Trieste: Statua sì statua no?
La contestazione rivela quanto sia ancora viva e ricca di fermenti la sua figura. Alzi la mano chi può dire di aver studiato tutta l’opera di Gabriele D’Annunzio. Staremmo forse sulle dita di una mano. Voi ed io. Ho dato la mia tesi di laurea su Gabriele d’Annunzio, relatore il professor Marziano Guglielminetti, Palazzo Nuovo Torino, luogo di intense contestazioni rosse ai tempi del Sessantotto e oltre.

D’Annunzio appare in posa dimessa, mi pare di scorgere. Siete stati al Vittoriale? Vi siete auto inflitti la lettura della sua opera e le Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi? Avete letto il Notturno e Meriggio? E la morte del cervo? D’Annunzio fascista? Atrocemente falso! Un falso storico che non so a chi interessi sostenere. Ovvero le distorsioni di un mito. Una volta per tutte: Nella sua opera tutto parla di eroicità, di mito, di eroismo, di proclami, di riesumazione e promozione dell’ antica Gloria italica che col Fascismo (quel fascismo) ci stanno come i cavoli a merenda. Alla stessa stregua condanniamo Giulio Cesare e le sue legioni, ovvero gran parte del nostro passato. Qualcuno se la sente? I suoi diretti riferimenti sono il mito del superuomo, anzi, dell’ultrauomo, del resto Friedrich Wilhelm Nietzsche aveva appena deposto i suoi frutti (avvelenati) a proposito dell’uomo nuovo, allora perché non mettiamo all’indice anche il filosofo tedesco, così il professor Gianni Vattimo si mette a strepitare, e a ragione. Grandissimo D’Annunzio, solo in alcuni suoi lavori (ma questo discorso esula dal tema attuale della contestazione. Oppure visto che nutriamo (ancora!) dubbi sulla sua appartenenza al regime, (e solo per quello!) diciamo che i suoi versi regali valgono poco! Bestemmia! Non ci sto.
D’annunzio uomo di pace rappresentato mentre sommessamente e malinconicamente sfoglia un libro su una pila di libri? Questa è la statua contestata? Semmai è la statua a dover essere commentata e l’atteggiamento del poeta perché me lo presenta rinunciatario, non perché sarà collocata dove deve esserlo. Una statua che gli corrisponde solo in parte perché presenta D’Annunzio come uomo di pace, che D’Annunzio non fu mai, anche se alla fine prenderà le distanze dal suo attivismo sfrenato, dalla gloria, dall’eroe, dalla sua indole stessa. A chi non capiterebbe dopo aver tanto vissuto? Ma non è un rinnegarsi il suo, se mai un ripiegarsi. Non fu mai uomo di pace D’Annunzio, non sarebbe stato l’erede di antichi miti in cui voleva specchiarsi, sostenerlo significa imbrattare il vero storico con menzogne tendenziose e insostenibili e danneggiare la sua grandezza ammirata all’estero che ne fa un binomio inscindibile di poeta soldato. Preferisco D’Annunzio in compagnia di Natale Palli su un biplano nel cielo di Vienna o a cavallo, a Fiume fra i suoi legionari. D’Annunzio da fastidio al PD? Siamo ancora a questo punto? Non ci posso credere! Tu da che parte stai? Destra, sinistra? Se sei di destra sei un fascista reazionario, bombarolo, massacratore e tiranno, se sei di sinistra un bolscevico esecrabile che giustificava i crimini di Stalin e Mao. Questi sono I giudizi che vogliamo? Tutto ciò che attiene o si riferisce o ricorda quel tipo di antagonismo storico politico, ancora oggi va criticato e ostacolato e messo all’indice dalle parti avverse, a quanto pare ancora oggi inconciliabili. D’Annunzio suscita ancora polemica e il suo nome va rimosso dalle strade! Allora rimuoviamo qualche centinaio di nomi nostrani. Magari anche quello di Machiavelli. Ma noi non siamo Americani ai quali basta rimuovere qualche statua per sentirsi in pace con la coscienza; viva D’Annunzio sono tentato di gridare. Ma non voglio farlo. Uomini come lui non finiranno di sollevare domande, di porre in dubbio verità di parte, o ancora, evidentemente troppo vicine per potersi definire vera storia. La polemica va colta nel suo aspetto positivo, ma va scissa dalla condanna tout court perché: D’Annunzio fiumano, guerrafondaio, capo di un manipolo di sfegatati col pugnale sguainato. Così non fu, o meglio: non fu solo così. Offendere le terre giuliane dal delicato equilibrio socio politico? altro errore! Il dente duole ancora? Protestiamo forse Fiume che ridiventi italiana per qualche bandiera di troppo? Un gesto incongruo e insostenibile che nuoce alla comprensione. Una buona volta occorre riguardare al passato non con spirito di parte o con atteggiamento preconcetto. È tempo di farlo.
A me sarebbe piaciuto che a sollevare contestazioni fossero stati non appartenenti al PD, vorrei dei contestatori capaci con cui confrontarmi, non i petulanti contestatori di una statua, vorrei tentare un dibattito, serio, definitivo, scrupoloso, anche se difficilissimo, dicendo anche a me stesso che se ti piace il nero non può piacerti il rosso e viceversa, ma non ha semplicemente alcun senso denigrare ciò che è grande di suo e a prescindere, intoccabile, invidiato da mezza Europa, cioè il nostro poeta soldato solo perché ha usato il Fascismo, e voleva divertirsi ancora un po’ con mitraglie, siluri e aerei, e il bel gesto e le pose col pugnale sguainato, non sono pose fasciste ma “romane”, andate a leggere la carta del Quarnaro, non a discolpa sua ma a spiegazione delle sue gesta. D’Annunzio non ha bisogno di essere scusato, condannato, osteggiato, ma solo studiato e compreso. Ce la facciamo una buona volta a non prendere posizioni a priori? Gli stranieri farebbero carte false per avere fra le loro memorie gente come lui. Lo sa il PD questo? Ho amicissimi e parenti stretti che hanno militato in Lotta Continua e stimati professori (defunti) ex comunisti ammiratori di Togliatti, ma che mai si sarebbero sognati di denigrare il nostro D’Annunzio. Farei carte false per sentire dire a un ex comunista italiano (quelli veri, non la confusa melassa di oggi): amo D’Annunzio per quello che ha scritto e farei ugualmente carte false per sentire uno di destra dire: ho studiato Gramsci, ho studiato Engels, apprezzo molto del loro pensiero. Da li bisogna partire per il confronto.
Il partigiano comunista parente di una mia amica ed ex collega di lavoro, ammazzato inseguendo il sogno di una internazionale rossa sulle barricate di Parigi, contro i nazisti, lo ammiro e lo rispetto per la fedeltà alla sua idea (anche se dovessi suscitare scandalo) e tuttavia mi soffermo e rifletto sulle pagine di Julius Evola, che considerava D’Annunzio un teatrante che badava alla cornice. Evola, il filosofo della Tradizione, che intimorisce ancora in Italia, (ma non all’estero) che si rivoltava contro il mondo moderno, condannando sia il comunismo che il capitalismo. Ce la facciamo, dico io, tutti quanti a tornare grandi, invidiati, ammirati, come un tempo, Italiani, degni del nostro nome, e perché no? insieme ai nostri vicini amici slavi, ma occorre deporre le fionde di cui disponiamo e smetterla di tirarci sassi.
Quelli del PD che lo vogliano o no devono sapere che Gabriele D’Annunzio appartiene anche a loro. E per la cronaca:
In Francia la biografia del Vate è stata scritta dall’Ambasciatore Maurizio Enrico Serra, rappresentante permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, insigne studioso di cose letterarie, che con il volume dedicato a D’Annunzio termina la personale ‘trilogia italiana’.
Sono oltre 700 pagine sotto il titolo D’Annunzio le Magnifique (Grasset 2018, euro 30), con scheda editoriale audace: “Gabriele D’Annunzio fu lo scrittore-personaggio più imitato del suo tempo. Henry James, Shaw, Stefan George, Heinrich e Thomas Mann, Karl Kraus, Hofmannsthal, Kipling, Musil, Joyce, Lawrence, Pound, Hemingway, Brecht, Borges e tutti i francesi – da Remy de Gourmont a Cocteau, Morand Yourcenar – tre generazioni di intellettuali lo hanno letto, studiato, copiato.
Occorre smetterla col denigrare i protagonisti della nostra trascorsa grandezza. Tanto grandi rimangono, nonostante le nostre diatribe. Un italiano grande, unico, “mitico” e imparagonabile fu D’Annunzio. Senza se e senza ma.
Non è infine per spirito polemico che cito un altro “grande” italiano….forse l’ultimo grande, sebbene atipico: Pier Paolo Pasolini, ma forse ne’ a lui ne’ al Vate giovano le statue, bensì lo studio, la lettura imparziale del loro pensiero oltre al rispetto, infine l’orgoglio di sentirli nostri e italiani.
La dialettica degli opposti può anche rimanere inconciliabile (con pace precaria di tutti) ma il livello del confronto non deve comunque situarsi all’infimo gradino su cui posa un quesito effimero: statua si, statua no. Se no, facciamo ridere l’Europa, che ci invidia d’Annunzio. E l’ignoranza dei molti non è mai stata buona consigliera.
Il sottoscritto Mario Paluan, esule italiano e auto confinato volontariamente oltremanica si rivolge direttamente a:
Vittorio Sgarbi, Claudio Magris, Giorgio Rossi, assessore alla cultura Veit Heinichen, intellettuale politicamente corretto e giallista, Alessandro De Vecchi, promotore della petizione anti statua, Borut Klabjan, studioso triestino, Roberto Di Piazza, sindaco di Trieste, Kolinda Grabar Kitarovic Presidente croata
Vodka Obersnel sindaco di Fiume, capi del PD locale di Trieste
A queste persone va il mio ringraziamento per essersi interessati e aver preso parte a una polemica dibattito rinnovando così il mito e la figura del Vate.



Bon, chiuso, stop. Non se ne parla più di figli, Non posso averne, del resto ho la mia età. Aldo è distrutto, a chi andranno le sue cose? Il titolo nobiliare, e i suoi studi! La nostra casa, le nostre idee, tutto il suo archivio di storico?! Abbiamo amici, d’accordo, possiamo guardarci intorno, un erede adottato? Ma mica è la stessa cosa, e poi la faccenda non mi piace. Gli amici sono amici e basta. Non c’è il figlio? Pazienza, è andata così, mica c’è da impazzire, invece Aldo non mangia e non dorme. Gli passerà, sta preparando altri libri, altri scritti. Intanto io non mi rassegno a fare la madre fallita e qui sono dietro casa mia, al Romito, in una bella giornata d’ottobre. La vita deve andare avanti! Con o senza figlio, anche se a pensarci mi viene un magone pazzesco, per me, ma soprattutto per Aldo.
Matilde si muoveva raramente, organizzò un lungo, e per lei faticoso viaggio, e venne a portarmi il quadro, che si vede di fianco, nella mia casa in Brianza, in provincia di Milano, dove allora abitavo. Insieme al quadro mi portò, però, anche una voluminosa cartella, di quelle grandi, da pittore, con dentro decine di fogli da disegno constudi vari e abbozzi di figure che riguardavano tutti Padre Pio. A quanto ho potuto capire in seguito, osservando quei disegni, in quel periodo, anni 1994-1995, Matilde Izzia deve avere dedicato molta attenzione al “frate con le stigmate”. In quei grandi fogli ci sono abbozzi per una specie di storia dei momenti emblematici della vita del santo: le estasi, le visioni, le stigmate, le guarigioni, Padre Pio che insegna, Padre Pio che soffre, Padre Pio che prega: scene che richiamano le storie popolari come venivano raccontate negli antichi ex voto. Matilde deve aver meditato a lungo sulla vita e sul messaggio di Padre Pio e deve essersi impegnata con passione per cercare modi significativi per raccontarlo con la sua arte. Non so se poi abbia realizzato i quadri abbozzati nei disegni, ma il suo progeera importante e grande. Di tutto questo avrei voluto parlare con Matilde, ma non ho potuto farlo perché, dopo quell’incontro, non l’ho più vista. Non so perché abbia voluto portarmi, insieme al quadro, tutti quei disegni riguardanti la sua ricerca pittorica su di lui. Forse voleva ringraziarmi perché, con i miei libri, avevo contribuito ad aumentare la sua conoscenza di Padre Pio. Può darsi, ma non lo so. E quando guardo il quadro che sta nel mio studio, mi sembra di vedere, accanto alla figura di Padre Pio, Matilde che, con un sorriso dolce ed enigmatico, mi scruta. In quel quadro, Matilde ha ritratto Padre Pio secondo un piano americano. Il religioso tiene le braccia aperte e mostra le stimmate delle sue mani dalle quali escono vistosi rivoli di sangue. È un quadro sereno e gioioso. Il colore dominante è il marrone chiaro del saio francescano, che si spande, come una luce soffusa e discrete, per tutta la tela, anche sul volto del personaggio, che è incorniciato dalla barba bianca e da corti capelli grigi. La testa del santo è appoggiata a una grande croce di luce, intorno alla quale danzano oggetti imprecisati, rotondi, di varie dimensioni, di color marrone chiaro, con al centro macchie bianche, che creano una atmosfera di festa e che potrebbero richiamare presenze soprannaturali, angeli, astri, pianeti e cose del genere. Il volto di Padre Pio è quasi sorridente. Ma di un sorriso che palesa anche un dolore acuto, espresso con la tipica contrazione facciale di chi ha nel corpo una piaga viva, aperta, martellante, e sta attento a non fare movimenti inopportuni per non accentuare lo spasimo, che però egli non odia, non rifiuta, anzi lo interiorizza, lo vive e vorrei dire lo ama. È un atteggiamento singolare e insieme emblematico. “Trasmette”, secondo me, in modo perfetto, lo stato d’animo del santo. Padre Pio è consapevole che quelle misteriose piaghe, con le quali convive giorno e notte, sono sì un martirio ininterrotto, ma sa che sono anche il mezzo con cui può testimoniare il suo amore per Dio e per il prossimo, come aveva fatto Gesù sulla croce. E poiché il suo amore per Dio e per il prossimo è grande, immenso, egli affronta quel dolore lancinante abbracciandolo, amandolo, diventando lui stesso “dolore sorridente”.
Tutta per me. Finalmente. La mostra di Moncalvo, fra amici, ed appassionati di pittura, fra gente che si ricordava di me e di Aldo, e dei momenti trascorsi insieme in un non lontano passato. Persone commosse che non vogliono dimenticare, che intendono tenere vivo il ricordo del Romito, delle mie tele, del lavoro di Aldo, della passione che lega noi e loro nel segno del Monferrato e delle sue bellezze. Una selezione delle mie tele: solo donne, questo era il tema, un excursus che ha suscitato consensi e ammirazione. La critica d’arte Emilia Ferri ha parlato con competenza e profondità di analisi, ha fatto raffronti, la mia pittura affiancata alle tele dei maestri che tanto ammiravo: Cezanne, Gauguin, Matisse. Ne sono onorata; forse l’inspiegabile
velo di silenzio e ombra che grava ancora sulla mia produzione artistica sta per essere sollevato. Lorenzo Fornaca, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, Antonio Barbato e poi Maria Rita Mottola e il marito Giancarlo Boglietti di ALERAMO sono stati i promotori della mia esposizione. Tutti amici, vecchi e nuovi, tutti plaudenti nella città che tanto ho amato e goduto. La sala al Museo civico di Moncalvo era piena, e c’era gente in piedi. I fasti di Ginevra, quando esposi alla Galerie Motte suscitando l’entusiasmo del collezionista Oscar Ghez e della critica più qualificata sono lontani; ma ricominciare da casa mia è davvero un buon segno.


Ho dovuto conoscere Lorens, l’amico Lorenzo Fornaca, l’editore astigiano che ha pubblicato i libri di Aldo, tuo marito. E poi incontrare Gianfranco Cuttica di Revigliasco e suo figlio Cesare, nobili di nome e di fatto. Con loro abbiamo allestito la mostra al complesso monumentale di Bosco Marengo. E poi ancora l’amico Antonio Barbato, ammiratore sia di te che di Aldo. Anche se temeva l’irruenza del tuo Gin Gin credendolo un cane mordace. Li conoscevi tutti e tutti ti apprezzavano, lodando ospitalità e cordialità che sapevi offrire loro con spontaneità, da autentica gentildonna monferrina. Alla lunga lista di amici ora si aggiungono: Maria Rita Mottola, presidente di A.L.E.R.A.M.O. onlus e suo marito Giancarlo Boglietti. Senza il loro intervento la mostra di Moncalvo non ci sarebbe stata. Matisse italiana ti ha definito Roberto Coaloa, giornalista e storico, giovanissimo frequentatore del Romito, in un suo recente articolo apparso sul giornale LIBERO. Altri ancora ammiravano te ed Aldo come Pierangelo Torielli e Luigi Bavagnoli, speleologi, custodi di segreti tesori dei Saraceni, racchiusi nella valle del Guaraldi. Artefice riservata e assidua di un’arte raffinata e potente, ancora oggi tutta da scoprire, sei stata una grande artista misconosciuta, anche se oggi qualcuno comincia ad accorgersi e ad appezzare la tua pittura. Meglio tardi che mai. Che ne è stato delle nostre elucubrazioni sul mondo, l’arte, l’amore, la filosofia e sulla dignità perduta degli esseri? Mah!? nei più rinomati bar di Torino ti facevi tentare dai bignè alla crema e da certi babà al cioccolato. Davanti a quelle squisitezze non resistevi più di un minuto, golosa, e mentre mi chiedevi: -Secondo te mi faranno ingrassare?- Pensavi al regno delle ombre, agli spiriti, a certi fenomeni medianici di cui eri protagonista o spettatrice. E al mistero che crea la vita e la distrugge. Non finivi di chiederti: Perché? Ma è mai possibile tutto questo?!
Mario dice che ti guardano. Ma chi ti guarda? Gli ho chiesto un giorno. -Gli oggetti, l’armadio, la tazza, la tovaglia ti guardano.- Lui dice così, ma mi sembra esagerato. Che ti parlino quello sì, se no perché grandi pittori li avrebbero riprodotti? Ceste, gerle, pesci e uccelli morti, noci, meloni, ciotole e compagnia bella. Ti parlano, quello sì, Mario li chiama gli oggetti sensibili e arriva al punto di dire che ti osservano, che hanno un’anima e puoi arrivare anche a interloquire con loro. Aldo dice che il ragazzo ha le traveggole. Mario dice che una volta è uscito di casa fissando un baule e poi, al suo ritorno il baule pareva fosse contento di rivederlo. Lo guardo incredula. -Ma te se mica tutto a posto!- Che attribuisca loro un eccesso della sua ipersensibilità?! Può darsi o magari sono stramberie adolescenziali. A me piace pensare che gli oggetti assorbano e riflettano la nostra sensibilità, il nostro modo di vederli, e li definirei piuttosto poesie, poesie tradotte in immagine tanto è il loro potere di suggestionarci, facendoci soffermare su una mela, un grappolo d’uva, una tovaglia o una bottiglia dal lungo collo.