Pierre Loti e i Brits (prima parte)

Non è per tornare sul tema ritrito dei rottami dell’impero coloniale britannico, ma è difficile scovare nel mondo un luogo in cui i Brits non abbiano lasciato il segno e combinato marachelle. Cattivi ricordi di soprusi e sopraffazioni su popolazioni e siti (in questo caso archeologici.) Pierre Loti (autore poco noto, che meriterebbe invece molta attenzione) indaga, annota e svela, situazioni, fatti e ambienti esperiti in prima persona, e lo fa con una penna di impronta “romantica” spesso pungente e critica, sempre altamente suggestiva. Ecco qualche esempio della sua scrittura, da IL NILO E LA SFINGE:
Pag 58: “La donna ci sembra un poco matura. Deve essere tuttavia ancora appetibile per l’asinaio, che la sorregge a due mani, a posteriori, con una sollecitudine commovente e localizzata. Quante cose buffe e strane hanno visto gli asinelli del Nilo, alla periferia del Cairo, di notte. Questa signora appartiene alla categoria delle ardite esploratrici che malgrado la loro alta respectability at home, non si peritano, quando giungono sulle rive del Nilo, di completare la cura del sole e del vento asciutto con un poco di “beduinoterapia.” 

Pag 87: “vi è sempre per consentire l’approdo ai battelli un enorme pontone nero che deturpa il paesaggio con la sua presenza e con la sua iscrizione reclamistica: Thos Cook & Son (Egipt limited). Inoltre la ferrovia lungo il fiume per trasportare dal Delta fino al Sudan le orde degli invasori europei. 

Pag 88: “A un tratto rumori di macchine, e nell’aria sino ad ora tanto pura, infette spirali nere: sono i moderni battelli a tre piani per turisti, che fanno tanto fracasso quando fendono il fiume, e sono perlopiù sovraccarichi di fannulloni, di snob o di imbecilli. Povero, povero Nilo. Quale decadenza! Dopo venti secoli di sonno sdegnoso, essere oggi costretto a portare a spasso le caserme galleggianti dell’Agenzia Cook, ad alimentare le fabbriche di zucchero, a sfinirsi per nutrire con il proprio limo la materia prima occorrente per le cotonate inglesi!

Pag 102:
“Lungo la riva del Nilo, sorge una prodigiosa foresta di pietra. In epoche di inconcepibile magnificenza, questa fioritura di colonne è sorta alta e serrata per la volontà di Amenofi e del grande Ramsete e viene fatto di pensare alla bellezza che, fino a ieri doveva spirare da questo tempio che dominava con il suo superbo splendore, le solitudini immense di questo paese votato da secoli  all’abbandono e al silenzio. Invece sotto i colonnati profanati, circola una massa confusa di turisti muniti di Baedeker, e per colmo di derisione, anche qui si è inseguiti dal tonfare dei motori, poiché i battelli dell’Agenzia Cook, sono attraccati a pochi passi di distanza.

“Il Nilo e la sfinge”, scritto fra il 1907 e il 1909, è un’appassionata raccolta d’impressioni d’Egitto: l’autore non si limita a descrivere ciò che vede, ma cerca di penetrarne il senso, di afferrare il significato dei monumenti, degli istituti, dei costumi e dei simboli, di comprendere il fine dell’antica arte egizia, espressione grandiosa di un prepotente anelito di fede, di un irresistibile bisogno di eternità. Lo spettacolo dei monumenti contaminati dal dilagare della nuova civiltà meccanica, o addirittura ad essa sacrificati, lo fa soffrire profondamente, suscitandogli espressioni di sdegno e di scherno.” Dalla presentazione su Amazon

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che c’azzecca la birra con la Madonna?

Attento al costume e alle sue aberrazioni, Lorenzo Ferrara, ha vagato per Londra cogliendo alcuni aspetti, secondo lui degni di nota.

“E poi dicono peste e corna degli Inglesi! Che sarebbero anche un popolo di ipocriti sconsacrati e senza rispetto per il divino. Tutte fandonie! Ecco le prove che testimoniano l’amore dei Brits per il sacro. Pensa che hanno di nuovo tappezzato, e sarebbe la seconda volta in pochi mesi, le stazioni del tube di Londra con manifesti della Madonna. E come li chiameresti se non devoti a Maria? Impiegando la modella della prima volta, si intende, che verrà presto santificata. Ma con l’espressione ancora più dolce e tenera e…assorta. E, soprattutto, con la birra stappata fra le mani. Non lo chiami commistione fra sacro e profano? Ignoro se i buontemponi del birrificio useranno la modella che interpreta così bene l’essenza divina di Maria vergine, mostrandola, provocante, in guêpière, reggicalze e tacchi alti. C’è da aspettarselo. Il contrasto rende. Trattasi di evoluzione naturale. Sta di fatto che la Madonna con la birra ruba la scena, attira, commuove, irrita e fa pensare. Ella ci suggerisce paradisi artificiali, terreni, dove fiumi di birra scorrono, ma quelli del birrificio dicono che la bevanda è senza alcol. Bando alla celia e veniamo al sodo. Di bacchettoni baciapile cattolici che in Italia fanno di Cristo un brand lucrativo, è pieno il creato, io non sono fra questi ma, comunque cristiano, per inclinazione e scelta -un po’ come il vituperato Pasolini quando parlava, ispirato, di cattedrali, croci e statue del Cristo-, dico allora senza indugio che usare la Madonna urta, mette a disagio, infine irrita. Ovvero la blasfemia dietro l’angolo, l’oltraggio nascosto da nobili motivi sociali: -bevi la nostra birra che non prendi la ciucca-.

Capisco che è solo pubblicità, ma perché non hanno scelto un altro soggetto? Che so?, una delle loro tante regine inglesi o Enrico VIII in giarrettiere e spadino, mentre ordina di far secca un’altra moglie. Dirai: ma gli Inglesi sono capaci di farlo. Business is business.  Ancora non si è vista la Madonna che tracanna dalla bottiglia. C’è tutto il tempo per vederla. Esagero? Forse. In fondo è solo promozione pubblicitaria, mica è sconcia l’immagine di Maria, tutt’altro, suggerisce soltanto e ammalia, tanto la modella interpreta bene il ruolo, colta da improvvisa ispirazione. Io, che sono sensibile al fascino femminile, mi confondo due volte. Per l’altissima creatura, simbolo di cristianità non c’è pace, e perché la modella è davvero brava e bella. Chi le impedirà di mostrarsi ancora sotto altre vesti, per promuovere l’uso di anticalcare o preservativi, magari ammiccando in déshabillé? Tanto si tratta solo di pubblicità, ripeterebbero gli Albionici. Non intendiamo offendere nessuno, tantomeno i credenti. Per ora Cristo non lo hanno coinvolto, si vede che per loro è inarrivabile.

Interpellato sull’argomento, un responsabile pubblicitario del birrificio mi fa cortesemente notare che avrei preso un abbaglio, non si tratterebbe della Madonna quella ritratta nel tube, ma di una monaca. Ma te ci credi? Cambierebbe qualcosa? Quanti come me son cascati nell’inganno -voluto-? Ma poi Madonna o suora non fanno sempre parte della stessa famiglia?

Se volete comunque venire a Londra  per una gita ve lo do io l’indirizzo giusto: Victoria & Albert museum, sala del Barocco. Lì c’è la Virgin of Sorrow, capolavoro di José Mora, Il mezzobusto di enorme suggestione incarna il dolore sedimentato di Maria per il figlio morto, e, da sola, merita un viaggio.

Lucky Saint, a religious-themed alcohol-free beer, had a good Dry January. It credits a compelling out-of-home campaign showing nuns giving in to temptation.
By Hannah Bowler, Senior Reporter

New alcohol-free beer brand Lucky Saint has leaned into its religious name for a series of out-of-home ads encouraging people to switch to its 0.5% lager for Dry January rather than stop drinking completely. Rankin Creative captured imagery for the campaign, which also features still-life photography from Sun Lee, while Megan Taylor headed up creative from Lucky Saint’s side. E così sia.

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affascinati dalla nostra grandezza (trascorsa)

Lorenzo Ferrara scriveva anche dei libri che lo avevano piu’ colpito, eccone alcuni su cui si era soffermato. L’articolo fa parte, cosi diceva lui, di una serie che sarebbe stata pubblicata in un secondo volume.

“Ci prendono a paragone, ma evitano di vantarsi dell’origine della loro capitale, Londinium, edificata dai Romani. Volevano fare tutto da soli, così è stato. Gli rimane il vallo di Adriano, le terme di Bath, mattoni sparsi ovunque targati Roma. Della Romanità non sanno che farsene, rimangono di un’altra pasta. Il loro interesse si traduce in ammirazione, lo dimostrano le pubblicazioni a getto continuo su Cesari, imperatori, re, Roma repubblicana e imperiale e il suo declino. Cercano contatti col loro ex impero, forse per nobilitarlo. Qualche esempio. Lo storico che va per la maggiore, Tom Holland in un’intervista di Melanie McDonogh, sciorina una prospettiva intrigante sugli imperatori di Roma, parlando del suo ultimo libro, Pax:

“Quando si parla della Roma degli imperatori, non c’è nulla di equivalente a quel tipo di autocrazia in Occidente. L’identificazione con Roma è, in parte, perché i romani erano qui. Ma in effetti la loro cultura è lontana da noi. L’atteggiamento nei confronti della violenza, del sesso, era tutto diverso”.

Edward Gibbon, che scrisse Declino e caduta dell’Impero Romano, vedeva i romani come ricchi, sofisticati, colti, cioè in pace. In effetti l’estensione della pace romana – globale e la sua durata sorprendente. Pax parla di come Roma è riuscita a creare questa pace mondiale gestendo un impero fatto di diversità: dalla Scozia all’Egitto all’Arabia. Ovviamente ci furono ribellioni, ma la pace deve essere difesa dalla spada. La Diversità dell’Impero Romano deve avere qualche parallelo con la nostra società,” suggerisce lo storico.“Erano convinti che la loro via fosse la migliore. In generale, non esiste il concetto che l’identità romana sia basata sulla razza. Né tantomeno basato sul colore. C’era un senso di civiltà, che faceva barriera contro la barbarie. È da notare che durante l’intera occupazione della Gran Bretagna non ci fu nessun senatore britannico.”

Su Financial Times del primo ottobre 2023, Martin Wolf: “In Caesar’s shadow: “I democratici sono condannati a scivolare nell’autocrazia? Può l’antichità insegnarci come gestire i despoti? Martin Wolf, su due libri sugli uomini forti che vogliono avere tutto. I due libri sono Big Caesars and Little Caesars di Ferdinand Mount e Emperor of Rome di Mary Beard. Entrambi gettano luce sull’autocrazia, un sistema di governo che la democrazia odierna pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, e la cui essenza è esposta nella magistrale analisi di Beard del mondo dei primi imperatori romani, che sarebbero poi rinati come zar, Kaisers e imperatori della storia europea.

Il punto saliente di Mount è un avvertimento: “Dobbiamo fare del nostro meglio per fermare in tempo il possibile Cesare. Stare attenti ai suoi difetti: il suo implacabile egoismo, la sua mancanza di scrupoli, la sua sconsiderata brutalità, il suo sfarzo scadente. Mentre su Evening Standard, 26 settembre Melanie Mc Donagh: “La repubblica romana era più ammirevole dell’impero romano in termini di etica e costituzione: un buon equilibrio tra plebe, classe media e i “grandi”. Tutta quell’austera virtù romana, e l’eroico Coclite sul ponte Sublicio: questo è repubblicano!”

Quasi c’azzecca Melanie Mc Donagh a individuare la vera grandezza di Roma, che non si identifica tanto con l’Impero ma con la forza primigenia e della Repubblica e con la fierezza del cittadino romano, consapevole di far parte di un’entità al di là della quale c’erano barbarie e caos. Ma non ci siamo ancora. Ad autori e giornalisti albionici, attratti dalla grandezza di Roma, difettano gli strumenti per scavare più a fondo. Qualcosa che non riguarda solo fatti, persone e politica.

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king Charles in Italia: non una parola di scuse

Non mi faranno più baronetto dopo questo articolo ma come dicono a Roma: “Quanno ce vò ce vò”. Non sbaglia un colpo re Charles in visita all’Italia, successo personale, di re, che sa come suscitare plauso e simpatia. La famiglia reale inglese gode da sempre di una particolare spontanea e sincera accoglienza nella nostra penisola
Il  discorso lo conosci meglio te di me, visto che assistevi, in presa diretta. Tocca tutte le corde che ha disposizione il sovrano, che rammento un poco smarrito e pallido, con gli antichi simboli del potere in grembo, il giorno dell’incoronazione. Aveva una cera e un piglio assai migliori a Roma.
Distratto come sono, devo essermi perso qualche passaggio.Ha detto solo proprio le cose che si sentono nel discorso? Non voglio fare alcuna polemica faziosa, o minare gli amichevoli rapporti fra i nostri paesi, tuttavia…
I componenti reali sanno come acquistare simpatia e consenso presso gli italiani, anche se ci va poco a suscitarlo, ma nulla si toglie al sovrano…e così è stato di recente, a Roma. King Charles III in perfetta forma ha parlato al popolo nostro e ai politici e questi hanno plaudito e applaudito. Del suo discorso, che sicuramente avrai seguito, mi sono perso qualcosa? Qualche pensiero del re mi è forse sfuggito? No? Peccato! Perché mi sarebbe piaciuto sentir menzionare da sua maestà oltre a Mazzini, Marconi e Garibaldi anche Ugo Foscolo. Tu dirai: tutto qua? No. Ti dico che ha sprecato un’occasione, non dico storica, ma quasi. E non perché non ha ricordato il grande Ugo, ma perché ha tralasciato alcuni punti salienti che hanno visto incrociare e poi dividersi i destini della Gran Bretagna e dell’Italia; è o non è King Charles il discendente del re Edoardo III Plantageneto al quale i banchieri fiorentini Peruzzi e Bardi prestarono una montagna di fiorini d’oro (circa 900.000) mai restituiti perché il re fece bancarotta? Almeno l’annuncio della restituzione della prima rata per questo Natale, ci voleva, di quella immensa fortuna bruciata per finanziare le guerre del monarca di allora. Invece no! È poi vero o falso che la flotta britannica impiegava la bandiera genovese, croce rossa in campo bianco, per incutere timore ai suoi rivali, pagando alle casse della città ligure i diritti d’uso? Ci sarebbero alcuni secoli di diritti scoperti, mai pagati, prova a chiederlo al sindaco di Genova se ne sa qualcosa. E ancora, a guerra ormai finita, è vero che sulle città italiane sul finire della seconda guerra mondiale, vennero sganciate tonnellate di schifezze di bombe di ogni tipo (il criminale della RAF che l’aveva ordinato venne fatto baronetto). Oltre a Dresda, rasa al suolo, sono diverse le città italiane che hanno subito la mano pesante britannica, al punto che anche Churchill pare se ne vergognasse, dopo aver ordinato lui stesso il crimine. Qualche parola in occasione della visita alla tomba del milite ignoto all’altare della Patria, il monarca avrebbe potuto pur pronunciarla, ma nemmeno sua mamma l’aveva fatto a Dresda, l’occasione era buona per dire almeno: “scusate, abbiamo esagerato con le bombe.” Di questo e altro il re non ha parlato, peccato. C’è da capirlo. Dobbiamo accontentarci che di Garibaldi gli inglesi abbiano fatto un mito e inventato dei biscotti per festeggiarlo. Ma credo al sovrano quando dice di amare l’Italia dalla natura metamorfica, un poco meno gli credo quando ondate di bombardieri anglo americani seminavano morte sulle nostre disgraziate inermi contrade. 

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Pacificazione (im)possibile? – seconda parte

Sul tema dell’Italia post fascismo i Brits hanno le loro idee. E qualche ragione ce l’hanno. Scrive Lorenzo Ferrara, ma non andiamo a scoperchiare tutte le pentole, per favore, aggiunge.
Tony Barber, European comment editor, Financial Times, 27 ottobre 2022: “l’Italia si è scagionata dai crimini commessi sotto il Duce. Descrivere Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia come diretti discendenti di Mussolini e dei fascisti è fuorviante. Hanno conquistato il potere in elezioni libere; non uccidono né usano la violenza di massa contro i loro oppositori; non intendono creare una dittatura a partito unico; e non hanno intenzione di invadere paesi stranieri e costruire un impero italiano nel Mediterraneo e nell’Africa orientale. I libri, Mussolini in Myth and Memory di Paul Corner e Blood and Power di John Foot, raccontano perché l’estrema destra sta cavalcando l’onda oggi. Una spiegazione: sebbene Mussolini non sia stato ufficialmente riabilitato, molti italiani guardano al suo governo con tolleranza e ammirazione. Tendenza non limitata ai politici di destra, perché? Corner, professore emerito all’Università di Siena: “Come mai un uomo giustiziato da italiani, il cui corpo è stato appeso al cavalletto di una pompa di benzina per pubblica esecrazione, è diventato una figura a cui si guarda con un certo riguardo, persino nostalgia?” Corner sostiene che, nella memoria collettiva italiana, alcuni aspetti apparentemente benigni del fascismo sono stati “salvati” e altri – come la violenza di stato, la repressione delle libertà, la polizia segreta, le atrocità coloniali e la marcia verso la guerra – opportunamente dimenticati, vile la complicità dell’establishment politico e della monarchia. Di qui l’esonero di colpa o responsabilità. Vittime, non carnefici, dunque”.

Gianfranco de Turris in Dialoghi sgradevoliIdrovolante edizioni. Pag 122:
“Filarete – Dunque, il 4 settembre 1993, in vista dei 50 anni del cosiddetto “armistizio” il generale Luigi Poli, presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione e Giulio Cesco Baghino, presidente dell’Unione combattenti della RSI, inviarono un messaggio al capo dello Stato, il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo di essere ricevuti “per simbolicamente dare il via alla pacificazione e parificazione fra tutti gli italiani che in quei tragici giorni impugnarono le armi per la Patria, a prescindere dalla parte in cui si schierarono”. Non se ne fece nulla di pubblico per gli strilli degli antifascisti in s.p.e. Ma i militari con le stellette e con il gladio, come li definì Poli, un atto di riconciliazione lo fecero lo stesso.
Qualche coraggioso disse: “Un’Italia pacificata e parificata per la ricostruzione: a 50 anni dalla guerra civile, cessino le discriminazioni fra italiani, si ricrei la concordia nazionale, si mettano al bando i fomentatori di odio tra i figli di una stessa patria. La data dell’8 settembre può rappresentare l’occasione del riscatto della nazione se il presidente della Repubblica saprà dar seguito all’appello rivoltogli dal generale Poli e dall’on. Baghino a nome dei caduti e dei combattenti di 50 anni fa dell’una o dell’altra parte”.
Simplicio – Nobili e alate parole, ma senza seguito.
Chi le pronunciò?
Filarete – Effettivamente senza seguito. È una dichiarazione all’Ansa di Gianfranco Fini, segretario del MSI”.

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Pacificazione (im)possibile? – prima parte

Sergio Romano nel suo Finis Italiae: “Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo, Mussolini” Sergio Romano, Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro: “(…) In Italia dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa né processi alla nazione. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio la grande maggioranza del paese si è ritirata nell’attendismo. Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista ha stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante. I politici antifascisti potevano proclamare di essere stati ingiustamente e violentemente espropriati del potere, gli italiani potevano sostenere d’essere stati oppressi e asserviti da una dittatura aliena. Era una menzogna, naturalmente, ma presentava molti vantaggi, fra cui quello di permettere all’Italia di finire nel campo dei vincitori.” (ma poi non è stato così). “Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica nessuna potenza vincitrice era tenuta a interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo, Mussolini. Se gli italiani non avevano perduta la guerra non era necessario intentare un processo alla nazione per individuare gli errori materiali e morali che avevano portato il paese alla disfatta. In realtà tutti sapevano che le cose erano andate diversamente, che il consenso aveva accompagnato Mussolini sino alla fine degli anni Trenta e che si era gradualmente dissolto soltanto dopo i bombardamenti e le prime sconfitte. Una menzogna – “non abbiamo perso la guerra” divenne così l’ideologia fondante della  Repubblica democratica”. Da Albione la perfidaSolfanelli edizioni. Nel prossimo post il seguito dell’articolo.

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La libertà d’opinione a rischio (seconda parte)

Il secondo caso vede il generale Vannacci e il ministro della difesa Crosetto, alias Big Guido, per via della mole, a confronto. notizievirgilio.it, Mirko Vitali, 13 novembre 2024: “Roberto Vannacci sospeso dall’Esercito per 11 mesi con lo stipendio dimezzato. Misura attivata dopo l’istruttoria avviata su sollecitazione di Big Guido.
La patria di Crosetto è la Provincia Granda, conosciuta per i deliziosi dessert al cioccolato, i Cuneesi al rum, la bagna cauda, i giudizi al vetriolo di Palmiro Togliatti sui Cuneesi (non al rum) e Big Guido, nato a Cuneo. Ma non divaghiamo.
Al centro della vicenda l’arci noto volume del generale, espressione di un sentire diffuso, condivisibile o meno. Nemmeno col microscopio sono riuscito a ravvisare un’offesa nel volume. E se gli Inglesi sollevano giustamente un putiferio sull’indagine della loro polizia, noi che si fa? Puniamo il generale per aver espresso le sue idee, che mai sfiorano ingiurie od oltraggio.

Dove sta l’offesa? Perché l’autore porta la divisa? Perché è entrato in politica? Se avesse scritto “Pinocchio” sarebbe stato punito ugualmente? Certo che no. Quindi si tratta di contenuti all’indice. Il che rende la cosa grave, perché si negherebbe la libertà di espressione. Un cittadino militare che pubblica le sue opinioni. In Italia qualcuno si è accorto del sopruso inammissibile? I due episodi inducono a supporre l’esistenza di un fenomeno invasivo. Qualcosa che nel caso inglese produce una “ispezione cognitiva” e in quello italiano una pre condanna soggettiva. Parto di un fenomeno censorio, capace di ridurre l’individuo a entità controllabile. Il peggio se paragonato alle censure di regime. Come scrive Luigi Ippolito su Il Corriere della Sera: “è soprattutto la libertà di parola che è in gioco, quando l’unico suo limite dovrebbe essere la chiara violazione del codice penale”. Vorrei che il ministro rileggesse il libro incriminato, si è sempre in tempo ad ammettere di aver preso un granchio.

Bussano alla porta, devono essere le forze dell’ordine, venute a indagare. Voglio vedere se l’amico romano sarà di parola portandomi le arance in carcere.

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La libertà d’opinione a rischio (prima parte)

Image ref 10893908. Copyright Rex Shutterstock No reproduction without permission. Please see http://www.rexfeatures.com for more information.

Fra gli appunti di Lorenzo Ferrara per il secondo libro su Albione, ce ne sono anche alcuni che sono stati pubblicati da Barbadillo.it in anteprima.
Un amico romano mi segnala una notizia su una giornalista indagata.  10 Dicembre 2024. Una nota editorialista del Daily Telegraph si è vista comunicare a casa dalla polizia, di essere indagata per un tweet: ma, un po’ come per Joseph K. nel «Processo» di Kafka.
E se capitasse a me? Se Scotland Yard mi chiedesse conto dei miei libri e articoli, non proprio lusinghieri sui Brits? L’amico romano dice che mi spedirà le arance in cella, in caso di reclusione. Confortante! Bando ai lazzi, parliamo di due fatti, con un comune denominatore: la libertà di opinione a rischio.
Corriere della Sera, Luigi Ippolito, 16 novembre 2024: “La schedatura «per le parole» scuote Londra”. Nel testo: “Sono gli «incidenti d’odio non criminali», casi in cui, pur senza che si configuri un reato, si finisce schedati dalla polizia per aver detto o scritto cose ritenute offensive. In un anno sono stati registrati in Gran Bretagna 13.200 casi. Domenica scorsa, di prima mattina” prosegue l’articolo, “una nota editorialista del Daily Telegraph si è vista comunicare a casa dalla polizia, di essere indagata per un tweet: ma, un po’ come per Joseph K. nel «Processo» di Kafka, non le è stato detto di quale tweet si trattasse né chi avesse sporto denuncia. La giornalista non ha mai fatto mistero delle sue vedute di destra dura, dall’immigrazione al gender, ma grande è
stato il suo choc quando si è ritrovata nel mirino delle forze dell’ordine.
Il caso ha scatenato feroci polemiche, con i conservatori, da Boris Johnson a Kemi Badenoch, che gridano indignati alla «psicopolizia» di stampo orwelliano e all’attentato alla libertà di espressione. Fra gli schedati una bambina di 9 anni che ha dato della «ritardata» a una compagna di scuola e un sacerdote che ha detto che l’omosessualità è un peccato, per non parlare del tizio che ha dato dello «scopatore di pecore» a un gallese.
Possono sembrare cose surreali, ma queste segnalazioni restano sulla fedina penale e rischiano di pregiudicare in futuro un’assunzione o un’assegnazione di casa”.

The Guardian, Caroline Davies, 17 novembre 2024: “I critici sostengono che l’indagine della polizia sulla giornalista del Daily Telegraph è una minaccia alla libertà di parola e uno spreco di risorse per la polizia. Starmer afferma che la polizia dovrebbe concentrarsi su “ciò che conta di più”. Sull’editorialista pende l’accusa di aver fomentato l’odio razziale. Lei ha descritto l’incidente come “kafkiano”. The Guardian ha rivelato che il tweet forse era una ripubblicazione di un’immagine di due persone di colore con la bandiera del Pakistan Tehreek-e-Insaf, partito politico fondato da Imran Khan, insieme ad agenti di polizia della Greater Manchester. Allison Pearson avrebbe scritto un post contro la polizia metropolitana, che diceva: “Come osano? La polizia è stata invitata a posare per una foto con gli adorabili e pacifici amici britannici di Israele. Guardate questi ragazzi che sorridono insieme a coloro che odiano gli ebrei.” Pearson avrebbe confuso la bandiera con quella di Hamas e con l’identità delle forze di polizia”.

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Vedi Torino e poi…(seconda parte)

Torino (Turin, Italy): cityscape at sunrise with details of the Mole Antonelliana towering over the city. Scenic colorful light on the snowcapped Alps in the background.

Dall’articolo di Lorenzo Ferrara pubblicato su Barbadillo 14 Novembre 2024 in Esteri, (seconda parte):
“C’è altro? Sì. Torino è titolare di un’altra storia, di rilevanza internazionale, oggi in sordina. La scopri varcando le soglie del museo nazionale del Risorgimento. Scrive Wikipedia: “Nel marzo 1854, la regina Vittoria dichiarava ufficialmente guerra alla Russia a sostegno dell’Impero ottomano; pochi giorni dopo la seguì Napoleone III. E poi il Piemonte. La partecipazione dei bersaglieri piemontesi alla guerra fu il primo atto voluto da Cavour e dal re sabaudo per riunificare l’Italia”.
A Torino l’Italia intera dovrebbe gratitudine e un po’ più di considerazione, anche perché ha ceduto lo scettro di capitale del Regno prima a Firenze, poi a Roma. Occorre rammentare che difficilmente l’Italia si sarebbe riunificata senza il ruolo determinante di questa citta’.

Giornate di sangue a Torino. Settembre 1864: la città non è più capitale di Francesco Ambrosini lo spiega: “Nel settembre 1864, improvvisamente, Torino non è più capitale. Il governo ha concordato di nascosto con Napoleone III di spostarla a Firenze, non a Roma (contro il voto del parlamento italiano) per non compromettere il potere temporale del papa. Tutti sono stati tenuti all’oscuro fino all’ultimo momento e i torinesi, scesi nelle strade a protestare pacificamente, vengono attaccati e poi presi a fucilate dalle forze dell’ordine. È una strage, con più di 50 morti e tre volte tanti feriti”.Torino ha ceduto scettro e potere. E se il suo futuro non fosse più solo progettare auto ma quello di proiettarsi nell’industria aerospaziale? Le prime cospicue avvisaglie lo annunciano. A Torino ingegneri e tecnici di prim’ordine abbondano. E l’articolo del Financial Times lo accenna.
A me basta sapere che luoghi “cult” e memorie resistono ancora, Torino citta’ magica, Torino dagli interminabili portici, Torino degli storici caffe’ ritrovo come Ghigo, Mulassano, Baratti e Milano e Platti. Rimpianti? No, Torino esisteva anche prima della Fiat, occorre ricordarlo.

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Le Fiat non sono più cult negli UK (prima parte)

Ancora un altro articolo di Lorenzo Ferrara, che continua a rimanere irreperibile, questa volta polemico sull’ex dirigenza Fiat, pubblicato su Barbadillo.it il 14 Novembre 2024 in Esteri, in due post consecutivi.

L’Italia non c’è sulle strade albioniche. Se escludi la Fiat 500 e qualche anonima Alfa Romeo. Sulle strade di Londra ci sono tutte le auto che contano, eccetto le nostre

Nella foto Jean-Louis Trintignant con Vittorio Gassman ne “Il sorpasso”. Sulle strade inglesi l’auto italiana la vedi col lanternino. Lontani i tempi in cui Fiat, Lancia, Alfa Romeo e Maserati producevano auto cult. Trintignant e Gassmann viaggiavano su una strepitosa Lancia Aurelia B24. Io, più modesto, su una Giulietta spider Alfa Romeo prima serie, di seconda mano. Sulle strade di Londra ci sono tutte le auto che contano, eccetto le nostre. Fiat sembra sparita dalla circolazione. Di Lancia e Alfa nemmeno l’ombra. Il motivo alla base della vistosa debacle risiede nel passato. Nell’articolo del 2018 di Gianni Marocco su Barbadillo si legge: “Se il gruppo Fiat è ancora un player di discreto livello è solo grazie a Marchionne ed al geniale/fortunato rilevamento di Jeep-Chrysler. Fosse stato solo per Panda e 500 saremmo già diventati un marchio cinese. I gestori passati non sono stati capaci di aggiornare il sapore e rendere appetibili Alfa, Lancia e Maserati che potevano essere meglio di Audi e Bmw e Porsche. Poi la disastrosa gestione Romiti, che, appoggiato da Gianni Agnelli, ha preferito una dimensione finanziaria a quella automobilistica, spazzando via tutto in un decennio…Per recuperare ci vogliono montagne di soldi e tanta fatica”. Oggi sulle strade inglesi vedi il futuro dell’auto interpretato da una miriade di modelli, alcuni esteticamente accattivanti, dai colori sgargianti e dalle forme propositive che suggeriscono innovazione, design inediti; di Renault, Peugeot e Citroen una marea montante, senza parlare di BMV e delle Mercedes Benz che spopolano con lussuose berline mozzafiato. Giri l’angolo e vedi che sfreccia una Fiat 500, devi accontentarti di quella. Gianni Agnelli e Cesare Romiti sono scomparsi da un pezzo. Il primo regnava, il secondo comandava e la loro eredità eccola.

Povera Torino, in crisi di identità dacché il suo destino si identifica con quello dell’auto. Povera anche per altri versi. Devi esserci nato a Torino come me, per capire cosa è successo a questo salotto a cielo aperto dove trionfano Barocco, diffidenza verso lo “straniero”, zeppa di fattucchiere e antiche memorie. Quali memorie? Da presidio romano a città sabauda, per cui regia, non per niente ci andavo a giocare ai giardini reali nei pressi di una squisita reggia che fa eco a Versailles.
Il corposo articolo del Financial Times Week end, 20 ottobre 2024 di Amy Kazmin ritrae per la città una realtà problematica, legata alla sorte dell’auto. Gli stabilimenti di Mirafiori per quanto rimarranno aperti? Nel testo: “Quando vedi una fabbrica con quasi 100 anni di storia fermarsi, il cuore piange. Torino muore. Un tempo orgoglio della produzione italiana e conosciuta come “Mamma Fiat” per i suoi estesi programmi di welfare dalla culla alla tomba, Fiat è stata incorporata in Stellantis nel 2021, dopo anni di difficoltà. A settembre l’azienda ha temporaneamente interrotto la produzione di automobili nello storico stabilimento di Mirafiori”. Il sottotitolo: “La dolorosa transizione del marchio di proprietà di Stellantis ai veicoli elettrici ha scosso la sua città natale, Torino, e innescato una disputa con Roma”. L’operaio e deputato sindacale Giacomo Zulianello, ha accusato Stellantis di “dissanguarci” aggiungendo che l’uccisione totale di Mirafiori è troppo anche per Tavares. “Ma in realtà, Mirafiori è già chiusa”. Dice.

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raccolte in un volume: