a Brera il Cristo Morto del Mantegna?

Andrea Mantegna, Hans Holbein il giovane e il Cristo morto. Stesso soggetto, stesso doloroso stupore, ma differenti emozioni e significati

I corpi giacciono sulla fredda lastra di marmo, privi di vita e provocano mantegna dio12sentimenti assai diversi. L’angolo di ripresa prospettica del Cristo di Mantegna è un’idea geniale e rivoluzionaria. La figura appare, infatti drammaticamente compressa, come da una forza immanente. Le dolenti piangono, ma non c’è la disperazione ieratica delle figure nella Pietà di Enguerrand Quarton. I piedi sono quelli di un contadino, grossi, con le dita gonfie. La carne trafitta dei piedi e delle mani acuisce il dolore, la drammatica scena dell’eterno misfatto. Sembra quasi che la vita sia fuoriuscita da quei fori. La vita non c’è più, la morte non ancora. E la mano sinistra del Cristo, col mignolo appoggiato al marmo, sembra doversi levare da un istante all’altro. Un corpo morto che emana tuttavia ancora vigore. Le carni martoriate, giacciono sotto il lenzuolo sacro che copre pube e gambe. Il torso scoperto, scolpito dalla luce. La barba ispida, l’espressione di dolore fisico che indugia diventa un dolore dio 13che si trasmette. Quel Cristo morto non è ancora definitivamente cadavere, un morto ancora capace di sofferenze e di trasmettere dolore, angoscia e rimpianto. Non è così per il Cristo di Holbein.

La sua figura è compressa da uno spazio angusto che angoscia e il corpo appare in attesa di sepoltura. Quello del Mantegna vive ancora nella morte. Il Cristo di Holbein è solo cadavere. La morte ha preso il sopravvento e inizia il suo orrido lavoro di disfacimento. La precisione anatomica della raffigurazione è insultante, terrificante. Questo Cristo non consola più e offre una visione sconvolgente: quella di un corpo che inizia a tumefarsi. Partendo dall’avambraccio già livido. Non vorresti vederlo così, non vorresti vedere quegli occhi perduti, la smorfia ghignante che non è più di solo dolore, ma di smarrimento totale, disumano, assolutamente non divino. Il Cristo di Holbein ci ha davvero abbandonato. Quello del Mantegna no, apparendo nel momento successivo di un’estenuante agonia. Quello di Holbein interpreta i fermenti e le tensioni religiose che tormentavano il Nord Europa nella prima parte del sedicesimo secolo. Una visione macabra che non concede consolazione né speranza. Il Cristo ha abbandonato l’uomo ed è stato a sua volta abbandonato: non cè nessuna figura attorno a lui. Il Cristo è diventato cadavere nell’obitorio. Da duemila anni la passione del Cristo riemerge dalla carne che ha cessato di vivere, per annullarsi e ritornare potente, intatta, a  riproporre quel mistero, quell’angoscia infinita, con domande che lacerano e alle quali noi moderni, dopo la dissacrante iconoclastia di Friedrich Wilhelm Nietzsche ci siamo disabituati; è nell’uomo stesso, nel parente, nel padre, nell’amico che muore e diventa cadavere che il mistero della carne e dello spirito incarnato si ripresenta, emozionante, tormentoso. Parte di noi. Per chi vuol crederci.

in memoria di mio padre Aldo

Lincontenibile desiderio di dire

Prima di recarvi in Olanda potreste fare una cosa intelligente

consultare Internet, leggere riviste specializzate o farvi raccontare da chi c’è già stato, ma vi mancherà comunque qualcosa di essenziale. Prima di recarvi in Olanda potreste fare una cosa intelligente

Leggere le sette lettere inviate in Italia dal rabbino di ascendenza ashkenazita Yacob Rafael ben Simchah Yudah Saraval, nato si presume verso il 1707 ad Adria, autore, come leggiamo nella presentazione di Pier Cesare Ioly Zorattini, de VIAGGIO IN OLANDA 1737-1771. EDIZIONI IL POLIFILO. L’Olanda vista da un viaggiatore sensibile e attento, inviato in loco col delicato incarico di chiedere un mutuo in favore della comunità ebraica di Venezia a quelle dell’Aja, Amsterdam e Londra. Di qui il succinto libretto, con le lettere di Saraval, che mette in risalto la peculiarità del paese delle dighe e dei tulipani, il carattere e l’ostinazione degli Olandesi e molto altro ancora.

Fa parte della serie di veri e propri  viaggi nel Tempo inaugurati dalla casa editrice EDIZIONI IL POLIFILO.

VIAGGIO IN OLANDA è denso di notizie sul clima, le città, la cura dei poveri, i concerti di un giovanissimo Mozart di passaggio. Aspetti colti da un viaggiatore illuminato che sa cogliere la specificità e la grandezza di quel paese, basato sulla quiete sociale, la pace, la prosperità economica e la tolleranza. L’Olanda fu infatti una delle mete privilegiate a ospitare gli ebrei perseguitati dagli iberici.

Dalla presentazione:

Il viaggio in Olanda costituisce una meta quasi obbligata per i viaggiatori europei del Settecento nel Grand Tour verso Occidente. Da Montesquieu a Diderot, solo per citare alcuni grandi, ci restano pagine indimenticabili sul loro soggiorno nei Paesi Bassi. Ma, nonostante, il mito dell’Olanda, sorto alla fine del Cinquecento con l’affermarsi della Repubblica delle Province Unite, fosse ancor vivo nel Settecento, si tratta di resoconti e impressioni a volte contrastanti. Montesquieu, che giunse ad Amsterdam nell’ottobre del 1729, ne tesse un elogio incondizionato, di tutt’altro avviso Diderot che visitò la oland 2città nel 1773 e nel 1774….

Trecento anni fa così scriveva il famoso rabbino illuminista a un anonimo amico italiano:

Nella lettera Prima:

…I vapori e le nebbie, che si levano spesso da continui canali ond’è tagliato il paese, ne rendono l’aria grossa ed umida. Da ciò derivano le febbri ed altre infermità cui sono soggetti quegli abitanti;

…l’Olanda non somministra che del butirro e del cascio; ma se vuoi aversi riguardo alle utili manifatture di queste provincie, che ne ricavano i materiali da altre nazioni, e se si considera il loro vastissimo commercio, si può riputare l’Olanda come il magazzino, il fondaco universale d’Europa….

Nella pagina seguente:

...Gli Olandesi passano per persone di poco spirito, e per verità si prendono poca pena di secondare le usanze moderne, contentandosi di un modo di vivere sempre uniforme, e noioso per ogni altro che per un olandese. Il loro più gran talento è quello di procurare con un’industria impareggiabile tutto ciò che può essere di vantaggio al loro interesse. …

Nella lettera seconda:

…Edifizi pubblici pomposi e molto magnifici si vedono in questa città, le case della medesima per la maggior parte annunziano la ricchezza degli abitanti; le strade bastantemente eguali, li canali che poco differiscono gli uni dagli altri in lunghezza, larghezza e bellezza, gli alberi piantati tutto intorno offrono un bel vedere ed una dolce ombra alle strade spaziose ed alle pulitissime case; la quantità de ponti dai quali le case si scoprono, li alberi, le acque, le barche, vascelli e altri legni a perdita di vista, rendono Amsterdam un soggiorno deliziosissimo e bello…

Nella lettera terza:

…Si trovano in Olanda come altrove donne belle e brutte, ma qui in generale sono bianche, grande e ben fatte, però cogli occhi bianchi e cattiva dentatura, trovandosi raramente chi l’abbia bianca; non so se procede dalla quantità di tè che bevono, come alcuni credono, ma parmi più ragionevole di pensare che ne sia cagione il clima umido e le cattive esalazioni delle acque ferme, che causano….

Nella lettera quarta:

...I divertimenti delle sere d’inverno sono i teatri ed i concerti, de quali i più stimati sono quelli  che si godono nella sala del maneggio, vicino alla porta di Leindon; ivi si prestano spesso i più valenti professori di musica, che si sentono maestrevolmente qualche istrumento suonare; colà fu che mi trovai allorquando si presentò un giovinetto tedesco dell’età di otto anni e mezzo, chiamato Musar, (*)  quale era di già gran compositore di musica, e fece restare ognuno ammirato della sua grande abilità e delicatezza nel suonare il gravicembalo….

(*) si trattava di Wolfgang Amadeus Mozart

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3000 gocce d’oppio al giorno fanno male?

Nel 1821 De Quincey nelle sue Confessioni di un mangiatore d’oppio, pubblicate sul London Magazine scriveva di usare il laudano, una tintura d’oppio, in dose pari a tre mila gocce al giorno. Alquanto spinoso l’argomento, non vi pare?

Nelle confessioni si assiste a un vera e propria intossicazione e al decorso tipico di una tossicomania. Dal benessere alla beatitudine e poi via via sino alle turbe fisiche e psichiche e ai deliri popolati da visioni di animali terrificanti. Accanto a De Quincey si legge sul bel libretto della collana tascabili economici Newton, non sappiamo se ancora reperibile in libreria vanno ricordati Coleridge e Baudelaire che, con altri letterati crearono un mistico cerimoniale per il culto del Dio Oppio così definitodroghe29 da Jules Boissiér. Ne ho ancora  una copia, letta con grande interesse. Enrico Malizia, tossicologo di fama internazionale scrive nel suo LE DROGHE  tascabili economici Newton libri – I Libri della collana Tascabili … un’opera densa di informazioni, completa e aggiornata (anche se non giunge a descrivere le ultimissime letali pastiglie reperibili nelle nostre discoteche; il libretto infatti è stato pubblicato nel 1997) Di agevole e approfondita lettura per una corretta informazione e messa in guardia sui mortali pericoli insiti nel loro uso. Malizia è autore di centinaia di ricerche e pubblicazioni e di libri quali Droga 80 e Il viaggio fantastico di Hieronymous Bosch oltre al Ricettario delle Streghe. In queste pagine ce n’è,  si fa per dire, per tutti i gusti. A pagina 23 si legge: A Galeno, grande medico della civiltà romana si deve la diffusione in terapia della triaca, inventata da Andromaco, medico personale di Nerone. Una preparazione che conteneva oppio. L’imperatore Marco Aurelio ne faceva grande uso e fu così il primo imperatore romano oppiomane. Nel Medioevo invece pare che venisse introdotto per via rettale in dosi così alte da provocare il decesso dei pazienti. A proposito dell’LSD: essendo falsato il senso dello spazio, l’intossicato non si rende conto delle reali distanze. L’allucinato, affacciandosi alla finestra di un piano alto, crede di vedere il suolo a distanza di pochi centimetri e, volendo raggiungerlo, precipita nel vuoto.

Risultano illuminanti alcune informazioni a proposito della cocaina: Freud fu costretto a scrivere che una sostanza a seconda del dosaggio può essere un farmaco benefico oppure un veleno. In molti lo avevano accusato di aver dato via libera al terzo flagello dell’umanità dopo l’alcool e la morfina.

E a pagina 52 si legge:  La testa piena di cocaina è come un bigliardino elettrico impazzito, ha constatato William Burroughs, dopo averne fatto esperienza personale. Il cocainismo è un gravissimo fenomeno dell’era moderna. Ben lontano dalle prestazioni che le antiche popolazioni inca chiedevano alla pianta divina per sopravvivere. Nella sinossi delle droghe più comuni ci sono oppio, morfina, eroina, cocaina, crack, marijuana, hashish, estasi, barbiturici, benzodiazepine, LSD, PCP o polvere d’angelo. 

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Moschee e minareti, e un po’ di storia

Le avrete viste anche voi, sono i luoghi di preghiera dei musulmani, distribuite dall’Africa all’Asia. Molte sono luoghi di grande bellezza e suggestione. Soprattutto negli interni. Avrei voluto entrarci quando le trovavo per via, come quella di Marrackesh e quelle incontrate “on the road”  traversando Turchia, e Iran. Ma non ho avuto l’occasione. Come sono fatte moschee e minareti? Un po’ di storia non guasta. 

Il mare nostrum fu il principale teatro di un conflitto commerciale, politico, culturale che pareva inarrestabile. Oggi è solcato da disperati che vengono da noi perché da loro si crepa.  Per centinaia di anni gli “infedeli” hanno convissuto con un incubo che tormentava popoli e governi di mezza Europa. Le cronache dall’alto medioevo in poi riportano drammatiche vicende, talvolta esagerate ad arte dai cronisti e il terrore di una minaccia comunque reale e implacabile. Anche se viaggiatori testimoniano di storie differenti, di atmosfere uniche, di sorprendenti scambi di favori, di inaspettate ospitalità, ancora in parte da sondare. Un esempio? La Serenissima non aveva forse inviato a Istanbul il suo pittore ufficiale Gentile Bellini per ritrarre il sultano Maometto II, due decenni dopo la conquista ottomana della città, e come interpretare poi, cinquant’anni dopo Lepanto (1571) la concessione ai Turchi di un fondaco in città? Scrive Riccardo Bon sulla rivista Arte Incontro della Libreria Bocca di Milano dei rapporti fra Venezia e Istanbul, e che dire delle lampade da moschea fabbricate su commissione nelle vetrerie di Venezia? Fervido scambio commerciale e culturale fra le due civiltà, fra le pieghe del loro conflitto, piuttosto che una palese e granitica contrapposizione riporta l’articolo. Come non ricordare il rilievo di Avicenna e Averroè che così tanta influenza ebbero sul pensiero occidentale?

Penso sia importante comprendere quel mondo, apprezzare i suoi  poeti e filosofi arabi, visitare i souk delle città dell’Islam, seguendo itinerari poco noti, ricchi di suggestione e storia. Il mondo alla fine è un condominio, tutto sommato, conoscere meglio i nostri vicini di appartamento conviene. Sempreché il desiderio di comprendere sia reciproco e condiviso. Voglio segnalare un curioso aneddoto su Maometto, riportato dallo storico Aldo di Ricaldone, nel volume  MONFERRATO TRA PO E TANARO:

…il gatto preferito del profeta si era addormentato sull’ampia manica del caffetano: già il muezzin aveva per la seconda volta invitato dal minareto i fedeli alla preghiera. Maometto piuttosto che scomodare il micio tagliò la manica, recandosi alla moschea, col caffetano privo di una manica….

Questa curiosità ci dà modo di parlare del luogo in cui i fedeli musulmani si incontrano a pregare e di quello da cui parte l’invito alla loro preghiera: La moschea e il minareto. Cosa rappresentano? E chi era il Profeta Maometto? Leggiamo cosa scrive su questi importanti soggetti il sito del Centro Islamico di Milano e della Lombardia diretto dal dr. Ali Abu Shuwayma che qui ringraziamo.

moscheaLA MOSCHEA
È un edificio in cui si svolgono le pratiche religiose dell’Islam e specialmente la preghiera congregazionale. Fu lo stesso Profeta Muhammad  a fondare la prima moschea a Medina. Dalla sua primitiva forma, quella di ampio cortile recinto, con piccole costruzioni in legno addossate al muro, di cui quelle poste verso La Mecca destinate al culto e le altre ad abitazione, ben presto la moschea, oltre che ad essere sede di attività religiosa, diventa anche centro della vita sociale, politica e militare della comunità musulmana. Nei primi tempi dell’espansione islamica, la pianta schematica di una moschea consta di un grande cortile di forma rettangolare, in cui, al centro, sorge una fontana, destinata alle abluzioni dei fedeli. Intorno al cortile corre un porticato semplice o multiplo, coperto con un tetto o con una caratteristica serie di cupolette. Sul lato del rettangolo perpendicolare alla direzione in cui si trova La Mecca c’è una nicchia, chiamata in arabo “al-mihrab”, che indica la direzione della preghiera. Alla destra della “nicchia direzionale”, molto rialzato dal pavimento, c’è un elemento di arredo della moschea, chiamato “al-minbar” e costituito da una scala che porta a un podio con sedile, da cui il predicatore della preghiera congregazionale del venerdì fa la predica ai fedeli (la predica si chiama “al-khutbah”). Ogni moschea, poi, ha uno o più minareti. In tempi successivi la moschea si caratterizza in forma di grande sala delle preghiere, ricoperta a tetto, a volta, a cupola e, qualche volta, il muro esterno di recinzione è fortificato per la difesa dei fedeli, in caso di attacchi nemici. Intorno all’anno 1000 dell’e.v. gli architetti musulmani introdussero la costruzione in mattoni. Le prime moschee edificate con il mattone vennero realizzate in oriente, dove fu usato l’arco a sesto acuto ed in un secondo momento si cominciò a costruire in occidente, dove divennero caratteristici l’arco a pieno centro e quello a ferro di cavallo. Dopo il 1000, nell’era dominata dai Turchi, la moschea incomincia ad essere progettata e realizzata come edificio a composizione, culminante in una grande cupola, costruita sopra la sala centrale piramidale.

Verso la fine del 1400, dopo la liberazione di Costantinopoli dalle ormai fatiscenti strutture dell’impero bizantino, e nei secoli successivi gli architetti accentuarono nella moschea la sua composizione planimetrica e lo schema volumetrico piramidale, dato dallo sviluppo dei grandi archi, delle volte a semi-bacino e dalla cupola centrale. L’edifico, nel suo complesso architettonico, a una forza ed una compattezza, mai raggiunte fino ad allora e che culminano, verso la fine del XVI sec. nella Moschea di Solimano il Magnifico a Istanbul e nella Moschea di Selim ad Adrianopoli. Le costruzioni più recenti ricalcano, più o meno, gli schemi tradizionali.

minareti5IL MINARETO
La parola italiana “minareto” deriva dall’arabo “al-manarah”, cioe’ una torre portante una luce, cioè un faro. La caratteristica torre della moschea, avente presso la sommità una terrazza sporgente, da cui il muezzin invita i fedeli alla preghiera, si chiama “al-ma’zanah”, cioè il luogo da cui viene fatta “al-anzana” (la chiamata alla preghiera) da “al-mu’azzin” (il convocatore alla preghiera). Nella lingua italiana è la parola minareto che indica la torre della chiamata alla preghiera. I Minareti furono introdotti nel VII sec. nella forma a base quadrata, tipo che, poi, ebbe diffusione anche nel Magreb e nell’Andalus. Al centro della terrazza finale si ergeva un’altra piccola torre, anch’essa a pianta quadrata con una copertura a forma di piramide o a cupola semisferica.

Il minareto a pianta ottagonale prevalse, in principio, nelle regioni iraniche; fra il 1100 e il 1200 fa la sua comparsa il minareto cilindrico a pianta circolare, esile e snello, che porta presso la sommità una piattaforma, pure essa circolare e sporgente a sbalzo, sormontata da un altro piccolo cilindro, coperto con una cupola semisferica o con la caratteristica “cupola a bulbo”. Nell’impero ottomano il minareto cilindrico acquista snellezza e lievita con terminazioni appuntite a cono. Interessanti sono i due esemplari di torri-minareto con scala a spirale esterna, delle quali la più imponente si trova a Samarra in Iraq e l’altra nella moschea di Ibn Tulun al Cairo. Il minareto, di solito è unito a coppie, ma, sovente, nelle moschee se ne hanno più di due. La posizione primitiva nelle moschee era sull’asse della navata e sul lato del cortile opposto a quello in cui era ricavato il “mihrab”; in seguito vennero posti sugli angoli del cortile (e allora furono in numero di tre o quattro), oppure ai lati del portale (minareti a coppia) per accentuarne la posizione e la monumentalità.

Alle porte di Milano c’è una moschea. È la prima costruzione, definibile dal punto di vista architettonico come Moschea (con Cupola e Minareto), realizzata in Italia, dopo la demolizione della moschea Giami di Lucera dei Saraceni, nella distruzione di quella città delle Puglie e il massacro di tutta la sua popolazione musulmana, eseguita da Carlo I d’Angiò, nel 1269, con la “crociata angioina”, indetta da papa Clemente IV. Sono passati ben 719 anni! La Moschea è stata inaugurata nel giorno 12 di Shawwal 1408 dell’Egira, corrispondente al 28 maggio 1988. Moschea e Minareto insistono su un terreno di 658 mq, in località Lavanderie di Segrate, al confine di Milano. La costruzione occupa una superficie coperta di 128 mq ed e’ composta da un vestibolo, una sala di preghiera, un ambiente per i servizi ed il minareto. Le coperture sono a cupola, rivestite in lastre di rame.

 

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Vita nel Sahara

Paolo Novaresio è amico mio di lunga data, anche se non ho avuto modo di frequentarlo un granché. In ogni modo è stato compagno di avventura in un viaggio che ancora ricordo: alle sorgenti del Nilo, e poi costeggiando il grande fiume sino a Kartoum in Sudan. Roba mica da ridere. Qui ci sono dei suoi scritti che ci dicono qualcosa di importante sull’Africa

Estratto dei testi e delle immagini dal volume: UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA – PAESAGGIO E AMBIENTE

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore   

Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi….

nova 6UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso, che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale. …..

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

nova7I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava.

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.

POPOLAMENTO

Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

novares4IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)

Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati.

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.

nvar1I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.

novar 2ABITARE IN SAHARA

Fino all’epoca coloniale, una fitta rete di rotte commerciali, dal  Mediterraneo all’Africa Nera, solcava il Sahara. Come un oceano disseccato, il grande deserto era attraversato da flotte di carovane, cariche di oro, avorio, sale, derrate agricole e generi di lusso. Gli specialisti del trasporto erano i nomadi, guerrieri e pastori di cammelli. Grandi città-mercato, ricche e potenti, sorsero sulle due sponde del Sahara. Le oasi divennero i porti intermedi del sistema, nodi di rifornimento e produzione, come isole nel mare. Di questo passato oggi restano città e rocche fortificate, alcune in rovina, altre ancora vitali, come Timbuctù e Agadez. Sopravvivono complesse architetture idrauliche, palmeti e orti strappati alla sabbia col tenace lavoro quotidiano. Carovane del sale incedono lentamente lungo le antiche piste. Persiste l’identità di un territorio carovaniero e pastorale dai confini invisibili, il cui centro é la tenda, emblema della vita nomade.

LE CAPITALI DEL DESERTO

Le città, come atto supremo di sacralizzazione del territorio, implicano l’esclusione dello spazio esterno. Le grandi metropoli del passato, cariche di valenze religiose e simboliche, riproducevano nella loro struttura l’ordine del cosmo, opposto al caos del paesaggio naturale che le circondava. I templi, la disposizione delle strade e delle piazze, le mura difensive, dovevano esprimere l’immagine leggibile di un potere che, dal centro, si irradiava verso le periferie del Paese. Era il rapporto con le regioni circostanti a definire la natura della città: nucleo chiuso, ripiegato su sé stesso oppure, al contrario, porta aperta al contatto con lo straniero e agli influssi provenienti dal di fuori. In Sahara, luogo di nomadismo e di commercio, questa correlazione ebbe effetti  particolarmente significativi. I centri urbani che sorsero sulle due sponde del deserto, non potevano che assumere il ruolo di approdi, porti carovanieri in cui si raccoglievano e concentravano le merci provenienti da ogni dove. La città sahariana nacque essenzialmente come mercato. Il potere non si manifestava nella gestione organizzata del territorio, impresa impossibile, ma nel controllo delle vie di comunicazione. Le grandi capitali che sorsero sulla riva settentrionale del Sahara, come Sigilmassa, Tahert, Sedrata , pur cinte da mura fortificate, erano prima di tutto importanti centri mercantili: come mostrano i resti della assai più recente Smara, nell’ex-Sahara Spagnolo, avevano probabilmente intere strade riservate al commercio e quartieri appositi per dare asilo ai viaggiatori di passaggio. Al sud questa vocazione cosmopolita assunse un’evidenza ancor maggiore. Laggiù, ai confini della savana, i dettami dell’Islam si innestarono su una solida base animista: il risultato di questo connubio, conferì una spiccata originalità alle città nate lungo il medio corso del fiume Niger. Lo spazio pastorale

nova 4e 4…Agadez deriva dal verbo egdez, visitare, a ricordare il rapporto, stretto ma episodico, delle tribù nomadi dellAir con la loro capitale. Per i Tuaregh del Mali, la regione del Gourma, oltre il corso del Niger è Harabanda, letteralmente al di là delle acque: un altro Paese, in cui gli uomini del deserto sono stranieri. Le aree di nomadizzazione dei diversi clan sono così delimitate da coordinate invisibili, che stabiliscono i diritti d’uso delle risorse idriche e vegetali,tramandati di generazione in generazione. In questa mappa virtuale, alcuni luoghi assumono una valenza particolare: punti di riferimento non solo nello spazio ma anche nel tempo. Frequentati fin dai tempi più antichi, rappresentano per i nomadi un punto fisso d’incontro, attorno al quale l’identità del gruppo si convalida attraverso la rivisitazione del comune passato. L’esigenza di un radicamento sul territorio é più che mai acuta in Sahara, dove il paesaggio non tollera testimonianze durevoli della società umana. L’appropriazione intellettuale e spirituale dell’ambiente diventa allora una necessità imprescindibile. Così a Taouardei, nel Sahara maliano, incisioni rupestri e tombe di antenati mitici certificano la sacralità del sito, che diventa un tempio della memoria collettiva. Una recente missione di studio italiana, ha individuato in Taouardei una serie di elementi che mettono in luce il ruolo, allo stesso tempo simbolico e funzionale, dell’area: accanto ai pozzi permanenti, condizione indispensabile per la presenza dei pastori e dei loro animali, si trovano zone adibite a cimitero e una moschea, nulla più che un cerchio di pietre sulla sabbia. Più lontano, un cumulo di grandi macigni di granito, é identificato come casa degli antenati. Nei pressi, una pesante lastra di roccia é probabilmente servita da litofono. Le pietre sonanti si trovano un po’ ovunque in Africa, dall’Ennedi al Kenya, spesso nelle vicinanze di pitture parietali: sottoposte a percussione, emettono un suono cupo e profondo, simile a quello di un organo. Ancor oggi, nella Tanzania settentrionale, i Sandawe usano come gong naturali i massi granitici sparsi per la pianura. Taouardei é tuttora un nodo vitale della cultura nomade: non a caso proprio qui, nel 1992, iniziarono le trattative tra i capi della ribellione tuaregh e i rappresentati del governo del Mali. In Sahara la storia continua a passare per gli stessi luoghi.

GLOSSARIO

Acheb: vegetazione erbacea effimera, che nasce dopo la pioggia.

Adrar: in berbero, montagna o massiccio montuoso (jebel, in arabo).

Ahal: il cortile dellamore,dove si incontrano i giovani tuaregh per il corteggiamento.

Aklé: ammasso di dune vive, con diversi orientamenti.

Azalai: letteralmente, dividersi per poi reincontrarsi. Nome dato alle carovane del sale di Taoudeni-Timbuctù. In Niger taghlamt.

Barcana: duna mobile a mezzaluna, che si sposta col vento.

Cram-cram: Cenchrus biflorus, graminacea spinosa. In Mauritania, initi.

Djinn: demoni e spiriti del deserto

Drinn: Aristida pungens, graminacea, considerata un buon pascolo. I semi sono commestibili.

Erg: distesa di dune, generalmente stabile. Nel deserto libico si chiamano edeyen o ramla (se di modeste dimensioni).

Foggara: condotta sotterranea che porta, per forza di gravità, l’acqua ad un oasi.

Gara: piccola collina dalla cima tronca.

Ghourd: duna isolata di forma stellare.

Guelta: bacino naturale di acqua tra le rocce, di solito permanente (per i Tuaregh, aguelman)

Guerba: otre per l’acqua in pelle (da cui salvare la ghirba).

Hammada: superficie rocciosa orizzontale, fessurata e cosparsa di pietre.

Kel: struttura di base della società tuaregh (gruppo,tribù).

Ksar: villaggio fortificato, in pietra o terra cruda.

Mehari: dromedario da sella, veloce e resistente.

Oued o Uadi: letto di fiume asciutto. Enneri nel Tibesti, kori nell Air. Dallol sono chiamate in Niger le grandi valli fossili, larghe fino a quindici chilometri.

Reg: immensa pianura, spesso di origine alluvionale,cosparsa di sassolini. In Libia, serir.

Sebkha o Chott: depressione, lago inaridito con affioramenti salini.

Sif: la cresta di una duna, con andamento sinuoso (letteralmente, sciabola).

Tagilmoust: il velo dei Tuaregh, spesso tinto dindaco e lungo dai quattro ai sei metri. Detto anche litham.

Takuba: lo spadone diritto dei guerrieri tuaregh.

Tamashek: la lingua dei Tuaregh.

Tassili: altopiano tabulare. Nel Tibesti, tarso.

Tifinagh: antica scrittura berbera, ancor usata saltuariamente dai Tuaregh.

novaresioPaolo Novaresio è nato a Torino il 20 giugno 1954.
A partire dal 1975 viaggia a tempo pieno in Africa, visitando alcune tra le zone più remote del continente: deserti della Mauritania, Hoggar e Tassili in Algeria, Monti dellAir e Teneré (Niger), regione dei Somba (Benin), valle della Haute Kotto (R.Centrafricana), Highlands del Camerun, Angola meridionale, bacino del fiume Congo e Ituri (ex-Zaire), Kordofan settentrionale ed Equatoria (Sudan), Kaokoveld e Bushmanland (Namibia), Delta Interno del Niger (Mali). Ha navigato tratti del Nilo, dell’Aruwimi, del Tana, del Niger e del lago Tanganyka.

Ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani, con articoli riguardanti la storia, l’arte e la cultura dei popoli africani (La Stampa, Tutto Scienze, Specchio, Gente Viaggi, Tuttoturismo, Panorama Travel, Scienza e Vita, etc.). Ha collaborato con il Laboratorio di Ecologia Umana coordinato da Alberto Salza presso il dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche, Archeologiche e Storico-territoriali dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato i seguenti libri: Uomini verso l’ignoto, sulla storia e metodologia dell’esplorazione, Sahara, Ultima Africa, Africa Flying High e Grandi fiumi del Mondo. È laureato in Storia Contemporanea.

Tra il 1982 e il 1983, a seguito di un viaggio attraverso l’Africa occidentale e centrale, soggiorna per lungo tempo nel nord del Kenya, compiendo studi e ricerche sulle popolazioni nomadi Samburu e Turkana. In seguito si occupa dellorganizzazione di numerose spedizioni scientifiche in Africa Orientale (Valle del Suguta e vulcano Teleki), tra cui il progetto Turkana 1989, volto a studiare il rapporto uomo-ambiente nelle zone aride e la fisiologia dello stress in ambiente ostile, col supporto della Fondazione Sigma-Tau e di vari enti Universitari nazionali e internazionali. Dal 1991 ha concentrato la sua attenzione sull’Africa Australe, viaggiando e soggiornando per lunghi periodi in Botswana, Zimbabwe, Namibia, Mozambico e soprattutto in Sudafrica, dove ha vissuto per cinque anni. Nel 1994, su invito della South African Airways, si è occupato di reperire presso Musei e fondazioni private in Sudafrica documenti e fonti iconografiche inedite, relative alla storia del Paese, intervistando esponenti di rilievo dell’ANC e dei principali partiti politici sudafricani. Si occupa di metodologia dell’esplorazione.    L’uomo con la valigia

 

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Matilde Izzia, Matisse italiana

mati 2Amica, insegnante, sorella, e straordinaria artista, definita da Roberto Coaloa: Matisse italiana. Solo adesso cominciano a considerare le sue opere, che sono importanti e raccontano una vita dedicata all’arte e allo studio

Allieva di Menzio, e alla bottega di scultura di Guido Capra, allievo prediletto del grande Leonardo Bistolfi, Matilde dipingeva grandi figure, paesaggi, volti e animali. Poi affrescava chiese e le pareti di casa sua, al Romito.
Avevo promesso di aiutarla; ci sono riuscito solo in parte, mentre lei non c’era già più. Grande attenzione le stanno dedicando l’editore  Lorenzo Fornaca, lo storico Roberto Coaloa e Gianfranco Cuttica di Revigliasco.

Su di lei e il marito Aldo di Ricaldone ho anche scritto un racconto memoria ed un libro meraviglioso, insieme ad altri autori, con un intero capitolo a lei dedicato, un’opera che addirittura papa Francesco ha mostrato di apprezzare, visto che parla della sua terra.
C’è ancora moltissimo da fare per valutarne l’opera e l’importanza della sua pittura. I suoi dipinti, matisparsi in Europa, fanno parte di prestigiose collezioni private.
Matilde non ha mai avuto fortuna nel mondo dell’arte. Aveva un difetto: diceva quello che pensava. So che prima di morire ha chiesto a Enza Inquartana, la sua infermiera e amica, nella casa di riposo di Moncalvo: – Ma io quando potrò fare una bella mostra coi miei quadri?-
Ci ho pensato io e Lorenzo Fornaca, con  Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Roberto Coaloa a farle fare quello che ha sempre desiderato.  Di tele ce ne sono già un bel numero, in esposizione permanente al museo di Santa Croce. La sua memoria adesso è là, riposa accanto alle tele e alle pale d’altare di Giorgio Vasari, al complesso monumentale di Bosco Marengo.

Da I TESORI DELLA VALLE DI TUFO:

Matilde Izzia

Matilde Izzia nasce a Casale Monferrato il 10 febbraio 1931. La sua famiglia è originaria di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove il padre Francesco Emanuele frequenta la scuola d’arte: a lui e all’avo Giuseppe Izzia (1873-1925) risale la passione di Matilde per il disegno e la pittura, ma anche da parte materna l’amore per le arti figurative è costante e si segnalano nel tempo miniaturiste e acquarelliste di rilievo. Sin dalla giovane età, Matilde erediterà queste inclinazioni e doti sviluppando un suo particolare e personalissimo dettato artistico, che già a soli tredici anni produrrà svariati disegni e lavori a olio.

Concluse le medie inferiori, Matilde Izzia si trasferisce a Torino dove si diploma al Liceo Artistico dell’Accademia Albertina, avendo come matimaestro Francesco Menzio; frequenta poi il corso libero di disegno applicato alle scienze naturali diretto dal prof Ubaldo Tosco, che in seguito le commissionerà disegni di antropologia in chiaroscuro per l’Enciclopedia di Scienze Naturali dell’Istituto Geografico e Agostini. Nel 1950 viene scelta da Noemi Gabrielli, Sovrintendente alle Gallerie del Piemonte, come sua collaboratrice per organizzare l’esposizione del Congresso Eucaristico a Palazzo Chiablese.

Nel frattempo, Matilde Izzia apre il proprio studio, dando inizio a un percorso che parte sulla scia dei “Sei pittori di Torino”, da cui si distaccherà in seguito per ulteriori indagini, indispensabili alla completezza della sua formazione artistica.

La sua produzione si divide a grandi linee in tre cicli:

1950-1960.
Studio delle tecniche antiche. Ricerche coloristiche delle scuole piemontesi e lombarde del primo Novecento. Frequenta lo studio di un allievo di Bistolfi, che la indirizzerà alla composizione simbolica. In questo periodo realizza busti, ritratti, bozzetti, poi indirizzerà il suo talento esclusivamente verso i dipinti.

1960-1970.
Esperienze sui risultati impressionisti e post-impressionisti, ricerca di composizioni ad ampio respiro con forti valori tonali. Izzia ripropone la figura in chiave totalmente originale, con esiti sorprendenti.

1970-1982 .
Chiarificazione cromatica e compositiva con tendenze all’astratto espressionistico: il colore più filtrato accentua l’espressività del disegno. L’opera appare così nella sua piena maturità.

Dal 1968 la pittrice affronta le sue prime esposizioni alla Galleria d’Arte Fogliato Torino. Il giudizio del critico Marziano Bernardi su La Stampa: mati 1«Chi visita la mostra di Matilde Izzia alla Galleria Fogliato, s’accorge subito di trovarsi in presenza di una pittrice colta. L’ancor giovine espositrice fin da bambina tentò su vie tradizionali alternativamente pittura e letteratura, finché nel 1954 la percezione di un gusto moderno favorì in lei un cambiamento di rotta. Certi esiti dell’Izzia di oggi appaiono affini a quelli dei “Sei pittori di Torino”, verso il 1930 ma qualche volta più complessi nel franco gioco di un vivo colore e nella solida impostazione dei suoi temi di figura.»

Nel 1970, su consiglio del barone Bernard Taubert Natta, espone a una personale, presso la prestigiosa Galerie Motte di Ginevra. Il cultore d’arte Oscar Ghez, direttore del museo Le Petit Palais, si dichiara entusiasta della qualità di quella pittura. E con lui il direttore della Galleria d’arte moderna di Torino, Aldo Passoni, che ha parole di elogio per l’opera. Le 33 tele suscitano la più grande ammirazione presso critica e pubblico. Tra questi il Console d’Italia a Ginevra, Giovanni Stefano Rocchi, il Barone Guy de Rotschild, esponenti della finanza. Oscar Ghez scriverà: «J’ai trouvé votre exposition chez Madame Motte parfaitement équilibrée, d’une haute tenue, démontrant d’une manière parfaite votre talent et votre originalité.»

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Aiuto, vogliono guastare la val Metauro!

Il grido d’allarme lo ha lanciato Jenner Meletti in un articolo del diciannove ottobre su  LA REPUBBLICA.  Il pezzo ha un titolo che non lascia dubbi. L’autostrada che rischia di asfaltare i paesaggi che fanno da sfondo nei ritratti di Piero della Francesca  ha un sottotitolo molto significativo: Fermate lo scempio, rivolta contro il progetto dell’autostrada  Fano Grosseto

Stavolta non abbaio alla luna (come si dice dalle mie parti) di uno che se la prende con tutto e tutti, inutilmente, così nell’occasione non scrivo di foreste in pericolo, arte e opere da salvare, ma di una cosa di casa nostra. La val Metauro appunto.  Una cosa da brivido, altroché fumi mi vengono a leggere ste cose. Fermiamolo davvero questo scempio perché quando troppo è troppo. Vogliono fare l’autostrada senza gallerie piero francesca  autostradaper risparmiare, allora per favore aspettate di avere i soldi , anzi, meglio non fatela affatto. Lo dicono il buon senso, la logica , il rispetto per l’ambiente e la decenza. Lo reclama uno dei posti più incantevoli d’Italia risparmiato poco tempo fa da un fronte chilometrico di parco eolico…e adesso ci riprovano con l’autostrada. Scrivete al giornalista, scrivete a REPUBBLICA, chiediamo che si può fare per fermare lo scempio, diamo il nostro sostegno. Sarebbe come fare una discarica nel sagrato di Santa Croce di Bosco Marengo.  O realizzare un parcheggio per camion tir in piazza di Spagna.  Anzi, ancor peggio, come far correre un’autostrada a sei corsie davanti al Colosseo.  Fermiamo questo progetto insulso: la superstrada che collega Tirreno e Adriatico se proprio dovete farla, e abbiamo seri dubbi sulla sua necessità, fatela da un’altra parte, quando avrete i soldi per scavare gallerie, ma non in uno dei luoghi che il mondo ci invidia per bellezza, fascino e storia.

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Lorenzo Fornaca è l’ultimo cavaliere della carta stampata…e nostro amico

Il fatto è che di gente come lui ce n’è poca in giro. Amico? Editore di gran fiuto? Ultimo cavaliere della carta stampata? Anche. Ma non solo. Qualcuno l’ha definito architetto di magnifiche opere editoriali. Non c’è fine settimana in cui non riceva premi e onorificenze

lorens tonco presentazxione MONFERRATONella foto la premiazione a Tonco di MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, una delle sue ultime creature. Per me soprattutto è amico e compagno di incredibili vicende (non ancora concluse, visto che Lorenzo dovrebbe tentare di fare una certa cosa che solo lui ed io sappiamo…ma che, se va in porto, sarete i primi a conoscere, prima che io abbandoni l’Italia)
Lorenzo è editore tradizionale e moderno. Tradizionale perché le sue opere parlano di una passione autentica per la sua terra d’origine dal glorioso passato. L’antico Piemonte e in modo speciale il Monferrato. Moderno perché per promuovere le sue opere ricorre alla tecnologia web. La Tradizione sposa la Modernità con esiti davvero incoraggianti.
Le sue opere fanno spesso il tutto esaurito e continuano a raccogliere consensi di pubblico e critica. Sono lavori appassionanti scritti da giornalisti e da storici famosi, che parlano di vicende autentiche, raccontate come fossero un romanzo. Più avvincenti di un romanzo perché i suoi protagonisti sono davvero esistiti e le loro gesta si possono facilmente rintracciare negli archivi della Grande Storia.

UNA VICENDA EMOZIONANTE

Spiega Lorenzo Fornaca:
Ho superato da un po’ i sessant’anni e non sono certo incline a farmi coinvolgere in storie che hanno il sapore dell’avventura né tanto meno dell’effimero. Tuttavia, da qualche anno mi trovo nel mezzo di una vicenda emozionante, quasi inverosimile, tanto mi appassiona. Mi auguro che questa vicenda, in parte da scrivere e dai contorni alquanto avventurosi, abbia un epilogo positivo. Un primo grande risultato c’è già stato. Ma è solo l’inizio. Si tratta della scoperta di un patrimonio artistico di eccezionale valore. Le cose sono andate più o meno così:

Quattro anni fa bussa alla porta del mio studio uno sconosciuto chiedendo se potevo dargli indicazioni per rintracciare una certa persona che io ero solito frequentare per le mie attività editoriali.
Ho esitato un attimo e gli ho detto, con qualche cautela, che quella persona non era più fra noi.  Morta? chiese. Sì. Risposi. Temetti che si sentisse male. Cercai di consolarlo, poi mi spiegò brevemente che si trattava di una cara amica, sua ex insegnante di educazione artistica e che dipingeva.
fornaca edo marioNell’immagine Lorenzo Fornaca con Mario e Edoardo Simone Paluan

La nascita del figlio e i suoi frequenti viaggi l’avevano condotto a Bali, in Afghanistan, in Sudan, a Cuba e in altre parti del mondo, ecco spiegato il motivo per cui l’aveva persa di vista. Dovetti promettergli che avrei fatto qualcosa per rintracciare e promuovere i suoi lavori.
L’ho fatto. Chi custodisce i dipinti è anche un amico, insieme al quale, lavoreremo per cercare di strappare dall’oblio questi capolavori, dipinti da una nostra conterranea. Le tele sono di Matilde Izzia, nata a Casale Monferrato. E ci piace pensare che siano state custodite fino a poco tempo fa, come narra un’antica leggenda tratta dalle pagine di un mio libro, nelle caverne dei Saraceni vicino a Moleto. Matilde Izzia abitava proprio lì.
Nella foto in basso la presentazione de I TESORI DELLA VALLE DI TUFO al ristorante La Magione di Olivola, da sinistra: Roberto Maestri, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, il sindaco Gianni Grossi, Giuliana Romano Bussola, l’editore Lorenzo Fornaca, Roberto Coaloa, Natalino Amisano.

olivola

L’emozione che mi prende nel ricordare l’incontro con l’amico di Matilde Izzia, che vive fra Londra e Milano, continua. Le promesse vanno mantenute ecco perché sto facendo di tutto per promuovere l’arte di questa siculo-monferrina, che io ho conosciuto: un’autentica protagonista dell’arte italiana del ‘900.

Sono onorato di potermi occupare di lei, insieme a chi custodisce con cura i suoi quadri. Per questo ho bisogno del vostro contributo e interesse, per poterle dedicare cataloghi, mostre, esposizioni, per cercare di farla conoscere al grande pubblico. Numerosi suoi dipinti sono oggi in esposizione permanente nel complesso di Santa Croce a Bosco Marengo, accanto alle tele del Vasari!   Museo di Santa Croce

L’emozione che si prova ad ammirare i suoi dipinti è grandissima e io voglio condividerla con voi. In proposito ho pubblicato anche un libro che narra questa vicenda, non ancora conclusa. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

DAI COLLI DEL MONFERRATO AL COLLE VATICANO
di Domenico Bussi

Che i libri di Lorenzo Fornaca, titolare dell’editrice Sedico, facciano molta strada sia in Italia che all’estero è cosa talmente nota da non meritare cenno. Non pochi sono infatti gli ordini relativi a questi volumi che pervengono ai distributori, anche dal lontano sud America, da parte di discendenti di astigiani colà emigrati. Diversamente invece, per quando riguarda la sua recente monumentale edizione di Monferrato splendido patrimonio. Un esemplare di questa pregevole edizione, rispetto a tanti suoi gemelli, però non ha percorso una lunga strada, ma è assai significativo il fatto che sia finito nelle mani di un sud americano, italiano di recente ritorno, anche se in verità risiede pur sempre all’estero, poiché Stato estero è giuridicamente parlando la Città del Vaticano.

È di questi giorni infatti la notizia che il più recente dei grandi libri di Lorenzo Fornaca è stato donato dalla signora Nella Bergoglio al

La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.
La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.

proprio illustre cugino la cui identità, dato il cognome, è facile intuire senza dilungarsi in non necessarie precisazioni. Si certo verrà da chiedersi come possa il Santo Padre, tra i suoi innumerevoli e pressanti impegni, trovare il tempo per sfogliare e leggere la pregevole opera ricca di oltre 1200 immagini a colori, molte delle quali a piena pagina e di oltre cinquanta monografie redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, impegnati ad approfondire uno ad uno i molteplici aspetti di un territorio con alle spalle una storia documentata di oltre mille anni.
Eppure chi ha fatto il dono, ed anche chi a modo di vedere dalle fotografie scattate nell’occasione, di dice certo che Francesco I troverà certamente qualche ritaglio di tempo per leggere del leggendario Aleramo, dei discendenti dell’ultima casate dell’Impero d’Oriente, dei duchi di Mantova e di Savoia con i quali coloro che lo precedettero sul soglio di Pietro trattavano alla pari.

Ma il pregio del libro di Fornaca, soprattutto per papa Bergoglio, curioso come certamente sarà di conoscere la storia della terra dei propri antenati, consiste nel fatto che sfogliando le sue pagine non si limita soffiar via la polvere che i secoli han foto Janetdepositato su eventi e protagonisti lontani, ma darà modo di comprendere la realtà com’è, e soprattutto come si sia arrivati agli attuali equilibri. Si avrà modo di vedere i nuovi artefici della storia, non son più i condottieri, i principi o potentati in genere, ma la gente qualunque, che poi tale non è, la quale acquisita coscienza dei propri diritti e doveri si interessa di economia, produzione sviluppo e valorizzazione del territorio senza dimenticare l’antico retaggio come dimostra con la vivace curiosità verso le vicende del proprio passato ricche di testimonianze artistiche tutt’ora in via di arricchimento. L’ultimo capitolo dell’opera tratta infatti di una grande artista casalese: Matilde Izzia le cui opere sono in parte raccolte nel complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo voluto da papa Pio V, accanto a quelle di Giorgio Vasari, tra l’altro autore di affreschi dedicati a papa Paolo III Farnese, e di molti altri artisti.

Ricordi e progetti di padre Angelo Zelio Belloni

Padre Angelo Zelio Belloni è amico mio da lunga data. Scrittore, teologo e frate predicatore itinerante. Numerose sono le sue iniziative a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, bisognosi di educazione, cibo e famiglia. Ecco alcune sue note biografiche

Da mia madre Savina, lavoratrice dei campi in quel di Mirandola (Mo), oltre che una fede solida, ho ereditato una spiccata sensibilità per i problemi delle persone e della società in genere e il desiderio di impegnarmi sempre in prima persona. Da mio padre Corrado una cocciutaggine che è tutto dire. I più poveri, durante la guerra e nel periodo seguente ricordarono per tutta la vita con enorme gratitudine che nel tempo della fame avevano potuto mangiare pane e polenta grazie all’aiuto di mia madre. Lei, infatti, dopo la mietitura andava a spigolare nei campi per poter donare qualche pezzo di pane buono a quanti le si rivolgevano. Tante persone riconobbero in mia madre il dono del consiglio dopo averle aperto il cuore in situazioni personali e familiari davvero difficili. Stiamo parlando dell’ultima guerra e del periodo seguente.

angelo3Entro in convento a San Domenico di Fiesole a 18 anni e, durante il triennio filosofico di Chieri (TO) conobbi persone e figure illuminate come Luigi Ciotti, Ernesto Olivero, Padre Lataste, Suor Eva Maria, Chiara Lubich e altri ancora.
Il forte desiderio di andare verso gli emarginati si concretizzò successivamente con un lavoro tra i tossicodipendenti di Piazza Grande di Bologna e i sottopassaggi adiacenti. I miei maestri di vita mi suggerivano vicinanza, affetto, condivisione, superamento del giudizio, aiuto in situazioni di emergenza per evitare il peggio. Nacque così l’idea di creare un piccolo centro di accoglienza serale per i giovani della piazza in uno spazio ricavato nella Basilica di san Domenico proprio con entrata in piazza san Domenico. Lì i giovani della piazza avrebbero potuto rifocillarsi consumando i panini forniti dalla cucina del convento e parlare con qualcuno di noi studenti di teologia che ci alternavamo ogni sera.

La città di Firenze mi offrì in seguito la possibilità di creare un gruppo stabile di persone e famiglie disponibili e competenti con una rete di contatti per affrontare i diversi aspetti del problema tossicodipendenze: sanitario, psicologico, familiare, lavorativo, legale, economico, ecc. Tale gruppo volle chiamarsi “Comunità degli ultimi” facente parte del Coordinamento delle Comunità di Accoglienza promosso dal Gruppo Abele di Torino.

Da questa e da altre vicenda si sentì il bisogno di creare quanto prima la nostra comunità dove poter operare secondo i criteri più idonei sulla base delle diverse fisionomie personali. Ma non posso dimenticare, Alessandro, Sandro, Enrico, Luciano, Daniele, Giovanni e tutti glia altri che sono passati da noi con il loro carico di traumi, violenze subite, fallimenti, tentativi di riscatto. Qualcuno, non molti, alla fine riuscirono a sfuggire alla presa fortissima della droga e ritornarono a una vita normale. Alla fine, per ordini superiori, posi termine a questa esperienza, cosa che ho fatto non senza cadere in una profonda crisi interiore, proprio perché impedito a continuare su quella strada.

Il Sudamerica e il misterioso mondo dei Maya

Intanto i miei compagni e confratelli incominciarono a pensare ai paesi dell’America centrale dove i missionari domenicani, animati da un forte spirito evangelico avevano seguito gli spagnoli nel 1500 annunciando – non senza detestabili e condannabili eccessi – l’Evangelo ai popoli indigeni di quella regione. I missionari domenicani erano ritornati in Guatemala nel 1976 in piena guerra civile scegliendo la più povera delle regioni, la foresta del Peten al confine con il Chapas messicano per accogliere tutti i disperati che fuggivano dalle zone calde del conflitto, dai terremoti devastanti del sud o che comunque cercavano un pezzo di terra dove seminare mais e fagioli per il quotidiano sostentamento delle numerose famiglie. Purtroppo da allora, con la necessità di creare terreni coltivabili, iniziò la distruzione tramite incendio, e mai cessato, del secondo polmone verde del mondo.

I miei compagni alla fine degli anni 80 si organizzarono per visitare le diverse fondazioni delle suore a Città del Guatemala e nel Peten. Tutte le suoreperipezie di quei viaggi a dorso di cavallo su strade inesistenti nel folto della foresta oppure in canoe di legno sui fiumi infestati da caimani e rettili d’ogni specie, gli incontri con gli indigeni nei loro variopinti costumi, l’impatto con un ambiente e una cultura assolutamente diversi. Sì tutto ciò ci veniva riportato con dovizia di particolari e anche noi ci sentivamo oltre che missionari in terre vergini anche un po’ esploratori del misterioso mondo dei Maya che avevano disseminato proprio in quella foresta i ricordi di una civiltà gloriosa, ormai sepolta nell’oblio.

Il passo successivo alle visite era la nascita di un legame sempre più stretto con le comunità operanti in diversi municipi (comuni) del Peten con un impegno sempre più concreto a sostenere i progetti in fase di realizzazione. I primi interventi e aiuti furono concentrati presso la missione delle suore domenicane di Santa Eléna (Flores): col sostegno all’infanzia tramite «adozioni a distanza», la riorganizzazione dell’ambulatorio odontoiatrico del dispensario (poliambulatorio), la prevenzione e igiene dentaria nelle scuole elementari; e la costruzione, nel 1995, di un «Centro per la promozione della donna», che permette la formazione umana e professionale per molte donne.

Il mio primo viaggio in Guatemala risale al 2004

Lì m’innamorai della sua gente gioviale, accogliente nonostante le tragedie che ha vissuto nella lunga guerra di più di trent’anni. Sempre capace di condividere una tortiglia con fagioli e un uovo.

angelo 2E fu in quel luogo che successivamente elaborai il progetto VACCHE DA LATTE PER I BAMBINI MALNUTRITI DEL GUATEMALA”

Per chi volesse conoscere i programmi di viaggio e recarsi in Guatemala, avere indicazioni sui luoghi da visitare, conoscere e sostenere le iniziative padre Angelo Belloni sarà felice di rispondervi:

padre Angelo Zelio Belloni

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Padre Angelo Zelio Belloni è presidente dell’associazione “AIUTO BAMBINI TERZO MONDO – ONLUS” (c.f. 91036080488) con sede legale in Montelupo F.no (FI) via della Fonte, 40 che intende promuovere progetti e iniziative di solidarietà, assistenza sociale, socio-sanitaria e beneficenza.

La Cina di Chiara Rigoli. Medusa lessa a pranzo, lombrichi fritti a cena. Un’astigiana oltre la Grande Muraglia

cinaChiara Rigoli è nostra amica e segue tutte le iniziative editoriali che promuoviamo con l’amico Lorenzo Fornaca. Non ci siamo mai incontrati perché lei vive ad Asti, io a Milano. E siamo sempre indaffarati. Dirige un bel sito di valorizzazione del territorio piemontese che si chiama Astigiando e che si occupa di cultura, arte, bellezze del territorio, turismo e altro. Con lei condivido l’amore per la sua splendida terra monferrina

Qualche anno fa si è recata in Cina per lavoro e adesso vi faccio leggere cosa scrive. Ci troverete qualche utile consiglio se dovete recarvi là. 

Un assaggio del grande Paese di Chiara Rigoli

La prima volta ho vagato per alcuni giorni. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, completamente smarrita. Asti e Hong Kong hanno poco in comune. Si tratta di un altro pianeta e il primo impulso per chi si trova in questa dimensione, scagliata verso il futuro, è quello di rimpiangere le nostre città che sono ancora a misura d’uomo, in cui si può passeggiare con gli amici per il centro scambiando qualche chiacchiera. Le dimensioni e le atmosfere del famoso film Blade Runner a Hong Kong sono di casa e il Palio di Asti è solo un pallido ricordo. Hong Kong è britannica e cinese allo stesso tempo e le due anime si incontrano e si scontrano costantemente.

Qui hanno sfruttato ogni metro quadrato rubando spazi alla foresta tropicale: il cemento dilaga e combatte contro la natura, che pare soccombere. Grattacieli ovunque. Come funghi. Raramente grattacieli singoli, piú spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta ancora più numerosi; tutti uguali, stretti uno all’altro, costituiscono una teoria d ininterrotta, sorta di enormi, brulicanti formicai, con migliaia di appartamenti piccolissimi. Gli enormi viadotti passano a mezza altezza a pochissimi metri dalle finestre dei grattacieli. Hong Kong patisce l’affollamento tipico delle cittá cinesi: nelle strade, nei centri commerciali, nella metropolitana. Ci sono cosí tanti pedoni per strada che i marciapiedi non bastano a contenerli. Formiche compresse nei loro formicai. Scontato chiedersi quanti sono questi cinesi. Ma come fanno a essere così in tanti? I percorsi per i pedoni si trovano spesso al “primo piano” su appositi viadotti, completamente isolati dal traffico cittadino che scorre sotto. Per lunghi tratti i viadotti passano all’interno dei grandi centri commerciali: una manna per i pedoni che godono dell’aria condizionata e sono protetti dal sole cocente di Hong Kong, e va bene anche per gli affari dei negozianti. Il sistema di mezzi pubblici di Hong Kong  rasenta il prodigio, con un’integrazione perfetta fra treno, metró e traghetto, ma anche qui l’affollamento é spaventoso e colpisce il viaggiatore occidentale. Fra le cose che probabilmente sono rimaste invariate ad Hong Kong da quando era colonia britannica ci soni i tram a due piani.

Cinesi contro cinesi, ma solo per gioco. Accade in metrò di vederli fissare i loro aggeggi tecnologici portatili e giocare uno contro l’altro. Allo cinastesso tempo nei parchi, gruppi di Cinesi fanno Tai chi: l’antica ginnastica di gruppo fatta di movimenti lenti al ritmo di musica orientale.
Hong Kong è ormai cinese ma non è vera Cina. Basta vedere il rigido controllo alle frontiere, il filo spinato e i soldati con il mitra per capire che Hong Kong è tuttora un’oasi nel panorama cinese.
Qualcosa non va al mio passaporto, dice il soldato cinese nella sua lingua. Panico. E se mi rimandano indietro? Penso. Interminabili minuti in cui ti senti smarrita e in balia di una burocrazia fantomatica e misteriosa. È capitato a me qualche interminabile minuto di controlli e poi ti fanno passare la frontiera: non lo auguro a nessuno!
Ma una volta passato il controllo dell’immigrazione, è Cina per davvero: ecco infatti Lo Wu a Shenzhen. Il treno che porta verso la frontiera é sempre molto affollato, tutti vanno a fare shopping a Lo Wu. A Hong Kong il costo della vita e quindi delle merci, sebbene inferiore al nostro, é superiore a quello del resto della Cina, perciò è conveniente comprare nella Mainland China. Shenzhen è la prima città cinese che incontri uscendo da Hong Kong e Lo Wu è un grandissimo centro commerciale cinese in cui si vende di tutto in centinaia di minuscoli negozietti.

Shenzen è la città-miracolo creata per volere di Deng Xiaoping negli anni ’80 come Zona Economica Speciale (in pratica un posto in cui le regole comuniste non valgono, e il governo cinese chiude un occhio e, se serve, anche l’altro, per lasciare mano libera agli imprenditori) strategicamente a ridosso di Hong Kong, in modo da attirarne gli enormi capitali. Shenzhen é passata da un borgo di pescatori a una cittá che oggi ha 11 milioni di abitanti. E stiamo parlando degli abitanti legali; i clandestini, provenienti dalle campagne della Cina e dai paesi del Sud-Est asiatico per prendere parte a questo miracolo economico e quindi sperare in una vita migliore, sono stimati in almeno 3 milioni. Le differenze con Hong Kong sono evidenti: quasi nessuno parla Inglese, devi fare attenzione ai bagagli, e poi finalmente incontri la vera cucina cinese non solo nei ristoranti ma anche nei chioschi per la strada. Niente di simile a quella che abbiamo in Italia, diversi anche da quella nei ristoranti di Hong Kong che si adattano ai gusti dei turisti.

Ovviamente non ti devi far troppe domande sulla pulizia e sull’origine del cibo: se sei schizzinoso: mangia senza chiedere troppi dettagli. Meglio se sei accompagnato da un cinese di fiducia che indirizza le scelte. Ristoranti, localini, padiglioni, capannoni, baracconi, bancarelle, chioschi, friggitorie ambulanti e tende di ogni dimensione dove specialità di tutti i tipi a prezzi convenienti saranno pronte a farsi degustare. Si mangia dappertutto e in continuazione. I pasti vengono considerati un importante rituale di gruppo, dove ognuno con i propri bastoncini può raccogliere il cibo da diversi manicaretti comuni. Molto comuni sono i ristoranti senza porte, quelli a gestione familiare, anche nei cortili delle abitazioni tradizionali, che si scovano addentrandosi nei dedali di vicoli e nelle viuzze secondarie; di norma sono frequentati dagli abitanti del luogo e preparano porzioni molto abbondanti, ma non dispongono di un menù in inglese.
I ristoranti più grandi dispongono di acquari dove potete scegliere il pesce che più vi piace che verrà direttamente pescato per voi, macellato e preparato. I cuochi cinesi spesso infatti cucinano davanti a voi quello che scegliete di assaggiare. L’arte culinaria cinese ha come obiettivo anche la valorizzazione di ogni tipo di alimento, e non è costretta da alcun divieto di tipo religioso. Cibarsi di medusa, serpente, vespe, api, cavallette, lombrichi e vermi, carne di cane, gatto, scoiattolo, topo, pangolini (un tempo anche scimmia) e altri animali, lontani dall’essere considerati alimento dalla cultura occidentale, è cosa comune e naturale; la tradizione ritiene che questi animali conferiscano forza e vitalità, in certi casi sono indispensabili per la salute del corpo, inoltre cibarsene è un sano esercizio del gusto. La carne preferita è quella suina, seguita da quella di pollo, da quella bovina e da quella di capra. Non risparmiano nessuna parte degli animali, preferite sono code di maiali e zampe di galline, per preparare piatti e pozioni di medicina tradizionale. Molto usate sono tutti i tipi di verdure cucinate o servite sminuzzati e crudi, con radici di vario tipo amalgamati con salse piccanti e non. Sempre presente in ogni tavola cinese è il riso, il più delle volte senza sale e in bianco, usato come il pane per gli occidentali; mentre la pasta, preparata con grano tenero, è abbondantemente condita con carni e varie verdure. La soia ed i suoi derivati hanno un ruolo molto importante. Le portate non hanno un ordine tradizionale come avviene in Occidente, sono servite tutte assieme in piatti distinti.

foto e testi di Chiara Rigoli   Astigiando