Gervasia diceva: “Taci bagascia se no ti ammazzo”

E voilà, l’inferno in terra è servito. Ovvero l’incubo e l’orrore, ma non quello magistralmente evocato da Poe e De Maupassant, quello era di origine psichica, questo invece è orrore casalingo, banale, se vogliamo, “normale” e irredimibile, in una grande città come Parigi, allora come ora:
” …Quando dormivo, mi veniva vicino, e voleva che mi concedessi. Era una bestia, vi dico. Mi rifiutai, lo morsi, lo graffiai, ed egli, furibondo per questa mia ostinazione mi batteva a sangue. Fu lui, (ovvero il padre) che una notte, mi rovinò la gamba con un mattarello. …La faccia di Gervasia fu la prima a schizzar sangue: tre lunghe graffiature scendevano dalla bocca sotto il mento… Virginia non dava ancora sangue. Gervasia mirava alle orecchie. Alfine riuscì a strapparle un orecchino, producendole uno squarcio all’orecchio….”
E alla fine, proprio nell’ultima pagina: “…Sollevò la donna ormai leggiera come una piuma, e la distese in fondo alla bara, con cura paterna. Quell’uomo, uso da lunghi anni a quella triste mansione , si commosse: “Dormi tranquilla, ora, povera Gervasia!… le disse: fa la nanna, bella mia. La tua giornata, non certo felice, è finita. Fa la nanna, fa la nanna bella mia…” Di che si tratta? Chi è Gervasia? Com’era un tempo Gervasia e cosa ha fatto da meritare compassione da un becchino? Gervasia è la protagonista de l’Assommoir, un romanzo verità di Emile Zola, gran romanziere francese, orientato alla denuncia sociale e a descrivere il ventre di Parigi del diciannovesimo secolo, preoccupato di quanto male producesse alzare troppo il gomito. A modo mio ti faccio il riassunto di questa tragica vicenda e se mi permetti userò per una volta dei termini crudi, volgari, senza girarci tanto in tondo. Per renderti meglio l’idea. Gervasia se fa ingravidare poco più che bambina, da uno che aveva la vocazione del profittatore e lenone, a Gervasia, lo capiremo più tardi, piace scopare, con chi gli piace, dove sta il problema? Non c’è. Il problema insorge quando il farabutto con cui ha avuto due figli la pianta in asso, dopo aver pignorato anche la canottiera, ma lei, da brava donnina ce la fa da sola. Un bravo giovane le fa la corte, e lei accetterà di sposarlo, con molta reticenza, poi si fa scopare da un amico facoltoso del delinquente che la picchiava, dal quale aveva avuto i figli, le malelingue dicono che si accoppiava con chi più le piaceva anche da giovanissima. Gervasia, che faceva per guadagnare la pagnotta la lavandaia poi la stiratrice, poco alla volta ce la fa a smarcarsi dalla miseria, arrivando a comprare un negozietto, prima si fa toccare il culo poi chiavare periodicamente dall’ex compiacente proprietario del suo negozio.

La quasi normalità durerà? No, non dura, perché il marito lattoniere cade dal tetto facendosi un gran male, il ganzo non ha più voglia di lavorare e arriverà a dire alla figlia che Gervasia ha avuto non si sa bene da chi: “Del resto potete far benissimo il paio. Madre e figlia, che bella coppia di bagasce!…Osa negare Nina, che, mentre vai a cibarti dell’ostia , guardi di sottecchi gli uomini? Osa negare piccola bagascia!…Nina guardò fissa suo padre, poi usando lo stesso suo linguaggio, a denti stretti , gli disse: -Ruffiano!- Insomma la situazione sta per peggiorare di nuovo, fino al punto che il primo delinquente lenone viene portato a casa proprio dal marito beone che le dice addirittura: “Datevi un bacio e fate la pace!” Okei, peggio di così c’è solo l’Isola dei famosi! e la tv italiana. Gervasia dopo un po’ ci ricasca e usa lo stesso letto per farsi altre scopatine, il problema è che la figlia avuta non si sa da chi, vede come fa la mamma a farsi chiavare e ne rimane alquanto scossa, che già di suo lo è, scossa, essendo una discola incorreggibile. In ogni caso, la faccenda precipita e si comincia a bere, anche Gervasia beve e il suo bel negozietto che stava facendo la sua fortuna, va in malora. Angeli ci sono in questo trucido nefasto racconto ipernaturalistico, una bimba angelo, vicina di casa di Gervasia, che morrà di stenti e percosse, perseguitata dal padre beone che aveva preso a calci in pancia sua moglie facendola crepare.

Insomma l’epilogo della storia di Gervasia dalle belle tette sode e dalla pelle chiara si riassume in una bara, muovendo a compassione il becchino che la solleverà leggera come una piuma. Insieme a una carrettata di altri racconti, insieme a Teresa Raquin che è un casalingo giallo horror nero, L’ASSOMMOIR mi fa riflettere. Prima l’abiezione, poi il riscatto, poi ancora la discesa veloce verso la fine senza più riscatto. A me personalmente mi rattrista, mi incupisce, mi fa dire che non c’è riscatto che tenga, perché solo transitorio e legato al caso, quello che deve succedere succede, alla faccia dei volenterosi tentativi di Gervasia, che pure lei, si fa trascinare nel gorgo abominevole innescato dal bere dopo aver intravisto la luce e il decoro. Sono personaggi bacati, segnati in partenza dalla sorte o dal loro DNA, oppure indugiando all’alcool affrettano la loro fine già comunque segnata? Questa storia senza luce, di proponimenti e promesse ne aveva avute, ed erano state colte, così da far sperare che la faccenda, dopo tutto, sarebbe finita per il meglio. Lavoro e onestà avevano dato i primi frutti consistenti. La speranza di una vita migliore, serena, equilibrata, una vita dove il lavoro portava prosperità e pace. La critica dice che questo e altri racconti di Zola sono frutto di un’attenzione sociale, mettono il dito sulla piaga del bere, del degrado, sono opere che scandagliano e denunciano, romanzi naturalisti-veristi, d’accordo, nessuno lo nega, era il periodo in cui in Europa ci si dava da fare per creare un nuovo ordine economico sociale, fra alti e bassi, rivolgimenti e rivendicazioni, ma il, chiamiamolo “destino” di quei personaggi era già scritto e decretato che deragliasse e che il binario del male e del degrado totale fosse inevitabile? Fammi notare una cosa, ancora una volta è la donna che mette la sua sigla nel bene e nel male scrivendo la parola FINE. Una volta che Gervasia crepa ignominiosamente la storia è davvero finita, lasciami concludere con le parole di Zola: – La morte doveva prenderla a spizzico, a boccone, a boccone, trascindadola così fino all’estremo della maledetta esistenza che si era formata….Quella bella stiratrice, era caduta nel nulla, peggio, nella cloaca…Una mattina, se ne accorsero i vicini di casa, dal tanfo di cadavere che emanava dalla sua camera, ridotta a un canile.” Qualcosa di diverso dall’oggi? Basta che dai uno sguardo alla cronaca nera dei giornali per trovare altre Gervasie.

Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.

c’era il Barone immaginario? (1)

Possibile che non ci sia un filo di retorica, di nostalgia, o magari di apologia? Nulla di tutto questo. E perché? Perché IL BARONE IMMAGINARIO, a cura di Gianfranco De Turris, edito da MURSIA, ha centrato l’obiettivo, andando ben oltre le aspettative, trattandosi di opera viva, attuale, originale, e di insospettata suggestione. La sua lettura risulta godibilissima, anche per chi non conosce il personaggio al quale i brevi racconti si ispirano. Il suo protagonista anima un mosaico vivace, fatto di avventure, situazioni, luoghi fantastici e non; un’impresa non da poco e di gran presa su chi legge. Il protagonista: Julius Evola, catapultato in vicende fantastiche, surreali, mistiche, improbabili o realistiche, mai comunque banali. 18 racconti ispirati alla sua figura che fanno rivivere uno dei piú straordinari, meno noti e dibattuti filosofi del nostro recente passato. Del passato europeo intendo, non solo dell’Italia.

Esponente di spicco del dadaismo in Italia, se fosse nato in Francia non si sarebbe esitato a dedicargli monumenti e intitolargli biblioteche, vie e piazze. In Italia occorre aspettare che la cultura “ufficiale” decida cosa fare di un personaggio, diciamo così, scomodo e ” contro”, che aveva legami col fascismo e il nazismo, anche se ne criticava aspramente certi aspetti. Non per niente la Gestapo aveva aperto un fascicolo su di lui e una guardia del corpo lo proteggeva per le critiche avanzate verso gli squadristi. Bisogna insomma che l’intellighenzia culturale italiana vigente (sempre se ne esiste una) sdogani personaggi di quel calibro, al punto che, tanto per dirtene una, Umberto Eco, uno dei nostri recenti maître à penser non perdeva occasione per denigrare Julius Evola e la sua opera, al salone del libro di Francoforte.
L’aletta di copertina del volume di MURSIA dice: Diciassette scrittori contemporanei oltre a Volt, il conte futurista, hanno raccolto la “provocazione” di Gianfranco De Turris e si sono misurati con il Barone, immaginandone incontri, avventure, amanti, indagini, pensieri, battaglie. Un’impresa non da poco, considerato lo spessore del personaggio, le sue tesi rivoluzionarie, maturate su antichi testi, l’osservazione del reale attuale e i suoi rapporti “imperdonabili”. Anche Mister Bannon, l’ex guru di Donald Trump, che lo ha successivamente silurato e poi, pare, recentemente riabilitato, cita Evola, questo la dice lunga sull’influenza e la fama del filosofo romano, anche in America, al punto che un articolo del New York Times ne parla. Mi rimane il dubbio se Steve Bannon e Jason Horowitz , estensore dell’articolo, conoscano a fondo il pensiero evoliano.
Gli autori: Bernardi Guardi, Bizzarri, Cimmino, de Angelis, Farneti, Frau, Gobbo, Grandi, Henriet, Leoni, Monti-Buzzetti, Passaro, Rossi, Rulli, Scarabelli, Tentori, Triggiani, Volt. Qui di seguito, suddivisi in tre post susseguenti, i loro racconti:
LE PAROLE CHE UCCIDONO, Scritto dal conte Vincenzo Fani Ciotti alias Volt futurista, il racconto apre l’antologia dei diciotto, presentati da Gianfranco de Turris ne Il Barone Immmaginario per Ugo Mursia. Personaggi e interpreti: Arnaldaz alias Arnaldo Ginna, ovvero Arnaldo Ginanni Corradini, Ettore Biunfo, bizzarra cavia calabrese, De Pero, Balla, Evola, la presenza invasiva dell’opera di Marinetti mentre si recita la sua Maria futurista, in una Roma sorniona e proiettata verso l’avvenire. Il milieu occulto del futurismo romano è il vero protagonista del racconto, fra scherzi, lazzi e scenate semiserie si parla di energia astrale, di Scienza dell’Avvenire, di pazzia che sarebbe genialità rientrata, di Genio e pazzia che rampollano da una medesima fonte, mentre Evola spiega a Balla il funzionamento del suo complesso plastico meccanico intitolato Siluro in azione.

Sembra che i protagonisti siano quattro amici al bar e invece sono l’avanguardia dei movimenti dadaisti e futuristi italiani. La Roma futurista va a mille in questo divertente racconto in cui si bighellona al Pincio per finire nello scantinato di Balla dove De Pero porta in braccio la sua marionetta, ovvero la ballerina gravida. Fra piazza di Spagna e il Pincio mentre arriva di gran carriera il camion dei pompieri per spegnere un incendio inesistente nel negozio di un ottico. Qualcuno aveva gridato al fuoco! ma per scherzo.
IL DRAGO ETERNO di Adriano Monti-Buzzetti è il secondo racconto del libro. Herman Hesse, un saggio tibetano dagli straordinari poteri e un giovane Evola che bussa e ribussa al portone di una strana casa del Canton Ticino, alla ricerca spasmodica di verità urgenti su se stesso e sul mondo. “Il cielo era cremisi e un’immensa luna color sangue incombeva sul pianoro. Incitate dagli sproni del cavaliere in armatura, le zampe del palafreno aggredivano senza suono il terreno arido e frastagliato da crepe infinite….Infine, anche in quell’eterno presente qualcosa cambiò.

Il cupo monte dispiegò le sue ali e fu un drago….”Il tuo drago” spiegherà il saggio tibetano, dopo la tenzone, al giovane Evola incredulo, “era reale, in effetti, ma su un diverso piano dell’esistere…Ogni battaglia del Cavaliere col Drago è l’immagine eterna di una lotta interiore per superare la parte oscura di noi stessi…Eppure a modo suo egli è uno sciamano” concluderà il lama riferendosi a Evola, ormai congedatosi, … e credo che la vostra strana cultura oggi, abbia bisogno di tutti gli sciamani che può trovare.” disse il lama all’indirizzo di Herman Hesse.

LA MALEDIZIONE DI PALAZZO CHIGI di Max Gobbo. C’è Mussolini nella Sala della Vittoria che sta chiedendo a Evola: “Qual’è la sua opinione sul sovrannaturale?” Il Duce, impensierito da alcuni inquietanti fenomeni, si sente spiato e non sa spiegarsi l’origine di certi rumori e di alcune cose trovate fuori posto e poi della sua Alfa Romeo che fa bizze davvero incomprensibili, senza parlare di un pugnale che va a conficcarsi nello schienale della poltrona del Duce. Illusionismo?

cospirazione? azione di campi magnetici? forze occulte invisibili? Oppure potrebbe essere Aleister Crowley il mandante? e il suo “sicario” un sarcofago egizio, dono di una delegazione straniera malintenzionata.
Un sarcofago gravato da una maledizione. Nel racconto si legge: “La scrittrice Sarfatti scrive che Mussolini, venuto a conoscenza della morte prematura di Lord Carnarvon, scopritore della tomba di Tutankhamon, ordinò che il sarcofago avuto in dono, venisse rimosso da Palazzo Chigi e trasferito d’urgenza in uno dei musei etnografici della capitale.
MURSIA

giocavi d’azzardo?

Indovina qual’è l’attivitá principale svolta a Roulettenburg? Indovinato! Si gioca alla roulette. Chi l’avrebbe mai detto?! E chi gioca alla roulette fino a perdere la camicia e poi a rifarsi un patrimonio e infine a perderlo per poi continuare a giocare e a vincere di nuovo, eludendo anche l’amore? Nientemeno che il grande  Фёдор Михайлович Достоевский, ovvero Fyódor Mikháylovich Dostoyévskiy, o meglio il suo io diventato il personaggio del precettore, alias Aleksej Ivanovič. Il libricino l’ho letto in edizione leggi e getta, stampato su carta che fa ribrezzo, in una di quelle edizioni omaggio che ti rifilano coi giornali e che poi perdi per strada. Capolavoro indiscusso dello scrittore russo Dostoevskij, Il GIOCATORE, scritto per amore o per forza, in ventisei giorni, forzato dall’editore da un contratto capestro, mette a nudo l’animo del grande Fyodor, afflitto da coazione onanistica, cosí definisce Freud la smodata dedizione o fissazione per il gioco d’azzardo. Un’opera che ha anche il pregio di illustrare, via via, alcuni caratteri nazionali europei, i “polacchini”, ad esempio, non ci fanno una gran bella figura, sempre a bisticciare fra loro, ai fianchi della nonna, giocatrice folle e a riempirsi le tasche del suo denaro, conseguente alle sue vincite.

Attraverso questi bizzarri personaggi, i quali non mostrano di essere troppo dissimili dal vero, ovvero non troppo romanzati, si dipana una storia d’amore, intrigo, sotterfugio e di follia per il gioco d’azzardo. De Grieux, ad esempio, il francese, e come tutti i francesi allegro e gentile quando occorreva e gli conveniva, ma insopportabilmente noioso quando mancava la necessitá di essere allegro e cortese. Il francese è di rado cortese per natura; lo è sempre, come a comando, per calcolo. (parola di Dostoevskij, io non c’entro) uscendone con la reputazione compromessa, l’arrampicatrice fascinosa e accalappia dote, ovvero la cinguettante Blanche, difficile al suo riguardo trovare una categoria di persone piú calcolatrici, piú avare, e piú spilorce di quella cui apparteneva mademoiselle Blanche, scriverá l’autore. Blanche troverà il modo di cavarsela sempre, in virtú del suo irresistibile fascino parigino, e poi il timido e saggio inglese, Astley che davvero si fa onore in questa turbinosa vicenda fatta di colpi di testa e giocate folli, quindi la nonna russa che doveva tirare le cuoia e invece sta meglio in salute della combriccola che la vorrebbe defunta, affamata della sua cospicua ereditá, sino allo smarrito generale, suo nipote, ma, purtroppo per lei e per la combriccola, rimarrá in bolletta al tavolo da gioco…La nonna, sino a che non ebbe perduto tutto, godette per l’intera giornata, presso i croupiers e presso i dirigenti del Casinó, di una palese autoritá e infine il precettore russo, divorato dal demone del gioco della roulette, autenticamente tarato e succube del gioco d’azzardo, al punto che preferirá all’amore di Polina, della quale era ed è perdutamente innamorato, continuare a giocare, e ancora a giocare. A seguire una frotta di personaggi russi davvero unici, salvo poi scoprire che i russi devono essere davvero come ce li descrive il famoso autore. EKATERINA SINELSHCHIKOVA, che di Russia se ne intende, su Russia beyond, scrivendo di Dostoevskij riporta un suo pensiero: “Sono così dissoluto, che ormai non posso vivere normalmente. Ho paura del tifo e della febbre, e i miei nervi sono malati. Le Minucce, le Clarette, le Marianne ecc. sono sempre più belle, ma costano un sacco di soldi”, scrisse Dostoevskij. A proposito del gioco d’azzardo: “Non appena mi risveglio, il cuore si blocca, le gambe e le mani mi tremano e si gelano”, così descrisse quello che provava, quando cadeva preda del demone del gioco.

Due le cose che mi hanno colpito nel breve romanzo: l’imponderabile carattere russo, passionale, “eroico”, sotto certi aspetti: mediterraneo, generoso, smodato, balzano, ovvero teatralmente incline al dramma; ma ogni definizione che tentasse di descriverlo risulterebbe lacunosa e approssimativa. Infatti l’imprevedibile e lo stupefacente nel carattere russo vanno a braccetto, latenti e sempre pronti a manifestarsi. La seconda cosa è la descrizione del parossismo che coglie taluni giocatori dediti al vizio dell’azzardo. Io mi sono scoperto a desiderare che il precettore del generale la smettesse, abbandonando il tavolo da gioco, che interrompesse la folle corsa verso l’abisso. Parteggiavo per lui e non volevo la sua rovina!

Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza o abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontá…Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incurabile, cosí scriveva Anna Grigor’evna Snitkina, coniugata Dostoevskaja, seconda moglie di Dostoevskij.
Lo scrittore russo non poteva scrivere quelle pagine su Aleksej Ivanovič, il precettore divorato dal gioco, che continuava a vincere e a perdere, se lui stesso non avesse provato sulla sua pelle, l’inferno del gioco d’azzardo: …avevo le tempie madide di sudore e le mani che tremavano (racconta Aleksej Ivanovič, ovvero Dostoevskij, alla roulette)…La fortuna continuava!…Bravo! Bravo! gridavano tutti mentre alcuni battevano addirittura le mani. Strappai anche lí trentamila fiorini, e il banco fu di nuovo chiuso fino al giorno dopo! -Andatevene! andatevene! -sussurrava una voce alla mia destra. -Per amor di Dio, andatevene!- mi sussurrava un’altra voce all’orecchio sinistro…Volevo stupire gli spettatori con un rischio pazzesco e oh strana sensazione! ricordo benissimo che a un tratto una tremenda sete di rischio s’impadroní di me…Attorno si gridava che era una pazzia, una pazzia che Dostoevskij riesce a trasmettere al lettore. Portentosa e magnetica potenza della sua scrittura! Da non perdere.

accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (2)

La prosa di Miller, successiva a quella di De Queiroz di una sessantina d’anni, descrive una delle infinite propaggini (siamo in una sala da ballo) di un mondo nuovo e giá in palese degradazione-dissoluzione, un mondo giá alienato e a gambe all’aria (successivo alla grande Depressione) in cui il sesso funge da strumento di misura e scandaglio, il naufragio dei vecchi valori ed equilibri incarnati dai personaggi del romanzo portoghese, balza agli occhi, evidente. Confrontare i due brani scritti da due maestri della letteratura fa venire la gastrite.

Scherzi a parte, cosa è successo in poco piú di mezzo secolo? E tu dove vorresti vivere? nel Portogallo di fine secolo o nella rutilante America, padrona del mondo? Tutto e il suo contrario. Il nuovo mondo, a detta di chi ci è nato e vissuto, si è rivelato in questo modo: Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto…confrontato con la limpidezza e la soavitá di una sala da pranzo portoghese di fine Ottocento: la sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. Miller parla del sogno americano in questi termini: Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra… C’è musica in entrambe i brani ma quella del Fado che riprende sempre piú dolce e glorificatore in TROPICO DEL CAPRICORNO è diventata veleno: Nella musica c’è sparso veleno da topi, e ancor peggio: …la musica è come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio… Ora, di questi esempi, e di un’infinitá di brani si potrebbero citare e commentare. Il vecchio mondo “decrepito” che sta per lasciare il passo al nuovo è armonia di forme, ricco di stemmi, blasoni, finte o autentiche virtú, tradizione, colori, stili di vita e ambienti radicati nel passato e solo nel passato, è insomma la Tradizione, nell’accezione piú ampia, e nel bene e nel male; in questo caso si tratta di ambienti accoglienti e inconfondibili, attraenti, grati in cui il suono dolce e struggente del Fado aleggia, sono radici antiche di una illustre casata portoghese, coi suoi riti, il suo ritmo, l’orgoglio e il riflesso di una hispanidad in salsa portoghese, appena accennata, la sua (anche) civettuola e aristocratica essenza, gli inconfondibili aromi e sapori di casa Ramires. Dall’altra parte dell’oceano dopo sessant’anni tutto questo diventa: La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate… cosí Miller scriveva nel 1940-50. E oggi cosa succede nella terra dei Cherochee e degli Sioux? Questo succede: Dati alla mano, sono oltre 25 milioni le persone che negli Stati Uniti hanno utilizzato oppioidi prescritti senza motivazioni mediche almeno una volta. Secondo i dati del Centers of Disease Control and Prevention, inoltre, nel 2017 sono stati prescritti oppioidi per 57 americani ogni 100. E dal 1999 al 2017, almeno 218mila persone sono morte di overdose da medicinali come l’oxycontin. Ovvero il malessere e il disagio si sono infiltrati, hanno messo radici, hanno dilagato e fruttificato, “infettando” come una metastasi gangrenosa l’intera societá americana. Il periodo descritto da Miller era solo un preludio alla vera attuale catastrofe.

Se qualcuno si offende me lo dica. In luogo dell’equilibrio, della Tradizione, della vecchia e vituperata Europa, asfittica, bolsa e codina, ormai superata dalla corsa della Storia ecco emergere il nuovo popolo del nuovo mondo. La prosa dello scrittore americano è acido solforico, un corrosivo versato sul modo di vita e i personaggi che lo animavano, fra il 1930-1950. Descritto dalla prosa sulfurea di Miller: …Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…Sono stato troppo crudo? Non sono io a dirlo, ma uno dei loro piú eminenti e coraggiosi scrittori, che, scrivendo, si autodenunciava, coinvolgendo nella critica la societá in cui viveva, il grande Henry Miller. Di questi raffronti ed esempi un mare. Come ben sai. Oggi non avrebbero senso né la prosa di Miller, perché la porta e giá stata sfondata e nemmeno la prosa limpida, pacata equilibrata, proustianamente portoghese, di De Queiroz, perché quel Portogallo non esiste piú, come non esiste piú l’Europa.

accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (1)

E fu subito processo, l’accusa riguardava oscenitá e pornografia. Si sa che negli Stati Uniti queste cose vengono prese sul serio. Ottanta anni fa quelle pagine causarono vero scandalo, furono ritenute oscene e scabrose. I romanzi divennero famosi, oltre che per la loro esplicita e spesso accurata descrizione del sesso, anche per la prosa colta, corrosiva ed elaborata, una prosa che fa diventare TROPICO DEL CANCRO («Il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto; al suo confronto l’Ulisse di Joyce sa di limonata», così Jack Kahane definisce Tropico del Cancro, primo romanzo di Henry Miller) , suito dopo ci fu TROPICO DEL CAPRICORNO, due incontestabili capolavori letterari del ventesimo secolo. Qualche esempio non guasta, per introdurre l’argomento, tratto da: TROPICO DEL CAPRICORNO leggo: la ninfomane Paula ha l’andatura sciolta e slegata del sesso a doppia canna… Ecco l’incarnazione dell’allucinazione del sesso, la ninfa marina che si torce nelle braccia del maniaco…
…Fra i tentacoli spenzolanti scintilla e sfolgora la luce poi rompe in una cascata di sperma e acqua di rose…Una piovra d’oro sciropposa coi giunti di gomma e gli zoccoli fusi, il sesso disfatto e intrecciato a nodo…

Nella musica c’è sparso veleno da topi, …la musica e come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio. …Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto… Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra…La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate…Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…
Prosa sulfurea, dico io, immersa nel mondo nuovo e (subito) profondamente degradato e irriconoscibile, sviluppatosi oltreoceano. Non è per capriccio o bizzarria che voglio confrontare quella prosa nuova e “scandalosa” condannata e sequestrata, (siamo negli anni ’50) con questo tipo di prosa, risalente alla fine dell’Ottocento. Appartiene a José Maria de Eça de Queiroz, considerato da Emile Zola superiore a Flaubert e definito il Proust portoghese, ma lasciamo stare le etichette che possono confondere.

I brani son tratti da L’ILLUSTRE CASATA RAMIRES, uno dei suoi capolavori:
Pur non venendo come lui da una casa di altissimo lignaggio, anteriore al regno, del miglior sangue dei re goti, non si poteva peró negare che André Cavalaiero fosse un ragazzo di ottima famiglia. Era figlio di un generale, nipote di un consigliere di Stato, aveva un blasone genuino sul Palazzo di Corinde. Con ricche terre intorno ottimamente coltivate e libere da ipoteche …inoltre nipote di Rei Gomes, uno dei capi del partito Storico, al quale si era iscritto anche lui fin dal secondo anno di universitá. La sua carriera era sicura e sarebbe stata brillante sia in politica che in amministrazione. E infine Gracinha amava svisceratamente quei baffoni rilucenti, le forti spalle da ercole educato, il fiero portamento che sembrava rivestirgli il petto di una corazza, e che veramente impressionava. Al contrario, lei era piccola e fragile con gli occhi timidi e verdi che il sorriso inumidiva e illanguidiva, la pelle trasparente come finissima porcellana e magnifici capelli piú lucidi e neri della coda di un puledro da battaglia, che le scendevano fino ai piedi e nei quali poteva avvolgersi tutta, cosí delicata e piccina com’era…..la chitarra risuonó nel corridoio, accompagnata dai passi pesanti di Gouveia E il Fado riprese sempre piú dolce e glorificatore:
O vecchia casa Ramires
fiore e gloria del Portogallo

…La sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. E sul marmo dei tavolini di servizio brillavano i residui opulenti della famosa argenteria di casa Ramires, che Bento costantemente strofinava e lucidava con cura amorosa.
….Gonzalo, specialmente d’estate, faceva colazione e pranzava sempre nella fresca e luminosa veranda, dove dalle stuoie ben tese partivano fino a mezzo muro le lucide piastrelle di ceramica del secolo XVIII. In un angolo, un ampio divano di vimini coi cuscini di damasco invitava alle delizie del sigaro…

Nel prossimo post cerco di spiegare, a volte le cose ovvie possono sembrarae strane, il perché di questo confronto.