cercavi di incontrare il più bravo falsario del mondo?

Falsario per vocazione, istinto, per caso, passione e infine per scelta. La vita di Adolfo Kaminsky, ebreo ashkenazita di origini russe-ucraino-georgiane è un romanzo, al di fuori di ogni enfasi. Meglio dire: un non romanzo, vissuto pericolosamente, capace di colpire per l’immediatezza e il narrare pacato e senza retorica. La cronaca di un’odissea assai movimentata che parte dall’Argentina e giunge ad abbracciare il mondo, una vicenda complessa piena di rischi, oggi “riposa” dietro lo sguardo limpido e pacato di un barbuto vegliardo, ovvero uno dei più grandi falsari del mondo. Con Kaminsky il termine falsario perde la sua connotazione negativa perché le sue carte contraffatte servivano a nascondere e a salvare vite umane. Interminabile l’elenco dei beneficiari del suo intervento. Dagli ebrei sotto il nazismo all’emigrazione clandestina verso Israele dei superstiti dei campi di concentramento, dal sostegno al FLN nella Guerra di Indipendenza algerina alle lotte rivoluzionarie nell’America Latina fino all’opposizione alle dittature di Franco, Salazar e dei Colonnelli greci. Non ultime le guerre di decolonizzazione in Africa e documenti falsi per disertori di soldati americani in Vietnam. Permessi, documenti di ogni sorta, carte d’identità, patenti, compresi i passaporti, anche quelli svizzeri, i più difficili da contraffare, vengono prodotti dalle mani d’oro di Adolfo, che rifiuta di essere compensato per il suo lavoro per poter decidere in libertà se accettare o meno un compito. Tintore prima, poi chimico, infine fotografo di giorno e falsario di notte per lottare contro soprusi e ingiustizie che la storia dissemina lungo il suo corso. Esiste qualche documento che non si può falsificare? Per lui non c’era. Con una ruota di bicicletta mette in piedi una macchina in grado di stampare fino a 30 documenti falsi in un’ora.

E con l’acido lattico riesce a decolorare anche l’indelebile inchiostro Waterman. Tornando al libro si tratta di una vicenda assai movimentata, lunga una vita, narrata dalla figlia Sarah. Una prosa che nulla concede ai colpi di scena, perché ogni pagina ne riserva uno, gli avvenimenti narrati sono privi di enfasi e clamore, come la vita stessa del gran falsario, combattente a oltranza contro ogni ingiustizia. Una prosa che ci fa avvertire la passione di un uomo alle prese con tamponi, inchiostri, decoloranti, liquidi per sviluppo e fissaggio, formule chimiche, alambicchi, carte, colle e strane apparecchiature che servono a produrre i preziosi documenti. Ogni volta che ci sono vite da salvare Adolfo Kaminsky si mobilita; secondo varie prospettive diventa: falsario, partigiano, eroe, traditore, agente segreto, fuorilegge, Mudjaid…e sempre rischiando di suo, perseguendo una idea umanistica e libertaria contro oggi tipo di sopraffazione.

Anche se non condivido le sue idee sul maggio francese e sulle ideologie del ’68 in generale-aveva fornito un passaporto falso per far rientrare Daniel Coh Bendit, espulso dalla Francia- apprezzo comunque quelle su Israele che lui avrebbe voluto laico, aperto e non fondato su religione e individualismo. Io ho letto il libro in francese, in italiano è stato pubblicato da Colla editore

Al proposito scrive Marina Gersony: I documenti di questo «falsario del bene» hanno salvato numerosissime vite, bambini, donne, uomini e anziani. Giorni e notti trascorsi a lavorare nei laboratori improvvisati, clandestini, nascosti o semiufficiali (da una parte l’attività pubblica di fotografo, dall’altra quella segreta di falsario): in solitudine, immerso nell’oscurità a miscelare inchiostri, contraffare, copiare, cancellare, schiarire e scurire, un lavoro certosino di altissima precisione. Con gli occhi che bruciavano e la tensione a mille, sempre con un nodo in gola e la paura di essere scoperto. Solo pochissimi complici fidati erano al corrente, e chissà se poi tutti erano davvero leali in tempi di doppi giochi, spie, agenti segreti camuffati. Neppure i famigliari dovevano sapere, un solo sbaglio avrebbe potuto costargli la vita, quella degli altri  e mettere a repentaglio tutto il lavoro… 

Adolfo racconta di quella volta in cui i nazisti avevano preparato una gigantesca retata che prevedeva lo svuotamento simultaneo entro tre giorni di alcuni istituti per bambini, oltre trecento: «Restare sveglio, il più a lungo possibile. Lottare contro il sonno. Il conto è presto fatto. In un’ora io fabbrico trenta documenti falsi. Se dormo un’ora, muoiono trenta persone. Dopo due notti di lavoro, un lavoro minuzioso e interminabile, l’occhio appiccicato al microscopio, il mio peggior nemico è la fatica. Trattenere il respiro perché la mano non tremi. Fabbricare documenti falsi è un lavoro meticoloso, un vero lavoro di orefice. Più di ogni altra cosa quello che mi fa paura è l’errore tecnico, un dettaglio minimo che possa essermi sfuggito. Un solo secondo di distrazione può rivelarsi fatale, e da ogni documento dipendono la vita o la morte di un essere umano».  

dipingeva sir Frederic Leighton?

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Gli splendori vittoriani nella pittura del grande Frederic Aveva 25 anni quando nel 1855 Frederic Leighton vende un suo dipinto per 600 ghinee. L’acquirente? La regina Vittoria. Da quell’istante l’inarrestabile successo che lo porta a diventare baronetto e pari del regno, anche se per sole 24 ore (morirà il giorno dopo l’investitura per angina pectoris). Lord Frederic Leighton fu pittore raffinato e colto, un gentiluomo che parlava cinque lingue, gran viaggiatore e presidente della prestigiosa Royal Academy of Arts. Si sentiva a suo agio in tutti i salotti londinesi e fu cospicuo il successo della sua pittura presso i contemporanei. La sua pregevole collezione andò dispersa alla sua morte, scrive Giovanni Biglino sul settimanale IL NOSTRO TEMPO…Le sue due sorelle

Alexandra e Augusta non riuscirono a mantenere la proprietà, organizzarono presso Christies una serie di aste, smembrando così una collezione lunga una vita intera. La sua pittura interpreta e descrive un’epoca. Il trionfo dell’impero britannico si riflette nelle atmosfere e nei soggetti che Leighton sa magistralmente creare. E allora sono gli incantevoli ritratti femminili, la serenità della mamma e della sua bimba che le sta porgendo una ciliegia, la compostezza plastica della BACCANTE, lo splendore luminoso di donne con fiori, frutta e canestri intrecciati. Tutto è composto, godibile, equilibrato. I soggetti sono appagati, vivono in una dimensione olimpica, ovattata, irreale. O quasi. C’è la consapevolezza di uno status acquisito, di una ricchezza (anche interiore?) ormai raggiunta. Nei suoi dipinti affiora la nostalgia verso un’età arcadica, l’epoca dell’oro. Una visione idealizzata dove il mito greco romano è padrone. Donne mollemente sdraiate, discinte, molte delle quali nude, oppure avvolte in ampi drappeggi, simili a nuvole di stoffa. Scene di trionfi dove abbondano le corone di alloro, i drappi, le insegne della gloria. Leighton sembra voler rappresentare l’appagamento dello spirito, la sublimazione dei valori della società inglese ottocentesca. In LA LEZIONE DI MUSICA le due figure femminili sono così assorte, alle prese con una lunga mandola, che nulla sembra poterle turbare. E così è per le due giovani che dipanano una matassa di lana sulla riva del mare. L’uomo mitizzato ha spesso sembianze efebiche, si sazia di una gloria maturata altrove, in precedenza. Spesso trasfigurato in pose eroiche, ma molli; è anche il caso del famoso DEDALO E ICARO, pronto per il volo. Fin qui la prima lettura, di questo magnifico arazzo fatto da eroi dalla virilità vellutata, ricco di donne assorte nella delizia di un eden (artificiale?) fatto di appagamento, sontuosità, voluttà. Proviamo a mutare l’angolo di osservazione e una seconda dimensione affiora, inquietante. Nella pittura di Leighton non troveremo mai, per intenderci, l’esplicito e angoscioso ritratto di Ofelia di John Everett Millais del 1852, attratta verso il basso dalla morte. Occorre ricercare verso altre direzioni.

Cosa rappresentano, ad esempio, quei cetacei neri e guizzanti, alle spalle della bagnante nuda sulla spiaggia? Una minaccia emergente dall’inconscio, forse? Così è per il drappo nero, così funereo da apparire premonitore per Icaro, e con la statua di Minerva che volta loro le spalle, così è per IL GIARDINO DELLE ESPERIDI, perse in un paradiso di luce dorata (e di incoscienza?) accosciate sotto l’albero delle mele d’oro; protette o piuttosto prigioniere di un poderoso serpente. Un altro segnale dell’inconscio? Come non rimanere abbagliati dallo splendido e famoso ritratto della giovane dama in nero, vestita da una nuvola di stoffa? Grazia, delicatezza, equilibrio, tutto sembra perfetto, tutto pare suggerire una disposizione dello spirito armonica e equilibrata, in virtù del raggiungimento di una situazione sociale, psicologica appagante. È la perfezione della moda, dell’eleganza, dello stile che trionfano in questa figura intera, dove anche il dettaglio dei guanti e del candido merletto attorno al collo incantano. Davanti a questo quadro sembrano sparire i nostri sospetti, gli indizi di un mondo in procinto di frantumarsi si allontanano. l’inquietudine e i dubbi ritornano, attratti come siamo, dallo sguardo ammaliatore di PAVONIA che ci mostra una

giovane donna con lunghe sopracciglia, dalla chioma spessa e lucente: come non rintracciarvi una delle tormentate creature di Edgar Allan Poe, colta in un momento di serenità? Solo suggestioni, letture e interpretazioni avventate? Può darsi. Ma nell’apollineo paesaggio tratteggiato da Lord Leighton si celano comunque le insidie di un mondo al suo apogeo, le crepe appena visibili eppure reali, di un impero che festeggia i fasti della scienza e dell’etica del lavoro, anche se Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne: LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA: Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e cioè parecchie volte alla settimana e conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe… La sbalorditiva esposizione universale di Londra nell’immenso Crystal Palace del 1851 esprime il tentativo di celebrare le conquiste dell’ingegno e le meraviglie del mondo, fra queste uno smeraldo gigantesco, dono del Maraja indiano. Un catalogo di meraviglie dal futuro incerto. Marx, Freud e i nuovi narratori Stevenson, Hardy e Conrad, con la loro rivoluzionaria e inedita visione del mondo, bussano già alle porte.

accendevi il fuoco nella stufa?

Ti ricordi di quando arrivavano, due volte all’anno, ansanti, sudati, dopo aver fatto cinque piani senza ascensore, scaricando sacchi pieni di legna da ardere e carbone? Ti chiedevi come avessero fatto quegli uomini fatti non di carne, ma di ferro, a scalare la montagna. Non volevano nemmeno un caffè gli uomini forti come l’acciaio, raramente un bicchier d’acqua, dovevano subito correre via per un’altra consegna, tutta la città si scaldava così, stando in cucina, dove c’era la stufa a legna. Senza di loro ci sarebbe stato il gelo. Venivano buttate giù foreste per scaldarti un po’ i piedi. 

Io ero bambino, come te, e ci vedevo del buono, avrei giocato con la legna da ardere. Dovevi pur scaldarti e (volendo) cucinare senza gas, perché il risparmio era assicurato. Ti ricordi quando, nel sottotetto scalavi la montagnola fatta di tocchi di legna ben secchi, fatti di fibre ben compatte, incollate le une alle altre. Ci vedevi una foresta da scalare, un mondo da sondare, una foresta di tronchi sotto i tuoi piedi, che cosa bizzarra. E te la portavano anche in casa, si capisce, pagando. Così  da millenni, il fuoco amico dell’uomo, quando non lo minaccia e lo distrugge. Succedeva quel fenomeno a casa tua, controllato e costretto fra le pareti domestiche. Ma era come fosse la prima volta. Dentro la stufa smaltata. Il vulcano. Non era raro che qualche grassa e lucida larva del legno se ne uscisse dal suo bozzolo, irritata, attorcigliandosi sullo stecco con cui l’avevi tormentata. Il carbone sporcava e costava troppo, soprattutto gli ovuli di coke. Lasciavano quella polvere grassa, sulle mani, sottile e nera. Meglio la legna che faceva quell’odore selvatico di muschio e sottobosco. E delle castagne ti ricordi?

Prima bisognava farci sopra un taglio, badando a non farti male col coltello dalla corta lama. Un lavoro lungo per un piacere breve. E poi:  Tac ciac, cioc! saltavano scoppiettando le castagne nella padella nera coi buchi. Caldarroste! come quelle che vendevano al mercato, sempre bollenti. il mangiare dei poveri diceva tua madre, ma in città  costano un patrimonio. Si abbrunivano gonfiandosi, rivelando la polpa interna, ingiallita dal calore. Ma quanto tempo ci mettevano?! Non sono ancora pronte da mangiare?! No, non lo erano, la ferita sulla buccia coriacea rivelava il contenuto promettente, gustoso, con l’acquolina in bocca te le sentivi già sotto la lingua, attento che scotta! Troppo tardi!  
Non di rado il calore arrostiva anche un intruso, abitatore della polpa, che prima di te gustava quel bendidio e la castagna guasta la gettavi via, rammaricato col suo bruco arrostito, dritta dentro la stufa. Ti ricordi quando facevi pallottole di carta pressata? Più  le pressavi e più la pallottola, grossa come un pugno, resisteva al fuoco. Da tuo nonno ti eri divertito a fare delle vere sfere di carta pressata, che duravano come il legno! Bastava inzupparle d’acqua e pressarle e poi metterle asciugare al sole. Ma non potevi farlo in città. Dove le avresti messe ad asciugare tutte quelle palle? Non c’era spazio sul davanzale! Ti ricordi quando la carta di giornale rattrappiva, si accartocciava, annerendosi, divorata dalla fiamma, dentro la stufa? Fiammifero, pallottola di carta, qualche pezzetto di legno secco, infine il tocco di legno che avvampava, sacrificandosi. Lo vedevi svanire dopo un po’, peccato. Il mini vulcano era in piena attività. Saresti stato ore a fissare quello spettacolo. Sopra la piastra coi cerchi concentrici ci mettevi a scaldare caffè, latte, limonate, c’era sempre acqua pronta a bollire per la pasta. Tè e caffè erano assicurati, subito, a ogni ora del giorno. Dalla stufa veniva fuori un calore che ti piaceva pensare “antico”. Il calore del fuoco del bivacco dei cacciatori che si rifocillano dopo la caccia, o quello dei cow boys, dopo una giornata a governare la mandria, prima di addormentarsi sotto le stelle. Era “quello di una volta” cioè più buono di quello prodotto dai termosifoni o dalla stufa elettrica o a gas.

Ti ricordi dei tubi smaltati, bianchi che scottavano anche loro? Si sporcavano presto, facevano un gran curva sulla parete convogliando fuori i fumi. Di traverso alla stufa, appesa a bacchette di ferro, qualche canottiera, camicie e mutande messe a stendere che subito si asciugavano. Quel fiume di fiamme era autentico, rigorosamente controllato, se liberato avrebbe appiccato incendi alla cucina, al tetto, alle foreste, al mondo intero. Che brivido solo al pensarlo. Bastava non perderlo di vista e tutto andava bene e controllare la sera che tutto fosse a posto e lo sportello ben chiuso. Ti ricordi le fiamme costrette nel ventre della stufa, avevano il potere di ipnotizzarti. Arancioni, rosse, viola e poi ancora gentili, minime, fiammelle appena sprigionate dai fuscelli di legno e poi fiamme, subito virulente, gagliarde, chiarissime e arancioni, capaci di ridurre in braci rosse e grige i tronchi, foreste intere avrebbero divorato il fuoco della stufa riducendole in cenere impalpabile.  Ti piaceva il modo in cui, sfrigolando, le gocce correvano impazzite, sulla piastra rovente a disfarsi. Bizzarramente speravi che no “soffrissero” mentre evaporando e correndo svanivano in niente. Non c’erano il forno a gas, elettrico ne’ tantomeno il microonde. Ti portavi in casa un incendio nel cassetto, il fuoco amico per sopravvivere al gelo. E nelle altre camere? Il gelo appunto, brividi nel sapere che fredde lenzuola ti attendevano, a meno che, non ci fosse lo scaldino, o la borsa dell’acqua calda. Così negli ultimi diecimila anni, te e il fuoco, il resto si sa. Le ciambelle le preparava tuo padre, in pensione, la domenica mattina, le metteva lui a cuocere, era suo quel gran compito. Lui le estraeva dal forno subendo i commenti di tua madreche diceva: troppo cotta, ancora cruda, la marmellata dovevi metterla dentro e non sopra, sopra la marmellata secca! Guarda come è diventata secca. Ti faceva sognare, te, bambino, bambina, quella fiamma gagliarda, la legna che, crepitando si disfaceva, il gran fuoco ti portava lontano con la fantasia, arroventandoti le guance, mentre, ipnotizzato, frugavi nella fucina di un casalingo Vulcano. -Togliti di lì, sta lontano dal fuoco che ti scotti!- diceva tua madre, mentre ti immaginavi la scena: stanco ma soddisfatto, arrivare dalla caccia, aprire la porta, accolto dal garzone, deporre la selvaggina, sfilare la giubba e gli stivali, rifocillarti nella cucina della tua avita dimora di campagna. Attizzare il fuoco del gran camino. Non più  così  da molti anni. Hai sempre pensato che ci fosse del buono nella fiamma. Te che sei così legato alla tradizione e al passato. Ti ricordi di quando fissavi le prime faville? Chiedendo a tua madre di aspettare prima di chiudere lo sportello perché volevi vedere cosa succedeva dentro la stufa. Per intrufolarti in quella caverna incandescente, bianca e gialla, arancione, e rossa dove sicuramente misteriosi mondi paralleli vibravano.  

Charles Darwin acchiappava mosche?

DARWIN  L’ACCHIAPPAMOSCHE
Ha 22 anni quando si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili. Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo. Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri.

Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’ uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore. Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità per altri versi. È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralascio qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Perché è così importante la sua testimonianza? Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, ma per ora non sono ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e a capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione. La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile. Fra le innumerevoli meraviglie annotate

durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601.  (pag 94) Così inizia Charles Darwin nella prima pagina del suo libro: Dopo essere respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo. Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:
Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte ad offrire il più disinteressato aiuto. In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. (quello che ha visto Darwin per noi è ormai perduto da un pezzo).

passava sputacchiando con la sua Indian a tre marce?

Era già così cinquant’anni fa. Non sapete chi è a meno che non abbiate vissuto in borgo Vanchiglia, a Torino, subito dopo la Guerra. Nemmeno io so chi è, se non che si chiamava Emilio e che andava su e giù per borgo Vanchiglia col suo bolide che sfrecciava a quaranta all’ora!

emilio

La sua Indian a tre marce, col cambio a leva, la teneva cara come non mai, in un buco di un cortile in corso San Maurizio con l’acciottolato sempre umido dove spuntava l’erba. La sua Indian color bordò opaco e lui. Inseparabili. Emanazioni di un Tempo che non è più. Sentivo scatarrare la sua marmitta all’inizio della via. Arriva Emilio! Pensavamo in casa. Aveva anche il side car entro cui chiudeva talvolta la moglie. E da vedovo se ne andava in giro col side car vuoto. Gli ho detto un giorno: posso farle una foto? Non ha detto niente, poi ha detto di aspettarlo. È venuto giù dopo un quarto d’ora, abitava in un alloggio di ringhiera che si affacciava al cortile. Con i pantaloni stirati e le scarpe lucide per farsi fare la foto.  Poi si è messo in posa per la foto che sembrava una statua. Mi ha raccontato che una volta si è messo della benzina sul collo per farsi passare il bruciore di una puntura di vespa, che gli era passata sotto la sciarpa e lo aveva punto. Teneva insieme la sua Indian col filo di ferro. Le mani bruciate da benzina e olio motore. Emilio è un reperto, testimone della vita di borgo Vanchiglia, subito dopo la Guerra. Venuto dal nulla, per la mia memoria, e sparito nel nulla. Di tipi così oggi non ce ne sono in circolazione. E di cortilii che odoravano di sapone da bucato e brodo neanche. Nemmeno Salvatore, il gran barbiere siculo, altoparlante del borgo c’è, dalle scarpe lucide come il pavimento di un transatlantico e la madre della Ginetta che mi soffocava di abbracci con le tette grosse come bisacce semisgonfie e nemmeno Francesca, grossa come un armadio, portinaia per vocazione, figlia di Carlo il ciabattino cosmico, gran bestemmiatore di Madonne, che mi aveva onorato per avermi tenuto a battesimo. Più nessuno c’è in borgo Vanchiglia, a Torino.

leggevi WOMAN AS DESIGN di Stephen Bayley?

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione (veramente ce n’è solo una, ma basta e avanza): la donna, le sue forme, il suo fascino, il design e il desiderio che suscita il suo corpo che ispira. La sublime e oscura porta di accesso ai piaceri dell’immaginazione, della carne e dello spirito, sino all’ebbrezza della contemplazione della forma pura del corpo femminile. Beh! oggi sono proprio in vena di innalzare un peana!
Donne da mangiare, toccare, sognare, ammirare, adorare e temere. Meglio che mi fermi qua. La donna come forma primigenia. Come archetipo del richiamo e della seduzione. La donna come disegno che ispira per creare forme e costruzioni che la richiamano. Dal fumetto ai super erotici reggiseni e corpetti di neoprene lucido. Sante, statue, dipinte, Madonne, modelle, donne moderne, maliarde e gran matrone, prostitute e pin up.

Fascinose e impagabili! Il tutto racchiuso in un libro spettacolare per ricchezza iconografica e riferimenti.

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Un libro che ti porteresti sempre appresso, con immagini icona a sazietà. Se non pesasse un botto. Da sfogliare ogni volta che ne senti il bisogno. I fianchi di una donna come la bottiglia di Coca Cola. Anche quello trovi. La mistica estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini e il disegno della vagina di una desolante didascalica perfezione. WOMAN AS DESIGN è un libro irriverente, mai volgare, senza pudori capace di mettere in relazione seni, ombelico, delta di Venere e altro ancora che lascio alla tua fervida immaginazione con l’inconscio, con l’architettura, la moda, col desiderio e con la stessa forma del mondo. La donna /forma/sguardo che fa innamorare e ispira la sagoma di radiatori, carrozzerie d’auto, grattacieli e palazzi, che influenza linguaggio, moda e costume; basta guardarsi attorno e sfogliare rotocalchi per rendersene conto. Woman as Design è un lungo e articolato racconto visivo, nella storia e nel costume. Senza pudore e senza reticenze (e senza offese). Contiene numerose meraviglie: dalla scultura di bronzo e alabastro con 15 testicoli di toro alla mastodontica e stupefacente donna guerriero di Volgograd. Dalla conturbante bionda sadomaso che regge un piano di cristallo dell’artista pop Allen Jones alla Venere di Willendorf alla stupenda Raquel Welch vestita di stracci nella pellicola di Don Chaffey.

E poi cè la Psiche di Lord Leighton e anche Marlene Dietrich che si mette il rossetto. Ma ti rendi conto? Come fai a non schiantarti e a non giacere succube del suo fascino tentacolare?! Dalle coppe di champagne a forma di seno di Maria Antonietta (si dice) alla ragazza di Ipanema ispiratrici delle forme sinuose del Teatro Niteroi di Oscar Niemeyer, per non parlare della Gioconda e  dell’Acqua purgativa e della pedicure di Lolita. Lo sguardo della Gioconda e quello di Kate Moss, a confronto, insondabili, misteriose e inquietanti.


La consolazione erotica di una giovane indiana che si trastulla con un grosso tubero. (l’immaginazione non difetta, ma è il modo in cui lo fa!). Un libro ricercato e tuttavia semplice perché tratta di argomenti e soggetti che sono sotto gli occhi di tutti. Un libro che propone collegamenti e suggerisce ipotesi quasi tutte verificabili. E poi gli accessori; molto si parla di reggiseni, poco di mutande, tacchi, cinture e scarpe, pazienza. Un libro “diverso”, quasi didascalico, sicuramente non offensivo e con la lode, che Lodovico Gavazzi, titolare della libreria milanese BOOKS IMPORT ci aveva consigliato.

incontravi Ethan Frome?

Il gigante irraggiungibile e scontroso, che, scendendo dal calesse, poggia le redini sulla groppa concava del suo cavallo baio. Zoppo, rattrappito, era uno che teneva a bada il suo ostico e sfortunato passato, col silenzio e la solitudine e la memoria di un dramma antico. Ethan Frome, ovvero il contadino precocemente invecchiato e senza vocazione, castigato due volte dalla sorte. Alzi la mano chi non conosce questo autentico capolavoro. Edith Wharton, scrittrice americana scrive questo lungo racconto spietato, crudo e duro, che si discosta nettamente dai temi che predilige. Fatto di destini drammaticamente incrociati, indissolubili, di povertà e fatica ingrata, e avvilente, in un paesaggio del New England che non concede nulla alla poesia e al sogno. Al pari dei personaggi che ospita si tratta di un misero villaggio Starkfield, già simbolicamente allusivo con quell’aspro nome, tra avari paesaggi “raggelati” all’interno di un Massachusetts rurale: si legge nell’efficace presentazione di Tommaso Pisanti dell’encomiabile libretto, edito da Newton nella collana tascabili economici. Cento pagine mille lire! Stampato su carta Tambulky nel 1994.

Come scrive la stessa autrice a proposito dello stile volutamente asciutto e spoglio: “l’argomento va trattato in modo secco e sommario, così come la vita s’era sempre presentata a quei personaggi; e qualunque tentativo di elaborare e complicare i loro sentimenti avrebbe necessariamente falsato il tutto”.
A mio avviso la prima attrice di questa tragedia sfiorata e vera protagonista del dramma è Zeena, querula moglie di Ethan: lei tiene le redini del menage a trois, sì, perché c’è anche la sua bella, giovane e fresca parente che la impensierisce, oltre ai vari malanni da Zeena cui si crede afflitta senza rimedio, la cugina Mattie Silver, venuta a casa sua ospite e sguattera, perché non aveva altri parenti, a turbare e ad affascinare il marito Ethan che non ne può più di vivere una vita grama con quella bisbetica zitella di moglie. Ecco, te l’ho già raccontata tutta la storia. Il resto è gia scritto ma il finale fa parte delle insospettabili sorprese che la vita tiene talvolta in serbo per stupirti e confonderti. Faccio silenzio su come va a finire la faccenda per non guastarti la lettura di Ethan Frome da cui è stato tratto un film.

Come scrive l’acuta presentazione dell’opera su Kindle di una storia cupa e indimenticabile, un canto d’amore e di morte, uno specchio perfetto della delusione e sofferenza amorosa patita dalla scrittrice che, solo a quarantacinque anni, visse la sua prima, divampante e inarrestabile passione. Voglio tornare a Zeena, non per il fatto che susciti simpatia, tutt’altro, visto che proprio lei caccia di casa la sua lontana cugina, senza un saluto e senza il becco di un quattrino, ma perché di donne così fatte io ne ho conosciute. Non voglio dire altro per non attirare l’ira dei defunti. Donne come Zeena, la cui sorte riserva come premio-punizione il dover accudire i due amanti virtuali, marito e cugina, per sempre, finché lei avrà forza e lume della ragione. Li terrà sott’occhio, li potrà controllare, sarà questa la sua vittoria, la sua amara rivincita sui due impotenti, imbelli, vince alfine, rinunciando a tutte le sue malattie incurabili che secondo lei la affliggevano. Strano e beffardo destino quello di Zeena, costretta suo malgrado (?) a reggere, padrona e vittima, una vita singolare in cui emergono la maligna gelosia, gli scrupoli stessi e i sensi di colpa di tutta una tradizione di rigido puritanesimo. Zeena li avrà in cura sarà loro infermiera, custode e carceriera fino alla fine dei giorni, nell’incupita domesticità della solitaria e tetra fattoria. Se la figura di Zeena rifugge da esplicite connotazioni diaboliche, certo la sua psicologia deve avere subito un rivoluzionamento estremo. Da vittima per la presunta infedeltà coniugale a carnefice silenziosa e a sua volta vittima. Dall’ultima pagina dell’opera ti leggo: “Parve rimettersi immediatamente quando arrivò la chiamata…Zeena ha avuto il dono della forza di occuparsi di quei due per oltre vent’anni, anche se, prima della disgrazia, era convinta di non avere nemmeno la forza di badare a se stessa.” Nulla di perfido, masochistico e autocompiaciuto nell’animo di Zeena?

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fotografava Mario Ingrosso?

Con la precisione di un analista, attraverso la sensibilità di un vero artista. Mario Ingrosso fotografa e continua a stupire regalandoci emozioni. La sua è una vocazione senza equivoci, espressa attraverso una vita di lavoro dietro macchina fotografica, obiettivi e camera oscura. Molte sue opere provengono dal suo laboratorio di stampa. Astigiano verace e milanese di adozione, i suoi lavori fanno il giro del mondo.

Famosi i suoi volti, divenuti ormai un classico della fotografia reportage. Da Tokyo a New York, da Parigi a Milano, nell’ambito di importanti mostre fotografiche e gallerie, Ingrosso firma opere d’arte, non riusciamo a definire altrimenti certi suoi lavori, che rimarranno nella storia della ritrattistica. Dal bambino con la manina sporca appoggiata a una valigia legata con lo spago, alla stazione di Milano al mediatore di bestiame con la cravatta che intende rifilare diecimila lire a un pastore restio, dal calabrese con la coppola che si vantava di avere un harem sparso per l’Europa al lavoro dei campi a Frusci dove una famiglia sta per essere inghiottita dai covoni di fieno, dal porcello che viene   trascinato per le vie di Pisticci al monello con gli occhi sgranati. are reportage non sono semplici. Occorrono capacità di analisi, sintesi, sensibilità, discrezione e un minimo di sfrontatezza. Tutte doti che i veri reporter posseggono nel loro bagaglio. Nei lavori di Ingrosso c’è qualcosa in più: trama che si fa soggetto autonomo e poi storico. C’è l’introduzione al riarso paesaggio di Pisticci con le sue colline bruciate e la geometrica sequenza di case tutte eguali, e lo svolgimento di un’indagine sempre prudente, che rifiuta effetti speciali.

La realtà così com’è, anzi, com’era, di un’Italia ancestrale, tradizionale nel senso più profondo; c’è la fissità degli sguardi dei villani, sulla soglia delle loro case di Frusci, rotti dalla fatica, quasi mitici, nel richiamo di un tempo sempre eguale a sé stesso e quindi a-storico.  E ancora il caso del dio Vulcano che affiora nell’antro della sua fucina sotto le spoglie di un fabbro – si era a Miglionico nel 1963. Nonna e nipotina che preparano la conserva: e qui lo scatto assume il valore di un ritratto psicologico; ritratto di ambiente, storia, un quadro di relazioni parentali ben definite come per il gruppo di donne di tutte le età sull’uscio sgangherato della loro abitazione. Stanno pulendo peperoni e melanzane. Accadeva nel 1955 in un paesino della Puglia.

I vecchi contadini con la coppola che fanno salotto a Monte Sant’Angelo nel 1963. Volti consumati, sornioni, ricchi di vita trascorsa, pieni di vitalità. poi davanti alle facce scavate nel legno di alcune donne si rimane allibiti. Hanno una forza evocativa potente, che racconta la fatica della carne, lo sforzo sempre uguale, durissimo di vite trascorse sui campi a zappare, seminare, mietere e raccogliere. E intanto i volti diventano come Mario Ingrosso li coglie. Ragnatele di rughe, intagli nel legno, smorfie dignitose che nulla chiedono, e che, se mai, offrono ancora bellezza. Ritratti memorabili di donne del sud, colme di un fascino antico e severo. Le donne di Frusci, Apricena ne sono esempio eloquente. Ingrosso ci fa sentire la loro storia, mostra l’avvenenza nascosta da scialli, foulard e lunghe gonne. Bimbe e donne in età da marito, appoggiate allo stipite corroso della porta e anche vecchie, tutte belle, tutte stupefacenti, interpreti di vite antiche. E poi bambini che si rincorrono per le vie di Pisticci nel 1964 con la macchinetta per lo spray antizanzare. Ma il lavoro di Ingrosso non si esaurisce nelle immagini Vintage. Egli coglie al varco quegli stessi uomini e donne che ora diventano migranti e che affollano con valige e cartoni la stazione centrale di Milano. Ecco dunque la documentazione che si fa storia, ecco i volti smarriti dei terroni del sud che mangiano pane e salame e che introducono valige attraverso i finestrini del treno. Sono gli stessi personaggi che, abbandonate Puglia, Calabria, Basilicata approdano al nord. L’obiettivo di Ingrosso li attendeva alla stazione di Milano per documentare distacco, speranze, ansia, timori di un futuro incerto. I suoi servizi diventano così storia e racconto di sconvolgimenti sociali.  L’immigrazione e la prima rivoluzione industriale partono dai binari della stazione centrale.

Le immagini di Mario Ingrosso lo testimoniano. Non sappiamo se l’uomo che sputa fuoco e che spezza catene sia un immigrato di quelle terre, molto probabilmente sì. Le immagini dei clown del circo Darix Togni risalgono a poco prima la distruzione del circo stesso provocato da un incendio. Fantasmi, testimoni di mondi svaniti Decine sono i servizi realizzati da Mario Ingrosso a documentare luoghi, momenti di festa, processioni e sagre. Al centro c’è sempre l’uomo e il suo ambiente, trattati con eguale sensibilità e rispetto, senza indulgere a effetti speciali o a riprese spettacolari. È la forza della grande fotografia documentario, che preferisce far parlare il soggetto, in tutta la sua originalità. Poi l’obiettivo si è spostato e ha ripreso altri soggetti. Non più la riarsa corona di colline attorno a Pisticci, né l’eterna attesa di muli e asini sulla piazza dei mercati del Sud, ma l’architettura di paesaggi cittadini, industriali e commerciali. Il rigore delle linee, la nuova geometria del disegno creano habitat diversi, realizzati dal vetro cemento, dall’alluminio e dal cristallo. Sono i nuovi paesaggi e il dedalo moderno non privo di suggestione e di eleganza. Qui non si raccoglie fieno, non si va in processione col santo, né i mocciosi giocano per strada, i porcelli non vanno più al macello. Qui domina il futuro senza compromesso.

Il contrasto fra tradizione e modernità, fra dimensione agreste e industriale è stridente, clamoroso. In questi paesaggi, nel loro ambito asettico e formalmente elegante l’uomo viene inghiottito dalla struttura, diventa Questo e altro ancora narra la fotografia di Mario Ingrosso, che si dipana attraverso immagini di straordinaria suggestione ed espressività. Una lezione di stile, di grande fotografia, con servizi che comprendono i raduni dei figli dei fiori e le ricerche dentro gli scheletri delle fabbriche abbandonate del nord. Mario Ingrosso dà lezione di stile.

c’era la grande foresta?

La Grande Foresta

C’è un libro che non mi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Ho trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente piana, ripetitiva quanto mai, e anticipatrice di Faulkner. Mi piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro. A volte certi capolavori, come questo, non se ne conosce il motivo, giacciono inesplorati, lontani dal clamore pubblicitario e dalla gogna o enfasi della critica letteraria, per rilasciare molto tempo dopo un fascino e una crudezza fuori del comune. È il caso de LA GRANDE FORESTA. Sorta di denuncia radicale, attualissima, e condanna senza remissione contro la furia cieca e devastatrice del progresso che sopprimerà creature uniche come il cane, l’orso primordiale e il loro ambiente. Decisamente attuale, non ti pare?


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tutti parlavano del bosone di Dio?

Cosa c’entra Dio col bosone di Higgs? Questo è un post Lettera postuma aperta, indirizzata all’illustre defunta Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale e Dama di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, e a tutti coloro che la pensano come lei.
Gentile Signora, giochiamo pure con le battute a effetto, come in una sua intervista a proposito del bosone di  Peter Higgs.  Non costa nulla e ci si fa un po’ di spirito. Secondo lei i fisici hanno trovato Dio. Bene. La particella divina si è fatta scovare, finalmente! e così l’origine della materia ha dunque un volto. Ne siamo felici. Non sapevamo che Dio fosse dietro l’angolo anche se ci sono voluti decenni di ricerca, studi ed elaborate teorie.  Che lei non creda in Dio pazienza, sarebbe stata un’ottima testimonial per coniugare scienza e fede, considerati i suoi interessi extrascientifici. Nel suo ultimo intervento tuttavia c’è qualcosa che mi urta. E considerata la notorietà di cui lei ha goduto, qualche anima candida può davvero pensare che Dio si celi in una particella. Può anche essere, ma almeno non confondiamo sacro e profano.  Dio è in ogni cosa, luogo e anche nelle creature che lo negano. Porti pazienza. Tuttavia, gli studi sull’origine della materia non conducono a Dio ma alle cose e agli uomini. Forse questo va chiarito. A meno che non si vogliano mescolare fave con patate. L’equivoco evidentemente continua. Quindi, tanto per puntualizzare, non mi pare il caso di tirare in ballo Dio, sempre se Dio esiste.

Non ce ne voglia la dottoressa Hack. Ci auguriamo che questa scoperta possa aiutare la diagnostica in medicina perché se servisse solo a far funzionare meglio telefonini e i pod. –come ha detto lei- beh, allora…I miei sospetti erano fondati Non c’è niente di certo a proposito del Bosone. Vediamo se nel 2015 gli scienziati saranno in grado di confermare – perché ora c’è bisogno di un po’ di anni per avere la conferma della scoperta – che quella particella è effettivamente il Bosone di Higgs con delucidazioni varie per farci capire come funziona, oppure se dovranno molto umilmente riconoscere, – in barba alla scientificità – come nel caso dei neutrini, che la spina elettrica della macchina del CERN di Ginevra era difettosa….

Io iscriverei le smanie degli scienziati ed in particolare quelle della illustre prof. Hack, non ce ne voglia chi ne coltiva la memoria, nel desiderium naturale videndi Deum (cfr. Summa theologiae, I-II, q. 3, a. 8). Dice molto bene il filosofo e teologo Tommaso: “Ora, dal momento che l’intelletto umano, conoscendo la natura di un effetto creato, arriva a conoscere solo l’esistenza di Dio, la perfezione da esso conseguita non è tale da raggiungere veramente la causa prima, ma rimane ancora il desiderio naturale di indagarne la natura. Quindi l’uomo non è perfettamente felice. Per la felicità perfetta si richiede dunque che l’intelletto raggiunga l’essenza stessa della causa prima. E così esso avrà la sua perfezione unendosi a Dio come al suo oggetto”. L’uomo, lo vogliamo o no, lo esprima in un modo o in un altro, lo neghi ostinatamente in nome dell’ateismo, è preda di questa inquietudine che è il desiderio di ritrovare pienamente sé stesso in colui che è la sua causa prima e il suo archetipo, giacché ad immagine e somiglianza di Lui è creato. Del resto abbiamo sempre l’alternativa di credere che siamo figli del caos, della probabilita e della statistica ovvero di un brodo primordiale sollecitato dalla luce e fagocitato dal Tempo. Con un discorso di carattere diverso potremmo dire che l’uomo inquieto viandante ma anche straniero su questa terra è sempre alla ricerca della propria casa e del proprio Padre in cui scopre il disegno di amore intelligente che abbraccia e invade l’universo. Il voler escludere Dio A PRIORI dalla ricerca scientifica è davvero una lotta impossibile perché quanto più ci si addentra nei meandri del creato tanto più si ha a che fare con la sua amorevole perfezione e le categorie pseudoscientifiche inventate per giustificare i problemi insorgenti in una visione laicista si colorano di assurdo. A questo proposito basta riflettere sull’importanza data al “caso” e all’evoluzione nelle varie discipline scientifiche. 

Siamo certi che anche i desideri tutt’ora frustrati dei nostri scienziati di trovare la causa e quindi la spiegazione di tutto avranno un giorno piena soddisfazione se avranno quel tanto di onestà e umiltà per sottomettersi alla verità evidente delle cose. Senza giudicare le intenzioni nutrite dalla  prof. Hack mi sentirei di affermare che le sua prospettive  sono davvero limitate  e che si accontenta di poco, se riesce a trovare la spiegazione di tutto in una particella misteriosa che gli scienziati veri definiscono non “Particella di Dio” –  in realtà questo nome è semplicemente una censura del nome originale  – ma “particella maledetta”… perché non si riesce a misurare…Buon lavoro professoressa e non smetta di cercare magari ripensando a quello che disse una volta un suo illustre collega:  “La religione senza la scienza è cieca, la scienza senza la religione è zoppa” (A. Einstein). Ma temo che l’illustre scienziata non possa darmi alcun riscontro visto che è deceduta da anni.

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