c’erano (e ci sono tuttora!) gli stupidi?

Stupido, noi stupidi, voi stupidi. Per sopravvivere in un mondo di ….stupidi. C’è ancora qualcuno che ci prova a combatterla, con coraggio e determinazione andando subito al sodo, la stupidità. Giancarlo Livraghi ci ha provato, riuscendovi. A dire come stanno le cose, anche se non aderiamo del tutto alla sua analisi spietata e purtuttavia scevra di pessimismo; il suo IL POTERE DELLA STUPIDITA’ si divora letteralmente e andrebbe portato in ufficio o in vacanza. Prestatelo agli amici anche, però prima fatene un elenco, non si sa mai che si offendano. È una vetrina appetitosa su ciò che pare essere una perniciosa insidia nel mondo di oggi che inquina sistemi, relazioni, società, potere.

Lodevole la serie di informazioni e rimandi a siti dove si tratta di questo male così poco oscuro e tanto radicato. Così poco oscuro ed evidente da riuscire quasi invisibile. Il libro di Livraghi mette in relazione la stupidità con la furbizia, l’abitudine, la tecnologia, la paura; solleva una serie di interrogativi, sottolinea urgenze che grazie alla sua opera dovrebbero essere subito raccolte. Incredibilmente copiosa la serie dei detti di famosi personaggi sull’argomento; si vede che la cosa era molto sentita e ce se ne occupava a ogni livello. Fra i molti riportiamo quella di Françoise Rabelais: Se vuoi evitare di vedere un cretino rompi lo specchio. E ci tornano in mente le parole di Ennio Flaiano, puntualmente riportate nel saporito saggio di Livraghi. Lo stupido più innocuo trova sempre un eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, è fatto, su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo. Scrive l’autore: è pericoloso trascurare la stupidità. Fingere e immaginare che possa essere innocua è uno dei modi per rimanerne vittima. E, di seguito ancora Flaiano: …L’esperienza quotidiana ci porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto originario dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice. L’intelligenza è una sovrapposizione, un deposito successivo, e soltanto verso quel primo stato dello spirito noi tendiamo per gravità o per convenienza. …. Proprio qui sta il punto. Nell’inevitabilità dell’essere stupidi. Si tratta a nostro avviso di pertinenze ontologiche. E ci chiediamo: senza la stupidità l’uomo esisterebbe? Non sarebbe più saggio accettare l’evidenza di uno stato delle cose e degli uomini così come sono, uno stato di fatto non perfettibile e in continua avvilente degenerescenza, perché normale, non esecrabile perché quotidiano, e infine umano, diffuso così tanto da costituire la norma. La normalità dell’essere stupidi, appunto. Oggi si contano i danni di scelte antiche, di scelte stupide, i devastanti inquinamenti, per parlare, ad esempio, dell’ambiente, la cementificazione agguerrita e inarrestabile, l’osceno protrarsi delle periferie, l’invivibilità dilagante delle nostre città…fa niente se eravamo considerati il giardino d’Europa. Oh Italia! Oh Italia! Quanto mi manca il tuo passato! Per tentare di sopravvivere occorrerebbe cambiare radicalmente rotta. A che serve e a chi giova continuare a fare buchi sotto il fondo dell’oceano per spillare altro petrolio? Non basta quello è accaduto nel Golfo del Messico? Occorrerebbero politiche verdi serie e senza compromessi, scelte radicali, per assoluta necessità di coltivare la vita. Ma a qualcuno oggi importa? Questa mancanza di scelte vitali per la sopravvivenza nostra non è forse l’apoteosi della stupidità?  Non ne è la riconferma? Perché stupirsi? L’ovvio non ha mai fatto scuola e l’ovvio, se troppo evidente, diventa fastidioso e importuno. Quale tipo di progresso dunque? Che non sia quello melenso e di facciata, condimento dei discorsi politici. Perché scomodare l’intelligenza per aderire all’abominevole palude di un futuro incosciente e senza mete. Per il quotidiano ci basta l’attuale livello di stupidità per non affondare del tutto…per adesso.
L’intelligenza può inquietare, disturbare, induce al pensiero e allora di questi tempi forse non è il caso di coltivarla. Intelligenza come sovrastruttura insidiosa della mente. Stupidità corrente, invece e la norma tranquillizzante in cui è facile riconoscersi. Stupidità come un mostro dalle mille teste? Niente affatto, come può essere? Se si tratta della norma. Grazie Livraghi, il tuo libro comunque fa bene…ma non sappiamo ancora se agli intelligenti, per dire loro di non mollare, o agli stupidi, per tentare di guarirli.

giocavi d'azzardo?

Indovina qual’è l’attivitá principale svolta a Roulettenburg? Indovinato! Si gioca alla roulette. Chi l’avrebbe mai detto?! E chi gioca alla roulette fino a perdere la camicia e poi a rifarsi un patrimonio e infine a perderlo per poi continuare a giocare e a vincere di nuovo, eludendo anche l’amore? Nientemeno che il grande  Фёдор Михайлович Достоевский, ovvero Fyódor Mikháylovich Dostoyévskiy, o meglio il suo io diventato il personaggio del precettore, alias Aleksej Ivanovič. Il libricino l’ho letto in edizione leggi e getta, stampato su carta che fa ribrezzo, in una di quelle edizioni omaggio che ti rifilano coi giornali e che poi perdi per strada. Capolavoro indiscusso dello scrittore russo Dostoevskij, Il GIOCATORE, scritto per amore o per forza, in ventisei giorni, forzato dall’editore da un contratto capestro, mette a nudo l’animo del grande Fyodor, afflitto da coazione onanistica, cosí definisce Freud la smodata dedizione o fissazione per il gioco d’azzardo. Un’opera che ha anche il pregio di illustrare, via via, alcuni caratteri nazionali europei, i “polacchini”, ad esempio, non ci fanno una gran bella figura, sempre a bisticciare fra loro, ai fianchi della nonna, giocatrice folle e a riempirsi le tasche del suo denaro, conseguente alle sue vincite.

Attraverso questi bizzarri personaggi, i quali non mostrano di essere troppo dissimili dal vero, ovvero non troppo romanzati, si dipana una storia d’amore, intrigo, sotterfugio e di follia per il gioco d’azzardo. De Grieux, ad esempio, il francese, e come tutti i francesi allegro e gentile quando occorreva e gli conveniva, ma insopportabilmente noioso quando mancava la necessitá di essere allegro e cortese. Il francese è di rado cortese per natura; lo è sempre, come a comando, per calcolo. (parola di Dostoevskij, io non c’entro) uscendone con la reputazione compromessa, l’arrampicatrice fascinosa e accalappia dote, ovvero la cinguettante Blanche, difficile al suo riguardo trovare una categoria di persone piú calcolatrici, piú avare, e piú spilorce di quella cui apparteneva mademoiselle Blanche, scriverá l’autore. Blanche troverà il modo di cavarsela sempre, in virtú del suo irresistibile fascino parigino, e poi il timido e saggio inglese, Astley che davvero si fa onore in questa turbinosa vicenda fatta di colpi di testa e giocate folli, quindi la nonna russa che doveva tirare le cuoia e invece sta meglio in salute della combriccola che la vorrebbe defunta, affamata della sua cospicua ereditá, sino allo smarrito generale, suo nipote, ma, purtroppo per lei e per la combriccola, rimarrá in bolletta al tavolo da gioco…La nonna, sino a che non ebbe perduto tutto, godette per l’intera giornata, presso i croupiers e presso i dirigenti del Casinó, di una palese autoritá e infine il precettore russo, divorato dal demone del gioco della roulette, autenticamente tarato e succube del gioco d’azzardo, al punto che preferirá all’amore di Polina, della quale era ed è perdutamente innamorato, continuare a giocare, e ancora a giocare. A seguire una frotta di personaggi russi davvero unici, salvo poi scoprire che i russi devono essere davvero come ce li descrive il famoso autore. EKATERINA SINELSHCHIKOVA, che di Russia se ne intende, su Russia beyond, scrivendo di Dostoevskij riporta un suo pensiero: “Sono così dissoluto, che ormai non posso vivere normalmente. Ho paura del tifo e della febbre, e i miei nervi sono malati. Le Minucce, le Clarette, le Marianne ecc. sono sempre più belle, ma costano un sacco di soldi”, scrisse Dostoevskij. A proposito del gioco d’azzardo: “Non appena mi risveglio, il cuore si blocca, le gambe e le mani mi tremano e si gelano”, così descrisse quello che provava, quando cadeva preda del demone del gioco.

Due le cose che mi hanno colpito nel breve romanzo: l’imponderabile carattere russo, passionale, “eroico”, sotto certi aspetti: mediterraneo, generoso, smodato, balzano, ovvero teatralmente incline al dramma; ma ogni definizione che tentasse di descriverlo risulterebbe lacunosa e approssimativa. Infatti l’imprevedibile e lo stupefacente nel carattere russo vanno a braccetto, latenti e sempre pronti a manifestarsi. La seconda cosa è la descrizione del parossismo che coglie taluni giocatori dediti al vizio dell’azzardo. Io mi sono scoperto a desiderare che il precettore del generale la smettesse, abbandonando il tavolo da gioco, che interrompesse la folle corsa verso l’abisso. Parteggiavo per lui e non volevo la sua rovina!

Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza o abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontá…Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incurabile, cosí scriveva Anna Grigor’evna Snitkina, coniugata Dostoevskaja, seconda moglie di Dostoevskij.
Lo scrittore russo non poteva scrivere quelle pagine su Aleksej Ivanovič, il precettore divorato dal gioco, che continuava a vincere e a perdere, se lui stesso non avesse provato sulla sua pelle, l’inferno del gioco d’azzardo: …avevo le tempie madide di sudore e le mani che tremavano (racconta Aleksej Ivanovič, ovvero Dostoevskij, alla roulette)…La fortuna continuava!…Bravo! Bravo! gridavano tutti mentre alcuni battevano addirittura le mani. Strappai anche lí trentamila fiorini, e il banco fu di nuovo chiuso fino al giorno dopo! -Andatevene! andatevene! -sussurrava una voce alla mia destra. -Per amor di Dio, andatevene!- mi sussurrava un’altra voce all’orecchio sinistro…Volevo stupire gli spettatori con un rischio pazzesco e oh strana sensazione! ricordo benissimo che a un tratto una tremenda sete di rischio s’impadroní di me…Attorno si gridava che era una pazzia, una pazzia che Dostoevskij riesce a trasmettere al lettore. Portentosa e magnetica potenza della sua scrittura! Da non perdere.

sotto il letto c’erano i Saraceni?

ANNALI DEL MONFERRATO Correva l’anno 889 quando una tempesta…C’è il sole ma fa freddo. Tutta la casa è fredda. Il cane scende di scatto per seguire il moscone che sbatte contro i vetri. Ringhia verso la finestra su cui il moscone si accanisce. Chi tiene il terrier?
A cuccia Gin Gin! Cuccia terrier! Il grande soggiorno è in penombra, c’è odore di braci fredde. Arriva dall’enorme camino su cui grava la pancia della canna fumaria che reca questa scritta: Signur, vardemi da la losna du tron e da cui dla raca d’Ricaldon. Lo stemma annerito dei di Ricaldone è solcato da una sottile crepa. Contigua alla parete che ospita il gigantesco camino la scena di un matrimonio, è un affresco a tutta parete che raffigura l’arrivo della sposa Argentina Spinola che presto si unirà con Teodoro Paleologo. Le due grandi finestre a sesto acuto lasciano intravedere il paesaggio. Oro e rosso, oltre il campo di granoturco. Giallo e marrone su ogni altura, ad eccezione della macchia scura di abeti verso Olivola, ingrigita da una leggera bruma. L’uomo alla scrivania è l’ultimo discendente della famiglia dei conti di Ricaldone. Si chiama Giuseppe Aldo. Nello studio in cui sta leggendo i libri arrivano al soffitto. Tomi di storia, letteratura ed enciclopedie lo sovrastano. Molti hanno il dorso di pelle, altri in stoffa sbiadita azzurra. Fra questi, il titolo di un libro che non abbiamo mai aperto, intitolato Parnassiani e simbolisti. Ogni volta che siamo entrati nello studio l’occhio ci cadeva sopra, senza alcun motivo. Come se dovessimo verificare che le cose continuavano a essere al loro posto. Dossier foderati di tela color vinaccia formano due file distinte, sugli scaffali di mezzo. Racchiuse negli stipi della fila in basso pile di carta trattenute da una fettuccia. Nello studio sottostante, Matilde Izzia, la moglie, ha appena riposto i pennelli. Sta rifinendo il dipinto su cui appare la lotta fra la biscia e il suo cane. Il terrier l’ha raggiunta attraverso la scaletta che mette in collegamento i due piani della casa, per sollecitarle il pasto. L’uomo rimane immobile per lunghi periodi, profondamente assorto, fissa i fogli, riprende e confronta alcune pagine. Immotus nec iners! Lo sguardo è concentrato nella lettura, poi gira il capo verso la cascina dietro cui è sparito il cavallo. Guarda la seggiola che il terrier ha abbandonato, quindi torna con rinnovata intensità al suo lavoro. Talvolta rigira fra le dita il massiccio anello di oro bianco con l’incisione della corona nobiliare. Cosa lo attira in quei documenti? Cosa lo fa apparire così estraniato? Quasi vivesse in un altro tempo, in un’altra dimensione. Tutta la sua attenzione è concentrata nella lettura delle carte, come se fra quelle righe, antichi segreti, fascinose avventure, storie di altri tempi si celassero. Di che si tratta? Proviamo a dare uno sguardo alle prime pagine:

Correva l’anno 889 quando una tempesta nel mar Tirreno, gettava alla deriva una imbarcazione mussulmana. I superstiti prendevano terra nel golfo di Saint Tropez in Provenza senza incontrare ostacoli da parte di elementi cristiani locali. I Saraceni, tornati in Spagna, diffusero la notizia e subito folti ed agguerriti gruppi di loro compatrioti si diressero al provvidenziale porto. Occuparono le montagne circostanti, si nascosero nel folto dei boschi, costruirono rifugi sotterranei, fortificazioni e torri, disposero per la vicina costa posti di segnalazione e di guardia trasformando Saint Tropez in un munito porto capace di raccogliere un’intera flotta. Da questo porto per un secolo circa, le arabe torme agguerrite e veloci, dilagar fin dove Genova splenda, recando distruzione in Liguria, in Provenza, nelle Alpi Occidentali. Le prime scorrerie in Provenza e sulla riviera ligure non incontrarono ostacoli e i Saraceni fatti sicuri occuparono i valichi alpini, risalirono la valle del Rodano sino a Vienna, dilagarono in Piemonte dalle valli di Aosta e del Tanaro stringendo in una morsa inesorabile le terre subalpine. Nel Monferrato si stanziarono nelle caverne del colle di San Germano, ad Ottiglio e dettero nome ad una località: Moleto dal nome del loro capo: muley, che in arabo vuol dire Signore. ..L’imperatore Ottone I inviò un ambasciata presso il Califfo di Cordova Abd er Rhaman III, nel 953 per persuaderlo a richiamare dalle terre cristiane i razziatori arabi ma senza risultato.- Piccole città saccheggiate, castelli distrutti, chiese e conventi ridotti in cenere, devastati e ridotti allo squallore, genti massacrate o soggette a crudeli persecuzioni onde più nessuna sicurezza offrivano le case dalle quali le giovani donne e i bimbi venivano rapiti per essere condotti nei remoti covi e gli uomini strappati e mandati in lontani paesi in schiavitù.- Così si esprimevano i cronisti del tempo e posteriori, spesso esagerati nelle loro descrizioni.

Non che i Saraceni avessero dei riguardi ma le loro gesta sono spesso aumentate, da quei cronisti per solito ecclesiastici, perché saccheggiavano di preferenza le chiese ed i conventi ivi nascondendosi i maggiori tesori. ..Ai Saraceni si aggiungevano abitanti delle zone dove questi si fermavano. Nelle cronache sono chiamati pravi cristiani o mali homines e con i Mussulmani razziavano e saccheggiavano dividendo il bottino. E a pagina 43 delle 1416 pagine degli ANNALI DEL MONFERRATO leggiamo: – Ma la damigella pur gli faceva assai festa tanto che al fine non sapeva Aleramo che fare né che dire; però che amore e bellezza da una parte lo infiammavano tutto e fede e conoscenza dall’altra lo ritraevano d’amare. La fanciulla quando si vide a tale condotta che non faceva più che languire, disse al valletto: – Io non potrò più vere se voi non mi menate in qualche parte ove noi siamo senza pericolo, però ch’io non posso senza voi più durare. Come il donzello intese esclamò: – Che è quel che dite dolce signora? Già noi non potremo andare in nessuna parte che non siamo di subito tagliati a pezzi e morti. Della morte mia non me ne importerebbe: ma non soffra Iddio che la vostra persona abbia sì fatta pena. – Tuttavia la fanciulla tanto seppe dire e fare che Aleramo disperando per una parte che l’imperatore si contentasse mai del loro amore dubitando per un’altra che durando ancora la cosa non si potesse più oltre celare, una notte menò via la fanciulla. E si vestirono per non essere conosciuti di abiti strani e diversi; e su due cavalli, uno bianco, uno rosso fuggirono per foreste e per luoghi selvaggi…. Altre pagine e altre ancora vengono corrette e archiviate quel giorno. Il sole nella fredda e nitida giornata di marzo ha già smorzato tutta la sua forza e la collina di tufo è una massa oscura, minacciosa. Il cane accorre velocemente al richiamo della moglie di Aldo di Ricaldone, che al piano di sotto ha appena riposto pennelli e colori.

La tela a cui sta lavorando raffigura proprio il loro cane e la biscia cui darà battaglia. Nella sala un gran ceppo ha preso a crepitare dentro l’enorme bocca del camino. Questa sera ci sono ospiti. Anche se non siamo riusciti a condividere completamente le sue opinioni, stima e affetto nei suoi confronti rimangono intatti e, invece di affievolirsi, crescono col tempo. Egli difese a oltranza una visione del mondo scomoda per quei tempi, riferendosi costantemente ed esclusivamente ai valori della Tradizione, secondo posizioni che andavano controcorrente. Le oltre tremilacinquecento pagine da lui redatte, relative agli ANNALI DEL MONFERRATO e MONFERRATO TRA PO E TANARO sono la dichiarazione d’amore verso la sua terra, un’avvincente saga di eventi di inestimabile valore lunga otto secoli che regge il confronto coi romanzi più appassionanti (ma con personaggi e vicende autentiche.) Le sue opere oggi sono ambite da eruditi, studenti, ricercatori, dagli amanti della storia, e da chi, più semplicemente, come me, vuole sapere come sono davvero andate le cose. Non occorre infatti essere Monferrini per apprezzare il modo in cui Aldo di Ricaldone tesse il suo incredibile arazzo. IL MONFERRATO. Ma quante regioni così interessanti come questa ci sono in Italia? Domanda superflua e risposta scontata: tutte. Concludo con le ultime frasi di Aldo di Ricaldone, a pagina 26, tratte dagli ANNALI DEL MONFERRATO: Gli Annali sono un messaggio, un invito alle generazioni future perché altri uomini con senso critico, con responsabilità e con intelletto d’amore, attingendo alle fonti elencate, sappiano trarre quelle nozioni per delineare sull’arco dei secoli la favola umana che si chiama Storia e che forma la gloria della nostra Gente e della nostra Terra.

c’era la malinconia?

Non quella che credi tu, ma quella celebrata e coltivata da illustri poeti. Quel sentimento “nobile”, che sgorga come acqua triste e desiderata, da una polla, mica quella che ti prende all’improvviso a guardare fuori durante un giorno di pioggia o di sole, che tanto è la stessa cosa, anche se di questo “umore” risulta essere stretta parente, la malinconia degli artisti, di quelli che, ad esempio, soffrono perché vedono la loro città scomparire; in questo caso si tratta della Parigi di Baudelaire, che scrive:
Parigi cambia! Ma nulla è mutato nella mia malinconia:
palazzi nuovi, impalcature, massi,
vecchi quartieri, tutto in me diviene allegoria,
e i miei ricordi più
cari sono grevi come rocce.

Così scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sara poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato! ì Cos scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sará poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato!

Comunque, a parte il prezzo, le tre letture di Charles Baudelaire condotte da Jean Starobinski sono una chicca, un po’ ostica a volte, ma chicca rimangono. C’è da dire che quando i Francesi fanno qualcosa che riguarda i loro “idoli” indigeni fanno le cose in grande, mettendoci una cornice spessa e ricca. Scrive il critico: ho presentato agli ascoltatori del Collège de France, durante l’inverno 1987 98, otto lezioni sulla storia e poetica della malinconia, eccetera. Pare che durante le lezioni nessuno fiatasse tanto interesse c’era. Andando nel vivo, si legge:

O lettore quieto, bucolico,
o sobrio e ingenuo uomo perbene,
getta questo libro saturnino,
tutto orge e malinconie.

Simile all’eroina di Diderot, la Malinconia, allegorizzata da Baudelaire è giovane: le sue “noie” sono precoci; conosce “notti” languide. Scrive libero pensiero: a proposito della malinconia:
Da Aristotele a Orazio, da Leopardi a Baudelaire fino ad arrivare a Freud, la malinconia ha dominato la scena letteraria ed artistica per interi secoli, ammantandosi di diverse connotazioni: melanconia, acoedia, taedium vitae, tristitia, spleen, noia, depressione. Chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni e inclina alla malinconia.” Così scriveva Leopardi nello Zibaldone, addossando alla melanconia l’accezione di escavatrice della psiche umana, sondando abissi vergini di conoscenza, e conducendo l’uomo sul viale della verità, arduo da percorrere.

“La malinconia, sempre inseparabile dal sentimento del bello”, secondo l’autore de “Les fleurs du mal”, invece, non si agghinda della lieve delicatezza, che oggi siamo soliti attribuire a questo termine. Al contrario, essa si carica del molesto fardello della realtà, della dimensione terrena, assumendo le sembianze dello “spleen” a cui il poeta vuole accanitamente sfuggire per innalzarsi al divino, allo sconosciuto, all’inesplorato. Eppure, egli non riesce nel suo intento, spossato da una martellante disperazione. Uno specchio di voluttà solitaria, e uno specchio di dolore altrettanto solitario. Gli specchi sono gli officianti di un piacere perverso:

E poi giungevano le sere malsane, le notti febbricitanti,
Che fanno innamorare le giovani dei loro corpi,
E agli specchi, -sterile voluttà –
Contemplare i frutti maturi del loro nubilato”.

“Un volto di donna è una provocazione tanto più attraente quanto più il volto è generalmente malinconico”. Baudelaire conosce sicuramente, tutto il pericolo della malinconia e scrive: “Germinavagli nell’occhio la lacrima di qualche ricordo; e andava a vedersi piangere allo specchio”. E in quel che lo seduce sa leggere l’amarezza rifluente, come se venisse da privazione o disperazione, o ancora “bisogni spirituali, ambizioni tenebrosamente represse”. Baudelaire ha “coltivato” il suo isterismo” con gioia e terrore “, ma spera di “guarire di tutto, della miseria, della malattia e della malinconia”. Alla fine della sua avventura lo troveremo affetto dalla melanconia dell’azzurro e posseduto dalla “tristezza in cui ci getta la coscienza d’un male incurabile e organico“. Leggi cosa scrive a proposito di un cigno fuggiasco:

un cigno evaso dalla sua gabbia:
con i piedi palmati fregava il selciato arido,
trascinando il bianco piumaggio sul terreno accidentato,
Presso un ruscello secco l’animale, aprendo il becco,

immergeva febbrilmente le ali nella polvere,
e diceva il cuor tutto memore del suo bel lago natio:
Quando scenderai, acqua, quando esploderai, fulmine?”
Vedo quel misero, strano e fatale mito,

verso il cielo, talvolta, verso il cielo ironico
e crudelmente azzurro-come l’uomo di Ovidio
sul suo collo convulso innalzando l’avida testa-
in atto di lanciare rimproveri a Dio!

Scrive Starobinski: Il cigno in gabbia e un emblema superbo della malinconia. ...Evaso dalla gabbia per trascinarsi sull’arido selciato sotto i cieli freddi il cigno è votato alla più grave malinconia.Aggiungiamo che per il cigno evaso la libertà apparentemente riconquistata è una più grave separazione. Il passaggio da una prigionia accidentale a un esilio essenziale- a una mancanza e a una shiavitù assolute.
Non ho resistito a riportare alcuni dei suoi più famosi versi che sicuramente conosci:

Spleen
Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte
Riversa un giorno nero più triste delle notti;

Quando la terra cambia in un’umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera…

Siamo in tema: malinconia che diventa speranza vinta, angoscia dispotica e atroce necessaria per i suoi versi fecondi. Il grande Baudelaire metteva nero su bianco la malinconia, la utilizzava insomma e senza assumere antidepressivi.

c’era Milano?

Ci sono passato davanti l’altro giorno. Da anni non ci andavo. E quasi mi veniva un colpo, il groppo in gola mi ha accompagnato per un po’. Ci scopro quella roba in viale Pasubio, al posto di Ingegnoli, un pugno allo stomaco, mi viene il torcicollo; non so se sei nato e vissuto a Milano e magari ami la tua città. Ma io, che milanese non sono, ne sono rimasto avvilito, come percosso. Adesso cerco di spiegare il motivo. Parlo della nuova sede (per me è nuova ma c’è già da due anni) della Feltrinelli di viale Pasubio. Io non ci sto, non ci sto a fare il modernista tato per farlo, o per moda, o per seguire l’onda osannante: il nuovo volto di Milano, non ci sto a condividere quello che Felrinelli dice a proposito del progetto, ovvero: Feltrinelli per porta Volta, Scrivere la città.

Futuri urbani a confronto era il 27 febbraio 2015. Ed eccoci qua. Una lama di cemento cristallo conficcata in uno dei cuori “storici” di Milano, anche se dalla foto ci sono un po’ di alveari a farle da contorno. Ma non vedi come stona? Non ti sembra un cappello messo di sbiego? Progettata da Herzog. Dimmelo tu se sai qualcosa di più su questi architetti. Il progetto architettonico è stato affidato al prestigioso studio Herzog & De Meuron, vincitori di un premio Pritzker per l’architettura e progettisti di innumerevoli interventi in tutto il mondo, tra cui si segnalano la Allianz Arena a Monaco di Baviera, la New Tate Gallery a Londra, lo Stadio Nazionale di Pechino, lo Young Memorial Museum di San Francisco. Cosa dicono gli architetti? Ecco cosa dicono Jacques Herzog e Pierre De Meuron raccontando la loro visione del progetto: i nuovi edifici si ispirano alla semplicità e alla imponente scala delle architetture che caratterizzano l’architettura storica milanese, costituita da esempi come l’Ospedale Maggiore, la Rotonda della Besana, il Lazzaretto e il Castello Sforzesco.

I nuovi edifici sono anche ispirati dal tratto lungo e lineare delle tipiche cascine della campagna lombarda, che già rappresentarono un importante punto di riferimento per Aldo Rossi e per il suo progetto del Gallaratese. Così scrivono Feltrinelli ed Herzog per presentare la loro “cascina” di cemento e cristallo con tetto spiovente. Tipiche cascine della campagna lombarda. Ma hai voglia di scherzare Feltrinelli Herzog? e dici che la tua cosa si ispira all’imponente scala delle architetture storiche milanesi? Dai, lo so che state scherzando, nessuno davvero vi ha mai detto cosa pensa di quella cosa? No? Non lo vedi come si sente solo quel ciclista che ci passa davanti? Io non ci sto. E penso di non essere il solo ad alzare il mio dissenso su quest’opera che potrebbe forse andare bene in altri contesti ma certamente non in via Pasubio. Questa costruzione fa parte del nuovo progetto architettonico urbanistico di Milano? Ma non scherzare Jacques Herzog. Non puoi dire che in questa nudità c’è una sorta di richiamo alla tradizione medievale e gotica. E sai perché non puoi dirlo? Perche non è vero. Il tuo parallelepipedo piramide non ispira, ma confonde. Non riecheggia nobili architetture ma opprime lo spirito. Non rimanda ma troneggia. Ha qualcosa di cimiteriale, di non finito, di provvisorio e supponente, e tuttavia di austero e presuntuoso, cioè di ancora più fastidioso. Charles Baudelaire che già soffriva di suo per la devastazione subita dalla sua Parigi, in via di smembramento e di riedificazione, sarebbe inorridito davanti alla tua lunga baracca di cemento vetro.


È la prima sensazione che conta. Ci son passato davanti e mi son detto: oddio! devo aver sbagliato strada. E invece no. L’idea che ti viene agli occhi, la violenza nel tessuto urbano, che non aveva bisogno di costruzioni rigide, ma piane, amichevoli, onestamente dimesse come quelle che la fronteggiano. Mica ti offendi, se te lo dico, tanto sei già  famoso per cui non sentirai nemmeno ne’ leggerai la mia puntura di zanzara. Però, una cosa te la voglio dire Herzog. Io che non sono milanese ma che ci ho vissuto per venti anni avevo cominciato ad apprezzarla, si sa che sono un po’ lenti i torinesi e i ferraresi ad apprezzare l’altrove. E sai perché me la prendo tanto con la tua edificazione cristallo cementizia? Perché è presuntuosa e anche perché in via Pasubio andavo a comprare i bulbi degli iris, perché passeggiavo in un lembo di terra inghiaiata e fertile, perché andare da Ingegnoli, nella pausa pranzo, mi ristorava e rinfrancava, cosa che non potrei più fare se abitassi a Milano e andassi in via Pasubio. Mi hai sottratto un pezzo di ricordo, di passato, e penso che anche altri la pensino come me. Sai cosa diceva Flaubert nelle sue “Memorie di un pazzo” a proposito della Poesia? Questo: Noi restiamo a terra, su questa terra gelida che soffoca ogni fiamma, che smorza ogni ardore! Per quale scala tornare dall’infinito alla realtà ? Fino a che punto la Poesia può abbassarsi senza morire? Come imprigionare questo gigante che abbraccia l’immensità? Ecco cari Feltrinelli Herzog, la Poesia si è abbassata e poi è morta di crepacuore guardando la vostra costruzione. Se poi vuoi dare il nome di Progresso e di riqualificazione edilizia alla tua roba accomodati, ma quanti sono a crederlo?

mangiavi il bollito misto alla piemontese?

Se inviti a pranzo tua suocera per la prima volta, il capo ufficio, la fidanzata o qualcuno a cui tieni, sbalordiscili con un piatto succulento e grandioso. Chiara Rigoli, astigiana verace, mi ha inviato una ricetta prelibata, sotto le insegne della cucina classica piemontese, quella del: GRAN BOLLITO MISTO ALLA PIEMONTESE 

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Secondo la ricetta originale dell’Accademia Italiana della Cucina, chiamata del Grande Bollito Storico Risorgimentale Piemontese (quello di Vittorio Emanuele II) il Bollito si compone di 7 Tagli: groppa o capocollo o tenerone, gamba o stinco, pancia o scaramella o biancostato o grasso – magro, cappello da prete o «arrosto della vena» o sottopaletta, punta col suo fiocco, infine la Rolata «copertina di petto arrotolata e legata su un ripieno di lardo o prosciutto, salame cotto, due uova e una carota intere, erbe aromatiche e pepe, che viene poi tagliata a fette». In pentole diverse si cuociono invece i 7 ammennicoli od ornamenti: la Testina «completa di musetto, ed occhio, bocconi del buongustaio», la Lingua, lo Zampino, la Coda «è buonissima, inoltre fa il brodo gustoso e perfetto», la Gallina, il Cotechino e la Lonza «una copertina di petto grassa arrotolata sui suoi aromi, e arrostita a fuoco forte, unico pezzo arrosto che fa parte del Bollito!». I 7 tagli di carne sono da abbinare a 7 condimenti (l’agliata, bagnetto verde e rosso, Sausa di avije (salsa delle api), Cugnà (mostarda d’uva) e salsa al rafano) e a 7 contorni

Ingredienti: per 8 persone, fonte: Regione Piemonte
gr. 500 di muscolo di manzo una coda gr. 500 di culaccio di manzo alcuni salamini 1 lingua di vitello gr. 500 di testina 1 cotechino 1 gallina 1 cipolla 2 carote 2 coste di sedano 1 manciata di prezzemolo sale grosso

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Come si prepara: Lavate le verdure e tagliatele grossolanamente. Lavate il prezzemolo e legatelo in mazzetto. Prendete una pentola capace e mettetela al fuoco con le verdure, il prezzemolo e acqua abbondante, salata. Quando bolle, unite le carni di manzo. Lasciate cuocere per un’ora. Aggiungete tutto il resto ad eccezione della testina e del cotechino e fate lessare per un’altro paio di ore. Metti contemporaneamente al fuoco una seconda casseruola, con acqua abbondante; in essa fate lessare il solo cotechino e i salamini. Mettete in una terza pentola la testina con metà acqua e metà brodo di manzo. Mettete a scaldare un piatto di servizio grande a sufficienza per ricevere il bollito. Quando tutte le carni sono giunte a cottura, toglietele dalla pentola, ivi compreso il cotechino, e sistematele sul piatto di servizio. Occorre portare sempre in tavola il bollito a pezzi interi. Indispensabile è un tagliere con bordi raccogli brodo, coltellaccio e forchettone per tagliare a vista le varie parti del lesso secondo il gusto e l’appetito dei commensali. Occorre che ti ricordi che appena collocato il bollito sul vassoio di portata, bisogna spargere una manciata di sale grosso sulla carne e versare alcuni mestoli di brodo bollente: questo accorgimento servirà per accrescere e far risaltare il sapore della carne. Il bollito misto, non richiede nessun contorno specifico, qualche patata o al massimo verdure secondo fantasia; una buona insalata verde o mista potrà essere servita successivamente. Massima importanza, invece, la rivestono le salse. Si accettano ricette per ogni palato e circostanza.

Claudia Cardinale non la smetteva più di ridere?

Se vuoi capire cos’è l’Italia di oggi e perché siamo come siamo c’è da vedere un film, tratto dall’omonimo romanzo. So che l’hai già visto, ma rivederlo non guasta, è il Gattopardo, opera spettacolare, capolavoro del grande Visconti. Un film sontuoso, recitato dal quel mostro di bravura che è Burt Lancaster, con Romolo Valli, puzzolente prete di famiglia perché non si lavava abbastanza e Paolo Stoppa e Rina Morelli, tutti indimenticabili. L’ho rivisto l’altra sera sul mini schermo del computer, troppo piccolo! pazienza. E mi son detto ecco l’Italia di ieri e …quella di oggi, non tanto diversa da allora. 159 anni posso passare in fretta e…invano (?) I nostri “drammi”, le diversità incomponibili, l’eroico faticoso tentativo di farci patria comune e poi unico popolo, sopportando due guerre mondiali, un unico Paese, da nord a sud, mentre gli altri già da secoli si sentono Inglesi, Francesi, Tedeschi. Colpa di nessuno, colpa di niente. Accade e basta. Si chiama Storia. Diversità nell’unità, un grattacapo, come ben sai. Una scommessa con il nostro passato, ecco di cosa si tratta: la nostra riunificazione. Una scommessa della cui vincita stiamo ancora aspettando l’incasso conseguente alla riunificazione. Vai sulle spine se parli dell’Italia, facile andare in confusione, in tanti ci provano, ma riesci a dire solo delle verità parziali. Un film può spiegare molti perché. Accade nel Gattopardo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il principe Fabrizio Corbera di Salina ovvero la nobiltà di sapore feudale della Sicilia, amaro e lucido critico verso la sua terra e il regno italico nascente, ci offre la chiave per capire. Per capire come mai ancora oggi, se non così  esplicitamente come un tempo, il nord viene considerato oppressore e usurpatore. Don Fabrizio ce lo spiega rifiutando la nomina a senatore del neonato regno d’Italia, perché lo vede già pullulare di sciacalli e non di gattopardi, aristocratici come lui. Se ti ricordi la scena in cui l’emissario del governo piemontese, un certo Chevalley di Monterzuolo (chissà perché mi sovviene Montezemolo?) sembra appena uscito dal caffè San Carlo che, se sei di Torino, conoscerai benissimo, in cui cuori generosi pulsanti hanno discusso e preparato la riunificazione patria, si trattava di carbonari e intellettuali in incognito ammollo. L’ometto timido ma resoluto, cerca di convincere il principe, senza tuttavia riuscirci. Non credo che si offendano le altre regioni se prendo la nobile Sicilia come esempio più eclatante e le accomuni in un solo Sud Italia, con le dovute differenze, certo. La spiegazione è evidente. Gli dei siciliani, come gli dei calabresi e campani, aggiungo io, d’accordo col principe, hanno subito altre civiltà, da sempre, altre amministrazioni e occupazioni, altri dominatori, da tempo immemore. Non vuole essere svegliato il sud, gli indigeni soggiaciono a un clima inclemente per gran parte dell’anno, alla mancanza d’acqua, al sole implacabile, alla violenza del paesaggio, e infine alla loro stessa natura divina. Non è addomesticabile l’uomo del sud, troppo diversa la sua storia e la sua indole, troppo ignorante, anche se Napoli durante il Settecento era una città di splendore unico in Europa, ma nelle terre circostanti l’arretratezza dei villici raggiungeva iperbolici livelli, baronie semifeudali trionvavano: era il sud, sottomesso a un fato avvertito come incombente e non benigno, che il principe de IL GATTOPARDO descrive così bene in dettaglio, a Chevalley che gli chiede: lei rifiuta di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare: se gli uomini onesti si ritirano, la strada rimarrà libera alla gente senza scrupoli…e tutto sarà di nuovo come prima e prima ancora gli aveva detto: Lei farà udire la voce di questa sua bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare con tanti giusti desideri da esaudire… ma il principe risponde: Noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua a spaccare i capelli in quattro....Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee tutte venute da fuori, già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi…da duemilacinquecento anni siamo colonia. ….e poco oltre: Il sonno caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i piu bei regali e sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi….La volontà e l’entusiasmo dell’omino con gli occhiali che tenta di convincere il nobile siciliano, encomiabile ma inutile.

Amarezza e lucidità di analisi del principe fanno tuttuno e serviranno a giustificare l’offerta respinta. Ancora oggi ci sono fatti e umori che descrivono l’atteggiamento del sud verso il nord invasore, significativo, non ti pare? C’è chi tiene in salotto, incorniciata e sottovetro, la pallottola sparata dall’usurpatore piemontese, ovvero da un soldato della fanteria del re nordico invasore, alias Savoia. Del resto come negare che la riunificazione esigeva, se non proprio un regicidio, almeno una fuga ossia la rinuncia e la sparizione del re Borbone. Quel timido e malinconico Ciccillo o’Lasagna stanato a cannonante nella fortezza di Gaeta.

La bella regina Sofia, sua moglie, curava feriti fra le macerie dopo le cannonate. Poi gli abbiamo mandato giù le corriere nelle terre dei terroni, perché la Fiat aveva bisogno di mano d’opera per fabbricare l’utilitaria Topolino e la Fiat 500. Poi gli hanno costruito le case popolari per alloggiarli e altri hanno invaso le mansarde e le case di ringhiera dotate di un cesso comune, sul ballatoio ad angolo, per diverse famiglie del piano. Puzzavano di fritto i terroni, parlavano dialetti incomprensibili, per noi del nord tutti uguali, appunto incomprensibili, urlavano, non avevano buone maniere, senza distinzione, per i nordisti, gente all’ammasso, fra siculi calabro normanni pugliesi e campani, prima della battaglia di Benevento e di Manfredi e di Federico II, ci restituivano l’invasione dei loro regni, ma senza portare armi o guerra, solo braccia portavano e le loro speranze di miglior vita.

Venivano a colonizzarci, a fare falegnami, imbianchini muratori, fabbri e calzolai. Mario Ingrosso li ha fotografati, con la valigia legata con lo spago, le scarpe sfondate e un panino in mano.

Del principe Salina non c’è più traccia oggi, e della sua lucida analisi, che parla della sua regione e che io, forse con qualche forzatura, faccio parlare a rappresentanza di tutto il Sud, come non c’è più traccia della grassa, lunga imbarazzante risata di Claudia Cardinale, futura sposa di Tancredi, alias Alain Delon. Abbiamo fatto l’Italia-territorio e siamo sopravvissuti a due guerre mondiali. E ora, a 159 anni di distanza dalla riunificazione, non diciamo più: terroni ma non siamo ancora quello che speravamo di diventare. E i nostri vicini si chiedono il perché.

I miei insopprimibili indizi di scrittura