ogni libro era una scoperta?

È il caso di Giuman pubblicato da Solfanelli Editore nel 1989. Nella collana il Voltaluna a cura di Oreste del Buono e Lucio D’Arcangelo. Traduzione e introduzione sono di Maurizio Enoch. Un libro che chiamerei diverso. Perché diverso? Perché, oltre a farci scoprire la prosa di Prosper Mérimée, l’inventore della novella francese, ovvero del lungo racconto dell’Ottocento, ti suggerisce l’idea di quando e come gli editori facessero con gusto e passione il loro lavoro, un tempo, offrendoti una “chicca” dal sapore semi artigianale, quasi un pezzo unico fatto a mano, a partire dalla carta, dall’illustrazione di copertina, dalla nitidezza del carattere e dalla buona impaginazione. Ma non indulgiamo al fanatismo nel lodare libri così, il cui contenuto merita ancora altri elogi. Le prime righe dell’ottima introduzione parlano di una tastiera: “Mérimée ne touche que huit nots de son piano”, il giudizio ambiguo è di Stendhal, suo amico (un poco invidioso) perché impossibilitato a imitare la vita brillante e mondana, riservata a pochi autentici dandy dell’epoca, quella appunto a cui aderiva Prosper Mérimée. Nei Ricordi di Egotismo, Stendhal scrisse: “Costui aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi, piccoli e vacui, avevano sempre la solita espressione, di cattiveria”. Malgrado la prima impressione, Mérimée e Stendhal furono grandi amici per 21 anni, ossia fino alla morte del secondo. La parte mai volutamente (?) suonata della tastiera, secondo il comune parere dei critici corrisponde a un misto di freddezza, impassibilità, superficialità e acume tutte caratteristiche riscontrabili nelle sue pagine. Ma è davvero così? Mérimée nella sua scrittura, svelando le pure forze meccaniche dell’esistenza umana, passioni e avventure comprese, finisce per sacrificare la poesia che non risulta mai frutto di una osservazione distaccata come la sua bensì il frutto di compartecipazione al dramma o alla passione descritta. E per questo Mérimée sarebbe inferiore ad altri, come ad esempio a Stendhal? Io non lo credo, affatto. È come dire: a me piace il minestrone e non la pasta, ma il minestrone non è la pasta, non so se mi spiego. A volte i critici dovrebbero smetterla di affibiare etichette. Mérimée è lo scettico Mérimée, non si chiama Fyodor Mikhailovich Dostoevsky con la sua umanissima deteriore passione per il gioco d’azzardo, e nemmeno Henry Miller che ci fa sentire tutto lo sfascio e il personale disgusto per la neonata american way of life. Una scrittura asciutta, non indugiante, priva di fronzoli emotivi che rispecchiano il distacco dell’autore, priva di compromessi con le sue emozioni, l’autore non si dilunga in commenti sui fatti narrati, il suo stile è sobrio fino all’aridità. Domanda: perche mai dovrebbe assomigliare ad altri? Per cosa lo si critica? Nell’essere un perfezionista che non vuole apparire soggettivamente coinvolto nelle sue opere? È semplicemente un non emotivamente coinvolto, vuoi per carattere, vuoi per scelta. Nella scrittura alzi la mano chi trova difettoso o esecrabile o mancante di sensibilità chi privilegia trama, azione e non indulge al commento personale su situazioni e personaggi, sopprimendo ogni aderenza personale alle vicende narrate. Per questo si parla di carenza? Pare che ci sia ancora nell’aria la querelle su Mérimée cinico, insensibile e disilluso. Se Mérimée non voleva far emergere la parte buia della tastiera, corrispondenti alle tracce di una scrittura immediata e frutto di spontaneità, dove sta il problema? Mérimée non puo essere Tolstoi o Dostevsky, nemmeno Louis Ferdinand Auguste Destouches o Gide, o Henry Miller, il cui ego si affaccia prepotente e invasivo nelle loro pagine. I critici, essendo scrittori mancati, dovrebbero spesso fare professione di modestia e non instaurare una scala di valori basata sui giudizi: più grande, meno grande, distaccato, emotivo ha più o meno sensibilità, peccato che sia arido, eccetera. Amo il modo di scrivere di Prosper Mérimée che ci fornisce un saggio della sua bravura con brani come questo, tratto da Giuman: “…D’un tratto un grosso rigurgito di melma bluastra si levò dal pozzo, e da quella melma sorse la testa d’un enorme serpente, d’un livido grigio, con occhi fosforescenti… Involontariamente feci un sobbalzo all’indietro; intesi un piccolo grido e il rumore di un corpo che cadeva di peso nell’acqua… Quando riabbassai gli occhi, forse dopo un decimo di secondo, vidi lo stregone solo sul bordo del pozzo, dove l’acqua ancora gorgogliava. Tra i frantumi della pellicola iridata galleggiava il fazzoletto che copriva i capelli della bambina… Vuoi sapere qualcosa in più sulla bambina? “…Aveva occhi belli come non ne avevo mai visti, ed i capelli cadevano sulle spalle in minute trecce racchiuse da monetine, che faceva tintinnare scuotendo graziosamente il capo. Era vestita con più ricercatezza della maggior parte delle ragazze del paese: un fazzoletto di seta d’oro sulla testa, un corpetto di velluto ricamato, pantaloni corti di raso turchino che lasciavano intravedere gambe nude e cinte di anelli d’argento. Non un velo sul volto…”

Lancio un sasso in piccionaia: Ho trovato LA CERTOSA DI PARMA del suo amico Stendhal, noioso e arzigogolato, è un delitto? E pensa che l’rditore gli aveva imposto di tagliare trecento pagine del finale! Ma io sono solo un lettore, non un critico. Mentre mi piacciono le ultime osservazioni dell’aletta dell’ultima di copertina di Giuman che recitano: “simili prove narrative, d’una misura laconicamente perfetta, che dopo l’esposizione di un dramma risolvono nel mot d’esprit, appaiono infine come ostentati paradigmi di un animo profondamente assorto e cosciente del proprio scetticismo come unica possibile visione del reale. Non sono d’accordo solo su una parola: ostentati. Vai a leggerti Il vicolo di Madama Lucrezia e La camera azzurra: due gialli perfetti e inimitabili, se non è arte al massimo livello la loro io sono un dugongo.

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c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

parlava la radio?

Ti ricordi della radio? Di quella scatola parlante, gracchiante, sonante, sibilante, recitante? E di quando tua madre alzava il volume, nettandosi prima le mani sul grembiule per non sporcarla? Era per non ungere la manopola, quando preparava il ragú la domenica mattina. Quella scatola accorciava le distanze, ti faceva ridere con le battute di Paolo Stoppa e Rina Morelli, ti riempiva d’immenso con la voce mitica di Caruso che si espandeva in salotto. Era oggetto prezioso, feticcio, monumento simbolico casalingo, ma di enorme portata storico sociale, sintomo di galoppanti sconvolgimenti. Dopo millenni di abissali silenzi, il mondo cominciò a parlare. E tu incominciasti ad ascoltare. Non più la carta e la penna ma la perpendicolarità di onde elettriche e magnetiche. Rappresentava una delle parti migliori di te, delle tue abitudini correnti, le tue fantasie, una propaggine dei tuoi sogni, desideri e delle preferenze espresse dalla scelta dei programmi. A decenni di distanza mai l’avresti immaginato.

C’è ancora, anche se ha abbassato il volume. Bastava girare la manopola o schiacciare il bottone e subito ti proclamavi studente, all’ascolto di un armata di insoliti professori. Cercare la frequenza giusta non era così immediato. Radiogiornali, previsioni del tempo, qualche raro dibattito, e tanta musica nostrana. Quella “straniera” l’avrebbe sdoganata nel 1967 Gianni Boncompagni col suo Bandiera Gialla. Quando eri triste, stanco, allegro o annoiato, oppure irritato o semplicemente in attesa della tua fidanzata, Ci pensava la radio a rettificare, a far più bella e sopportabile o desiderabile la tua giornata, l’ascoltavi in poltrona, sfogliando vecchi giornali, o, a occhi chiusi, poco importa, era sempre al tuo fianco. La tua fantasia dipingeva volti, ambienti, situazioni, mentre la radio di forniva la tela. Ascoltavi Iginio Bonazzi in ANIMA SOLA e la sua portentosa timbrica che ti faceva vibrare lo stomaco come la pelle di un tamburo o commuovere all’occorrenza. Come hai fatto a dimenticarti di Gualtiero Rizzi e dei suoi imperdibili radiodrammi, come L’UOMO DELLA LUCE ? E poi la radio “fisica”, costantemente rinnovato, l’oggetto che trasmetteva parole, musica e, con esse, sensazioni, emozioni, inviti ad approfondire e a capire. Simbolo di un’epoca e del volgere al termine di un’altra, dilagava. Dai radio grammofoni, ai mastodontici apparecchi troneggianti sui mobili della cucina. Radio per tutti i gusti e le borse, rustiche, eleganti, minimaliste, insostituibili, per tenerti compagnia mentre

aspettavi i ragazzi di ritorno dalla scuola o “lui” che rientrava stanco da lavoro. Radio di legno e stoffa, metallo e plastica, senza fili, con le batterie, portatili, con l’antenna telescopica regolabile per captare meglio Radio Molucche international, a doppio altoparlante per i truzzi in trasferta che se le caricavano in groppa e, a tutto volume, inquinavano i pomeriggi di domenica. Radio ricetrasmittenti o col lettore CD incorporato.
Gracchianti radioline formato saponetta, tascabili e fuori moda anche loro, introvabili radio d’epoca, stilose, e sofisticate riceventi due milioni di canali per sintonizzarti sulle stazioni di Honolulu e Vladivostock, radio per veri intenditori. Oppure radio esangui come ostie, capaci di captare solo l’emittente della tua parrocchia. E poi c’era lui, il cubo Brionvega,

Oggetto di raffinato design e grande funzionalità e potenza, che si apriva come un melone in due metà. La radio, tornando al suo significato di funzione e servizio sociale e di acculturazione delle masse possedeva e possiede tuttora un potenziale enorme, seppure volutamente trascurato: può aiutare a fare cultura. Solletica la tua tanta o poca fantasia. Ti trasporta in giro per il mondo attraverso epoche e personaggi. Suggerendoti soprattutto che in qualsiasi istante puoi approfondire temi e soggetti appena goduti. Gli adattamenti radiofonici ne erano esempio lampante. Più numerosi delle lenticchie a Natale, uno fra i molti: Mercante di Venezia nella magistrale interpretazione del mitico Tino Buazzelli. Nella radio prestavi tu il volto agli attori, sei tu che dipingevi i caratteri, le situazioni, secondo il tuo estro, voglia e attitudine. Ascoltando la radio ne diventavi protagonista, ispirato o semplice spettatore. E oggi? Nel nuovo mondo iper connesso, c’è lo schermo avvelenante. In un attimo sei dentro, devi ubbidire alle sue regole, agli automatismi, per non uscirne più. Sei iper connesso anche senza bisogno. Noi che consideriamo l’obsoleta mail l’ultima frontiera della comunicazione fra umani applaudiamo alla radio. Sangue di troglodita scorre in me, lo ammetto, e una vena di orgoglio malcelato nel non sapere e voler frequentare il mondo della odierna iper comunicazione fra umani mi esclude dal futuro. Ma quanto futuro c’è nel passato? Non ero ancora nato quando Orson Welles faceva venire l’orticaria all’America col suo “The War of the Worlds” radio drama. Era bastata la prima puntata della trasmissione radiofonica a scatenare il panico. Potenza dell’etere. E a scatenare fragorosi dibattiti sul ruolo dei mass media. A noi, che siamo appassionati di letteratura, epica, storia e poesia, teatro e cinema, e che ci piace romperci il capo su testi di ogni sorta, ci piace ricordare un maestro indiscusso dell’etere, il grande Arnoldo Foà che recita il CANTICO DELLE CREATURE. Viva la RADIO, ….di una volta.

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c’era l’esotismo? (2)

Sul contenuto del post di Paolo Novaresio del primo febbraio non ci sono dubbi. Svela e precisa alcune cose che io stessa ho provato nei miei numerosi viaggi di lavoro e piacere. La passione per l’esotismo è una malattia come un’altra che produce danni colaterali, quelli elencati da Paolo Novaresio. Tutto vero quello che lui dice, compresa l’amarezza e il ritorno al nostro quotidiano da cui pensavamo di uscire senza pagare il conto. Ma c’è un ma. Ovvero l’altra faccia della medaglia. L’esotismo vero e il fascino che sprigiona l’esotico è solo una conseguenza, la coda di un gigantesco caimano che si annida nel nostro iper protetto e presuntuoso presente e nel futuro high tech. Ovvero ci richiama a quello che siamo o dovremmo essere: uomini.

I postumi della malattia dell’esotico di chi viaggia veramente (non da turista) ma da curioso scopritore di realtà alternative o meglio, complementari alla nostra, sono dettagli trascurabili. Il mondo a due se non a tre velocità esiste davvero e noi apparteniamo al primo, quello più veloce, e rischioso, quello che ci fa camminare sull’orlo dell’abisso. Apocalittico? Nemmeno poi tanto. Lo dicono scienziati, ecologisti e molti altri. Il mondo pattumiera è la nostra attuale realtà, ma non divaghiamo. Il nostro mondo ha bisogno di antidoti, lascio perdere la parola spirituale, perché oggi farebbe ridere, non pretendo tanto. La svolta verde americana si tradurrà veramente in realtà? Ciò che io sostengo è che l’esotismo, compresi i suoi sopportabili danni collaterali ci serve, è indispensabile, comprese zanzare, caldo asfissiante e mercatini stantii etichettati come etici. Non voglio alzare un peana al Terzo Mondo, sarei sciocca, dico solo che I NUTRIMENTI TERRESTRI di André Gide fa più che mai testo, vai a rileggerlo. E con quell’opera quelle di Conrad, London, Faulkner e Chatwin. Loro avevano intuito il valore dell’esotico, in quanto opposto ai nostri alberi e alla nostra vita di plastica. In qualche luogo, quello che piace a te e che sicuramente dopo un po’ ti annoierà, esiste ancora la via di fuga, se l’Esotico sparisse, quello autentico, che ha sperimentato Novaresio, per capirci, avremmo perso ogni riferimento e allora saremmo davvero perduti.
Elisa Barbieri

l’espressione “disagio psichico” era sconosciuta?

Daniele Corbo è un blogger al quale piacciono i miei post. Confortante! Curiosando nel suo sito di ORME SVELATE rilevo una realtà dolorosa, difficile e in costante espansione: il disagio psichico, dalle forme lievi a quelle più gravi e patologiche. Chiederò a Daniele Corbo lumi sulla situazione che lui ben conosce. Per ora riservo il post odierno al suo appello e alla sua lodevole iniziativa. Nella terra in cui risiedo questo problema è assai sentito; di mental health si occupa anche attivamente il principe William.

Il disturbo borderline di personalità, o BPD, è il disturbo di personalità più comune in Australia, che colpisce fino al 5% della popolazione, e i ricercatori della Flinders University avvertono che è necessario fare di più per soddisfare queste elevate esigenze dei pazienti. Un nuovo studio nel Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing (Wiley) descrive come le persone con BPD stiano diventando più informate sul disturbo e sui trattamenti disponibili, ma potrebbero trovare difficile trovare un aiuto basato sull’evidenza per i loro sintomi. I ricercatori psichiatrici del sud Australia avvertono che questi servizi sono limitati dallo stigma all’interno dei servizi sanitari e da parte degli operatori sanitari, con finanziamenti inadeguati per i trattamenti BPD e le politiche sanitarie generali che lasciano i pazienti in difficoltà per trovare un aiuto appropriato. Il sondaggio di 75 domande di Lived Experience Australia su oltre 500 pazienti nel 2011 e nel 2017 ha rilevato che molte persone con BPD spesso sperimentano un disagio significativo nelle loro vite personali e hanno a che fare con i dipartimenti di salute mentale e di emergenza della comunità nel sistema sanitario. Mentre il pubblico in generale sta diventando più consapevole della BPD, c’è ancora molto stigma, insieme ai pregiudizi del medico e della ricerca, che complicano questa situazione.

La BPD è tipicamente caratterizzata da instabilità nel senso di sé, nelle relazioni personali, negli obiettivi e nell’espressione di emozioni e sentimenti di una persona, nonché comportamento impulsivo, assunzione di rischi ed esplosioni di rabbia o ostilità intensa. Tuttavia una persona non ha bisogno di mostrare tutti questi segni per avere una diagnosi di BPD. Le persone con BPD possono anche sperimentare altri disturbi, come la depressione maggiore, che richiedono anche un trattamento mirato e basato sull’evidenza. Mentre si pensa comunemente che la BPD sia incurabile, gli esperti dicono che la BPD è in realtà molto reattiva a trattamenti efficaci, principalmente psicoterapie tra cui la terapia comportamentale dialettica o DBT. Alcuni professionisti della salute riconoscono le carenze nell’accesso al DBT e ad altre terapie basate sull’evidenza per trattare il disturbo. La mancanza di interventi per il disturbo borderline di personalità grave porta a molta pressione extra sui servizi ospedalieri di emergenza, per non parlare della sofferenza mentre i consumatori aspettano un possibile 12-18 mesi per cure adeguate nel sistema pubblico. I sussidi pubblici per servizi specializzati e autonomi focalizzati sulla BPD nel settore privato con un riferimento a uno psichiatra sarebbero un buon punto di partenza per migliorare i servizi in Australia. Nel frattempo, più infermieri di salute mentale e altri professionisti sanitari possono supportare i servizi di prima linea applicando le linee guida BPD NHMRC nella pratica clinica, conclude la ricerca. È stato molto piacevole vedere più persone nel sondaggio del 2017 che mostrano un maggiore riconoscimento dei loro sintomi e disponibilità a chiedere aiuto. Avvicinarsi alle persone con BPD senza stigma e con una solida comprensione dei trattamenti basati sull’evidenza può aiutarli a riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo più efficace.
Daniele Corbo

Siamo un gruppo di persone variegato, con varie sensibilità, provenienti da diversi mondi professionali. Ciò che ci unisce è soprattutto il desiderio di aiutare chi si trova in una condizione di difficoltà e disagio, permanente o momentanea. La nostra attività si svolge a Parma e provincia ed al momento è quella di ascolto e vicinanza rispetto a coloro che nella loro difficoltà si trovano anche soli moralmente, psicologicamente ed emotivamente. Riceviamo due giorni a settimana e chi vuole può contattarci e prendere un appuntamento per conoscerci e capire se può essere accompagnato da noi verso un percorso che porti a svelare le orme da seguire per raggiungere la serenità. Aspettiamo un dono di condivisione del dolore….

COME AIUTARCI: Anche il minimo aiuto per noi fa la differenza.

Il tuo contributo serve ad alimentare il nostro entusiasmo nell’aiutare chi è invischiato nella rete del dolore e dello stigma del disagio psichico e a cambiare la cultura ancora diffusa di pregiudizio sulla malattia mentale. Attualmente non riusciamo a sostenere i costi per una sede tutta nostra, ma usufruiamo di locali in diverse parrocchie di Parma. Il tuo aiuto ci permetterebbe di avere un punto fisso in cui incontrare chi ha bisogno di noi. La nostra voglia di aiutare concretamente chi soffre, ci porta a coltivare un sogno importante di cui si può leggere al seguente link. Puoi aiutarci donando il tuo contributo usufruendo delle agevolazioni fiscali riservate ai donatori delle Organizzazioni di volontariato:

  • Con bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate;

Le aziende possono sostenere in vari modi Orme Svelate, impegnandosi concretamente nei confronti del supporto a coloro che soffrono, o vedono attorno a se soffrire persone care, di disagio psichico.

Un’azienda può attivare diverse modalità di collaborazione:

  • Collaborazione relativa ad un progetto: l’azienda vuole entrare direttamente nella realizzazione di un progetto senza limitarsi al solo finanziamento;
  • Comunicazione Sociale: diverse le modalità di svolgimento di programmi di questo tipo e spaziano dalla devoluzione percentuale sulle vendite di uno o più prodotti/linee di prodotto, alle attività promozionali in store;
  • Programmi di coinvolgimento dei dipendenti: iniziative di sensibilizzazione all’interno dell’azienda (che spesso sfociano in attività di volontariato aziendale) a vere e proprie raccolte fondi interne (es. pay-roll giving);
  • Donazione su progetto o donazione semplice: scelta di un progetto da sostenere tra quelli in corso oppure il semplice versamento libero, tramite
    bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate

nel deserto…?

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava. 

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.
Paolo Novaresio

c’era Civita di Bagnoregio?

Te dirai: Ma c’è ancora! Appunto, ancora! Ma per quanto?! Se ce l’avessero sul loro territorio Inglesi, Francesi, Tedeschi eccetera ne sarebbero orgogliosi e probabilmente si sarebbero dati da fare per salvarla. Ma noi no. C’è da dire che noi, più di altri, subiamo terremoti, danni da industrializzazione, inquinamento e cementificazione selvagge, incuria, e poi ci sono suoli franosi per cui le meraviglie in sfacelo non si contano, ogni genere di calamità preferisce abbattersi sul BelPaese per manifestarsi. Eppure la città è bella, struggente, indifesa, corrosa dal tempo, aflitta dai malanni che si porta appresso il “progresso” col miraggio, appena trramontato, dell’urbanizzazione. Rimane il fatalismo, il patetico darsi da fare di qualche volenteroso residente che auspica piani per il futuro per salvare l’affascinante moritura. Sarà così? Volontà di pochi, distrazione dei molti che potrebbero fare qualcosa per evitare il disastro. A cominciare da chi ci governa. Però ci sono i tiranti, migliaia di tondini di ferro che tengono insieme le budella della città che altrimenti si sfascerebbe prima. L’ho visto pochi giorni fa il servizio, il giornalista della BBC con un cappellino di paglia in testa (chissà perché?) forse per burla? per metter sul ridere una situazione drammatica che fa dire a qualche smarrito residente: Speriamo! Speriamo di salvarla. Apriamo un nuovo capitolo! Quale capitolo? Ma io non ci sto, non mi rassegno e strepito, un po’ come faceva Pierpaolo Pasolini, inascoltato grillo parlante antisistema. E allora se non siamo capaci di salvarla diamola al mondo, facciamo partecipi le centinaia di migliaia di turisti che pagano cinque euro per poter vedere l’illustre malata. Diamola a loro, se lo meritano. Ma davvero non c’è medicina che possa salvarla?! Ma davvero fra le meraviglie high tech non c’è qualcosa di rivoluzionario che possa aiutarla a sopravvivere? Dico: a sopravvivere, perché il borgo è il fantasma di se stesso. Sette abitanti che la abitano, che non se la sentono di abbandonarla. Merito a loro.

Il suo tufo si sta sciogliendo, ha deboli radici su un costone di roccia fragile che poggia sul letto di un antico mare. Da italiano all’estero dico di no: i tondini di ferro nei suoi scantinati feriscono lei, feriscono me, e penso feriscano anche voi. Allora facciamo una colata di cemento per consolidarla, copriamola con una gigantesca cupola di plastica! Oppure demoliamola per farci una discarica! Sei inorridito?! Bene, siamo sulla strada giusta. La città è uno degli esempi più eclatanti di quello che rimane del nostro passato, ma se muore lei, moriamo anche noi, senza che ce ne rendiamo nemmeno conto! Diamola al mondo, allora, gli altri sapranno come salvarla e farla rivivere, noi non riusciamo a meritarla.

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il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

c’era l’esotismo?

VITTIME DELL’ ESOTISMO
Que reste-t-il de nos amours…
Come dice la canzone, ben poco. 
Dopo una vita di viaggi intensi non resta che una strana confusione, un po’ di amaro in bocca e la sgradevole sensazione di essere stati bidonati. Importa poco dove siamo stati: che sia il Congo, il Sahara, le pianure dell’Asia centrale, le Ande o l’Himalaya. Luoghi esotici comunque, che ai nostri occhi di viaggiatori parevano misteriosi e densi di significati esistenziali. Perchè l’amore per l’esotismo è un amore a tutti gli effetti, con l’inevitabile contorno di passioni ed esaltazioni. E come tale sembra destinato a durare per sempre. Invece, di punto in bianco, finisce. E allora è un po’ come svegliarsi da un sogno, o ritrovarsi miracolosamente in piedi dopo una gran sbronza. 

È in quel fatale momento che si diventa vittime dell’esotismo. 
La parabola esemplare di questo processo è il classico sogno dell’isola deserta. Tropicale, ovviamente, perchè senza sabbia bianca, palme da cocco e orizzonti blu non si può parlare di esotismo a pieno titolo. Un paradiso in terra, apparentemente. Che desiderare di più? Eppure la fregatura è dietro l’angolo: dopo un po’ il blu del mare da sui nervi, il caldo umido diventa un fastidio, le palme che ondeggiano al vento invitano al suicidio alcolico. Fine della corsa. Da un certo momento in poi, improvvisamente, il sogno si trasforma in un incubo. Storia da manuale.
Ma non c’è bisogno di un’isola deserta per entrare nel novero delle vittime dell’esotismo
(o se preferite, vittime delle proprie illusioni e dei propri desideri). Basta viaggiare sufficientemente a lungo fuori dall’Europa, soprattutto nei paesi caldi, ma anche nelle gelide regioni boreali e australi. 

Ciò che qualifica un luogo come esotico non è infatti la latitudine e neppure il fuso orario, bensì la distanza geografica e culturale dal posto dove abitualmente si vive. In parole povere, da casa, nel senso inglese di home. Più la differenza è marcata, più il luogo è carico di esotismo. Per vari motivi, le regioni tropicali ed equinoziali sono fatalmente ai primi posti in classifica. E l’Africa, col suo Mal d’Africa, sta ancora un gradino più in su.
Il luogo esotico presenta generalmente le seguenti caratteristiche: pessime infrastrutture, basso livello di diffusione della tecnologia, popolazione dedita ad un’economia di sussistenza, clima più o meno insopportabile. Spesso nel luogo esotico manca la luce, l’acqua scarseggia e nessuno sembra aver voglia di fare alcunchè, né per sé stesso né per gli altri. Con le conseguenti difficoltà che accompagnano l’esistenza quotidiana, dominata dalla precarietà e minacciata costantemente dal degrado. Razionalmente nulla di allettante, a ragionare bene. 

Ma il punto è proprio questo: nel fascino dell’esotico non c’è nulla di razionale. 

Il fascino dell’esotico è una versione sentimentale del gusto dell’orrido, il risultato di una serie di pulsioni masochistiche che trasformano il sudore, la canicola, le mosche e la polvere – ovvero i disagi del vivere in un luogo ostile – in piacere perverso. Per così dire, grazie al fascino dell’esotico la merda si trasforma magicamente in oro.
Perché allora questa ricerca febbrile, ostinata, senza tregue né compromessi? Perché seguire quello che in fondo in fondo, nei momenti di lucidità o stanchezza, riconosciamo  essere null’altro che un canto di sirene? La risposta non è facile, dato che la faccenda ha a che fare con la psiche umana, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Ma di sicuro c’è qualcosa che non quadra. E’ una fuga, questo è certo, o se volete una diserzione, una renitenza spirituale ad assumere gli impegni della vita quotidiana, a stabilire un rapporto stabile tra noi stessi e il mondo che ci circonda. Sta di fatto che si fugge (si viaggia) alla ricerca di qualcosa di indefinito, verso l’origine dell’arcobaleno, luogo che per definizione non si potrà mai raggiungere. Semplicemente perchè non esiste.

Ammettiamolo: sia come sia, il fascino dell’esotico assomiglia sinistramente a una patologia. Vediamone allora il decorso

Inizia tutto con una lieve ebbrezza, che riveste ogni cosa di un alone scintillante. Una prospettiva alienata, in cui anche il lessico si trasforma, facendo uso sfrenato della peggiore paccottiglia letteraria. Squallide distese steppose o desertiche diventano “paesaggi infiniti”, dove è possibile ritrovare sé stessi, se mai avesse qualche utilità; tribù primitive e dedite all’estorsione sistematica del turista vengono catalogate come “popoli sconosciuti”; banali etnoshow sono chiamati pomposamente  “danze cerimoniali”; villaggi di sterco e paglia “insediamenti tribali”; le bancarelle dei mercati – spesso solo stracci sulla terra nuda, coperti di miserabili mucchietti di verdure stente – diventano “tipici” o peggio “etnici”. Il malato inizia anche ad apprezzare anche il cibo schifoso, magari servito in piatti unti su tavoli traballanti, e si fa gioco di coloro che – ancora sani di mente – ne hanno giustamente orrore. E via, altre idiozie a seguire, in un tripudio di perniciose illusioni. La dabbenaggine attinge le vette del sublime.
Questi i primi, preoccupanti sintomi. Poi la malattia si sviluppa, prende piede. Il mostro cresce, chiede sempre maggior nutrimento. La fame di esotico diventa inestinguibile, il metabolismo emozionale tende alla bulimia. Si comincia a farneticare di nomadi e nomadismo, attribuendo alle categoria virtù esistenziali inventate di sana pianta, ignorando volutamente i valori della sedentarietà, maturati nel corso di decine di millenni di storia umana. La realtà dei fatti non è più necessaria, anzi diventa un ostacolo, un inciampo. 

“I viaggiatori nonsi credono mai forestieri; la loro casa è il mondo” Mason Cooley

E allora bisogna viaggiare, ancora viaggiare e sempre viaggiare in luoghi sempre più selvaggi, remoti e lontani, alla ricerca di quel luogo della mente chiamato in gergo di viaggio: “dove non va nessuno”. Più l’impresa è difficile, più il viaggio è scomodo e irto di difficoltà, più ci si sente eroici. Poi si torna a casa però, perchè l’ horreur du domicile è tutta un’altra cosa, è un lusso per poeti veri e pochi disadattati. Quasi nessuno se lo può permettere. Gran parte dei viaggiatori dell’esotico sono nomadi con residenza fissa (e spesso stipendio fisso): una contraddizione in termini, che salda perfettamente il cerchio della schizofrenia. Una personalità fittizia prevale su quella reale. L’illusione può durare a lungo, anche decenni nei casi più gravi, ma infine giunge al termine.

La guarigione, o meglio il risveglio (spesso solo parziale) è improvviso. Ma i postumi della malattia possono essere seri e duraturi. I viaggiatori dell’esotico sono come i batteri nel classico vaso di Petri: si moltiplicano fino ad occupare tutto lo spazio disponibile e consumare ogni risorsa a disposizione. Poi, raggiunto il punto critico di saturazione, semplicemente si estinguono (come viaggiatori, si intende). Questi esseri umani in negativo diventano ex-viaggiatori, che è come ex-fumatori, con tutte le sequele di pentitismo e lucidità posticce. Le tappe del processo di estinzione del viaggiatore esotista sono imprevedibili: il ritmo può essere molto lento, oppure concentrarsi in un solo, drammatico momento fatale. 
Sia come sia, a un certo punto, il velo si squarcia e il mondo appare per ciò che è: un luogo per lo più spaventoso e invivibile. L’esotico ha improvvisamente perso ogni fascino e interesse. Magari si continua a viaggiare per venire a patti con la propria identità – che sempre si negozia con gli altri, i quali continuano a vederci ostinatamente come incalliti viaggiatori – oppure per semplice inerzia di moto. Come una locomotiva, che per fermarsi ha bisogno di tempo e spazio. Ma si sa che è finita: prima o poi, dopo gli ultimi sussulti sui binari, il treno si ferma. Ciuf-ciuf, eccoci al capolinea, e buonanotte ai suonatori. Il soggetto è ormai una vittima dell’Esotismo conclamata (ormai useremo Esotismo con la E maiuscola, poiché assurto al rango di concetto).

Le caratteristiche principali della “vittima dell’Esotismo”, membro a pieno titolo dell’affollatissimo  Club dei Cuori Infranti, possono così riassumersi:




Prima di tutto una sorta di strana apatia, insofferenza alla normalità quotidiana accoppiata alla noia mortale della sedentarietà. Poi difficoltà a prendere decisioni, sostituite da un perenne susseguirsi di “non so” (in un manuale di medicina di viaggio ancora da scrivere, il fenomeno sarebbe descritto come KNS, acronimo per Know Nothing Syndrome). Quindi nostalgie confuse, fittizie ed effimere; ripiegamento su sé stessi e conseguenti difficoltà affettive; nei casi più gravi si nota l’emergere di risentimenti razzisti, rivolti verso gli abitanti delle terre esotiche, maledetti e odiati perchè colpevoli di essere tali, e per ciò di avervi fregato loro malgrado.

Concludendo
Cari viaggiatori, non pensate di essere esenti dal rischio perchè siete diversi, perchè siete consapevoli, o perché siete più furbi degli altri. Diventare “vittima dell’Esotismo”, presto o tardi, capita a tutti. L’importante, per sopravvivere degnamente nel mondo che vi attende fuori dal tunnel, è riuscire ad accorgersene in tempo e disintossicarsi. Credeteci, ve lo dice uno che ci è passato.
Paolo Novaresio

il Sahara era vivo?

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA
Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi…. 

UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso,che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale.