quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

c’era l’esotismo?

VITTIME DELL’ ESOTISMO
Que reste-t-il de nos amours…
Come dice la canzone, ben poco. 
Dopo una vita di viaggi intensi non resta che una strana confusione, un po’ di amaro in bocca e la sgradevole sensazione di essere stati bidonati. Importa poco dove siamo stati: che sia il Congo, il Sahara, le pianure dell’Asia centrale, le Ande o l’Himalaya. Luoghi esotici comunque, che ai nostri occhi di viaggiatori parevano misteriosi e densi di significati esistenziali. Perchè l’amore per l’esotismo è un amore a tutti gli effetti, con l’inevitabile contorno di passioni ed esaltazioni. E come tale sembra destinato a durare per sempre. Invece, di punto in bianco, finisce. E allora è un po’ come svegliarsi da un sogno, o ritrovarsi miracolosamente in piedi dopo una gran sbronza. 

È in quel fatale momento che si diventa vittime dell’esotismo. 
La parabola esemplare di questo processo è il classico sogno dell’isola deserta. Tropicale, ovviamente, perchè senza sabbia bianca, palme da cocco e orizzonti blu non si può parlare di esotismo a pieno titolo. Un paradiso in terra, apparentemente. Che desiderare di più? Eppure la fregatura è dietro l’angolo: dopo un po’ il blu del mare da sui nervi, il caldo umido diventa un fastidio, le palme che ondeggiano al vento invitano al suicidio alcolico. Fine della corsa. Da un certo momento in poi, improvvisamente, il sogno si trasforma in un incubo. Storia da manuale.
Ma non c’è bisogno di un’isola deserta per entrare nel novero delle vittime dell’esotismo
(o se preferite, vittime delle proprie illusioni e dei propri desideri). Basta viaggiare sufficientemente a lungo fuori dall’Europa, soprattutto nei paesi caldi, ma anche nelle gelide regioni boreali e australi. 

Ciò che qualifica un luogo come esotico non è infatti la latitudine e neppure il fuso orario, bensì la distanza geografica e culturale dal posto dove abitualmente si vive. In parole povere, da casa, nel senso inglese di home. Più la differenza è marcata, più il luogo è carico di esotismo. Per vari motivi, le regioni tropicali ed equinoziali sono fatalmente ai primi posti in classifica. E l’Africa, col suo Mal d’Africa, sta ancora un gradino più in su.
Il luogo esotico presenta generalmente le seguenti caratteristiche: pessime infrastrutture, basso livello di diffusione della tecnologia, popolazione dedita ad un’economia di sussistenza, clima più o meno insopportabile. Spesso nel luogo esotico manca la luce, l’acqua scarseggia e nessuno sembra aver voglia di fare alcunchè, né per sé stesso né per gli altri. Con le conseguenti difficoltà che accompagnano l’esistenza quotidiana, dominata dalla precarietà e minacciata costantemente dal degrado. Razionalmente nulla di allettante, a ragionare bene. 

Ma il punto è proprio questo: nel fascino dell’esotico non c’è nulla di razionale. 

Il fascino dell’esotico è una versione sentimentale del gusto dell’orrido, il risultato di una serie di pulsioni masochistiche che trasformano il sudore, la canicola, le mosche e la polvere – ovvero i disagi del vivere in un luogo ostile – in piacere perverso. Per così dire, grazie al fascino dell’esotico la merda si trasforma magicamente in oro.
Perché allora questa ricerca febbrile, ostinata, senza tregue né compromessi? Perché seguire quello che in fondo in fondo, nei momenti di lucidità o stanchezza, riconosciamo  essere null’altro che un canto di sirene? La risposta non è facile, dato che la faccenda ha a che fare con la psiche umana, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Ma di sicuro c’è qualcosa che non quadra. E’ una fuga, questo è certo, o se volete una diserzione, una renitenza spirituale ad assumere gli impegni della vita quotidiana, a stabilire un rapporto stabile tra noi stessi e il mondo che ci circonda. Sta di fatto che si fugge (si viaggia) alla ricerca di qualcosa di indefinito, verso l’origine dell’arcobaleno, luogo che per definizione non si potrà mai raggiungere. Semplicemente perchè non esiste.

Ammettiamolo: sia come sia, il fascino dell’esotico assomiglia sinistramente a una patologia. Vediamone allora il decorso

Inizia tutto con una lieve ebbrezza, che riveste ogni cosa di un alone scintillante. Una prospettiva alienata, in cui anche il lessico si trasforma, facendo uso sfrenato della peggiore paccottiglia letteraria. Squallide distese steppose o desertiche diventano “paesaggi infiniti”, dove è possibile ritrovare sé stessi, se mai avesse qualche utilità; tribù primitive e dedite all’estorsione sistematica del turista vengono catalogate come “popoli sconosciuti”; banali etnoshow sono chiamati pomposamente  “danze cerimoniali”; villaggi di sterco e paglia “insediamenti tribali”; le bancarelle dei mercati – spesso solo stracci sulla terra nuda, coperti di miserabili mucchietti di verdure stente – diventano “tipici” o peggio “etnici”. Il malato inizia anche ad apprezzare anche il cibo schifoso, magari servito in piatti unti su tavoli traballanti, e si fa gioco di coloro che – ancora sani di mente – ne hanno giustamente orrore. E via, altre idiozie a seguire, in un tripudio di perniciose illusioni. La dabbenaggine attinge le vette del sublime.
Questi i primi, preoccupanti sintomi. Poi la malattia si sviluppa, prende piede. Il mostro cresce, chiede sempre maggior nutrimento. La fame di esotico diventa inestinguibile, il metabolismo emozionale tende alla bulimia. Si comincia a farneticare di nomadi e nomadismo, attribuendo alle categoria virtù esistenziali inventate di sana pianta, ignorando volutamente i valori della sedentarietà, maturati nel corso di decine di millenni di storia umana. La realtà dei fatti non è più necessaria, anzi diventa un ostacolo, un inciampo. 

“I viaggiatori nonsi credono mai forestieri; la loro casa è il mondo” Mason Cooley

E allora bisogna viaggiare, ancora viaggiare e sempre viaggiare in luoghi sempre più selvaggi, remoti e lontani, alla ricerca di quel luogo della mente chiamato in gergo di viaggio: “dove non va nessuno”. Più l’impresa è difficile, più il viaggio è scomodo e irto di difficoltà, più ci si sente eroici. Poi si torna a casa però, perchè l’ horreur du domicile è tutta un’altra cosa, è un lusso per poeti veri e pochi disadattati. Quasi nessuno se lo può permettere. Gran parte dei viaggiatori dell’esotico sono nomadi con residenza fissa (e spesso stipendio fisso): una contraddizione in termini, che salda perfettamente il cerchio della schizofrenia. Una personalità fittizia prevale su quella reale. L’illusione può durare a lungo, anche decenni nei casi più gravi, ma infine giunge al termine.

La guarigione, o meglio il risveglio (spesso solo parziale) è improvviso. Ma i postumi della malattia possono essere seri e duraturi. I viaggiatori dell’esotico sono come i batteri nel classico vaso di Petri: si moltiplicano fino ad occupare tutto lo spazio disponibile e consumare ogni risorsa a disposizione. Poi, raggiunto il punto critico di saturazione, semplicemente si estinguono (come viaggiatori, si intende). Questi esseri umani in negativo diventano ex-viaggiatori, che è come ex-fumatori, con tutte le sequele di pentitismo e lucidità posticce. Le tappe del processo di estinzione del viaggiatore esotista sono imprevedibili: il ritmo può essere molto lento, oppure concentrarsi in un solo, drammatico momento fatale. 
Sia come sia, a un certo punto, il velo si squarcia e il mondo appare per ciò che è: un luogo per lo più spaventoso e invivibile. L’esotico ha improvvisamente perso ogni fascino e interesse. Magari si continua a viaggiare per venire a patti con la propria identità – che sempre si negozia con gli altri, i quali continuano a vederci ostinatamente come incalliti viaggiatori – oppure per semplice inerzia di moto. Come una locomotiva, che per fermarsi ha bisogno di tempo e spazio. Ma si sa che è finita: prima o poi, dopo gli ultimi sussulti sui binari, il treno si ferma. Ciuf-ciuf, eccoci al capolinea, e buonanotte ai suonatori. Il soggetto è ormai una vittima dell’Esotismo conclamata (ormai useremo Esotismo con la E maiuscola, poiché assurto al rango di concetto).

Le caratteristiche principali della “vittima dell’Esotismo”, membro a pieno titolo dell’affollatissimo  Club dei Cuori Infranti, possono così riassumersi:




Prima di tutto una sorta di strana apatia, insofferenza alla normalità quotidiana accoppiata alla noia mortale della sedentarietà. Poi difficoltà a prendere decisioni, sostituite da un perenne susseguirsi di “non so” (in un manuale di medicina di viaggio ancora da scrivere, il fenomeno sarebbe descritto come KNS, acronimo per Know Nothing Syndrome). Quindi nostalgie confuse, fittizie ed effimere; ripiegamento su sé stessi e conseguenti difficoltà affettive; nei casi più gravi si nota l’emergere di risentimenti razzisti, rivolti verso gli abitanti delle terre esotiche, maledetti e odiati perchè colpevoli di essere tali, e per ciò di avervi fregato loro malgrado.

Concludendo
Cari viaggiatori, non pensate di essere esenti dal rischio perchè siete diversi, perchè siete consapevoli, o perché siete più furbi degli altri. Diventare “vittima dell’Esotismo”, presto o tardi, capita a tutti. L’importante, per sopravvivere degnamente nel mondo che vi attende fuori dal tunnel, è riuscire ad accorgersene in tempo e disintossicarsi. Credeteci, ve lo dice uno che ci è passato.
Paolo Novaresio

li incontravamo per strada?

SULLA VIA DELLA SETA IN MOTO
Li ho incontrati quelli come lui. Da soli o in gruppi sparuti e mi chiedevo come facessero a viaggiare da quelle parti, soli soletti. Sulle strade della Turchia, dell’Iran e oltre. Il suo e il mio viaggio che non regge il confronto, visto che la nostra meta era “solo” Kabul, e poi viaggiavo in macchina. Ma questa è un’altra storia. Il reportage di Marcello Anglana ci porta sulla via della seta, in sella a un mostro meccanico di mezza tonnellata, per 26.000 chilometri, da solo, e senza assistenza tecnica, accompagnato esclusivamente dallo sciame di messaggi sms e dall’entusiasmo dei suoi amici che seguivano il suo viaggio. Verso la Russia, attraverso la Siberia, diretto in Mongolia. Una cronaca che mette in risalto questo Marco Polo moderno su due ruote. Marcello Anglana attraversa la Storia, il Tempo, paesi e popoli. Come lui stesso scrive:  – Non ho incontrato semplicemente popoli, ho incontrato la gente, ho incontrato tanti singoli individui, tutti diversi tra loro, ma tutti accomunati dall’entusiasmo, la curiosità, la sorpresa di vedere una persona sola, a cavallo di un veicolo così strano, proveniente da tanto lontano….- La sua è cronaca essenziale, quasi ragionieristica, sullo stato delle gomme della sua moto, la pressione, la fuoriuscita dell’olio dalle forcelle, riporta dove e cosa mangia, dove e come dorme e quanto paga, e poi cosa sogna, ma c’è dell’altro che emerge dalle pagine del suo libro. È la storia di un rapporto con la strada e con il suo mezzo di trasporto. 

Anglana ama la strada e la sua possente Honda, da cui non si separerebbe mai. Un amore corrisposto, visto che la moto, pur ferita, e anchilosata, non lo tradirà lasciandolo per strada. Nulla a che vedere con il libro cult LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA di Robert Pirsig in cui si legge: “La motocicletta non è altro che un insieme di concetti realizzato in acciaio. In realtà non c’è pezzo, non c’è forma che non sia uscita dalla mente di qualcuno…quanto all’acciaio, accidenti, persino quello è uscito dalla mente di qualcuno. In natura l’acciaio esiste al massimo in potenza. Ma cosa vuol dire in potenza?…” No, non è di questo tenore il libro di Anglana, il suo è un reportage che nulla concede alla metafisica o alla narrazione. Non è uno scrittore o un filosofo, è un uomo normale, come me e te, di Lecce, funzionario dell’Agenzia delle Entrate che ha due passioni oltre alla famiglia: la strada e la moto. Queste sì che lo fanno sognare. L’oggetto esclusivo delle sue attenzioni è la super Honda, una gigantessa da governare e accudire. La blandisce, le parla, la accarezza, la fa sorvegliare di notte, la ama di un affetto esclusivo e geloso. Guai a chi la tocca senza il suo permesso. La moto diventa così non un semplice mezzo ma la sua partner esclusiva con cui andare a visitare genti, città, paesi remoti.

Cavallo d’acciaio intoccabile e indispensabile per realizzare il sogno sulla strada, luogo da raggiungere a ogni costo. Inconcepibile per l’autore rinunciare al ritorno a cavallo della sua Honda, seppur ferita. Emozionante l’incontro coi pastori mongoli a cavallo. Anglana ha realizzato l’avventura possibile (come si legge nel forum di Giannipiuma. Anglana sa cosa vuole: un favoloso arco fatto a mano, ad esempio, e sa dove recarsi per comprarlo. Gran viaggiatore ma soprattutto gran motociclista. Noi sappiamo quali sono le insidie che si annidano in quelle strade, a cui lui solo velatamente accenna. Anglana è assimilabile al velista che attraversa l’oceano. È capace di non attardarsi, di non distrarsi, di non lasciarsi prendere da troppe emozioni. Deve infatti tornare sulla strada. “Per me è importante,” scrive Anglana “…per concludere un viaggio, tornare al punto da cui sono partito, a casa mia. E ci tornerò con la mia moto, anche stavolta, almeno ce la metterò tutta. Anche io completerò la mia missione come Michele Strogoff….” Il volume è ricco di informazioni, note di viaggio, dettagli. Ancora una piccola perla, da chi l’avventura ce l’ha nel sangue e l’ha corsa davvero.

c’era la grande foresta?

La Grande Foresta

C’è un libro che non mi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Ho trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente piana, ripetitiva quanto mai, e anticipatrice di Faulkner. Mi piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro. A volte certi capolavori, come questo, non se ne conosce il motivo, giacciono inesplorati, lontani dal clamore pubblicitario e dalla gogna o enfasi della critica letteraria, per rilasciare molto tempo dopo un fascino e una crudezza fuori del comune. È il caso de LA GRANDE FORESTA. Sorta di denuncia radicale, attualissima, e condanna senza remissione contro la furia cieca e devastatrice del progresso che sopprimerà creature uniche come il cane, l’orso primordiale e il loro ambiente. Decisamente attuale, non ti pare?


Il mio insopprimibile desiderio di scrivere su Amazon.

la campana aveva battuto otto tocchi?

Annunciando l’imminente fine del bel marinaio. Gran brutta faccenda sulla nave da guerra Bellipotent. Ore quattro del mattino dopo il rintocco di otto funebri tocchi di campana. Fra l’eco di false accuse di ammutinamento ed esecuzioni sommarie ma “necessarie”, la ciurma mormora. Roba di oltre due secoli fa eppure ancora attuale, nel senso della vicenda e dei personaggi che vi si agitano. Billy Budd ovvero l’atroce destino della bellezza e dell’innocenza accusate ingiustamente in base a oscuri motivi da chi di bellezza e gaiezza ne è privo. L’inevitabile rima con un fato gramo, con la predestinazione, e con l’insondabile volontà di accusare ingiustamente Billy Budd, il bel marinaio.

La storia, di per sé semplice, si svolge alla fine del diciottesimo secolo, quando l’Inghilterra guerreggiava con la Francia, subito dopo il grande ammutinamento del Nore, prontamente bloccato dall’Ammiragliato Britannico.

In questa Marina rigorosamente “ligia al dovere” (l’Inghilterra stroncherà duramente le ribellioni sulle navi per il timore del diffondersi dello spirito della rivoluzione francese) fa la sua comparsa il marinaio Billy Budd, gabbiere di parrocchetto dell’albero di trinchetto. Un allegrone dallo sguardo ingenuo e dagli immensi occhi azzurri, un “uomo ancora fanciullo”, che si dimostra totalmente disarmato di fronte ai casi della vita. Billy Budd è analfabeta, incapace di esprimersi correttamente, balbetta se viene messo in difficoltà.
Entra poi in scena John Claggart, il maestro d’armi della nave, malvagio, contrapponendosi all’indole onesta di Billy. Lo scontro fra i due è inevitabile: Claggart accusa Billy di ammutinamento, un’accusa alla quale nessuno crede, nemmeno il capitano della nave Vere. Ma quando questi mette a confronto Billy con le accuse che gli sono state avanzate e gli chiede di difendersi, Billy, disorientato dall’accusa di Claggart non fa altro che farfugliare. Claggart insiste nell’accusa, e Billy, frustrato dalla sua stessa balbuzie sferra un pugno in faccia a Claggart, uccidendolo.
Il capitano Vere, pur non ritenendo Bully Budd colpevole di ammutinamento, per onorare la rigida legge è obbligato a farlo impiccare a seguito del rapido giudizio dei suoi ufficiali. Esecuzione per capestro. Dio benedica il capitano Vere! esclama Billy prima di pendere impiccato, evitando probabilmente un ammutinamento. Benedirà il capitano in tono melodioso e limpido, di un uccello canoro che fa fremere la ciurma. Billy nel momento dell’impiccagione si colora del colore rosa acceso dell’aurora. Se ne sta andando dritto in cielo. Paga così il suo delitto fatto di irruenza e onestà. Così facendo trasferisce implicitamente la morte sul capo del capitano Vere, unico testimone del delitto.

Ma il vero delitto non è quello del bel marinaio, è quello di Claggart, il capo d’armi, che dalle insondabili profondità del suo odio, dell’invidia e dalla torbida palude della sua anima se ne ha una, fa condannare il marinaio. Tutti i morituri sono soli davanti alla loro fine imminente, anche il vero assassino Claggart è solo a decretare calunniosamente la morte altrui, infine, la sua, mi viene il dubbio che Claggart celasse una volontà nascosta e la propensione ad autoinfliggersi qualcosa di tremendo, e Billy Budd sarà solo davanti alla sua di morte, nonostante le premure del cappellano. E forse il più solo di tutti, perché consapevole, e responsabile di vite altrui, sarà il capitano Vere. Per questo penso che Billy Budd trasmette involontariamente la sua sorte sul capo del suo padre capitano carnefice. Il capitano Vere morirà pronunciando il nome di Billy Budd.

La morte in vita di costui ospiterà l’incapacità umana di risolvere altrimenti il dissidio, inevitabile la condanna del suo marinaio, pur sapendolo innocente nell’intimo. Il padre virtuale del bel marinaio obbedisce alla dura legge vigente sui mari, ligio al ruolo che egli rappresenta. Non credo, in questo trionfo plurimo di morti, siano del tutte estranee alcune dolorose vicende auotobiografiche che hanno afflitto duramente Melville, infatti, dice nostra sorella Wikipedia: nel 1867 il primogenito Malcolm, nato nel 1849, si uccise in casa dei genitori con un colpo di pistola. Il secondogenito, Stanwix (1851-1886), morì più tardi a San Francisco dopo una vita errabonda. Solo la quartogenita, Frances (1855-1938), si sposò ed ebbe quattro figlie, che ricordavano la figura di un nonno molto assorto nei suoi pensieri.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

Isole Salomone, fine ‘800

avventuraFra le mani abbiamo alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000.
Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine ci sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro 

Sulle tracce di quel male, mi sono avventurato, senza troppi mezzi a disposizione. Rileggendo gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e sono partito alla ricerca (virtuale) di Jack, il figlio della foresta.

Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ci avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi.
Ma non è di questo che vogliamo parlare.

Fra le opere del grande Jack abbiamo scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO.
Guardate sulla copertina quanto costava. Le sue pagine non stanno più insieme e dovremmo farlo rilegare. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la nostra ricerca.

Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine. Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente.

L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato, le sue immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così crediamo, si palesa il vero protagonista della vicenda.

Andiamo per ordine. Lei: Fa innamorare quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani. Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quel monello adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.

I negri. Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti viventi con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare.

E poi la Foresta

Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui siamo venuti in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui furoreggia il grande orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate. La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’AVVENTURA è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i nostri indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala, impazzisce e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento.  La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana.

A pagina 278 leggiamo:

Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri.

Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione.

La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e uccise il mitico Jack?

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