gli uomini erano dei?

Julius Evola mina alle fondamenta l’impalcatura della cultura sociopolitica occidentale degli ultimi duemilacinquecento anni e poi fa esplodere le cariche. Un paesaggio nuovo, esaltante, angoscioso, prende allora a delinearsi sulle macerie della nostra civiltà. Il mondo della Tradizione coi suoi riti, con le gerarchie, con l’impronta inconfondibile di un’ispirazione spirituale superiore. Evola si rifà alle età di Esiodo. Esiodo: dall’età dell’oro all’età del ferro. Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono, quand’egli regnava nel cielo; come dei vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro terre.

Esiodo (VIII secolo a.C.) e le cinque età del mondo
Esiodo, poeta greco, probabile contemporaneo di Omero. Interessante vedere che in “Le opere e i Giorni” ci parla delle cinque età del mondo:
– età dell’Oro: gli uomini vivevano “sempre giovani” e non avevano preoccupazioni di alcun tipo. Siamo ai tempi di Crono;
– età dell’Argento: gli uomini sono governati da Zeus. Per il loro comportamento si estinsero;
– età del Bronzo: è il mondo di uomini violenti che si dedicavano solo alla guerra e si estinsero per la loro stessa stupidità;
– età degli Eroi: è l’età in cui gli Eroi combatterono a Troia e a Tebe;
– età del Ferro: è l’età del mondo di Esiodo ed anche la nostra, e finirà anch’essa, come le precedenti.
Ancora una volta un “antico” ci parla di età del mondo e di come queste si sono susseguite nel tempo… ci parla di guerre e di estinzioni di massa…
Ci parla di un passato remoto e ancora per la gran parte sconosciuto…

Le parole chiave per accedere alle tesi di Evola riguardano la sacralità, il sacerdozio, il culto dei morti, il rito, la gerarchia, gli uomini dei e la regalità dei veri capi, Dio, anche se tale parola ha scarsa corrispondenza col mondo attuale della religione. Evola scrive di qualcosa che trascende la contingenza, immanente, meraviglioso e luminoso e al contempo temibile. Egli rintraccia nelle antiche scritture provenienti dall’India, Grecia, Europa e Sudamerica la presenza di una forza nuda e non condizionabile; non una persona, non un essere, non di deus ma di numen, si tratta. I valori sono quelli delle civiltà scomparse e di antichissime società, (si parla di seicento – ottocento anni avanti Cristo); già allora, scrive Evola, inizia il processo di degenerescenza (dall’età dell’oro all’età del ferro.) Mondi scomparsi fra le pieghe della Storia ispirati ai valori della Tradizione, strutturati in società gerarchicamente organizzate attorno al capo, all’imperatore, al re-sacerdote.
Genuinamente e radicalmente antidemocratico e anticapitalista, Evola sostiene che il potere non deve e non può essere né legalizzato né voluto dal basso. Occorre che sia ispirato dall’alto, dal regno della forza trascendente, attingendo in quel sopramondo invisibile, in cui scaturisce l’energia, in cui la pura divinità risiede. A pagina 102 de RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO, si legge:
All’origine di ogni vera civiltà sta un fatto divino. Ad un fatto dello stesso ordine, ma in senso opposto, degenerescente, si deve l’alternarsi e il tramontare delle civiltà. Quando una razza ha perduto il contatto con ciò che solo ha e può fornire stabilità – col mondo dell’essere-; quando in essa è decaduto anche quel che ne è l’elemento più sottile ma, in pari tempo più essenziale, cioè la razza interiore, la razza dello spirito, di fronte alla quale la razza del corpo e dell’anima sono solo manifestazioni e mezzi di espressione- gli organismi collettivi che essa ha formato, ….scendono fatalmente nel mondo della contingenza: sono alla mercé dell’irrazionale, del mutevole, dello storico, di ciò che riceve dal basso e dall’esterno le sue condizioni.

A proposito dell’impero a pagina 121 riporto: Di quelle grandi potenze, sorte dall’ipertrofia del nazionalismo secondo una barbarica volontà di potenza di tipo militaristico o economico a cui si è continuato a dare il nome di imperi- vale appena parlare. Sia ripetuto che un Impero è tale solo in virtù di valori superiori ai quali una determinata razza si è innalzata.
Nei riguardi del lavoro moderno, a pagina 153: Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico…. nelle masse degli schiavi moderni le forze oscure della sovversione mondiale hanno trovato un facile, ottuso strumento pel perseguimento dei loro scopi. Nei campi di lavoro noi vediamo usato metodicamente, satanicamente l’asservimento fisico e morale dell’uomo ai fini di una collettivizzazione e dello sradicamento di ogni valore della personalità…

A proposito della guerra, a pagina 172: Che milioni e milioni di uomini, strappati in massa ad occupazioni e vocazioni del tutto estranee a quella del guerriero, fatti letteralmente, come si dice nel gergo tecnico militare, materiale umano, muoiano in simili vicende-questa sì che è cosa santa e degna del punto attuale del progresso della civiltà…

Sull’America, a pagina 391: L’America ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse. Essa ha dato luogo ad una grandiosità senz’anima di natura puramente tecnico-collettiva, priva di ogni sfondo di trascendenza e di ogni luce di interiorità e di vera spiritualità……

mentre a pagina 395 continua: Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono stati pagati col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione a oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità. Al luogo del tipo dell’antico artigiano, pel quale ogni mestiere era un’arte ….si ha un’orda di paria che assiste stupidamente dei meccanismi…..Qui Stalin e Ford si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…E tutto in America concorre a questo scopo: conformismo nei termini di un matter-of-fact, likemindedness, è la parola d’ordine, su tutti i piani…..
E ancora a pagina 398 leggo: E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli d’acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta.

L’imbarazzo nella scelta di brani che mi hanno particolarmente colpito è grande, avrei voluto inserire altre decine di passaggi significativi, ma tanto vale consigliare l’acquisto di questo libro indigesto e illuminante.

Voglio gettare, per concludere, un sasso nello stagno asfittico della cultura italica contemporanea. La figura di Evola non deve più appartenere a schieramenti ideologici o a fazioni politiche. La profondità e complessità del suo pensiero, l’onestà intellettuale dello studioso, l’originalità delle sue tesi rivoluzionarie impongono che la sua opera così articolata e, per certi versi, ascetica, divenga materiale di dibattito e di ricerca, uscendo dalle secche di interpretazioni univoche o partigiane. Julius Evola, l’anti D’Annunzio appartiene alla cultura europea; ed è al centro dell’Europa che deve tornare, a rianimare un dibattito sui valori e sulle prospettive della nostra civiltà (se prospettive rimangono). Sarebbe, fra le altre cose, una bella dimostrazione di forza e saldezza dei nostri sistemi democratici, da lui così tanto osteggiati. Delle sue tesi una cosa sicuramente non riesco a condividere ed è la sua opinione a proposito del jazz. Io lo apprezzo, lui no.

posavi il pennino sulla carta?

Ti ricordi quando, mezzo secolo fa, le scrivevi lunghe lettere d’amore fino a farti indolenzire la mano? Carissima, ti penso sempre con affetto crescente, e non vedo l’ora di rivederti…Sceglievi un pennino nuovo, con la punta morbida. Così ti sembrava che il messaggio scorresse più fluido, e che le parole fossero più convincenti. Fantasie, certo, ma era l’impressione che contava. Quello che preferivi era fatto a forma di cuore, brunito, flessibile, scricchiolava sulla carta. Nella cartoleria di fronte alla scuola facevano bella mostra, tutti in fila, i pennini. Quello più flessibile, quello rigido, azzurrato addirittura, alcuni scolpiti, ma quelli erano da collezione.

Degni del negozio di un antiquario. Ce n’erano di super rigidi, d’acciaio. Tutti recavano un forellino per lasciare scendere l’inchiostro. E le boccette dell’inchiostro Pelikan, blu, nero, e perfino verde e rosso, e di altri colori, te le ricordi? Se eri diligente avevi sottomano la carta assorbente, per evitare irreparabili sbavature, quella bianca e spessa era la migliore. Comunque c’era sempre la gomma in tuo aiuto, ma si vedeva che avevi grattato. Attento a non grattare troppo, puoi fare un buco! e allora dovevi rifare tutto daccapo! La carta assottigliata avrebbe comunque denunciato il misfatto. Troppe cancellature non erano ammesse. Guardavi soddisfatto le tue dichiarazioni d’amore, mentre asciugavano lentamente fra le righe del foglio. Ti ricordi quando intingevi il pennino nelll’inchiostro? Ti macchiavi sempre l’anulare, sempre quello.

Ti ricordi quando arrivava la bidella col grembiule nero, che passava fra i banchi con l’ampolla dal beccuccio sottile e ricurvo, a riempire i calamai? Fermi e composti, se no succedeva il disastro e la bidella avrebbe versato l’inchiostro dove non doveva. Ci voleva perizia a versarlo, arrivata all’ultimo banco senza intoppi tirava un respiro di sollievo. Compiti, lettere, semplici biglietti di invito. Scrricch! faceva la punta di metallo sulla carta. A volte l’inchiostro stentava, il pennino era troppo nuovo. Ci mettevi del tuo a scrivere, era una attività più complessa delle apparenze, la tua calligrafia rifletteva il tuo umore, e se eri calmo o nervoso. Anni avevano impiegato i maestri a insegnarti come tenere la penna in mano. Tu, bambino, bambina, col colletto di plastica, bianco e rigido, o il fiocco e poi le palline che descrivevano la tua età. Ti ricordi quando rosicchiavi la punta dell’asticciola perché non ti veniva in mente subito quanto faceva la sottrazione: tredici meno sette. Quanto fa? Quanto fa? Ti ricordi quando capivi a colpo d’occhio chi ti stava scrivendo dalla calligrafia sulla busta? E di quando innestavi l’altro pennino d’acciao, più rigido di quelli bruniti, scivolava via sulla carta senza scricchiolii, era un pennino più “serio”, non c’era da scherzare con quello. Munito di stilo e rotolo di papiro, scolaro nell’antico Egitto e poi allievo nella scuola dei Greci e dei Romani, e infine amanuense, monaco benedettino, che, in bello stile, produceva capolavori miniati trascrivendo preziosi manoscritti del passato. Caro amico ti scrivo come recita Lucio Dalla nella sua bella canzone. Quanti proclami d’amore, e laconici addii e inviti imploranti, scritti col pennino intinto nell’inchiostro. Non c’era altro modo di comunicare, a parte la macchina da scrivere, ma quel modernissimo aggeggio ancora in pochi se lo potevano permettere.

Ti avevano insegnato la scrittura, a tenere la penna in mano, e quello dovevi imparare, l’arte antica di comunicare attraverso segni, disegni, lettere, cifre e simboli. La scrittura diventava parte di te. Un’arte, una dedizione, una passione. Ma non dovevi raggiungere la perfezione e il fascino sprigionato da certi codici miniati. No, solo “belle lettere”: un piacere scriverle, un piacere leggerle. La bella calligrafia: La penna e la parola devono servire all’umanità per portare un raggio di luce più brillante alla coscienza umana per portare un rivolo di più al grande oceano delle idee. Sta scritto su un documento ingiallito del primo giugno 1922, in la Scuola di una volta. Bello, eh? Ma poi qualcosa è cambiato. Ti ricordi quando riempivi pagine intere di vocali e consonanti? Dovevi migliorare i tuoi geroglifici incomprensibili, non scrivere in gotico su carta pergamena. Se ti ci mettevi di impegno ce la potevi fare, prima di andare a giocare in cortile. Ti ricordi quanto andavi fiero della tua bravura? Avresti scritto giorno e notte e crampi addio! Era il tuo primo romanzo, e non potevi certo fermarti a pagina 52. Non era uno scherzo saper tenere la penna in mano. Eri responsabile e conoscevi tutto del tuo strumento per comunicare. Anche perché c’era davvero poco da sapere. Pennino, inchiostro, un po’ di pazienza e via! E oggi? Apparati, sistemi, aggeggi dalla tecnologia impenetrabile, che non recano la tua impronta, che non rivelano se quel giorno di maggio in cui ha scritto Ti amo! eri teso, affannato o triste perché  lei ti voleva lasciare. Nulla ti rammentano, alla memoria del tuo passato e non necessitano della tua perizia. Premi un tasto e via, tutti uguali, tutti analfabeti ad un tratto. Le macchine nulla sanno di te, e nulla tu sai di loro. Se non che devi aggiornare il programma proteggendolo dai virus se non vuoi vedere il tuo video riempirsi di scarafaggi vaganti. Ma devi farlo in fretta, sei a pagina 58 del tuo romanzo. Qualcuno ha deciso di farti dipendere dalla macchina! I brividi ti vengono se leggi certi articoli. Ma c’ è di peggio perché oltre a dipendere in toto dalla macchina, l’analfabetismo invece di diminuire cresce, sotto altre forme come nel caso dell’ analfabetismo funzionale. Ma risulta ancora peggiore, come si legge su uno sconsolante articolo di Repubblica; accade a proposito del nostro antico pennino intinto nell’inchiostro che: “….Lavoriamo pigiando tasti di un computer, scriviamo e-mail e non più lettere, usiamo carte di credito e sempre meno assegni, inviamo sms, la materialità e la fisicità della scrittura si sta dissolvendo nelle specchio liquido di un display, la complessità del pensiero è ridotta ad un copia-incolla, così, giorno dopo giorno, assistiamo ad un passaggio epocale, ad una regressione generazionale, ad una trasformazione del pensiero…. Ma dai!

Isabel portava le treccine? Ora scrive “prosa poetica”

Sai cosa diceva Flaubert nelle sue “Memorie di un pazzo” a proposito della Poesia? Questo diceva: Noi restiamo a terra, su questa terra gelida che soffoca ogni fiamma, che smorza ogni ardore! Per quale scala tornare dall’infinito alla realtà ? Fino a che punto la Poesia può abbassarsi senza morire? Come imprigionare questo gigante che abbraccia l’immensità?

Mica l’ho scritto io, la frase è di Gustave Flaubert, come dire: uno che la sapeva lunga sulla Poesia. Gigante che abbraccia l’immensità: mitico, francesissimo Gustave! E Poesia sia! Ma nel mio ultimo post sulla Poesia ho promesso di non deludere chi mi segue, senza parlare a vanvera e voglio dunque portarti prove tangibili, concrete, esse sono necessarie per convincerti di quanto sia indispensabile che tu ricordi di quando c’era (e c’è tuttora, come inderogabile necessità di espressione) la Poesia e di quanto oggi sia raro riconoscerla e coltivarla. Ma c’è qualcuno che lo fa, senza clamore, lontano da atteggiamenti presuntuosi. Succede spontaneamente, e con sorpresa. Si dice dei giovani, ci si lamenta dei giovani, a volte a ragione, spesso a torto; fumano, bevono, si stordiscono, trascurando gli studi, eccetera, i giovani dovrebbero essere il futuro e invece guarda che roba. Ma i giovani sono il futuro. Eccone un esempio. Quando Fernanda mi dice: Leggi se vuoi, e quando hai tempo poi mi dici cosa ne pensi. Non mi piace dare pareri, nemmeno ad amici. Poi rileggo e infine le chiedo: Ma chi è che scrive così ? Mia figlia. dice lei. Tre pagine in tutto che lasciano tuttavia perplessi. Isabel, che ho visto bimba con le treccine e la lingua fuori, intenta a disegnare e colorare una margherita, ora scrive liriche. Animo sensibile, introverso, e riflessivo, indovino io, come quello dei poeti autentici. Squarci lirici che giungono a illuminare una età difficile come quella degli adolescenti (sono sempre problematiche le stagioni verdi della vita). Ecco quello che Isabel scrive presentando prima sé stessa:

Sono Isabel Ibrahim, ed ho quindici anni e mezzo. In questo momento sto frequentando la terza liceo scientifico, o per meglio dire, devo ancora iniziarla. Ho deciso di scrivere queste prose poetiche in seguito a degli attacchi d’ispirazione creativa. La scrittura mi è sempre piaciuta fin da piccola, e la fantasia per me non è di certo un problema. Quando sarò cresciuta ed avrò trovato un buon lavoro (spero nella medicina), cercherò di esprimere al meglio le mie idee su carta e penna. È ovvio che io non mi aspetti né del successo né nell’immediato, spero solo di rincuorare delle persone attraverso la lettura di quanto ho prodotto. 

ALBA
Sono le sei. Il sole sorge, ed io osservo i suoi raggi colorare il blu. Intanto penso alla vita che si sveglia, alle persone che in questo momento sono pronte a ricominciare. Molti che in questo momento stanno ancora dormendo, chi invece a quest’ora e già andato: molti che di dormire non ne hanno voluto sentir parlare, tormentati dal tutto e dal niente. Altri che si stanno finalmente abbandonando al riposo, perlopiù
amanti, che soltanto sotto lo sguardo amorevole della Luna si sono potuti sognare. Persone che non hanno potuto vederla, quest’alba: altri ancora che sono nati col suo calore, portandone a propria volta nel petto di chi li ha accolti nel mondo; altri che non hanno mai potuto vederne il colore. Altri che sono ormai dispersi nelle ombre, sebbene la luce possa ancora frastagliare le loro membra ed incastonarsi nelle sfumature delle loro iridi; altri che insieme al Sole rinascono ogni dì e si spengono all’arrivo della notte, pronti ad un nuovo inizio. E così osservando le ultime stelle lasciare spazio a quella più imponente tra loro, ascolto i primi suoni della città, dove ogni tipo di vita è presente; ed anche se a volte in conflitto con le altre, si sa che la vera lotta è contro se stessi e solo quando ce ne si accorge allora sì che ci sarà l’alba anche nel proprio cuore.

PIOGGIA 
Una sola parola con un solo significato noto sul dizionario. Ecco cosa sono. Si sa cosa voglio dire, cosa posso portare, in bene ed in male, si sa quando posso arrivare, ma non si sa mai quando smetterò di cadere. Si sa, sono acqua, puro e semplice liquido vitale sotto forma di goccia, che scende a ritmi irregolari dal cielo, bagnando il suolo, o ciò che verrà investito al suo posto. Tutte cose banali, semplici, pratiche, risapute, inutili a ripetersi. Eppure molti non sanno chi è la pioggia. 
C’è chi mi chiama ‘meraviglia del creato’, ed io, arrossendo per questi complimenti, persisto nel bagnare il suolo, per lasciare un po’ di gioia a chi mi apprezza; chi si incanta osservando le mie nuvole, trovandole più interessanti e maestose che mai; chi di me non se ne fa nulla, e continua la sua corsa, nonostante le mie gocce si infrangano sulle sue vesti; altri che invece, appena sentita la notizia del mio arrivo, si alterano, prendendosela con me perché ho rovinato i loro piani; altri ancora che con la mia vista si rattristano, perché il mio grigiore li fa star male, ed è in quel momento che le mie nuvole si dissipano per lasciar spazio al sole, non volendo togliere il sorriso a quelle dolci creature. Ma chi è veramente la pioggia? 
Molti filosofi mi hanno paragonata alle lacrime, poiché la mia immagine appariva loro come lo scivolare del fiele bagnato sulle guance. 
Molti pensano che io non abbia un sapore, un odore, un suono, un tocco, un colore. Eppure, io un colore ce l’ho. È quello dell’arcobaleno quando il sole irradia le mie pozzanghere; è quello degli ombrelli quando le mie gocce si frastagliano su di essi; è quello di tutte le pelli che verranno colpite; è quello trasparente delle finestre, che quando mi permettono di sostare sul loro vetro, riesco a vedere le stanze che stanno proteggendo. 
Ho anche un sapore, e non è solo quello di smog o sabbia, ma anche quello che nessuno riesce a percepire: quello di una cioccolata calda stretta tra le dita per scaldarsi; è quello dell’amore che si consuma sotto il mio bagnato abbraccio, e quando, per aiutare qualcuno ad amarsi in silenzio, diminuisco la mia cadenza, per non disturbare le anime che stanno sugellando il loro sogno. 
Ho anche una varietà infinta di odori, dal solito di erba bagnata, fino ad arrivare al meno comune di torta appena sfornata lasciata a raffreddare al vento. 
Ho
persino un tocco, che può essere vellutato sulla pelle, o spigoloso sul suolo. Il mio tocco può anche rendere scivolose le superfici, e molte volte vorrei che non fosse affatto così. Ho udito tante cose quando il terreno era scivoloso, e dalle risate per chi cade nel fango con i suoi amici, si può giungere anche ai clacson prima di un incidente.  
In ultimo ho un suono, che varia, davvero tanto: vaga dai miei tuoni che spaventano i più fragili, alle canzoni suonate sotto la mia vista, perché ciò dona un senso di libertà. Nei miei suoni, però, ne esistono anche di peggiori: rumori di spari, urla di dolore attutite dal rombo dei miei tuoni, ed il sangue che viene lavato via dalle mie carezze, come per celare un oltraggio, mentre il buio della notte protegge chi ha sofferto. 

Ciò che nessuno sa è anche un’altra cosa: posso soffrire. Soffro durante i funerali, e li accompagno, per permettere a chi non si vuole mostrare di nascondere le sue lacrime dietro le mie. Soffro quando due amanti si lasciano, quando altri si uniscono ma so che così patiranno e basta. 
Posso provare preoccupazione, ed angoscia. Lo posso fare, specialmente quando una confessione sta per squarciare l’atmosfera più di quanto non lo facciano già i miei lampi. Divento preoccupata nell’osservare le strade bagnate, sperando che nessun albero ceda alla mia forza ed interrompa il viaggio di qualcuno. 
Però, a mio modo, io posso anche gioire per molte cose, piccole o grandi che siano. 
Divento
felice, ad esempio, nell’osservare il disegno di un bambino, mentre sosto sulla finestra posta accanto a lui. 
Lo sono anche quando un progetto ambizioso viene portato a termine nel migliore dei modi. 
Gioisco sapendo di essere la causa di molti sorrisi, specialmente quelli dei cani, quando cominciano a fiutare il mio odore nell’aria. 
Sono felice quando qualcuno mi dedica delle poesie. Quando qualcuno si mette a ballare nella gioia più sfrenata mentre io accompagno il loro ritmo col mio scroscio. 
Posso essere tante cose, nel bene e nel male, basta sapermi conoscere a fondo: alla fine sono soltanto una lacrima del cielo.  
Ecco chi sono. 

Una nuova poetessa all’orizzonte? Una nuova Joan Baez, Emily Dickinson, Gertrude Stein, Anna Akhmatova, Christina Rossetti, una delle tre sorelle Brontë o Sylvia Plath? solo il tempo lo dirà a proposito di Isabel. Tutta farina del suo sacco? Non c’è motivo di dubitarlo. Poesia, che sgorga naturale come da una polla d’acqua quella di Isabel, e tremendamente matura. Come puo esserlo il sentimento di una giovane che non va a ballare in discoteca e che preferisce riflettere, stando china sulle pagine dei libri, ispirata da ciò che LA PIOGGIA le suggerisce. Ce n’è bisogno di ragazze come Isabel, alla quale auguriamo ogni successo scolastico e artistico. Dicendo agli scettici che poesia e lirica non moriranno mai. Come la prosa poetica di Isabel insegna.