alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.

leggevi Le Horla?

Quattro pagine soltanto! Quattro pagine per un capolavoro, fatto di estrema sintesi, trama incalzante, e poi, dal tragico epilogo. La tragedia che mette fine alla passione perversa e allucinata condita da follia d’amore tradito del protagonista. Nella concisione, nella progressione ineluttabile di un male d’amore e di possessione, nel volersi impadronire dell’altra, mentre lei è già lontana dagli amplessi infuocati dell’esordio, annoiata e solita dire gli uomini mi disgustano e lui era un uomo, o meglio, lo era stato, adesso era pazzo di lei per non riuscire più a riaverla. Tutto qua? No, c’è dell’altro, e in questo altro sta la grandezza del brevissimo racconto. I due si amano, o meglio lui ama lei di un amore possessivo ed esclusivo, e lei se ne stanca, capita, è quasi la norma. E poi che succede? C’è un terzo incomodo, anche questo capita, ma non svoglio svelarti chi è , se no ci perdi gusto. Diciamo che è decisamente atipico.

Ti incuriosisce? Bene, ma non è tutto. Ti riporto un brano in cui Guy de Maupassant scrive: Ho amato quella donna con uno slancio frenetico…Mi ha posseduto anima e corpo, invaso, incatenato. Sono stato, sono la sua cosa, il suo giocattolo. Appartengo al suo sorriso, alla sua bocca, al suo sguardo, alle linee del suo corpo…mi manca il fiato sotto il dominio della sua apparenza esterna…la odio, la disprezzo, la esecro, perché perfida, bestiale, immonda impura; ella è la donna di perdizione, l’animale sensuale e falso in cui non eiste anima….Ti basta? No? Allora leggi anche: ella è bestia umana, anzi meno di ciò, ella non è che un grembo, una meraviglia di carne dolce e rotonda, dove l’infamia si annida. …Adesso penso che ti basti, anche se non ti voglio svelare il motivo di questi insulti infamanti a Eva. Il titolo del racconto recita del resto: Fou, ossia Pazzo. ….Mi esaurivo in una furia di insaziabile desiderio scrive e poi la noia della donna e infine un nuovo suo stato d’animo prontamente rilevato dall’ex amante che continua: Ella si schiudeva a un incomprensibile ardore; si placava nella felicità di un’inafferrabile carezza…l’avevo gia veduta cosi! Amava!….Ce n’è a sufficienza per istituire un processo post mortem contro Maupassant. Ma quale liberazione della donna! ma quali diritti acquisiti con le lotte delle femministe? E quali cortei in piazza a gridare slogan griati dagli anni Settanta in poi, sull’utero, la natura, la femminilità nsultata e la prgionia dell’essere femmina. Maupassant getta una bomba a mano dietro l’altra quando scrive: Chi approfondirà mai le perversioni della sensualità delle donne? Chi comprenderà i loro inverosimili capricci e l’appagamento delle più strane fantasie?…ella partiva per prati e boschi, e, ogni volta rincasava illanguidita, come dopo frenesie d’amore. Non poteva conoscere la ribellione della donna del secolo successivo al suo.

…Beh mi sembra ce ne sia abbstanza per condannare il povero Maupassant in contumacia se lo prendessimo alla lettera. In queste quattro pagine c’è chi vince e chi perde. C’è chi soccombe pur vivendo, c’è chi vince pur crepando. E il terzo incomodo rimane come sospeso, attore di una forza cieca della natura che è cosi come la vedi e basta. Potrebbe essere “solo” un racconto da brivido, la cronaca di una folle gelosia che galoppa. Ma non è cosi. Le implicazioni che conducono altrove sono notevoli. Alla fine devi berti un bicchier d’acqua perché riscontri tutto il dominio reale della natura al femminile, tutto il suo mistero, oltre all’orrore della sua fine inevitabile, in poche righe Maupassant ci fa passare dall’attrazione di due amanti al rifiuto della femmina, alla scandalosa supposta attrazione di lei verso…il terzo incomodo, alla vendetta cieca dell’uomo, folle di gelosia. Ci sono carni che si cercano e si saziano e poi c’è il resto, tutto da sondare. Ma qui c’è soprattutto la duplice grandezza della scrittura indagatrice dell’autore. Quanto de Maupassant si identificava nel personaggio del racconto? Egli stesso folle come il suo autore?! Una grandezza fatta di naturalismo, nel vedere le cose come sono e nel descriverle, la storia di una sconfitta dell’uomo anche, perché egli non saprà mai non capirà mai la natura della donna che lo ha respinto, per chi? per cosa? e perché? È la figura di lei a trionfare, a farsi gigantesca, pervasiva, definita dal suo ex amante bestia umana! Cosa ha fatto di tanto atroce? Come mai tanta spietatezza nei suoi confronti? Solo perché l’ha perduta? Definita l’animale in cui non esiste l’anima! (ma non si esprime cosi ogni pazzo d’amore respinto? Ogni aspirante femminicida?) Ci sarebbe da scomodare Freud e la squadra omicidi. La duplice grandezza del succinto racconto sta anche nel presentare una natuta sfuggente, insondabile, insidiosa (non ci appare così almeno una volta nella vita la donna? E non risiede proprio qui il suo insondabile fascino e potere di seduzione?) Lei, se ci guardi bene, non ha fatto proprio nulla di esecrabile, nulla di scandaloso o di offensivo, si è solo stancata del suo amante e lo rifuta perché stanca di lui, normale, no? il quale era probabilmente già ossessivo e opprimente, di natura, figurati dopo che è stato lasciato.

Non voglio dirti oltre su questo enigma, se no ci perdi gusto, ma l’enigna c’è e sarai tu a scoprirlo e a considerarlo. Sgualdrina impagabile? Mangiatrice d’uomini? Perfida mentirice? Niente di tutto quaesto. Solo una provetta cavallerizza che pareva impersonare insondabili segreti insiti nella sua natura. Una cosa certa: la figura della donna sovrasta tutto e tutti, rimane insondabile, desiderabile, nonostante l’accaduto. De Maupassant colloca il racconto in una dimensione priva di riferimenti temporali e geografici. Contro il protagonista (e cioè contro l’autore, congiura una forza indicibile, inafferrabile, panica, impersonata dalla donna e da un animale, che la donna gratifica con simpatia e attenzione. Una mia lettura azzardata riguarda il rapporto che de Maupassant aveva con la madre Laure. L’autore fa commettere un crimine al protagonista, quello che lui stesso non avrà mai il coraggio di fare: uccidere (metaforicamente) la madre.

cercavi il meglio in tutti i libri?

Mi piace pensarlo, anche perché lo rilevo di continuo. Un riscontro che, se ci pensi bene puoi verificare sempre anche tu. In ogni opera che si rispetti esiste un must, ovvero un’idea, un sentimento, una situazione, un paesaggio o personaggi così significativi da riuscire significativamente e indiscutibilmente migliori di tutti gli altri in altre opere o nell’opera stessa. Per bellezza, profondità, fascino. Dei must che sono insuperabili. Mi scopro ovvio a verificarlo; una cosa molto bella o profonda primeggia su tutte le altre, ogni opera ha delle parti trionfanti, incomparabili, migliori di ogni altra analoga in altre opere. Ti faccio qualche esempio per far chiarezza a te e a me. C’è una scena ne Gli isolani di Hemso di August Strindberg in cui si taglia l’erba di un prato: semplicemente incantevole, il quadro corale dei mietitori, della natura sconvolta dal loro avanzare, superbamente descritta, avverti l’odore dell’erba appena tagliata dalle falci, raccolta da una falange di fanciulle al seguito dei mietitori, munite di rastrelli, il turbinio di insetti che si allontanano, spaventati, ci senti la mano dell’uomo che corregge la natura, senza tuttavia guastarla, la freschezza, il trionfo di un paesaggio vivissimo, ridente e non banale. Sono scene ma possono essere ambienti o caratteri che diventano riferimento, punto massimo di espressione, per espressività e intensità, così da diventare dei must, degli unicum, come nell’ iIllustre casata Ramirez, ad esempio, di José Maria de Eça de Queiroz, definito Proust del Portogallo. Se vuoi sapere dell’anima portoghese, ad esempio, e di com’era il Paese alla fine dell’Ottocento c’è solo quel ritratto magistrale, insuperato. Cosa e come pensano, cosa mangiano, a cosa aspirano i Portoghesi. Pensare ai libri come a contenitori di bellezza, significato, sentimento e unicità per andare a colpo sicuro cercando quel brano che ti aveva così tanto colpito. Ad esempio c’è una scena in Padri e figli di Ivan Sergeevic Turgenev, che, seppur ho dimenticato gran parte del libro, mi riporta ancora a una emozione netta e vibrante, è relativa a due anziani genitori che si inclinano sulla tomba del loro figlio, stroncato da una malattia epidemica letale non curata (consapevolmente trascurata?) Non ho riscontro in altre opere di quanto sia commovente la scena. Una infinità di esempi, ogni opera ha i suoi must. come il ripudio della guerra e della sua insulsaggine, ad esempio, nell’urlo levato da Lev Nikolaevici Tolstoi in SEBASTOPOLI, in cui sentimenti, rancore strazio e pietà per i ragazzi soldati smembrati dai cannoni francesi si alternano dopo che graziosi pennacchi bianchi di fumo fioriscono dalle bocche dei cannoni, a costellare la pianura. E sempre per stare in tema di massacri e affini se vuoi sapere com’e andata a Napoleone in Russia devi, a tappe, si intende, sorbirti le milletrecento pagine di GUERRA E PACE. Ne vale la pena.

La morte che arriva. Pum! O l’orrore che si respira nelle ultime pagine di BENITO CERENO di Herman Melville, quando si scopre il vero motivo dello strano comportamento e dell’angoscia del capitano Benito Cereno, tenuto in ostaggio camuffato da una banda di schiavi ammutinati, dotati di pugnali e machete. Inutile cercare confronti con altre scene analoghe, Melville era maestro in queste genere di cose. Personaggi e scene che ti sono rimaste impresse e che ora primeggiano come la figura del boxer anziano che sogna una sugosa bistecca che la moglie non ha potuto preparargli prima dell’incontro, perché non le fanno piu credito dal macellaio. O come la scena del vecchio pellerossa, vecchio e malato, abbandonato dal figlio capotribù , da solo in mezzo ai lupi, con qualche stecco per il fuoco. Non credo ci sia qualcuno, su questo tema, con questa forza che abbia scritto qualcosa di meglio e di analogo come ha fatto London. Allora mi piace considerare la letteratura del mondo come un gigantesco arazzo, in cui gli autori, da millenni, esprimono il meglio e in questo meglio primeggiano incontrastati, descrivendo qualcosa, qualcuno, dando vita a scene uniche, di spessore e fascino ed espressività incomparabili. Potrei scrivere sino a domattina di questo e quello e quell’altro ancora e te potresti rispondere col meglio che ti ha colpito, Io darei solo un pallido esempio di quanto la letteratura del mondo intero sia importante a rappresentarci, anche a futura memoria, se le condizioni lo richiedessero. E del grande Garcia Marquez e del suo realismo magico e del teatro shakespiriano che rappresenta, sonda, analizza e distrugge il potere, in ogni sua declinazione non ne parliamo? Per non sottacere RE LEAR del grande William, se vuoi sapere del rapporto fra padre e figliolanza, complicato da una eredità mica da ridere. Ma da solo come si fa? non ho cento vite, quelle forse basterebbero a segnalare e raccontare qualcosa di noi. Ho detto: qualcosa…

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.

leggevi il Grande Gatsby?

Il Grande Gatsby

Ci metti le mani dentro e trovi solitudine, smarrimento, incomunicabilità e morte. E anche sacchi di denaro appartenente a gente abituata a vivere sopra le righe, fra ville sontuose, automobili mozzafiato e idrovolanti.

E quella prosa didascalica, colloquiale e pacata, come se si stesse redigendo un normale resoconto di fatti con persone che si danno appuntamento ai bordi di piscine mentre la musica jazz suona, inducendo smarrimento e facendoti arrivare alla fine di quei nove capitoletti con un senso di amara impotenza, sotto le insegne dell’ineluttabile. Era l’America, sognata, inseguita, il sogno che solo a pochi riusciva di realizzare, sogno amaro e talora mortifero, ovvero la ricchezza. Il Grande Gatsby si dipana fra feste, inviti, amori impossibili e arrivismo sfrenato, l’epilogo sarà una tragedia multipla con effetto domino e una solitudine senza rimedio.
E quella luce verde, poi, simbolo struggente e negato, alla fine del libro. Storia di ordinaria follia? No, non è follia, è qualcos’altro. Si può dire ancora qualcosa sul Grande Gatsby dopo le centinaia di recensioni, critiche e incensamenti? Vediamo se occorre. Dentro il Grande Gatsby c’è tutto quello da cui decenni dopo, Kerouac, i motociclisti di Easy Raider e Hemingway tentavano di fuggire. Il sogno infranto, la coscienza del dopo, la pochezza dell’esistenza senza radici, il malessere delle nuove generazioni, lo smarrimento esistenziale, e il vuoto assoluto di valori. Dietro una gran vetrata si agitano, soffrono e soccombono donne fascinose e fragili, certamente diverse da quelle intraviste ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA di West. (Non che quelle fossero migliori). Ma cos’è che sognava ancora l’americano degli anni Venti? E soprattutto: aveva ancora qualcosa che assomigliasse a un sogno? Secondo me non ce l’aveva più.
L’americano aveva smesso di sognare molto prima, quando, finito di colonizzare quella terra vergine con le sue smanie di possesso e di sfruttamento, ne prendeva le misure, considerandone la vastità e quindi la finitezza. LA GRANDE FORESTA di Faulkner insegna. E ne erano passati di anni. Aveva smesso di sognare quando, steso l’ultimo tratto di ferrovia coast to coast si era guardato intorno considerando che non c’erano più territori vergini da ammansire, riempiendoli con sbornie, progetti, evangelizzazione e intenzioni di progresso.
Interrotti i sogni, aveva smesso vagabondaggi e conquiste di praterie (perché non c’erano più nuove praterie) sostituendo carabina e cavallo col sigaro, gilet e cappello a cilindro, ancora La Grande Foresta. Nuove città sfavillanti avevano soppiantato la provvisorietà di saloon e baracche di legno. Stavano nascendo gli Stati Uniti moderni. E con essi le classi del nuovo potere.

I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisys dock. his dream must have seemed so close that he could hardly fail to grasp it. He did not know that it was already behind him, somewhere back in that vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled on under the night. Gatsby believed in the green light, the orgiastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but thats no matter to-morrow we will run faster, stretch out our arms further.  Sogni, appunto, ma vissuti in dolorosa solitudine, senza più né praterie né fertili pascoli da strappare ai pellerossa.