ti faceva rabbrividire di piacere e orrore?

Non mi soffermo sulla trama del racconto di Joseph Sheridan Le Fanu Carmilla e sul suo orrendo finale, trattasi di una storia di vampiri e di giovani vittime, ambientata in un remoto angolo della Stiria. Ho letto il racconto a quindici anni, al Romito, la casa del conte Aldo di Ricaldone, che mi onorava della sua amicizia, insieme alla moglie Matilde Izzia, mia grandissima amica. Non dico che rabbrividisco tuttora dopo svariati decenni dalla prima lettura, anche perché ce ne sono state altre di letture dello stesso racconto, e tutte scoprivano aspetti inediti, sottotraccia. Nell’immensa biblioteca del conte di Ricaldone ho letteralmente “divorato” Carmilla, per la prima volta e poi l’ho sognata, vicino a me, di notte, condividere lo stesso guanciale preparatomi con affettuosa premura dalla contessa Matilde.

Altri tempi, altri sogni, altre…voluttá di adolescente, direi, se non mi tornassero alla mente le fragorose sghignazzate del conte, dedito a canzonarmi perché mi ero infatuato di un vampiro. Carmilla, alias Millarca, ovvero Mircalla che aveva colpito ancora. Se c’è un racconto gotico per eccellenza questo è Carmilla, con tutto il suo fascino subdolo, il tenebroso magnetismo, criminale, oscuro, che porta in luce implicazioni saffiche flagranti e che affonda le radici nell’inconscio e nel “doppio” dell’individuo, evidenziando pulsioni e attrazioni contaminate e contaminanti. Cosa sottende questa storia? Oltre alla banale vicenda in cui una giovane splendida femmina vampiro, assetata di vita altrui, si alza da una bara ogni notte per fare i suoi comodi. E di una ignara fanciulla, desiderosa di compagnia che la ospita nel suo maniero in Stiria?

C’è attrazione omosessuale, brame nefande, ci sono stati d’animo ambigui e complessi, vibranti, voluttá e malinconie ineffabili ed estenuanti dolcezze, stati d’animo inconfessabili e dichiarazioni d’amore saffico vere e proprie, che fanno il paio con l’esecrabile attrazione per la diabolica Carmilla. Ma non è tutto cosí evidente. Cerco di essere piú chiaro, riportando alcuni brani del racconto della stessa vittima ignara che ospita Carmilla a casa sua e che non riesce (non vuole o non puó?) svincolarsi da quella morbosa attrazione: Il giorno appresso ci incontrammo di nuovo. Ero estasiata della sua compagnia per molti aspetti. Alla luce del giorno era altrettanto incantevole…era senza dubbio la piú bella creatura che avessi mai visto e il ricordo del volto apparsomi in un sogno lontano aveva perso i connotati sgradevoli del primo, inatteso riconoscimento. Lei stessa mi confidó di avere avuto un sussulto nel vedermi e la stessa indefinibile ripulsa che s’era mescolata alla mia ammirazione. Ormai potevamo ridere di quei momenti d’orrore. Sovente mi gettava le braccia al collo, mi attirava a sé e, poggiando la guancia alla mia mi bisbigliava con le labbra all’orecchio:… se il tuo cuore è ferito anche il mio cuore selvaggio sanguina con il tuo. Nell’estasi della mia infinita umiliazione, vivo del calore della tua vita e anche tu morirai…d’una morte estenuante e dolcissima…della mia vita…a tua volta ti appresserai ad altri ed apprenderai l’estasi di quella crudeltá che è anche amore. …

Poi, dopo una tale rapsodia, mi serrava piú stretta nel suo trepido abbraccio e le sue labbra imprimevano sulle mie guance il calore di soffici baci…Provavo un’eccitazione strana e tumultuosa che raggiungeva di tanto in tanto la soglia del piacere, restando sempre intrisa ad un senso indefinibile di angoscia e di disgusto….ero conscia di un amore che si andava trasformando, ad un tempo, in adorazione e in abominio. Dopo un’ora di apparente apatia…la mia strana e bellissima compagna mi attirava a sé con lo sguardo carico d’aviditá e le sue calde labbra mi coprivano le guance di baci mentre sussurrava in un singulto: -Sei mia, devi essere mia, tu ed io saremo una cosa sola, per sempre.- …Allora le chiedevo: Siamo forse parenti?…Alle volte era come se non esistessi per lei, sebbene poi scoprissi che i suoi occhi mi seguivano pieni di malinconico ardore...Il fascino del lungo racconto non risiede nella storia di un vampiro e delle sue giovani vittime, anche se scritto in modo eccelso e con colpi di scena magistrali. In altro risiede la sua suggestione. Perché la castellana non interrompe le dichiarazioni sempre piú pressanti del bel vampiro? Perché non recide quel torbido legame con Carmilla? Forse perché teme di offendere l’ospite? Puó anche darsi, ma il vero motivo è un altro. Perché una parte del vampiro vive in lei e viceversa. Ossia in Carmilla vive il doppio di Laura, della sua parte piú inconfessabile e torbida.

A ulteriore chiarimento ci aiuta Attilio Brilli che scrive ne Gli anagrammi nel sangue: Carmilla non è solo la reincarnazione anagrammatica di Millarca e di Mircalla nella serie demoniaca; ella è anche l’altro da sé della protagonista, l’estroflessione della parte segreta ed inconscia, il fantasma che, nato dal suo sangue, non puo che alimentarsi di esso…Che Laura e Carmilla siano il frutto della decomposizione psicologica di uno stesso personaggio, in sé complesso e contradditorio non v’è dubbioCarmilla rappresenta l’eros malinconico che distrugge incorporandolo, l’oggetto perduto, identificato narcisisticamente con la persona della protagonista…attraverso un processo che regredisce alla fase orale o cannibalica (il vampirismo appunto) della libido…
A quindici anni, a casa del conte di Ricaldone io non potevo sapere queste cose, del resto non erano indispensabili per rimanere soggiogato da quella fascinazione diabolica e duplice. Innamorarsi di Carmilla significava anche innamorarsi del suo doppio “normale” ovvero della castellana che la ospitava.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

c’era la fantascienza?

Nostra sorella Wikipedia scrive: La data di nascita della fantascienza è convenzionalmente indicata al 5 aprile del 1926, quando uscì negli Stati Uniti la prima rivista di fantascienza, Amazing Stories, diretta da Hugo Gernsback, ma al genere possono essere ascritte numerose opere precedenti, dal Frankenstein di Mary Shelley ai romanzi di Jules Verne e H. G. Wells. Quella di cui ti voglio accennare io è una storia flash, quasi un sottotitolo di un racconto che presumibilmente avrebbe potuto essere molto piú lungo. È una storia che ti lascia senza fiato, ma non solo. Riserva una sorpresa finale che ti lascia a bocca aperta. Un racconto di una pagina scarsa può entrare nella storia della letteratura, diventando un classico della narrativa? Certo che può. È LA SENTINELLA. Ogni volta che la leggiamo proviamo un brivido lungo la schiena. Storia lampo, che lascia attoniti, capace di trasferire sentimenti umani allo strano soldato preda dell’ansia. Il quale rivive per noi, in modo speculare, la sua lunga attesa in una terra desolata, ai margini della galassia. Due righe finali svelano la realtà rivelando nello stesso tempo la nostra condizione umana.

Lo strano soldato potrebbe essere un nostro combattente in una trincea della Prima Guerra mondiale. Uno che prova ansia, che soffre come tanti fantaccini spediti a sorvegliare il nemico, freddo, paura, uno come noi, insomma, psicologicamente simile all’umano. Soffre lo stesso stress dell’attesa di un nemico spietato e invisibile. E quindi:
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più…

Non voglio privarti della sbalorditiva sorpresa. Molti di voi già sapranno di cosa sto parlando. Tratto dall’ormai mitica edizione pubblicata da Einaudi. Le Meraviglie del Possibile – Antologia della Fantascienza a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero.
Il racconto fa parte, insieme a molti altri (tutti per diversi motivi eccezionali) scritti da diversi autori, di un unicum narrativo di grande rilievo che ancora oggi colpisce e ci fa riflettere per la sua carica dirompente, e coinvolgente, gli interrogativi sul nostro presente futuro e l’attinenza al quotidiano (per certi versi ancora piú fantastico del mondo ritratto della fantascienza tradizionale).
La fantascienza è il nostro presente. La fantascienza siamo noi, il vicino di casa, la vecchietta con le scarpe viola, la banalitá della nostra vita “insidiosamente e supinamente tecnologica” corrente, alla quale ci siamo assuefatti; il rapporto osmotico fra la nostra vita tradizionale e una possibile futuribile, attuale, o parallela diventa cosí evidente da risultare quasi banale, perché ovvio. Voglio metterti sul gusto senza svelarti come va a finire. Il brevissimo racconto flash di Frederic Brown comincia cosí:
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato.
Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super armi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. C’è anche un’edizione economica…si fa per dire.

Domanda: quando la fantascienza verrá introdotta nelle scuole come materia di insegnamento? Occorrerebbe prepararsi per il futuro, o, forse, per il passato. Lovecraft nel suo LE MONTAGNE DELLA FOLLIA, insegna.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (2)

La prosa di Miller, successiva a quella di De Queiroz di una sessantina d’anni, descrive una delle infinite propaggini (siamo in una sala da ballo) di un mondo nuovo e giá in palese degradazione-dissoluzione, un mondo giá alienato e a gambe all’aria (successivo alla grande Depressione) in cui il sesso funge da strumento di misura e scandaglio, il naufragio dei vecchi valori ed equilibri incarnati dai personaggi del romanzo portoghese, balza agli occhi, evidente. Confrontare i due brani scritti da due maestri della letteratura fa venire la gastrite.

Scherzi a parte, cosa è successo in poco piú di mezzo secolo? E tu dove vorresti vivere? nel Portogallo di fine secolo o nella rutilante America, padrona del mondo? Tutto e il suo contrario. Il nuovo mondo, a detta di chi ci è nato e vissuto, si è rivelato in questo modo: Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto…confrontato con la limpidezza e la soavitá di una sala da pranzo portoghese di fine Ottocento: la sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. Miller parla del sogno americano in questi termini: Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra… C’è musica in entrambe i brani ma quella del Fado che riprende sempre piú dolce e glorificatore in TROPICO DEL CAPRICORNO è diventata veleno: Nella musica c’è sparso veleno da topi, e ancor peggio: …la musica è come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio… Ora, di questi esempi, e di un’infinitá di brani si potrebbero citare e commentare. Il vecchio mondo “decrepito” che sta per lasciare il passo al nuovo è armonia di forme, ricco di stemmi, blasoni, finte o autentiche virtú, tradizione, colori, stili di vita e ambienti radicati nel passato e solo nel passato, è insomma la Tradizione, nell’accezione piú ampia, e nel bene e nel male; in questo caso si tratta di ambienti accoglienti e inconfondibili, attraenti, grati in cui il suono dolce e struggente del Fado aleggia, sono radici antiche di una illustre casata portoghese, coi suoi riti, il suo ritmo, l’orgoglio e il riflesso di una hispanidad in salsa portoghese, appena accennata, la sua (anche) civettuola e aristocratica essenza, gli inconfondibili aromi e sapori di casa Ramires. Dall’altra parte dell’oceano dopo sessant’anni tutto questo diventa: La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate… cosí Miller scriveva nel 1940-50. E oggi cosa succede nella terra dei Cherochee e degli Sioux? Questo succede: Dati alla mano, sono oltre 25 milioni le persone che negli Stati Uniti hanno utilizzato oppioidi prescritti senza motivazioni mediche almeno una volta. Secondo i dati del Centers of Disease Control and Prevention, inoltre, nel 2017 sono stati prescritti oppioidi per 57 americani ogni 100. E dal 1999 al 2017, almeno 218mila persone sono morte di overdose da medicinali come l’oxycontin. Ovvero il malessere e il disagio si sono infiltrati, hanno messo radici, hanno dilagato e fruttificato, “infettando” come una metastasi gangrenosa l’intera societá americana. Il periodo descritto da Miller era solo un preludio alla vera attuale catastrofe.

Se qualcuno si offende me lo dica. In luogo dell’equilibrio, della Tradizione, della vecchia e vituperata Europa, asfittica, bolsa e codina, ormai superata dalla corsa della Storia ecco emergere il nuovo popolo del nuovo mondo. La prosa dello scrittore americano è acido solforico, un corrosivo versato sul modo di vita e i personaggi che lo animavano, fra il 1930-1950. Descritto dalla prosa sulfurea di Miller: …Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…Sono stato troppo crudo? Non sono io a dirlo, ma uno dei loro piú eminenti e coraggiosi scrittori, che, scrivendo, si autodenunciava, coinvolgendo nella critica la societá in cui viveva, il grande Henry Miller. Di questi raffronti ed esempi un mare. Come ben sai. Oggi non avrebbero senso né la prosa di Miller, perché la porta e giá stata sfondata e nemmeno la prosa limpida, pacata equilibrata, proustianamente portoghese, di De Queiroz, perché quel Portogallo non esiste piú, come non esiste piú l’Europa.

accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (1)

E fu subito processo, l’accusa riguardava oscenitá e pornografia. Si sa che negli Stati Uniti queste cose vengono prese sul serio. Ottanta anni fa quelle pagine causarono vero scandalo, furono ritenute oscene e scabrose. I romanzi divennero famosi, oltre che per la loro esplicita e spesso accurata descrizione del sesso, anche per la prosa colta, corrosiva ed elaborata, una prosa che fa diventare TROPICO DEL CANCRO («Il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto; al suo confronto l’Ulisse di Joyce sa di limonata», così Jack Kahane definisce Tropico del Cancro, primo romanzo di Henry Miller) , suito dopo ci fu TROPICO DEL CAPRICORNO, due incontestabili capolavori letterari del ventesimo secolo. Qualche esempio non guasta, per introdurre l’argomento, tratto da: TROPICO DEL CAPRICORNO leggo: la ninfomane Paula ha l’andatura sciolta e slegata del sesso a doppia canna… Ecco l’incarnazione dell’allucinazione del sesso, la ninfa marina che si torce nelle braccia del maniaco…
…Fra i tentacoli spenzolanti scintilla e sfolgora la luce poi rompe in una cascata di sperma e acqua di rose…Una piovra d’oro sciropposa coi giunti di gomma e gli zoccoli fusi, il sesso disfatto e intrecciato a nodo…

Nella musica c’è sparso veleno da topi, …la musica e come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio. …Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto… Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra…La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate…Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…
Prosa sulfurea, dico io, immersa nel mondo nuovo e (subito) profondamente degradato e irriconoscibile, sviluppatosi oltreoceano. Non è per capriccio o bizzarria che voglio confrontare quella prosa nuova e “scandalosa” condannata e sequestrata, (siamo negli anni ’50) con questo tipo di prosa, risalente alla fine dell’Ottocento. Appartiene a José Maria de Eça de Queiroz, considerato da Emile Zola superiore a Flaubert e definito il Proust portoghese, ma lasciamo stare le etichette che possono confondere.

I brani son tratti da L’ILLUSTRE CASATA RAMIRES, uno dei suoi capolavori:
Pur non venendo come lui da una casa di altissimo lignaggio, anteriore al regno, del miglior sangue dei re goti, non si poteva peró negare che André Cavalaiero fosse un ragazzo di ottima famiglia. Era figlio di un generale, nipote di un consigliere di Stato, aveva un blasone genuino sul Palazzo di Corinde. Con ricche terre intorno ottimamente coltivate e libere da ipoteche …inoltre nipote di Rei Gomes, uno dei capi del partito Storico, al quale si era iscritto anche lui fin dal secondo anno di universitá. La sua carriera era sicura e sarebbe stata brillante sia in politica che in amministrazione. E infine Gracinha amava svisceratamente quei baffoni rilucenti, le forti spalle da ercole educato, il fiero portamento che sembrava rivestirgli il petto di una corazza, e che veramente impressionava. Al contrario, lei era piccola e fragile con gli occhi timidi e verdi che il sorriso inumidiva e illanguidiva, la pelle trasparente come finissima porcellana e magnifici capelli piú lucidi e neri della coda di un puledro da battaglia, che le scendevano fino ai piedi e nei quali poteva avvolgersi tutta, cosí delicata e piccina com’era…..la chitarra risuonó nel corridoio, accompagnata dai passi pesanti di Gouveia E il Fado riprese sempre piú dolce e glorificatore:
O vecchia casa Ramires
fiore e gloria del Portogallo

…La sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. E sul marmo dei tavolini di servizio brillavano i residui opulenti della famosa argenteria di casa Ramires, che Bento costantemente strofinava e lucidava con cura amorosa.
….Gonzalo, specialmente d’estate, faceva colazione e pranzava sempre nella fresca e luminosa veranda, dove dalle stuoie ben tese partivano fino a mezzo muro le lucide piastrelle di ceramica del secolo XVIII. In un angolo, un ampio divano di vimini coi cuscini di damasco invitava alle delizie del sigaro…

Nel prossimo post cerco di spiegare, a volte le cose ovvie possono sembrarae strane, il perché di questo confronto.

c’erano rape, sesso, Dio e l’auto nuova?

Le rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia. Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio al suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo, la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape.

Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio. Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime. La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell. LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. (o suo surrogato) Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica e una miseria di anime senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce.

Caldwell è implacabile nel ritrarre il degrado. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, utilitaristico, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto. Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza: Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle. Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito…Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano. Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici. Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia  il Signore….Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, come l’auto, che invece tutti amano, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a sé stessa, la nonna, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. Una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti, L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Il futuro, la promessa e il dono. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne. Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio, in grado di sconfiggere Dio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.

E se il suo destino fosse quello di sostituire proprio Dio? Posseggo una edizione a cui ho incollato la copertina, che sbrindellata, cadeva a pezzi, un’edizione vintage, si direbbe oggi, pubblicata da Mondadori su licenza di Einaudi, nel 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire e, fra le perle della collana cui appartiene, ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.

c’erano i libri?

Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?

Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,

l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religiosopolitico e delle strutture economiche.

Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del  conte polacco Jan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.

Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?

alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.

cercavi il meglio in tutti i libri?

Mi piace pensarlo, anche perché lo rilevo di continuo. Un riscontro che, se ci pensi bene puoi verificare sempre anche tu. In ogni opera che si rispetti esiste un must, ovvero un’idea, un sentimento, una situazione, un paesaggio o personaggi così significativi da riuscire significativamente e indiscutibilmente migliori di tutti gli altri in altre opere o nell’opera stessa. Per bellezza, profondità, fascino. Dei must che sono insuperabili. Mi scopro ovvio a verificarlo; una cosa molto bella o profonda primeggia su tutte le altre, ogni opera ha delle parti trionfanti, incomparabili, migliori di ogni altra analoga in altre opere. Ti faccio qualche esempio per far chiarezza a te e a me. C’è una scena ne Gli isolani di Hemso di August Strindberg in cui si taglia l’erba di un prato: semplicemente incantevole, il quadro corale dei mietitori, della natura sconvolta dal loro avanzare, superbamente descritta, avverti l’odore dell’erba appena tagliata dalle falci, raccolta da una falange di fanciulle al seguito dei mietitori, munite di rastrelli, il turbinio di insetti che si allontanano, spaventati, ci senti la mano dell’uomo che corregge la natura, senza tuttavia guastarla, la freschezza, il trionfo di un paesaggio vivissimo, ridente e non banale. Sono scene ma possono essere ambienti o caratteri che diventano riferimento, punto massimo di espressione, per espressività e intensità, così da diventare dei must, degli unicum, come nell’ iIllustre casata Ramirez, ad esempio, di José Maria de Eça de Queiroz, definito Proust del Portogallo. Se vuoi sapere dell’anima portoghese, ad esempio, e di com’era il Paese alla fine dell’Ottocento c’è solo quel ritratto magistrale, insuperato. Cosa e come pensano, cosa mangiano, a cosa aspirano i Portoghesi. Pensare ai libri come a contenitori di bellezza, significato, sentimento e unicità per andare a colpo sicuro cercando quel brano che ti aveva così tanto colpito. Ad esempio c’è una scena in Padri e figli di Ivan Sergeevic Turgenev, che, seppur ho dimenticato gran parte del libro, mi riporta ancora a una emozione netta e vibrante, è relativa a due anziani genitori che si inclinano sulla tomba del loro figlio, stroncato da una malattia epidemica letale non curata (consapevolmente trascurata?) Non ho riscontro in altre opere di quanto sia commovente la scena. Una infinità di esempi, ogni opera ha i suoi must. come il ripudio della guerra e della sua insulsaggine, ad esempio, nell’urlo levato da Lev Nikolaevici Tolstoi in SEBASTOPOLI, in cui sentimenti, rancore strazio e pietà per i ragazzi soldati smembrati dai cannoni francesi si alternano dopo che graziosi pennacchi bianchi di fumo fioriscono dalle bocche dei cannoni, a costellare la pianura. E sempre per stare in tema di massacri e affini se vuoi sapere com’e andata a Napoleone in Russia devi, a tappe, si intende, sorbirti le milletrecento pagine di GUERRA E PACE. Ne vale la pena.

La morte che arriva. Pum! O l’orrore che si respira nelle ultime pagine di BENITO CERENO di Herman Melville, quando si scopre il vero motivo dello strano comportamento e dell’angoscia del capitano Benito Cereno, tenuto in ostaggio camuffato da una banda di schiavi ammutinati, dotati di pugnali e machete. Inutile cercare confronti con altre scene analoghe, Melville era maestro in queste genere di cose. Personaggi e scene che ti sono rimaste impresse e che ora primeggiano come la figura del boxer anziano che sogna una sugosa bistecca che la moglie non ha potuto preparargli prima dell’incontro, perché non le fanno piu credito dal macellaio. O come la scena del vecchio pellerossa, vecchio e malato, abbandonato dal figlio capotribù , da solo in mezzo ai lupi, con qualche stecco per il fuoco. Non credo ci sia qualcuno, su questo tema, con questa forza che abbia scritto qualcosa di meglio e di analogo come ha fatto London. Allora mi piace considerare la letteratura del mondo come un gigantesco arazzo, in cui gli autori, da millenni, esprimono il meglio e in questo meglio primeggiano incontrastati, descrivendo qualcosa, qualcuno, dando vita a scene uniche, di spessore e fascino ed espressività incomparabili. Potrei scrivere sino a domattina di questo e quello e quell’altro ancora e te potresti rispondere col meglio che ti ha colpito, Io darei solo un pallido esempio di quanto la letteratura del mondo intero sia importante a rappresentarci, anche a futura memoria, se le condizioni lo richiedessero. E del grande Garcia Marquez e del suo realismo magico e del teatro shakespiriano che rappresenta, sonda, analizza e distrugge il potere, in ogni sua declinazione non ne parliamo? Per non sottacere RE LEAR del grande William, se vuoi sapere del rapporto fra padre e figliolanza, complicato da una eredità mica da ridere. Ma da solo come si fa? non ho cento vite, quelle forse basterebbero a segnalare e raccontare qualcosa di noi. Ho detto: qualcosa…

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.