andavi a passeggio come Jean Jacques?

Tutti i libri sono uguali. Niente di più falso! Molti sono migliori di altri. E fra questi ce ne sono alcuni che vorremmo tenere sempre a portata di mano, anche se non dobbiamo preparare la rivoluzione francese. Edizioni che non si limitano a presentare il testo o l’autore, ma li inquadrano nel periodo storico e lo commentano. Se poi è Bruno Segre a curare l’opera allora è tutto più chiaro. È il caso di un volumetto della collana Biblioteca ideale Tascabile diretta da Angela Campana. Les reveries du promeneur solitaire è il titolo originale tradotto da Beniamino Dal Fabbro. Perseguitato da chiese e tribunali per le sue idee: Condanniamo il libro come contenente una dottrina abominevole pieno di un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene d’odio contro la Chiesa, empie, blasfeme, eretiche.
Perseguitato da chiesa e tribunali, il povero Rousseau è costretto alla fuga. Lui, uno dei protagonisti e dei pensatori più originali e geniali dell’Illuminismo. Ossessionato dall’idea di un complotto, Rousseau pensa che l’umanità intera congiuri contro di lui. Nella prima passeggiata esordisce scrivendo: “E ora eccomi solo sulla terra, non avendo altro fratello prossimo, amico, che me stesso. Sociabilissimo amorevolissimo tra gli uomini io ne fui proscritto per unanime accordo. Nella terza passeggiata: Non ho imparato a conoscere meglio gli uomini se non per meglio sentire la miseria in cui mi hanno inoltrato Nella sesta passeggiata: Se fossi rimasto libero, oscuro, isolato, com’ero nato per essere non avrei fatto che del bene, non avendo nel cuore il germe di nessuna passione nociva.” Torniamo alla qualità intrinseca del libro. Perché mi ha colpito? Perché è un’opera completa in tutti i sensi, che ci fa capire molto sull’epoca, sul personaggio e su cosa stava succedendo in Europa in quel periodo. Il vento della rivoluzione francese non nasce per caso, il libro insegna. Le Passeggiate solitarie a cura di Bruno Segre offre una griglia storica sintetica ed esauriente del periodo.

Introduce un quadro del tempo politico sociale utile a comprendere ciò che stava accadendo. Perché nel paragrafo: La vita e le opere ci fa capire come fossero l’educazione, l’amore, la vita di società dell’età dei Lumi. Perché viene approfondito il profilo dell’autore illuminando la genialità di Rousseau. Ma non basta. La Bibliografia e il Profilo del filosofo ci forniscono altri elementi di interesse. Tutto qui? Niente affatto. Nelle Schede, a fine libro, viene spiegata la singolarità del suo pensiero così sovversivo (uno dei padri spirituali della rivoluzione francese e di ogni altra rivoluzione?) E infine quel periodo di sconvolgimento viene confrontato con le atrocità e i conflitti del XX secolo. 125 pagine che fanno luce su un’intera epoca e su uno dei suoi protagonisti. Cosa vuoi spendere per questa riuscitissima edizione? (Ne abbiamo contate almeno una decina in catalogo che supponiamo dello stesso tenore). ti dico quanto l’abl’ho pagato: 0,52 euro. Anche la copertina è interessante. Ci mostra Jean Jacques Rousseau col suo bastone da passeggio intento alla passeggiata e con un mazzo di fiori che era solito cogliere per il suo erbario. Altri tempi, che ne dici?

e chi ha creato il nero gotico?

Non so se hai presente quel mattone di circa 500 pagine che va sotto il nome de IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI di Ann Radcliffe. Ebbene non è affatto un mattone, ma un romanzone a forti tinte dove amore, morte, delitto e panni molto sporchi si mescolano in una storia dalla robusta trama, che avvince, dove non mancano i colpi di scena. Le psicologie dei personaggi sapientemente tratteggiate, ce ne sono a sazietà, e alcune di ottimo livello letterario. Un’opera equilibrata dove i cattivi si comportano da cattivi e i buoni non mollano i loro ideali di amore e purezza nemmeno se minacciati dai diabolici cattivoni della santa Inquisizione e da frati e suore non proprio raccomandabili. Da ultimo sono i buoni a trionfare con tanto di happy end finale e di campane. Intanto ti sei sorbito 500 pagine di una vivace scrittura prodotta dalla penna della signora Ann Radcliffe, così la chiamava Edgar allan Poe, figlia di un merciaio e scrittrice oltremodo discreta. Così scrive The Edinburgh Review: «Non appariva mai in pubblico, né si mescolava nella società, ma si teneva defilata, come il soave usignolo che canta le sue note solitarie, celato e non visto». Fughe, agguati, rapimenti, delitti, separazioni strappalacrime. Non voglio toglierti la sorpesa di leggerlo. La penna della Radcliffe ti fa calare nei sotterranei labirinti dell’Inquisizione dove chi confessa è perduto e chi non confessa è perduto lo stesso. Un fumetto gotico di gran classe dove i cattivi hanno la faccia da farti raggelare il sangue e i buoni faresti la coda per farti fare un autografo. Tutto fila dunque? Non proprio. Perché per leggerlo devi essere un lettore accanito, uno che non molla, anche se la narrazione si fa pesante.

E per quale motivo? Te lo spiega nell’introduzione Giorgio Spina: “…lo scavo psicologio appare più velleitario che un dato reale, tanto che nella vicenda si muovono non gà degli esseri umani, in carne ed ossa ma delle figure stereotipate dalle convenzioni del tempo, quasi dei pretesti letterari per giustificare il susseguirsi dell’azione …Prolissità e scrupoli razionalistici, se sminuiscono l’impressione di terrore a cui è da presumersi l’autrice avesse teso …non riescono tuttavia a svalutare l’importanza di questo capolavoro…” Infatti l’autrice razionalizza, illustra i meccanismi dell’azione pregressa con l’intenzione di spiegare nello spirito illuministico che intende provare e trovare sempre una ragione a tutto. Così facendo la narrazione si appesantisce, il ritmo rallenta e alla fine confonde perché la sovraproduzione di dettagli e spiegazioni rischiano di far deragliare la vicenda. Eppure l’opera è un classico, l’inaugurazione del romanzo gotico nero, nello specifico un fumetto di gran classe con un solido e verosimile intreccio. Documento che oltre all’intrinseca validità della narrazione illustra lo spirito dell’epoca . Radcliffe fa le cose sul serio, narrandoci la discesa agli inferi nelle segrete dell’Inquisizione. Maestra di incubi e tormenti che suggerisce senza mai farle vedere, come fa invece Poe, visioni truculente, giocando su effetti da film noire. Qui un padre frate sta per pugnalare la figlia diciottenne senza sapere che è lei, ma poi si scopre che la vittima non era la figlia.

Mi viene in mente la frase di un critico che all’uscita di Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo scrisse: “avrebbe potuto essere un capolavoro” . IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI è un capolavoro a metà, tutto amore contrastato, trame delittuose, passioni, delitto e colpi di scena, con personaggi soavi come suor Olivia, filibustieri omicidi che sono diventati frati senza redimersi. Ma c’è un altro elemento interessante che nutre la vicenda, giocando un ruolo di spicco: il paesaggio, l’Italia del centro sud vista da una londinese che non era mai stata l’Italia e che immagima com’è il golfo di Napoli. Onore alla sua fantasia. Senza troppo azzardo ci vedo un legame fra il paesaggio della Radcliffe e quello di Fogazzaro in Malombra , non più illuministico ma melodrammaticamente romantico, paesaggio psicologico, visto che interpreta alla perfezione le nature tormentate dei protagonisti.

E ancora il paesaggio anche se di tutt’altro tenore e vastità, quello incontrato da Charles Darwin nel suo viaggio intorno al mondo sul brigantino Beagle, anche se qui non c’è romanzo, ma ricerca scientifica. Cos’hanno in comune il teatro naturale del mondo col paesaggio descritto da Radcliffe e Fogazzaro? Un’eredità, un tratto che li accomuna, di eccezionale valore: ovvero la natura intonsa, vincitrice, che durava da millenni prima che l’uomo con le sue devastanti attività la corrompesse. Ma questo Radcliffe e Fogazzaro non potevano saperlo.

lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.

ti sei perso nel bosco?

Metti che stai passeggiando con o senza fidanzata in un bosco e perdi la via del ritorno come succede alla ragazzina, in quel famoso libro mozzafiato di Stephen King. Metti che la tua barca faccia naufragio e tu ti svegli verso mezzogiorno su una spiaggia deserta solo con un temperino in tasca e un gran mal di testa e una maledetta voglia di far colazione e poi prendere un caffè al bar. Te lo scordi!

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Oppure il tuo monomotore perde quota e, dopo un atterraggio di fortuna, ti trovi improvvisamente in mezzo alla giungla, conun po’ di ammacature ma fortunatamente illeso. O magari stai cercando l’acqua dietro una duna, ma la duna che immagini non è quella dietro cui pensi di trovare i tuoi compagni di viaggio, per cui, caro mio, ti sei perso nel deserto e devi cercare un po’ d’acqua se vuoi campare fino a domani. Non abbiamo ancora finito: e sai come non morire di freddo in mezzo alla neve, anzi utilizzando proprio la neve scavandoci dentro una comodo rifugio per la notte?…Oppure non ti ricordi più che, per gioco, confezionavi ami da pesca, ti potrebbe riuscire molto utile visto che i pesci di quel torrente potrebbero sfamarti dopo tre giorni di digiuno.

A pagina 56 immaginiamo che: se avete del permanganato di potassio le cose potrebbero mettersi meglio, ma avrete bisogno anche di un po’ di zucchero e di un pizzico di fortuna, altrimenti il permanganato da solo serve a poco per accendere un fuoco. Oppure potete provare coi bastoncini secchi o anche con le pietre focaie, o magari con della pirite che fa scintille sufficienti (auguri). O magari con una lente di ingrandimento (già meglio) o con le lenti da presbite dei vostri occhiali o smontando un binocolo, oppure con l’obiettivo della macchina fotografica. Insomma accendere il fuoco è una cosa seria e ci crediamo. Io lo facevo con la lente a otto anni. Chi ha detto che la giungla di una metropoli è meno pericolosa di quella del Borneo? Per cui vi consigliamo di portarlo sempre in tasca il libricino, potreste perdervi a Londra o a Milano. Ha la copertina impermeabile (la poggia potrebbe sciuparlo)

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Ottantacinque illustrazioni di Conrad Bailey stese con l’intento di aiutarvi a capire come si accende per davvero un fuoco, come si cucina la coscia di uno gnu, come si costruisce un tetto di foglie e rami per ripararsi dalla pioggia. Il testo, di Brian Hildreth, tradotto da Giorgio Luxoro dice un sacco di cose, a partire da come si trasmette un segnale di richiesta soccorso Mayday o come bisogna intrecciare i rami per fare racchette da neve…Il libretto cerca proprio di darti una mano, tanto partecipa alla volonta di trarti di impaccio. Lodevole impresa! Magari l’avessi letto con attenzione quando eri a casa, seduto in poltrona!

Il bivacco con albero mozzato ci sembra confortevole mentre un rudimentale arpione per pescare ci appare davvero micidiale. Per i più industriosi ci sono le indicazioni su come costruire un’ascia di pietra (dio sa quanto ce n’è bisogno in ufficio e sul tram) oppure come costruire un trapano rudimentale per bucare pietre friabili, conchiglie e pareti di casa… Anche se non andate sul Kilimangiaro vi potrà interessare e divertire, ma sarà molto difficile trovarlo. A proposito: io l’ho perso durante un trasloco, se lo trovi da qualche parte me lo dici? Edito da Longanesi, oggi lo trovi solo nell’usato vintage. Datava 1977.

quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

la bella Aredhel moriva trafitta da un giavellotto avvelenato?

Alla voce Pathos, il Nuovo Zingarelli riporta: particolare intensità del sentimento, alta liricità di un’opera d’arte, per mezzo della quale si realizza una forte potenza drammatica. Mi parte che Tolkien nulla abbia da spartire con queste cose. E gli amanti di Tolkien non si offendano subito.
Alzi la mano chi ama le sue opere. Ah! vedo che siete in molti e fra questi c’è anche mio figlio che stravede per IL SIGNORE DEGLI ANELLI e che mi ha appena regalato una superba edizione edita da Bompiani Giunti, de IL SILMARILLION, volume super cartonato e con una carta più vellutata della seta. Degli scritti e degli autori che non mi catturano di solito non scrivo, tuttavia per non deludere il figlio eccoti un post su IL SILMARILLION, padre degli scritti successivi di Tolkien, il quale, come sai già, deve la sua fama cinematografica planetaria al SIGNORE DEGLI ANELLI.
Dopo averlo letto questa opera la mia impressione è: Tolkien dice eludendo la narrazione ed “evitando” di caratterizzare il suo stile (qualsiasi stile, non so se lo fa di proposito) e, per narrazione intendo: costruzione di una trama organica e non di accumulo, affastellando nomi inventati, stordendo il lettore facile a confondersi come me. Indurre emozione o anche repulsione, un qualsiasi sentimento insomma, niente di tutto questo.

Se c’è qualcuno che si è commosso, o spaventato, leggendo le sue pagine si faccia avanti. Accoglierei volentieri le sue impressioni. Il “dire” di Tolkien sta alla narrazione come i mattoni stanno all’edificio letterario.
Ci si aspetta che tutti quei nomi si caratterizzino, che rivelino il loro intimo, la loro essenza, ma ciò non accade. Lo scavo psicologico è appena percepibile, spesso assente, e i caratteri sono appena abbozzati. Come se Tolkien avesse fretta di dire. Ci si attende che l’opera diventi costruzione letteraria ma questo non accade. Perchè? La pila di mattoni, ovvero di nomi e luoghi, suggerisce storie in potenza da attuarsi, al loro posto invece ci trovi brani spezzettati di storie, e tu ti chiedi: ma quand’è che comincia a raccontare? Il materiale accumulato è una massa intricata, invidiabile e impressionante.

Tolkien informa, ma non narra, dice ma non racconta, le sue “compilazioni” di nomi evocano mondi fantastici ma non commuovono, e tutto questo non si costituisce in narrazione. Così IL SILMARILLION rimane in sospeso, in attesa di farsi trama e vera narrazione. Davanti a quella impressionante massa di nomi di persone e di luoghi un lettore normale come me perde il filo alla terza pagina. Il “taccuino” di Tolkien trabocca di accattivanti narrazioni che rimangono tuttavia potenziali. Ma quello che ho appena scritto non è poi così vero, a ben guardare le storie nella Storia ci sono, e molte sono degne di rilievo, come questa: del capitolo XVI detto di Maeglin. La bella Aredhel Ar Feiniel ovvero la Bianca Signora dei Noldor si annoia della vita che conduce nella città di Gondolin, ospite del fratello Turgon, Così si accomiata dal fratello che a malincuore la lascia andare. In una foresta incntata verrà concupita da un tizio, che poi sposerà, un certo Eol dal quale avrà un figlio. Anni dopo madre e figlio, obbedendo al richiamo della loro stirpe fuggono, oppressi come sono da Eol tornando dal fratello che lei aveva abbandonato. Inseguiti dal marito alquanto inviperito, la bella moglie verrà trafitta dal giavellotto avvelenato scagliato da Eol per vendetta e morità, e così il marito Eol seduta stante, verrà giustiziato dal fratello di lei, scagliato giù da una rupe, eccetera. La trama potrebbe essere quella di un racconto neogotico, un plot da cui ricavare un film di successo. Ma perché Tolkien non ce l’ha narrata sul serio? Perché non si è soffermato sui personaggi e sulle situazioni? L’invenzione di una saga nordica tutta apocrifa poteva essere una meravigliosa occasione per suggestionare il lettore, anzi, meglio, lo spettatore, ma a mio veramente modesto avviso il pathos di cui si è detto prima non alberga nello scritto di Tolkien, e alla grande saga che mette insieme razze umane, orchi, stregoni, belle dame, elfi e orride creature manca qualcosa. Se tu sai cosa mandami un commento.
Nostra sorella Wikipedia scrive di lui:
Le opere di Tolkien hanno prodotto la nascita di un corpo di ricerca accademica che studia aspetti come:Tolkien come scrittore di letteratura high fantasy

I linguaggi inventati di Tolkien
I primi percorsi verso la rispettabilità letteraria delle opere di Tolkien furono battuti da Master of Middle-Earth (1972) di Paul Harold Kocher e The Road to Middle-earth (1982) di Tom Shippey. Il ritmo delle pubblicazioni accademiche su Tolkien è comunque aumentato drasticamente nei primi anni 2000; la rivista accademica Tolkien Studies viene pubblicata dal 2004.
Il critico Edmund Wilson divenne noto per le sue dure critiche all’opera di Tolkien, alla quale si è riferito parlando di «juvenile trash» e affermando che «il dottor Tolkien ha poca abilità narrativa e non ha l’istinto per la forma letteraria»[17][18].
I critici marxisti hanno denigrato Tolkien a causa del suo conservatorismo sociale e della cosiddetta “geopolitica velata” implicita nelle letture che interpretano la terra di Mordor di Sauron e la dittatura di Saruman sulla Contea come parodie del comunismo sovietico[19]Edward Palmer Thompson, nel 1981[20], incolpa la mentalità del freddo guerriero per la «troppo rapida lettura del Signore degli Anelli». Inglis (1983) modifica le precedenti accuse di fascismo contro Tolkien, ma continua a sostenere che il romanzo è una «fantasia politica» per i lettori della classe media nella moderna società capitalista che cercano di evadere dalla realtà.

Griffin (1985) esamina Tolkien in relazione al neofascismo italiano, suggerendo ancora una volta una vicinanza degli ideali di Tolkien a quelli della destra radicale. In ogni caso, altri critici di orientamento marxista hanno giudicato Tolkien più positivamente. Pur criticando la presenza di una visione politica tolkieniana all’interno del Signore degli Anelli[21]China Miéville ammira l’uso creativo di Tolkien della mitologia norrena, della tragedia, dei mostri e del worldbuilding, così come la sua critica dell’allegoria[22].

sei stato a Costantinopoli?

VIAGGIO A  CONSTANTINOPOLI
Rispondiamo alla coinvolgente presentazione di Paolo Rumiz affermando che la susina gialla di Istanbul non l’abbiamo trovata anche se quella città esiste proprio come ce l’ha descritta; confinata ora a metà strada fra il ricordo e la fantasia in un Oriente immaginifico e tuttavia reale. Una sorta di sogno ad occhi aperti, ancora fisso nella nostra memoria dopo più di trent’anni. Anche noi siamo stati in quei paraggi, ma la conturbante, misteriosa città di cui egli favoleggia, per noi, viaggiatori in erba, era solo l’ultima tappa di un avventuroso viaggio di ritorno da Kabul.  Ancora oggi ci rimane il dubbio di essere transitati per davvero a Istanbul, luogo scintillante, magico e che l’interminabile golfo, l’acqua scura del Galata sia una visione onirica, preambolo di vicende da mille e una notte. Eppure, esiste davvero e Paolo Rumiz ce lo conferma!

L’opera VIAGGIO A COSTANTINOPOLI scritta dall’abate Giambattista Casti, straordinario viaggiatore del ‘700 incanta e coinvolge; si tratta di un’altra preziosa perla della collana BIBLIOTECA PERDUTA (e ritrovata) edita da IL POLIFILO (casa editrice sfortunatamente estinta da poco). Casti è viaggiatore colto, illuminato, spirito acuto, curioso, che non concede nulla al colore locale. L’accattivante presentazione di Paolo Rumiz è un atto d’amore verso questo luogo magico, preambolo a uno straordinario diario di viaggio. Cosa c’è di così singolare? Il libro vi proietta in un mondo in cui la geografia della cultura, della tradizione e religiosa si confondono. L’altro mondo, la porta di tutti gli Oriente Non c’è bisogno di macchine fotografiche, agenzie di viaggio o dépliant illustrativi. L’abate Casti ci introduce all’interno della motrice di quella poderosa entità politico militare che era l’Impero Ottomano che così tanto ci spaventava. L’abate descrive il carattere dei turchi, le loro case, i riti, l’ordine sociale, la moda, il lusso e la bellezza delle loro donne. Affresco entusiasmante di incredibile vividezza. Come dimenticare il serraglio, le dimore di piacere del sultano e la vita segreta dell’harem, regolato da leggi ferree, da schiere di eunuchi e dalla scimitarra del boia, sempre in funzione. L’autore è un reporter critico, curioso e partecipe a quella dimensione di favola. VIAGGIO A COSTANTINOPOLI è un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, all’interno di un mondo che affascina e che andrebbe letto a fondo, per capire, se non altro, anche il presente. Ecco dalle pagine del libro alcuni irrinunciabili brani:

A pagina 5: La tanto decantata bellezza del prospetto esteriore di Costantinopoli, giunti a portata di goderne si trova più meravigliosa e sorprendente, superiore a qualunque idea avesse potuto preventivamente formarsene. Tutto è piccolo in questo genere in confronto di quella incomparabile prospettiva. Il riverbero di luce che rendono in faccia i dorati minareti delle grandiose moschee, i cipressi, l’altra verdura sparsa tra le case turche di vari colori dipinte, rendono quella prospettiva d’una bellezza non tanto facile a descrivere…. così scrive l’abate:

A pagina 10: La società dei turchi è seria, taciturna e monotona.

Ordinariamente accade vederli seduti gravemente in circolo a gambe incrociate, colla pipa in bocca e sorbendo di tempo in tempo del caffè senza zucchero, passar gran parte della giornata in ozio spensierato e silenzioso. Le donne gelosamente chiuse e custodite nei loro harem, altra compagnia non hanno che dei loro mariti e padroni, delle more schiave e degli schiavi eunuchi….

A pagina 12: Il furto è quasi inaudito tra loro. Aurea qualità tanto più stimabile quanto più rara tra noi.  Si può andare persino di notte coll’oro in mano per la città senza timore che vi sia tolto. La severità del governo su questo punto e il pronto castigo ha colà introdotto questa felice invidiabile sicurezza….

A pagina 26: Nell’harem: …Quella che partorisce il primo figlio maschio è la sultana principale, o la sultana regina, alla quale tutte le altre rendono omaggio;….in quanto alle altre donne che abitano il Gran Serraglio per il piacere del principe, sono alloggiate in dei grandi appartamenti separati gli uni dagli altri, e che non sono aperti se non al Gran Signore. Esse stanno tutte insieme e sono esattamente osservate dagli eunuchi neri che vi sono La gelosia degli eunuchi è sì grande che se s’accorgessero che alcuni di questi giardinieri le guardasse dalle fessure di queste tende, farebbero loro saltar la testa in un istante….

A pagina 32: …All’occasione dei loro matrimoni fanno venire nelle loro case certe compagnie di donne che sono una specie di ballerine di liberi costumi, che ivi ordinariamente dimorano tre giorni continui, divertendo la brigata coi loro motti e atteggiamenti lascivi, al fuoco di timpani e specie di chitarre e piastre di metallo percosse una contro l’altra….

Giambattista Casti, nacque ad Acquapendente (VT) nel 1724. Di famiglia benestante, studiò nel seminario di Montefiascone (VT). A sedici anni, ottenuti gli ordini sacri, iniziò a insegnare Retorica.

Si trasferì quindi a Roma, attratto dai salotti letterari e dalla mondanità capitolina entrando a far parte dell’Accademia degli Arcadi. Partì da Venezia il 30 giugno 1788 e rimase a Costantinopoli venti giorni dal 19 ottobre al 7 novembre, facendo ritorno a Venezia l’11 marzo dell’anno successivo.

c’era il Vate?

Il 1 marzo 1938, moriva Gabriele D’Annunzio. Uno dei poeti, scrittori ed intellettuali più importanti del nostro Paese. La sua espressione più celebre fu “vivere inimitabile”. Frase che, in effetti, riassume benissimo ciò che sono state le sue esperienze e tutta la sua esistenza. Una vita che non può essere imitata. 

Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante. Già dai primi studi mostra subito un grande interesse per la letteratura ed è proprio negli anni del collegio che pubblica la sua prima raccolta poetica (Primo Vere). Tanto che lo si potrebbe definire una sorta di ragazzo prodigio!

L’esperienza romana

Si trasferisce a Roma ai tempi dell’università, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere ma non termina gli studi. Il periodo romano sarà soprattutto un periodo di lavoro giornalistico, vita mondana, frequentazione di salotti letterari e aristocratici ma anche grandi amori e grandi tradimenti.

Per un letterato a quel tempo poteva essere facile ritrovarsi in questi vortici di passioni e vita sregolata. Sulla base di questo inizia a scrivere i suoi primi romanzi dando voce a quello che viene definito il movimento dell’Estetismo di cui D’Annunzio è il più grande rappresentante in Italia soprattutto con il suo famosissimo romanzo, Il Piacere.

Il movimento dell’Estetismo

L’Estetismo è un movimento che deriva direttamente dal gruppo del Decadentismo, il cui concetto di fondo è la rottura con la società e con l’arte ufficiale classica. Si ha un grande bisogno di allontanarsi dalla massa borghese, tanto da scandalizzarla, rompendo con le tradizioni letterarie passate. L’Estetismo è la variante che più ci interessa quando parliamo di D’Annunzio, in quanto, è un atteggiamento che coinvolse tutta l’esistenza.

In linea con la parola estetica, consiste nella filosofia che si occupa delle sensazioni, della bellezza, dell’arte. In letteratura l’Estetismo implica un culto del bello, in quanto è molto importante il modo in cui le opere appaiono, devono essere piacevoli alla vista, al tatto, alla lettura, devono sconvolgere, esprimere lusso e distacco da tutto quello che è comune. Il romanzo che meglio di tutti concretizza le tematiche dell’Estetismo e che anzi aiuta la diffusione di queste idee in Italia è Il Piacere che vedremo fra poco.   

Il concetto di Superuomo

Ma la vita lussuosa che conduce a Roma lo sommerge di debiti e per scappare ai creditori comincia un periodo di spostamenti per la Penisola. Giunto a Venezia conoscerà l’attrice Eleonora Duse, il grande amore della sua vita, alla quale si ispirerà nelle sue scritture.

Questo è anche il periodo in cui, leggendo Nietzsche, si avvicina al concetto di superuomo, colui che si distacca da ogni convenzione, rinascendo come spirito libero e animalesco contro le restrizioni civili e sociali. Secondo questo concetto scrive Le Laudi, una raccolta di componimenti poetici nel quale appare il concetto di superuomo affibbiato all’idea di un Eroe greco di vitalità irrefrenabile.

Dalla vita politica agli ultimi anni di vita

Il suo periodo politico lo vede deputato del Regno d’Italia. In questa veste lotta affinché il nostro Paese entri in guerra, durante la Prima Guerra Mondiale. Parteciperà direttamente al conflitto in alcune battaglie aeree, ma riportò gravi ferite, come la perdita della vista ad un occhio.

In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritira dalla vita politica e passa gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda fino alla sua morte avvenuta il 1 Marzo 1938. L’importanza della sue opere è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.          

Federica.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

il Vate prendeva appunti?

IL VERSO È TUTTO

Così diceva. Per il verso sperimentò la vita e sfidò la morte. Nel segno di una vitalità spasmodica e senza limiti. “Non ne posso più. Non ho mai avuto tanta ansia, neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro. Perché? Perché sono maturo per la morte. Impresa di Buccari-Gennaio 1918. L’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore. I comandanti e i marinai mi aspettano su la riva. I motoscafi sono pronti col loro doppio siluro unto, color d’oro. ” Soldato fra i soldati, eroe fra gli eroi. Il trionfatore, il tribuno, ultra-uomo, esteta e poi Vate; tollerato, usato e poi scaricato da Mussolini che lo aveva relegato al Vittoriale, perche se ne rimanesse buono buono.  Un grande del ‘900 per merito di pochi versi, di alcune opere in prosa, in grado di sprigionare una musica rara che incanta ancora oggi. Versi assolutamente unici, come unico era Gabriele, l’ultra-uomo, capace di trasformare la sua stessa vita in opera d’arte, sperimentando tutto l’sperimentabile che il suo tempo poteva offrire.

Amori, imprese guerresche, viaggi, politica sono semplicemente puntate febbrili di una vita incredibilmente densa e vorticosa, che lo porta a interloquire anche col regime fascista. (Non sappiamo se corrisponda al vero il fatto che Hitler gli avesse messo alle costole una spia donna). Nella ghiotta edizione di Mondadori ci sono i Taccuini, con copertina rigida, ricoperta di stoffa azzurra edizione a cura di Enrico Bianchetti e Roberto Forcella (1965). Il libro contiene una riproduzione di alcune pagine dei TACCUINI scritte dallo stesso D’Annunzio. Perché ho scelto proprio questo libro? Perché contiene i mattoni con cui costruirà le sue opere di cui oggi non sappiamo più che fare, tanto sono ingombranti e fuori dal tempo. Così enfatiche, retoriche, estetizzanti. Tranne alcune,di eccezionale fattura e di enorme suggestione. Le altre, la maggioranza, sono folte di arringhe, commemorazioni e sfide autentiche alla morte, come queste: Compagni, alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave dei nostri capi. Ma non vuole pianto né rimpianto questo celebre ucciso e distruttore.  (in morte di Francesco Baracca, il famosissimo aviatore). Ma i Taccuini contengono anche questi appunti di viaggio: 4 fazzoletti Dr. 22 Miele Dr. 20  Loukum Dr. 30  Sigarette Dr. 20  3 scialletti sorelle Cicciuzza (scarpe e vestiti) Mario scarpe portafogli  Pagato a Costantino Cicolo L. 50 Pagato allo stesso con una tratta (Vallardi) L. 55  Abiti portati in yacht Abito completo grigio ferro Idem a quadretti minuti bianchi e neri Commissioni per Venezia: Occhiali da presbite n°12. E poi appunti sulle cose da vedere, comprare, sulle opere da sviluppare.  Un libro per intenditori, ma non solo per gli amanti del Vate.
Da altri appunti apprendiamo che uno dei suoi camiciai era M Sanguinetti con negozio in corso Vittorio Emanuele 7 e 8 a Milano. E Umberto Tallino faceva il domestico in Via Borgospesso 25 a Milano. Appunti del soldato, dell’uomo, del poeta e del viaggiatore che, con molta cura, annota nomi, iscrizioni, targhe, che registra emozioni e sensazioni in un ordinato caleidoscopio dove c’era scritto l’elenco dei regali da acquistare per amici, parenti, amanti. Un uomo con una altissima considerazione di se stesso (come dargli torto?)

Uno scrittore che faceva tutt’uno con il combattente, il tribuno, il politico, l’esteta, il vagheggino e l’uomo di mondo. Grandissimo nell’opera Alcione, e nel Notturno (solo in quelle?) ma al contrario di Pirandello, (deceduto due anni prima di lui) che fruga nel profondo della psiche umana, anticipando un uomo al di là da venire, comunque imminente, egli era alle prese col suo mito, e con quello del superuomo di evoliana memoria, anche se il filosofo siciliano lo considerava un teatrante. E poi da chi scrive MERIGGIO, STIRPI CANORE, LA MORTE DEL CERVO e IL NOTTURNO cosa si può volere ancora?

Elsa Morante, definita non mi ricordo più da chi Pizia di tempra durenmattiana, negli anni ‘ 60 era intervenuta in una controversia fra linguisti. Dicendo: non è vero che aggettivi come “stupido”, “imbecille”, “cretino” sono perfettamente sinonimi, intercambiabili. Niente affatto. Per esempio, Carducci era stupido, Pascoli era imbecille e D’Annunzio un autentico cretino.  Credo che il marito di Elsa Morante, il signor Alberto Pincherle Moravia fosse perfettamente d’accordo con lei, incapace di celare sentimenti ostili e di rivalsa verso il Vate probabilmente per le mete e i risultati che D’Annunzio aveva conseguito e lui invece no, pluricandidato deluso al Nobel e tuttavia destinato a rimanere a bocca asciutta, senza poi riferire della sua invidia per la messe di cuori femminili all’attivo del poeta nazionale.

Un articolo interessante di Repubblica su D’Annunzio del 28 febbraio 2008 mette in luce l’avversione patologica di Natalino Sapegno contro il Vate, ma non era il solo ad avversare l’eroe di Fiume. Sull’articolo ci troverai cose interessanti come: D’Annunzio ha incontrato quella che in un passo del romanzo, in anticipo su Sartre, definisce «una insopportabile nausea di vivere», le «acque morte e venefiche » della malinconia.

Il prossimo post sul “divino” Gabriele sarà di Federica che lo ha già pubblicato sul suo blog il mondo della ragazza creativa che ti invito a visitare. Passo e chiudo

il Barone non voleva essere chiamato “Maestro”?

Alla voce Mao Tse Tung il dizionario di Filosofia della Rizzoli del 1977, revisione e bibliografie di Emanuele Ronchetti dell’università di Milano, redattore capo Italo Sordi si legge: Rivoluzionario, pensatore e uomo politico cinese, figlio di contadini, eccetera…ma la parola criminale non compare, possibile che quelli della Rizzoli ignorassero le sue nefandezze a carico del suo popolo? Ovviamente il dizionario riporta i nomi di Marx, Lenin, Sartre, Marcuse e anche Nietzsche, dedicando loro ampio spazio. Il libro di Jung Chang e Jon Halliday MAO the unknown story sostiene che a carico del dittatore cinese ci sono, malcontati, circa settanta milioni di morti. Ovvero un criminale sfuggito al giudizio della storia. Rammento ancora, sbarbatello, i cortei per le vie di Milano e Torino che gridavano: Boia Johnson! (non che questi fosse un’anima candida) e Viva Mao! E altri studenti che avevano rifiutato un incontro con Alberto Moravia sbattendogli in faccia la porta e dicendo: “Mao sì, Moravia no.” La RIZZOLI mi dovrebbe spiegare perché non ho trovato sul suo dizionario le voci che cercavo: Evola, Tradizione e Rivolta contro il mondo moderno, la sua opera più complessa ed esaustiva. Forse perché il Barone Julius Evola era colluso col Fascismo anche se critico non poco nei confronti di Mussolini e perché teneva contatti col Nazismo, da cui peraltro veniva spiato, perché individuo sospetto. Chi teme ancora questo personaggio? Gigante del pensiero europeo, filosofo controcorrente del Novecento. Perché Mao sì e lui no?
Dopo questo lungo preambolo introduttivo ecco un libro appena pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI. Curato da Gianfranco De Turris IL RITORNO DEL BARONE IMMAGINARIO, una raccolta di diciassette racconti ispirati a questo, per certi versi, enigmatico personaggio, che ha subito e tuttora subisce l’ostracismo di critici e storici italici. Racconti che hanno Evola, il Barone ritornato alla ribalta, per protagonista.

Un puzzle di brevi narrazioni fantastiche e realistiche, tutte interessanti, basate su personaggi, fatti e luoghi reali, che concretizzano una idea di Gianfranco De Turris, curatore del volume, il quale nell’introduzione del libro scrive: “Julius Evola resta in fondo l’unico e forse ultimo tabù della cultura italiana del secondo Dopoguerra. Questo libro che segue il primo è un po’ la risposta per dimostrare che Evola è una personalità/personaggio tale da superare tanti ostracismi al punto da indurre una quarantina di scrittori a porlo al centro di altrettante storie…io credo che il Barone, quello in carne ed ossa ci avrebbe celiato su dopo averlo letto.” Le opere di Evola sono conosciute all’estero e la loro diffusione è crescente, ma l’Italia lo elimina dall’elenco dei grandi protagonisti del pensiero occidentale. Il volume publicato, da IDROVOLANTE EDIZIONI è un omaggio dovuto e sentito all’uomo ironico e autoironico che ha sempre rifiutato l’etichetta di Maestro o di Guru. Nelle foto il suo ritratto durante la Prima Guerra mondiale e un suo dipinto dadaista. Il volume pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI va così incontro a un’esigenza, una curiosità di sapere, alla volontà di non dimenticare l’uomo e la sua opera ancora avvolte nel limbo di un incomprensibile ostracismo, dettati probabilmente da trascuratezza e timore. Ma occorre non mitizzare Evola, non lo avrebbe gradito.

Che il filosofo, storico esoterista e pittore Dada risulti oggi un antidoto è evidente, le sue analisi e tesi appaiono, dopo decenni, lucide e profetiche; a chi si rifiuta di studiarlo o anche solo di prenderlo in considerazione bastano evidentemente lo sfascio, l’oblio di grandezze trascorse, l’approssimazione infine, caratteristiche del nostro essere moderni. Ma i balbettii di chi cerca e non trova nessun appiglio nell’odierno, ovvero le stimmate del sordo e del cieco, non possono costituirsi valori di riferimento in alcun modo. Il Nichilismo di Nietzsche del resto ha fatto il suo tempo da un pezzo. Delle innumerevoli frasi che emergono dall’opera di Evola, superato l’imbarazzo della scelta, ne scelgo alcune tratte da RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO: “L’uomo tradizionale sapeva della realtà di un ordine dell’essere molto più vasto di quello a cui oggi corrisponde di massima la parola “reale”. Oggi come realtà, in fondo, non si concepisce nulla più che vada oltre il mondo dei corpi nello spazio e nel tempo. …Le basi della gerarchia e della civiltà tradizionale, in tutto e per tutto sono state distrutte dalla trionfante civiltà “umana” dei moderni…”