credevi fosse sparito il Medioevo?

Donne in amore, i trovatori

L’arazzo.  Un’occasione per riflettere sul presente. Un esempio nella vita, un punto di riferimento nelle opere. Johan Huizinga, olandese, imprigionato due anni dai nazisti per lo spirito di indipendenza che animava il suo pensiero. Un grande storiografo che frugava nell’archivio della storia di Francia e d’Europa e che ha scritto numerose opere fra cui L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, il suo capolavoro per ricchezza di indagine abbondanza delle fonti, e interpretazione, divenuto ormai un classico. Abbiamo scelto di segnalare l’edizione introdotta da Ludovico Gatto dei grandi tascabili economici NEWTON in cui fra l’altro si legge un commento di Raffaello Morghen:…civiltà è per Huizinga, tradizione di esperienze di vita, di ideali civili e religiosi, di forme dell’espressione estetica, che si tramanda attraverso le varie culture, da generazione a generazione, onde l’umano si arricchisce e si espande. Ma il senso della storia, continua l’introduzione, per Huizinga è nel rapporto che riusciamo a stabilire e in cui riusciamo a porci con i tempi andati. Che resta stabilmente di valido aiuto non diciamo per superare la crisi della nostra civiltà, che è anche, come il nostro studioso indicò crisi della storia e viceversa, ma per precisarla meglio, conoscerla a fondo, anche se ciò non voglia dire dominarla.  Fermiamoci qui, perché è da qui che vorremmo partire, per considerare il nostro presente.

Doveva essere crisi di civiltà durante e subito dopo la caduta dell’impero romano in gran parte delle contrade d’Europa, doveva essere crisi di civiltà nei secoli bui del nostro Monferrato, durante le scorrerie dei Saraceni che dal decimo secolo da Saint Tropez dilagarono in mezza Europa, e ancora crisi, almeno per quanto riguarda l’Italia quando, per secoli, potenze limitrofe venivano a stracciarsi le vesti e a fare casino nella nostra penisola, usandola come terreno di scontro. E ancora crisi di civiltà è stato l’orrore perpetrato nelle due recenti guerre mondiali che hanno visto la caduta di opposte sanguinose utopie, e per il riassetto politico dell’Europa e i genocidi perpetrati in nome di… o nel segno di… e le nuove barbarie che sono del resto una costante storica, con armi poi messe al bando ma sempre pronte a far capolino, più micidiali che mai. A quale crisi se non questa attuale, sfuggente nella sua attualità e pure concreta e misurabile; la più radicale e prolungata, la più subdola e invasiva, così evidente da riguardare ogni aspetto della quotidianità, dai costumi al vivere nella comunità. Quale crisi più grande di questa che vieta di riconoscere noi stessi, la propria bellezza e grandezza (trascorse) la propria unicità di stirpe e di cultura; il patrimonio fattoci pervenire dalle precedenti generazioni è misconosciuto o trascurato. Unici al mondo senza tema di smentite per abbondanza e rilevanza di bene tramandati e oggi trascurati.

Arcieri e balestrieri

A cominciare dai paesaggi deturpati, non c’è regione italiana che non annoveri obbrobri edilizi anche recentissimi, la devastazione del nostro passato equivale all’ignoranza delle nostre origini. Con l’avallo di tutti i governi del dopo guerra. Nel nome dello sviluppo industriale e del progresso, è solo un esempio fra i tanti, è stata uccisa o umiliata qualsiasi eredità della Tradizione. Ci viene quasi il dubbio che alle nobili popolazioni italiche venga deliberatamente somministrata una sorta di narcotico, per piombarle in un vuoto della coscienza, o in stato di incoscienza, per meglio governarle, per mantenerle in una specie di ignoranza corrosiva e deleteria. Siamo Italiani dopo tutto. Dopo Pasolini il nulla, è il caso di dirlo. Quale intelletuale, perdonami il termine che oggi fa un po’ ridere, si impegna come faceva lui, sulla sua persona si possono avere tutte le riserve, pagando di tasca sua dileggio e critiche. Tornando al grande Johan Huizinga non osiamo neppure affacciarci sullo sbalorditivo arazzo che egli tesse, scandagliando vizi e virtù di Borgognoni, Fiamminghi, di principi, villani, madamigelle e cavalieri erranti sulla via del tramonto, attraverso storie di duelli, scontri, matrimoni ed esecuzioni capitali, avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cui ti rimando direttamente alla lettura di questo fantastico breviario di avvenimenti ambientato quando la Rinascenza europea già bussava forte alle porte della Storia. L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, come disse Carlo Antoni intende comporre una vitraille istoriata, come quella delle cattedrali francesi e della Fiandra o dei Paesi Bassi, in cui i riflessi luminosi, i giochi di luce, affascinanti iridescenze, quasi magicamente si moltiplicano e si inseguono…

sbuffavi a leggerlo?

Prova a pensarci, anche te ne hai, magari li conservi ancora, polverosi, sbrindellati, ingialliti, in qualche ammuffita valigia, in soffitta o in cantina. Quanto hai penato su quella pagine! Ti ricordi? Ti hanno accompagnato per anni, magari tediandoti a scuola e nei compiti di casa e adesso alcuni te li ricordi ancora. Pochi, davvero pochissimi, quelli che erano speciali, appasionanti, se considerati con gli occhi di oggi e con la vita che hai vissuto. Libri scritti col cuore e con l’intelligenza. Libri che, anche dopo decenni, sanno emanare forza e suggestione perché intendevano farti amare mondi trascorsi, passioni di uomini e il loro mondo scomparso. Libri eroici, dico io, se son riusciti a resistere nella tua memoria e agli insulti del tempo. Ci sará pure un motivo. Qui sto scrivendo di un normalissimo testo da cui abbiamo appreso di mitiche gesta di eroi. Studenti sedicenni eravamo, distratti da cento cose, allora, ma affascinati da quello che migliaia di anni prima stava accadendo alle soglie della storia e della leggenda.

mondo antico

Stanno ancora agitando spada e lancia cercando di darsi la morte.  C’è un’ombra che si allunga e che trapassa i secoli, l’ombra del legno di orniello su cui s’innesta la lancia di ferro, che trafigge il tempo. Ancora si danno battaglia, nutriti di odio assetati di vendetta. Attori di una contesa che sembra non finire mai. Mitici. Quell’ombra lunghissima, che si proietta a terra, giunge sino a noi, dopo millenni. Seguendola a ritroso scopriamo che è l’ombra fatta dal giavellotto di Achille, scagliato inutilmente contro Ettore e raccolto dalla rapida mano di Athena, alleata dell’eroe troiano. Achille e Ettore, titani piegati al volere degli dei.

Il duello

Davanti a quel duello il cuore si stringe, il respiro rallenta. Quante fantasie! Te dirai, eppure i due combattenti sono i simboli di un odio assoluto, di umana richiesta di clemenza, subito respinta da Achille. Ma non ripeto quello che altri hanno già detto assai meglio di me.
Quello che mi preme è parlare del libro, non dei miti che racchiude. Cos’ha di speciale? Tutto. A quarant’anni di distanza ricordo ancora le traduzioni di Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo, gli appassionanti scritti di Manara Valgimigli e di Fustel De Coulanges, di Jacob Burckardt e di Will Durant. Un libro speciale per gli istituti tecnici di allora. Aveva delle intenzioni quel vecchio testo scolastico: mettercela tutta per farci amare quella metà di mondo sviluppatosi 24 secoli fa fra l’Egeo e il Mediterraneo.
I miti, le gesta, gli eroi sono gli archetipi ancora vivi, seppur sepolti nell’ignavia dei moderni. Gran libro se ancora oggi lo ricordo dopo decenni trascorsi. 

Ulisse e Nausicaa con le ancelle

Chi può dimenticare la scena in cui Ulisse scruta, non visto, gioendo commosso, alla vista delle candide braccia di Nausicaa. E poi in quella in cui lui appare, vergognoso e seminudo alle fanciulle. La figlia di Alcinoo, re dei Feaci che giocava sulla spiaggia, bella fra le belle, più di duemila quattrocento anni fa non ne ha timore…una scena che ti sembra di vedere ancora recitata magistralmente da Barbara Bach e Bekim Fehmiu,…e sembra ieri. L’ho messo sull’ultimo scaffale, il libro, fra i volumi importanti. L’eredità del mondo antico – pubblicato da Zanichelli, Bologna

c’era l’America?

Si fa presto a dire: America. Ma quale America?! subito uno si chiede. Il gran continente suscita sentimenti contrastanti da subito, pro e contro, amore odio, senso di superiorità verso il paese fanciullo, o ammissione di inferiorità della vecchia Europa, eccetera. Non è questo il punto. Se penso però a quello che gli USA ci hanno dato in termini di scrittori, registi, attori, scienziati allora la testa mi gira e mi unisco al coro di chi ama e ammira quel Paese riconoscendone la superiorità e unicità.
Gente del calibro di Poe, Lovecraft, Steinbeck, London, Miller, e poi Marlon Brando, Bogart, Orson Welles e Papa Hemingway, meglio che non mi faccia prendere la mano, l’elenco è interminabilie. Tutta gente genuinamente ed esclusivamente americana che ha fornito interpretazioni e rappresentazioni inedite di sé e del proprio tempo. Per cui evviva l’America! Dicevo di big Papa Hemingway, ci ho messo due mesi a pensare a cosa scrivere perché i fiumi di inchiostro su di lui non si contano e poi su Orson Welles che merita un discorso a parte, trattandosi di genio allo stato puro.

Tra l’altro i due, erano amici, anche se Welles era estraneo al clan di Hemingway, come si evince da un video in cui il grande Orson parla del grande Ernst dicendo anche che lo scrittore era molto malato e che ha calcato inevitabilmente le orme del padre, morto suicida. Di Hemingway è stato detto sin troppo, e oggi si fatica ancora a distinguere la grandezza indubbia della sua scittura dal mito che ancora aleggia attorno a lui. Si sentiva spiato (ed era vera la cosa) dall’ FBI ed era arrivato a scambiare per agenti segreti due becchini che bevevano una bibita seduti al bar, dopo il lavoro. L’America lo utilizzava come informatore mentre lo sospettava di simpatie comuniste vista la sua amicizia con Castro. Insomma, incognite e guai hanno costellato la sua esistenza.

Quand’ero all’Havana mi sono imbattuto in alcune sue tracce e le ho seguite. Non è stato difficile. Floridita, Bodeguita del medio, la sua casa Finca Vigia, raggiunta inutilmente perché la casa era chiusa e così ho potuto solo sbirciare dalla finestra. Allora lavoravo per l’ente del turismo cubano come fotografo per cui mi hanno fatto scorrazzare in lungo e in largo per l’intera isola; l’autista mi ha condotto fino a Cojimar a incontrare Gregorio Fuentes ispiratore del VECCHIO E IL MARE. Cosa pensi che mi abbia detto il vecchio Gregorio che portava Hemingway a pescare marlini? “He was a great gay” e poi si è fermato coi ricordi come era solito fare con tutti quelli che lo visitavano, andando poi, come da copione, a prendere ‘l’album delle foto. Che Papa Hemingway avesse conosciuto, apprezzato e poi criticato il nostro Gabriele D’Annunzio e i suoi Arditi è cosa assodata, magari riprenderò l’argomento in altri post. Passo e chiudo.

Se vuoi leggere qualche mio scritto

c’erano gli editori? (seconda puntata)

Il motto di HOMO SCRIVENS

Prima o poi doveva capitare qualcosa del genere. Qualcosa di davvero importante anche se sottotraccia. Pochi si sono accorti della cosa e della sua rilevanza. Non occorre scomodare Darwin, le mutazioni, la fisica quantistica, o l’inclinazione dell’essere mutante che intende sopravvivere e poi affinarsi. Il terremoto non ha fatto il gran botto, la trasformazione è strisciante; sto parlando della trasformazione di una specie, che, di solito, inizia con eventi minimi per poi definirsi macroscopica. Ovvero il nano metterà in crisi i giganti, ma né uno né gli altri ora ne hanno contezza. E il seme darà i suoi frutti o prima o poi. La mutazione potrà mettere in crisi l’intero sistema, una prassi consolidata e un malcostume in via di peggioramento vertiginoso. Succede a Napoli, patria delle eccelse sculture di Antonio Corradini, custodite nella cappella San Severo. Napoli, scrigno di bellezze spesso segrete, e che nel 700 era una fra le prime città europee in fatto di cultura e innovazione, due volte più grande di Milano, tanto per dirne una. Bando alle ciance e vengo al sodo. Avevo scritto che gli editori (dicesi editore individuo che in virtù del suo fiuto scopre, scommette investe e lancia un autore, convinto del valore del suo lavoro) erano una razza in via di estinzione, salvo alcuni eroici individui che hanno impegnato anche la camicia per tentare di fare cultura.

Un volume di HOMO SCRIVENS

Le case editrici di grido languono incapaci di svolgere il vero ruolo che è quello di promuovere cultura e civiltà o anche solo dibattito e ricerca: languono in un pantano fatto di pubblicazioni apocrife, di volumi a pagamento (succede anche nelle grandi case editrici, e io ne so qualcosa visto che ho le mani in pasta anche nell’attività di ghost writer.) Dicevo?! Ah! sì. Della scomparsa della razza degli editori, sostituiti da tipografie paludate, da stampatori blasonati e intrallazzati, che fanno di tutto all’infuori di stimolare idee e ricerca. Gli editori di oggi non sanno più scoprire Jack London, Italo Svevo o Stephen Crane, ammesso che autori di quel calibro siano oggi in circolazione. Sono lontani i tempi in cui Gabriele D’Annunzio citava il suo editore chiamandolo Monte d’oro di stirpe Aldina (era Mondadori). Monopolizzando lo spazio in libreria gli editori moderni devono piazzare il loro prodotto, come fosse shampoo o tonno in scatola, non esiste differenza. Tu dirai che è aria fritta, che non dico nulla di nuovo e hai ragione. Ma per confortarti ti dirò due parole su quanto è successo a Napoli e che merita attenzione. L’autore ha preso il posto dell’editore, ovvero alcuni scrittori si son detti basta! e, senza troppo clamore, son diventati editori, protagonisti della loro scelta e lettori, in un colpo solo, lo riporta il quotidiano IL MATTINO di Napoli. E tu non chiami questa rivoluzione? Succede a Napoli, città verace e con ogni evidenza alternativa e creativa. Così è accaduto che gli editori autori si sono dati un nome chiamando la nuova creatura HOMO SCRIVENS, descritta in modo limpido e onesto da Aldo Putignano.

Nella presentazione gli autori-editori-lettori precisano che non intendono annegare nel fango dell’editoria a pagamento ne’ che sono la casa editrice più importante dell’universo ma: “siamo brava gente”. Affermazioni che la dicono lunga sull’attuale situazione editoriale italiana e, forse, mondiale. A HOMO SCRIVENS gli autori editori hanno preso il timone in mano, collaborano con istituzioni e editori amici e si danno un sacco da fare tentando altre strade, seguendo la loro creatività tutta partenopea. Non è fumosa o velleitaria la loro intenzione, basata sulla precisa decisione di eludere logiche di mercato grottesche e stantie. Basta ascoltare il breve video di presentazione. Voglio fare un augurio a questi prodi: che la loro iniziativa prenda piede, che porti a qualcosa di nuovo, capace di smuovere le mefitiche acque di una palude che conduce alla morte della lettura e quindi della conoscenza, che insegni qualcosa di sano e originale ai grandi nomi promotori della ex cultura italiana, fagocitati nel loro recente passato da inclinazioni politiche e ora sorrette dal nulla e da sclerotiche logiche di mercato.

Collaboratori di HOMO SCRIVENS

Quelli di HOMO SCRIVENS meritano attenzione e successo, chissa dove approderanno?!
Scrive MACROLIBRARSI: Homo Scrivens è una casa editrice anomala: nata da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli, è formata da scrittori che hanno deciso di aiutare altri colleghi a far conoscere le proprie opere al pubblico, anche quelle che case editrici a pagamento decidono di rifiutare. I titoli trattati riguardano soprattutto la narrativa: racconti, romanzi, testi italiani, scrittura collettiva e saggi sulla scrittura. Un gruppo di editori che ha come obiettivo quello di fare da ponte diretto di collegamento tra i lettori e gli autori.

c’era la parola?

Ti ricordi quando parlavi e ascoltavi? e poi rispondevi, se ti pareva opportuno? Risale al tempo in cui la parola era in auge, prolissa o avara, spontanea, o forzata, stentata o debordante, ma sempre parola, autentica, e farina del tuo sacco. La parola eri tu, ti descriveva, lasciandoti esprimere come potevi. E allora ti ricordi quando c’era la parola? Preziosa, senza che tu te ne rendessi conto, tua o di altri, comunque unica, aveva il suo peso, significato e conseguenza, ricca di sfumature, o volutamente asettica (quasi mai) parlava di te dalla prima sillaba all’ultima, deteneva un valore maturato durante qualche decina di migliaia di anni.

Suoni gutturali, fonemi, prime vocali e poi sillabe, infine la parola strutturata, il significato della parola. Parola di uomo, non surrogato di parola di macchina. Oggi la parola? Quale? Lo sai che la parola, e non solo quella, è in via di dissoluzione, smembrata, sintetizzata e slogata da un sistema invasivo studiato da chi pensa di saperla molto lunga e che alla fine ha un piano in mente, conscio o inconscio che sia, lo si può immaginare. Il piano ovviamente presume un antefatto: che si chiama guadagno, tanto guadagno, coincidente con le montagne di denaro che hanno succhiato e che continueranno a sottrarre dalle tue tasche per farti acquistare iPhone, iPad, smart phone, computer portatili, eccetera ogni due tre anni. Ma non è questo che conta, non fraintendere, non sono un antimodernista antidiluviano, anch’io li utilizzo quei mezzi, sono comodi, veloci e non ne potrei fare a meno…(o forse sì?) Però gli ho dato un limite, un giusto valore, sono io che li amministro, non loro me, per cui accendo il Nokia della seconda guerra punica ogni due mesi, di messaggi non ce ne sono quasi mai, ma sai che bel vivere? I messaggi arrivano mediati, attraverso le parole di moglie e figlio, non sono un troglodita innamorato esclusivamente di Tradizione e passato, tutt’altro, mi interessa davvero cosa vogliono farci fare in futuro e dove vogliono condurci con questi “innocui” aggeggi che hanno ammazzato la parola e…il pensiero. Ma chi è stato? Quelli là, gli inconoscibili, l’empireo nebuloso che ci governa, i senza volto onnipresenti, gli amministratori del nostro io, ovvero speculatori sofisticati e anonimi, uomini del marketing più avanzato, geniali inventori di nuova scienza, impalpabile eppur pervasiva e invadente scienza. Hanno inventato nuove monete e strumenti di comunicazione di massa, e te ti devi adeguare; finanzieri senza etica e decoro, massacratori di economie e stati sovrani. Oh mah! Parole al vento, dirai te.

Non hai torto. Come diceva mia nonna: non bisogna abbaiare alla luna, la luna non risponde mai, chi vuoi che ti ascolti? Con chi ce l’hai? Con l’inevitabile progresso? Con le nuove tecnologie? Battaglia già persa in partenza, ritirati su un’isola deserta, allora, rimandato a settembre, studia meglio la lezione. Ci vedo del buono quando l’aggeggio si configura come strumento indispensabile, non come superfluo e tu ti stai dedicando al superfluo creando la necessità del superfluo per confonderla in seguito come esigenza irrinunciabile, le abitudini sono peggiori dell’attacca tutto. Chiaro il concetto?! Guarda che qualcuno ti osserva e ti studia e ti succhia dati anagrafici e altro studiando le tue abitudini eccetera, guarda che con quell’aggeggio, ossia il tuo amato iPhone consenti a qualcuno di farti carpire abitudini e alla fine anche idee…le tue idee, in una ….parola, diventi soggetto di analisi, influenzabile, indirizzabile, questo qualcuno vuole.

Chiamalo: potere sofisticato e subdolo, se ti piace. Guarda cosa è successo con qualche risultato taroccato di elezioni e referendum popolare nel mondo. Ma perché invece di rimbambire a premere tasti a cercare e a inviare messaggi non ti porti in tasca un libro? Uno da poco, un tascabile, da qualche euro o uno da mille lire quando ancora le lire esistevano. Pubblicato da eroici editori di un tempo! Scoprirai cose che manco te le immagini, avventure, personaggi, luoghi indimenticabili, intere epoche, proprio attraverso quei libercoli di poco conto, e intanto ti rifai il palato e il gusto per il momento in cui ricomincerai a usare la parola. Io ti osservo, sono la tua anima nera, ma ti voglio bene, alla fine, dicendoti che te sei diventato iPhone dipendente, senza accorgertene, giorno dopo giorno, ma che dico? dopo la prima ora ti saresti sentito perduto senza iPhone. Sì lo so, non dovrei dirlo, che ho gioito quando a mio figlio gli è scivolato l’iPhone di mano e che gli è passato sopra un camion. Non dire di no, ti vedo, sai, in metropolitana, per strada, in sala d’attesa, mentre lei o lui ti chiedono qualcosa, ma….mi senti? Sì, sì, ti sento, non è vero, non senti, sei risucchiato nell’aggeggio, stai cercando una strada con l’aggeggio, non dico che la cosa sia inutile, tutt’altro, ma, come dire? crea dipendenza; alla tua lei dici di amarla con l’aggeggio, comunichi le tue dimissioni con l’aggeggio e gli altri, sempre con l’aggeggio, ti rispondono in tempo reale, compulsivo, nevrotico, irreale. Sai perché ? L’aggeggio ha vinto, ti sovrasta, incapace come sei di limitarne l’impiego, e sai perché ? Perché non usi più la parola, quella vera, che ti ha sempre nutrito, e che hai fatto fatica ad imparare, cioè lo strumento per eccellenza che ti fa (faceva) vivere, la parola alla fine eri tu, le tue abitudini, la tua poca o tanta cultura, il tuo io stava nella parola e oggi sta nell’aggeggio. Da non credere. Non potrebbe essere diversamente. Pensare e parlare infastidisce chi vuole che tu pensi e dica senza dare fastidio, a chi vuole uniformare il pensiero, perché la parola, cioé il tuo pensiero può contraddire, contrastare, sobillare, aizzare e scompaginare l’uniformità di chi pensa per te e che vuole che tu pensi in un solo modo. Ahi! c’e qalcosa che non funziona. Tu chi immagini, ma di cosa stai parlando? Di te. Della tua vita, ti osservo, sai? Con lo sguardo, senza derogare da condotte comuni. tu dirai beh che è successo di così negativo, non capisco. Mi sono facilitato la vita. Ma non ti rendi conto che ti stai uniformando, che non parli più con le tue idee, corrette o sbagliate che siano, che stai perdendo la parola, come hai già perso la capacità di scrivere tenendo la penna in mano, (io compreso). Le statistiche non le ho inventate io. Che succede? C’è un disegno diabolico in atto? Hanno distrutto la parola, ecco tutto, non te ne sei accorto? Le sue sfumature, i suoi doppi sensi, i significati sottintesi, la ricchezza del significato. La tecnologia della moderna comunicazione ha semplificato, sfrondato, eliminato la vecchia parola e cioè la cultura che la sovrintendeva, creando il linguaggio asettico, sintetico, uniforme, una volta sterilizzato e semplificato il linguaggio esso non produrrà più frutti. Prova a scrivere Re Lear o Giulietta e Romeo o I Promessi Sposi via iPhone se ne sei capace. Ti sfido: prova a scrivere con carta e penna una lettera, se sei in grado allora sei salvo. Se distruggono la parola distruggono anche la tua identità di cui la parola è primo referente e conseguenza diretta. Davanti a te c’era un altro, omologo o no, ci potevi discutere, qualcuno in carne e ossa, un corrispondente, un umano anche nemico, non dico di no, col quale ti confrontavi, chiedevi, imploravi, cinguettavi e, per dirla con un termine onnicomprensivo: comunicavi, cioè vivevi. Okei, lo ammetto, una volta non potevi parlare con Uagadougu o Benares o Baltimora così come lo puoi fare facilmente adesso. Adesso hai l’imbarazzo di scegliere. Chiamalo: potere sofisticato se vuoi. Guarda cosa è successo con qualche risultato taroccato di elezioni e referendum nel mondo. Ma perché invece di rimbambire a premere tasti a cercare e a inviare messaggi non ti porti in tasca un libro? Uno da poco, un tascabile, da qualche euro o uno da mille lire quando ancora le lire esistevano. Il libro ti fa riflettere, l’iPhone no. Pubblicato da eroici editori! Scoprirai cose che manco te le immagini, avventure, personaggi, luoghi indimenticabili, intere epoche, proprio attraverso quei libercoli di poco conto, e intanto ti rifai il palato e il gusto per il momento in cui ricomincerai a usare la parola. Io ti osservo, sono la tua anima nera, ma ti voglio bene, alla fine, dicendoti che te sei diventato iPhone dipendente, senza accorgertene, giorno dopo giorno, ma che dico? dopo la prima ora ti saresti sentito perduto senza iPhone. Sì lo so, non dovrei dirlo, che ho gioito quando a mio figlio gli è scivolato l’iPhone di mano e che gli è passato sopra un camion.

Hanno preso una tua esigenza, l’hanno elaborata, agghindata, arricchita, uniformata e resa indispensabile a te, in una parola hanno creato una esigenza alla quale ora risulta difficilissimo rinunciare. Ti ricordi quando comunicavi con la parola vera? e non pigiando tasti tutti uguali e il tuo interlocutore non era esclusivamente l’iPhone, ma era un altro te stesso con cui ti confrontavi; era ieri e sembra passato un secolo.

Xu dipingeva i suoi nudi?

Xu Beihong (1895-1953) chi era costui? Alzi la mano chi lo conosce, siamo in pochi a quanto pare, eppure Xu meriterebbe maggiore attenzione e con lui le sue opere, frutto di una precisa volontà di introduzione dell’arte occidentale in Cina previo adattamento al temperamento e alla cultura del suo paese. Gli esiti dell’operazione meritano attenzione. Mai prima di lui i cinesi avevano ammirato il corpo nudo di una donna. Ci pensa Xu a svelarla e con risultati che lascio a te commentare, e poi cavalli, la sua prima passione, cavalli al galoppo sfrenato, liberi e selvaggi ma anche deliziosi ritratti di mici che rivelano la sua passione per la natura. Xu è stato un autentico pioniere per avere introdotto nuovi canoni stilistici, sollecitando inedite suggestioni.

Basta ammirare i suoi nudi che, lontani da immediati e pedissequi erotismi, indagano il mistero del corpo femminile che libera una sensualità composta ma potente, immediata e primitiva, vibrazioni e suggestioni difficili da definire e che non ricorrono a facili ammiccamenti. Doveva avere chiari in mente precisi dipinti occidentali, come ad esempio la Venere del Velasquez quando dipinse i suoi nudi di schiena.

Non tutte le opere di Xu mi convincono, alcuni volti delle sue donne ad esempio, hanno qualcosa di duro, rigido, estraneo alla nostra idea del bello, dell’esteticamente gradevole ma sicuramente, anche se vestite, le sue donne emanano un indubitabile fascino sottilmente erotico. Con lui due culture millenarie e agli antipodi si confrontano trovando nella sua arte il loro interprete originale e acuto, capace di creare un punto di contatto fra due mondi lontanissimi, fra due sensibilità apparentemente inconciliabili. C’è molto Occidente nei suoi quadri e un po’ di Cina. Xu fa le cose sul serio e approfondisce la nostra scuola e le tecniche di composizione occidentale, studiando all’Ecole des Beaux-Arts di Parigi, proprio qui acquisisce una solida base nella tradizione accademica occidentale.

Tornato in Cina, Xu diventa un convinto promotore introducendo l’arte occidentale insegnando, scrivendo, organizzando mostre. Quello che importa è capire che l’arte non ha davvero confini, che parla linguaggi universali solo apprentemente estranei, che trasforma, favorisce il dialogo fra i popoli, interpreta e rilegge gli stessi soggetti e ambienti con sorprendente innovazione. Evito facili retoriche ma le opere di Xu dimostrano che l’arte non ha patrie ne’ confini, essa parla immediatamentre al cuore e alla sensibilità di ognuno anche se questi vive in altri mondi e in altre culture. Pittore ed educatore fra i più apprezzati nella Cina moderna, Xu ha influenzato lo sviluppo della pittura cinese del XX secolo.

spedivamo artisti in Cina su richiesta?

Xiang Fei in armatura europea

Due delle teste di bronzo disegnate da Giuseppe Castiglione per il Vecchio Palazzo Estivo imperiale di Pechino sono state battute all’asta a Parigi per 30 milioni di euro, era il 2009; asta vinta da un cinese, certo Cai Mingchao, il quale però si rifiuta di pagare la somma sostenendo che: “questi oggetti appartengono alla Cina e devono tornare nel mio paese”. Ma chi è Giuseppe Castiglione? Nato nella parrocchia di San Marcellino a Milano. Gesuita e artista sopraffino, apprezzato da ben tre imperatori cinesi che vanno in visibilio per i suoi ritratti. Castiglione trascorre 51 anni nel Celeste Impero in qualitá di  pittore di corte dipingendo svariati soggetti. Il suo genere è unico, sorta di fascinoso compromesso fra pittura europea e canoni estetici della ritrattistica cinese del XVIII secolo. I ritratti dell’imperatore e delle sue concubine, straordinariamente apprezzati a corte, e dei cavalli imperiali, soprattutto il lungo rotolo dei cento cavalli e il dipinto verticale degli otto cavalli, conservati nel museo del Palazzo di Taipei lo consacrano a gloria imperitura, diventa un artista glamour, tenuto in altissima considerazione ancora oggi, al punto che nemmeno la rivoluzione rossa e riuscita ad affossarlo. Missionario in Cina, assume il nome di Láng Shìníng (郎世寧, Pace del Mondo).

L’imperatore Qianlong

Alla sua morte gli furono tributati onori imperiali, il rango di mandarino di seconda classe lo imponeva. La sua fama e la sua bravura come artista fecero sì che l’imperatore  Qianlong affidasse a Castiglione la progettazione e il completamento delle fontane e delle decorazioni dei padiglioni in stile occidentale all’interno dei giardini del Vecchio Palazzo Estivo. I padiglioni divennero un luogo favorito per i pomeriggi dell’imperatore e delle concubine. Purtroppo gli interi padiglioni occidentali vennero poi distrutti dalle truppe anglo-francesi nel 1860, oggi trovi solo le rovine. Se i Francesi non guastano qualcosa non sono contenti, quando non possono sottrarre opere d’arte altrui, soprattutto italiane, infatti le distruggono, Napoleone docet. Nell’aprile 2015 la Jiangsu Broadcasting Corporation ha trasmesso un documentario su di lui raccogliendo una audience di oltre 360 milioni di telespettatori.

Nel 1990 capolavori di Castiglione furono portati a Torino per una mostra nel palazzo reale di Venaria.
Nel 2007 la mostra “Capolavori dalla città proibita. Qianlong e la sua corte” organizzata dalla Fondazione Roma nel Museo di via del Corso, ha esposto quattro capolavori di Giuseppe Castiglione prestati per l’occasione dal Museo della Città Proibita di Pechino.
Nel 2015 (dal 31/10 al 31/01/2016) l’Opera di Santa Croce, a Firenze, allestisce la mostra “Nella lingua dell’altro. Giuseppe Castiglione gesuita e pittore in Cina”: è la prima mostra monografica sul pittore in Italia, organizzata in collaborazione col Museo del Palazzo Nazionale di Taipei per celebrare il terzo centenario dell’arrivo di Castiglione in Cina. Queste e altre notizie in dettaglio le puoi trovare su internet.

Caccia al cervo

Quello che mi preme aggiungere in calce è che noi esportiamo e realizziamo cultura, bellezza, arte, da sempre, che artisti italiani sono tra i migliori al mondo, se non peccassi di campanilismo e faziosità direi che sono i migliori al mondo, che tutti ci conoscono, apprezzano e stimano. Che l’eredità dei sommi maestri del passato è presente nel DNA italico in misura cospicua, rendendo di riflesso unica e ammirata la penisola. Ma c’è un ma. Cosa fanno le odierne istituzioni della penisola per promuovere il genio italico, per scovare, incoraggiare e lanciare artisti e opere degne di essere esposte alla National Gallery o in qualsiasi altro prestigioso museo internazionale? …Niente.

a scuola ti raccontavano dell’eroe dei due mondi?

Padre della patria e (anche) negriero? Eroe per molti, negriero senza scrupoli per altri. Guerrigliero al servizio di una nobile causa (quella italiana era soltanto l’ultima in ordine di tempo) o profittatore pagato dagli Inglesi e dalla Massoneria in funzione anticlericale. Detto per inciso agli Inglesi interessavano le miniere siciliane e auspicavano un’Italia un po’ più unita di quello che era per contenere le mire francesi. (l’Inghilterra in queste faccende la sa lunga).

Definiva il papa Pio IX un metro cubo di letame. Perché portava i capelli lunghi? Perché dicono che una ragazza gli avesse rovinato un orecchio durante un tentativo di violenza. Vero? Falso? E il massacro di Bronte? Cos’era successo? Mentre i colpevoli se la davano a gambe vennero uccisi contadini innocenti e il matto del paese dopo un frettoloso processo voluto dal suo luogotenente, Nino Bixio. È tutt’ora avvolta nel mito e nella leggenda la figura di Giuseppe Garibaldi, uno degli artefici indiscussi della riunificazione dell’Italia. Eroe dei due mondi, osannato corsaro in Sudamerica, difensore degli oppressi, guerrigliero, rivoluzionario e massone di rango. Una figura complessa, mitizzata dai libri di storia che necessitano di figure a tutto tondo.

Una figura al cui valore indiscusso andrebbero tuttavia aggiunte alcune postille, non per sminuirne la valenza storico politica, ma per onorare l’obiettività dei fatti, al di fuori delle consacrazioni di rito. La necessità di creare figure di specchiato e immacolato valore è una pratica ricorrente della storiografia ufficiale. Ma l’obiettività storica è una virtù spesso disattesa. Non si tratta di denigrare chi fino a poco tempo fa è stato messo sugli altari, contestandone ruolo e funzione, sarebbe questa un’operazione fine a sé stessa o, peggio ancora, al servizio di animose contro tesi storiche dalle dubbie finalità. Sono i documenti, la cronaca registrata dei fatti che devono trionfare ovvero l’obiettività storica anche se scomoda.

C’è chi lo denigra apertamente e chi si limita a consacrarne la figura e l’innegabile protagonismo. Del resto, a stringere la mano al Re Vittorio Emanuele II a Teano, c’era lui, il grande Giuseppe, come a sancire a futura memoria una consacrazione di inequivocabile rilievo politico, un gesto che non può essere scalfito tanto facilmente. Ma anche in questo caso bisognertebbe leggere il contesto in cui avvioene l’incontro. Il contributo di Maurizio Degl’Innocenti, autore di un libro dedicato proprio a Garibaldi è notevole: Al di là del mistero che certamente avvolge il percorso che porta alla santità o all’oblio, c’è la presenza di un uomo dalle doti rare, protagonista di fatti ed eventi eccezionali, dal coraggio inossidabile, che ha affrontato con slancio, privazioni, dolore e dal grande fascino. In questo complesso percorso della nascita dei miti, realtà, cronaca e deformazione dei fatti si intrecciano, e attori e spettatori, come nel teatro, sono reciprocamente attivi. Se tu ne sai qualcosa in più sull’argomento fammelo sapere.

c’era il jazz?

Ornette Coleman

C’è sempre del jazz a disposizione, ideale per i tuoi scopi …lo dice Victor nelle pagine del suo bel libro appena scritto e in attesa di essere pubblicato.
Victor Schonfield possiede un curriculum invidiabile che la dice lunga sulla sua competenza, basta leggerlo in calce. Fatto di eventi, concerti, interessi e partecipazione attiva a un fenomeno nato oltreoceano, ancora vivo e vegeto. L’universo in cui si muove è eccitante, sempre in movimento e si chiama jazz, il mitico jazz. Victor, che ho incontrato di recente a Londra, non risparmia giudizi e le sue osservazioni nascono da un suo coinvolgimento personale e professionale, in presa diretta con musicisti famosi, allestimenti di spettacoli e studi di registrazione. Così ha conosciuto grandi interpreti come Ornette Coleman, Derek Bailey, Evan Parker e altri. 

Lo immaginiamo attento all’ascolto, nel suo studio londinese incredibilmente stipato di 33 e 78 giri e di una montagna di libri, capace d’istinto di riconoscere se un brano è verace e merita di far parte del favoloso repertorio dei migliori.  Cito dal libro che Victor ha scritto alcuni brani significativi: 

Nei sessant’anni che ascolto jazz ci sono stati molti brani che avrei preferito non aver mai sentito. Questo libro potenziale parla anche del jazz che sono contento di aver seguito e aiutato a promuovere. In generale, ho scoperto che una volta che ci si abitua al jazz, molti dei suoi suoni risultano piuttosto noiosi. C’è comunque molto jazz registrato meraviglioso che chiunque può godere tutte le volte che vuole…

…La ragione più importante della musica è che promuove un vero ascolto inducendoci ad arrenderci  al fascino dei suoni e degli schemi creati e al sentimento che potrebbe esserci dietro. C’è sempre del jazz a disposizione, ideale per i tuoi scopi …

..Il jazz è essenzialmente un’arte singolare e del momento, dove ogni pezzo si suona e si ascolta una volta sola… 

…I musicisti classici sono meno qualificati per giudicare il jazz rispetto ai musicisti jazz perché per gli standard del jazz non sono affatto dei musicisti.

Un musicista jazz è un artista creativo che decide da solo cosa suonare e continua a farlo per tutta la performance vera e propria. Gli esecutori classici invece non sono artisti ma semplici strumentisti, interpreti tutt’al più,  il cui compito è solo quello di eseguire le istruzioni del compositore. Dal punto di vista del jazz quindi gli esecutori classici non sono affatto musicisti a pieno titolo, non sono solo non preparati per quanto riguarda il jazz, ma in realtà formati in un insieme di valori musicali spesso direttamente in contrasto con quelli del jazz…

Victor Schonfield

…Alcuni autori descrivono abitualmente il free jazz come astratto. A mio avviso ciò non risponde al vero, poiché la verità è esattamente l’opposto. Il free jazz è concreto e sono gli altri stili del jazz ad essere astratti. 

La musica consiste esclusivamente in ciò che si suona, mentre in altri stili una componente vitale è ciò che non si suona…

Se c’è qualcuno che cerca di definire l’essenza del jazz, ricorda che questo implica necessariamente anche definire cosa non è jazz, e poi applicare le conclusioni con tutto ciò che questo potrebbe comportare…. la realtà che il jazz è solo una piccola parte del campo della musica, e che il campo della musica non è qualcosa diviso in segmenti chiaramente delimitati, ma un continuum,  semplicemente parte del più ampio campo sonoro…

John Cage e Sun Ra

Non occorre esser d’accordo con tutte le tesi di Victor a proposito dell’ argomento, le sue idee sono comunque stimolanti e acute e implicano considerazioni personali, sociali, culturali e storiche. Victor dice senza mezzi termini qualcosa di inedito sul jazz dopo molti e commendabili studi e approfondimenti sull’argomento…gli auguro di trovare presto un editore.

La sua invidiabile bio: Victor Schonfield, londinese e non musicista, scrive di jazz per periodici sia specializzati che generali dal 1961. Ha compilato le voci britanniche per l’Enciclopedia del jazz di Leonard Feather negli anni Sessanta (1966), recensito i dischi per il Jazz Journal. Negli anni ’80, ha condotto interviste per la storia orale del jazz in Gran Bretagna della British Library negli anni ’90 e ha fatto parte dei panel di International Jazz Critics di Melody Maker e Down Beat, oltre a fornire contributi per entrambe le pubblicazioni. Ha iniziato a lavorare su My Jazz Favorites nel 2001.

John Cage

Dal 1961 fino alla metà degli anni ’70 ha anche prodotto concerti e ha lavorato come agente per musicisti, specializzandosi nell’avanguardia, sia jazz che classica. Per quanto riguarda il primo è stato principalmente associato ad AMM, Derek Bailey, Evan Parker, John Stevens e Bobby Wellins. Inoltre ha organizzato la prima esibizione europea di Ornette Coleman (1965), e la prima tournée europea di Sun Ra (1970).

Victor Schonfield è sposato, ha due figli e quattro nipoti. laureato in Storia presso la London School of Economics.

Sul versante classico, le sue principali collaborazioni riguardano Gavin Bryars, Cornelius Cardew, la Promenade Theatre Orchestra, la Scratch Orchestra e John Tilbury, oltre agli artisti in visita John Cage e David Tudor, la Sonic Arts Union/Group e Christian Wolff.

Nelle Immagini Ornette Coleman, Evan Parker, Victor Schonfield, John Cage e Sun Ra.

Puoi sentire le loro prestazioni facendo click sui loro nomi.

ti sei innamorato del Sahara?

I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.
Paolo Novaresio