Gervasia diceva: “Taci bagascia se no ti ammazzo”

E voilà, l’inferno in terra è servito. Ovvero l’incubo e l’orrore, ma non quello magistralmente evocato da Poe e De Maupassant, quello era di origine psichica, questo invece è orrore casalingo, banale, se vogliamo, “normale” e irredimibile, in una grande città come Parigi, allora come ora:
” …Quando dormivo, mi veniva vicino, e voleva che mi concedessi. Era una bestia, vi dico. Mi rifiutai, lo morsi, lo graffiai, ed egli, furibondo per questa mia ostinazione mi batteva a sangue. Fu lui, (ovvero il padre) che una notte, mi rovinò la gamba con un mattarello. …La faccia di Gervasia fu la prima a schizzar sangue: tre lunghe graffiature scendevano dalla bocca sotto il mento… Virginia non dava ancora sangue. Gervasia mirava alle orecchie. Alfine riuscì a strapparle un orecchino, producendole uno squarcio all’orecchio….”
E alla fine, proprio nell’ultima pagina: “…Sollevò la donna ormai leggiera come una piuma, e la distese in fondo alla bara, con cura paterna. Quell’uomo, uso da lunghi anni a quella triste mansione , si commosse: “Dormi tranquilla, ora, povera Gervasia!… le disse: fa la nanna, bella mia. La tua giornata, non certo felice, è finita. Fa la nanna, fa la nanna bella mia…” Di che si tratta? Chi è Gervasia? Com’era un tempo Gervasia e cosa ha fatto da meritare compassione da un becchino? Gervasia è la protagonista de l’Assommoir, un romanzo verità di Emile Zola, gran romanziere francese, orientato alla denuncia sociale e a descrivere il ventre di Parigi del diciannovesimo secolo, preoccupato di quanto male producesse alzare troppo il gomito. A modo mio ti faccio il riassunto di questa tragica vicenda e se mi permetti userò per una volta dei termini crudi, volgari, senza girarci tanto in tondo. Per renderti meglio l’idea. Gervasia se fa ingravidare poco più che bambina, da uno che aveva la vocazione del profittatore e lenone, a Gervasia, lo capiremo più tardi, piace scopare, con chi gli piace, dove sta il problema? Non c’è. Il problema insorge quando il farabutto con cui ha avuto due figli la pianta in asso, dopo aver pignorato anche la canottiera, ma lei, da brava donnina ce la fa da sola. Un bravo giovane le fa la corte, e lei accetterà di sposarlo, con molta reticenza, poi si fa scopare da un amico facoltoso del delinquente che la picchiava, dal quale aveva avuto i figli, le malelingue dicono che si accoppiava con chi più le piaceva anche da giovanissima. Gervasia, che faceva per guadagnare la pagnotta la lavandaia poi la stiratrice, poco alla volta ce la fa a smarcarsi dalla miseria, arrivando a comprare un negozietto, prima si fa toccare il culo poi chiavare periodicamente dall’ex compiacente proprietario del suo negozio.

La quasi normalità durerà? No, non dura, perché il marito lattoniere cade dal tetto facendosi un gran male, il ganzo non ha più voglia di lavorare e arriverà a dire alla figlia che Gervasia ha avuto non si sa bene da chi: “Del resto potete far benissimo il paio. Madre e figlia, che bella coppia di bagasce!…Osa negare Nina, che, mentre vai a cibarti dell’ostia , guardi di sottecchi gli uomini? Osa negare piccola bagascia!…Nina guardò fissa suo padre, poi usando lo stesso suo linguaggio, a denti stretti , gli disse: -Ruffiano!- Insomma la situazione sta per peggiorare di nuovo, fino al punto che il primo delinquente lenone viene portato a casa proprio dal marito beone che le dice addirittura: “Datevi un bacio e fate la pace!” Okei, peggio di così c’è solo l’Isola dei famosi! e la tv italiana. Gervasia dopo un po’ ci ricasca e usa lo stesso letto per farsi altre scopatine, il problema è che la figlia avuta non si sa da chi, vede come fa la mamma a farsi chiavare e ne rimane alquanto scossa, che già di suo lo è, scossa, essendo una discola incorreggibile. In ogni caso, la faccenda precipita e si comincia a bere, anche Gervasia beve e il suo bel negozietto che stava facendo la sua fortuna, va in malora. Angeli ci sono in questo trucido nefasto racconto ipernaturalistico, una bimba angelo, vicina di casa di Gervasia, che morrà di stenti e percosse, perseguitata dal padre beone che aveva preso a calci in pancia sua moglie facendola crepare.

Insomma l’epilogo della storia di Gervasia dalle belle tette sode e dalla pelle chiara si riassume in una bara, muovendo a compassione il becchino che la solleverà leggera come una piuma. Insieme a una carrettata di altri racconti, insieme a Teresa Raquin che è un casalingo giallo horror nero, L’ASSOMMOIR mi fa riflettere. Prima l’abiezione, poi il riscatto, poi ancora la discesa veloce verso la fine senza più riscatto. A me personalmente mi rattrista, mi incupisce, mi fa dire che non c’è riscatto che tenga, perché solo transitorio e legato al caso, quello che deve succedere succede, alla faccia dei volenterosi tentativi di Gervasia, che pure lei, si fa trascinare nel gorgo abominevole innescato dal bere dopo aver intravisto la luce e il decoro. Sono personaggi bacati, segnati in partenza dalla sorte o dal loro DNA, oppure indugiando all’alcool affrettano la loro fine già comunque segnata? Questa storia senza luce, di proponimenti e promesse ne aveva avute, ed erano state colte, così da far sperare che la faccenda, dopo tutto, sarebbe finita per il meglio. Lavoro e onestà avevano dato i primi frutti consistenti. La speranza di una vita migliore, serena, equilibrata, una vita dove il lavoro portava prosperità e pace. La critica dice che questo e altri racconti di Zola sono frutto di un’attenzione sociale, mettono il dito sulla piaga del bere, del degrado, sono opere che scandagliano e denunciano, romanzi naturalisti-veristi, d’accordo, nessuno lo nega, era il periodo in cui in Europa ci si dava da fare per creare un nuovo ordine economico sociale, fra alti e bassi, rivolgimenti e rivendicazioni, ma il, chiamiamolo “destino” di quei personaggi era già scritto e decretato che deragliasse e che il binario del male e del degrado totale fosse inevitabile? Fammi notare una cosa, ancora una volta è la donna che mette la sua sigla nel bene e nel male scrivendo la parola FINE. Una volta che Gervasia crepa ignominiosamente la storia è davvero finita, lasciami concludere con le parole di Zola: – La morte doveva prenderla a spizzico, a boccone, a boccone, trascindadola così fino all’estremo della maledetta esistenza che si era formata….Quella bella stiratrice, era caduta nel nulla, peggio, nella cloaca…Una mattina, se ne accorsero i vicini di casa, dal tanfo di cadavere che emanava dalla sua camera, ridotta a un canile.” Qualcosa di diverso dall’oggi? Basta che dai uno sguardo alla cronaca nera dei giornali per trovare altre Gervasie.

c’era ancora l’arte?

Non dirmi che non te ne sei accorto! Come: di cosa? Del fatto che si sia estinta, e che se vuoi rintracciarla ancora devi aprire le pagine di un libro gigantesco che si chiama Passato e andare indietro di mezzo secolo o poco più. La puoi trovare ancora, per esempio, andando nei musei, in una galleria di quadri o di sculture, in qualche cinema d’essai (ma ne esistono ancora?) o in una biblioteca, oppure a teatro, a goderti Lo Schiaccianoci o qualche vibrante concerto di musica classica. Oppure col naso in su visiti le città italiane, che si chiamano, indovinate un po’? Città d’arte, per l’appunto. Lì ancora gli esempi abbondano. Fanno testo essendo bene comune e condiviso. Luoghi dislocati ovunque, come piovesse, nell’italica penisola e un po’ meno in altri luoghi, sparsi per il mondo. Vuoi che tiri un sasso in piccionaia? Tanto la piccionaia è deserta da anni. L’arte è morta, come del resto è accaduto al Dio cristiano (così dicono molti esperti). Per cui ti chiedo: Ti ricordi dell’arte? Scomodando Wikipedia veniamo a sapere che: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Pertanto l’arte è un linguaggio, ossia la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano.

Non ci piove, non fa una grinza. E allora beccati questa a proposito dell’interiorità e dell’animo umano: Sai quanto vale l’orinatoio di Du Champ? Te lo dico io. Ho sbirciato su Wikipedia che scrive: Il prezzo più alto attualmente raggiunto da una replica, edizione o lavoro contenente tracce dell’opera originale, è quello di una delle otto copie che Duchamp fece realizzare nel 1964. Il suo prezzo è pari a 1,7 milioni di dollari, e venne acquistata tramite Sotheby’s nel 1999. Hai capito bene: un pisciatoio, ovvero l’arte è morta, perché in una pisciata non ci può essere ispirazione, ma solo sollievo di sgravarti la vescica, o in un barattolo il prodotto di una (vera?) defecazione, pare infatti che dentro le scatolette numerate ed etichettate di Piero Manzoni ci sia gesso e non cacca di artista. Il contenuto di dubbia origine messo in barattoli di latta dall’artista e conservati nei più importanti musei del mondo assume il suo significato preciso fatto di polemica e critica. Pare che Manzoni avesse voluto polemizzare (giustamente) contro il mondo del mercato dell’arte mettendo in scatola della cacca o del gesso. Pero adesso la cacca rimane, boh! Al posto di Madonne, angeli, guerrieri, nature morte, paesaggi e sbalordenti ritratti di insigni maestri c’è urina e feci e il taglio sulla tela di Fontana, Chiaro il concetto? Ovvero la morte dell’arte, uccisa da chi dell’arte se ne intende, ossia dal mercato, ma non solo da quello, ovvio. Ti risparmio l’evoluzione della definizione di arte nei millenni. Essa ha subito varie modifiche, ampliamenti e correzioni. Giordano Bruno, condannato a morte sul rogo, uno dei primi pensatori a prefigurare idee moderne, disse che: “… la creazione è infinita, non c’è un centro e non ci sono limiti – né Dio né l’uomo – tutto è movimento, dinamismo. Per Giordano Bruno, “esistono tante arti, quanti artisti, introducendo il concetto di originalità dell’artista. L’arte non ha regole, non si apprende, ma viene dall’ispirazione”. Pía Figueroa Co-Direttrice di Pressenza, umanista di lunga data, autrice di numerose monografie e libri. (così lei scrive, tradotta da Annalisa Pensiero ) dice che: Oggi, nel bel mezzo di una grande destrutturazione globale, in un momento in cui impera la coscienza disillusa, dove gli esseri umani non vedono un futuro chiaro, dove crescono l’isolamento e la violenza, gli artisti devono proporci di fare una scelta chiara a favore della vita e di una cultura ispirata da e per il futuro. Torniamo a noi: alla base dell’arte, di qualsiasi arte, c’è l’ispirazione; un impiegato, un postino, un taxista non hanno bisogno di essere ispirati, fanno il loro lavoro e basta, con o senza partecipazione, dipende. Correggimi se sbaglio. Ma un artista no, ha bisogno dell’ispirazione, del, come si diceva una volta, fuoco sacro, che, se canalizzato e reindirizzato, crea l’opera d’arte. Per farlo ha bisogno del combustibile, e cioè dell’ispirazione: Secondo il pensiero greco, un poeta era ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato al di fuori della sua mente, a contatto con i pensieri di Dio. Le divinità che concedevano l’ispirazione erano le Muse, guidate da Apollo. Per i poeti italiani del Dolce stil novo le Muse ispiratrici erano invece le proprie dame, donne trasfigurate in creature angeliche, simbolo di un ideale irraggiungibile per quanto riguarda l’Occidente. L’artista nella sua ispirazione più genuina si sente in dovere di esprimere una sintesi (poetica, in senso lato) della realtà in cui gli tocca vivere, usando il linguaggio della metafora, dell’allegoria o del simbolo. L’ispirazione, quando possiede sufficiente carica affettiva, quando ribolle, quando si sperimenta come un turbamento interiore che si sforza di manifestarsi attraverso la parola, la forma o il colore, i suoni armonici, il corpo, ecc. spiega un particolare stato di coscienza che puó invadere il sogno, l´insogno e la veglia. Così si vive l’esperienza artistica, come un invito ad esprimere un sentimento profondo, accompagnato da un forte impulso a voler essere liberi di creare, di sentirsi trasformati. dice ancora Pía Figueroa. Di cultura e informazione su arte e ispirazione e pensiero creativo, te ne puoi fare quanta ne vuoi. Io dico che l’arte può essere anche protesta, o denuncia, come Guernica e certi murales dimostrano o come quella di Jean-Michel Basquiat, che sconcerta ma coinvolge, oppure le ossessioni psico oniriche di Francis di Bacon che personalmente non ardirei di mettere in soggiorno. O, come diceva Picasso: L’ispirazione esiste, ma deve trovarti già al lavoro. Quello che sostengo io, è che l’arte non è più merce facilmente riscontrabile al giorno d’oggi. Non escono più dalle botteghe del Verrocchio: Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio, Francesco Botticini, …L’Arte non informa più un’intera epoca dell’uomo come ha fatto da noi per il Rinascimento e senza riferirsi a quelle vette probabilmente irripetibili, non è più pane quotidiano condiviso, per constatarlo devi andare nei cimiteri, (reali, come quello di Milano e Genova o di Londra e metaforici che, sempre se nessuno si offende, visto che anch’io sono italiano, sono costituiti dall’intera nostra penisola.) Ovvero tracce, reperti, tutta la nostra bellezza che il mondo ci invidia, ma noi lo sappiamo che ci invidiano? Frutto di una ispirazione morta e sepolta, di un segno creativo inimitabile che prima parlava esclusivamente del sacro e poi dell’uomo nuovo e anche del ricco commerciante delle Fiandre che si autoeleogiava nei suoi ritratti, poi di papi, dogi, re e regine e…, beh lo sai anche te che la lista risulta interminabile, e poi non ha parlato più di nulla l’arte, auto dissoltasi, prova a pensarci. Cosa vai a vedere a Pisa? a Firenze a Urbino e a Siena o a Venezia e a Napoli e Palermo, vai a vedere la colonna spezzata, il marmo corroso, le mura cadenti, il bello, il mito, la grandezza estinta seppur tenuta in vita, ovvero il passato, piazze, chiese, fontane, ponti e statue, a valanga, la bellezza pura o riflessa che si disfa e che tu restauri ma che si disfa ancora, le perfette proporzioni, il genio reinterpretato, in tutte le declinazioni possibili. Ovvero casa nostra, dove abbiamo vissuto per millenni. Si tratta di un dato di fatto, riscontrabile e sotto gli occhi di tutti. Ma facci caso, vai a vedere il Passato, qualcosa che è stato fino a poco tempo fa, e che ci ha resi grandi e unici al mondo.

E che non è più. Come vedi non ho messo immagini, non sapevo cosa e perché metterle. Anzi, no, ci ho ripensato. Una immagine la voglio mettere. Un’ “opera” e il suo artefice che non ha bisogno di presentazioni, mettendo egli la parola FINE al valore e al significato dell’arte.

Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.

eravano padroni del mondo?

Gaio Minucio, ne ebbe sdegno e vergogna…
A 85 anni riceve il Nobel e l’anno dopo, nel novembre del 1903 muore. Con lui scompariva il più grande interprete della grandezza di Roma. Un amore durato tutta la vita per Teodor Mommsen, tedesco dello Schleswig, la cui mole di lavori, fra articoli, memoriali, pubblicazioni (circa mille opere di varia ampiezza) è destinata a siglare una serie di primati inarrivabili, fatti di estenuanti analisi sul campo – aveva setacciato ogni paese del mezzogiorno italiano alla ricerca di indizi, documenti, prove. Ma oggi dove ne trovi un altro così? Con quel materiale aveva poi costruito la sua grandiosa opera storico poetica. Che a ben vedere è una dichiarazione d’amore e di rispetto verso Roma. Un lavoro metodico, diligente, scrupoloso, analitico che componeva con passione intatta decennio dopo decennio, superando difficoltà di ogni genere. La lettura dell’iscrizione di una lapide faceva emergere nuove verità, contribuendo a risolvere ardui problemi di interpretazione ispirando nuove entusiasmanti ricerche. Mommsen era un segugio dal’olfatto sviluppatissimo. Il suo capolavoro, come scrive Vittorio Scialoja nella nota biografica de LA STORIA DI ROMA a cura di Antonio G. Quattrini – Dall’Oglio Editore  è l’opera scientifica. 

Romisches Staatsrecht, insuperato trattato di diritto costituzionale e, in parte amministrativo. Una perfetta esposizione della costituzione di Roma. Insegnante, accademico, ricercatore sul campo insigne. Poeta, traduttore, storico appassionato, la sua prosa, come scrive Vittoria Scialoja è stimata fra le migliori della letteratura germanica. Umbri, Sabelli, Sanniti, Campani, Etruschi, Liguri e infine loro: i Romani. Scandagliati con rara sensibilità e con partecipazione.  Fra le quinte di uno degli imperi più poderosi della storia si muovevano plebei, patrizi, duci, centurioni, senatori e commercianti e infine il soggetto inimitabile, la creazione politica più originale di Roma, quella su cui la repubblica e l’impero, per secoli, avrebbero potuto contare: il cittadino romano, al quale il regno, la repubblica e l’impero dovevano tutto. Onesto, probo, parco e cosciente dei suoi diritti-doveri, nell’ambito di una serie di valori condivisi.

Il cittadino era al centro dello stesso potere, essendone parte integrante. Mi imbarazza dover scegliere, per la cronaca, alcuni esempi fra le migliaia di pagine scritte: A pagina 69 de LA STORIA DI ROMA leggo: Spurio Melio, dovizioso plebeo, in tempo di grande carestia vendette il frumento a un tale prezzo, che il patrizio prefetto dell’annona, un certo Gaio Minucio, ne ebbe sdegno e vergogna. La cosa venne tratta con tutta serietà, perché lo spettro della monarchia ha sempre prodotto sulla moltitudine di Roma l’effetto che produce sulle masse in Inghilterra lo spettro del papato. Beh, c’è davvero da imparare qualcosa di nuovo dal Mommsen, non ti sembra?

in mare c’erano migliaia di dugonghi?

Non è un fotomontaggio, anche se sembra vive davvero. Se c’ è un animale innocuo, inerme, timido e che se ne sta per i fatti suoi, senza dare fastidio a nessuno e di cui manco ti accorgi è proprio il dugongo. Una “roba” vivente buffa e tozza, imparentata con un enorne peluche di stoffa per bambini che vivono su Marte e un aspirapolvere di grande potenza. Se lo guardi bene sembra che sorrida. Mangia erba la mucca del mare, di notte e di giorno, trattandosi di un mammifero marino completamente vegetariano che raggiunge il peso di 500 chili. Non estraneo alle storie e leggende che si raccontano sulle sirene. Le tracce risalgono a circa 6.000 anni fa: i primi resti sono stati individuati nelle zone dell’Akab Island, negli Emirati Arabi. Il mammifero è  imparentato con l’elefante, anche se mister zanna non ha un aspetto né un comportamento simile al dugongo.

Bruca come un autentico erbivoro dragando letteralmente il fondo alla ricerca di erba e alghe. Che poi mastica rumorosamente con i labbroni, ruvidi come lime. Il nostro amico può rimanere senza respirare sei minuti prima di tornare a galla. per prendereo fiato e, se è di buon umore, si esibisce “alzandosi” sulla coda con la testa fuori dall’acqua. I dugonghi trascorrono molto tempo in solitudine o in coppia, anche se a volte si sono avvistati grandi gruppi di un centinaio di individui. Perche parlo al passato? Perche li abbiamo decimati e oggi sono, si fa per dire specie protetta. Le femmine partoriscono un unico cucciolo dopo una gravidanza di dodici mesi, e la madre aiuta il piccolo a salire in superficie per compiere il primo respiro. Il giovane dugongo resta accanto alla madre per circa 18 mesi, facendosi a volte portare in groppa.
In VIRGILIO NOTIZIE il 19-08-2019 12:39 appare la seguente notizia: Addio a Mariam, il dugongo che abbracciò i suoi soccorritori.

Un’infezione causata dai rifiuti di plastica ingeriti ha portato alla morte Mariam, la cucciola di Dugongo che accolse i soccorritori abbracciandoli. Diventata famosa per aver “abbracciato” i soccorritori che erano intervenuti per salvarla, la cucciola di dugongo Mariam purtroppo non ce l’ha fatta. A esserle fatale è stata, in particolare, un’infezione causatale dai rifiuti di plastica ingeriti in acqua che le hanno causato uno shock da cui non si è più ripresa. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione attuati degli operatori del parco marino in cui il giovane esemplare si trovava da qualche mese. A Chaiyapruk Werawong Mariam era stata, infatti, trasferita, dalle acque tailandesi dopo l’abbandono da parte della madre. Il mammifero marino, come ha spiegato il responsabile del parco “è morto per infezione sanguigna e pus allo stomaco”.

E proprio negli organi interni del celebre dugongo sono stati ritrovati rifiuti plastici fra i quali uno lungo oltre 20 cm. Il materiale inquinante ha ostruito il sistema digerente con conseguente infiammazione, come specificato dalla veterinaria Nantarika Chansue. Che poi aggiunge: “Ci ha insegnato come amare, poi se n’è andata chiedendoci per favore di dire a tutti di prenderci cura e conservare la sua specie”. Il dugongo, infatti, è fra gli animali che rischiano l’estinzione e le plastiche in mare sono fra i pericoli letali per la loro sopravvivenza. Ma sai che non riesco nemmeno a commentarla questa notizia? Soprattutto se guardo il video.

cercavi di incontrare il più bravo falsario del mondo?

Falsario per vocazione, istinto, per caso, passione e infine per scelta. La vita di Adolfo Kaminsky, ebreo ashkenazita di origini russe-ucraino-georgiane è un romanzo, al di fuori di ogni enfasi. Meglio dire: un non romanzo, vissuto pericolosamente, capace di colpire per l’immediatezza e il narrare pacato e senza retorica. La cronaca di un’odissea assai movimentata che parte dall’Argentina e giunge ad abbracciare il mondo, una vicenda complessa piena di rischi, oggi “riposa” dietro lo sguardo limpido e pacato di un barbuto vegliardo, ovvero uno dei più grandi falsari del mondo. Con Kaminsky il termine falsario perde la sua connotazione negativa perché le sue carte contraffatte servivano a nascondere e a salvare vite umane. Interminabile l’elenco dei beneficiari del suo intervento. Dagli ebrei sotto il nazismo all’emigrazione clandestina verso Israele dei superstiti dei campi di concentramento, dal sostegno al FLN nella Guerra di Indipendenza algerina alle lotte rivoluzionarie nell’America Latina fino all’opposizione alle dittature di Franco, Salazar e dei Colonnelli greci. Non ultime le guerre di decolonizzazione in Africa e documenti falsi per disertori di soldati americani in Vietnam. Permessi, documenti di ogni sorta, carte d’identità, patenti, compresi i passaporti, anche quelli svizzeri, i più difficili da contraffare, vengono prodotti dalle mani d’oro di Adolfo, che rifiuta di essere compensato per il suo lavoro per poter decidere in libertà se accettare o meno un compito. Tintore prima, poi chimico, infine fotografo di giorno e falsario di notte per lottare contro soprusi e ingiustizie che la storia dissemina lungo il suo corso. Esiste qualche documento che non si può falsificare? Per lui non c’era. Con una ruota di bicicletta mette in piedi una macchina in grado di stampare fino a 30 documenti falsi in un’ora.

E con l’acido lattico riesce a decolorare anche l’indelebile inchiostro Waterman. Tornando al libro si tratta di una vicenda assai movimentata, lunga una vita, narrata dalla figlia Sarah. Una prosa che nulla concede ai colpi di scena, perché ogni pagina ne riserva uno, gli avvenimenti narrati sono privi di enfasi e clamore, come la vita stessa del gran falsario, combattente a oltranza contro ogni ingiustizia. Una prosa che ci fa avvertire la passione di un uomo alle prese con tamponi, inchiostri, decoloranti, liquidi per sviluppo e fissaggio, formule chimiche, alambicchi, carte, colle e strane apparecchiature che servono a produrre i preziosi documenti. Ogni volta che ci sono vite da salvare Adolfo Kaminsky si mobilita; secondo varie prospettive diventa: falsario, partigiano, eroe, traditore, agente segreto, fuorilegge, Mudjaid…e sempre rischiando di suo, perseguendo una idea umanistica e libertaria contro oggi tipo di sopraffazione.

Anche se non condivido le sue idee sul maggio francese e sulle ideologie del ’68 in generale-aveva fornito un passaporto falso per far rientrare Daniel Coh Bendit, espulso dalla Francia- apprezzo comunque quelle su Israele che lui avrebbe voluto laico, aperto e non fondato su religione e individualismo. Io ho letto il libro in francese, in italiano è stato pubblicato da Colla editore

Al proposito scrive Marina Gersony: I documenti di questo «falsario del bene» hanno salvato numerosissime vite, bambini, donne, uomini e anziani. Giorni e notti trascorsi a lavorare nei laboratori improvvisati, clandestini, nascosti o semiufficiali (da una parte l’attività pubblica di fotografo, dall’altra quella segreta di falsario): in solitudine, immerso nell’oscurità a miscelare inchiostri, contraffare, copiare, cancellare, schiarire e scurire, un lavoro certosino di altissima precisione. Con gli occhi che bruciavano e la tensione a mille, sempre con un nodo in gola e la paura di essere scoperto. Solo pochissimi complici fidati erano al corrente, e chissà se poi tutti erano davvero leali in tempi di doppi giochi, spie, agenti segreti camuffati. Neppure i famigliari dovevano sapere, un solo sbaglio avrebbe potuto costargli la vita, quella degli altri  e mettere a repentaglio tutto il lavoro… 

Adolfo racconta di quella volta in cui i nazisti avevano preparato una gigantesca retata che prevedeva lo svuotamento simultaneo entro tre giorni di alcuni istituti per bambini, oltre trecento: «Restare sveglio, il più a lungo possibile. Lottare contro il sonno. Il conto è presto fatto. In un’ora io fabbrico trenta documenti falsi. Se dormo un’ora, muoiono trenta persone. Dopo due notti di lavoro, un lavoro minuzioso e interminabile, l’occhio appiccicato al microscopio, il mio peggior nemico è la fatica. Trattenere il respiro perché la mano non tremi. Fabbricare documenti falsi è un lavoro meticoloso, un vero lavoro di orefice. Più di ogni altra cosa quello che mi fa paura è l’errore tecnico, un dettaglio minimo che possa essermi sfuggito. Un solo secondo di distrazione può rivelarsi fatale, e da ogni documento dipendono la vita o la morte di un essere umano».  

dipingeva sir Frederic Leighton?

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Gli splendori vittoriani nella pittura del grande Frederic Aveva 25 anni quando nel 1855 Frederic Leighton vende un suo dipinto per 600 ghinee. L’acquirente? La regina Vittoria. Da quell’istante l’inarrestabile successo che lo porta a diventare baronetto e pari del regno, anche se per sole 24 ore (morirà il giorno dopo l’investitura per angina pectoris). Lord Frederic Leighton fu pittore raffinato e colto, un gentiluomo che parlava cinque lingue, gran viaggiatore e presidente della prestigiosa Royal Academy of Arts. Si sentiva a suo agio in tutti i salotti londinesi e fu cospicuo il successo della sua pittura presso i contemporanei. La sua pregevole collezione andò dispersa alla sua morte, scrive Giovanni Biglino sul settimanale IL NOSTRO TEMPO…Le sue due sorelle

Alexandra e Augusta non riuscirono a mantenere la proprietà, organizzarono presso Christies una serie di aste, smembrando così una collezione lunga una vita intera. La sua pittura interpreta e descrive un’epoca. Il trionfo dell’impero britannico si riflette nelle atmosfere e nei soggetti che Leighton sa magistralmente creare. E allora sono gli incantevoli ritratti femminili, la serenità della mamma e della sua bimba che le sta porgendo una ciliegia, la compostezza plastica della BACCANTE, lo splendore luminoso di donne con fiori, frutta e canestri intrecciati. Tutto è composto, godibile, equilibrato. I soggetti sono appagati, vivono in una dimensione olimpica, ovattata, irreale. O quasi. C’è la consapevolezza di uno status acquisito, di una ricchezza (anche interiore?) ormai raggiunta. Nei suoi dipinti affiora la nostalgia verso un’età arcadica, l’epoca dell’oro. Una visione idealizzata dove il mito greco romano è padrone. Donne mollemente sdraiate, discinte, molte delle quali nude, oppure avvolte in ampi drappeggi, simili a nuvole di stoffa. Scene di trionfi dove abbondano le corone di alloro, i drappi, le insegne della gloria. Leighton sembra voler rappresentare l’appagamento dello spirito, la sublimazione dei valori della società inglese ottocentesca. In LA LEZIONE DI MUSICA le due figure femminili sono così assorte, alle prese con una lunga mandola, che nulla sembra poterle turbare. E così è per le due giovani che dipanano una matassa di lana sulla riva del mare. L’uomo mitizzato ha spesso sembianze efebiche, si sazia di una gloria maturata altrove, in precedenza. Spesso trasfigurato in pose eroiche, ma molli; è anche il caso del famoso DEDALO E ICARO, pronto per il volo. Fin qui la prima lettura, di questo magnifico arazzo fatto da eroi dalla virilità vellutata, ricco di donne assorte nella delizia di un eden (artificiale?) fatto di appagamento, sontuosità, voluttà. Proviamo a mutare l’angolo di osservazione e una seconda dimensione affiora, inquietante. Nella pittura di Leighton non troveremo mai, per intenderci, l’esplicito e angoscioso ritratto di Ofelia di John Everett Millais del 1852, attratta verso il basso dalla morte. Occorre ricercare verso altre direzioni.

Cosa rappresentano, ad esempio, quei cetacei neri e guizzanti, alle spalle della bagnante nuda sulla spiaggia? Una minaccia emergente dall’inconscio, forse? Così è per il drappo nero, così funereo da apparire premonitore per Icaro, e con la statua di Minerva che volta loro le spalle, così è per IL GIARDINO DELLE ESPERIDI, perse in un paradiso di luce dorata (e di incoscienza?) accosciate sotto l’albero delle mele d’oro; protette o piuttosto prigioniere di un poderoso serpente. Un altro segnale dell’inconscio? Come non rimanere abbagliati dallo splendido e famoso ritratto della giovane dama in nero, vestita da una nuvola di stoffa? Grazia, delicatezza, equilibrio, tutto sembra perfetto, tutto pare suggerire una disposizione dello spirito armonica e equilibrata, in virtù del raggiungimento di una situazione sociale, psicologica appagante. È la perfezione della moda, dell’eleganza, dello stile che trionfano in questa figura intera, dove anche il dettaglio dei guanti e del candido merletto attorno al collo incantano. Davanti a questo quadro sembrano sparire i nostri sospetti, gli indizi di un mondo in procinto di frantumarsi si allontanano. l’inquietudine e i dubbi ritornano, attratti come siamo, dallo sguardo ammaliatore di PAVONIA che ci mostra una

giovane donna con lunghe sopracciglia, dalla chioma spessa e lucente: come non rintracciarvi una delle tormentate creature di Edgar Allan Poe, colta in un momento di serenità? Solo suggestioni, letture e interpretazioni avventate? Può darsi. Ma nell’apollineo paesaggio tratteggiato da Lord Leighton si celano comunque le insidie di un mondo al suo apogeo, le crepe appena visibili eppure reali, di un impero che festeggia i fasti della scienza e dell’etica del lavoro, anche se Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne: LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA: Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e cioè parecchie volte alla settimana e conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe… La sbalorditiva esposizione universale di Londra nell’immenso Crystal Palace del 1851 esprime il tentativo di celebrare le conquiste dell’ingegno e le meraviglie del mondo, fra queste uno smeraldo gigantesco, dono del Maraja indiano. Un catalogo di meraviglie dal futuro incerto. Marx, Freud e i nuovi narratori Stevenson, Hardy e Conrad, con la loro rivoluzionaria e inedita visione del mondo, bussano già alle porte.

accendevi il fuoco nella stufa?

Ti ricordi di quando arrivavano, due volte all’anno, ansanti, sudati, dopo aver fatto cinque piani senza ascensore, scaricando sacchi pieni di legna da ardere e carbone? Ti chiedevi come avessero fatto quegli uomini fatti non di carne, ma di ferro, a scalare la montagna. Non volevano nemmeno un caffè gli uomini forti come l’acciaio, raramente un bicchier d’acqua, dovevano subito correre via per un’altra consegna, tutta la città si scaldava così, stando in cucina, dove c’era la stufa a legna. Senza di loro ci sarebbe stato il gelo. Venivano buttate giù foreste per scaldarti un po’ i piedi. 

Io ero bambino, come te, e ci vedevo del buono, avrei giocato con la legna da ardere. Dovevi pur scaldarti e (volendo) cucinare senza gas, perché il risparmio era assicurato. Ti ricordi quando, nel sottotetto scalavi la montagnola fatta di tocchi di legna ben secchi, fatti di fibre ben compatte, incollate le une alle altre. Ci vedevi una foresta da scalare, un mondo da sondare, una foresta di tronchi sotto i tuoi piedi, che cosa bizzarra. E te la portavano anche in casa, si capisce, pagando. Così  da millenni, il fuoco amico dell’uomo, quando non lo minaccia e lo distrugge. Succedeva quel fenomeno a casa tua, controllato e costretto fra le pareti domestiche. Ma era come fosse la prima volta. Dentro la stufa smaltata. Il vulcano. Non era raro che qualche grassa e lucida larva del legno se ne uscisse dal suo bozzolo, irritata, attorcigliandosi sullo stecco con cui l’avevi tormentata. Il carbone sporcava e costava troppo, soprattutto gli ovuli di coke. Lasciavano quella polvere grassa, sulle mani, sottile e nera. Meglio la legna che faceva quell’odore selvatico di muschio e sottobosco. E delle castagne ti ricordi?

Prima bisognava farci sopra un taglio, badando a non farti male col coltello dalla corta lama. Un lavoro lungo per un piacere breve. E poi:  Tac ciac, cioc! saltavano scoppiettando le castagne nella padella nera coi buchi. Caldarroste! come quelle che vendevano al mercato, sempre bollenti. il mangiare dei poveri diceva tua madre, ma in città  costano un patrimonio. Si abbrunivano gonfiandosi, rivelando la polpa interna, ingiallita dal calore. Ma quanto tempo ci mettevano?! Non sono ancora pronte da mangiare?! No, non lo erano, la ferita sulla buccia coriacea rivelava il contenuto promettente, gustoso, con l’acquolina in bocca te le sentivi già sotto la lingua, attento che scotta! Troppo tardi!  
Non di rado il calore arrostiva anche un intruso, abitatore della polpa, che prima di te gustava quel bendidio e la castagna guasta la gettavi via, rammaricato col suo bruco arrostito, dritta dentro la stufa. Ti ricordi quando facevi pallottole di carta pressata? Più  le pressavi e più la pallottola, grossa come un pugno, resisteva al fuoco. Da tuo nonno ti eri divertito a fare delle vere sfere di carta pressata, che duravano come il legno! Bastava inzupparle d’acqua e pressarle e poi metterle asciugare al sole. Ma non potevi farlo in città. Dove le avresti messe ad asciugare tutte quelle palle? Non c’era spazio sul davanzale! Ti ricordi quando la carta di giornale rattrappiva, si accartocciava, annerendosi, divorata dalla fiamma, dentro la stufa? Fiammifero, pallottola di carta, qualche pezzetto di legno secco, infine il tocco di legno che avvampava, sacrificandosi. Lo vedevi svanire dopo un po’, peccato. Il mini vulcano era in piena attività. Saresti stato ore a fissare quello spettacolo. Sopra la piastra coi cerchi concentrici ci mettevi a scaldare caffè, latte, limonate, c’era sempre acqua pronta a bollire per la pasta. Tè e caffè erano assicurati, subito, a ogni ora del giorno. Dalla stufa veniva fuori un calore che ti piaceva pensare “antico”. Il calore del fuoco del bivacco dei cacciatori che si rifocillano dopo la caccia, o quello dei cow boys, dopo una giornata a governare la mandria, prima di addormentarsi sotto le stelle. Era “quello di una volta” cioè più buono di quello prodotto dai termosifoni o dalla stufa elettrica o a gas.

Ti ricordi dei tubi smaltati, bianchi che scottavano anche loro? Si sporcavano presto, facevano un gran curva sulla parete convogliando fuori i fumi. Di traverso alla stufa, appesa a bacchette di ferro, qualche canottiera, camicie e mutande messe a stendere che subito si asciugavano. Quel fiume di fiamme era autentico, rigorosamente controllato, se liberato avrebbe appiccato incendi alla cucina, al tetto, alle foreste, al mondo intero. Che brivido solo al pensarlo. Bastava non perderlo di vista e tutto andava bene e controllare la sera che tutto fosse a posto e lo sportello ben chiuso. Ti ricordi le fiamme costrette nel ventre della stufa, avevano il potere di ipnotizzarti. Arancioni, rosse, viola e poi ancora gentili, minime, fiammelle appena sprigionate dai fuscelli di legno e poi fiamme, subito virulente, gagliarde, chiarissime e arancioni, capaci di ridurre in braci rosse e grige i tronchi, foreste intere avrebbero divorato il fuoco della stufa riducendole in cenere impalpabile.  Ti piaceva il modo in cui, sfrigolando, le gocce correvano impazzite, sulla piastra rovente a disfarsi. Bizzarramente speravi che no “soffrissero” mentre evaporando e correndo svanivano in niente. Non c’erano il forno a gas, elettrico ne’ tantomeno il microonde. Ti portavi in casa un incendio nel cassetto, il fuoco amico per sopravvivere al gelo. E nelle altre camere? Il gelo appunto, brividi nel sapere che fredde lenzuola ti attendevano, a meno che, non ci fosse lo scaldino, o la borsa dell’acqua calda. Così negli ultimi diecimila anni, te e il fuoco, il resto si sa. Le ciambelle le preparava tuo padre, in pensione, la domenica mattina, le metteva lui a cuocere, era suo quel gran compito. Lui le estraeva dal forno subendo i commenti di tua madreche diceva: troppo cotta, ancora cruda, la marmellata dovevi metterla dentro e non sopra, sopra la marmellata secca! Guarda come è diventata secca. Ti faceva sognare, te, bambino, bambina, quella fiamma gagliarda, la legna che, crepitando si disfaceva, il gran fuoco ti portava lontano con la fantasia, arroventandoti le guance, mentre, ipnotizzato, frugavi nella fucina di un casalingo Vulcano. -Togliti di lì, sta lontano dal fuoco che ti scotti!- diceva tua madre, mentre ti immaginavi la scena: stanco ma soddisfatto, arrivare dalla caccia, aprire la porta, accolto dal garzone, deporre la selvaggina, sfilare la giubba e gli stivali, rifocillarti nella cucina della tua avita dimora di campagna. Attizzare il fuoco del gran camino. Non più  così  da molti anni. Hai sempre pensato che ci fosse del buono nella fiamma. Te che sei così legato alla tradizione e al passato. Ti ricordi di quando fissavi le prime faville? Chiedendo a tua madre di aspettare prima di chiudere lo sportello perché volevi vedere cosa succedeva dentro la stufa. Per intrufolarti in quella caverna incandescente, bianca e gialla, arancione, e rossa dove sicuramente misteriosi mondi paralleli vibravano.  

Charles Darwin acchiappava mosche?

DARWIN  L’ACCHIAPPAMOSCHE
Ha 22 anni quando si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili. Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo. Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri.

Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’ uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore. Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità per altri versi. È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralascio qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Perché è così importante la sua testimonianza? Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, ma per ora non sono ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e a capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione. La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile. Fra le innumerevoli meraviglie annotate

durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601.  (pag 94) Così inizia Charles Darwin nella prima pagina del suo libro: Dopo essere respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo. Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:
Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte ad offrire il più disinteressato aiuto. In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. (quello che ha visto Darwin per noi è ormai perduto da un pezzo).

passava sputacchiando con la sua Indian a tre marce?

Era già così cinquant’anni fa. Non sapete chi è a meno che non abbiate vissuto in borgo Vanchiglia, a Torino, subito dopo la Guerra. Nemmeno io so chi è, se non che si chiamava Emilio e che andava su e giù per borgo Vanchiglia col suo bolide che sfrecciava a quaranta all’ora!

emilio

La sua Indian a tre marce, col cambio a leva, la teneva cara come non mai, in un buco di un cortile in corso San Maurizio con l’acciottolato sempre umido dove spuntava l’erba. La sua Indian color bordò opaco e lui. Inseparabili. Emanazioni di un Tempo che non è più. Sentivo scatarrare la sua marmitta all’inizio della via. Arriva Emilio! Pensavamo in casa. Aveva anche il side car entro cui chiudeva talvolta la moglie. E da vedovo se ne andava in giro col side car vuoto. Gli ho detto un giorno: posso farle una foto? Non ha detto niente, poi ha detto di aspettarlo. È venuto giù dopo un quarto d’ora, abitava in un alloggio di ringhiera che si affacciava al cortile. Con i pantaloni stirati e le scarpe lucide per farsi fare la foto.  Poi si è messo in posa per la foto che sembrava una statua. Mi ha raccontato che una volta si è messo della benzina sul collo per farsi passare il bruciore di una puntura di vespa, che gli era passata sotto la sciarpa e lo aveva punto. Teneva insieme la sua Indian col filo di ferro. Le mani bruciate da benzina e olio motore. Emilio è un reperto, testimone della vita di borgo Vanchiglia, subito dopo la Guerra. Venuto dal nulla, per la mia memoria, e sparito nel nulla. Di tipi così oggi non ce ne sono in circolazione. E di cortilii che odoravano di sapone da bucato e brodo neanche. Nemmeno Salvatore, il gran barbiere siculo, altoparlante del borgo c’è, dalle scarpe lucide come il pavimento di un transatlantico e la madre della Ginetta che mi soffocava di abbracci con le tette grosse come bisacce semisgonfie e nemmeno Francesca, grossa come un armadio, portinaia per vocazione, figlia di Carlo il ciabattino cosmico, gran bestemmiatore di Madonne, che mi aveva onorato per avermi tenuto a battesimo. Più nessuno c’è in borgo Vanchiglia, a Torino.