c’era l’uomo moderno? (2)

Anche l’uomo che scopre terre misteriose sembra aver fatto il suo tempo, Dopo Specke, Livingston, Carlo Piaggia, il romantico esploratore di fine Ottocento, tanto per capirci, dopo Conrad, Stevenson, London e Melville si torna a giocare in casa, ammirati e abbagliati dalla variegata umanità dipinta da Marcel Proust nei suoi arazzi casalinghi o inquietati dal naturalismo di Zola oppure sconvolti dal nuovo modo di narrare di Louis-Ferdinand Céline. Spetta a lui ricordarci che siamo sull’orlo del baratro e che, parafrasando il titolo di una sua opera, siamo solo all’inizio della notte e non al suo termine. Il viaggio è ancora molto lungo. André Paul Guillaume Gide proporrà una pozione magica per tutti gli uomini, vincendo anche, e con merito, il Nobel; il suo rimedio-diversivo invita ad ascoltare, a gustare, ad abbandonarsi all’abbraccio dei sensi, in grembo alla natura amica, ma è un palliativo, una scorciatoia che non dura. Anche perché, solo dopo qualche decennio, non ci sarà più la natura amica, ma solo natura avvelenata e minacciata. Il sentimento panico affascina nel suo I NUTRIMENTI TERRESTRI e tuttavia non basta, non colma la misura del

vuoto, la voragine che si è creata, la sua medicina è potente ma non cura il male. L’uomo dell’Occidente europeo, ovvero l’uomo ex illuminista, ex romantico, ex decadente, ex nichilista, ex esistenzialista ed ex rivoluzionario è rimasto nudo, e non sa uscire dai metaforici bidoni della spazzatura di Thomas Beckett. I motivi con cui nutrire progetti di futuro latitano. Il Dio tradito e rinnegato che tace sulla sua croce, nel suo ostinato silenzio non ha più voglia di rivelarsi all’uomo che lo respinge ormai da un paio di secoli, se ne sta in attesa e non ha ancora impugnato la frusta…ma la impugnerà mai la frusta? L’uomo dell’occidente vive anche sull’altra sponda dell’oceano. Affolla le opere di Erskine Caldwell, John Ernst Steinbeck Jr. William Cuthbert Faulkner, Nathanel West, Ernest Hemingway e Stephen Crane. Sulla sponda americana si parla un’altra lingua, si nutrono sogni di riscatto e di uguaglianza, almeno sulla carta. Da quelle parti l’uomo inconsapevole di sé, troncate le radici, riparte da zero, perché un altro tipo di seme è stato gettato, attecchendo. Fuggire la vecchia terra corrotta e compromessa, d’origine che non sa rigenerarsi e impalmare la terra vergine d’oltreoceano (senza pagarne l’affitto, tanto c’erano solo

pellerossa.) Ma chi c’è adesso sull’altra sponda dell’oceano? I nuovi protagonisti, le facce nuove, ovvero i personaggi delle opere degli scrittori di cui sopra, che, balza subito all’occhio, risultano essere creature parziali, immature, spaesate, se non proprio tutte squilibrate. Basti pensare a quel film simbolo GLI SPOSTATI del marito di Marylin, Arthur Miller, (e siamo già nel 1961!) pellicola diretta da John Huston con Marylin Monroe, Clarke Gable e Motgomery Clift e a UOMINI E TOPI. Il popolo bambino ospita personaggi ibridi, insicuri, smarriti, precari e disadattati, forse ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA tocchiamo il punto più basso e significativo (stiamo parlando dei tipi umani che Henry Miller incontrerà nel suo IL TROPICO DEL CAPRICORNO. Mica le invento le cose. Leggi la recensione di liberi di scrivere sul libro di West, che conclude con: Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’è un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.

Personaggi nuovi che si agitano in UOMINI E TOPI, LA VIA DEL TABACCO, IL GIORNO DELLA LOCUSTA, IL GIOVANE HOLDEN. L’uomo moderno fuggito sull’altra sponda dell’oceano, spinto da motivi “nobili” in realtà cerca nuova terra gratis e nuovi spazi per erigere torri e opifici che conquisteranno il mondo. Roba vecchia e risaputa. Per farlo, ebbro di whisky e di conquista, ha trascinato la sua sposa gravida fra mille pericoli e insidie. Se leggi LA GRANDE FORESTA di William Faulkner qualcuno ne parla in questi termini e te lo comprendi perfettamente. L’uomo nuovo scarta i vecchi criteri dell’Europa corrotta e incapace di rigenerarsi. Il prezzo si chiama: abbandono del Passato, il premio: creazione di una “nuova civiltà ” surrogata abitata da uomini automi.

Arte, filosofia, storia, cultura europea di qualche millenio alle spalle si sono ridotti a concime per le future generazioni. August Rodin ha realizzato la sua famosissima statuta, Il pensatore, ma gli ha attibuito troppa dignità, troppa seriosa coscienza e profondità nell’atteggiamento di colui che medita. Si tratta di un inganno. Non c’è nulla su cui meditare. Non è così l’uomo moderno. Figli e nipoti di August Strindberg e di UOMINI E TOPI e de LA VIA DEL TABACCO si mescolano a noi. E chi parla e vaneggia, come ogni tanto sento dire in giro, di nuovo Umanesimo e di uomo nuovo alle porte, non sa neppure di cosa stia parlndo e di quanto la sua idea risulti fuori strada e lontana dal vero. Assomiglia a uno sfogo, il mio, ma non lo è. E intanto c’è ancora il virus che non demorde complicando non poco le cose.

c’era l’uomo?

Il teatro ha la funzione di divulgare, esaltare e chiarire il patrimonio mitico e religioso, i grandi e cruciali momenti della storia patria, le irrisolte e piú inquietanti passioni dell’animo umano. Scrive Luigi Lunari nel maggio 1989, presentando le tragedie di Eschilo, edito da UNIVERSALE LETTERARIA SANSONI.
Da AGAMENNONE leggo le parole del soldato di vedetta che scruta l’arrivo di Agamennone:
Qui, sul tetto degli Atridi, accovacciato per terra e con la testa sollevata tra i gomiti a guisa di cane, ho imparato a conoscere le adunate notturne degli astri che brillano padroni luminosi del cielo, …E anche ora aspetto il segnale della fiaccola, il raggio del fuoco che rechi la notizia, che gridi la presa della cittá. Cosí vuole di una donna il maschio cuore impaziente. …Ben venga alla fine la liberazione da questa fatica, risplenda una volta fra le tenebre la buona novella del fuoco…Voglio danzare io stesso il proemio dell’inno…Possa io dunque, al suo ritorno, prendere e baciare la mano del mio signore….
Dal CORIFEO:
Il decimo anno è questo da quando il grande aversario di Priamo, Menelao re con lui Agamennone, duplice trono e duplice scettro avuti in onore da Zeus, saldo giogo di Atridi, da questa terra uno stuolo di mille navi argive levarono, esercito vendicatore. ….

E nel QUINTO EPISODIO della tragedia:
EGISTO Bada, anche domani io ti posso punire.
CORIFEO No, se un dio guidi a queste case Oreste.
EGISTO Si sa bene che le speranze sono il cibo degli esuli.
CORIFEO E tu fai pure, ingrassati di delitti, insudicia Giustizia, puoi farlo.
EGISTO Mi pagherai cara questa tua demenza, ricordati.
CORIFEO Ardito sei e tronfio come un gallo davanti alla gallina.
CLITENNESTRA Non badare a questi vani latrati. Io e tu, padroni ormai di questa reggia, ristabiliremo l’ordine come si deve.

da LE COEFORE
Zeu, Zeu, vieni a vedere quello che qui accade! Vedi la prole dell’aquila fatta priva del padre….

DOPO TREMILADUECENTOVENTI ANNI:

da VERSO DAMASCO
Lo sconosciuto dice: Ci sono momenti i cui mi sembra di portare in me il peccato e il dolore e il sudiciume e la vergogna del mondo intero, ore in cui credo che perfino la cattiva azione , perfino il delitto, siamo punizioni che ci vengono inflitte! Lo sai, sono stato malato, tempo fa avevo la febbre, e fra l’altro, fra le tante cose che mi succedevano, mi sognai una croce senza crocefisso. Quando interrogai un domenicano sul significato quello rispose: Tu non puoi credere che lui soffra per te e allora soffrici tu, per te!
LA SIGNORA dice: Ed è perció che le coscienze cominciano a farsi tanto pesanti quando non c’è nessuno che ci aiuti a sopportare.

Da FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett dice HAAM, cieco e costretto sulla carrozzella: Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in un qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me…Ho fatto male a sedermi, ma visto che mi sono seduto resteró seduto …Quando riaprirai gli occhi il muro non ci sará piú. Intorno a te ci sará il vuoto infinito, tutti i morti di tutti i tempi non basterebbero risuscitando, a colmarlo, e sarai come un sassolino in mezzo alla steppa….Ma riflettete, riflettete, ormai siete al mondo, non c’e piú rimedio….La fine è nel principio eppure, eppure si continua…piantare le unghie nelle crepe e trascinarmi avanti a forza di polsi. Sarebbe la fine e io mi chiederei che cosa mai l’ha fatta arrivare e io mi chiederei …perché ha tanto tardato. Se riesco a tacere, e a restare tranquillo, mi saró liberato del suono e del movimento

Sono passate alcune migliaia di anni da quando la sentinella sul monte scrutava l’oscuritá cercando un segnale che annunciasse il ritorno di Agamennone in patria. Quello che nel frattempo è successo sino ad oggi non si puó dire confortante. Perché? Ti ho fatto qualche esempio prendendo a prestito dal teatro tre giganti che mi servono nell’occasione: Eschilo, Strindberg e Beckett. Le loro opere mettono in scena l’uomo e le sue vicende e cosí facendo (qui il tempo gioca un ruolo fondamentale) qualcosa cambia dentro l’uomo, mentre le vicende, si puó dire rimangono uguali a se stesse, come l’aria che si respira. È l’uomo che è cambiato nel profondo. Dalla tragedia greca grondante sangue e destino, in AGAMENNONE, allo stupore per la disgregazione in essere e ancora in divenire di ogni relazione sociale, parentale, religiosa, in VERSO DAMASCO, sino alla méta ultima, ovvero la celebrazione e messa in scena della vuotezza dell’esistere con quella frase sintetica e senza speranza che la sottende: Siamo in vita. Ormai non c’ è piú rimedio.

in FINALE DI PARTITA. Cos’è accaduto? Tutto, ovvero l’impensabile: L’uomo si è squagliato. Non c’ è piú. Al suo posto ci sono due orride creature bianche e senza gambe, collocate in due bidoni della spazzatura, e due dialoganti che si scambiano parole senza senza senso, descrivendo il nulla e mettendo in scena la fine del significato stesso della parola, in FINALE DI PARTITA. Ovvero siamo partiti da gesta epiche, da conquiste di cittá, gesta titaniche e febbri eroiche, e da personaggi correlati con gli dei per finire allo sfacelo di relitti psico fisici, relegati in una stanza perché fuori non c’è piú nulla e il deserto incombe. Sentimenti forti e barbari hanno lasciato il passo alla dissoluzione di significato, relazione e dell’uomo stesso. La vedetta esulta perché il re sta tornando vittorioso. Dolore, gioia, tradimento, vendetta e omicidio si attestano in Eschilo: tinte forti dell’uomo che vive, dibattendosi fra amore, odio, delitto e vaticinio. Le tinte forti colorano un costante fiume di sangue e i personaggi rappresentano un mondo inevitabile, tuttavia coerente con la natura umana primeva piú autentica. Per migliaia di anni accade inevitabilmente. Cosí da far sperare a qualche speranza di miglioramento? Ti chiederai. Macché! Si è tentato, quello sí. Duemiladiciannove anni fa è stata messa una pezza per rattoppare l’esistenza dell’uomo con l’idea, il patimeno della croce e la redenzione. E il Dio d’amore ha tenuto banco assai bene, che la luce divina fosse bastante a rivelare veritá e sentieri da percorrere è stata fino a ieri una solida evidenza. Poi alcune cose son cambiate, l’idea di Dio si è suicidata. Dai sentimenti e dalle pulsioni di morte-vita sino all’uomo smarrito e in disarmo di Verso Damasco, e oltre, sino alla negazione di ogni speranza, sino alla negativitá assoluta in FINALE DI PARTITA, dove Dio non viene neppur preso in considerazione. La vedetta che deve annunciare l’arrivo di Agamennone scruta con ansia nel buio, essa stessa parte della natura dell’uomo di allora, in FINALE DI PARTITA nessuno fa parte di nulla, essendo il nulla sovrano, anche qui c’è qualcuno che scruta, come la vedetta, lo fa con un cannocchiale salendo su una scaletta e sa giá che dalla finestrella col suo cannocchiale, non scorgerá che il nulla, il deserto esteso fuori dalla stanza, non scorgerá nessun evento come l’arrivo del re ma il grigiore di una natura senza maree, senza vita…Non piú vita, né desiderio, ma l’orrido finale non sense che si trascina, in cui si è giá estinto l’uomo. E te mi vieni a raccontare l’ottimistica novella che il mondo è in costante progressivo miglioramento. Che bisogna darsi da fare e il…progresso, ossia il senso del nulla attuale, sará servito in tavola. C’è da mettere qualche puntino sulle vocali I, non ti pare? Occorre prendere fiato, non c’è piú sangue, ovvero nemmeno tragedia, (ci sarebbe almeno qualcosa con la tragedia.) Ormai siamo in vita, non c’è piú speranza. Il tragico leitmotiv incombe. Per una lettura approfondita di Beckett ti rimando ad Adorno, auguri se ci capisci qualcosa.

Il linguaggio nega se stesso e il parlarsi si rivela un inganno, perché gli individui non possono comunicare conversando, (la comunicazione annuncia che non è piú possibile alcuna comunicazione, scrive Paolo Bertinetti, introducendo l’opera. FINALE DI PARTITA. Fuori di qui è la morte dice Hamm, non ci sono piú maree, non ci sono piú onde, …tutto è zero. L’incubo vissuto dai personaggi: un banale quotidiano, ovvero il nostro mondo di sempre, quello in cui gli uomini sono condannati a vivere. Beckett pensa che il peccato sia quello di essere venuti al mondo e la cui vita di patimenti è espiazione, l’espiazione di tale colpa, improntata ad una negativitá assoluta…In un mondo preoccupato unicamente del denaro e del successo a qualunque costo, desideroso soltanto di essere confermato nelle proprie volgari ed egoistiche certezze, la negazione beckettiana ci costringe in qualche modo a ripartire da zero, a ripensare alla mancanza di senso- del mondo in cui viviamo alla luce della sua laica spiritualitá, continua Paolo Bertinetti. Fammi dire che FINALE DI PARTITA è una tragedia senza sangue in cui il senso impazzito ha dissolto ogni legame col presente e coi personaggi che brancolano nel buio. Un punto d’arrivo che parte da molto lontano, dalla vedetta in attesa del re Agamennone, e che giunge sino al presente, esausto e svuotato, sino ai due tragici pupazzi viventi e senza gambe, rinchiusi in bidoni della spazzatura. Ogni allusione ai vecchi di oggi, languenti nei cronicari è puramente casuale. O no?

I miei insopprimibili indizi di scrittura

cercavi il meglio in tutti i libri?

Mi piace pensarlo, anche perché lo rilevo di continuo. Un riscontro che, se ci pensi bene puoi verificare sempre anche tu. In ogni opera che si rispetti esiste un must, ovvero un’idea, un sentimento, una situazione, un paesaggio o personaggi così significativi da riuscire significativamente e indiscutibilmente migliori di tutti gli altri in altre opere o nell’opera stessa. Per bellezza, profondità, fascino. Dei must che sono insuperabili. Mi scopro ovvio a verificarlo; una cosa molto bella o profonda primeggia su tutte le altre, ogni opera ha delle parti trionfanti, incomparabili, migliori di ogni altra analoga in altre opere. Ti faccio qualche esempio per far chiarezza a te e a me. C’è una scena ne Gli isolani di Hemso di August Strindberg in cui si taglia l’erba di un prato: semplicemente incantevole, il quadro corale dei mietitori, della natura sconvolta dal loro avanzare, superbamente descritta, avverti l’odore dell’erba appena tagliata dalle falci, raccolta da una falange di fanciulle al seguito dei mietitori, munite di rastrelli, il turbinio di insetti che si allontanano, spaventati, ci senti la mano dell’uomo che corregge la natura, senza tuttavia guastarla, la freschezza, il trionfo di un paesaggio vivissimo, ridente e non banale. Sono scene ma possono essere ambienti o caratteri che diventano riferimento, punto massimo di espressione, per espressività e intensità, così da diventare dei must, degli unicum, come nell’ iIllustre casata Ramirez, ad esempio, di José Maria de Eça de Queiroz, definito Proust del Portogallo. Se vuoi sapere dell’anima portoghese, ad esempio, e di com’era il Paese alla fine dell’Ottocento c’è solo quel ritratto magistrale, insuperato. Cosa e come pensano, cosa mangiano, a cosa aspirano i Portoghesi. Pensare ai libri come a contenitori di bellezza, significato, sentimento e unicità per andare a colpo sicuro cercando quel brano che ti aveva così tanto colpito. Ad esempio c’è una scena in Padri e figli di Ivan Sergeevic Turgenev, che, seppur ho dimenticato gran parte del libro, mi riporta ancora a una emozione netta e vibrante, è relativa a due anziani genitori che si inclinano sulla tomba del loro figlio, stroncato da una malattia epidemica letale non curata (consapevolmente trascurata?) Non ho riscontro in altre opere di quanto sia commovente la scena. Una infinità di esempi, ogni opera ha i suoi must. come il ripudio della guerra e della sua insulsaggine, ad esempio, nell’urlo levato da Lev Nikolaevici Tolstoi in SEBASTOPOLI, in cui sentimenti, rancore strazio e pietà per i ragazzi soldati smembrati dai cannoni francesi si alternano dopo che graziosi pennacchi bianchi di fumo fioriscono dalle bocche dei cannoni, a costellare la pianura. E sempre per stare in tema di massacri e affini se vuoi sapere com’e andata a Napoleone in Russia devi, a tappe, si intende, sorbirti le milletrecento pagine di GUERRA E PACE. Ne vale la pena.

La morte che arriva. Pum! O l’orrore che si respira nelle ultime pagine di BENITO CERENO di Herman Melville, quando si scopre il vero motivo dello strano comportamento e dell’angoscia del capitano Benito Cereno, tenuto in ostaggio camuffato da una banda di schiavi ammutinati, dotati di pugnali e machete. Inutile cercare confronti con altre scene analoghe, Melville era maestro in queste genere di cose. Personaggi e scene che ti sono rimaste impresse e che ora primeggiano come la figura del boxer anziano che sogna una sugosa bistecca che la moglie non ha potuto preparargli prima dell’incontro, perché non le fanno piu credito dal macellaio. O come la scena del vecchio pellerossa, vecchio e malato, abbandonato dal figlio capotribù , da solo in mezzo ai lupi, con qualche stecco per il fuoco. Non credo ci sia qualcuno, su questo tema, con questa forza che abbia scritto qualcosa di meglio e di analogo come ha fatto London. Allora mi piace considerare la letteratura del mondo come un gigantesco arazzo, in cui gli autori, da millenni, esprimono il meglio e in questo meglio primeggiano incontrastati, descrivendo qualcosa, qualcuno, dando vita a scene uniche, di spessore e fascino ed espressività incomparabili. Potrei scrivere sino a domattina di questo e quello e quell’altro ancora e te potresti rispondere col meglio che ti ha colpito, Io darei solo un pallido esempio di quanto la letteratura del mondo intero sia importante a rappresentarci, anche a futura memoria, se le condizioni lo richiedessero. E del grande Garcia Marquez e del suo realismo magico e del teatro shakespiriano che rappresenta, sonda, analizza e distrugge il potere, in ogni sua declinazione non ne parliamo? Per non sottacere RE LEAR del grande William, se vuoi sapere del rapporto fra padre e figliolanza, complicato da una eredità mica da ridere. Ma da solo come si fa? non ho cento vite, quelle forse basterebbero a segnalare e raccontare qualcosa di noi. Ho detto: qualcosa…