c’erano le case editrici?

Lo sai che a poco apoco si son persi per strada per poi estinguersi? Ma come chi? Gli editori! Sai cosa scrive la Treccani? Questo: editóre s. m. (f. –trice) [dal lat. edĭtor –oris «chi dà fuori, chi pubblica, chi organizza», der. di edĕre; v. edito]. – 1. Chi fa stampare (o, prima dell’invenzione della stampa, chi faceva trascrivere) e pubblicare, del tutto o in parte a proprie spese, opere altrui, libri, musica, riviste, ecc. curandone la distribuzione e riservandosi, in genere, i diritti di esclusiva (v. copyright): l’edi un vocabolariodi una collana di classiciSocietà italiana degli autori ed editori (in sigla: SIAE).  Finito! Stop! Trovane uno se ci riesci! Te pensi che io sia fanatico del passato, ma non è mica vero, sai. E che non sappia apprezzare ciò che il nuovo reca con sé. Sei in errore. Prendiamo per esempio, quello che ha più coinvolto e condizionato la nostra esistenza in questi ultimi vent’anni: il web. La ragnatela che, volenti o nolenti, si è insediata nel nostro lavoro, in casa, in vacanza e nelle nostre abitudini quotidiane, mutandole radicalmente. Del web possiamo parlare fino alla nausea, di vantaggi, innegabili benefici, assuefazioni, e aspetti decisamente deleteri. Io del web ne considererò una fettina, solo un pezzetto, ma per te che scrivi libri, determinante, perché, se non lo sapete ancora, anch’io, come te, scrivo libri. Attenti all’errore: non ho detto che sono uno scrittore, ma solo che scrivo libri. Meglio chiarirsi da subito!
Quindi i soggetti del presente post saranno: libri, editori, Amazon e il sottoscritto, in rappresentanza di tutti coloro che pensano (una volta lo pensavo anch’io di me) di essere geni incompresi della scrittura. Andiamo al sodo: qualcuno si offenderà, ma devo correre il richio. E dunque: da anni non esistono più editori veraci ma solo surrogati, deficienti di individui che leggono un manoscritto, lo apprezzano, lo segnalano e poi decidono di investire sull’opera (proprio quello che Treccani riporta) per farla conoscere. Dal Settecento sino a venti anni fa era prassi corrente (salvo eccezioni, perché il bamba di autore che sborsa quattrini per vedersi pubblicato c’era anche allora…come ora, e fra questi nomi illustri). Poi cosa è successo? Hanno gettato la spugna, gli editori, rinunciando al faticoso e improbo lavoro di scovare talenti. Si sono fatti abbagliare, son venuti meno al loro compito, non sono più l’altra gamba dell’autore, non diffondono più idee e cultura. Comprano titoli che son sicuri di rivenedere in patria, diritti di opere che hanno già venduto all’estero, vanno a farsi un giro alla fiera di Francoforte e via. Ovvero il marketing editoriale ha preso il sopravvento, eludendo l’editor superstite. Chi sei? Nessuno. Chi ti conosce? Nessuno. Come ti chiami? Nesuno. Dove lavori? Da nessuna parte. Hai già pubblicato prima? No. Allora il tuo lavoro, seppur pregevole e degno di lode, non possiamo pubblicarlo perché non rientra nei nostri programmi editoriali. Te la ricordi questa frase, vero? Alzi la mano quanti di voi hanno ricevuto uno scritto del genere. E chi scopre allora Marcel Proust, Louis-Ferdinand Céline o Stephen Crane? E cosa pubblicano allora i moderni editori per fare cassa e tenere alti i profitti? Montagne di carta con cui intasano le librerie, con copertine da urlo, quelle sì, veri capolavori. E dentro cosa trovi? Capolavori inediti? No, prodotti che il marketing ha realizzato pensando di vendere (e spesso ci riesce) E altro? No, non ti basta la copertina?! Ovvero gli editori hanno rinunciato a fare il loro mestiere, il loro fiuto è svanito, la funzione di motore della cultura inceppata, si sono affidati ai maghi del marketing. Loro sanno come far vendere un titolo. Poi si sono, come dire? passami il termine, caro editore, che affolli ancora gli scaffali delle librerie: si sono abbassati di livello, chiedendo una partecipazione economica per stampare i tuoi lavori (e pare ci sia la fila di autori famelici pronti a sborsare pur di vederesi pubblicati). Anche i grandi nomi di editori? Sì, anche quelli.

Pensi che esageri? No, ho le prove. Al massimo non mettono il tuo libro in libreria per non compromettersi. Così possono dire che loro non c’entrano con la tua roba, non è nel loro catalogo, anche se ci hanno messo il loro nome sopra per farti contento, e prelevarti qualche euro, chiaro? Poi hanno creduto nella figura del ghost writer che, se poteva essere una curiosità un tempo, oggi fa male vedere quanti ce ne sono in giro, (lo confesso, ho peccato: anch’io faccio parte dell’elenco dei reprobi ghost writers). I quali scrivono per onorare presentatrici, danarosi, gente di spettacolo, uomini dello sport, politici, droghieri che vogliono scrivere la loro biografia. Ma fanno tutto badando solo a una cosa: contribuire a far fare cassa. Di editori meritevoli ed eroici che si sono venduti l’alloggio per continuare a lavorare ne conosco un paio. E Jack London, Robert Musil e August Strindberg chi li scopre? Acqua passata, siamo nel millennio successivo, adesso c’è il web, e dentro al web ci sta Amazon. Ovvero la nuova frontiera, ovvero il miraggio, la méta agognata, la conquista. Non sono ironico, bada bene. Il mare aperto si apre davanti alle tue aspirazioni, ce la puoi fare anche senza editori! Qualcuno ce l’ha fatta e può dirtelo. Punto e a capo. Cosa sta succedendo? La rivoluzione per ogni vero autore o che si ritiene tale. Cosa è cambiato? Tutto, salvo chi scrive e chi legge. Quelli sono rimasti uguali a sé stessi. La rivoluzione comporta pregi e difetti. Enormi i primi, grandissimi i secondi (ma non per te, almeno direttamente). La rete, in questo caso Amazon, di cui è protagonista assoluto ti consente l’avventura, ti fornisce i mezzi, ti consiglia e ammaestra e poi ti lascia solo, te e il web, te e i tuoi potenziali lettori, te e il mercato che può ignorarti o cominciare ad apprezzare il tuo stile, le tue idee, le tue trame: terrificante e oneroso in eguale misura, sei rimasto da solo, non ci sono paraventi, se ci credi devi andare fino in fondo, potresti anche farcela! Hai sconfitto gli editori che si sono sconfitti da soli, anni prima. Non solo. La tecnologia ti mette in contatto coi tuoi lettori, i quali ti scrivono! E ai quali puoi rispondere, se vuoi. A proposito, io ne ho circa sei, ai quali risponderò presto, mi manca sempre il tempo! Amazon è diventato editore, distributore, librario, fattorino e spedizioniere per consegnare le tue copie (eventuali) a chi le richiede. Amazon apre la porta all’ignoto, sta a guardare, impassibile se ce la fai o soccombi, prendere o lasciare. Amazon, ovvero l’editore galattico senza volto, suona la campana a morto per le case editrici agonizzanti. Dicevamo di aspetti negativi in questa faccenda. Li chiamerei effetti collaterali, ma da non trascurare per chi, come te e me, sta a cuore la cultura. Chi dice che quello che scrivi vale? Chi lo giudica? Chi trova del buono o del fasullo nelle tue opere? …Nessuno; chi scova i talenti di oggi e domani? Chi riesce a dire: ecco il nuovo Garcia Marquez? Nessuno. Perché di veri critici e di editor e di agenti col fiuto si è perso anche lo stampo. Chi scova i nuovi talenti, allora? Te bussi alla porta. Permesso? Posso entrare? Entri dentro la stanza e la stanza la scopri deserta. Nella stanza dell’editore il vuoto impera. Una cosa è certa, al tuo lettore non puoi mentire, non è sciocco, capisce se fai il furbo, perdonandoti anche errori veniali, ma solo se scrivi col cuore. Devi fidarti di lui e lui di te; sei rimasto solo, caro collega. Amazon e il tuo pubblico contano su di te, esigendo il meglio. Non puoi tradirli perché nessuno, a priori, dice che è meglio che cambi mestiere o che sei un nuovo William Faulkner o Ernest Hemingway. Buona fortuna, te lo meriti. Siamo sulla stessa barca io e te.

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andavi a passeggio come Jean Jacques?

Tutti i libri sono uguali. Niente di più falso! Molti sono migliori di altri. E fra questi ce ne sono alcuni che vorremmo tenere sempre a portata di mano, anche se non dobbiamo preparare la rivoluzione francese. Edizioni che non si limitano a presentare il testo o l’autore, ma li inquadrano nel periodo storico e lo commentano. Se poi è Bruno Segre a curare l’opera allora è tutto più chiaro. È il caso di un volumetto della collana Biblioteca ideale Tascabile diretta da Angela Campana. Les reveries du promeneur solitaire è il titolo originale tradotto da Beniamino Dal Fabbro. Perseguitato da chiese e tribunali per le sue idee: Condanniamo il libro come contenente una dottrina abominevole pieno di un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene d’odio contro la Chiesa, empie, blasfeme, eretiche.
Perseguitato da chiesa e tribunali, il povero Rousseau è costretto alla fuga. Lui, uno dei protagonisti e dei pensatori più originali e geniali dell’Illuminismo. Ossessionato dall’idea di un complotto, Rousseau pensa che l’umanità intera congiuri contro di lui. Nella prima passeggiata esordisce scrivendo: “E ora eccomi solo sulla terra, non avendo altro fratello prossimo, amico, che me stesso. Sociabilissimo amorevolissimo tra gli uomini io ne fui proscritto per unanime accordo. Nella terza passeggiata: Non ho imparato a conoscere meglio gli uomini se non per meglio sentire la miseria in cui mi hanno inoltrato Nella sesta passeggiata: Se fossi rimasto libero, oscuro, isolato, com’ero nato per essere non avrei fatto che del bene, non avendo nel cuore il germe di nessuna passione nociva.” Torniamo alla qualità intrinseca del libro. Perché mi ha colpito? Perché è un’opera completa in tutti i sensi, che ci fa capire molto sull’epoca, sul personaggio e su cosa stava succedendo in Europa in quel periodo. Il vento della rivoluzione francese non nasce per caso, il libro insegna. Le Passeggiate solitarie a cura di Bruno Segre offre una griglia storica sintetica ed esauriente del periodo.

Introduce un quadro del tempo politico sociale utile a comprendere ciò che stava accadendo. Perché nel paragrafo: La vita e le opere ci fa capire come fossero l’educazione, l’amore, la vita di società dell’età dei Lumi. Perché viene approfondito il profilo dell’autore illuminando la genialità di Rousseau. Ma non basta. La Bibliografia e il Profilo del filosofo ci forniscono altri elementi di interesse. Tutto qui? Niente affatto. Nelle Schede, a fine libro, viene spiegata la singolarità del suo pensiero così sovversivo (uno dei padri spirituali della rivoluzione francese e di ogni altra rivoluzione?) E infine quel periodo di sconvolgimento viene confrontato con le atrocità e i conflitti del XX secolo. 125 pagine che fanno luce su un’intera epoca e su uno dei suoi protagonisti. Cosa vuoi spendere per questa riuscitissima edizione? (Ne abbiamo contate almeno una decina in catalogo che supponiamo dello stesso tenore). ti dico quanto l’abl’ho pagato: 0,52 euro. Anche la copertina è interessante. Ci mostra Jean Jacques Rousseau col suo bastone da passeggio intento alla passeggiata e con un mazzo di fiori che era solito cogliere per il suo erbario. Altri tempi, che ne dici?

scriveva e moriva Yukio Mishima?

Personaggi estremi e fuori dall’ordinario ce ne sono sempre stati, con la la loro figura e le loro opere si impongono, in questo caso anche brutalmente, all’attenzione producendo riflessioni e considerazioni; è il caso di Yukio Mishima, e la sua LA DIFESA DELLA CULTURA. edito da IDROVOLANTE , Personaggio estremo che offre spunto per considerare e verificare al di là, se possibile, di ideologie o posizioni preconcette, la nostra storia. Personaggio controverso, strenuo difensore del’unicità del Giappone e dei suoi valori tradizionali. ovvero del Giappone imperialista della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero rimane in bilico fra spada e crisantemo, fra vita e morte di cui subiva il fascino prepotente, fra brutalità ed eleganza, fra Oriente ed Occidente. Ossessionato dall’dea di perfezione anche estetica, affascinato dal San Sebastiano di Guido Reni e dalla statua dell’amante dell’imperatore Adriano, Antinoo. Mishima mette a nudo incontestabilmente l’animo del Giappone, del tramonto del dio imperatore, e dell’onore nipponico che non conosce compromessi. Per questo ricorrerà a quel suicidio teatrale che ancora oggi fa discutere e in un certo modo infastidisce i Giapponesi odierni alle prese col loro scomodo passato . Il suo suicidio è un atto politico, una manifestazione di non resa, l’estrema protesta contro il nuovo Giappone asservito alla volontà dei vincitori. Un atto estremo il cui significato assurge a simbolo, a rivolta, a denuncia. Mishima che vestiva abiti italiani di gran classe, fumava sigari cubani e aveva una particolare ammirazione per Marlon Brando e per scrittori come Gide e Hemingway (dalla densa introduzione di Daniele Dell’Orco) rimane per certi versi un enigma anche se il suo estremo gesto di protesta si ripropone chiaro nel suo significato nel tempo a decenni di distanza. Né le parole del primo ministro di allora che disse alla notizia del suicidio spettacolare di Mishima: “Doveva essere fuori di testa.” sminuiscono il suo clamoroso dirompente gesto. Fuori di testa non lo era, a meno di considerare fuori di testa le centinaia di giapponesi suicidi per aver perso la guerra. Con Mishima muore un samurai (l’ultimo?) che tentò invano di perseguire un’armonia tra la penna e la spada.

Su una sua affermazione di certo non concordo: “L’idea di una cultura universale, o di una cultura del genere umano , è già di per sé assai discutibile per la sua astrattezza…(pag 47 del libro.) Mishima non può impedirmi di amare anche la particolarissima concezione dell’arte del suo Paese, e tentare di farla mia, così come del resto accadrebbe per i Bronzi del Benin o l’arte rupestre di Altamira. Interessante quanto leggo a pag. 48: …è sbagliato limitarsi a mettere in luce la dimensione statica della cultura giapponese ignorandone quella dinamica. Essa possiede una tradizione peculiare che trasforma gli stessi modelli di azione in opere d’arte. Caratteristico del Giappone è che le arti marziali appartengano al medesimo genere artistico della cerimonia del tè e della disposizione dei fiori, una tipologia di opere che in breve volgere di tempo nascono, rimangono in vita e poi scompaiono… Per alcuni aspetti mi rammenta D’Annunzio e il suo tentativo (riuscito) di fare della sua vita un’opera d’arte.

Mishima si congeda tragicamente dal suo amato Giappone con un crisantemo di sangue, il suo sangue, che brilla ancora sulla sua katana. Il suo martirio che rimanda a quello di San Sebastiano denuncia una dicotomia insanabile fra (l’ex) anima giapponese imperialista e l’animo attuale narcotizzato e obbediente a dinamiche storico politiche che il Paese deve subire. Se sei a Londra, agli ultimi piani del British museum, ma devi attendere che riapra dopo il virus, ci troverari il padiglione del Giappone con varie testimonianze e reperti, fino al recente passato, appena accennato, della sua volontà di potenza, (come non riandare a Nietzsche?) egemonia, volontà che hanno condotto il Paese ad eroismi indicibili ma anche a nefandi crimini, come come quello di Nanchino. In ogni caso LA DIFESA DELLA CULTURA è un libro, a distanza di decenni, ancora oggi di una attualità sconcertante.

ogni libro era una scoperta?

È il caso di Giuman pubblicato da Solfanelli Editore nel 1989. Nella collana il Voltaluna a cura di Oreste del Buono e Lucio D’Arcangelo. Traduzione e introduzione sono di Maurizio Enoch. Un libro che chiamerei diverso. Perché diverso? Perché, oltre a farci scoprire la prosa di Prosper Mérimée, l’inventore della novella francese, ovvero del lungo racconto dell’Ottocento, ti suggerisce l’idea di quando e come gli editori facessero con gusto e passione il loro lavoro, un tempo, offrendoti una “chicca” dal sapore semi artigianale, quasi un pezzo unico fatto a mano, a partire dalla carta, dall’illustrazione di copertina, dalla nitidezza del carattere e dalla buona impaginazione. Ma non indulgiamo al fanatismo nel lodare libri così, il cui contenuto merita ancora altri elogi. Le prime righe dell’ottima introduzione parlano di una tastiera: “Mérimée ne touche que huit nots de son piano”, il giudizio ambiguo è di Stendhal, suo amico (un poco invidioso) perché impossibilitato a imitare la vita brillante e mondana, riservata a pochi autentici dandy dell’epoca, quella appunto a cui aderiva Prosper Mérimée. Nei Ricordi di Egotismo, Stendhal scrisse: “Costui aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi, piccoli e vacui, avevano sempre la solita espressione, di cattiveria”. Malgrado la prima impressione, Mérimée e Stendhal furono grandi amici per 21 anni, ossia fino alla morte del secondo. La parte mai volutamente (?) suonata della tastiera, secondo il comune parere dei critici corrisponde a un misto di freddezza, impassibilità, superficialità e acume tutte caratteristiche riscontrabili nelle sue pagine. Ma è davvero così? Mérimée nella sua scrittura, svelando le pure forze meccaniche dell’esistenza umana, passioni e avventure comprese, finisce per sacrificare la poesia che non risulta mai frutto di una osservazione distaccata come la sua bensì il frutto di compartecipazione al dramma o alla passione descritta. E per questo Mérimée sarebbe inferiore ad altri, come ad esempio a Stendhal? Io non lo credo, affatto. È come dire: a me piace il minestrone e non la pasta, ma il minestrone non è la pasta, non so se mi spiego. A volte i critici dovrebbero smetterla di affibiare etichette. Mérimée è lo scettico Mérimée, non si chiama Fyodor Mikhailovich Dostoevsky con la sua umanissima deteriore passione per il gioco d’azzardo, e nemmeno Henry Miller che ci fa sentire tutto lo sfascio e il personale disgusto per la neonata american way of life. Una scrittura asciutta, non indugiante, priva di fronzoli emotivi che rispecchiano il distacco dell’autore, priva di compromessi con le sue emozioni, l’autore non si dilunga in commenti sui fatti narrati, il suo stile è sobrio fino all’aridità. Domanda: perche mai dovrebbe assomigliare ad altri? Per cosa lo si critica? Nell’essere un perfezionista che non vuole apparire soggettivamente coinvolto nelle sue opere? È semplicemente un non emotivamente coinvolto, vuoi per carattere, vuoi per scelta. Nella scrittura alzi la mano chi trova difettoso o esecrabile o mancante di sensibilità chi privilegia trama, azione e non indulge al commento personale su situazioni e personaggi, sopprimendo ogni aderenza personale alle vicende narrate. Per questo si parla di carenza? Pare che ci sia ancora nell’aria la querelle su Mérimée cinico, insensibile e disilluso. Se Mérimée non voleva far emergere la parte buia della tastiera, corrispondenti alle tracce di una scrittura immediata e frutto di spontaneità, dove sta il problema? Mérimée non puo essere Tolstoi o Dostevsky, nemmeno Louis Ferdinand Auguste Destouches o Gide, o Henry Miller, il cui ego si affaccia prepotente e invasivo nelle loro pagine. I critici, essendo scrittori mancati, dovrebbero spesso fare professione di modestia e non instaurare una scala di valori basata sui giudizi: più grande, meno grande, distaccato, emotivo ha più o meno sensibilità, peccato che sia arido, eccetera. Amo il modo di scrivere di Prosper Mérimée che ci fornisce un saggio della sua bravura con brani come questo, tratto da Giuman: “…D’un tratto un grosso rigurgito di melma bluastra si levò dal pozzo, e da quella melma sorse la testa d’un enorme serpente, d’un livido grigio, con occhi fosforescenti… Involontariamente feci un sobbalzo all’indietro; intesi un piccolo grido e il rumore di un corpo che cadeva di peso nell’acqua… Quando riabbassai gli occhi, forse dopo un decimo di secondo, vidi lo stregone solo sul bordo del pozzo, dove l’acqua ancora gorgogliava. Tra i frantumi della pellicola iridata galleggiava il fazzoletto che copriva i capelli della bambina… Vuoi sapere qualcosa in più sulla bambina? “…Aveva occhi belli come non ne avevo mai visti, ed i capelli cadevano sulle spalle in minute trecce racchiuse da monetine, che faceva tintinnare scuotendo graziosamente il capo. Era vestita con più ricercatezza della maggior parte delle ragazze del paese: un fazzoletto di seta d’oro sulla testa, un corpetto di velluto ricamato, pantaloni corti di raso turchino che lasciavano intravedere gambe nude e cinte di anelli d’argento. Non un velo sul volto…”

Lancio un sasso in piccionaia: Ho trovato LA CERTOSA DI PARMA del suo amico Stendhal, noioso e arzigogolato, è un delitto? E pensa che l’rditore gli aveva imposto di tagliare trecento pagine del finale! Ma io sono solo un lettore, non un critico. Mentre mi piacciono le ultime osservazioni dell’aletta dell’ultima di copertina di Giuman che recitano: “simili prove narrative, d’una misura laconicamente perfetta, che dopo l’esposizione di un dramma risolvono nel mot d’esprit, appaiono infine come ostentati paradigmi di un animo profondamente assorto e cosciente del proprio scetticismo come unica possibile visione del reale. Non sono d’accordo solo su una parola: ostentati. Vai a leggerti Il vicolo di Madama Lucrezia e La camera azzurra: due gialli perfetti e inimitabili, se non è arte al massimo livello la loro io sono un dugongo.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io

Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.

leggevi WOMAN AS DESIGN di Stephen Bayley?

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione (veramente ce n’è solo una, ma basta e avanza): la donna, le sue forme, il suo fascino, il design e il desiderio che suscita il suo corpo che ispira. La sublime e oscura porta di accesso ai piaceri dell’immaginazione, della carne e dello spirito, sino all’ebbrezza della contemplazione della forma pura del corpo femminile. Beh! oggi sono proprio in vena di innalzare un peana!
Donne da mangiare, toccare, sognare, ammirare, adorare e temere. Meglio che mi fermi qua. La donna come forma primigenia. Come archetipo del richiamo e della seduzione. La donna come disegno che ispira per creare forme e costruzioni che la richiamano. Dal fumetto ai super erotici reggiseni e corpetti di neoprene lucido. Sante, statue, dipinte, Madonne, modelle, donne moderne, maliarde e gran matrone, prostitute e pin up.

Fascinose e impagabili! Il tutto racchiuso in un libro spettacolare per ricchezza iconografica e riferimenti.

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Un libro che ti porteresti sempre appresso, con immagini icona a sazietà. Se non pesasse un botto. Da sfogliare ogni volta che ne senti il bisogno. I fianchi di una donna come la bottiglia di Coca Cola. Anche quello trovi. La mistica estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini e il disegno della vagina di una desolante didascalica perfezione. WOMAN AS DESIGN è un libro irriverente, mai volgare, senza pudori capace di mettere in relazione seni, ombelico, delta di Venere e altro ancora che lascio alla tua fervida immaginazione con l’inconscio, con l’architettura, la moda, col desiderio e con la stessa forma del mondo. La donna /forma/sguardo che fa innamorare e ispira la sagoma di radiatori, carrozzerie d’auto, grattacieli e palazzi, che influenza linguaggio, moda e costume; basta guardarsi attorno e sfogliare rotocalchi per rendersene conto. Woman as Design è un lungo e articolato racconto visivo, nella storia e nel costume. Senza pudore e senza reticenze (e senza offese). Contiene numerose meraviglie: dalla scultura di bronzo e alabastro con 15 testicoli di toro alla mastodontica e stupefacente donna guerriero di Volgograd. Dalla conturbante bionda sadomaso che regge un piano di cristallo dell’artista pop Allen Jones alla Venere di Willendorf alla stupenda Raquel Welch vestita di stracci nella pellicola di Don Chaffey.

E poi cè la Psiche di Lord Leighton e anche Marlene Dietrich che si mette il rossetto. Ma ti rendi conto? Come fai a non schiantarti e a non giacere succube del suo fascino tentacolare?! Dalle coppe di champagne a forma di seno di Maria Antonietta (si dice) alla ragazza di Ipanema ispiratrici delle forme sinuose del Teatro Niteroi di Oscar Niemeyer, per non parlare della Gioconda e  dell’Acqua purgativa e della pedicure di Lolita. Lo sguardo della Gioconda e quello di Kate Moss, a confronto, insondabili, misteriose e inquietanti.


La consolazione erotica di una giovane indiana che si trastulla con un grosso tubero. (l’immaginazione non difetta, ma è il modo in cui lo fa!). Un libro ricercato e tuttavia semplice perché tratta di argomenti e soggetti che sono sotto gli occhi di tutti. Un libro che propone collegamenti e suggerisce ipotesi quasi tutte verificabili. E poi gli accessori; molto si parla di reggiseni, poco di mutande, tacchi, cinture e scarpe, pazienza. Un libro “diverso”, quasi didascalico, sicuramente non offensivo e con la lode, che Lodovico Gavazzi, titolare della libreria milanese BOOKS IMPORT ci aveva consigliato.