c’era il Vate?

Il 1 marzo 1938, moriva Gabriele D’Annunzio. Uno dei poeti, scrittori ed intellettuali più importanti del nostro Paese. La sua espressione più celebre fu “vivere inimitabile”. Frase che, in effetti, riassume benissimo ciò che sono state le sue esperienze e tutta la sua esistenza. Una vita che non può essere imitata. 

Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante. Già dai primi studi mostra subito un grande interesse per la letteratura ed è proprio negli anni del collegio che pubblica la sua prima raccolta poetica (Primo Vere). Tanto che lo si potrebbe definire una sorta di ragazzo prodigio!

L’esperienza romana

Si trasferisce a Roma ai tempi dell’università, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere ma non termina gli studi. Il periodo romano sarà soprattutto un periodo di lavoro giornalistico, vita mondana, frequentazione di salotti letterari e aristocratici ma anche grandi amori e grandi tradimenti.

Per un letterato a quel tempo poteva essere facile ritrovarsi in questi vortici di passioni e vita sregolata. Sulla base di questo inizia a scrivere i suoi primi romanzi dando voce a quello che viene definito il movimento dell’Estetismo di cui D’Annunzio è il più grande rappresentante in Italia soprattutto con il suo famosissimo romanzo, Il Piacere.

Il movimento dell’Estetismo

L’Estetismo è un movimento che deriva direttamente dal gruppo del Decadentismo, il cui concetto di fondo è la rottura con la società e con l’arte ufficiale classica. Si ha un grande bisogno di allontanarsi dalla massa borghese, tanto da scandalizzarla, rompendo con le tradizioni letterarie passate. L’Estetismo è la variante che più ci interessa quando parliamo di D’Annunzio, in quanto, è un atteggiamento che coinvolse tutta l’esistenza.

In linea con la parola estetica, consiste nella filosofia che si occupa delle sensazioni, della bellezza, dell’arte. In letteratura l’Estetismo implica un culto del bello, in quanto è molto importante il modo in cui le opere appaiono, devono essere piacevoli alla vista, al tatto, alla lettura, devono sconvolgere, esprimere lusso e distacco da tutto quello che è comune. Il romanzo che meglio di tutti concretizza le tematiche dell’Estetismo e che anzi aiuta la diffusione di queste idee in Italia è Il Piacere che vedremo fra poco.   

Il concetto di Superuomo

Ma la vita lussuosa che conduce a Roma lo sommerge di debiti e per scappare ai creditori comincia un periodo di spostamenti per la Penisola. Giunto a Venezia conoscerà l’attrice Eleonora Duse, il grande amore della sua vita, alla quale si ispirerà nelle sue scritture.

Questo è anche il periodo in cui, leggendo Nietzsche, si avvicina al concetto di superuomo, colui che si distacca da ogni convenzione, rinascendo come spirito libero e animalesco contro le restrizioni civili e sociali. Secondo questo concetto scrive Le Laudi, una raccolta di componimenti poetici nel quale appare il concetto di superuomo affibbiato all’idea di un Eroe greco di vitalità irrefrenabile.

Dalla vita politica agli ultimi anni di vita

Il suo periodo politico lo vede deputato del Regno d’Italia. In questa veste lotta affinché il nostro Paese entri in guerra, durante la Prima Guerra Mondiale. Parteciperà direttamente al conflitto in alcune battaglie aeree, ma riportò gravi ferite, come la perdita della vista ad un occhio.

In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritira dalla vita politica e passa gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda fino alla sua morte avvenuta il 1 Marzo 1938. L’importanza della sue opere è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.          

Federica.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

il Vate prendeva appunti?

IL VERSO È TUTTO

Così diceva. Per il verso sperimentò la vita e sfidò la morte. Nel segno di una vitalità spasmodica e senza limiti. “Non ne posso più. Non ho mai avuto tanta ansia, neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro. Perché? Perché sono maturo per la morte. Impresa di Buccari-Gennaio 1918. L’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore. I comandanti e i marinai mi aspettano su la riva. I motoscafi sono pronti col loro doppio siluro unto, color d’oro. ” Soldato fra i soldati, eroe fra gli eroi. Il trionfatore, il tribuno, ultra-uomo, esteta e poi Vate; tollerato, usato e poi scaricato da Mussolini che lo aveva relegato al Vittoriale, perche se ne rimanesse buono buono.  Un grande del ‘900 per merito di pochi versi, di alcune opere in prosa, in grado di sprigionare una musica rara che incanta ancora oggi. Versi assolutamente unici, come unico era Gabriele, l’ultra-uomo, capace di trasformare la sua stessa vita in opera d’arte, sperimentando tutto l’sperimentabile che il suo tempo poteva offrire.

Amori, imprese guerresche, viaggi, politica sono semplicemente puntate febbrili di una vita incredibilmente densa e vorticosa, che lo porta a interloquire anche col regime fascista. (Non sappiamo se corrisponda al vero il fatto che Hitler gli avesse messo alle costole una spia donna). Nella ghiotta edizione di Mondadori ci sono i Taccuini, con copertina rigida, ricoperta di stoffa azzurra edizione a cura di Enrico Bianchetti e Roberto Forcella (1965). Il libro contiene una riproduzione di alcune pagine dei TACCUINI scritte dallo stesso D’Annunzio. Perché ho scelto proprio questo libro? Perché contiene i mattoni con cui costruirà le sue opere di cui oggi non sappiamo più che fare, tanto sono ingombranti e fuori dal tempo. Così enfatiche, retoriche, estetizzanti. Tranne alcune,di eccezionale fattura e di enorme suggestione. Le altre, la maggioranza, sono folte di arringhe, commemorazioni e sfide autentiche alla morte, come queste: Compagni, alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave dei nostri capi. Ma non vuole pianto né rimpianto questo celebre ucciso e distruttore.  (in morte di Francesco Baracca, il famosissimo aviatore). Ma i Taccuini contengono anche questi appunti di viaggio: 4 fazzoletti Dr. 22 Miele Dr. 20  Loukum Dr. 30  Sigarette Dr. 20  3 scialletti sorelle Cicciuzza (scarpe e vestiti) Mario scarpe portafogli  Pagato a Costantino Cicolo L. 50 Pagato allo stesso con una tratta (Vallardi) L. 55  Abiti portati in yacht Abito completo grigio ferro Idem a quadretti minuti bianchi e neri Commissioni per Venezia: Occhiali da presbite n°12. E poi appunti sulle cose da vedere, comprare, sulle opere da sviluppare.  Un libro per intenditori, ma non solo per gli amanti del Vate.
Da altri appunti apprendiamo che uno dei suoi camiciai era M Sanguinetti con negozio in corso Vittorio Emanuele 7 e 8 a Milano. E Umberto Tallino faceva il domestico in Via Borgospesso 25 a Milano. Appunti del soldato, dell’uomo, del poeta e del viaggiatore che, con molta cura, annota nomi, iscrizioni, targhe, che registra emozioni e sensazioni in un ordinato caleidoscopio dove c’era scritto l’elenco dei regali da acquistare per amici, parenti, amanti. Un uomo con una altissima considerazione di se stesso (come dargli torto?)

Uno scrittore che faceva tutt’uno con il combattente, il tribuno, il politico, l’esteta, il vagheggino e l’uomo di mondo. Grandissimo nell’opera Alcione, e nel Notturno (solo in quelle?) ma al contrario di Pirandello, (deceduto due anni prima di lui) che fruga nel profondo della psiche umana, anticipando un uomo al di là da venire, comunque imminente, egli era alle prese col suo mito, e con quello del superuomo di evoliana memoria, anche se il filosofo siciliano lo considerava un teatrante. E poi da chi scrive MERIGGIO, STIRPI CANORE, LA MORTE DEL CERVO e IL NOTTURNO cosa si può volere ancora?

Elsa Morante, definita non mi ricordo più da chi Pizia di tempra durenmattiana, negli anni ‘ 60 era intervenuta in una controversia fra linguisti. Dicendo: non è vero che aggettivi come “stupido”, “imbecille”, “cretino” sono perfettamente sinonimi, intercambiabili. Niente affatto. Per esempio, Carducci era stupido, Pascoli era imbecille e D’Annunzio un autentico cretino.  Credo che il marito di Elsa Morante, il signor Alberto Pincherle Moravia fosse perfettamente d’accordo con lei, incapace di celare sentimenti ostili e di rivalsa verso il Vate probabilmente per le mete e i risultati che D’Annunzio aveva conseguito e lui invece no, pluricandidato deluso al Nobel e tuttavia destinato a rimanere a bocca asciutta, senza poi riferire della sua invidia per la messe di cuori femminili all’attivo del poeta nazionale.

Un articolo interessante di Repubblica su D’Annunzio del 28 febbraio 2008 mette in luce l’avversione patologica di Natalino Sapegno contro il Vate, ma non era il solo ad avversare l’eroe di Fiume. Sull’articolo ci troverai cose interessanti come: D’Annunzio ha incontrato quella che in un passo del romanzo, in anticipo su Sartre, definisce «una insopportabile nausea di vivere», le «acque morte e venefiche » della malinconia.

Il prossimo post sul “divino” Gabriele sarà di Federica che lo ha già pubblicato sul suo blog il mondo della ragazza creativa che ti invito a visitare. Passo e chiudo

Ernest si era infatuato del Vate?

La notizia l’ho ricavata da un ritaglio di giornale ingiallito, probabilmente del 1984; l’articolo è di Franceso La Valle e il giornale è IL GAZZETTINO. Se fai qualche ricerca scopri quello che ho scovato io e che merita nuova attenzione. Ve la riporto come l’ho letta, evitando di commentare.
Americani Sul Grappa – Documenti E Fotografie Inediti Della Croce Rossa Americana in Italia Nel 1918
GIOVANNI CECCHIN Published by Asolo 1984. 

Ancora un libro, memorie, due personaggi stratosferici, così lontani eppure così intimamente legati nell’ammirazione che uno provava per l’altro, non so se ricambiata, e poi nella disillusione per un sogno andato in frantumi. Ernest Hemingway e Gabriele D’annunzio. Ovvero la strana coppia. Scrive lo scrittore americano: “mentre fumavo, vagavo col pensiero al grande amatore che, esaurito l’amore per la donna, stava ora spremendo sul suo infuocato cranio le ultime gocce di amor patrio. Com’egli avesse messo da parte i decreti delle nazioni per fare il filibustiere. Questo eroe ormai vicino al disarmo. Un amante che era solo fallito in una ricerca, quella della morte in battaglia. Avrebbe egli incontrato la morte che cercava o sarebbe stato di nuovo beffato?

Pensavo all’ultima volta che l’avevo visto quando scese dalla carlinga dopo il raid della Serenissima su Vienna. Come, con quel suo aspetto di vecchio avvoltoio calvo, egli s’era sfilato il pugnale con l’impugnatura d’avorio che portava alla cintura sopra il maglione di aviatore e disse al pilota: “Tu hai perseguito il tuo obiettivo, io no!”, e s’incamminò via. Mentre pensavo a questo D’Annunzio e guardavo dalla battagliola, mi sentii premere contro le costole la punta di un pugnale e una voce mi sibilò “Che fiamme?” “Fiamme nere” ansimai contro il parapetto.” Benissimo Scribe Frog Eyes (scribacchino occhi di rana). Finalmente si salpa, mi disse in inglese “Voltati…Grifone sta pilotando fuori il piroscafo…stai andando a Fiume Scribe. abbiamo requisito la nave stanotte. “Diavolo d’un Picks! Ora siamo lontani dal Grappa!” dissi. ….” Ora tutti gli Arditi sono laggiù col Gabriele. Bisogna stare nel gruppo. Questa sì che è vita.”
firmato Ernest Hemingway.

Nell’articolo ci leggi anche: A Chicago Hemingway nel 1922 scriveva del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” e l’articolo di Francesco La Valle conclude: In un personaggio della complessità di Hemingway, l’dentificazione ambivalente con D’Annunzio è sempre stata presente. Nel 1922 scriveva di lui nel contesto della famosa intervista a Mussolini: “D’Annunzio,… il vecchio calvo, forse un po’ matto, ma del tutto sincero e divinamente coraggioso fanfarone”E ancora nel 1950 in DI LA’ DAL FIUME E FRA GLI ALBERI: “il grande meraviglioso autore de IL NOTTURNO”. E fu proprio dal D’Annunzio musico della parola, oltre che “eroe” che Hemingway fu profondamente influenzato: dalla “magia” di una prosa fonica e ritmica, di semplicità e complessità evocative della musica. Tutte cose da approfondire, non ti pare?

Lasciami solo aggiungere una considerazione a margine, che ha il sapore dell’ovvio. Poteva forse continuare all’infinito quell’epoca di eroi, l’esaltazione del sangue bramoso di gloria e della mente che agognava nuove mete, emergenti come un fiume in piena nelle pagine del IL LIBRO ASCETICO DELLA GIOVINE ITALIA e nei discorsi esaltati con cui il Vate arringava i suoi legionari? Poteva andare oltre quell’avventura dello spirito, del sangue e delle armi, eredità ardenti ma scomode della prima guerra mondiale? Non poteva, è la risposta, infatti già si stava preparando il tempo nuovo, quello della normalità, della mediocrità dei nuovi soggetti politico sociali europei, anche se sarebbe occorsa una nuova guerra. L’eroismo, l’esaltazione, come l’amore e l’ardimento sono fratelli della giovinezza, quella che il vecchio avvoltoio calvo e un po’ matto, secondo Hemingway, ma sincero, non si rassegnava ad aver perduto; la normalità per lui era morte, ma non quella cercata in battaglia, bensì quella che esige oblio, silenzio, tacita rassegnazione, asservimento a nuove regole di vita per preparare una terra senza eroi, né proclami.

il Vate infuocava i suoi fedelissimi?

Alberto Moravia lo detestava, anche per il numero inarrivabile di conquiste femminili e perché forse vedeva nell’oggetto del suo scherno quello che lui non avrebbe mai potuto essere. Mentre la moglie Elsa Morante diceva esplicitamente che Carducci era un idiota, Pascoli un cretino e D’Annunzio un emerito imbecille; Pasolini, che era loro amico, ne parlava pochissimo e male. Avrai così capito che sto parlando del Vate, dell’ultimo grande italiano, del mito ultimo d’Italia. Con la sua scomparsa si seppellisce un’epoca, va in pensione l’Italia eroica, combattente della Grande Guerra coi suoi cinquecentosessantamila morti italiani. Non ci sarebbe stato più spazio in futuro per uno come lui e per quelli che lo osannavano.
Prima di abbandonare l’Italia ho fatto visita al Vittoriale, doveroso omaggio al Vate: mausoleo, clausura, dimora traboccante cimeli, D’annunzio sembrava che fosse appena uscito da una delle sue stanze. Così diceva: “Io dono il Vittoriale agli Italiani, considerandolo un testamento d’anima e di pietra…” Con lui sparisce l’esteta, il retore, sparisce il soldato (autentico) anche se il barone Julius Evola, che peraltro aveva apprezzato i suoi scritti, lo definiva “teatrante”. Puoi detestare la sua figura di avvoltoio vecchio e calvo, come lo descriveva, pur ammirandolo, Ernest Hemingway, e quella spasmodica ricerca del bello e inimitabile, puoi scegliere alcuni suoi versi e stamparteli in mente, di eccezionale bellezza quelli di Alcyone, e amare quella prosa sonora che pare abbia influenzato la scrittura di Hemingway. Con D’Annunzio muore colui che sfidava la morte, cercandola sul campo di battaglia, come momento estetico inimitabile, senza tuttavia riuscire trovarla. Nel volumetto pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE c’è tutto l’ardore e l’ardire del poeta che si fa uomo d’arme, del tribuno che lamenta l’Italia eroica tradita da una vergognosa pace mutilata. Ignorare D’annunzio, figura apprezzata e studiata a livello internazionale, è impresa senza senso e parlare di lui oggi è come aggiungere gocce a una mare di scritti, articoli, analisi, tesi, critiche e infine riscoperte. Dal volume di ITALIA O MORTE cito alcuni passi significativi:

A pag. 18: Non si tratta di avanzare verso il benessere ma verso la grandezza. Anche la fame e la discordia possono essere artefici della grandezza futura.
A pag. 28: Che valore hanno i segreti dei trattati laboriosi – espedienti della fede fiacca e della paura intempestiva- al paragone delle diritte volontà eroiche?
A pag. 38: Io e i miei compagni non vorremmo più essere Italiani di un’Italia rammollita dai fomenti transatlantici del dottor Wilson e amputata dalla chirurgia transalpina del dottor Clemenceau.
A pag. 58: Non vedo potenze contro di noi, nel senso dello spirito, nella specie dell’eterno. Non vedo se non grossi e piccoli mercanti , grossi e piccoli usurieri, grossi e piccoli falsari.
A pag. 92: Per lui (Natale Palli) come per ogni spirito eroico “il sogno è fratello dell’atto e anche la morte non è se non un atto creatore, il più misterioso e virtuoso degli atti creatori
A pag. 145: La Grande Guerra aveva sprigionato dall’uomo tutte le essenze sublimi; aveva abolito i limiti noti del coraggio e del patimento;…Veramente la bellezza eroica precipitava e traboccava sul mondo come un torrente di maggio…
IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE

“Osare l’inosabile, questo il mio scoglio” uno dei suoi motti, non più oggi, non è più nostro quel primato di allora, quello nuovo sta altrove, appartiene ad altri popoli, ma è anodino e di natura molto diversa dal precedente italiano.

Quello che forse D’Annunzio non poteva intendere è che un popolo d’eroi non può che vivere sulla punta delle fiamme di un incendio, di un tumulto del sangue, ma che le fiamme poi, volenti o nolenti, si spengono per lasciare posto alla “normalità” che non è mai epica o eroica per costituzione, lasciando macerie fumanti e infine fredde e immemori, come quelle tipiche dei nostri giorni. Sta a te, a me, “almeno” non dimenticare quello che siamo stati e chi ci rappresentava facendosi interprete del nostro essere latente più profondo, questo fino a poco tempo fa. E, ci tengo a sottolinearlo, vorrei che la sua figura e le sue opere fossero patrimonio comune di tutti noi, al di là di ogni credo, orientamento o appartenenza politica.

I prossimi post saranno dedicati alla sua figura, che riserva inesauribili “sorprese”.


c’erano le api?

E ogni altra sorta di fastidioso terribile insetto? Non dirmi che non ti senti più tranquillo quando vai a fare scampagnate. C’era sempre da stare all’erta, fra api, vespe giganti e aggressivi calabroni di importazione provenienti dall’Asia. E dunque: ti ricordi quando ronzavano le api? Finalmente siamo riusciti a farle sparire dalla faccia della terra! Qualche buona notizia ci va, era ora! Quando si dice il progresso! E miracoli della ricerca scientifica. È bastato modificare la percentuale del glifosato in pesticidi e diserbanti particolarmente indigesti alle api e ci siamo liberati di loro!

E pensare che si pensava di sospendere la produzione di pesticidi e di vietarne l’uso! Quelli della citta di Corinaldo poi, a difendere a spada tratta l’ambiente parlando dell’effetto dell’impiego distruttivo di diserbanti indigesti per gli insetti impollinatori, dedicando particolare attenzione proprio alle api. Quante esagerazioni! Ci sono state perdite nella produzione di molti cibi, questo bisogna ammetterlo, ma è un fatto, prevedibile di cui si era già a conoscenza, chiamiamolo danno collaterale. La duttilità e la digeribilità della nuova plastica ad uso alimentare ha tuttavia definitivamente risolto il problema. Del resto confetture, propoli, fragole, formaggi, yogurt e miele sintetico prodotti dalla macerazione in atmosfera controllata di alghe e foglie d’acero clorinate e dalla distillazione dell’ultima spremitura di vinacce (tutti brevetti statunitensi!) consente produzioni alimentari succedanee a quelle “naturali” che va oltre ogni più ottimistica e promettente previsione. Il miele naturale dipendeva dal lavoro degli insetti, cose davvero riprovevoli al giorno d’oggi: dipendere dagli insetti! Se ci pensi un po’ fa anche ribrezzo. Fra parentesi il miele sintetico è buono, fa bene alla salute, quasi quanto quello naturale, lo dice la pubblicità, è digeribile e dietetico e puoi sceglierlo fra seicentoventi retrogusti diversi e anche facilmente reperibile in ogni supermercato. La sparizione radicale delle api dalle nostre città e campagne in via (si spera) definitiva va incontro a nuove idee di progresso che non hanno timore di contrastare vecchi e immotivati timori, infrangendo consuetudini plurisecolari. Alla fine, pensaci bene: è solo una questione di abitudine, come l’anacronistico: leggere un libro o scrivere con carta e penna! Vuoi mettere la portata e la rilevanza delle gare internazionali di video giochi a cui assistono centinaia di migliaia di spettatori. Ma non farmi divagare. Plastica è bello e Plastica è presente e futuro! e Plastica gustosa e digeribile! Dicevamo. Per la nostra salute e per il nostro portafogli. E poi pensaci un attimo: Mica ti porti le api su Luna e Marte quando colonizzeremo i due pianeti. E allora dove sta il problema? Una volta assuefatti e tranquillizzati che non c’è davvero pericolo ad assumere sostanze a base di anidride ftalica modificata e di diisononilftalato contro il cui impiego si sono levati i clamori delle associazioni ambientaliste ed ecologiche di mezzo mondo, siamo tutti tranquilli. Quelli non vogliono nemmeno sentir parlare di radicali contromisure atte a liberarsi di effetti nocivi di fastidiosi insetti fuori controllo.

Esagerati! Anche se pungevano raramente, la vista di un alveare in piena attività non era del tuttto rassicurante, bisognava allontanare i bambini e avvisare qualcuno di esperto se non gli stessi pompieri che ci avrebbero pensato loro a rimuovere il nido. Ma quelle erano le famigerate vespe, con le api non c’entrano. E poi quei proclami così allarmistici che sostenevano che la scomparsa delle api avrebbe portato a danni davvero devastanti per le nostre economie: In particolare, fino al 35 per cento della produzione di cibo a livello globale dipende dal ruolo svolto dalle api. Delle 100 colture da cui dipende il 90 per cento della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api e, solo in Europa, ben 4mila diverse colture crescono grazie alle api (dati Unep – United Nations Environment Programme).– Questo significa che, se questi preziosi insetti sparissero, le conseguenze sulla produzione alimentare sarebbero devastanti. Chi impollinerebbe le coltivazioni? L’impollinazione artificiale è una pratica lenta e costosa mentre il valore di questo servizio, offerto gratis dalle api di tutto il mondo, è stato stimato in circa 265 miliardi di euro all’anno. Questo dice il sito NON SPRECARE.it. Diserbanti e prodotti chimici per l’agricoltura ci hanno aiutato a disfarci degli insetti, dico io, del resto ci sono i musei per ammirare coleotteri e insetti in genere, se uno proprio soffre di nostalgia.

Okei, ci sei cascato! Ammettilo. Per un attimo hai pensato: ma questo è matto! SPERO TU NON CREDA UNA PAROLA DI QUANTO SCRITTO SOPRA! Se pensassi davvero così sarei un pericoloso criminale da rinchiudere, istruire e riscolarizzare e da tenere sotto osservazione. Le cose stanno esattamente al contrario e sottosopra. Pensate che ho monopolizzato tre quarti del mio orto per nutrire ogni sorta di api!

Ce ne sono di enormi, super indaffarate e nere ma basta non disturbarle mentre si succhiano i miei fiori di salvia, mora e lavanda. Se le api sparissero sarebbe un disastro, una di quelle vergogne storiche per far contenti quelli della Bayer e della Monsanto che di pesticidi se ne intendono, vivendoci alla grande e prosperando sulla pelle delle api e mia e tua. E poi non vorrei anche che se la prendessero quelli del favoloso sito di Corinaldo. Bravi loro che prendono a cuore i loro luoghi meravigliosi e di grande suggestione! Se mai dovessi rientrare in Italia Corinaldo sarebbe il primo luogo in cui andrò! Passo e chiudo.

Philip Marlowe indagava?

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Se anche te, come me ti abbandoni alle delizie del brivido e del giallo qui c’è una cosetta mica male; un capolavoro. Fiumi di inchiostro versati per elogiare la grandezza di questo autore gattofilo e con la pipa in bocca e le sue opere, divenute ormai un classico della letteratura. Chi dice: crimine, pistole fumanti, bionde favolose e conturbanti e America anni Quaranta dice Raymond Chandler. Un ambiente fascinoso e violento e di grande presa sul lettore.

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Interpretazioni sociologiche e corsi universitari sull’opera di Chandler. Ne avevo seguito uno anch’io all’università Palazzo Nuovo di Torino. Maestro del giallo e inventore del celebre investigatore Philip Marlowe. Perché ne parlo? Perché ho riletto per la quarta volta, a distanza di anni, Blues Bay City e ancora ho scoperto cose nuove. Come se fosse un vero classico.
Chandler ha scritto opere in cui psicologia e azione si intrecciano, ricchi di ritratti d’ambiente, suggestivi nella loro veridicità. Ma non solo, tralasciando l’aspetto meramente poliziesco, questi noire ci parlano di un’America segreta, notturna, di luoghi in cui il crimine appare così ovvio e connaturato con l’ambiente e coi personaggi da sembrare come evento ed epilogo naturali, quasi scontati.
Un unico modo di concepire l’esistenza: all’insegna della violenza, pieno di omicidi, abiti scintillanti, donne strepitose e cappelli flosci Borsalino. come fossero stelle cadenti.
È un’America assonnata, notturna, quella che Chandler tratteggia, popolata da bionde ubriache dalle curve mozzafiato, poliziotti ambigui che la sanno lunga, da gorilla guardaspalle grandi come montagne, da baristi e portieri di notte, sempre al corrente di misfatti, occultamenti e fughe. Fra ville misteriose e strade male illuminate, dottori equivoci alle prese con siringhe di morfina, il crimine dilaga; questa è l’America che in Blues di Bay City prende il sopravvento; gente con la pistola facile che usa il cloroformio come acqua di colonia e lo sfollagente come fosse un pettine. Una scialba umanità sconfitta, dedita al delitto come unica soluzione di vita. Di onesti ce ne sono davvero pochi in circolazione, e se ci sono, sembrano comunque coinvolti (poliziotti in primis) in un fango indigesto che porta un solo nome: vizio senza riscatto. Col suo strascico di morti ammazzati. Scotch a fiumi, per sciacquarsi denti e budella. Pistole che spariscono e ammazzano, informatori e loschi camerieri che raccolgono sui divani di night club aspiranti cadaveri.  E la trama? Il meccanismo è sempre il medesimo. Tutto comincia da una telefonata di Violetta Mc Gee della squadra omicidi. Per simpatia, affetto o altro, avvisa il nostro detective. Il quale spesso esce con le ossa rotte e senza intascare i soldi nemmeno per un panciotto usato. Ma lui chi è?

Certo John Dalmas, padre di Philip Marlowe, un individuo che deve possedere un fascio di neuroni concentrati sulla meccanica dei crimini e sul modo per dipanarli. Uno che poteva fare solo quello nella vita: fiutare, come un segugio implacabile, spiegando nauseato, amareggiato e senza trionfalismi, la trama dei delitti. Dalmas si dedica ai crimini come un maestro delle elementari cura i propri scolaretti, con la stessa partecipazione. E il paragone finisce lì perché i maestri non vengono cloroformizzati né trattati con lo sfollagente. Quello che invece succede a ogni pagina al nostro detective. Grande Chandler.

UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI Blues di Bay City
e altri racconti di Raymond Chandler.
Traduzione dall’inglese di Attilio Veraldi. Con una copertina dell’ufficio grafico Feltrinelli assai suggestiva.
Nel 1980 l’avevo pagato 3500 lire. Non si può dire che fosse proprio a buon mercato.

il Barone non voleva essere chiamato “Maestro”?

Alla voce Mao Tse Tung il dizionario di Filosofia della Rizzoli del 1977, revisione e bibliografie di Emanuele Ronchetti dell’università di Milano, redattore capo Italo Sordi si legge: Rivoluzionario, pensatore e uomo politico cinese, figlio di contadini, eccetera…ma la parola criminale non compare, possibile che quelli della Rizzoli ignorassero le sue nefandezze a carico del suo popolo? Ovviamente il dizionario riporta i nomi di Marx, Lenin, Sartre, Marcuse e anche Nietzsche, dedicando loro ampio spazio. Il libro di Jung Chang e Jon Halliday MAO the unknown story sostiene che a carico del dittatore cinese ci sono, malcontati, circa settanta milioni di morti. Ovvero un criminale sfuggito al giudizio della storia. Rammento ancora, sbarbatello, i cortei per le vie di Milano e Torino che gridavano: Boia Johnson! (non che questi fosse un’anima candida) e Viva Mao! E altri studenti che avevano rifiutato un incontro con Alberto Moravia sbattendogli in faccia la porta e dicendo: “Mao sì, Moravia no.” La RIZZOLI mi dovrebbe spiegare perché non ho trovato sul suo dizionario le voci che cercavo: Evola, Tradizione e Rivolta contro il mondo moderno, la sua opera più complessa ed esaustiva. Forse perché il Barone Julius Evola era colluso col Fascismo anche se critico non poco nei confronti di Mussolini e perché teneva contatti col Nazismo, da cui peraltro veniva spiato, perché individuo sospetto. Chi teme ancora questo personaggio? Gigante del pensiero europeo, filosofo controcorrente del Novecento. Perché Mao sì e lui no?
Dopo questo lungo preambolo introduttivo ecco un libro appena pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI. Curato da Gianfranco De Turris IL RITORNO DEL BARONE IMMAGINARIO, una raccolta di diciassette racconti ispirati a questo, per certi versi, enigmatico personaggio, che ha subito e tuttora subisce l’ostracismo di critici e storici italici. Racconti che hanno Evola, il Barone ritornato alla ribalta, per protagonista.

Un puzzle di brevi narrazioni fantastiche e realistiche, tutte interessanti, basate su personaggi, fatti e luoghi reali, che concretizzano una idea di Gianfranco De Turris, curatore del volume, il quale nell’introduzione del libro scrive: “Julius Evola resta in fondo l’unico e forse ultimo tabù della cultura italiana del secondo Dopoguerra. Questo libro che segue il primo è un po’ la risposta per dimostrare che Evola è una personalità/personaggio tale da superare tanti ostracismi al punto da indurre una quarantina di scrittori a porlo al centro di altrettante storie…io credo che il Barone, quello in carne ed ossa ci avrebbe celiato su dopo averlo letto.” Le opere di Evola sono conosciute all’estero e la loro diffusione è crescente, ma l’Italia lo elimina dall’elenco dei grandi protagonisti del pensiero occidentale. Il volume publicato, da IDROVOLANTE EDIZIONI è un omaggio dovuto e sentito all’uomo ironico e autoironico che ha sempre rifiutato l’etichetta di Maestro o di Guru. Nelle foto il suo ritratto durante la Prima Guerra mondiale e un suo dipinto dadaista. Il volume pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI va così incontro a un’esigenza, una curiosità di sapere, alla volontà di non dimenticare l’uomo e la sua opera ancora avvolte nel limbo di un incomprensibile ostracismo, dettati probabilmente da trascuratezza e timore. Ma occorre non mitizzare Evola, non lo avrebbe gradito.

Che il filosofo, storico esoterista e pittore Dada risulti oggi un antidoto è evidente, le sue analisi e tesi appaiono, dopo decenni, lucide e profetiche; a chi si rifiuta di studiarlo o anche solo di prenderlo in considerazione bastano evidentemente lo sfascio, l’oblio di grandezze trascorse, l’approssimazione infine, caratteristiche del nostro essere moderni. Ma i balbettii di chi cerca e non trova nessun appiglio nell’odierno, ovvero le stimmate del sordo e del cieco, non possono costituirsi valori di riferimento in alcun modo. Il Nichilismo di Nietzsche del resto ha fatto il suo tempo da un pezzo. Delle innumerevoli frasi che emergono dall’opera di Evola, superato l’imbarazzo della scelta, ne scelgo alcune tratte da RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO: “L’uomo tradizionale sapeva della realtà di un ordine dell’essere molto più vasto di quello a cui oggi corrisponde di massima la parola “reale”. Oggi come realtà, in fondo, non si concepisce nulla più che vada oltre il mondo dei corpi nello spazio e nel tempo. …Le basi della gerarchia e della civiltà tradizionale, in tutto e per tutto sono state distrutte dalla trionfante civiltà “umana” dei moderni…”

c’era la donna angelicata?

Dovreste farlo anche te. I benefici non sono cosa da poco. L’età che avanza, il mondo del lavoro che ti mette da parte perché non servi più. Per cui il tempo a disposizione aumenta dopo aver aiutato a sbrigare faccende domestiche. Però devi possedere una punta di masochismo per fare certe cose. Quali? Leggere Dante ad esempio, senza maestri aggiunti o canti interpretati da Gassman e Benigni. Dico la Divina Commedia a costo di apparire bizzarro o fuori dal tempo. Dico Dante perché se vuoi capire l’Italia di oggi con le sue magagne e i suoi poteri “occulti” deve partire da quelle pagine e sorbirti le accuse gridate che Dante lancia anche contro la Chiesa, definita corrotta e meretrice. Strano che l’avessero lasciato vivo allora. Che il divino poeta ce l’avesse con Bonifacio VIII lo sanno anche gli scolari delle medie, e con i frati gaudenti e con le alte gerarchie del papato e con la corruzione e il malcostume civile e morale del mondo che mal vive, comprese le donne fiorentine succintamente vestite. Il suo grido rimane tuttavia e ovviamente inascoltato, mi sembra normale, come inascoltato risulterà quello di Tolstoy dopo aver scritto il suo SEBASTOPOLI, ma quella è una’altra storia, pare insomma che sette secoli siano passati invano. Siamo di fronte a un uomo medievale (bella scoperta dirai te) nelle idee, nelle concezioni del mondo, ma proiettato in un futuro che, buon per lui, non conoscerà. La sua modestia, il suo castigarsi di fronte a Beatrice cela a fatica una smisurata presunzione (a ragione ) di se stesso, la sua opera travalica i secoli per proporsi attuale e accusatoria verso questo lembo di terra un tempo privilegiato da natura, dei e sorte e oggi popolato da piccoli uomini. Le sue pagine parlano estesamente anche della donna e del suo ruolo nella società. Vai a leggere cosa scrive a proposito di Beatrice quando la incontra in Purgatorio. Lei lo sgrida mica poco, lo striglia per bene, facendolo vergognare di sé, dicendo che si è lasciato traviare da attrazioni esclusivamente mondane, lo umilia, lo confonde, irritata e offesa. Ti tolgo un po’ di fatica nella ricerca e dal canto XXX del Purgatorio riporto:

Alcun tempo il sostenni col mio volto: 
mostrando li occhi giovanetti a lui, 
meco il menava in dritta parte vòlto.                             123

Sì tosto come in su la soglia fui 
di mia seconda etade e mutai vita, 
questi si tolse a me, e diessi altrui.                              126

Quando di carne a spirto era salita 
e bellezza e virtù cresciuta m’era, 
fu’ io a lui men cara e men gradita;                               129

e volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promession rendono intera.                         132

Né l’impetrare ispirazion mi valse, 
con le quali e in sogno e altrimenti 
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!                                    135

Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
a la salute sua eran già corti, 
fuor che mostrarli le perdute genti. 

Altroché donna angelicata! E lui per i suoi rimproveri addirittura sviene. Perché uno dotato come lui si stava perdendo seguendo l’effimero terreno. Donna angelicata, certo, una che in Paradiso aveva diverse aderenze, una semisanta della cui bellezza terrena Dante si era innamorato, e lei lo sgriderà anche per questo. Lei è la donna che non c’è, lei è la donna “superiore” che a tutti gli effetti dà parecchi punti all’altro sesso, e siamo nel Medioevo, con buona pace di chi pensa che la donna sia ontologicamente inferiore al’uomo e che “naturalmente” gli sia subordinata. Beatrice viaggia a qualche palmo sopra il livello in cui razzola l’uomo. Lei è la creatura che confonde e redarguisce il suo amante dicendogli che la vera bellezza, e la vera virtù non risiede nell’avvenenza corruttibile del corpo ma nelle sfere celesti dove eterna regna la luce di Dio. Perdona la facile battuta: Beatrice non conosceva la Fisica quantistica e gli indicatori che dicono che l’universo intero morirà per collasso termico. Tutto porta a credere che il vero bene non è nella natura degenerescente terrena con grande scorno di sostiene che Dio è morto. Leggere un gigante della letteratura come lui ti fa scoprire cose così lontane, così vicine ad oggi. Se ti dicessi che Dante è geniale regista di un filmdell’orrido direi cosa ovvia, vai a leggerti un canto dell’inferno in cui gli uomini diventano rettili e i rettili si contraggono per ritornare uomini, in un processo che ti immagini perfettamente visualizzato al computer.

Quasi commuove il suo granitico credere in Cristo e in Dio e fa riflettere che a due secoli dalla sua scomparsa Hans Holbein il Giovane dipinge quel Cristo morto, livido cadavere di un uomo, simbolo profetico di quella che nel cuore degli umani sarebbe stata la sua sorte nei secoli a venire. Obbliga a riflettere il viaggio di Dante nell’ultramondo medievale confrontandolo coi brandelli del Cristianesimo che fanno dire a Nietzsche: Dio è morto.

c’era il Barone immaginario? (3)

IL RICHIAMO DI KRODO di Alberto Henriet. Un’intervista ad Atene a Kaiadas, leader e artista Heavy Metal dei Naer Mataron ed esponente di spicco di Alba Dorata, Leonida Baldur, si conclude con successo.

L’intervistatore il giorno dopo dell’incontro verrà coinvolto in una avventurosa missione esoterica davvero incredibile. Incontrerà un ufficile delle SS, ovvero il Doppelgänger di Karl Maria Wiligut, che gli spiega il funzionamento della Campana, ovvero della macchina del tempo, un prisma di cristallo meta temporale attivato dall’energia oscura, nota agli SS sin dagli anni Trenta, il cui funzionamento si basa sul concetto di sincronicità analogica. Leonida Baldur “proverà” o subirà (?) affascinato, la macchina del tempo, indotto a proiettarsi nel 1944. E quindi 1944: Hyperborea, e i versi oscuri dedicati al Mito del Sole Nero e il progetto di Hyperborea a cui partecipava anche il barone Evola descritto come un dandy esoterico in visita turistica nel luogo più sacro della paganità nazista del Terzo Reich. Quindi il capitolo su Krodo, dio solare sassone, il Krist nordico e ancora Il richiamo di Krodo e Il sogno artico descriventi fantastiche dimensioni e avventure. Quando Leonida Baldur si svegliò era cosciente che quel viaggio metatemporale non sarebbe stato un’esperienza isolata ma soltanto il primo di una lunga serie di avventure controcorrente e antimoderne.

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EVOCAZIONE di Giulio Leoni. Bombe nei pressi della vecchia stazione viennese, bombe attorno all’uomo col bavero del cappotto alzato e muraglie di polvere causate dalle esplosioni. E poi, una donna bellissima, bionda, quasi incuriosita dal gran caos. Una donna che dice: “Io vi conosco, Barone. Da tempo.” Alla perplessità di Evola essa risponde: “Vi ringrazio del vostro aiuto ma sono in grado di badare a me stessa.” Evola la vede salire su una grossa berlina scura in direzione dell’hotel Mercure. Maria Orsic, si chiama. Ma certo, Maria Orsic! adesso ricordava chi fosse la donna. Evola si trovava a Vienna per alcune ricerche. L’ufficiale tedesco a cui Evola ora si rivolge gli vieta l’accesso a certi documenti contenuti negli archivi della Massoneria Internazionale. Contrariato, decide di rintracciare la donna.

L’interrogatorio al portiere dell’albergo aveva dato i suoi frutti. Maria Orsic! La famosissima e bellissima medium, donna dai poteri psichici straordinari, intima di Joseph Goebbels, lo ha invitato e ora lo sta aspettando con alcune compagne, nella sua stanza. Sta tentando un rito, per evocare gli antichi dei germanici della guerra onde mutarne il corso. Qualcosa di incredibile stava davvero per succedere, qualcosa o qualcuno aveva risposto all’evocazione della donna e ora stava dietro di lui, nella sua stanza. Poi, improvvisi, i lampi sulla città, le sirene dell’allarme antiaereo, una vampata di luce accecante dalla finestra e la montagna di polvere e calcinacci. Maria Orsic e le sue compagne sparite! A Evola non rimane che dirigersi verso il suo destino. Era il 24 gennaio 1945.
DOPPELGANGER di Marcello de Angelis.”Herr Braconens, mi può sentire?” E d’improvviso vide l’infermiera. Sul letto di un ospedale a Vienna quando lo avevano raccolto, inerte, dopo l’esplosione della bomba d’aereo. Pruriti, fitte, dolori dappertutto, il suo corpo si stava risvegliando. Dalle gambe nessun segnale, nemmeno il minimo dolore. “Cosa ci faceva in giro sotto i bombardamenti?” gli chiede il medico. “L’hanno portata qui in stato di incoscienza…tra poche settimane i sovietici sarano qui, cercheremo di portarla via con noi. Buona fortuna herr Karl von Bracorens…” Karl Bracorens, ovvero il suo doppio, il suo nemico del Destino, ma lui era Evola, il Barone Evola….e se lui fingeva di essere me, tanto valeva che io fingessi di essere lui. Mille volte meglio un cattivo re che una plebe incontrollata, andava pensando. Evola era a Vienna per tentare un esperimento cruciale, che, se riuscito, avrebbe potuto cambiare gli eventi e risvegliato nel futuro il glorioso passato….Non mi è stato possibile eseguire il rito, i tempi non sono ancora maturi…dalle mie gambe non sento alcun segnale ma non me ne dò cruccio….sarò un guerriero immobile….
L’ULTIMA VETTA di Mariano Bizzarri. E di lui cosa restava? Un corpo storpio, un peso morto. Uno spirito vivo incarcerato in una prigione di carne sorda al comando, dove anche l’energia dell’anima minacciava di consumarsi giorno dopo giorno, come lume di candela….Pensava a se stesso e alla Medicina moderna che non era riuscita a debellare il più diffuso dei mali moderni: l’infelicità. La sua salute fisica? Non solo, era il suo spirito a essere chiamato in causa…La malattia che colpisce un uomo lo pone dinanzi a un compito, dicendogli: “scacciami con la potenza del tuo stesso spirito e poter divenire signore della materia…, come già lo fosti prima della caduta.” Parole di Meyrink che aveva fatto proprie. …Se non avesse più potuto scalare le montagne, avrebbe scalato quelle del suo spirito. …Non avrebbe seguito i consigli dei medico. L’intervento chirurgico poteva aspettare….
INCONTRO A CASTEL SAVOIA di Augusto Grandi. “Avete davvero sbagliato tutto” disse Evola al “re di maggio“. Umberto di Savoia annuì. “Avete tradito un popolo, il vostro popolo, coprendo di fango la dinastia…un popolo che si era fatto uccidere gridando Savoia!…” Evola guardando Umberto di Savoia si chiedeva se facesse davvero parte di quelle genealogie mistiche e leggendarie che determinavano il diritto dei Re….

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“Dunque non abbiamo più speranza? E non mi riferisco a un mio ritorno dall’esilio, o a un futuro da re per mio figlio Vittorio.
È finita la monarchia in Italia?…” chiese il re di maggio. Dopo avergli risposto Evola aggiunse: “…Se vi può consolare, anche nella società dei consumi c’è ancora qualche azienda o qualche negoziante che si vanta di essere fornitore della real Casa. Nessuno che sostenga di essere fornitore del presidente della repubblica.” Risero entrambi.

IL FUOCO INVISIBILE di Andrea Scarabelli. “Sono Ernst Jünger. Avverta il professore” ribatté, lottando contro il malessere che da lì a poco sarebbe misteriosamente scomparso. “Un momento, bitte.” Il Barone e l’anarca, uno di fronte all’altro, ora. Jünger ascolterà il Barone attentamente. Era come se quell’incontro fosse l’intersezione di campi elettromagnetici molto potenti, …stava muovendo energie più antiche delle loro stesse individualità….La necessità di attraversare la distruzione uscendone indenni. Finanche rafforzati. ” disse Evola, aggiungendo: ” Nesuna rivolta contro lo stato delle cose è possibile senza il ricorso alla trascendenza.” Ernst Jünger si trovava d’accordo praticamente su tutto….E poi egli vide le serpentine dei quadri dadaisti che ornavano la stanza prendere vita e disporsi a raggiera,

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formando un sole, attorno a una ciotola di latte, sull’Eremo della Ruta…Si rivide tenente Sturm astrattista mistico dalle unghie laccate di verde a passeggio tra le gallerie e le trincee, al canto del fuoco. …Si risvegliò bruscamente …Gettò un’occhiata a Evola, che si era assopito, o così gli sembrava, evitando l’ascensore si precipitò lungo la tromba delle scale, e poi all’aria aperta….Impossibile trasmettere ciò che non consente di essere comunicato a parole, ma solo sperimentato interiormente.
IL BARONE E L’ASSASSINO di Antonio Tentori. Sono fuori dal corpo, sono fuori dal corpo”….Il giovane comincia a camminare, quasi fluttuando…Quindi si volta verso la sedia, dove giace il suo corpo fisico e lo osserva….
Mi chiamo Giorgio D. e da anni sono amico e collaboratore del Barone….Erano usciti articoli velenosi su alcuni giornali e riviste contro di lui e le sue idee…lo scopo era isolare e mettere all’indice un personaggio come lui, scomodo e ingestibile. Fra i ragazzi che frequentano la casa di Evola, incontri durante i quali egli parlava della Tradizione spirituale e della necessità di spostare le proprie energie sul piano superiore dello spirito, uno in particolare colpiva l’attenzione. Sconosciuto e strano, e la precisa sensazione di Evola che da quel bel ragazzo silenzioso non potesse venire altro che male…”Questa volta il barone è finito” sorrise un uomo dopo aver brindato con altri al successo dell'”impresa”. Il ragazzo sconosciuto aveva una missione da compiere, quella di eliminare il Barone che qualcuno aveva definito “cattivo maestro di una generazione.”


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Ma non andrà come i committenti del delitto avevano complottato. Coinvolto in un altro crimine, il ragazzo fugge inseguito da Giorgio D. e, vistosi braccato, si uccide. Poco dopo Evola si affaccia per l’ultima volta alla finestra sul Gianicolo, raggiungendo la soglia dell’Altrove.
TRAMONTO SU ROMA di Enrico Rulli. Julius Evola ha una nuova vicina di casa, che gli vuole far visita, i doveri di buon vicinato glielo impongono. “Mi chiamo Ariana Ullastres” disse la nuova vicina. “Volevo solo conoscerla.” “Perché?” “Perché lei è famoso.” Evola si sporge per prendere il monocolo. L’incontro fra la vedova ed Evola tocca aspetti salienti della vita di entrambe; parleranno volentieri e senza maschera del loro passato, dei dipinti del filosofo inspirati all’astrattismo mistico, di preferenze, inclinazioni, di magnetismo e di rapporto uomo donna. Pranzeranno insieme a casa di Evola, una cosa improvvisata e gradita al filosofo perché molte idee di Ariana sono condivise, infatti:. “Ti posso confidare una cosa?” “Dimmi.” “Tu mi ricordi mio marito.” “In che senso?” “Hai le sue stesse idee.” Durante il commiato Evola chiede alla donna: “Quando ci vediamo?” “Domani no. Forse dopodomani,” aveva risposto Ariana con una certa esitazione. Di lei Evola aveva condiviso non il corpo ma lo spirito. Ed era contento di averla incontrata. Passano due giorni. Entrò la domestica con il vassoio dicendo: “La nuova inquilina si è buttata dalla finestra.”
“Come buttata?”
“Si è suicidata.”
“Morta?”
“Sì, morta.”
DIALOGO AGLI INFERI tra Julius Evola e René Guénon, di Marco Rossi. Un “botta e risposta” illuminante, rivelatore, un dialogo possibile che tocca la modernità, la cronaca, il costume, la politica, ma anche la musica. Un dialogo davvero “appetitoso” che fa dire a Evola rivolto a René Guénon, a proposito della musica beat o rock: “Pensa che negli ultimi anni della mia vecchiaia esisteva un gruppo di musicisti inglesi, credo che allora si chiamassero complessi beat o rock, che faceva una musica per me assolutamente infernale…si chiamavano Rolling Stones, pietre rotolanti. Sembra proprio che interpretassero e incarnassero accuratamente quello che stava accadendo e che ancora accade…”

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René Guénon: “…non ho il minimo dubbio che la dottrina delle Quattro Età sia l’unico paradigna che può spiegare l’andamento della storia umana dal punto di vista dello Spirito…Comunque, sia il mio Oriente che il tuo Nord Europa occidentale si sono persi nell’attivismo materialista, edonista, e alla fine si sono adeguati al “politicamente corretto…”
Julius Evola: “Hai visto come si sono ridotte le religioni occidentali? si sono tutte piegate al ruolo che i Padroni del Mondo hanno disegnato per loro: alla fine hanno formato una specie d’immensa arci confraternita votata unicamente alla beneficenza per i poveri universali….come non provare disgusto a vedere…che la Terra è in mano a pochissimi Padroni del Mondo che hanno sotto di loro una dinastia discendente di camerieri? A partire dai banchieri, seguono le multinazionali, seguono i grandi mezzi di comunicazione con la loro funzione sacerdotale, seguono i politici e poi tutti gli altri….”
MURSIA

la donna era regina?

Federica è una giovane blogger romana alla quale piace TI RICORDI QUANDO…? Ho scelto alcuni suoi post che nel tempo pubblicherò, questo è il primo anche se la festa della donna è appena trascorsa. L’ho scelto per la sua freschezza e spontaneità. Sulla condizione della donna di oggi ci sarebbe molto da dire, oltre alle banalità che leggo ogni giorno, perché essa merita molto di più. Sicuramente riprenderò il tema proposto da Federica, accennando anche a una donna, ai più sconosciuta, una pittrice di enorme talento che mi fu grandissima amica e con la quale parlavo proprio delle pittrici ricordate nel suo post.
Federica ama l’arte e la cultura non solo italiana e non solo al femminile. Ecco quello che Federica scrive sulla donna:

La Giornata internazionale dei diritti della donna, ricorre l’8 marzo per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in molte parti del mondo. Moglie, madre, comunque donna, indiscussa protagonista del proprio tempo, nelle sue molteplici valenze.

Fin dall’antichità la figura femminile è stata protagonista della storia umana, ma anche come essenza di vita, compagna, modella, fonte di inesauribile ispirazione artistica e rappresentazione simbolica e filosofica di valori fondanti nelle diverse culture e regioni del mondo. Ecco come la donna viene rappresentata e valorizzata grazie alla storia dell’arte

Evoluzione nella rappresentazione della donna

Nell’iconografia antica, la donna era associata alla fecondità, alla bellezza e l’armonia. Ma furono i Greci che si avvicinarono ancor di più all’immagine della donna madre o dalla vergine vestita, passando al nudo puro dell’Afrodite. Nell’arte romana e bizantina tornò invece la figura ricoperta di vesti fluenti, dove aumentò lo sfarzo e la raffinatezza.

Si passò poi all’iconografia medievale, influenzata dalla diffusione del Cristianesimo. La donna appariva sacra, mistica e svuotata di ogni connotato sensuale. Furono per questo dipinte soprattutto Madonne e Sante. Con il profondo rinnovamento dell’arte rinascimentale, la donna viene vista in tutti i suoi aspetti fisici ed introspettivi, quindi sia esuberante e sensuale che semplice e graziosa.

Le grandi artiste della storia dell’arte
Nella storia dell’arte, raramente troviamo un’artista di sesso femminile. Solamente dal 1500 vi fu un contingente numero di donne dedite all’arte, anche se la maggior parte figlie di artisti noti. Tra queste Marietta Robusti, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Barbara Longhi e tante altre.

Ma è l’800, con il movimento Romantico, ad abbattere tutti i preconcetti sulla figura femminile nell’arte, segnando un punto di non ritorno nell’affermazione delle donne. Ed infatti questa accresciuta consapevolezza si vedrà soprattutto nel Novecento che vede le donne praticamente affiancate agli uomini. Citiamo Natalia Goncarova, Frida Khalo, Tamara de Lempicka.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

FEDERICA