c'era il Barone immaginario? (2)

IL GUARDIANO DEL LYSKAMM di Marco Cimmino mi riporta alle pagine di Lovecraft: “Ogni tanto, ci facevamo un grido di incoraggiamento, quasi a dire che c’eravamo ancora. Era tutto innaturale, gliel’ho detto: una situazione strana. …Stavamo quasi per arrivare ai roccioni prima dell’ultima arrampicata della vetta, quando di fronte a me, vidi una luce. Proprio dove avrebbe dovuto esserci il mio compagno. Ho detto una luce, ma non era veramente una luce: era come se la nebbia, da grigia, si fosse schiarita, sbiancata. Era un colore di morte, come la faccia dei morti…David aveva cambiato completamente espressione: i suoi occhi celesti guardavano lontano, in un altrove cosmico.

Ripeteva in un sussurro mistico le parole che avevo imparato a conoscere bene, che il Professore mi aveva insegnato a temere. E che significavano un incubo abominevole: il guardiano della Soglia, il poderoso Yog-Sothoth era tornato per aprire la porta tra i mondi. Questo cercava il Professore (Evola): il varco dei Grandi Antichi! …in quel momento tutto mi apparve inutilmente minuscolo, di fronte alla devastante visione di un passaggio tra il nostro mondo e una realtá mostruosamente ostile…” ovvero un brano che ricorda da vicino alcune scene de LE MONTAGNE DELLA FOLLIA.
AMERICAN GODDESS di Mario Farneti. Evola è alle prese col più importante presidio della modernità e con Sadie Braddock, sua degna rappresentante: Gli Stati Uniti d’America e Sadie, dunque, “dagli occhi cangianti come il mare all’aurora, figlia della luce, emersa dal nitore delle stelle occidue.” …”Io sono la tua dea,” disse lei. “La Dea America” sorrise lui. Sadie, americana figlia di un ricco finanziere….Non poté fare a meno di stringerla e di baciarla. Rivelatrici e significative sono alcune delle numerose battute scambiate fra la giovane americana, il padre di lei ed Evola:

“Proprio a causa del vizio, la vostra civiltà è priva di valori” dice Evola
“Non è vero, non siamo privi di valori. Siamo cristiani anche noi” risponde Sadie.
“Il fatto di essere cristiani non vi assolve, per di più siete protestanti-puritani che per me è un’aggravante.” Mister Braddock, padre di Sadie a Evola: “L’America è la patria della libertà e delle opportunità. Qui ogni individuo ha la possibilità di realizzarsi come meglio crede…sono convinto che la Russia cadrà come cadrà la decrepita civiltà europea e rimarremo soltanto noi americani a guidare l’umanità” ed Evola: “…L’alchimia della finanza non è altro che il riverbero, invece, dell’età del ferro, l’era che stiamo vivendo. E non è un’epoca di progresso ma di mortale arretramento per tutti gli esseri della Terra.” Di rilievo, nel racconto un pensiero di Evola: “L’America vive nell’orgasmo costante di un bisogno di possesso; una fosca angoscia di fronte a tutto ciò che è distaccato, isolato, profondo e lontano…Per contro le civiltà tradizionali furono vertiginose proprio nella loro stabilità, nella loro identità, nel loro sussistere in mezzo allo scorrere del tempo e della storia…”
L’ANTRO DELLA SIBILLA di Mario Bernardi Guardi. Evola, Dino Campana e la sua amante forsennata Sibilla Aleramo. “Sputo su di voi, sul vostro Dio, sulle vostre donne, sui vostri bambini, sulle vostre leggi. Voglio rinunziare alla nazionalità italiana. Voglio arruolarmi per il Kaiser” sbraita il poeta. Campana, ora l’idiota, ricoverato in manicomio, al quale toccavano lamenti atroci, di cani che gridano alla luna. E sembra che a volte si mettesse a urlare anche lui, sbattendo la testa contro il muro….Io, folle a freddo, lava di ghiaccio, sfogliavo i Canti Orfici. E poi lei, la maga sfatta…Non era innocente.

Era fasciata da un abito rosso, scollato, che la rendeva più che nuda…Sei una vecchia ninfa… stuprata adolescente, sposa per forza, adultera, madre snaturata, mantide irreligiosa… rifletté Evola al cospetto della donna, rammentando quello che diceva Soffici: “Sibilla è come il calamaio di un ufficio postale: tutti ci possono mettere dentro la penna…” Devastante, non ti pare? E poi, ancora l’amaro ricordo di lei di Campana: “Ho bevuto alla coppa della vita, era veleno, lei era veleno …sono stato colmo di lei, poi mi ha lasciato solo …e ho vomitato inferni.”
LE CATTEDRALI FILOSOFALI di Manlio Triggiani. A Bari Evola deve vedere l’editore LA TERZA anche per proporgli la sua opera “Rivolta contro il mondo moderno” ma l’editore dice che l’opera dovrebbe avere al massimo duecento pagine. Non se ne farà niente. Quindi Evola, spinto dal suo amico Bonabitacola, si reca allo studio dell’avvocato Borracci con cui parlerà diffusamente e con crescente interesse della presenza del sacro Graal nella basilica di San Nicola. Evola, scettico e comunque molto interessato all’argomento dice al suo interlocutore: “In base al racconto cristiano credo che nel mistero del Graal ci sia un adattamento biblico di tradizioni nordico celtiche remotissime, precristiane ed extrasemitiche. Il vero Graal deriva dalla Tradizione pagana.” “Benissimo” disse Borracci “Ma chi ci dice che anche San Nicola non fosse la cristianizzazione di una figura pagana?” Nei giorni appresso, dopo altri incontri dedicati sempre a quel tema, Evola salì sul treno per Roma con uno scartafaccio di appunti nella valigia e di idee in testa. Il Graal. il Graal, il Graal, un mistero…
INCONTRI RAVVICINATI di Errico Passaro. “In genere non apprezzo che mi si rapisca.” Disse il barone. Che ci fa Julius Evola nell’hangar dello stabilimento SIAI Marchetti di Vergiate dopo essere sceso da una Balilla nera, insieme ad altre due persone appartenenti all’ex gruppo di UR?

“Se vorrete avere la bontà di ascoltarmi tutto vi diventerà più chiaro”. Chi era l’uomo che dopo un po’ avrebbe puntato una pistola conto Evola minacciandolo di morte per indurlo a collaborare, e cosa voleva da loro? Un funzionario dell’OVRA alle prese con un mistero la cui soluzione era inderogabilmente voluta dal Duce. Cos’era successo? Un disco del diametro di trenta metri con geroglifici intraducibili incisi sul metallo era caduto poco lontano da Vergiate. Ed era stato recuperato anche il suo…pilota, ancora vivo, seppure malconcio. Un mistero assurdo e assoluto. I tre uomini fissarono lo sguardo sulle fattezze indiscutibilmente aliene della creatura…l’impalcatura dell’essere era umanoide..”il nostro visitatore” disse il funzionario dell’OVRA potrebbe appartenere a una civiltà venuta alla luce prima che sulla terra fosse apparso il primo essere vivente…una civiltà potenzialmente ostile…Cooperate e tutto andrà per il meglio.” Il funzionario che li aveva minacciati di morte voleva che i tre convenuti a forza tentassero di svelare il mistero dell’alieno, in forza delle loro conoscenze…i tre, tuttavia, Evola per primo, non collaborarono…e in quel modo avevano detto di no a Mussolini.
LA CRIPTA DEGLI IPERBOREI di Dalmazio Frau. Un’eccezionale scoperta archeologica avvenuta in Romania desta l’interesse di Himmler. Evola ne sarà volentieri coinvolto, lo vediamo respirare la brezza mattutina dopo essere emerso con un U Boot del terzo Reich, nel Mar Nero. “Sono stati degli sciocchi! Non dovevano disturbare ciò che è sepolto là dentro da tempo immemorabile!” dice Camila Mutu, settima figlia di sette generazioni di maghi, Evola ascolta e riflette. La spedizione composta da soldati tedeschi, un gruppo di romeni armati, Evola e Camila, si addentra nei boschi dove, prima che giungesse il Dio cristiano, si aggirava il terribile Chernobog. Un grandioso portale scolpito cela segreti inarrivabili e terribili verità sepolte da tempo immemore. Evola e la maga Camila entreranno per primi in una immensa caverna dove è stato racchiuso un Antico Male…

“Non siamo soli” disse Camila guardano Evola e rivolgendosi poi ai soldati. “Ora non siamo più soli…sono già qui!” Quattro giganti avanzavano. Alti una dozzina di metri e coperti da armature di ferro contro cui nulla potevano i proiettili dei mitra tedeschi…strazianti grida seguirono. E poi, infine i Figli dell’Alba, i Principi Splendenti, i Guerrieri della lontana Thule apparvero recando salvezza…
MURSIA

Originalità russa di masse distanze radiocuori

marinettiIl testo fu scritto presumibilmente nel 1942, da un teorico dell’avanguardia, letterato di fama mondiale nonché accademico d’Italia ma anche ufficiale superiore di truppe scelte: dal maggiore degli arditi Filippo Tommaso Marinetti, classe 1876

Comincia così la niente affatto superflua prefazione del libretto edito da VOLAND, A cura di Maria Delfina Gandolfo. Introduzione di Michele Colucci

Romanzo inedito del maestro del futurismo italiano che si cimenta in una prosa su tema russo al ritorno dal fronte sovietico. Un libro che aggiunge una pagina importante alla conoscenza di una delle figure più significative dell’avanguardia letteraria europea.
Così scrive l’editore a proposito di quest’opera.

Che ci faceva Marinetti in Russia?  Pare che facesse scavare buche ai suoi arditi per contrastare l’avanzata dei carri armati sovietici. Non c’è traccia di combattimenti, di propaganda politica, né tantomeno di odio verso i nemici russi. Tutt’altro. Ma quello che colpisce in questa prosa rutilante, disseminata di simboli, malinconia, e di lancinanti solitudini, disassemblata e tuttavia coerente che ritrae con puntiglio e precisione una realtà attraverso una lente deformante di una nuova lingua visione, senza punteggiatura, coi verbi all’infinito che recita: a pag 111:

In realtà mercé gli elastici incalcolabili caloriferi tubolari d’ottone massiccio del sole che addenta golosamente l’insipida monotonia delle colline.

È una realtà tipicamente e inconfondibilmente russa, corroborata dalla familiarità col presunto nemico, che stupisce. I veri nemici dei russi sono altri, i tedeschi di von Paulus che stavano per essere intrappolati dalle truppe russe. Ci sono un sacco di puzze in questo libro, odori strani, di benzina, di sostanze chimiche, odori di ogni categoria, e poi  masse di prigionieri magistralmente descritti, come fiumi biblici semoventi. Ci sono anche nidiate di eliche felici e poi le donne, tante donne. Onnipresenti e amate. Un’opera che ancora oggi colpisce rimandando all’ondata geniale e anarchica del movimento Futurista.

E poi ancora le donne russe:
violento fruscio d’erba passo vispo erotico da scolaretta in ritardo mi sfiora  diretta all’isba la studentessa di Kiew conosciuta nell’accampamento sotto il nome di Vera Globulowa. Vieni Marinetti dice il generale che la studentessa è entusiasta dei tuoi versi…il venticello che non ha nulla di siberiano napoletaneggia  i sui tepori mentre contadine guazzanti  scultori architetti a gambone rosse impolpano di un polentone di argilla e sterco. Mio passato di gloria soccorrimi risorgendo nella tua palpitante vita con le febbrili smanie di tante braccia femminili ed erano tutte belle quelle donne accese di languore e voluttà Nuda nuda devi essere nuda poiché sei perfetta o mia Czarina. Ti rivoglio  sensualissima danzatrice dell’Opera e come facesti concedimi ancor più di quanto prometti tu che hai le curve benigne e le suadenti anche evasive che gareggiano con  quelle di questo fiume o donna russa.

…Con l’odore di vaniglia e gelsomino del suo petto respirante Violetta Frescodanza staccandosi dal cartone quadrato vive ingrandendosi a statura umana fascino snello quasi spiralico della sua femminilità…

Per quanto generose ed ineffabili talvolta affettuosamente materne le contadine russe bovare o porcare non mi rassicurano sul dubbioso incalzante pericolo di questa alba fredda in terra straniera Siamo stati molto calunniati noi italiani come brutaloni  e sanguinari

Ora si ricredono e qualsiasi ufficiale è accolto e l’amore si svolge sotto lo sguardo della madre o della sorella.

Il buio assolve tutto anche la fecondazione…

Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevici e che l’arte futurista fu per qualche tempo arte di stato in Russia. Scrive Filippo Tommaso Marinetti, maggiore degli Arditi. Un italiano innamorato della Russia, nemica in guerra, amica nell’arte, nelle lettere e vicina nel comune sentire. No, i nemici veri dei russi non eravamo noi, Italiani, visto che ci eravamo andati …solo…per scavare buche anticarro.

Alla fin fine uno dei frutti più cospicui di quella sventurata spedizione nel ventre della gran madre Russia fu la creazione di un gemellaggio sentimentale mai smentito né allora né dopo, che si nutriva di fascino latino e di avvenenza russa. Un libro che ci propina una teoria sull’arte e sulla vita da cui occorre prendere le distanze, ma di innegabile suggestione stilistica ed esistenziale. Un libro reperto storico e artistico su cui sarebbe opportuno fare più luce.

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa

savva demonioAlzi la mano chi lo conosce, è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame

Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto. Gli Indemoniati è edito da VOLAND  ed è a cura di Mario Caramitti.

Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio.
Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti:  Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre : Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia..

A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come…

Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore dei Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, e sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa.

Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in un’alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti che sono elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, (c’è un post su di lui,  che riguarda la sua permanenza in Russia in qualità di soldato). Il misterioso animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva,  la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere.

Abbiamo comprato Gli Indemoniati al Libraccio di Milano al costo di un panino al prosciutto.