezzo alla campagna. E poi ho in mente certe nature morte, le chiamano così anche se sono più vive che mai. Eppure oggi no, non me la sento, mi darebbe la nausea anche solo tenere il pennello in mano.
Mario non stava più nella pelle. Prima parlava, chiedeva, era tutto una domanda, e questo e quest’altro, poi rimaneva muto a rimuginare. Quanti saranno stai? Era poi vero che erano così feroci? E chi li aiutava? Dei mali homines della zona, forse? E se Aldo aveva scavato anche lui là sotto?
-Pronto, disturbo? Ascolta, guarda, è successo un guaio-.
Sarà perché tutti quelli della mia famiglia non ci credevano molto a santi, Madonne, preti e via dicendo che qualcosa dovevamo pur cercare e trovare. La fede non era poi così profonda. Ma mica potevamo stare senza risposte. Il pallino dell’esoterismo non me lo sono inventato io, era una necessità condivisa della famiglia. Cercare di dare una risposta a interrogativi che opprimevano un po’ tutti: E dopo cosa c’è? Tutto finito e buona notte ai suonati e suonatori? Quando sta manfrina di vita finisce ci aspetta solo più il buio? Per dare una risposta negli scantinati di palazzo Mellana a Casale organizzavamo sedute spiritiche, pare che lì ci fossero delle concentrazioni di spiriti e di presenze ultraterrene. Mah! Roba seria, perdinci, così seria che una sera mio cugino si prese uno di quegli spaventi che mollò la seduta spiritica a metà e fuggì a gambe levate. Il motivo è che la seduta spiritica stava riuscendo proprio bene.