Rape, sesso, Dio e l’auto nuova

La via del TabaccoLe rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia

Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio allo suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape. Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio.  Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime.

La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell.

LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché è importante riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o al GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio in questo libro. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto.
Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza:

Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…

Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle.

Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito….Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano.

Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici.

Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia il Signore….

Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a se stessa, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. È una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti. L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne.
Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.
E se il suo destino fosse quello di sostituire Dio?

Ho scelto un’edizione vintage, che cade a pezzi,  Mondadori su licenza di Einaudi, del 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire! e fra le perle della collana cui appartiene ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.

La Grande Foresta

La Grande Foresta

C’è un libro che non ci stanchiamo di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine ci suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

 

Chi è l’uomo i cui libri Papa Francesco mostra di apprezzare perché parlano anche della sua terra?

La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.
La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.

Lorenzo Fornaca editore astigiano di lungo corso, corona nel modo migliore tanti anni di successi editoriali. Lusinghieri gli innumerevoli consensi e le recensioni sui due ultimi libri MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO e I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, appena edito, veri e propri atti d’amore verso il Monferrato, la sua terra tanto amata

Grande Lorens è l’uomo che saliva in cima ai campanili. Lorenzo Fornaca, detto Lorens, astigiano purosangue fa tutt’uno, col suo Monferrato e i suoi libri. Da ragazzo saliva sui campanili per godersi la vista di un territorio che avrebbe in seguito tanto celebrato e indagato. Non c’è persona ad Asti e in Piemonte che non lo conosca o non abbia sentito parlare di lui e delle sue opere, apprezzate ben oltre i confini della regione. È stato l’uomo dai molti mestieri e dalle grandi passioni. Ma una in particolare ha preso il sopravvento. Tanto difficile quanto entusiasmante: l’editore. A quella continua a dedicare energie e passione, ancora oggi.

1961. Verbania - Auxilium Torino  stadio dei Pini di Verbania
1961. Verbania – Auxilium Torino
stadio dei Pini di Verbania, Lorenzo Fornaca, diciannovenne, promessa del calcio

Lorens ricorda ancora quando ricevette i complimenti del grande Omar Sivori per averlo marcato, durante una partita di calcio amichevole.

Meccanico, sindacalista, promotore e venditore di libri per grandi gruppi editoriali, e infine editore, che non legge abbastanza i romanzi moderni, per sua stessa ammissione.

Dice Lorenzo Fornaca:

All’inizio furono macellai e contadini, operai, ferrovieri, autoriparatori, postini e anche parroci, poi venne il turno di farmacisti, medici e avvocati. Erano loro i miei migliori alleati. Pettinatrici e casalinghe sotto il casco che facevano la messa in piega mi chiedevano consigli per i figli che studiavano, cos’era meglio far loro leggere. Macellai anche che dicevano a chi comprava bistecche: vai da Lorenzo. È uno che se ne intende. Fai un regalo a tuo figlio. Sono soldi ben spesi. Ero diventato uno che sapeva cosa consigliare. Il tutto basato sulla fiducia che non ho mai tradito. Io poi, giocando al calcio, conoscevo un sacco di gente. Dal pallone al libro, tutto qua. Il trucco era questo. Sfruttavo la mia popolarità. Oggi si direbbe che facevo il consulente editoriale. Ma allora era molto di più. A metà strada fra l’amico di famiglia e uno che ti consiglia un buon investimento. Una specie di medico della cultura. Alle famiglie prescrivevo il ricostituente giusto…. Cosa vendeva ai suoi lettori?

Io vendevo sogni da poter toccare con mano. Parlavo loro di cavalieri, castelli, trovatori, dei Saraceni che tormentavano la gente tanti anni fa, di battaglie, di caccia con i cani segugi, della magia della nostra terra, gli raccontavo quello che eravamo stati. Costruttori di chiese, di borghi medievali, protagonisti di imprese epiche, soldati, sceriffi, valvassori e valvassini per non parlare degli Aleramo e dei Paleologo. Nei miei libri c’è tutto.

È da un po’ di tempo che lui ed io ci stiamo dedicando a un’impresa che non ha precedenti e che si nutre di sogni ma anche di cose importanti già realizzate. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

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La mia vita è cominciata con un blog

"Il viaggiatore vede quello che vede, il turista vede quello che vuole vedere" Gilbert K. Chesterton

Ho esagerato!? Certamente. Ma soprattutto incongruo, se considerate che il fatto risale a decine di anni fa e internet non era nemmeno nel limbo delle grandi rivoluzioni

– Vai a vedere questo tizio cosa vuole; è giù nell’atrio. Dice di essere un vero malese. Non come lo sceneggiato della televisione.- Sibila il capoufficio del marketing. – Se non è matto portalo in redazione. Magari ci scappa un articolo. –

Matto non era Jimmi Naidu; un tigrotto della Malesia in carne ed ossa che mi si para davanti con un sorriso obliquo, protestando la sua origine e dicendo:- Kabir Bedi è indiano, non può fare Sandokan alla tv. Sai? Io sì, io della Malesia, tu sai?- e un breve fischio aspirato concluderà quella e molte altre frasi successive.

Il blog di Mario Paluan, così mi chiamo, inizia idealmente dall’incontro con Jimmy, nell’atrio del quotidiano LA STAMPA, una mattina di aprile del 1976. 37 anni fa vi avrei messo così al corrente degli sviluppi, peccato che mail e blog dovevano essere ancora inventati. Da lì comunque inizia una delle mie numerose vite. Il blog c’è adesso e parte proprio da quella vicenda.

Non c’erano dubbi sulle origini di Jimmy; il suo sguardo penetrante ti scrutava e non riuscivi a indovinare quello che avrebbe detto o fatto un minuto dopo. Ci frequentammo il tempo sufficiente per progettare il viaggio dei viaggi, sorta di sogno occhi aperti on the road per gli irrequieti giovani di allora.

La misteriosa Kabul divenne la meta designata, col nome annidato su una  vecchia carta geografica.

Ma non so nemmeno io perché proprio Kabul. –Mi piacerebbe davvero andarci- dissi, dopo una piccantissima cena malese a casa sua. –Tu vuoi andare là, vuoi?  Tu, eh? Andiamo!- Disse col suo fischio aspirato. E partimmo dalla sua casa di corso Belgio a Torino, con scatole di pomodori e spaghetti e la voglia di avventura che andava a mille, a bordo della sua Citroën con famiglia al seguito.

A proposito, se non avete necessità inderogabili, sempreché gli Iraniani vi facciano varcare la frontiera verso l’Afghanistan, pensateci bene prima di tentare il viaggio. È facile immaginare il genere di ostacoli che incontrereste oggi. Gli anni ’70 sono finiti da un pezzo e poi di tigrotti della Malesia come Jimmy, che oggi gestisce un raffinato ristorante a Torino, si è perso lo stampo. Qualcuno di voi è per caso andato da quelle parti?

Da quel viaggio, diciamo così, alquanto accidentato, è stato tratto un ebook; Verso Kabul edito da Premedia, 37 anni dopo.

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