fotografava Mario Ingrosso?

Con la precisione di un analista, attraverso la sensibilità di un vero artista. Mario Ingrosso fotografa e continua a stupire regalandoci emozioni. La sua è una vocazione senza equivoci, espressa attraverso una vita di lavoro dietro macchina fotografica, obiettivi e camera oscura. Molte sue opere provengono dal suo laboratorio di stampa. Astigiano verace e milanese di adozione, i suoi lavori fanno il giro del mondo.

Famosi i suoi volti, divenuti ormai un classico della fotografia reportage. Da Tokyo a New York, da Parigi a Milano, nell’ambito di importanti mostre fotografiche e gallerie, Ingrosso firma opere d’arte, non riusciamo a definire altrimenti certi suoi lavori, che rimarranno nella storia della ritrattistica. Dal bambino con la manina sporca appoggiata a una valigia legata con lo spago, alla stazione di Milano al mediatore di bestiame con la cravatta che intende rifilare diecimila lire a un pastore restio, dal calabrese con la coppola che si vantava di avere un harem sparso per l’Europa al lavoro dei campi a Frusci dove una famiglia sta per essere inghiottita dai covoni di fieno, dal porcello che viene   trascinato per le vie di Pisticci al monello con gli occhi sgranati. are reportage non sono semplici. Occorrono capacità di analisi, sintesi, sensibilità, discrezione e un minimo di sfrontatezza. Tutte doti che i veri reporter posseggono nel loro bagaglio. Nei lavori di Ingrosso c’è qualcosa in più: trama che si fa soggetto autonomo e poi storico. C’è l’introduzione al riarso paesaggio di Pisticci con le sue colline bruciate e la geometrica sequenza di case tutte eguali, e lo svolgimento di un’indagine sempre prudente, che rifiuta effetti speciali.

La realtà così com’è, anzi, com’era, di un’Italia ancestrale, tradizionale nel senso più profondo; c’è la fissità degli sguardi dei villani, sulla soglia delle loro case di Frusci, rotti dalla fatica, quasi mitici, nel richiamo di un tempo sempre eguale a sé stesso e quindi a-storico.  E ancora il caso del dio Vulcano che affiora nell’antro della sua fucina sotto le spoglie di un fabbro – si era a Miglionico nel 1963. Nonna e nipotina che preparano la conserva: e qui lo scatto assume il valore di un ritratto psicologico; ritratto di ambiente, storia, un quadro di relazioni parentali ben definite come per il gruppo di donne di tutte le età sull’uscio sgangherato della loro abitazione. Stanno pulendo peperoni e melanzane. Accadeva nel 1955 in un paesino della Puglia.

I vecchi contadini con la coppola che fanno salotto a Monte Sant’Angelo nel 1963. Volti consumati, sornioni, ricchi di vita trascorsa, pieni di vitalità. poi davanti alle facce scavate nel legno di alcune donne si rimane allibiti. Hanno una forza evocativa potente, che racconta la fatica della carne, lo sforzo sempre uguale, durissimo di vite trascorse sui campi a zappare, seminare, mietere e raccogliere. E intanto i volti diventano come Mario Ingrosso li coglie. Ragnatele di rughe, intagli nel legno, smorfie dignitose che nulla chiedono, e che, se mai, offrono ancora bellezza. Ritratti memorabili di donne del sud, colme di un fascino antico e severo. Le donne di Frusci, Apricena ne sono esempio eloquente. Ingrosso ci fa sentire la loro storia, mostra l’avvenenza nascosta da scialli, foulard e lunghe gonne. Bimbe e donne in età da marito, appoggiate allo stipite corroso della porta e anche vecchie, tutte belle, tutte stupefacenti, interpreti di vite antiche. E poi bambini che si rincorrono per le vie di Pisticci nel 1964 con la macchinetta per lo spray antizanzare. Ma il lavoro di Ingrosso non si esaurisce nelle immagini Vintage. Egli coglie al varco quegli stessi uomini e donne che ora diventano migranti e che affollano con valige e cartoni la stazione centrale di Milano. Ecco dunque la documentazione che si fa storia, ecco i volti smarriti dei terroni del sud che mangiano pane e salame e che introducono valige attraverso i finestrini del treno. Sono gli stessi personaggi che, abbandonate Puglia, Calabria, Basilicata approdano al nord. L’obiettivo di Ingrosso li attendeva alla stazione di Milano per documentare distacco, speranze, ansia, timori di un futuro incerto. I suoi servizi diventano così storia e racconto di sconvolgimenti sociali.  L’immigrazione e la prima rivoluzione industriale partono dai binari della stazione centrale.

Le immagini di Mario Ingrosso lo testimoniano. Non sappiamo se l’uomo che sputa fuoco e che spezza catene sia un immigrato di quelle terre, molto probabilmente sì. Le immagini dei clown del circo Darix Togni risalgono a poco prima la distruzione del circo stesso provocato da un incendio. Fantasmi, testimoni di mondi svaniti Decine sono i servizi realizzati da Mario Ingrosso a documentare luoghi, momenti di festa, processioni e sagre. Al centro c’è sempre l’uomo e il suo ambiente, trattati con eguale sensibilità e rispetto, senza indulgere a effetti speciali o a riprese spettacolari. È la forza della grande fotografia documentario, che preferisce far parlare il soggetto, in tutta la sua originalità. Poi l’obiettivo si è spostato e ha ripreso altri soggetti. Non più la riarsa corona di colline attorno a Pisticci, né l’eterna attesa di muli e asini sulla piazza dei mercati del Sud, ma l’architettura di paesaggi cittadini, industriali e commerciali. Il rigore delle linee, la nuova geometria del disegno creano habitat diversi, realizzati dal vetro cemento, dall’alluminio e dal cristallo. Sono i nuovi paesaggi e il dedalo moderno non privo di suggestione e di eleganza. Qui non si raccoglie fieno, non si va in processione col santo, né i mocciosi giocano per strada, i porcelli non vanno più al macello. Qui domina il futuro senza compromesso.

Il contrasto fra tradizione e modernità, fra dimensione agreste e industriale è stridente, clamoroso. In questi paesaggi, nel loro ambito asettico e formalmente elegante l’uomo viene inghiottito dalla struttura, diventa Questo e altro ancora narra la fotografia di Mario Ingrosso, che si dipana attraverso immagini di straordinaria suggestione ed espressività. Una lezione di stile, di grande fotografia, con servizi che comprendono i raduni dei figli dei fiori e le ricerche dentro gli scheletri delle fabbriche abbandonate del nord. Mario Ingrosso dà lezione di stile.

Quelli che non esistono

womanA seguito dell’articolo di padre Angelo Zelio Belloni del 15 ottobre. Mario Ingrosso, mio figlio Edoardo Simone ed io in un campo rom abusivo alla periferia di Milano. Immagini di Mario Ingrosso

La signora ci riceve nel salotto. Alì e Micael ci corrono incontro. L’altro figlio siede su un pezzo di tavola di masonite, l’ultimo dorme sotto la tenda. Il marito spunta dietro una parete di cartone. Gli avvolgibili strappati sbattono contro un pezzo di muro. Garze, cerotti, qualche bottiglia di bibita, caramelle e vecchi album di animali, sono i nostri doni. Siamo zingari dice la signora, veniamo dalla Romania e non c’è lavoro. La signora ci dice di sedere, ma noi troviamo solo il tempo di scattare qualche foto e già rientriamo. Sulla via del ritorno incontriamo altri rom, scesi da una macchina per far visita a conoscenti del campo abusivo; ci chiedono se lavoriamo per i giornali. Vivono fra le macerie delle nostre città, sotto i ponti delle tangenziali, negli anfratti delle fabbriche abbandonate. Protagonisti d’innumerevoli episodi di cronaca, fatti di sgomberi, allontanamenti, furti e accattonaggio molesto. Sono i paria, così da secoli. Rigettati dalle culture ufficiali dei paesi in cui risiedono.  Coloro che non esistono, perché privi di documenti. Mal tollerati, incivili secondo i nostri canoni. Fra essi anche individui fuorilegge che soggiogano, imponendo la legge del più forte, le famiglie aggregate della loro comunità.

I rom rappresentano la spina nel fianco di ogni amministrazione occidentale: Ingombranti, non inseribili, non affidabili. Esistono senza esistere. I personaggi che Mario Ingrosso ha fotografato sono i protagonisti di un reportage effettuato nelle aree abbandonate di una città del nord.  Fra muri crepati, tetti sfondati, macerie. Vivono lì, a titolo provvisorio, ben sapendo che potrebbero essere cacciati dall’oggi al domani. Sono rom, musulmani sciti e cristiani; arrivano dalla Romania. Ecco ciò che Mario Ingrosso è riuscito a intendere dal loro approssimativo racconto: Le donne rom concepiscono i figli in Italia, dopodiché tornano in Romania per farli nascere. Affermano che, a causa del loro stato di clandestini in Italia, i nascituri non potrebbero avere alcun documento. Quindi dopo il parto tornano in Italia coi piccoli per svezzarli e infine li riportano in Romania presso i parenti per farli crescere. Una delle conseguenze è che da adulti non sapranno riconoscere chi li ha messi al mondo. Tutto questo procede dal loro status di clandestini.sigaro
Gli attori di questo servizio devono condividere il campo con un gruppo al cui vertice c’è un capo clan non esattamente raccomandabile. Per due volte costui ha inveito contro di noi, intimando di andarcene. Quello che abbiamo letto nei loro sguardi lo lasciamo alla vostra sensibilità. Il nostro lavoro finisce mostrando immagini eloquenti e volutamente senza commento. Consentitecene uno solo: la bellezza antica e la dolcezza di alcuni volti  femminili, quella sì ci ha colpito e per questo vogliamo segnalarla. Anche per questo auspichiamo un atteggiamento che non faccia di ogni erba un fascio e che sappia distinguere fra gli individui di un gruppo anche se non è sempre facile o possibile. La loro cultura è antica, parallela e alternativa alla nostra e arriva dall’India. Per il nostro modo di vedere i diversi e i non omologabili molti di loro non esistono. I loro sguardi però raccontano storie che forse non conosciamo affatto o non vogliamo conoscere

Sconosciuti fra noi: gli Zingari

di padre Angelo Zelio Belloni  

Per non fare torto a nessuna delle numerose etnie zingare che non sono riducibili alle due più numerose cioè alla Rom e alla Sinti, userò abitualmente quello di zingari per abbracciarli tutti 

Questo intervento, sollecitato da amici non intende assolutamente affrontare l’argomento in maniera esaustiva ma semplicemente sottolineare la necessità di un approccio diverso a questo mondo composto prevalentemente da nomadi e vittima, come altri, della disinformazione e della mal informazione. Tutto ciò perché il cancro del pregiudizio e il bisogno dello scoop sono diventati più forti della verità e dello stesso Evangelo. Negli ultimi tempi, esattamente da un anno a questa parte, i mass media nostrani hanno dato il là ad una scientifica campagna di (dis)informazione tendente a dimostrare, sulla mera e approssimativa base di fatti di cronaca nera, che i rom sarebbero una razza delinquenziale, predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale.

Gli zingari come razza non solo inferiore, subumana, ma dannosa, e come tale da cancellare. Attraverso sgomberi, punizioni esemplari, e, magari, veri e propri pogrom imperniati sulla voluttà della cancellazione dell’altro, del diverso, dell’asociale. Tutto ciò, com’è pacifico, in barba ai principi più elementari del diritto tra cui per l’appunto l’obbligo, culturale e giuridico, di distinguere, sempre, tra persone e gruppi, tra singoli colpevoli e intere comunità, tra individui su cui eventualmente grava il peso della responsabilità penale personale ed etnie e nazionalità discriminate in blocco. Se si offusca, come sta accadendo, questa basilare distinzione i gruppi umani colpiti in quanto tali diventano colpevoli per il semplice fatto di esistere, la loro stessa presenza appare come un ingombro da rimuovere e da estirpare, un virus da sconfiggere anche con la mobilitazione purificatrice di chi si sente minacciato e circondato da una forza oscura e inquietante. Allora è necessaria una campagna di controinformazione con tutti i mezzi possibili per aiutare a leggere il fenomeno con maggior obiettività. Ma per fare ciò occorre un approccio non solo serio ma scientifico e cordiale a questo mondo culturale dai tratti complessi. Ecco allora alcune informazioni alternative e positive raccolte dalla Caritas Italiana e da altre Associazioni al servizio dei nomadi.
Sono percepibili segni interessanti di evoluzione positiva nel modo tradizionale di vivere e pensare degli Zingari, come il crescente desiderio di istruirsi e ottenere una formazione professionale, la maggiore consapevolezza sociale e politica, che si esprime nella formazione di associazioni e anche di partiti politici, la partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali in alcuni Paesi, l’accresciuta presenza della donna nella vita sociale e civile, l’aumentato numero di vocazioni al diaconato permanente, al presbiterato e alla vita religiosa, ecc.

Gran parte degli Zingari, sono oggi sedentari o semi-sedentari. Nel corso del XX secolo si è ancora accentuata la tendenza alla sedentarizzazione e in varie regioni ciò ha facilitato la scolarizzazione dei bambini e il conseguente incremento della popolazione zingara alfabetizzata. Il maggior contatto con il mondo dei gağé, (non zingari) che ne è così derivato, ha inoltre contribuito ad una progressiva appropriazione dei nuovi mezzi tecnici della società contemporanea. Di conseguenza, il passaggio dal carro tradizionale alla roulotte trainata da un’automobile ha paradossalmente incrementato il fenomeno della semi-sedentarizzazione.

La macchina permette di percorrere liberamente lunghe distanze nel corso di una stessa giornata, senza che moglie e figli debbano necessariamente accompagnare il capofamiglia o gli uomini che esercitano la propria attività professionale. Una sosta prolungata permette inoltre ai figli di frequentare con regolarità la scuola, nelle famiglie in cui i genitori hanno compreso l’evolversi del mondo e sofferto dell’inferiorità di essere analfabeti. Pensiamo al trasporto motorizzato, alla Televisione e perfino alla comunicazione telematica, all’informatica, ecc.
In alcuni Paesi si assiste pure all’incorporazione abbastanza generalizzata degli Zingari nel lavoro finora esclusivo dei gağé, specialmente in campo artistico. Sono diventati inoltre più frequenti i matrimoni fra Zingari e gağé, e anche nell’ambito della promozione della donna si registra un significativo cambiamento, pur restando ancora molto da fare sulla via dell’uguale dignità con l’uomo.
Forse non tutti sanno che il martire spagnolo, il Beato  Zeffirino Giménez Malla, è il primo Zingaro nella storia della Chiesa ad essere stato elevato agli onori degli altari. Non tutti sanno che alle etnie degli zingari appartengono Sacerdoti, Diaconi e Religiosi. Attualmente, conferma padre Luigi Peraboni, sacerdote barnabita 75enne che da 36 anni si dedica all’evangelizzazione dei nomadi, le vocazioni che escono dall’etnia rom/sinti sono circa 130: 70 preti e 60 suore. È totalmente ignorato il fatto che nei Balcani sotto i regimi comunisti i nomadi hanno frequentato le scuole e settant’anni dopo la guerra ci sono intellettuali che elaborano una nuova cultura dell’incontro, un “potere zingaro” a fronte di un popolo perseguitato e differenziato al suo interno. Sono assolutamente veri questi dati forniti dall’assessore all’istruzione del comune di Padova, che cioè oltre l’85% degli iscritti sinti e rom ha concluso l’anno scolastico 2008/2009 con l’ammissione alla classe successiva. Se si guarda all’anno precedente, la percentuale di successo era ferma a 74,26%. Contro tutti i luoghi comuni non è di secondaria importanza ricordare che i gruppi zigani non richiedono innanzitutto la fornitura di beni e servizi ma in primo luogo il riconoscimento e il sostegno alle loro capacità individuali e collettive. Gli zingari non possono essere assistiti, segregati e infantilizzati ma devono essere riconosciuti come individui competenti e, in quanto tali, interlocutori autorevoli con cui discutere finalità e mezzi da attuare e valutare. Pochi sono a conoscenza del fatto la famiglia rom Korakahne (bosniaca) di Zlatan Ibrahimovic, è utile ribadirlo,è riuscita ad arrivare agevolmente in Svezia, democrazia molto più solida della nostra, e grazie alla diversa situazione politico-sociale-culturale è diventato uno dei più celebri calciatori del mondo. Ad onor di cronaca altri celebri calciatori sono di etnia rom e sinti tra i quali spicca senz’altro Andrea Pirlo (sinto italiano), capitano della nazionale campione del Mondo (!!!). Questi esempi dimostrano abbondantemente come a condizioni politiche e sociali favorevoli corrispondono risultati più che lusinghieri dal punto di vista dell’inserimento sociale e dello sviluppo culturale. Don Federico Schiavon che vive in un campo nomadi a Udine afferma: « Facile, ad esempio, accusare gli zingari di rubare. Ma perché non dire anche che la loro voglia di trovare un lavoro viene continuamente frustrata dal pregiudizio? Qui a Udine basta che al Collocamento vedano che il richiedente risiede in via Monte Sei Busi e l’impiego te lo scordi. Facile denunciare le zingare che praticano l’accattonaggio, peraltro reato abrogato dalla nostra legislazione. Ma loro, in questo modo, sono apprezzate per essere capaci di contribuire al bilancio familiare. Spero che non si voglia scacciare i mendicanti dai sagrati delle chiese: danno un volto alla povertà e alla carità. San Francesco non creò forse un ordine dei mendicanti?».
Poche settimane fa ha, lo stesso don Federico, ha presentato i risultati di una ricerca realizzata per la Fondazione Migrantes dall’Università di Verona sugli stereotipi legati ai rom. In essa si dimostra che la loro nomea di rapitori di bambini è del tutto infondata. Per farlo si è avvalso della collaborazione delle Procure italiane. Risultato? Non ci sono mai state condanne di zingari per questo reato. «Casomai sono loro che potrebbero pensare agli italiani come rapitori di bambini, dato l’alto numero di sentenze dei Tribunali dei minori che tolgono la patria potestà alle famiglie zingare con motivazioni discutibili». Basta guardare le cose da un altro punto di vista: quello degli zingari.

 

Una via di salvezza

Resta quindi da compiere un grande lavoro di apertura e di informazione, per strappare dagli animi la diffidenza, sostenuta da una letteratura acritica e tristemente diffusa nella società, che alimenta l’atteggiamento di rifiuto. Se per l’uomo laicus e politicus è un dovere di onestà tener conto di quanto andiamo dicendo per non perpetuare ingiustizie, per il credente oltre a quanto affermato qui vale la parola di Cristo e della Chiesa che non solo esige il rispetto della persona ma una scelta in favore di chi è svantaggiato e pesantemente discriminato. Nel necessario approccio pastorale al mondo zingaro il cristiano adulto spinto dall’amore per ogni figlio di Dio dovrà armarsi, di pazienza onde perseverare in una lotta che può suscitare ostacoli e inimicizie di ogni genere. Il credente dovrà come Cristo camminare con decisione ostinata verso Gerusalemme che significa essere preparati a subire persecuzione e rifiuto. È prezioso quanto suggeriscono documenti sulla pastorale degli zingari: La specificità della cultura zingara, in effetti, è tale da non rendere a loro consona un’evangelizzazione semplicemente dall’esterno, facilmente giudicata come un’invadenza. Sulla scia della vera cattolicità, la Chiesa deve diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari, affinché essi possano partecipare pienamente alla vita della Chiesa. Ciò porta a prospettare un atteggiamento pastorale improntato alla condivisione e all’amicizia, per cui risulta importante per gli Operatori pastorali specifici immergersi nella loro forma di vita e condividerne la condizione, almeno per un certo tempo. Per essi vale dunque in modo del tutto speciale ciò che la Chiesa esige da quanti sono impegnati nei territori missionari, vale a dire che «debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono e improntare le relazioni con essi a un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli» (AG 11).