accendevi il fuoco nella stufa?

Ti ricordi di quando arrivavano, due volte all’anno, ansanti, sudati, dopo aver fatto cinque piani senza ascensore, scaricando sacchi pieni di legna da ardere e carbone? Ti chiedevi come avessero fatto quegli uomini fatti non di carne, ma di ferro, a scalare la montagna. Non volevano nemmeno un caffè gli uomini forti come l’acciaio, raramente un bicchier d’acqua, dovevano subito correre via per un’altra consegna, tutta la città si scaldava così, stando in cucina, dove c’era la stufa a legna. Senza di loro ci sarebbe stato il gelo. Venivano buttate giù foreste per scaldarti un po’ i piedi. 

Io ero bambino, come te, e ci vedevo del buono, avrei giocato con la legna da ardere. Dovevi pur scaldarti e (volendo) cucinare senza gas, perché il risparmio era assicurato. Ti ricordi quando, nel sottotetto scalavi la montagnola fatta di tocchi di legna ben secchi, fatti di fibre ben compatte, incollate le une alle altre. Ci vedevi una foresta da scalare, un mondo da sondare, una foresta di tronchi sotto i tuoi piedi, che cosa bizzarra. E te la portavano anche in casa, si capisce, pagando. Così  da millenni, il fuoco amico dell’uomo, quando non lo minaccia e lo distrugge. Succedeva quel fenomeno a casa tua, controllato e costretto fra le pareti domestiche. Ma era come fosse la prima volta. Dentro la stufa smaltata. Il vulcano. Non era raro che qualche grassa e lucida larva del legno se ne uscisse dal suo bozzolo, irritata, attorcigliandosi sullo stecco con cui l’avevi tormentata. Il carbone sporcava e costava troppo, soprattutto gli ovuli di coke. Lasciavano quella polvere grassa, sulle mani, sottile e nera. Meglio la legna che faceva quell’odore selvatico di muschio e sottobosco. E delle castagne ti ricordi?

Prima bisognava farci sopra un taglio, badando a non farti male col coltello dalla corta lama. Un lavoro lungo per un piacere breve. E poi:  Tac ciac, cioc! saltavano scoppiettando le castagne nella padella nera coi buchi. Caldarroste! come quelle che vendevano al mercato, sempre bollenti. il mangiare dei poveri diceva tua madre, ma in città  costano un patrimonio. Si abbrunivano gonfiandosi, rivelando la polpa interna, ingiallita dal calore. Ma quanto tempo ci mettevano?! Non sono ancora pronte da mangiare?! No, non lo erano, la ferita sulla buccia coriacea rivelava il contenuto promettente, gustoso, con l’acquolina in bocca te le sentivi già sotto la lingua, attento che scotta! Troppo tardi!  
Non di rado il calore arrostiva anche un intruso, abitatore della polpa, che prima di te gustava quel bendidio e la castagna guasta la gettavi via, rammaricato col suo bruco arrostito, dritta dentro la stufa. Ti ricordi quando facevi pallottole di carta pressata? Più  le pressavi e più la pallottola, grossa come un pugno, resisteva al fuoco. Da tuo nonno ti eri divertito a fare delle vere sfere di carta pressata, che duravano come il legno! Bastava inzupparle d’acqua e pressarle e poi metterle asciugare al sole. Ma non potevi farlo in città. Dove le avresti messe ad asciugare tutte quelle palle? Non c’era spazio sul davanzale! Ti ricordi quando la carta di giornale rattrappiva, si accartocciava, annerendosi, divorata dalla fiamma, dentro la stufa? Fiammifero, pallottola di carta, qualche pezzetto di legno secco, infine il tocco di legno che avvampava, sacrificandosi. Lo vedevi svanire dopo un po’, peccato. Il mini vulcano era in piena attività. Saresti stato ore a fissare quello spettacolo. Sopra la piastra coi cerchi concentrici ci mettevi a scaldare caffè, latte, limonate, c’era sempre acqua pronta a bollire per la pasta. Tè e caffè erano assicurati, subito, a ogni ora del giorno. Dalla stufa veniva fuori un calore che ti piaceva pensare “antico”. Il calore del fuoco del bivacco dei cacciatori che si rifocillano dopo la caccia, o quello dei cow boys, dopo una giornata a governare la mandria, prima di addormentarsi sotto le stelle. Era “quello di una volta” cioè più buono di quello prodotto dai termosifoni o dalla stufa elettrica o a gas.

Ti ricordi dei tubi smaltati, bianchi che scottavano anche loro? Si sporcavano presto, facevano un gran curva sulla parete convogliando fuori i fumi. Di traverso alla stufa, appesa a bacchette di ferro, qualche canottiera, camicie e mutande messe a stendere che subito si asciugavano. Quel fiume di fiamme era autentico, rigorosamente controllato, se liberato avrebbe appiccato incendi alla cucina, al tetto, alle foreste, al mondo intero. Che brivido solo al pensarlo. Bastava non perderlo di vista e tutto andava bene e controllare la sera che tutto fosse a posto e lo sportello ben chiuso. Ti ricordi le fiamme costrette nel ventre della stufa, avevano il potere di ipnotizzarti. Arancioni, rosse, viola e poi ancora gentili, minime, fiammelle appena sprigionate dai fuscelli di legno e poi fiamme, subito virulente, gagliarde, chiarissime e arancioni, capaci di ridurre in braci rosse e grige i tronchi, foreste intere avrebbero divorato il fuoco della stufa riducendole in cenere impalpabile.  Ti piaceva il modo in cui, sfrigolando, le gocce correvano impazzite, sulla piastra rovente a disfarsi. Bizzarramente speravi che no “soffrissero” mentre evaporando e correndo svanivano in niente. Non c’erano il forno a gas, elettrico ne’ tantomeno il microonde. Ti portavi in casa un incendio nel cassetto, il fuoco amico per sopravvivere al gelo. E nelle altre camere? Il gelo appunto, brividi nel sapere che fredde lenzuola ti attendevano, a meno che, non ci fosse lo scaldino, o la borsa dell’acqua calda. Così negli ultimi diecimila anni, te e il fuoco, il resto si sa. Le ciambelle le preparava tuo padre, in pensione, la domenica mattina, le metteva lui a cuocere, era suo quel gran compito. Lui le estraeva dal forno subendo i commenti di tua madreche diceva: troppo cotta, ancora cruda, la marmellata dovevi metterla dentro e non sopra, sopra la marmellata secca! Guarda come è diventata secca. Ti faceva sognare, te, bambino, bambina, quella fiamma gagliarda, la legna che, crepitando si disfaceva, il gran fuoco ti portava lontano con la fantasia, arroventandoti le guance, mentre, ipnotizzato, frugavi nella fucina di un casalingo Vulcano. -Togliti di lì, sta lontano dal fuoco che ti scotti!- diceva tua madre, mentre ti immaginavi la scena: stanco ma soddisfatto, arrivare dalla caccia, aprire la porta, accolto dal garzone, deporre la selvaggina, sfilare la giubba e gli stivali, rifocillarti nella cucina della tua avita dimora di campagna. Attizzare il fuoco del gran camino. Non più  così  da molti anni. Hai sempre pensato che ci fosse del buono nella fiamma. Te che sei così legato alla tradizione e al passato. Ti ricordi di quando fissavi le prime faville? Chiedendo a tua madre di aspettare prima di chiudere lo sportello perché volevi vedere cosa succedeva dentro la stufa. Per intrufolarti in quella caverna incandescente, bianca e gialla, arancione, e rossa dove sicuramente misteriosi mondi paralleli vibravano.  

sotto il letto c’erano i Saraceni?

ANNALI DEL MONFERRATO Correva l’anno 889 quando una tempesta…C’è il sole ma fa freddo. Tutta la casa è fredda. Il cane scende di scatto per seguire il moscone che sbatte contro i vetri. Ringhia verso la finestra su cui il moscone si accanisce. Chi tiene il terrier?
A cuccia Gin Gin! Cuccia terrier! Il grande soggiorno è in penombra, c’è odore di braci fredde. Arriva dall’enorme camino su cui grava la pancia della canna fumaria che reca questa scritta: Signur, vardemi da la losna du tron e da cui dla raca d’Ricaldon. Lo stemma annerito dei di Ricaldone è solcato da una sottile crepa. Contigua alla parete che ospita il gigantesco camino la scena di un matrimonio, è un affresco a tutta parete che raffigura l’arrivo della sposa Argentina Spinola che presto si unirà con Teodoro Paleologo. Le due grandi finestre a sesto acuto lasciano intravedere il paesaggio. Oro e rosso, oltre il campo di granoturco. Giallo e marrone su ogni altura, ad eccezione della macchia scura di abeti verso Olivola, ingrigita da una leggera bruma. L’uomo alla scrivania è l’ultimo discendente della famiglia dei conti di Ricaldone. Si chiama Giuseppe Aldo. Nello studio in cui sta leggendo i libri arrivano al soffitto. Tomi di storia, letteratura ed enciclopedie lo sovrastano. Molti hanno il dorso di pelle, altri in stoffa sbiadita azzurra. Fra questi, il titolo di un libro che non abbiamo mai aperto, intitolato Parnassiani e simbolisti. Ogni volta che siamo entrati nello studio l’occhio ci cadeva sopra, senza alcun motivo. Come se dovessimo verificare che le cose continuavano a essere al loro posto. Dossier foderati di tela color vinaccia formano due file distinte, sugli scaffali di mezzo. Racchiuse negli stipi della fila in basso pile di carta trattenute da una fettuccia. Nello studio sottostante, Matilde Izzia, la moglie, ha appena riposto i pennelli. Sta rifinendo il dipinto su cui appare la lotta fra la biscia e il suo cane. Il terrier l’ha raggiunta attraverso la scaletta che mette in collegamento i due piani della casa, per sollecitarle il pasto. L’uomo rimane immobile per lunghi periodi, profondamente assorto, fissa i fogli, riprende e confronta alcune pagine. Immotus nec iners! Lo sguardo è concentrato nella lettura, poi gira il capo verso la cascina dietro cui è sparito il cavallo. Guarda la seggiola che il terrier ha abbandonato, quindi torna con rinnovata intensità al suo lavoro. Talvolta rigira fra le dita il massiccio anello di oro bianco con l’incisione della corona nobiliare. Cosa lo attira in quei documenti? Cosa lo fa apparire così estraniato? Quasi vivesse in un altro tempo, in un’altra dimensione. Tutta la sua attenzione è concentrata nella lettura delle carte, come se fra quelle righe, antichi segreti, fascinose avventure, storie di altri tempi si celassero. Di che si tratta? Proviamo a dare uno sguardo alle prime pagine:

Correva l’anno 889 quando una tempesta nel mar Tirreno, gettava alla deriva una imbarcazione mussulmana. I superstiti prendevano terra nel golfo di Saint Tropez in Provenza senza incontrare ostacoli da parte di elementi cristiani locali. I Saraceni, tornati in Spagna, diffusero la notizia e subito folti ed agguerriti gruppi di loro compatrioti si diressero al provvidenziale porto. Occuparono le montagne circostanti, si nascosero nel folto dei boschi, costruirono rifugi sotterranei, fortificazioni e torri, disposero per la vicina costa posti di segnalazione e di guardia trasformando Saint Tropez in un munito porto capace di raccogliere un’intera flotta. Da questo porto per un secolo circa, le arabe torme agguerrite e veloci, dilagar fin dove Genova splenda, recando distruzione in Liguria, in Provenza, nelle Alpi Occidentali. Le prime scorrerie in Provenza e sulla riviera ligure non incontrarono ostacoli e i Saraceni fatti sicuri occuparono i valichi alpini, risalirono la valle del Rodano sino a Vienna, dilagarono in Piemonte dalle valli di Aosta e del Tanaro stringendo in una morsa inesorabile le terre subalpine. Nel Monferrato si stanziarono nelle caverne del colle di San Germano, ad Ottiglio e dettero nome ad una località: Moleto dal nome del loro capo: muley, che in arabo vuol dire Signore. ..L’imperatore Ottone I inviò un ambasciata presso il Califfo di Cordova Abd er Rhaman III, nel 953 per persuaderlo a richiamare dalle terre cristiane i razziatori arabi ma senza risultato.- Piccole città saccheggiate, castelli distrutti, chiese e conventi ridotti in cenere, devastati e ridotti allo squallore, genti massacrate o soggette a crudeli persecuzioni onde più nessuna sicurezza offrivano le case dalle quali le giovani donne e i bimbi venivano rapiti per essere condotti nei remoti covi e gli uomini strappati e mandati in lontani paesi in schiavitù.- Così si esprimevano i cronisti del tempo e posteriori, spesso esagerati nelle loro descrizioni.

Non che i Saraceni avessero dei riguardi ma le loro gesta sono spesso aumentate, da quei cronisti per solito ecclesiastici, perché saccheggiavano di preferenza le chiese ed i conventi ivi nascondendosi i maggiori tesori. ..Ai Saraceni si aggiungevano abitanti delle zone dove questi si fermavano. Nelle cronache sono chiamati pravi cristiani o mali homines e con i Mussulmani razziavano e saccheggiavano dividendo il bottino. E a pagina 43 delle 1416 pagine degli ANNALI DEL MONFERRATO leggiamo: – Ma la damigella pur gli faceva assai festa tanto che al fine non sapeva Aleramo che fare né che dire; però che amore e bellezza da una parte lo infiammavano tutto e fede e conoscenza dall’altra lo ritraevano d’amare. La fanciulla quando si vide a tale condotta che non faceva più che languire, disse al valletto: – Io non potrò più vere se voi non mi menate in qualche parte ove noi siamo senza pericolo, però ch’io non posso senza voi più durare. Come il donzello intese esclamò: – Che è quel che dite dolce signora? Già noi non potremo andare in nessuna parte che non siamo di subito tagliati a pezzi e morti. Della morte mia non me ne importerebbe: ma non soffra Iddio che la vostra persona abbia sì fatta pena. – Tuttavia la fanciulla tanto seppe dire e fare che Aleramo disperando per una parte che l’imperatore si contentasse mai del loro amore dubitando per un’altra che durando ancora la cosa non si potesse più oltre celare, una notte menò via la fanciulla. E si vestirono per non essere conosciuti di abiti strani e diversi; e su due cavalli, uno bianco, uno rosso fuggirono per foreste e per luoghi selvaggi…. Altre pagine e altre ancora vengono corrette e archiviate quel giorno. Il sole nella fredda e nitida giornata di marzo ha già smorzato tutta la sua forza e la collina di tufo è una massa oscura, minacciosa. Il cane accorre velocemente al richiamo della moglie di Aldo di Ricaldone, che al piano di sotto ha appena riposto pennelli e colori.

La tela a cui sta lavorando raffigura proprio il loro cane e la biscia cui darà battaglia. Nella sala un gran ceppo ha preso a crepitare dentro l’enorme bocca del camino. Questa sera ci sono ospiti. Anche se non siamo riusciti a condividere completamente le sue opinioni, stima e affetto nei suoi confronti rimangono intatti e, invece di affievolirsi, crescono col tempo. Egli difese a oltranza una visione del mondo scomoda per quei tempi, riferendosi costantemente ed esclusivamente ai valori della Tradizione, secondo posizioni che andavano controcorrente. Le oltre tremilacinquecento pagine da lui redatte, relative agli ANNALI DEL MONFERRATO e MONFERRATO TRA PO E TANARO sono la dichiarazione d’amore verso la sua terra, un’avvincente saga di eventi di inestimabile valore lunga otto secoli che regge il confronto coi romanzi più appassionanti (ma con personaggi e vicende autentiche.) Le sue opere oggi sono ambite da eruditi, studenti, ricercatori, dagli amanti della storia, e da chi, più semplicemente, come me, vuole sapere come sono davvero andate le cose. Non occorre infatti essere Monferrini per apprezzare il modo in cui Aldo di Ricaldone tesse il suo incredibile arazzo. IL MONFERRATO. Ma quante regioni così interessanti come questa ci sono in Italia? Domanda superflua e risposta scontata: tutte. Concludo con le ultime frasi di Aldo di Ricaldone, a pagina 26, tratte dagli ANNALI DEL MONFERRATO: Gli Annali sono un messaggio, un invito alle generazioni future perché altri uomini con senso critico, con responsabilità e con intelletto d’amore, attingendo alle fonti elencate, sappiano trarre quelle nozioni per delineare sull’arco dei secoli la favola umana che si chiama Storia e che forma la gloria della nostra Gente e della nostra Terra.

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.

Non posso avere figli, mi rimane l’arte

settembre 105Bon, chiuso, stop. Non se ne parla più di figli, Non posso averne, del resto ho la mia età. Aldo è distrutto, a chi andranno le sue cose? Il titolo nobiliare, e i suoi studi! La nostra casa, le nostre idee, tutto il suo archivio di storico?! Abbiamo amici, d’accordo, possiamo guardarci intorno, un erede adottato? Ma mica è la stessa cosa, e poi la faccenda non mi piace. Gli amici sono amici e basta. Non c’è il figlio? Pazienza, è andata così, mica c’è da impazzire, invece Aldo non mangia e non dorme. Gli passerà, sta preparando altri libri, altri scritti. Intanto io non mi rassegno a fare la madre fallita e qui sono dietro casa mia, al Romito, in una bella giornata d’ottobre. La vita deve andare avanti! Con o senza figlio, anche se a pensarci mi viene un magone pazzesco, per me, ma soprattutto per Aldo.

Un dipinto inedito eccezionale, di grande suggestione

Quadro di Matilde Izzia.jpgMatilde si muoveva raramente, organizzò un lungo, e per lei faticoso viaggio, e venne a portarmi il quadro, che si vede di fianco,  nella mia casa in Brianza, in provincia di Milano, dove allora abitavo. Insieme al quadro mi portò, però, anche una voluminosa cartella, di quelle grandi, da pittore, con dentro decine di fogli da disegno constudi vari e abbozzi di figure che riguardavano tutti Padre Pio. A quanto ho potuto capire in seguito, osservando quei disegni, in quel periodo, anni 1994-1995, Matilde Izzia deve avere dedicato molta attenzione al “frate con le stigmate”. In quei grandi fogli ci sono abbozzi per una specie di storia dei momenti emblematici della vita del santo: le estasi, le visioni, le stigmate, le guarigioni, Padre Pio che insegna, Padre Pio che soffre, Padre Pio che prega: scene che richiamano le storie popolari come venivano raccontate negli antichi ex voto. Matilde deve aver meditato a lungo sulla vita e sul messaggio di Padre Pio e deve essersi impegnata con passione per cercare modi significativi per raccontarlo con la sua arte. Non so se poi abbia realizzato i quadri abbozzati nei disegni, ma il suo progeera importante e grande. Di tutto questo avrei voluto parlare con Matilde, ma non ho potuto farlo perché, dopo quell’incontro, non l’ho più vista. Non so perché abbia voluto portarmi, insieme al quadro, tutti quei disegni riguardanti la sua ricerca pittorica su di lui. Forse voleva ringraziarmi perché, con i miei libri, avevo contribuito ad aumentare la sua conoscenza di Padre Pio. Può darsi, ma non lo so. E quando guardo il quadro che sta nel mio studio, mi sembra di vedere, accanto alla figura di Padre Pio, Matilde che, con un sorriso dolce ed enigmatico, mi scruta. In quel quadro, Matilde ha ritratto Padre Pio secondo un piano americano. Il religioso tiene le braccia aperte e mostra le stimmate delle sue mani dalle quali escono vistosi rivoli di sangue. È un quadro sereno e gioioso. Il colore dominante è il marrone chiaro del saio francescano, che si spande, come una luce soffusa e discrete, per tutta la tela, anche sul volto del personaggio, che è incorniciato dalla barba bianca e da corti capelli grigi. La testa del santo è appoggiata a una grande croce di luce, intorno alla quale danzano oggetti imprecisati, rotondi, di varie dimensioni, di color marrone chiaro, con al centro macchie bianche, che creano una atmosfera di festa e che potrebbero richiamare presenze soprannaturali, angeli, astri, pianeti e cose del genere. Il volto di Padre Pio è quasi sorridente. Ma di un sorriso che palesa anche un dolore acuto, espresso con la tipica contrazione facciale di chi ha nel corpo una piaga viva, aperta, martellante, e sta attento a  non fare movimenti inopportuni per non accentuare lo spasimo, che però egli non odia, non rifiuta, anzi lo interiorizza, lo vive e vorrei dire lo ama. È un atteggiamento singolare e insieme emblematico. “Trasmette”, secondo me, in modo perfetto, lo stato d’animo del santo. Padre Pio è consapevole che quelle misteriose piaghe, con le quali convive giorno e notte, sono sì un martirio ininterrotto, ma sa che sono anche il mezzo con cui può testimoniare il suo amore per Dio e per il prossimo, come aveva fatto Gesù sulla croce. E poiché il  suo amore per Dio e per il prossimo è grande, immenso, egli affronta quel dolore lancinante abbracciandolo, amandolo, diventando lui stesso “dolore sorridente”.

Renzo Allegri

A Moncalvo, le mie donne, un successo

monc1Tutta per me. Finalmente. La mostra di Moncalvo, fra amici, ed appassionati di pittura, fra gente che si ricordava di me e di Aldo, e dei momenti trascorsi insieme in un non lontano passato. Persone commosse che non vogliono dimenticare, che intendono tenere vivo il ricordo del Romito, delle mie tele, del lavoro di Aldo, della passione che lega noi e loro nel segno del Monferrato e delle sue bellezze.  Una selezione delle mie tele: solo donne, questo era il tema, un excursus che ha suscitato consensi e ammirazione. La critica d’arte Emilia Ferri ha parlato con competenza e profondità di analisi, ha fatto  raffronti, la mia pittura affiancata alle tele dei maestri che tanto ammiravo: Cezanne, Gauguin, Matisse. Ne sono onorata; forse l’inspiegabile monc3.jpgvelo di silenzio e ombra che grava ancora sulla mia produzione artistica sta per essere sollevato. Lorenzo Fornaca, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, Antonio Barbato e poi Maria Rita Mottola e il marito Giancarlo Boglietti di ALERAMO sono stati i promotori della mia esposizione.  Tutti amici, vecchi e nuovi, tutti plaudenti nella città che tanto ho amato e goduto. La sala al Museo civico di Moncalvo era piena, e c’era gente in piedi. I fasti di Ginevra, quando esposi alla Galerie Motte suscitando l’entusiasmo del collezionista Oscar Ghez e della critica più qualificata sono lontani; ma ricominciare da casa mia è davvero un buon segno.

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DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo www.aleramonlus.it www.facebook.com/museocivicomoncalvo http://www.facebook.com/aleramonlus

www.provincia.asti.it/hosting/moncalvo

Non ce l’ho fatta prima. Perdona

Cara Matilde,
Non ce l’ho fatta prima. Perdona. Ho dovuto invecchiare, viaggiare, avere un figlio, Edoardo Simone, che spesso mi chiede: -Ma com’era la tua amica?- Unica, gli rispondo. Gran personaggio, artista incomparabile e incompresa.
Ho mantenuto la promessa che ti feci mille anni fa, quando, davanti a una cotoletta e a mezza mela discutevamo con passione sull’esistenza, sull’insipida società d’allora che avrebbe distrutto ogni autorità e intelligenza, e su cosa avresti trovato nelle tenebre dell’al di là. -Ti aiuto io, Matilde,- ti dicevo, convinto. -Te la faccio fare io una bella mostra. Non ti preoccupare.- Hai dovuto aspettare molto, troppo. Hai dovuto scivolare nella voragine del Nulla. Ora vaghi nel regno delle ombre che tanto ti assillava. Non puoi vederci all’opera, maneggiare, misurare, scegliere le tue opere con cura e ammirazione, lodando la tua arte, unica, potente, incantatrice. Mi pare ancora di sentirti: -Ciao, sono io, che fai stasera? Sei libero o hai le tue donzelle?- E la mia immancabile risposta: -Al solito posto, alla solita ora. Aspettami.-
matildemario2Ho dovuto conoscere Lorens, l’amico Lorenzo Fornaca, l’editore astigiano che ha pubblicato i libri di Aldo, tuo marito. E poi incontrare Gianfranco Cuttica di Revigliasco e suo figlio Cesare, nobili di nome e di fatto. Con loro abbiamo allestito la mostra al complesso monumentale di Bosco Marengo. E poi ancora l’amico Antonio Barbato, ammiratore sia di te che di Aldo. Anche se temeva l’irruenza del tuo Gin Gin credendolo un cane mordace. Li conoscevi tutti e tutti ti apprezzavano, lodando ospitalità e cordialità che sapevi offrire loro con spontaneità, da autentica gentildonna monferrina. Alla lunga lista di amici ora si aggiungono: Maria Rita Mottola, presidente di A.L.E.R.A.M.O. onlus e suo marito Giancarlo Boglietti. Senza il loro intervento la mostra di Moncalvo non ci sarebbe stata. Matisse italiana ti ha definito Roberto Coaloa, giornalista e storico, giovanissimo frequentatore del Romito, in un suo recente articolo apparso sul giornale LIBERO. Altri ancora ammiravano te ed Aldo come Pierangelo Torielli e Luigi Bavagnoli, speleologi, custodi di segreti tesori dei Saraceni, racchiusi nella valle del Guaraldi. Artefice riservata e assidua di un’arte raffinata e potente, ancora oggi tutta da scoprire, sei stata una grande artista misconosciuta, anche se oggi qualcuno comincia ad accorgersi e ad appezzare la tua pittura. Meglio tardi che mai. Che ne è stato delle nostre elucubrazioni sul mondo, l’arte, l’amore, la filosofia e sulla dignità perduta degli esseri? Mah!? nei più rinomati bar di Torino ti facevi tentare dai bignè alla crema e da certi babà al cioccolato. Davanti a quelle squisitezze non resistevi più di un minuto, golosa, e mentre mi chiedevi: -Secondo te mi faranno ingrassare?- Pensavi al regno delle ombre, agli spiriti, a certi fenomeni medianici di cui eri protagonista o spettatrice. E al mistero che crea la vita e la distrugge. Non finivi di chiederti: Perché? Ma è mai possibile tutto questo?!

Mia cara, unica, ineffabile amica, che ne sarà di noi? Forse qualche anima ben disposta  proverà a salvare la tua e la mia arte dall’oblio. Quale il mistero che ci lega ancora dopo anni dalla tua scomparsa? Non saprei dire. Rimane nella memoria una grata immagine, tu splendente di bellezza e vigore con in braccio l’amato Gin Gin, io, esile, impacciato, timido scudiero alla corte del Romito. Ma ora basta, che l’emozione sbarra il passo a sentimenti e volontà più costruttive. Lorenzo, Gianfranco, Cesare, Antonio, Edoardo Simone, Luigi, Maria Rita e Giancarlo hanno raccolto il testimone, promettendo di promuovere la tua arte, facendoti rivivere ancora, serena, attiva, entusiasta dell’esistenza e dei mille misteri nascosti in grembo al caotico intervallo che si chiama …vita.

L’amico Mario al quale riesce impossibile dimenticare te, Aldo e il vostro magico mondo.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo www.aleramonlus.it www.facebook.com/museocivicomoncalvo http://www.facebook.com/aleramonlus

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Le chiamano nature morte, ma a me sembra che siano più vive di certa gente

9.jpgMario dice che ti guardano. Ma chi ti guarda? Gli ho chiesto un giorno. -Gli oggetti, l’armadio, la tazza, la tovaglia ti guardano.- Lui dice così, ma mi sembra esagerato. Che ti parlino quello sì, se no perché grandi pittori li avrebbero riprodotti? Ceste, gerle, pesci e uccelli morti, noci, meloni, ciotole e compagnia bella. Ti parlano, quello sì, Mario li chiama gli oggetti sensibili e arriva al punto di dire che ti osservano, che hanno un’anima e puoi arrivare anche a interloquire con loro. Aldo dice che il ragazzo ha le traveggole. Mario dice che una volta è uscito di casa fissando un baule e poi, al suo ritorno il baule pareva fosse contento di rivederlo. Lo guardo incredula. -Ma te se mica tutto a posto!- Che attribuisca loro un eccesso della sua ipersensibilità?! Può darsi o magari sono stramberie adolescenziali. A me piace pensare che gli oggetti assorbano e riflettano la nostra sensibilità, il nostro modo di vederli, e li definirei piuttosto poesie, poesie tradotte in immagine tanto è il loro potere di suggestionarci, facendoci soffermare su una mela, un grappolo d’uva, una tovaglia o una bottiglia dal lungo collo. Vorrei che il Monferrato entrasse nelle mie tele. Con la sua poesia, con le sue chiese, con la sua musica.