sei andato in Tibet?

Ti ricordi quando portavano la parola e l’evangelo del Cristo in capo al mondo, patendo umiliazioni, difficoltà, soprusi? Non hanno avuto troppo successo visto che si sono trovati dinanzi la diffidenza e poi l’aperta ostilità dei religiosi di Lhasa. Ciò che colpisce in quest’autentico viaggio nel tempo è la franchezza, lo sguardo privo di supponenza, la modestia, lo spirito di osservazione del vero reporter,  la paziente quanto indefessa opera per tentare di diffondere il cattolicesimo, senza tuttavia tentare di imporlo o di prevaricare. Perché il libro VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO è importante? (la casa editrice ha cessato l’attività, e i suoi libri sino distribuiti da Ca. Libri) Perché gli occhi del cappuccino padre Cassiano Beligatti sanno cogliere l’essenziale e ci portano alle soglie di un mondo in cui la spiritualità e la divinità ordinano e presiedono il mondo. Noi profani e improvvisati viaggiatori non possiamo che avvertire un’eco seppur consistente di quel mondo, ancora oggi peraltro molto sentito. Anche mysticreader si è recato in quei luoghi, ma non ha raggiunto la meta finale Lhasa.

Ci siamo andati assai più comodamente, atterrando sulla coda di un monsone, all’aeroporto di Katmandu. E non abbiamo animo di chiamare la nostra: avventura, se paragonata con quella di padre Beligatti. Trecento anni fa i monaci cappuccini, e oggi noi. Cos’è cambiato nella magica valle di Katmandu? Tutto e niente. L’uomo moderno ha il privilegio di entrare e uscire da quel mondo misterioso, una volta, narra la leggenda, abitato da giganteschi serpenti, in cui tutto parla di pace, armonia, tolleranza. L’atmosfera che immediatamente avvolge il viaggiatore è preludio a percorsi dello spirito che possono segnare l’esistenza o più semplicemente rendersi indimenticabili. quei luoghi, per ciò che abbiamo visto e avvertito, curiosando fra templi, statue di pietra e divinità di ogni sorta aleggia una spiritualità diffusa, percepibile, autentica e condivisa dalla gente. Il medioevo asiatico lì è ancora di casa. Massimo Cufino scrive al proposito:

Kathmandu – La Valle Senza Tempo

Girovagando tra villaggi rinchiusi da gigantesche montagne, dove religioni e costumi differenti convivono in una magica atmosfera di pace. In un piccolo cortile di una palazzina, decine di sguardi sono rivolte verso una finestra aperta al primo piano dell’edificio: scrutano attentamente cercando di catturare un qualsiasi movimento proveniente da una stanza che dà sul cortile stesso. Un silenzio quasi irreale avvolge il palazzo: tutti sono in attesa che una figura femminile mostri loro le proprie sembianze. Si tratta di una donna davvero particolare: infatti, questa attesa è rivolta addirittura verso una dea, la dea Kumari…

 Torniamo a VIAGGIO AL TIBET e al suo autore. Di padre Beligatti e della sua vita si hanno scarse notizie. Nacque e morì a Macerata (1708-1785)  e nel 1725 vestì l’abito religioso. Nel 1738 partì per la missione in Tibet e vi rimase due anni, quindi passò in Nepal e nel Bengala. Compose opere atte a istruire i missionari del Tibet e del Mogol. Operoso e modesto, così leggiamo, autore delle Memorie istoriche, di un Alphabetum Tibetanum e di due grammatiche, lingua indostana, l’altra dell’idioma sanscrito in caratteri malabarici, diverse altre sue opere si conservano nella Biblioteca Comunale di Macerata…. Autore di fondamentali opere storiche, etnografiche e linguistiche riguardanti usi e costumi e le religioni dei territori che lo videro missionario, opere solo in parte note, altre ancora inedite, delle quali alcune conservate nella Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.Dal 2001 gli è stata intitolata la Biblioteca storica Cassiano Beligatti dei frati Cappuccini di Macerata, specializzata nelle sezioni “Francescanesimo” e “Marche”, costituitasi sui resti della biblioteca dell’antico convento Cappuccino maceratese, organizzata proprio dal Beligatti.

Nell’indimenticabile reportage di VIAGGIO AL TIBET edito da IL POLIFILO riportiamo, senza commentarli, alcuni brani di quell’esperienza umana e spirituale unica e probabilmente irripetibile:
Pagina 18…Provvisti dell’occorrente i missionari partirono, e dopo un lungo e difficile viaggio arrivarono a Lhasa nel gennaio del 1741. Fu lor fatta buona accoglienza, specialmente dal re, e, dopo aver appresa la lingua del paese, si dettero a predicare, ma con frutti piuttosto scarsi. Ben presto poi i religiosi tibetani cominciarono a veder di malocchio il favore che i missionari godevano presso il re. Nacque fermento che andò man mano crescendo finché un bel giorno parecchie centinaia, di preti buddhisti, raccoltisi dai vari conventi di Lhasa e dei dintorni, invasero il palazzo reale, e rimproverarono al re il suo contegno. Questi, atterrito, temendo di fare la fine dei suoi tre predecessori, uccisi appunto per odio dei lama, dichiarò ipso facto i padri decaduti dalla sua grazia; impose loro di non predicare nel Tibet se non ai mercanti venuti di fuori…
pagina 23…I missionari …si posero in cammino alla spicciolata per raccogliersi poi tutti al porto di Lorient, che doveva essere il luogo d’imbarco…il viaggio attraverso la Francia. Compiuto sempre a piedi, fu assai molesto e malagevole; i frati patirono spesso la fame, e dovettero perlopiù adattarsi a dormire nelle stalle, perché ben di rado i conventi li ospitavano, ma con mille pretesti li mandavano altrove, ed essi erano sempre scherniti, insultati e fatti segno a mille scherzi grossolani…… 

A pagina 31…Traversato il fiume Bagmati entrarono in Nepal, e valicata un’alta montagna trovarono il fiume Kakokù, che dovettero passare a guado 9 volte, e viaggiando in mezzo a foreste di pini e d’ippocastani, dopo essere passati per il castello di Kuà (?) giunsero il 6 febbraio a Bahagdaon, capitale del regno del medesimo nome, dove da qualche tempo i cappuccini avevano un ospizio. Furono bene accolti dal re e trattati con somma famigliarità, e il Beligatti s’intrattiene a parlare delle prove ricevute della benevolenza regale…. 
pagina 33…La città di Bhagdaon numera 12.000 famiglie. Le genti sono cortesi e affabili: la religione dominante è quella dei brahmani…La città di Kathmandu conta 18.000 famiglie, e la città di Patan ne conta 24.000…. I buoni frati approfittandosi delle favorevoli disposizioni del re pensarono bene di far qualche cosa per la conversione di quelle genti, e si dettero a comporre e a tradurre un libro destinato all’uopo. Condotta a termine quest’opera, la regalarono al re, e questi la fece esaminare ai suoi brahmani, i quali dopo aver discusso ben bene finirono col dichiarare che non era il caso di abbandonare la religione dei maggiori. Allora il re, dice il Beligatti, per non far cader del tutto a vuoto le nostre fatiche, propose un espediente….A pagina 48 Il satu non è altro che la farina dell’orzo mondo alquanto abbrustolito prima di macinarlo nelle macchinette a mano. La carne è molto abbondante nel Tibet avendo quantità di montoni voltati, e macellando ancora lo yak, specie di bove selvatico; ma fuori dei benestanti non ne fanno grand’uso, per mancanza di legna per cuocerla, la qual mancanza sia stata la cagione dell’uso ch’anno gli tibetani di mangiare la carne cruda…
Pagina 73: Il giorno del Santo Natale, avemmo la consolazione di dire una messa per ciascuno…che ci recò singolare consolazione. Questo stesso giorno il padre prefetto volle regalarci una pozione, che sogliono fare i religiosi del Tibet nei tempi più freddi, qual pozione chiamano condè; è composta di decozione di tè, di birra, di zucchero, latte, e un poco di butirro insieme lungamente bollito; lo bevemmo più per compiacere il buon vecchio, che per inclinazione, ma sia lui che la più parte di noi, ne trovammo l’utile di scaricare gli nostri stomachi delle flemme ammassatevi nel viaggio. Dopo il mezzogiorno fummo rammaricati per un accidente che accorse. I mulattieri lasciarono alla campagna tutte le loro bestie, quali entrarono a pascolare in un prato riserbato, per lo che furono tutte confiscate….A pagina 76…Due giorni prima che noi arrivassimo al lago, la lamessa era partita per Lhasa. I tibetani hanno per questa lamessa la stessa venerazione che hanno per il Gran Lama, credendola informata da uno spirito di Cianciub….Quando esce va sempre sotto baldacchino e è preceduta da due incensieri fermati sopra due muli ne quali i religiosi bruciano continuamente profumi. Vive celibe facendo voto di castità; ciononostante circa 5 anni prima del nostro arrivo sortì da essa una lamessina, quale per quante diligenze che usarono, pure non poterono impedire che non si rendesse pubblica, notizia che raffreddò un poco la venerazione….

c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

c’era l’esotismo?

VITTIME DELL’ ESOTISMO
Que reste-t-il de nos amours…
Come dice la canzone, ben poco. 
Dopo una vita di viaggi intensi non resta che una strana confusione, un po’ di amaro in bocca e la sgradevole sensazione di essere stati bidonati. Importa poco dove siamo stati: che sia il Congo, il Sahara, le pianure dell’Asia centrale, le Ande o l’Himalaya. Luoghi esotici comunque, che ai nostri occhi di viaggiatori parevano misteriosi e densi di significati esistenziali. Perchè l’amore per l’esotismo è un amore a tutti gli effetti, con l’inevitabile contorno di passioni ed esaltazioni. E come tale sembra destinato a durare per sempre. Invece, di punto in bianco, finisce. E allora è un po’ come svegliarsi da un sogno, o ritrovarsi miracolosamente in piedi dopo una gran sbronza. 

È in quel fatale momento che si diventa vittime dell’esotismo. 
La parabola esemplare di questo processo è il classico sogno dell’isola deserta. Tropicale, ovviamente, perchè senza sabbia bianca, palme da cocco e orizzonti blu non si può parlare di esotismo a pieno titolo. Un paradiso in terra, apparentemente. Che desiderare di più? Eppure la fregatura è dietro l’angolo: dopo un po’ il blu del mare da sui nervi, il caldo umido diventa un fastidio, le palme che ondeggiano al vento invitano al suicidio alcolico. Fine della corsa. Da un certo momento in poi, improvvisamente, il sogno si trasforma in un incubo. Storia da manuale.
Ma non c’è bisogno di un’isola deserta per entrare nel novero delle vittime dell’esotismo
(o se preferite, vittime delle proprie illusioni e dei propri desideri). Basta viaggiare sufficientemente a lungo fuori dall’Europa, soprattutto nei paesi caldi, ma anche nelle gelide regioni boreali e australi. 

Ciò che qualifica un luogo come esotico non è infatti la latitudine e neppure il fuso orario, bensì la distanza geografica e culturale dal posto dove abitualmente si vive. In parole povere, da casa, nel senso inglese di home. Più la differenza è marcata, più il luogo è carico di esotismo. Per vari motivi, le regioni tropicali ed equinoziali sono fatalmente ai primi posti in classifica. E l’Africa, col suo Mal d’Africa, sta ancora un gradino più in su.
Il luogo esotico presenta generalmente le seguenti caratteristiche: pessime infrastrutture, basso livello di diffusione della tecnologia, popolazione dedita ad un’economia di sussistenza, clima più o meno insopportabile. Spesso nel luogo esotico manca la luce, l’acqua scarseggia e nessuno sembra aver voglia di fare alcunchè, né per sé stesso né per gli altri. Con le conseguenti difficoltà che accompagnano l’esistenza quotidiana, dominata dalla precarietà e minacciata costantemente dal degrado. Razionalmente nulla di allettante, a ragionare bene. 

Ma il punto è proprio questo: nel fascino dell’esotico non c’è nulla di razionale. 

Il fascino dell’esotico è una versione sentimentale del gusto dell’orrido, il risultato di una serie di pulsioni masochistiche che trasformano il sudore, la canicola, le mosche e la polvere – ovvero i disagi del vivere in un luogo ostile – in piacere perverso. Per così dire, grazie al fascino dell’esotico la merda si trasforma magicamente in oro.
Perché allora questa ricerca febbrile, ostinata, senza tregue né compromessi? Perché seguire quello che in fondo in fondo, nei momenti di lucidità o stanchezza, riconosciamo  essere null’altro che un canto di sirene? La risposta non è facile, dato che la faccenda ha a che fare con la psiche umana, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Ma di sicuro c’è qualcosa che non quadra. E’ una fuga, questo è certo, o se volete una diserzione, una renitenza spirituale ad assumere gli impegni della vita quotidiana, a stabilire un rapporto stabile tra noi stessi e il mondo che ci circonda. Sta di fatto che si fugge (si viaggia) alla ricerca di qualcosa di indefinito, verso l’origine dell’arcobaleno, luogo che per definizione non si potrà mai raggiungere. Semplicemente perchè non esiste.

Ammettiamolo: sia come sia, il fascino dell’esotico assomiglia sinistramente a una patologia. Vediamone allora il decorso

Inizia tutto con una lieve ebbrezza, che riveste ogni cosa di un alone scintillante. Una prospettiva alienata, in cui anche il lessico si trasforma, facendo uso sfrenato della peggiore paccottiglia letteraria. Squallide distese steppose o desertiche diventano “paesaggi infiniti”, dove è possibile ritrovare sé stessi, se mai avesse qualche utilità; tribù primitive e dedite all’estorsione sistematica del turista vengono catalogate come “popoli sconosciuti”; banali etnoshow sono chiamati pomposamente  “danze cerimoniali”; villaggi di sterco e paglia “insediamenti tribali”; le bancarelle dei mercati – spesso solo stracci sulla terra nuda, coperti di miserabili mucchietti di verdure stente – diventano “tipici” o peggio “etnici”. Il malato inizia anche ad apprezzare anche il cibo schifoso, magari servito in piatti unti su tavoli traballanti, e si fa gioco di coloro che – ancora sani di mente – ne hanno giustamente orrore. E via, altre idiozie a seguire, in un tripudio di perniciose illusioni. La dabbenaggine attinge le vette del sublime.
Questi i primi, preoccupanti sintomi. Poi la malattia si sviluppa, prende piede. Il mostro cresce, chiede sempre maggior nutrimento. La fame di esotico diventa inestinguibile, il metabolismo emozionale tende alla bulimia. Si comincia a farneticare di nomadi e nomadismo, attribuendo alle categoria virtù esistenziali inventate di sana pianta, ignorando volutamente i valori della sedentarietà, maturati nel corso di decine di millenni di storia umana. La realtà dei fatti non è più necessaria, anzi diventa un ostacolo, un inciampo. 

“I viaggiatori nonsi credono mai forestieri; la loro casa è il mondo” Mason Cooley

E allora bisogna viaggiare, ancora viaggiare e sempre viaggiare in luoghi sempre più selvaggi, remoti e lontani, alla ricerca di quel luogo della mente chiamato in gergo di viaggio: “dove non va nessuno”. Più l’impresa è difficile, più il viaggio è scomodo e irto di difficoltà, più ci si sente eroici. Poi si torna a casa però, perchè l’ horreur du domicile è tutta un’altra cosa, è un lusso per poeti veri e pochi disadattati. Quasi nessuno se lo può permettere. Gran parte dei viaggiatori dell’esotico sono nomadi con residenza fissa (e spesso stipendio fisso): una contraddizione in termini, che salda perfettamente il cerchio della schizofrenia. Una personalità fittizia prevale su quella reale. L’illusione può durare a lungo, anche decenni nei casi più gravi, ma infine giunge al termine.

La guarigione, o meglio il risveglio (spesso solo parziale) è improvviso. Ma i postumi della malattia possono essere seri e duraturi. I viaggiatori dell’esotico sono come i batteri nel classico vaso di Petri: si moltiplicano fino ad occupare tutto lo spazio disponibile e consumare ogni risorsa a disposizione. Poi, raggiunto il punto critico di saturazione, semplicemente si estinguono (come viaggiatori, si intende). Questi esseri umani in negativo diventano ex-viaggiatori, che è come ex-fumatori, con tutte le sequele di pentitismo e lucidità posticce. Le tappe del processo di estinzione del viaggiatore esotista sono imprevedibili: il ritmo può essere molto lento, oppure concentrarsi in un solo, drammatico momento fatale. 
Sia come sia, a un certo punto, il velo si squarcia e il mondo appare per ciò che è: un luogo per lo più spaventoso e invivibile. L’esotico ha improvvisamente perso ogni fascino e interesse. Magari si continua a viaggiare per venire a patti con la propria identità – che sempre si negozia con gli altri, i quali continuano a vederci ostinatamente come incalliti viaggiatori – oppure per semplice inerzia di moto. Come una locomotiva, che per fermarsi ha bisogno di tempo e spazio. Ma si sa che è finita: prima o poi, dopo gli ultimi sussulti sui binari, il treno si ferma. Ciuf-ciuf, eccoci al capolinea, e buonanotte ai suonatori. Il soggetto è ormai una vittima dell’Esotismo conclamata (ormai useremo Esotismo con la E maiuscola, poiché assurto al rango di concetto).

Le caratteristiche principali della “vittima dell’Esotismo”, membro a pieno titolo dell’affollatissimo  Club dei Cuori Infranti, possono così riassumersi:




Prima di tutto una sorta di strana apatia, insofferenza alla normalità quotidiana accoppiata alla noia mortale della sedentarietà. Poi difficoltà a prendere decisioni, sostituite da un perenne susseguirsi di “non so” (in un manuale di medicina di viaggio ancora da scrivere, il fenomeno sarebbe descritto come KNS, acronimo per Know Nothing Syndrome). Quindi nostalgie confuse, fittizie ed effimere; ripiegamento su sé stessi e conseguenti difficoltà affettive; nei casi più gravi si nota l’emergere di risentimenti razzisti, rivolti verso gli abitanti delle terre esotiche, maledetti e odiati perchè colpevoli di essere tali, e per ciò di avervi fregato loro malgrado.

Concludendo
Cari viaggiatori, non pensate di essere esenti dal rischio perchè siete diversi, perchè siete consapevoli, o perché siete più furbi degli altri. Diventare “vittima dell’Esotismo”, presto o tardi, capita a tutti. L’importante, per sopravvivere degnamente nel mondo che vi attende fuori dal tunnel, è riuscire ad accorgersene in tempo e disintossicarsi. Credeteci, ve lo dice uno che ci è passato.
Paolo Novaresio

il Sahara era vivo?

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA
Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi…. 

UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso,che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale.

li incontravamo per strada?

SULLA VIA DELLA SETA IN MOTO
Li ho incontrati quelli come lui. Da soli o in gruppi sparuti e mi chiedevo come facessero a viaggiare da quelle parti, soli soletti. Sulle strade della Turchia, dell’Iran e oltre. Il suo e il mio viaggio che non regge il confronto, visto che la nostra meta era “solo” Kabul, e poi viaggiavo in macchina. Ma questa è un’altra storia. Il reportage di Marcello Anglana ci porta sulla via della seta, in sella a un mostro meccanico di mezza tonnellata, per 26.000 chilometri, da solo, e senza assistenza tecnica, accompagnato esclusivamente dallo sciame di messaggi sms e dall’entusiasmo dei suoi amici che seguivano il suo viaggio. Verso la Russia, attraverso la Siberia, diretto in Mongolia. Una cronaca che mette in risalto questo Marco Polo moderno su due ruote. Marcello Anglana attraversa la Storia, il Tempo, paesi e popoli. Come lui stesso scrive:  – Non ho incontrato semplicemente popoli, ho incontrato la gente, ho incontrato tanti singoli individui, tutti diversi tra loro, ma tutti accomunati dall’entusiasmo, la curiosità, la sorpresa di vedere una persona sola, a cavallo di un veicolo così strano, proveniente da tanto lontano….- La sua è cronaca essenziale, quasi ragionieristica, sullo stato delle gomme della sua moto, la pressione, la fuoriuscita dell’olio dalle forcelle, riporta dove e cosa mangia, dove e come dorme e quanto paga, e poi cosa sogna, ma c’è dell’altro che emerge dalle pagine del suo libro. È la storia di un rapporto con la strada e con il suo mezzo di trasporto. 

Anglana ama la strada e la sua possente Honda, da cui non si separerebbe mai. Un amore corrisposto, visto che la moto, pur ferita, e anchilosata, non lo tradirà lasciandolo per strada. Nulla a che vedere con il libro cult LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA di Robert Pirsig in cui si legge: “La motocicletta non è altro che un insieme di concetti realizzato in acciaio. In realtà non c’è pezzo, non c’è forma che non sia uscita dalla mente di qualcuno…quanto all’acciaio, accidenti, persino quello è uscito dalla mente di qualcuno. In natura l’acciaio esiste al massimo in potenza. Ma cosa vuol dire in potenza?…” No, non è di questo tenore il libro di Anglana, il suo è un reportage che nulla concede alla metafisica o alla narrazione. Non è uno scrittore o un filosofo, è un uomo normale, come me e te, di Lecce, funzionario dell’Agenzia delle Entrate che ha due passioni oltre alla famiglia: la strada e la moto. Queste sì che lo fanno sognare. L’oggetto esclusivo delle sue attenzioni è la super Honda, una gigantessa da governare e accudire. La blandisce, le parla, la accarezza, la fa sorvegliare di notte, la ama di un affetto esclusivo e geloso. Guai a chi la tocca senza il suo permesso. La moto diventa così non un semplice mezzo ma la sua partner esclusiva con cui andare a visitare genti, città, paesi remoti.

Cavallo d’acciaio intoccabile e indispensabile per realizzare il sogno sulla strada, luogo da raggiungere a ogni costo. Inconcepibile per l’autore rinunciare al ritorno a cavallo della sua Honda, seppur ferita. Emozionante l’incontro coi pastori mongoli a cavallo. Anglana ha realizzato l’avventura possibile (come si legge nel forum di Giannipiuma. Anglana sa cosa vuole: un favoloso arco fatto a mano, ad esempio, e sa dove recarsi per comprarlo. Gran viaggiatore ma soprattutto gran motociclista. Noi sappiamo quali sono le insidie che si annidano in quelle strade, a cui lui solo velatamente accenna. Anglana è assimilabile al velista che attraversa l’oceano. È capace di non attardarsi, di non distrarsi, di non lasciarsi prendere da troppe emozioni. Deve infatti tornare sulla strada. “Per me è importante,” scrive Anglana “…per concludere un viaggio, tornare al punto da cui sono partito, a casa mia. E ci tornerò con la mia moto, anche stavolta, almeno ce la metterò tutta. Anche io completerò la mia missione come Michele Strogoff….” Il volume è ricco di informazioni, note di viaggio, dettagli. Ancora una piccola perla, da chi l’avventura ce l’ha nel sangue e l’ha corsa davvero.

Charles Darwin acchiappava mosche?

DARWIN  L’ACCHIAPPAMOSCHE
Ha 22 anni quando si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili. Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo. Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri.

Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’ uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore. Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità per altri versi. È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralascio qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Perché è così importante la sua testimonianza? Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, ma per ora non sono ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e a capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione. La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile. Fra le innumerevoli meraviglie annotate

durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601.  (pag 94) Così inizia Charles Darwin nella prima pagina del suo libro: Dopo essere respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo. Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:
Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte ad offrire il più disinteressato aiuto. In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. (quello che ha visto Darwin per noi è ormai perduto da un pezzo).