Claudia Cardinale non la smetteva più di ridere?

Se vuoi capire cos’è l’Italia di oggi e perché siamo come siamo c’è da vedere un film, tratto dall’omonimo romanzo. So che l’hai già visto, ma rivederlo non guasta, è il Gattopardo, opera spettacolare, capolavoro del grande Visconti. Un film sontuoso, recitato dal quel mostro di bravura che è Burt Lancaster, con Romolo Valli, puzzolente prete di famiglia perché non si lavava abbastanza e Paolo Stoppa e Rina Morelli, tutti indimenticabili. L’ho rivisto l’altra sera sul mini schermo del computer, troppo piccolo! pazienza. E mi son detto ecco l’Italia di ieri e …quella di oggi, non tanto diversa da allora. 159 anni posso passare in fretta e…invano (?) I nostri “drammi”, le diversità incomponibili, l’eroico faticoso tentativo di farci patria comune e poi unico popolo, sopportando due guerre mondiali, un unico Paese, da nord a sud, mentre gli altri già da secoli si sentono Inglesi, Francesi, Tedeschi. Colpa di nessuno, colpa di niente. Accade e basta. Si chiama Storia. Diversità nell’unità, un grattacapo, come ben sai. Una scommessa con il nostro passato, ecco di cosa si tratta: la nostra riunificazione. Una scommessa della cui vincita stiamo ancora aspettando l’incasso conseguente alla riunificazione. Vai sulle spine se parli dell’Italia, facile andare in confusione, in tanti ci provano, ma riesci a dire solo delle verità parziali. Un film può spiegare molti perché. Accade nel Gattopardo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il principe Fabrizio Corbera di Salina ovvero la nobiltà di sapore feudale della Sicilia, amaro e lucido critico verso la sua terra e il regno italico nascente, ci offre la chiave per capire. Per capire come mai ancora oggi, se non così  esplicitamente come un tempo, il nord viene considerato oppressore e usurpatore. Don Fabrizio ce lo spiega rifiutando la nomina a senatore del neonato regno d’Italia, perché lo vede già pullulare di sciacalli e non di gattopardi, aristocratici come lui. Se ti ricordi la scena in cui l’emissario del governo piemontese, un certo Chevalley di Monterzuolo (chissà perché mi sovviene Montezemolo?) sembra appena uscito dal caffè San Carlo che, se sei di Torino, conoscerai benissimo, in cui cuori generosi pulsanti hanno discusso e preparato la riunificazione patria, si trattava di carbonari e intellettuali in incognito ammollo. L’ometto timido ma resoluto, cerca di convincere il principe, senza tuttavia riuscirci. Non credo che si offendano le altre regioni se prendo la nobile Sicilia come esempio più eclatante e le accomuni in un solo Sud Italia, con le dovute differenze, certo. La spiegazione è evidente. Gli dei siciliani, come gli dei calabresi e campani, aggiungo io, d’accordo col principe, hanno subito altre civiltà, da sempre, altre amministrazioni e occupazioni, altri dominatori, da tempo immemore. Non vuole essere svegliato il sud, gli indigeni soggiaciono a un clima inclemente per gran parte dell’anno, alla mancanza d’acqua, al sole implacabile, alla violenza del paesaggio, e infine alla loro stessa natura divina. Non è addomesticabile l’uomo del sud, troppo diversa la sua storia e la sua indole, troppo ignorante, anche se Napoli durante il Settecento era una città di splendore unico in Europa, ma nelle terre circostanti l’arretratezza dei villici raggiungeva iperbolici livelli, baronie semifeudali trionvavano: era il sud, sottomesso a un fato avvertito come incombente e non benigno, che il principe de IL GATTOPARDO descrive così bene in dettaglio, a Chevalley che gli chiede: lei rifiuta di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare: se gli uomini onesti si ritirano, la strada rimarrà libera alla gente senza scrupoli…e tutto sarà di nuovo come prima e prima ancora gli aveva detto: Lei farà udire la voce di questa sua bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare con tanti giusti desideri da esaudire… ma il principe risponde: Noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua a spaccare i capelli in quattro....Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee tutte venute da fuori, già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi…da duemilacinquecento anni siamo colonia. ….e poco oltre: Il sonno caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i piu bei regali e sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi….La volontà e l’entusiasmo dell’omino con gli occhiali che tenta di convincere il nobile siciliano, encomiabile ma inutile.

Amarezza e lucidità di analisi del principe fanno tuttuno e serviranno a giustificare l’offerta respinta. Ancora oggi ci sono fatti e umori che descrivono l’atteggiamento del sud verso il nord invasore, significativo, non ti pare? C’è chi tiene in salotto, incorniciata e sottovetro, la pallottola sparata dall’usurpatore piemontese, ovvero da un soldato della fanteria del re nordico invasore, alias Savoia. Del resto come negare che la riunificazione esigeva, se non proprio un regicidio, almeno una fuga ossia la rinuncia e la sparizione del re Borbone. Quel timido e malinconico Ciccillo o’Lasagna stanato a cannonante nella fortezza di Gaeta.

La bella regina Sofia, sua moglie, curava feriti fra le macerie dopo le cannonate. Poi gli abbiamo mandato giù le corriere nelle terre dei terroni, perché la Fiat aveva bisogno di mano d’opera per fabbricare l’utilitaria Topolino e la Fiat 500. Poi gli hanno costruito le case popolari per alloggiarli e altri hanno invaso le mansarde e le case di ringhiera dotate di un cesso comune, sul ballatoio ad angolo, per diverse famiglie del piano. Puzzavano di fritto i terroni, parlavano dialetti incomprensibili, per noi del nord tutti uguali, appunto incomprensibili, urlavano, non avevano buone maniere, senza distinzione, per i nordisti, gente all’ammasso, fra siculi calabro normanni pugliesi e campani, prima della battaglia di Benevento e di Manfredi e di Federico II, ci restituivano l’invasione dei loro regni, ma senza portare armi o guerra, solo braccia portavano e le loro speranze di miglior vita.

Venivano a colonizzarci, a fare falegnami, imbianchini muratori, fabbri e calzolai. Mario Ingrosso li ha fotografati, con la valigia legata con lo spago, le scarpe sfondate e un panino in mano.

Del principe Salina non c’è più traccia oggi, e della sua lucida analisi, che parla della sua regione e che io, forse con qualche forzatura, faccio parlare a rappresentanza di tutto il Sud, come non c’è più traccia della grassa, lunga imbarazzante risata di Claudia Cardinale, futura sposa di Tancredi, alias Alain Delon. Abbiamo fatto l’Italia-territorio e siamo sopravvissuti a due guerre mondiali. E ora, a 159 anni di distanza dalla riunificazione, non diciamo più: terroni ma non siamo ancora quello che speravamo di diventare. E i nostri vicini si chiedono il perché.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

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