Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.

leggevi WOMAN AS DESIGN di Stephen Bayley?

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione (veramente ce n’è solo una, ma basta e avanza): la donna, le sue forme, il suo fascino, il design e il desiderio che suscita il suo corpo che ispira. La sublime e oscura porta di accesso ai piaceri dell’immaginazione, della carne e dello spirito, sino all’ebbrezza della contemplazione della forma pura del corpo femminile. Beh! oggi sono proprio in vena di innalzare un peana!
Donne da mangiare, toccare, sognare, ammirare, adorare e temere. Meglio che mi fermi qua. La donna come forma primigenia. Come archetipo del richiamo e della seduzione. La donna come disegno che ispira per creare forme e costruzioni che la richiamano. Dal fumetto ai super erotici reggiseni e corpetti di neoprene lucido. Sante, statue, dipinte, Madonne, modelle, donne moderne, maliarde e gran matrone, prostitute e pin up.

Fascinose e impagabili! Il tutto racchiuso in un libro spettacolare per ricchezza iconografica e riferimenti.

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Un libro che ti porteresti sempre appresso, con immagini icona a sazietà. Se non pesasse un botto. Da sfogliare ogni volta che ne senti il bisogno. I fianchi di una donna come la bottiglia di Coca Cola. Anche quello trovi. La mistica estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini e il disegno della vagina di una desolante didascalica perfezione. WOMAN AS DESIGN è un libro irriverente, mai volgare, senza pudori capace di mettere in relazione seni, ombelico, delta di Venere e altro ancora che lascio alla tua fervida immaginazione con l’inconscio, con l’architettura, la moda, col desiderio e con la stessa forma del mondo. La donna /forma/sguardo che fa innamorare e ispira la sagoma di radiatori, carrozzerie d’auto, grattacieli e palazzi, che influenza linguaggio, moda e costume; basta guardarsi attorno e sfogliare rotocalchi per rendersene conto. Woman as Design è un lungo e articolato racconto visivo, nella storia e nel costume. Senza pudore e senza reticenze (e senza offese). Contiene numerose meraviglie: dalla scultura di bronzo e alabastro con 15 testicoli di toro alla mastodontica e stupefacente donna guerriero di Volgograd. Dalla conturbante bionda sadomaso che regge un piano di cristallo dell’artista pop Allen Jones alla Venere di Willendorf alla stupenda Raquel Welch vestita di stracci nella pellicola di Don Chaffey.

E poi cè la Psiche di Lord Leighton e anche Marlene Dietrich che si mette il rossetto. Ma ti rendi conto? Come fai a non schiantarti e a non giacere succube del suo fascino tentacolare?! Dalle coppe di champagne a forma di seno di Maria Antonietta (si dice) alla ragazza di Ipanema ispiratrici delle forme sinuose del Teatro Niteroi di Oscar Niemeyer, per non parlare della Gioconda e  dell’Acqua purgativa e della pedicure di Lolita. Lo sguardo della Gioconda e quello di Kate Moss, a confronto, insondabili, misteriose e inquietanti.


La consolazione erotica di una giovane indiana che si trastulla con un grosso tubero. (l’immaginazione non difetta, ma è il modo in cui lo fa!). Un libro ricercato e tuttavia semplice perché tratta di argomenti e soggetti che sono sotto gli occhi di tutti. Un libro che propone collegamenti e suggerisce ipotesi quasi tutte verificabili. E poi gli accessori; molto si parla di reggiseni, poco di mutande, tacchi, cinture e scarpe, pazienza. Un libro “diverso”, quasi didascalico, sicuramente non offensivo e con la lode, che Lodovico Gavazzi, titolare della libreria milanese BOOKS IMPORT ci aveva consigliato.

ti faceva rabbrividire di piacere e orrore?

Non mi soffermo sulla trama del racconto di Joseph Sheridan Le Fanu Carmilla e sul suo orrendo finale, trattasi di una storia di vampiri e di giovani vittime, ambientata in un remoto angolo della Stiria. Ho letto il racconto a quindici anni, al Romito, la casa del conte Aldo di Ricaldone, che mi onorava della sua amicizia, insieme alla moglie Matilde Izzia, mia grandissima amica. Non dico che rabbrividisco tuttora dopo svariati decenni dalla prima lettura, anche perché ce ne sono state altre di letture dello stesso racconto, e tutte scoprivano aspetti inediti, sottotraccia. Nell’immensa biblioteca del conte di Ricaldone ho letteralmente “divorato” Carmilla, per la prima volta e poi l’ho sognata, vicino a me, di notte, condividere lo stesso guanciale preparatomi con affettuosa premura dalla contessa Matilde.

Altri tempi, altri sogni, altre…voluttá di adolescente, direi, se non mi tornassero alla mente le fragorose sghignazzate del conte, dedito a canzonarmi perché mi ero infatuato di un vampiro. Carmilla, alias Millarca, ovvero Mircalla che aveva colpito ancora. Se c’è un racconto gotico per eccellenza questo è Carmilla, con tutto il suo fascino subdolo, il tenebroso magnetismo, criminale, oscuro, che porta in luce implicazioni saffiche flagranti e che affonda le radici nell’inconscio e nel “doppio” dell’individuo, evidenziando pulsioni e attrazioni contaminate e contaminanti. Cosa sottende questa storia? Oltre alla banale vicenda in cui una giovane splendida femmina vampiro, assetata di vita altrui, si alza da una bara ogni notte per fare i suoi comodi. E di una ignara fanciulla, desiderosa di compagnia che la ospita nel suo maniero in Stiria?

C’è attrazione omosessuale, brame nefande, ci sono stati d’animo ambigui e complessi, vibranti, voluttá e malinconie ineffabili ed estenuanti dolcezze, stati d’animo inconfessabili e dichiarazioni d’amore saffico vere e proprie, che fanno il paio con l’esecrabile attrazione per la diabolica Carmilla. Ma non è tutto cosí evidente. Cerco di essere piú chiaro, riportando alcuni brani del racconto della stessa vittima ignara che ospita Carmilla a casa sua e che non riesce (non vuole o non puó?) svincolarsi da quella morbosa attrazione: Il giorno appresso ci incontrammo di nuovo. Ero estasiata della sua compagnia per molti aspetti. Alla luce del giorno era altrettanto incantevole…era senza dubbio la piú bella creatura che avessi mai visto e il ricordo del volto apparsomi in un sogno lontano aveva perso i connotati sgradevoli del primo, inatteso riconoscimento. Lei stessa mi confidó di avere avuto un sussulto nel vedermi e la stessa indefinibile ripulsa che s’era mescolata alla mia ammirazione. Ormai potevamo ridere di quei momenti d’orrore. Sovente mi gettava le braccia al collo, mi attirava a sé e, poggiando la guancia alla mia mi bisbigliava con le labbra all’orecchio:… se il tuo cuore è ferito anche il mio cuore selvaggio sanguina con il tuo. Nell’estasi della mia infinita umiliazione, vivo del calore della tua vita e anche tu morirai…d’una morte estenuante e dolcissima…della mia vita…a tua volta ti appresserai ad altri ed apprenderai l’estasi di quella crudeltá che è anche amore. …

Poi, dopo una tale rapsodia, mi serrava piú stretta nel suo trepido abbraccio e le sue labbra imprimevano sulle mie guance il calore di soffici baci…Provavo un’eccitazione strana e tumultuosa che raggiungeva di tanto in tanto la soglia del piacere, restando sempre intrisa ad un senso indefinibile di angoscia e di disgusto….ero conscia di un amore che si andava trasformando, ad un tempo, in adorazione e in abominio. Dopo un’ora di apparente apatia…la mia strana e bellissima compagna mi attirava a sé con lo sguardo carico d’aviditá e le sue calde labbra mi coprivano le guance di baci mentre sussurrava in un singulto: -Sei mia, devi essere mia, tu ed io saremo una cosa sola, per sempre.- …Allora le chiedevo: Siamo forse parenti?…Alle volte era come se non esistessi per lei, sebbene poi scoprissi che i suoi occhi mi seguivano pieni di malinconico ardore...Il fascino del lungo racconto non risiede nella storia di un vampiro e delle sue giovani vittime, anche se scritto in modo eccelso e con colpi di scena magistrali. In altro risiede la sua suggestione. Perché la castellana non interrompe le dichiarazioni sempre piú pressanti del bel vampiro? Perché non recide quel torbido legame con Carmilla? Forse perché teme di offendere l’ospite? Puó anche darsi, ma il vero motivo è un altro. Perché una parte del vampiro vive in lei e viceversa. Ossia in Carmilla vive il doppio di Laura, della sua parte piú inconfessabile e torbida.

A ulteriore chiarimento ci aiuta Attilio Brilli che scrive ne Gli anagrammi nel sangue: Carmilla non è solo la reincarnazione anagrammatica di Millarca e di Mircalla nella serie demoniaca; ella è anche l’altro da sé della protagonista, l’estroflessione della parte segreta ed inconscia, il fantasma che, nato dal suo sangue, non puo che alimentarsi di esso…Che Laura e Carmilla siano il frutto della decomposizione psicologica di uno stesso personaggio, in sé complesso e contradditorio non v’è dubbioCarmilla rappresenta l’eros malinconico che distrugge incorporandolo, l’oggetto perduto, identificato narcisisticamente con la persona della protagonista…attraverso un processo che regredisce alla fase orale o cannibalica (il vampirismo appunto) della libido…
A quindici anni, a casa del conte di Ricaldone io non potevo sapere queste cose, del resto non erano indispensabili per rimanere soggiogato da quella fascinazione diabolica e duplice. Innamorarsi di Carmilla significava anche innamorarsi del suo doppio “normale” ovvero della castellana che la ospitava.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.

a Milano si faceva vera Cultura?

Loredana Pecorini non c’è più da tre anni. Ma di lei ho un ricordo così vivo e grato che difficilmente si annebbierà. Tu, che sei di Milano, o ci vivi ancora, te la ricordi quando andavi a cercare opere speciali o a ascoltare musica in Foro Bonaparte, nella sua magica libreria? E tu, che mi stai leggendo perdona l’impertinenza, ma se hai conosciuto Lalla mi farebbe piacere conoscerti! Perché Lalla Pecorini faceva parte, e ora lo fa solo nel ricordo, delle persone ed eredità culturali migliori di Milano.

Mi aveva regalato un bel libro su Ugo Foscolo con la sua dedica a mio figlio. Bando al triste e grato ricordo. Perché ne riparlo? Avevo recensito il libro di un suo amico autore, in omaggio a lei e a lui ecco quello che avevo scritto qualche tempo fa: LA CHIMERA DI CARLO VIII  e penso che il post sia ancora attuale.
La signora ha più di cinquecento anni. Ma non li dimostra. Lo spirito è quello di una ragazzina, entusiasta e coinvolgente. Le avevamo chiesto un incontro per illustrare un nostro progetto e fra telefoni che squillavano e saluti con vecchi e nuovi clienti siamo riusciti a malapena a introdurre l’argomento. Di chi e di cosa stiamo parlando? Di una delle più lussureggianti librerie milanesi (ora sparita) : e della sua titolare, signora Loredana Pecorini, il cui spirito e passione sono identiche a quelle dei primi stampatori tedeschi, veneziani e trinesi che nelle loro botteghe, seicento anni fa, dettero inizio a una nuova arte: quella della stampa col torchio. La signora Pecorini è la loro erede ideale. E mentre dimostriamo interesse lei ci illustra con amorevole cura edizioni che farebbero gola a un troglodita. Carte giapponesi, caratteri mai visti prima, edizioni che sembrano carezzare lo spirito e la mente, in particolare una dell’opera proustiana che occhieggia da una teca protetta, dotata di una copertina che, da sola, induce all’acquisto. Sono i libri che lei vende, e definirli libri di pregio riesce assolutamente riduttivo. Infatti, il valore aggiunto di queste opere non è facilmente calcolabile. Non occorre essere bibliofili, bisogna semplicemente amare le cose belle, il gusto, l’armonia, capire che state sfogliando opere d’arte fatte di carta, passione, con illustrazioni fuori del comune, con caratteri e spaziature che nulla hanno da spartire col libro delle normali librerie. Fra le “meraviglie” della sua Libreria, troviamo: LA CHIMERA DI CARLO VIII di Silvio Biancardi. Si potrebbero sprecare numerosi aggettivi encomiastici per lodare quest’opera. Ne scegliamo due soltanto: entusiasmante e insostituibile. E già dai primi capitoli se ne capisce il motivo. Le 800 pagine de LA CHIMERA DI CARLO VIII si leggono (avendone il tempo) tutte d’un fiato, come un romanzo dalle mille avventure, dai mille volti, dai cento tradimenti; alleanze e promesse non mantenute si susseguono a non finire. Sono le radici di un albero che affondano nel passato dell’Italia, facendoci comprendere molte cose sui nostri trascorsi, sui comportamenti, sul nostro carattere nazionale di allora e odierno, non esattamente tutte incoraggianti o di cui vantarsi.

Ma la storia e i suoi perché qui trovano un riscontro tale e dovizia di particolari attraverso testimonianze e documenti di stupefacente rilievo e vastità. È tutto documentato con abbondanza di particolari. L’autore fa parlare sovrani, ambasciatori e belle dame in una girandola di battute che mai disorienta, anzi che sorprende per la sua vivezza. Silvio Biancardi tratteggia sapientemente un disegno che affascina per la ricchezza dei particolari e per la trama di ciò che davvero è accaduto in quegli anni drammatici.
Era l’epoca dei Medici, di Leonardo da Vinci, degli Spagnoli a Napoli, per intenderci, il tempo degli anatemi di Frate Girolamo Savonarola e delle meraviglie che le regali residenze napoletane custodivano. L’autore, spesso con sottile ironia, mai esprimendo giudizi fuorvianti raccoglie le ambasciate di Ludovico il Moro, le debolezze di Carlo VIII, (un sovrano il cui aspetto non era propriamente aitante: piccolo, smilzo, con un gran naso, e non suscitava entusiasmo), i dinieghi diplomatici della Serenissima, la faticosa spola degli ambasciatori spediti su e giù per la penisola a ricucire strappi, proporre alleanze, minacciare rappresaglie. Ma Carlo VIII aveva un progetto: scendere in Italia per scacciare gli Aragonesi e riprendersi quello che riteneva di sua proprietà: il regno di Napoli per poi continuare la rotta andando a combattere i Turchi. L’Italia dei cento stati, al suo passare si dissolve come neve al sole, mettendo in luce rancori, cupidigie, rivalse e vendette. L’Italia che non c’era, è tutta lì, non sa che pesci prendere, è in preda al collasso e si spaventa per poi tentare colpi di coda. I Francesi fanno sul serio e sparano per davvero con le loro micidiali artiglierie abbattendo a colpi di cannone le scarse resistenze degli Aragonesi. Soprattutto brillano le trame di Ludovico Sforza detto il Moro, che dopo aver favorito la discesa del sovrano francese accogliendolo con feste e danze a cui partecipano dame dalle generose scollature, ora sollecita la lega di Stati in funzione antifrancese (intrappolare il re ora nemico in quella palude insidiosa che era l’Italia di fine Quattrocento?)  Dopo aver sperato invano di espandere il suo potere Ludovico il Moro si sente ora trascurato e non tarderà a vendicarsi tramando esplicitamente contro i Francesi. E il Papa? Tutto da leggere ciò che successe veramente fra Alessandro VI e Carlo VIII. E l’autore di questo affresco dalle forti tinte ce ne dà ampio resoconto. E come trascurare le speranze deluse di Pisa che invoca il re francese in funzione anti-fiorentina? O l’enigmatica impassibilità del governo dei Dogi che non dice mai nulla e non rifiuta mai nulla? L’opera di Biancardi è unica perché fa parlare i protagonisti di quegli anni, secondo un diario di avvenimenti incalzante che ha il sapore di un reportage. Forse per una di quelle rare alchimie della storia Silvio Biancardi può dire: Io c’ero, ho visto e ora racconto. Le illustrazioni sono tratte dal volume. L’edizione ci è stata segnalata da Loredana Pecorini titolare della libreria omonima.