c’era l’Italia (3)

Quella di cui i libri di Lorenzo Fornaca parlano, tanto per farti un esempio, innamorato com’è di quel lembo di Piemonte che si chiama Monferrato. Non ci sei mai stato a Camino, Fubine, Casale, Moncalvo, Cassine, Crea, Moleto? Vacci ne vale la pena. Non lo sapevi delle sue mirabili vicende? racchiuse fra Po e Tanaro, come scrive lo storico Aldo di Ricaldone nei suoi libri memorabili. Terra che ha difeso i suoi confini e conservato la sua indipendenza per otto secoli, prima di confluire nel regno d’Italia, unificato dai Savoia. Ma non farmi divagare. Dico solo che il lembo di terra affacciato su tre mari che noi disinvoltamente calpestiamo da svariati millenni e di cui inspiegabilmente NON andiamo fieri abbastanza, anzi, proprio per niente, considerandolo con trascuratezza, qualche attenzione in più lo meriterebbe, ma l’appartenere a questa terra sembra un dettaglio, un capriccio del destino, roba del genere. Dovresti spiegarmi perché un francese mette davanti a tutto la sua Francia e un Inglese la sua Inghilterra, non so i tedeschi, ma penso che anche loro, con qualche cautela, lo facciano. E così gli irlandesi eccetera, per non parlare degli americani. Si fa presto a dire: Italia, almeno per noi che ci siamo nati. Ma prova a dirlo a un islandese, a un eschimese o a un baltico da dove vieni. Ti chiederà subito qualche informazione in più (coronavirus a parte): da dove vieni? di che parte sei? sud, nord, centro. Si farà meraviglie, accennerà alla Ferrari, alla Bugatti! e alla Pagani (auto fatte a mano, per capirci) lo ha detto un amico di mio figlio che è andato a visitarla, ti chiederà dei mondiali di calcio vinti quando avevamo Pertini come presidente della Repubblica. Anche solo per sentito dire, vorrà sapere delle miniere di bellezze che la penisola racchiude, disponibili a essere amirate per tutti.

Ti dirà che è stato a Venezia, o a Roma, (coronavirus permettendo) eccetera o che ha lavorato come lavavetri a Torino o che aveva un banchetto di frutta a Padova. Il senegalese della reception del dentista mi ha chiesto, ad esempio, se conosco Vasari e Verrocchio, ne sapeva più lui di me! E il mio padrone di casa, un timido irlandese che adora il Belpaese stravede per Perugia e d’intorni dove un suo fortunato amico risiede. Non c’è da stupirsi, ma da prenderne atto, c’è da ricominciare ad amarla tutta, ma sul serio e quindi rispettarla perchè fragile, come una vecchia signora dal cospicuo passato, che si regge a malapena sulle gambe. E prendersene cura proteggendola, restaurandola, nel suo marmo che si corrode, nella pietra che si sfalda, nei suoi fiumi che con le piene diventano minacciosi e poi distruttivi. Ti ricordi di Firenze e dell’alluvione, immagino. E di tutte le altre alluvioni, anche metaforiche. Perché ne abbiamo solo una di Italia, precaria, dall’ossatura fragile, da ripensarla e da ripresentare al mondo in tutte le salse, e non solo attraverso il turismo d’ammasso che non le fa troppo bene (se non a ristoratori e alberghi oggi in totale crisi per via del virus che impazza e la avvilisce) e da augurarcela come non è mai stata e forse non sarà mai: unita davvero e amata e capace di attrarre lavoro e intelligenze dall’estero. Cercando di smentire Indro Montanelli, che, basandosi su dati verificati, ahimè!, dice che l’Italia non esiste, perchè gli italiani non han memoria della loro terra. E se provassimo a smentirlo? Occorre cambiare mentalità, guardare dentro casa e agire, farci forti del passato e progettare il futuro che per ora langue. Andare all’estero e fare confronti giova, magari aiuta, come è successo a me. C’è da pretendere da chi la amministra e governa una cosa sola, quella che possedeva l’imperatore svevo Federico II innamorato com’era dell’Italia che ce l’aveva nel cuore arrivando a sposare Bianca Lancia d’Agliano e a farci un figlio. Altre storie, nostre storie. Lui la amava l’Italia come l’amava suo figlio Manfredi che si è fatto scippare speranze e vita da santa madre Chiesa alla battaglia di Benevento. Queste cose stanno sui libri. Io non so se ti rendi conto, perché è difficile credere quanto siamo unici e timorosi e ignoranti di esserlo UNICI. Che ogni sua collina, castello, podere, tratto di fiume, costa, prato, ponte ogni sua chiesa e mura e torre e piazza e cubetto di porfido e lastra di pietra ci raccontano storie fuori dall’ordinario, che sono anche roba tua. Quando ti chiedo: ti ricordi dell’Italia, parlo anche a me, che ormai l’Italia la vedo col binocolo o per sentito dire, sottointendendo che ormai mi mancano condizioni di spirito ed economiche per percorrerla in lungo e in largo come una volta facevo in moto, in bici, in auto e a cavallo. Ti ricordi dell’Italia e delle sue diversità e unicità? Di Sezzadio, Camino, Casale Monferrato, di Alessandria e Asti e degli scrigni di bellezza del nostro Sud, e dei banchieri astigiani che prestavano soldi a destra e a manca e che tuttavia non sono riusciti a emergere come un’unica famiglia come hanno invece fatto gli Sforza e i Visconti.

Ti ricordi anche di Gradara dove Paolo e Francesca, secondo la leggenda, han fatto una brutta fine. Ci vorrebbe qualcuno che la amasse devvero l’Italia, che ne prendesse amorevolmente e saldamente la guida, e che ci insegnasse a volerle bene, figli di tante patrie-campanile, sotto uno stesso (diverso) cielo e distratti come siamo, in giro per il mondo a seminare nostalgia e a far confronti con la gente che ci ospita. La sua storia è stata anche parte della storia d’Europa, ed esempio totalizzante e indiscusso di bellezza per il mondo intero, scusa se è poco, poi ci siamo seduti, non ancora ben consapevoli della sua riunificazione siamo sopravvissuti a ben due guerricciole mondiali e poi dopo il progresso economico del dopoguerra ci troviamo incapaci di emergere definitivamente, come meritiamo. I re di Francia e d’Inghilterra avevano bisogno di noi, dei banchieri astigiani e dei banchieri fiorentini, al punto che Riccardo III, talmente il debito si era ingrossato, si rifiuta di restituirlo ai Bardi facendo fallire mezza Firenze. Ancora dietro le quinte dell’Europa, seppur divisi e poi a far da palcoscenico per tre secoli e mezzo a Francesi, Austriaci e Spagnoli che venivano a sbudellarsi a casa nostra, vedi gli assedi di Casale Monferrato e le mura spagnole a Milano e i vari re e imperatori stranieri che se la pappavano a spizzichi e bocconi. Ma dico, te la ricordi quella Italia, ovvero le tante Italie da cui siamo formati? Da non crederci, e liberi di credere a certe leggende (documentate).

I Saraceni sotto il letto li abbiamo mai avuti? Sì, no? La storia dice sì, che li abbiamo avuti anche noi, stavano a furfanteggiare in certe grotte dalle parti di Moleto, ma questa è, appunto, un’altra storia.

accendevi il fuoco nella stufa?

Ti ricordi di quando arrivavano, due volte all’anno, ansanti, sudati, dopo aver fatto cinque piani senza ascensore, scaricando sacchi pieni di legna da ardere e carbone? Ti chiedevi come avessero fatto quegli uomini fatti non di carne, ma di ferro, a scalare la montagna. Non volevano nemmeno un caffè gli uomini forti come l’acciaio, raramente un bicchier d’acqua, dovevano subito correre via per un’altra consegna, tutta la città si scaldava così, stando in cucina, dove c’era la stufa a legna. Senza di loro ci sarebbe stato il gelo. Venivano buttate giù foreste per scaldarti un po’ i piedi. 

Io ero bambino, come te, e ci vedevo del buono, avrei giocato con la legna da ardere. Dovevi pur scaldarti e (volendo) cucinare senza gas, perché il risparmio era assicurato. Ti ricordi quando, nel sottotetto scalavi la montagnola fatta di tocchi di legna ben secchi, fatti di fibre ben compatte, incollate le une alle altre. Ci vedevi una foresta da scalare, un mondo da sondare, una foresta di tronchi sotto i tuoi piedi, che cosa bizzarra. E te la portavano anche in casa, si capisce, pagando. Così  da millenni, il fuoco amico dell’uomo, quando non lo minaccia e lo distrugge. Succedeva quel fenomeno a casa tua, controllato e costretto fra le pareti domestiche. Ma era come fosse la prima volta. Dentro la stufa smaltata. Il vulcano. Non era raro che qualche grassa e lucida larva del legno se ne uscisse dal suo bozzolo, irritata, attorcigliandosi sullo stecco con cui l’avevi tormentata. Il carbone sporcava e costava troppo, soprattutto gli ovuli di coke. Lasciavano quella polvere grassa, sulle mani, sottile e nera. Meglio la legna che faceva quell’odore selvatico di muschio e sottobosco. E delle castagne ti ricordi?

Prima bisognava farci sopra un taglio, badando a non farti male col coltello dalla corta lama. Un lavoro lungo per un piacere breve. E poi:  Tac ciac, cioc! saltavano scoppiettando le castagne nella padella nera coi buchi. Caldarroste! come quelle che vendevano al mercato, sempre bollenti. il mangiare dei poveri diceva tua madre, ma in città  costano un patrimonio. Si abbrunivano gonfiandosi, rivelando la polpa interna, ingiallita dal calore. Ma quanto tempo ci mettevano?! Non sono ancora pronte da mangiare?! No, non lo erano, la ferita sulla buccia coriacea rivelava il contenuto promettente, gustoso, con l’acquolina in bocca te le sentivi già sotto la lingua, attento che scotta! Troppo tardi!  
Non di rado il calore arrostiva anche un intruso, abitatore della polpa, che prima di te gustava quel bendidio e la castagna guasta la gettavi via, rammaricato col suo bruco arrostito, dritta dentro la stufa. Ti ricordi quando facevi pallottole di carta pressata? Più  le pressavi e più la pallottola, grossa come un pugno, resisteva al fuoco. Da tuo nonno ti eri divertito a fare delle vere sfere di carta pressata, che duravano come il legno! Bastava inzupparle d’acqua e pressarle e poi metterle asciugare al sole. Ma non potevi farlo in città. Dove le avresti messe ad asciugare tutte quelle palle? Non c’era spazio sul davanzale! Ti ricordi quando la carta di giornale rattrappiva, si accartocciava, annerendosi, divorata dalla fiamma, dentro la stufa? Fiammifero, pallottola di carta, qualche pezzetto di legno secco, infine il tocco di legno che avvampava, sacrificandosi. Lo vedevi svanire dopo un po’, peccato. Il mini vulcano era in piena attività. Saresti stato ore a fissare quello spettacolo. Sopra la piastra coi cerchi concentrici ci mettevi a scaldare caffè, latte, limonate, c’era sempre acqua pronta a bollire per la pasta. Tè e caffè erano assicurati, subito, a ogni ora del giorno. Dalla stufa veniva fuori un calore che ti piaceva pensare “antico”. Il calore del fuoco del bivacco dei cacciatori che si rifocillano dopo la caccia, o quello dei cow boys, dopo una giornata a governare la mandria, prima di addormentarsi sotto le stelle. Era “quello di una volta” cioè più buono di quello prodotto dai termosifoni o dalla stufa elettrica o a gas.

Ti ricordi dei tubi smaltati, bianchi che scottavano anche loro? Si sporcavano presto, facevano un gran curva sulla parete convogliando fuori i fumi. Di traverso alla stufa, appesa a bacchette di ferro, qualche canottiera, camicie e mutande messe a stendere che subito si asciugavano. Quel fiume di fiamme era autentico, rigorosamente controllato, se liberato avrebbe appiccato incendi alla cucina, al tetto, alle foreste, al mondo intero. Che brivido solo al pensarlo. Bastava non perderlo di vista e tutto andava bene e controllare la sera che tutto fosse a posto e lo sportello ben chiuso. Ti ricordi le fiamme costrette nel ventre della stufa, avevano il potere di ipnotizzarti. Arancioni, rosse, viola e poi ancora gentili, minime, fiammelle appena sprigionate dai fuscelli di legno e poi fiamme, subito virulente, gagliarde, chiarissime e arancioni, capaci di ridurre in braci rosse e grige i tronchi, foreste intere avrebbero divorato il fuoco della stufa riducendole in cenere impalpabile.  Ti piaceva il modo in cui, sfrigolando, le gocce correvano impazzite, sulla piastra rovente a disfarsi. Bizzarramente speravi che no “soffrissero” mentre evaporando e correndo svanivano in niente. Non c’erano il forno a gas, elettrico ne’ tantomeno il microonde. Ti portavi in casa un incendio nel cassetto, il fuoco amico per sopravvivere al gelo. E nelle altre camere? Il gelo appunto, brividi nel sapere che fredde lenzuola ti attendevano, a meno che, non ci fosse lo scaldino, o la borsa dell’acqua calda. Così negli ultimi diecimila anni, te e il fuoco, il resto si sa. Le ciambelle le preparava tuo padre, in pensione, la domenica mattina, le metteva lui a cuocere, era suo quel gran compito. Lui le estraeva dal forno subendo i commenti di tua madreche diceva: troppo cotta, ancora cruda, la marmellata dovevi metterla dentro e non sopra, sopra la marmellata secca! Guarda come è diventata secca. Ti faceva sognare, te, bambino, bambina, quella fiamma gagliarda, la legna che, crepitando si disfaceva, il gran fuoco ti portava lontano con la fantasia, arroventandoti le guance, mentre, ipnotizzato, frugavi nella fucina di un casalingo Vulcano. -Togliti di lì, sta lontano dal fuoco che ti scotti!- diceva tua madre, mentre ti immaginavi la scena: stanco ma soddisfatto, arrivare dalla caccia, aprire la porta, accolto dal garzone, deporre la selvaggina, sfilare la giubba e gli stivali, rifocillarti nella cucina della tua avita dimora di campagna. Attizzare il fuoco del gran camino. Non più  così  da molti anni. Hai sempre pensato che ci fosse del buono nella fiamma. Te che sei così legato alla tradizione e al passato. Ti ricordi di quando fissavi le prime faville? Chiedendo a tua madre di aspettare prima di chiudere lo sportello perché volevi vedere cosa succedeva dentro la stufa. Per intrufolarti in quella caverna incandescente, bianca e gialla, arancione, e rossa dove sicuramente misteriosi mondi paralleli vibravano.  

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.