tenevano bottega sulla tua via?

F come ferro. ferramenta, fabbro, ferraiolo, fabbro ferraio, fucina. Dicesi fabbro: Questo termine designa, da solo, in italiano l’artefice del ferro o “fabbro ferraio”, ma in latino, da cui la voce deriva, faber è seguito di solito da un epiteto che designa sia la materia lavorata (faber aerarius; argentarius; eborarius; ferrarius;… scrive nostra sorella Treccani. Ma quelli che tenevano bottega nei paesi e facevano, da veri maestri artigiani, gran lavori in ferro battuto non ci sono più. Spariti dall’orizzonte, surclassati dalla macchina che produce lavori tutti uguali, tutti perfetti, tutti anonimi. Ringhiere, cancelli, treppiedi, mensole, grate, scale e quant’altro in ferro, non recano più l’impronta artigiana, ma la matrice industriale. Taluni riemergono, oggi, un po’ qua, un po’ là, riesumando e portando avanti una perizia che data secoli, una passione antica legata a belle immagini e al mito di Vulcano.

Il ferro ha un fascino unico, per lavorarlo occorre tenacia, esperienza e fantasia oltre alla forza necessaria per modellarlo. Io l’ho sempre amato, e ho imparato a maneggiarlo quando ero poco più di uno sbarbatello, in quelle grandi scuole di avviamento professionale, alunno apprendista all’istituto che sfornava tecnici per l’industria degli anni Sessanta. Quelli che vivono ancora nella mia memoria non erano veri fabbri ma serramentisti perché già negli anni Cinquanta i fabbri erano pochi e in via di sparizione. C’erano le macchine a sostituirli. Li rammento tagliare, segare, saldare con le bombole di ossigeno e acetilene barre, tondini, profilati, lamiera. Sarei stato ore a vederli all’opera e non erano nemmeno dei veri fabbri.

L’antro dei nipoti di Vulcano con il camino e il fuoco bianco e giallo che costringeva il ferro a materia lavorabile arroventata non c’era più da un pezzo. Senza il fabbro non aprivi porte e finestre, rimanevi senza tavolo e sedie, te ne stavi fuori casa, come un allocco, perché avevi appena perso le chiavi e quindi c’era la serratura da cambiare se volevi entrare in casa. i pensavano loro a darti una mano. Erano, o sono ancora oggi, ma in misura e di tenore assai diverso e meno significativo di un tempo gli artigiani del ferro. Ti ricordi che c’erano i fratelli Renna nella tua via? Stavano in via degli Artisti che è una parallela di corso San Maurizio, a Torino. Nella casa di fianco alla tua; dalla loro bottega spoglia usciva l’odore delle barre e lamiera di ferro, della mola smeriglio che sprizzava scintille mentre mordeva il metallo, del liquido refrigerante che sembrava latte mentre i denti della sega circolare tagliavano a misura, e i trucioli che si attorcigliavano, non sembravano ferro ma argento, e poi l’odore dolciastro mentre saldavano con gli elettrodi o col cannello a ossiacetilene, portando a misura barre di ferro e profilati per fabbricare telai di finestre e ringhiere di balconi. Il ferro battuto avevano smesso di trattarlo da tempo, conservavano comunque un poderoso incudine per i lavori correnti, che avevano portato dal loro paese: eredità del loro padre che lui sì, in meridione, ancora aveva lavorato il ferro a mano. Loro no, erano già fabbri moderni, e della lavorazione artigianale paterna avevano conservato il ricordo e quel massiccio incudine. I loro lavori erano sicuramente meno artistici di un tempo; a fabbri moderni in quel periodo nessuno chiedeva di cimentarsi con lavori in ferro battuto. Ti ricordi quando te ne stavi a lungo, davanti alla loro vetrina, affascinato ad ammirarli, al lavoro, loro sapevano trattarlo il ferro, con gli spessi guanti di cuoio, costringendolo a saldarsi con altro ferro in determinati punti, mentre la fiamma ossidrica arroventava la zona che poi rosseggiava, come se il metallo si stesse a poco a poco calmando. Ben poco era rimasto delle vecchie lavorazioni, ma quel poco ancora ti attirava.

E oggi? I fratelli Renna hanno chiuso bottega, han fatto i soldi e costruito una meritata posizione, sono tornati al loro paese d’origine. Immigrati come noi, avevano capito di cosa c’era bisogno allora nelle case. Oggi se hai quelle necessità puoi provare su internet, puoi cercarne uno on line, la ferramenta c’è ancora, ma vende solo prodotti, chi lavora il ferro te lo devi cercare, e spiegargli cosa vuoi. Auguri.

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nessuno conosceva l’Osceno Cosmico? (3)

Metto da parte l’ultimo degradante teatrino della storia americana (assalto a Capitol Hill) sul quale non c’è stato alcun commento rilevante della superstite intellighenzia (?) europea, distrattta a seguire l’evolversi della pandemia. Tratterò di un tema sottovalutato o semplicemente messo sotto il tappeto, come la polvere. Ovvero lo spirito cristiano o meglio i suoi brandelli mistificati che languono oltreoceano. Non spaventarti, non si tratta di un post emicranioso o mistico. Già con quel mattacchione di Ron Hubbard e il suo Scientology si è sfiorato il delinquenziale, ma, con la teoria dei tele evangelisti che tuttora imperversa, così si chiamano oltreoceano, si raggiunge e supera il blasfemo e il repellente. La desolazione offerta dalla rete stampa un pugno in viso. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere. Se sei troppo sensibilete ti sconsiglio di vedere i video su you tube, non dispongo di antidoti adeguati per il dopo video. Follia? Furbizia? Azione protratta tesa al turpe utilizzo di un brand super gettonato e di altissimo contenuto: Dio, condito con la politica spettacolo, anche. Tutto mescolato insieme, in un pastone indigesto. Potrei accontentarmi di dire che questi individui sono burloni, deliranti profeti dediti al lucro, così tutto finisce lì. E invece nella terra di Wonder Woman e Billy the Kid succede che decine di milioni di persone, sì, hai capito bene, li seguono, li finanziano, li osannano e li temono (?) pregando, salmodiando e facendo avanspettacolo con loro. Individui logorroici dallo sguardo terrificante e dal conto in banca stratosferico. Sono i tele evangelisti, arrivano dalla profondità del pensiero americano andato in malora. Eppure una volta c’era l’America coi suoi possenti e presunti miti di riscatto morale e sociale. I Televangelisti muovono centinaia di milioni di dollari, viaggiano sui loro jet privati, posseggono residenze e tenute da favola, arroganti e pericolosi, sono una riserva di voti ghiotta e influenzano le masse. Hanno sepolto Dio e suo figlio, fingendo di tesserne le lodi. Fenomeno prettamente statunitense. L’Osceno Cosmico in loro trova una delle sue manifestazioni più eclatanti. Se hai tempo di leggere LA VIA DEL TABACCO dell’americano Erskine Caldwell ci troverai la loro capostipite, una erotomane invasata predicatrice senza naso. Passo e chiudo.

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non esisteva l’Osceno Cosmico? (2)

Fioriscono come i funghi, un po’ qua, un po’ là, dove meno te l’aspetti. Sono diretta espressione di potenza creatrice posticcia ovvero fasulla. Aspiranti Michelangelo, devoti al Bernini, seguaci di Rodin fabbricano sculture, erigono statue. E allora? Che c’è di male? Dirai tu. Nulla, il fatto è che poi le espongono, con la connivenza di amministrazioni comunali acefale, queste ultime per il desiderio di commemorare, celebrare, ricordare, inaugurare commissionano aborti a profusione, senza averne sentore. Gli illustri beneficiari sono Manuela Arcuri, Gabriele D’annunzio, Domenico Modugno, una scarpa, un grappolo d’uva, il Parmigiano, una oliva, eccetera. Sì, hai capito bene. Coraggio! Siamo alla seconda puntata dell’Osceno Cosmico. Vai a leggere quello che scrive FINESTRE SULL’ARTE. rivista d’arte antica e contemporanea. E se le prendessimo a sassate? Se le abbattessimo, come la rivista propone? Sono manufatti fastidiosi che impediscono la vista, offendono il buon gusto, e non hanno nemmeno la carica provocatoria di Duchamp, Piero Manzoni, Cattelan. Vengo al dunque: chiunque può sentirsi Canova o Bistolfi, alla fine sono affari suoi, ma il fatto è che poi queste degnissime persone espongono il loro parto invece di tenerlo accuratamente celato alla vista. Perché? Perché offende. E perché offende? Perché trattasi di tentativi che non raggiungono il livello di mediocrità, esposte in pubblico, e che nulla hanno a che fare con la vera ispirazione artistica.

Esse vanno ad alimentare l’Osceno Cosmico italico e, ahimé! immagino che si sia pure pagato artista e allestimento. Parlo anche con te, che sei dell’amministrazione pubblica di città e paesi. Hai mai consultato, così, anche solo per svago, un opuscolo, un depliant sull’arte? O anche solo una cartolina. Lì qualcosa lo impari. Ho conosciuto sindaci e assessori che privilegiavano la Fiera del bue grasso e l’esposizione di lavori di dilettanti pittori della domenica, anteponendola alla promozione di vere opere d’arte, ricordo anche che c’entrava l’appartenenza politica (con tutto rispetto dovuto al bue grasso!) Ma questo è un altro discorso che magari riprenderò.
Al prossimo post sull’Osceno Cosmico, e mi raccomando di tenerti forte, lì sì che l’orrido trionfa perché c’entra lo spirito, anche se si tratta di spirito americano, cioè precario e fortemente adulterato.

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ogni libro era una scoperta?

È il caso di Giuman pubblicato da Solfanelli Editore nel 1989. Nella collana il Voltaluna a cura di Oreste del Buono e Lucio D’Arcangelo. Traduzione e introduzione sono di Maurizio Enoch. Un libro che chiamerei diverso. Perché diverso? Perché, oltre a farci scoprire la prosa di Prosper Mérimée, l’inventore della novella francese, ovvero del lungo racconto dell’Ottocento, ti suggerisce l’idea di quando e come gli editori facessero con gusto e passione il loro lavoro, un tempo, offrendoti una “chicca” dal sapore semi artigianale, quasi un pezzo unico fatto a mano, a partire dalla carta, dall’illustrazione di copertina, dalla nitidezza del carattere e dalla buona impaginazione. Ma non indulgiamo al fanatismo nel lodare libri così, il cui contenuto merita ancora altri elogi. Le prime righe dell’ottima introduzione parlano di una tastiera: “Mérimée ne touche que huit nots de son piano”, il giudizio ambiguo è di Stendhal, suo amico (un poco invidioso) perché impossibilitato a imitare la vita brillante e mondana, riservata a pochi autentici dandy dell’epoca, quella appunto a cui aderiva Prosper Mérimée. Nei Ricordi di Egotismo, Stendhal scrisse: “Costui aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi, piccoli e vacui, avevano sempre la solita espressione, di cattiveria”. Malgrado la prima impressione, Mérimée e Stendhal furono grandi amici per 21 anni, ossia fino alla morte del secondo. La parte mai volutamente (?) suonata della tastiera, secondo il comune parere dei critici corrisponde a un misto di freddezza, impassibilità, superficialità e acume tutte caratteristiche riscontrabili nelle sue pagine. Ma è davvero così? Mérimée nella sua scrittura, svelando le pure forze meccaniche dell’esistenza umana, passioni e avventure comprese, finisce per sacrificare la poesia che non risulta mai frutto di una osservazione distaccata come la sua bensì il frutto di compartecipazione al dramma o alla passione descritta. E per questo Mérimée sarebbe inferiore ad altri, come ad esempio a Stendhal? Io non lo credo, affatto. È come dire: a me piace il minestrone e non la pasta, ma il minestrone non è la pasta, non so se mi spiego. A volte i critici dovrebbero smetterla di affibiare etichette. Mérimée è lo scettico Mérimée, non si chiama Fyodor Mikhailovich Dostoevsky con la sua umanissima deteriore passione per il gioco d’azzardo, e nemmeno Henry Miller che ci fa sentire tutto lo sfascio e il personale disgusto per la neonata american way of life. Una scrittura asciutta, non indugiante, priva di fronzoli emotivi che rispecchiano il distacco dell’autore, priva di compromessi con le sue emozioni, l’autore non si dilunga in commenti sui fatti narrati, il suo stile è sobrio fino all’aridità. Domanda: perche mai dovrebbe assomigliare ad altri? Per cosa lo si critica? Nell’essere un perfezionista che non vuole apparire soggettivamente coinvolto nelle sue opere? È semplicemente un non emotivamente coinvolto, vuoi per carattere, vuoi per scelta. Nella scrittura alzi la mano chi trova difettoso o esecrabile o mancante di sensibilità chi privilegia trama, azione e non indulge al commento personale su situazioni e personaggi, sopprimendo ogni aderenza personale alle vicende narrate. Per questo si parla di carenza? Pare che ci sia ancora nell’aria la querelle su Mérimée cinico, insensibile e disilluso. Se Mérimée non voleva far emergere la parte buia della tastiera, corrispondenti alle tracce di una scrittura immediata e frutto di spontaneità, dove sta il problema? Mérimée non puo essere Tolstoi o Dostevsky, nemmeno Louis Ferdinand Auguste Destouches o Gide, o Henry Miller, il cui ego si affaccia prepotente e invasivo nelle loro pagine. I critici, essendo scrittori mancati, dovrebbero spesso fare professione di modestia e non instaurare una scala di valori basata sui giudizi: più grande, meno grande, distaccato, emotivo ha più o meno sensibilità, peccato che sia arido, eccetera. Amo il modo di scrivere di Prosper Mérimée che ci fornisce un saggio della sua bravura con brani come questo, tratto da Giuman: “…D’un tratto un grosso rigurgito di melma bluastra si levò dal pozzo, e da quella melma sorse la testa d’un enorme serpente, d’un livido grigio, con occhi fosforescenti… Involontariamente feci un sobbalzo all’indietro; intesi un piccolo grido e il rumore di un corpo che cadeva di peso nell’acqua… Quando riabbassai gli occhi, forse dopo un decimo di secondo, vidi lo stregone solo sul bordo del pozzo, dove l’acqua ancora gorgogliava. Tra i frantumi della pellicola iridata galleggiava il fazzoletto che copriva i capelli della bambina… Vuoi sapere qualcosa in più sulla bambina? “…Aveva occhi belli come non ne avevo mai visti, ed i capelli cadevano sulle spalle in minute trecce racchiuse da monetine, che faceva tintinnare scuotendo graziosamente il capo. Era vestita con più ricercatezza della maggior parte delle ragazze del paese: un fazzoletto di seta d’oro sulla testa, un corpetto di velluto ricamato, pantaloni corti di raso turchino che lasciavano intravedere gambe nude e cinte di anelli d’argento. Non un velo sul volto…”

Lancio un sasso in piccionaia: Ho trovato LA CERTOSA DI PARMA del suo amico Stendhal, noioso e arzigogolato, è un delitto? E pensa che l’rditore gli aveva imposto di tagliare trecento pagine del finale! Ma io sono solo un lettore, non un critico. Mentre mi piacciono le ultime osservazioni dell’aletta dell’ultima di copertina di Giuman che recitano: “simili prove narrative, d’una misura laconicamente perfetta, che dopo l’esposizione di un dramma risolvono nel mot d’esprit, appaiono infine come ostentati paradigmi di un animo profondamente assorto e cosciente del proprio scetticismo come unica possibile visione del reale. Non sono d’accordo solo su una parola: ostentati. Vai a leggerti Il vicolo di Madama Lucrezia e La camera azzurra: due gialli perfetti e inimitabili, se non è arte al massimo livello la loro io sono un dugongo.

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c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

c’era l’esotismo? (2)

Sul contenuto del post di Paolo Novaresio del primo febbraio non ci sono dubbi. Svela e precisa alcune cose che io stessa ho provato nei miei numerosi viaggi di lavoro e piacere. La passione per l’esotismo è una malattia come un’altra che produce danni colaterali, quelli elencati da Paolo Novaresio. Tutto vero quello che lui dice, compresa l’amarezza e il ritorno al nostro quotidiano da cui pensavamo di uscire senza pagare il conto. Ma c’è un ma. Ovvero l’altra faccia della medaglia. L’esotismo vero e il fascino che sprigiona l’esotico è solo una conseguenza, la coda di un gigantesco caimano che si annida nel nostro iper protetto e presuntuoso presente e nel futuro high tech. Ovvero ci richiama a quello che siamo o dovremmo essere: uomini.

I postumi della malattia dell’esotico di chi viaggia veramente (non da turista) ma da curioso scopritore di realtà alternative o meglio, complementari alla nostra, sono dettagli trascurabili. Il mondo a due se non a tre velocità esiste davvero e noi apparteniamo al primo, quello più veloce, e rischioso, quello che ci fa camminare sull’orlo dell’abisso. Apocalittico? Nemmeno poi tanto. Lo dicono scienziati, ecologisti e molti altri. Il mondo pattumiera è la nostra attuale realtà, ma non divaghiamo. Il nostro mondo ha bisogno di antidoti, lascio perdere la parola spirituale, perché oggi farebbe ridere, non pretendo tanto. La svolta verde americana si tradurrà veramente in realtà? Ciò che io sostengo è che l’esotismo, compresi i suoi sopportabili danni collaterali ci serve, è indispensabile, comprese zanzare, caldo asfissiante e mercatini stantii etichettati come etici. Non voglio alzare un peana al Terzo Mondo, sarei sciocca, dico solo che I NUTRIMENTI TERRESTRI di André Gide fa più che mai testo, vai a rileggerlo. E con quell’opera quelle di Conrad, London, Faulkner e Chatwin. Loro avevano intuito il valore dell’esotico, in quanto opposto ai nostri alberi e alla nostra vita di plastica. In qualche luogo, quello che piace a te e che sicuramente dopo un po’ ti annoierà, esiste ancora la via di fuga, se l’Esotico sparisse, quello autentico, che ha sperimentato Novaresio, per capirci, avremmo perso ogni riferimento e allora saremmo davvero perduti.
Elisa Barbieri

l’espressione “disagio psichico” era sconosciuta?

Daniele Corbo è un blogger al quale piacciono i miei post. Confortante! Curiosando nel suo sito di ORME SVELATE rilevo una realtà dolorosa, difficile e in costante espansione: il disagio psichico, dalle forme lievi a quelle più gravi e patologiche. Chiederò a Daniele Corbo lumi sulla situazione che lui ben conosce. Per ora riservo il post odierno al suo appello e alla sua lodevole iniziativa. Nella terra in cui risiedo questo problema è assai sentito; di mental health si occupa anche attivamente il principe William.

Il disturbo borderline di personalità, o BPD, è il disturbo di personalità più comune in Australia, che colpisce fino al 5% della popolazione, e i ricercatori della Flinders University avvertono che è necessario fare di più per soddisfare queste elevate esigenze dei pazienti. Un nuovo studio nel Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing (Wiley) descrive come le persone con BPD stiano diventando più informate sul disturbo e sui trattamenti disponibili, ma potrebbero trovare difficile trovare un aiuto basato sull’evidenza per i loro sintomi. I ricercatori psichiatrici del sud Australia avvertono che questi servizi sono limitati dallo stigma all’interno dei servizi sanitari e da parte degli operatori sanitari, con finanziamenti inadeguati per i trattamenti BPD e le politiche sanitarie generali che lasciano i pazienti in difficoltà per trovare un aiuto appropriato. Il sondaggio di 75 domande di Lived Experience Australia su oltre 500 pazienti nel 2011 e nel 2017 ha rilevato che molte persone con BPD spesso sperimentano un disagio significativo nelle loro vite personali e hanno a che fare con i dipartimenti di salute mentale e di emergenza della comunità nel sistema sanitario. Mentre il pubblico in generale sta diventando più consapevole della BPD, c’è ancora molto stigma, insieme ai pregiudizi del medico e della ricerca, che complicano questa situazione.

La BPD è tipicamente caratterizzata da instabilità nel senso di sé, nelle relazioni personali, negli obiettivi e nell’espressione di emozioni e sentimenti di una persona, nonché comportamento impulsivo, assunzione di rischi ed esplosioni di rabbia o ostilità intensa. Tuttavia una persona non ha bisogno di mostrare tutti questi segni per avere una diagnosi di BPD. Le persone con BPD possono anche sperimentare altri disturbi, come la depressione maggiore, che richiedono anche un trattamento mirato e basato sull’evidenza. Mentre si pensa comunemente che la BPD sia incurabile, gli esperti dicono che la BPD è in realtà molto reattiva a trattamenti efficaci, principalmente psicoterapie tra cui la terapia comportamentale dialettica o DBT. Alcuni professionisti della salute riconoscono le carenze nell’accesso al DBT e ad altre terapie basate sull’evidenza per trattare il disturbo. La mancanza di interventi per il disturbo borderline di personalità grave porta a molta pressione extra sui servizi ospedalieri di emergenza, per non parlare della sofferenza mentre i consumatori aspettano un possibile 12-18 mesi per cure adeguate nel sistema pubblico. I sussidi pubblici per servizi specializzati e autonomi focalizzati sulla BPD nel settore privato con un riferimento a uno psichiatra sarebbero un buon punto di partenza per migliorare i servizi in Australia. Nel frattempo, più infermieri di salute mentale e altri professionisti sanitari possono supportare i servizi di prima linea applicando le linee guida BPD NHMRC nella pratica clinica, conclude la ricerca. È stato molto piacevole vedere più persone nel sondaggio del 2017 che mostrano un maggiore riconoscimento dei loro sintomi e disponibilità a chiedere aiuto. Avvicinarsi alle persone con BPD senza stigma e con una solida comprensione dei trattamenti basati sull’evidenza può aiutarli a riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo più efficace.
Daniele Corbo

Siamo un gruppo di persone variegato, con varie sensibilità, provenienti da diversi mondi professionali. Ciò che ci unisce è soprattutto il desiderio di aiutare chi si trova in una condizione di difficoltà e disagio, permanente o momentanea. La nostra attività si svolge a Parma e provincia ed al momento è quella di ascolto e vicinanza rispetto a coloro che nella loro difficoltà si trovano anche soli moralmente, psicologicamente ed emotivamente. Riceviamo due giorni a settimana e chi vuole può contattarci e prendere un appuntamento per conoscerci e capire se può essere accompagnato da noi verso un percorso che porti a svelare le orme da seguire per raggiungere la serenità. Aspettiamo un dono di condivisione del dolore….

COME AIUTARCI: Anche il minimo aiuto per noi fa la differenza.

Il tuo contributo serve ad alimentare il nostro entusiasmo nell’aiutare chi è invischiato nella rete del dolore e dello stigma del disagio psichico e a cambiare la cultura ancora diffusa di pregiudizio sulla malattia mentale. Attualmente non riusciamo a sostenere i costi per una sede tutta nostra, ma usufruiamo di locali in diverse parrocchie di Parma. Il tuo aiuto ci permetterebbe di avere un punto fisso in cui incontrare chi ha bisogno di noi. La nostra voglia di aiutare concretamente chi soffre, ci porta a coltivare un sogno importante di cui si può leggere al seguente link. Puoi aiutarci donando il tuo contributo usufruendo delle agevolazioni fiscali riservate ai donatori delle Organizzazioni di volontariato:

  • Con bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate;

Le aziende possono sostenere in vari modi Orme Svelate, impegnandosi concretamente nei confronti del supporto a coloro che soffrono, o vedono attorno a se soffrire persone care, di disagio psichico.

Un’azienda può attivare diverse modalità di collaborazione:

  • Collaborazione relativa ad un progetto: l’azienda vuole entrare direttamente nella realizzazione di un progetto senza limitarsi al solo finanziamento;
  • Comunicazione Sociale: diverse le modalità di svolgimento di programmi di questo tipo e spaziano dalla devoluzione percentuale sulle vendite di uno o più prodotti/linee di prodotto, alle attività promozionali in store;
  • Programmi di coinvolgimento dei dipendenti: iniziative di sensibilizzazione all’interno dell’azienda (che spesso sfociano in attività di volontariato aziendale) a vere e proprie raccolte fondi interne (es. pay-roll giving);
  • Donazione su progetto o donazione semplice: scelta di un progetto da sostenere tra quelli in corso oppure il semplice versamento libero, tramite
    bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate

nel deserto…?

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava. 

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.
Paolo Novaresio

c’era Civita di Bagnoregio?

Te dirai: Ma c’è ancora! Appunto, ancora! Ma per quanto?! Se ce l’avessero sul loro territorio Inglesi, Francesi, Tedeschi eccetera ne sarebbero orgogliosi e probabilmente si sarebbero dati da fare per salvarla. Ma noi no. C’è da dire che noi, più di altri, subiamo terremoti, danni da industrializzazione, inquinamento e cementificazione selvagge, incuria, e poi ci sono suoli franosi per cui le meraviglie in sfacelo non si contano, ogni genere di calamità preferisce abbattersi sul BelPaese per manifestarsi. Eppure la città è bella, struggente, indifesa, corrosa dal tempo, aflitta dai malanni che si porta appresso il “progresso” col miraggio, appena trramontato, dell’urbanizzazione. Rimane il fatalismo, il patetico darsi da fare di qualche volenteroso residente che auspica piani per il futuro per salvare l’affascinante moritura. Sarà così? Volontà di pochi, distrazione dei molti che potrebbero fare qualcosa per evitare il disastro. A cominciare da chi ci governa. Però ci sono i tiranti, migliaia di tondini di ferro che tengono insieme le budella della città che altrimenti si sfascerebbe prima. L’ho visto pochi giorni fa il servizio, il giornalista della BBC con un cappellino di paglia in testa (chissà perché?) forse per burla? per metter sul ridere una situazione drammatica che fa dire a qualche smarrito residente: Speriamo! Speriamo di salvarla. Apriamo un nuovo capitolo! Quale capitolo? Ma io non ci sto, non mi rassegno e strepito, un po’ come faceva Pierpaolo Pasolini, inascoltato grillo parlante antisistema. E allora se non siamo capaci di salvarla diamola al mondo, facciamo partecipi le centinaia di migliaia di turisti che pagano cinque euro per poter vedere l’illustre malata. Diamola a loro, se lo meritano. Ma davvero non c’è medicina che possa salvarla?! Ma davvero fra le meraviglie high tech non c’è qualcosa di rivoluzionario che possa aiutarla a sopravvivere? Dico: a sopravvivere, perché il borgo è il fantasma di se stesso. Sette abitanti che la abitano, che non se la sentono di abbandonarla. Merito a loro.

Il suo tufo si sta sciogliendo, ha deboli radici su un costone di roccia fragile che poggia sul letto di un antico mare. Da italiano all’estero dico di no: i tondini di ferro nei suoi scantinati feriscono lei, feriscono me, e penso feriscano anche voi. Allora facciamo una colata di cemento per consolidarla, copriamola con una gigantesca cupola di plastica! Oppure demoliamola per farci una discarica! Sei inorridito?! Bene, siamo sulla strada giusta. La città è uno degli esempi più eclatanti di quello che rimane del nostro passato, ma se muore lei, moriamo anche noi, senza che ce ne rendiamo nemmeno conto! Diamola al mondo, allora, gli altri sapranno come salvarla e farla rivivere, noi non riusciamo a meritarla.

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il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore