impazzavano i terribili cavalieri Kurgan?

LA STORIA PRIMA DELLA STORIA: SISTEMI SOCIALI A MODELLO DOMINATORE HANNO SOSTITUTO SISTEMI SOCIALI A MODELLO MUTUALE CONTRIBUENDO A MODIFICARE LORIGINARIO ORIENTAMENTO DELLE CIVILTA’ ANTICHE (e se ci fosse qualcosa di vero?)
Riane Eisler nell’opera Il Calice e la spada, fa un riesame delle conoscenze emerse dai nuovi ritrovamenti archeologici, sottolineando che ci possono essere società in cui diversità non implica necessariamente inferiorità o superiorità. La Eisler fa un riesame della società umana secondo una visione olistica dei sessi e formula una nuova teoria dell’evoluzione culturale.

Esistono due modelli base di società: il primo è quello dominatore cioè quello che viene comunemente detto patriarcale o matriarcale e cioè il predominio di una metà dell’umanità sull’altra; il secondo è quello mutuale, in cui le relazioni sociali si basano principalmente sull’unione e sulla collaborazione, dove diversità non significa né inferiorità né superiorità. Le società preistoriche, a cui possiamo associare l’immagine del calice contenitore di vita e nutrimento, erano ovviamente costituite sia da uomini che da donne con i loro limiti e caratteristiche; ma il problema fondamentale non è il fatto di essere maschio o femmina ma è l’uso che il sistema sociale fa del potere. Ad esempio, a partire dalla conquista indoeuropea ciò che viene idealizzato è il potere della spada, la virilità, la violenza, il dominio. Per molta gente è impossibile credere che possa esistere un modo diverso di strutturare la società umana, molti vivono nella non coscienza che il sistema simbolico è una costruzione teorica ed assumono come naturali aspetti che in realtà sono culturali. Per secoli abbiamo vissuto in un sistema simbolico che ci ha imposto con la fede o con la forza la sottomissione ad un’idea forte astratta quale può essere quella di spada, potere, nazione, dominio, patriarca (che di base è l’idea di Padre in tutte le sue accezioni di dominio, Dio Padre, idea di Nazione ecc.). Tutto ciò che è diverso da ciò che viene assunto come centrale in questa costruzione di pensiero gerarchica viene considerato inferiore, secondario. Alla base del fatto che la maggioranza delle persone dà per scontato, immutato e immutabile il sistema simbolico, storico e sociale in cui vive ci sono molti fattori, quali l’ignoranza, la mancanza di conoscenza, la pigrizia intellettuale, l’incapacità di porsi delle domande ma anche l’impossibilità di trovare delle risposte per la mancanza di una tradizione alternativa. Ci sono stati, oltre che uno studio secolare della civiltà a senso unico, vista più come storia dell’uomo e delle gesta dei grandi uomini e quindi la costruzione di una storia incompleta, monca; anche una spesso volontaria cooptazione, manipolazione dell’informazione storica a fini politici, economici, religiosi, comunque diversi da quelli di una ricerca intellettuale onesta. È importante riflettere sulle conseguenze che ha il modo in cui organizziamo i rapporti fra le due metà dell’umanità, quella maschile e quella femminile, sulla totalità di un sistema sociale. La maniera in cui strutturiamo il più importante dei rapporti umani, senza il quale la nostra specie non potrebbe esistere, esercita un’influenza determinante sulle vite individuali, sui ruoli quotidiani e sulle scelte di vita, sulle istituzioni, sui valori e sul corso della nostra evoluzione culturale. La disputa sull’esistenza o meno del matriarcato in tempi remoti, sembra dipendere più dal nostro paradigma prevalente che da una qualunque testimonianza archeologica.

Nella nostra cultura, costruita sull’idea di gerarchia e di classificazione e sul concetto di gruppi contrapposti, vengono enfatizzate le differenze rigide, o polarità. Il nostro è un pensiero dicotomico se non è questo è quello, che fin dall’antichità, secondo i filosofi, avrebbe potuto portare a un travisamento della realtà. Anche se consideriamo da un punto di vista strettamente analitico o logico la supremazia della Dea, e con essa l’importanza dei valori simbolizzati dai poteri di nutrimento e rigenerazione che s’incarnano nel corpo femminile, non si giustifica la deduzione che a quel tempo le donne dominassero gli uomini. Anche se le donne svolgevano un ruolo forte e importante nella vita e nella religione della preistoria, non per questo gli uomini dovevano necessariamente essere considerati e trattati come sottoposti. Tanto gli uomini che le donne erano figli della Dea, oltre che figli delle donne a capo delle famiglie e dei clan. E se ciò sicuramente dava grande potere alle donne questo potere doveva essere più vicino alla responsabilità e all’amore che all’oppressione, al privilegio, alla paura. Una concezione dell’autorità molto differente da quella che tuttora prevale. Certo non sempre ci si atteneva a questa idea del potere come elargizione, poiché queste erano società di gente in carne e ossa, non utopie. In ogni caso questa concezione dell’autorità era l’ideale normativo, il modello da emulare per uomini e donne, una società mutuale in cui nessuna delle due metà dell’umanità domina l’altra, e in cui diversità non è sinonimo di inferiorità o superiorità. La direzione dell’evoluzione culturale, e quindi anche il fatto che un sistema sociale diventi bellicoso o pacifico dipende dal tipo di struttura sociale mutuale o dominatore che si possiede. Dedico alcuni post a questi argomenti perché, se non altro, mi sembrano interessanti e stimolanti. Una via ci deve pur essere all’attuale degrado. Tu cosa ne dici? E se ci fosse del vero in quello che scrive Riane Eisler?

in Europa c’erano pace e solidarietà?

E se ci fosse del vero in queste ricerche?
C’è un buco nero nella storia d’Europa. Una voragine che si apre alle soglie dell’alba della nostra civiltà. È un abisso di qualche migliaio di anni. La storia che prelude alle vicende dell’Occidente. Numerose e sparse per mezza Europa testimonianze, tracce, reperti che risiedono nel grembo dell’Archeostoria, così viene chiamato quel periodo. Paleolitico, Neolitico, età del bronzo, culto della dea madre, ecco alcuni ambiti e pertinenze citate da Marija Gimbutas e da Riane Esler.

Un periodo di gestazione, preparazione, di sconvolgimenti in cui più volte i nostri destini sembrano prendere una direzione per poi precipitare verso distruzioni e nuove rinascite. A ogni rinascita un volto nuovo, inaspettato e non sempre auspicabile. Ma dov’è situato il vero punto di inizio? Dove risiede l’origine della nostra storia? Come vivevano e in cosa credevano quegli antichissimi popoli? Prima di Celti, Galli ed Etruschi, prima di Cretesi e Micenei, prima dei grandi miti, 10.000 anni fa chi calcava le nostre contrade? Gran parte degli studi di Marija Gimbutas hanno riportato alla luce la civiltà delle società (società gilaniche) dell’Antica Europa. Scrive anarchopedia.org/Marija_Gimbutas: Società sviluppatesi tra l’8000 a.c. e il 2500 a.c. intorno alla figura della Dea Madre secondo principi antiautoritarii e sostanzialmente pacifisti.

Nel 1956, la Gimbutas propone la cosiddetta “Ipotesi Kurgan”, che mette in relazione l’indoeuropeo, e la relativa scomparsa delle società gilaniche, con le invasioni di una “civiltà” nomade-pastorale, caratterizzata da forti matrici guerriere, diffusa nelle steppe ponto-baltiche c. 4500-2500 a.C. e nota a partire da particolari sepolture a tumulo (dette, appunto, kurgan). La mostra tenuta a Roma nel settembre/ottobre 2008 sulla cultura di Cucuteni-Trypillia conferma l’ipotesi di Marija Gimbutas sul carattere pacifico, sulla struttura sociale egalitaria e sull’importanza del ruolo femminile di questa cultura dell’Europa Antica. La documentazione della mostra, curata dal Ministero della cultura e degli affari religiosi di Romania nonché dal Ministero della cultura e del turismo di Ucraina, dice a pag.40: Non vi erano differenze tra le varie tipologie abitative. Dunque, non è possibile stabilire quali case appartenessero a persone ricche e quali a persone povere. Le variazioni nelle dimensioni delle abitazioni potrebbero essere attribuite al numero dei membri della famiglia che vi risiedeva, o dipendere dalle tecniche di costruzione delle case. Pertanto, non è possibile parlare di eguaglianza sociale (come nelle società in cui vigeva la schiavitù), ma solo l’esistenza di una naturale gerarchia all’interno di ciascuna comunità. Come non si può sostenere che esistesse una categoria di guerrieri, in quanto la maggior parte degli abitanti era dedito all’agricoltura. Gradualmente iniziarono a emergere gli artigiani (ceramisti, addetti alla lavorazione dei metalli, intagliatori del legno e della pietra, costruttori), così come dei personaggi con un ruolo specifico nel campo della religione. L’abbondanza di statuine antropomorfe femminili e la parallela scarsità di sculture a soggetto maschile sembra suggerire l’importanza del ruolo delle donne all’interno di queste comunità.

Scrive Riane Eisler ne IL CALICE E LA SPADA: Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C. una cultura Neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia e nel Mar Nero. Questa nuova forza cambiò il corso della preistoria europea. Questa cultura detta Kurgan (dal russo tumulo, tomba in cui venivano seppelliti i re-guerrieri) ha queste caratteristiche fondamentali: VII e VI millennio a.c., patriarcato, patrilinearità, agricoltura su scala ridotta, allevamento, addomesticamento del cavallo, posizione preminente del cavallo nel culto, fabbricazione di armi quali arco, freccia, daga, lancia. Elementi distintivi che si accordano tutti con quanto è stato ricostruito come fenomeno protoindoeuropeo dagli studi linguistici, filologici e di mitologia comparata, e che si oppongono alla cultura gilanica caratterizzata da un’agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche. Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (cioè protoindoeuropei) misero fine all’antica cultura europea all’incirca tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare a patrilineare. Le regioni dell’Egeo e del Mediterraneo e come Thera, Creta, Malta e Sardegna, l’antica cultura europea fiorì dando luogo a una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.

hai ricevuto la prima telefonata?

Cosa stavi facendo quando, per la prima volta nella tua vita, si è messo a squillare come un ossesso facendoti sobbalzare!?? Indecisa, avevi scelto i posti meno adatti dove installarlo. E poi li cambiavi, subito scontenta, perché  non c’era luce sufficiente per prendere appunti e per vedere mentre componevi il numero. Infine, hai optato per una nicchia nell’ingresso, poco prima della cucina. Così mentre parlavi al telefono avresti potuto controllare se l’acqua della pasta stesse bollendo, o i ragazzi facessero i loro compiti. Ma non andava bene nemmeno quella posizione perché  il tecnico dei telefoni, già stizzito per conto suo, aveva detto: Ma signora non è che possiamo allungarli i cavi del telefono. I cavi non possiamo deviarli, questa è la colonna…passano di qua e non dove vuole lei. E tu avevi risposto che lo mettessero dove si poteva. Già  scontenta per la nicchia senza luce in cui lo avrebbero piazzato. Sicuramente avresti dovuto reggere la cornetta fra orecchio e spalla dicendo: Come dici? Scusa non ho capito, puoi ripetere?  Chi parla? Come? Poi magari cadeva la linea o l’altra riattacava di proposito. L’avevi forse offesa? Era la tua amica e tu eri invidiosa di lei perché  il marito guadagnava molto piu del tuo ed era piu simpatico del tuo. Avevi detto qualcosa di sconveniente?

Dovevi richiamare…tu a quel punto? Non sapevi come comportarti. Non c’era un galateo telefonico. Il telefono veniva a complicarti la vita. Ti ricordi cos’hai provato la prima volta? Preferivi non rispondere tu, ma far rispondere i tuoi parenti, per attutire l’emozione, per allontanare il momento in cui avresti detto Pronto chi parla?! Ah sei tu! Come bisognava comportarsi? E se dall’altra parte qualcuno ti ordinava di fare qualcosa? Qualcosa di sconveniente, di sgradito! Ma che pensieri! Era la prima volta dopo tutto, non c’era alcun libretto di istruzioni per una corretta telefonata. Ti ricordi che le gambe ti si erano fatte molli e la saliva era sparita? Ma che esagerazione! Eri fatta a quel modo, sin da bambina, ipersensibile, allo spasimo, ogni cosa ti turbava. C’e sempre la prima volta, mentre incerta alzavi la cornetta pensando chi sara a quest’ora? e timidamente azzardavi: Pronto chi è? Ma ti rendi conto che parlavi per la prima volta a una voce senza faccia? Dopo milioni di anni, il prodigio della tecnica e dell’ingegno, messo al tuo servizio, e poi hai cominciato a trovarla “normale” quella diavoleria! Al paese non c’erano quelle cose. C’era il telefono al bar; chi aveva bisogno andava al bar, o venivi chiamato dal bar, perche c’era qualcuno che voleva parlarti, sempre al telefono pubblico del bar. E allora dovevi attraversare mezzo paese col cuore in subbuglio, o, felice di andarci perche stavi aspettando la bella notizia di una nascita, una promozione, una vacanza. Altri tempi. Per una telefonata ci volevano un paio d’ore, fra andare, aspettare e tornare a casa. Il telefono! Quando hanno installato il tuo l’hai guardato perplessa, aspettando subito la prima telefonata, ma come potevano telefonare se a nessuno ancora avevi dato il tuo numero? Così hai cominciato a distribuirlo, centellinando le persone alle quali lo elargivi. In caso di emergenza, in caso di bisogno, in caso di….poi ci hai fatto l’abitudine e, a ore fisse, quello squillava, come previsto; erano lui, lei, i bambini che ti salutavano dicendo che il viaggio era andato bene e che al mare avevano fatto il primo bagno. Poi telefonavi tu per chiedere come stava Maria, Filippo, la mamma malata, quanti erano andati a vendemmiare a casa di tuo suocero, eccetera. Poi hai avuto timore, ricordi? Perché c’era stato un periodo in cui squillava a vuoto, alla stessa ora, e tu, le prime volte, intimorita, timidamente chiedevi chi fosse e una volta, spaventata per l’ennesima telefonata a vuoto avevi inveito e l’altro aveva riattaccato per telefonare ancora, dopo due minuuti e spaventarti sillabando il tuo nome e mettendosi a ridere. Ce l’avevano con te, adesso eri sicura che si prendevano gioco di te. Poteva esserci un estraneo pericoloso, all’altro capo del filo, un ladro che controllava se eri in casa, per tenderti agguati, un bruto, un meschino, il tuo ex fidanzato che non voleva mollarti, una spia, o un amico, oppure l’amore che avevi snobbato e che implorava dall’altra parte del filo di vederti ancora una volta.

Oh! come correvi con la fantasia, accompagnando l’attesa coi battiti affrettati del cuore. Chi sarà? Perche non telefona? Gli sarà  capitato qualcosa? Con tutta questa nebbia, magari si  è  fermato per strada, ha avuto un incidente, come fa a telefonare se ha avuto un incidente?! Tutto poteva essere. La prima volta: ovvero un salto nel buio, la devastante forza della tecnologia telefonica che ti diceva: Devi fare così , fidati. -Pronto chi e?  ma non ti veniva l’orticaria, non si sbiancavano i capelli mentre dicevi:- Sono Ines, Marco, Tonino, Carmela, come stai?-  Oh sei tu!  Ho ancora le mani bagnate di lisciva, aspetta che mi asciugo, no, no….dimmi pure…, pensavi di guastare la cornetta, e l’altra si metteva a raccontarti che la suocera sarebbe arrivata da lì  a qualche giorno, scompigliando la sua vita. Sessant’anni fa, duemila anni fa. La guardavi timoroso, e interrogativo la silenziosa scatola nera, sembrava che ricambiasse il tuo sguardo, dopo che erano venuti in forze i tecnici della Stipel a fissarla al muro, non sapevi che fartene. Austera e misteriosa.

E sotto ci avevano piazzato una mensola sempre in bilico che doveva reggere la guida telefonica e pezzi di carta per gli appunti. La penna rotolava sempre per terra. E facevi fatica a cercare un nome col suo telefono. Che cosa pazzesca era la guida telefonica, una bibbia di nomi e telefoni e indirizzi, la città senza segreti, raccolta in due volumi. Te lo ricordi quando dicevi: -Aspetta che prendo un pezzo di carta.- Mentre ti tremava la mano per l’emozione di non riuscire a scrivere. Ma la carta non c’era mai, sulla mensola in bilico e la penna non scriveva. Devi alzare la luttuosa cornetta e dire la frase famigerata frase Pronto chi e?!- Altrimenti l’altro non risponde. Sei te Giovanna? – -No, sono Vittoria.- -Oh che voce che hai, non stai bene?- Ti eri rassegnato a rispondere la prima volta. Ti sei sentito quasi sollevato, avevano sbagliato numero. Confessa. Erano le prime volte. E le telefonate da lontano potevano arrivare? Eccome se arrivavano! La signorina del centralino chiedeva se volevi accettare la chiamata. Che bizzarria! Oddio! cosa e successo? Sta male qualcuno? Questo ti chiedevi.  La signorina diceva di riattaccare, che avrebbero chiamato, ma un paio di volte il telefono era rimasto silenzioso! Ti ricordi quando ha squillato nel cuore della notte? Ti sei preso uno spavento! Avevano sbagliato! Chi sbagliava si scusava e non richiamava. E poi avevano ricominciato a perseguitarti. Ma la gente non aveva altro da fare?! Volevano controllarti, farti uno scherzo o peggio. Sei stata sul punto di togliere l’apparecchio, perché  diventava una ossessione e cominciavi ad avere paura. Poi avevano smesso.  Senza motivo.
Chi era che ti chiamava alle nove del mattino? Coi letti ancora da fare. Io sì, me la ricordo. Indimenticabile, arrivava dalla stessa città e recitava così: –Chi ti ha dato il mio numero di telefono? Ma non ti vergogni a telefonarmi? Hai proprio una faccia tosta. Ho bisogno delle quattro sedie che ti ho prestato. Erano un regalo di nostro padre. Se le hai buttate via ti faccio scrivere da un avvocato! Le rivoglio indietro.- Sono sicuro che la tua prima telefonata è andata meglio della mia. Che non era tua sorella, con cui avevi litigato e alla quale, per sbaglio, avevi distrattamente telefonato.

c’erano i pellerossa?

Colonizzazioni, sfruttamento, repressione indiscriminata, persecuzioni e stermini sono termini che trovano sicuro e immediato riscontro nel panorama della storia degli ultimi secoli. Ma prima di offendere la reputazione di inglesi, spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi e alla fine anche italiani, (il ruolo dei giapponesi merita un discorso a parte per via del loro abominevole sadismo durante gli ultimi conflitti) dicendo che siamo stati assassini feroci e stupratori di popoli, voglio darti prima qualche notizia, dopo aver curiosato qua e là in vari siti.

Le informazioni sono provate da fatti, documenti e dati alla mano e non ci sono state obiezioni contrarie al riguardo, se mai ammissioni. In quattro secoli si ritiene che tra i 55 e i 100 milioni[1] di nativi morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano difese immunitarie, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio poiché considerati barbari. (Mao tse Tung era riuscito a sterminare “solo” settanta milioni di cinesi, ma lo ha fatto a casa sua, Stalin e Hitler una quindicina di milioni mal contati.) Altre fonti sostengono che lo sterminio in cinque secoli riguardasse 114 milioni di “barbari.” Solo nel Nord America i morti furono 18 milioni. Ossia sotto Manhattan, la Casa Bianca, Seattle e Los Angeles e via discorrendo si trovano più ossa di indiani massacrati e deportati che altro. Ho il macabro gusto delle metafore. Ma detto così fa più effetto. Altre notizie dicono: Vennero ridotti in schiavitù moltissimi nativi e utilizzate le ricchezze del loro territorio fertile e dal sottosuolo ricchissimo, favorendo di fatto lo sviluppo economico in tutta l’Europa, e non solo in Spagna e Portogallo.

I maggiori sostenitori e beneficiari di questa politica di sfruttamento furono infatti il Regno Unito, Spagna, Portogallo Francia e i Paesi Bassi. Sostanzialmente, i colonizzatori crearono un continente dal quale attingere oro, argento (utilizzando la manodopera dei nativi ridotti in schiavitù) e prodotti agricoli da monocolture (installate bruciando le foreste e le coltivazioni presenti prima dell’arrivo di Colombo)….Ben presto però, fra tutti i coloni, prevalsero gli inglesi che giunsero a dominare l’intera fascia costiera, dove un po’ alla volta si formarono 13 colonie, il nucleo fondamentale di quelli che un secolo più tardi divennero gli Stati Uniti d’America (1776).[2] Nel 1864, durante la guerra di secessione americana, avvenne una delle battaglie indiane maggiormente degne di infamia, denominata non a caso il Massacro di Sand Creek. Una milizia locale, al comando di John Chivington (il quale sosteneva l’eliminazione dei nativi, e che essi andavano «scalpati tutti, grandi e piccoli»[24]), attaccò un villaggio Cheyenne ed Arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini, donne e bambini. I soldati, molti di loro ubriachi, stuprarono le donne e fecero il tiro al bersaglio con i bambini. Penso che basti, altre amenità  le puoi rinvenire nel sito Genocidio dei nativi americani. Queste le sommarie notizie di un massacro dell’altro ieri.
Quello che voglio dire senza poter essere smentito e che allo sviluppo europeo e americano ha contribuito in modo determinante l’attività  predatoria di ieri, su popolazioni che stavano a casa loro, indisturbate e che, prendendo a pretesto la lori inferiorità (presunta) l’Europa, culla di civiltà  antica li abbia massacrati, depredando la loro terra, impunemente. Non sono passati millenni, ma due secoli, una inezia nella Storia.

Nella storia vince il più forte? Sì, sempre, anche se il vero barbaro è quello con la maschera del civilizzatore che sta “educando” i barbari. Come si chiamano i più forti? spagnoli, portoghesi, americani, inglesi, e francesi. I cinesi han fatto le cose in casa liquidando decine di milioni di persone, ai russi, e ai tedeschi si sa come è andata. Il nuovo mondo, se guardi bene la faccenda, è stato edificato su sterminati cimiteri dove i cadaveri erano fitti come spighe di grano. Insieme agli uomini e donne Navajo, Sioux, Cherokee è stata distrutta la loro spiritualità, che avevano in abbondanza, Non so cosa sia rimasto del Grande Spirito o Wakan Tanka, so cosa abbiamo fatto noi del nostro. Perché indignarsi davanti a una realtà di fatto? Accusare Inglesi, Spagnoli, Francesi e Americani? A che pro? Sarebbe velleitario, antistorico. Ci ha provato anche Marlon Brando e qualcuno ha detto che era una trovata pubblicitaria. Perché l’attore disse: “Per 200 anni abbiamo detto al popolo indiano, che si batteva per la propria terra, la propria vita, le proprie famiglie e il proprio diritto di essere liberi: ‘Deponete le armi, amici, e potremo vivere insieme’. Quando hanno deposto le armi, li abbiamo uccisi. Abbiamo mentito loro. Li abbiamo truffati delle loro terre. Li abbiamo costretti a firmare accordi fraudolenti, che abbiamo chiamato ‘i trattati’, che non abbiamo mai mantenuto. Li abbiamo trasformati in mendicanti in un continente che ha dato loro la vita”.

Questo disse il grande divo e io che non ho nessuna voce in capitolo e che mi manca un’audience planetaria come era la sua, ma che posso vantare ben 44 followers! dico: Le nazioni più potenti del mondo sono state edificate sulle ossa di montagne di cadaveri, beh, nemmeno tanto originale, ti pare? Allora cosa resta? non credere ai titoli dei giornali, non indulgere ad analisi preconfezionate e di parte, ma informarsi, andare a vedere come trattavano i pellerossa i soldati con la giubba blu e grigia. E cosa facevano i coloni vomitati dall’Europa, che gli era diventata stretta, eccetera, per creare l’ultimo o il primo dei mondi indesiderabili. Vedi tu come considerarlo. Per informazioni di prima mano ti consiglio di leggere Tropico del Capricorno e Il giorno della locusta. Ma questa è un’altra storia.

li incontravamo per strada?

SULLA VIA DELLA SETA IN MOTO
Li ho incontrati quelli come lui. Da soli o in gruppi sparuti e mi chiedevo come facessero a viaggiare da quelle parti, soli soletti. Sulle strade della Turchia, dell’Iran e oltre. Il suo e il mio viaggio che non regge il confronto, visto che la nostra meta era “solo” Kabul, e poi viaggiavo in macchina. Ma questa è un’altra storia. Il reportage di Marcello Anglana ci porta sulla via della seta, in sella a un mostro meccanico di mezza tonnellata, per 26.000 chilometri, da solo, e senza assistenza tecnica, accompagnato esclusivamente dallo sciame di messaggi sms e dall’entusiasmo dei suoi amici che seguivano il suo viaggio. Verso la Russia, attraverso la Siberia, diretto in Mongolia. Una cronaca che mette in risalto questo Marco Polo moderno su due ruote. Marcello Anglana attraversa la Storia, il Tempo, paesi e popoli. Come lui stesso scrive:  – Non ho incontrato semplicemente popoli, ho incontrato la gente, ho incontrato tanti singoli individui, tutti diversi tra loro, ma tutti accomunati dall’entusiasmo, la curiosità, la sorpresa di vedere una persona sola, a cavallo di un veicolo così strano, proveniente da tanto lontano….- La sua è cronaca essenziale, quasi ragionieristica, sullo stato delle gomme della sua moto, la pressione, la fuoriuscita dell’olio dalle forcelle, riporta dove e cosa mangia, dove e come dorme e quanto paga, e poi cosa sogna, ma c’è dell’altro che emerge dalle pagine del suo libro. È la storia di un rapporto con la strada e con il suo mezzo di trasporto. 

Anglana ama la strada e la sua possente Honda, da cui non si separerebbe mai. Un amore corrisposto, visto che la moto, pur ferita, e anchilosata, non lo tradirà lasciandolo per strada. Nulla a che vedere con il libro cult LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA di Robert Pirsig in cui si legge: “La motocicletta non è altro che un insieme di concetti realizzato in acciaio. In realtà non c’è pezzo, non c’è forma che non sia uscita dalla mente di qualcuno…quanto all’acciaio, accidenti, persino quello è uscito dalla mente di qualcuno. In natura l’acciaio esiste al massimo in potenza. Ma cosa vuol dire in potenza?…” No, non è di questo tenore il libro di Anglana, il suo è un reportage che nulla concede alla metafisica o alla narrazione. Non è uno scrittore o un filosofo, è un uomo normale, come me e te, di Lecce, funzionario dell’Agenzia delle Entrate che ha due passioni oltre alla famiglia: la strada e la moto. Queste sì che lo fanno sognare. L’oggetto esclusivo delle sue attenzioni è la super Honda, una gigantessa da governare e accudire. La blandisce, le parla, la accarezza, la fa sorvegliare di notte, la ama di un affetto esclusivo e geloso. Guai a chi la tocca senza il suo permesso. La moto diventa così non un semplice mezzo ma la sua partner esclusiva con cui andare a visitare genti, città, paesi remoti.

Cavallo d’acciaio intoccabile e indispensabile per realizzare il sogno sulla strada, luogo da raggiungere a ogni costo. Inconcepibile per l’autore rinunciare al ritorno a cavallo della sua Honda, seppur ferita. Emozionante l’incontro coi pastori mongoli a cavallo. Anglana ha realizzato l’avventura possibile (come si legge nel forum di Giannipiuma. Anglana sa cosa vuole: un favoloso arco fatto a mano, ad esempio, e sa dove recarsi per comprarlo. Gran viaggiatore ma soprattutto gran motociclista. Noi sappiamo quali sono le insidie che si annidano in quelle strade, a cui lui solo velatamente accenna. Anglana è assimilabile al velista che attraversa l’oceano. È capace di non attardarsi, di non distrarsi, di non lasciarsi prendere da troppe emozioni. Deve infatti tornare sulla strada. “Per me è importante,” scrive Anglana “…per concludere un viaggio, tornare al punto da cui sono partito, a casa mia. E ci tornerò con la mia moto, anche stavolta, almeno ce la metterò tutta. Anche io completerò la mia missione come Michele Strogoff….” Il volume è ricco di informazioni, note di viaggio, dettagli. Ancora una piccola perla, da chi l’avventura ce l’ha nel sangue e l’ha corsa davvero.

infuriava il Futurismo?

MARINETTI   IN   RUSSIA
Originalità russa di masse distanze  radiocuori. Il testo che ho di fronte fu scritto presumibilmente nel 1942, da un teorico dell’avanguardia, letterato di fama mondiale nonché accademico d’Italia ma anche ufficiale superiore di truppe scelte: dal maggiore degli arditi Filippo Tommaso Marinetti, classe 1876, comincia così la niente affatto superflua prefazione del libretto edito da Voland. A cura di Maria Delfina Gandolfo. Introduzione di Michele Colucci.

Romanzo inedito del maestro del futurismo italiano che si cimenta in una prosa su tema russo al ritorno dal fronte sovietico. Un libro che aggiunge una pagina importante alla conoscenza di una delle figure più significative dell’avanguardia letteraria europea. Così scrive l’editore a proposito di quest’opera. Che ci faceva Marinetti in Russia?  Pare che facesse scavare buche ai suoi arditi per contrastare l’avanzata dei carri armati sovietici. Non c’è traccia di combattimenti, di propaganda politica, né tantomeno di odio verso i nemici russi. Tutt’altro. Ma quello che colpisce in questa prosa rutilante, disseminata di simboli, malinconia, e di lancinanti solitudini, disassemblate e tuttavia coerente che ritrae con puntiglio e precisione una realtà attraverso una lente deformante di una nuova lingua-visione, senza punteggiatura, coi verbi all’infinito che recita: a pag 111: In realtà mercé gli elastici incalcolabili caloriferi tubolari d’ottone massiccio del sole che addenta golosamente l’insipida monotonia delle colline…. Una realtà tipicamente e inconfondibilmente russa, corroborata dalla familiarità col presunto nemico che stupisce. I veri nemici dei russi sono altri, i tedeschi di von Paulus che stavano per essere intrappolati dalle truppe russe. Ci sono un sacco di puzze in questo libro, odori strani, di benzina, di sostanze chimiche, odori di ogni categoria, e poi masse di prigionieri magistralmente descritti, come fiumi biblici semoventi. Ci sono anche nidiate di eliche felici e poi le donne, tante donne. Onnipresenti e amate. Un’opera che ancora oggi colpisce rimandando a quella ondata geniale e anarchica del movimento Futurista. E poi ancora le donne russe: violento fruscio d’erba passo vispo erotico da scolaretta in ritardo mi sfiora diretta all’isba la studentessa di Kiew conosciuta nell’accampamento sotto il nome di Vera Globulowa. Vieni Marinetti dice il generale che la studentessa è entusiasta dei tuoi versi. il venticello che non ha nulla di siberiano napoletaneggia i sui tepori mentre contadine guazzanti scultori architetti a gambone rosse impolpano di un polentone di argilla e sterco. Mio passato di gloria soccorrimi risorgendo nella tua palpitante vita con le febbrili smanie di tante braccia femminili ed erano tutte belle quelle donne accese di languore e voluttà Nuda. Nuda devi essere nuda poiché sei perfetta o mia Czarina. Ti rivoglio sensualissima danzatrice dell’Opera e come facesti concedimi ancor più di quanto prometti tu che hai le curve benigne e le suadenti anche evasive che gareggiano con  quelle di questo fiume o donna russa Con l’odore di vaniglia e gelsomino del suo petto respirante Violetta Frescodanza staccandosi dal cartone quadrato vive ingrandendosi a statura umana fascino snello quasi spiralico della sua femminilità. Per quanto generose ed ineffabili talvolta affettuosamente materne le contadine russe bovare o porcare non mi rassicurano sul dubbioso incalzante pericolo di questa alba fredda in terra straniera Siamo stati molto calunniati noi italiani come brutali e sanguinari Ora si ricredono e qualsiasi ufficiale è accolto e l’amore si svolge sotto lo sguardo della madre o della sorella. Il buio assolve tutto anche la fecondazione…Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevichi e che l’arte futurista fu per qualche tempo arte di stato in Russia. Scrive Filippo Tommaso Marinetti, maggiore degli Arditi.

Un italiano innamorato della Russia, nemica in guerra, amica nell’arte, nelle lettere e vicina nel comune sentire. No, i nemici veri dei russi non eravamo noi, Italiani, visto che ci eravamo andati per scavare buche anticarro.  Alla fin fine uno dei frutti più cospicui di quella sventurata spedizione nel ventre della gran madre Russia fu la creazione di un gemellaggio sentimentale mai smentito né allora né dopo, che si nutriva di fascino latino e di avvenenza russa. Un libro che ci propina una teoria sull’arte e sulla vita da cui occorre prendere le distanze, ma di innegabile suggestione stilistica ed esistenziale. Un libro reperto storico e artistico su cui sarebbe opportuno fare più luce.

non riuscivi più a prendere sonno dopo averlo letto?

Un gigante della scrittura, un forzato della penna malato, e consapevole di esserlo, un grafomane che non riusciva a staccarsi dalla pagina, uno che denunciava l’inutilità e lo scandalo della guerra e che scendeva nell’abisso della mente umana…la sua. Forse unico a riuscire a indagare sulla natura, non solo esclusivamente intellettuale del suo tremendo male. Il dottor Thomas affermava che la sifilide lo divorava dall’interno, giorno per giorno, altri parlano di demenze ereditarie. Morì infatti dopo mesi di pazzia furiosa il grande Henri René Albert Guy de Maupassant amicissimo di Gustave Flaubert. Se te sfogli Le Horla e altri racconti dell’orrore (nella consueta strepitosa edizione da urlo dei Tascabili Economici Newton – cento pagine mille lire! Che meraviglia! e che presentazione!) capisci il motivo della sua grandezza che esula ovviamente dai soli racconti dell’orrore. Come dice l’acuta analisi di Lucio Chiaravelli: I racconti dell’orrrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati (ma c’e poi tanta differenza per lui?) sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L’orrore e per lui: la paura della paura. Balza subito all’occhio qualcosa di terrificante, mortifero, angosciosamente possibile, e senza scampo. Chi scrive non finge, la trama aderisce alla maledizione della sua malattia.

Encomiabile, si sforza di esorcizzare il suo male, di tenere un resoconto dei suoi stati nervosi attraverso alcuni racconti, che non voglio dirti in dettaglio. Un male che tenterà invano di esorcizzare, un male che gli sgorga continuamente nell’animo affettando nervi e mente. Anche quando scrive di una bella giornata e del suo stato d’anino radioso e pieno di levità, 8 maggio: Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull’erba…Mi piace questo paese mi piace viverci perché qui sono le mie radici, radici profonde e sottili…mi piace la casa dove sono cresciuto. Come si stava bene quella mattina!…dietro due golette inglesi …veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza sapere perché gli feci cenno di saluto tanto mi faceva piacere vederlo. E poi il 12 maggio: Da qualche giorno ho un po’ di febbre, non mi sento bene, o meglio mi sento triste e il 16 maggio: Sto sicuramente male… Ho una febbre atroce…la sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l’apprensione per una sciagura , segno della morte vicina, il presentimento d’un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne...il 3 giugno: Notte orribile. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano. mentre il 2 luglio: Ritorno a casa. Sono guarito, e inoltre ho fatto una splendida escursione…

ma il 4 luglio: …Sono tornati gli stessi incubi. Ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì , l’aspirava dalla mia gola come una sanguisuga....e di nuovo la speranza di essere normale e sereno, il 14 luglio:…Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo. E il 7 agosto: …il sole inondava di luce, il fiume spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. …Mi sembrava che una forza occulta mi intorpidisse le membra…il doloroso bisogno di rincasare... e il 14 agosto: Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Eppure il 17 agosto ha la lucidità di scrivere: Noi siamo così impotenti, così imbelli, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d’acqua..….e via di questo passo, ma non voglio privarti del piacere di altre scoperte. Perché ti guasterei la lettura. Cos’ha di speciale Le Horla e gli altri suoi brevissimi racconti dell’orrore? Sono anche cronaca. La cronaca di un malato consapevole di esserlo fino a quando la pazzia non prenderà il sopravvento.

Vissuta sulle spalle dell’autore. Diverso dall’orrore pensato, filtrato e, se vogliamo, artefatto di Edgar Allan Poe (solo nel senso di accuratamente costruito). Qui si avverte un’urgenza di narrare la (sua) sofferenza, il progredire del male, l’inutile esorcismo tentato attraverso la scrittura, l’orrore di un male interno all’uomo che riesce a farsi arte. Se ti riferisci alla pittura ti viene alla mente Van Gogh e Ligabue, i naif che interpretavano incubi e oppressioni dello spirito e della mente, dentro e fuori da manicomi e case di cura, dentro e fuori dalla realtà, a scrutarsi, a esorcizzare incubi e mostri della loro fervida immaginazione. Maupassant vede il possibile e lo teme, dà corpo alle voci, alle malie riflesse dalla sua anima ossessionata. Nel Maupassant di Horla ti vengono addosso brividi supplementari, sai che è tutto vero, vorresti fare qualcosa, ma cosa? Allucinazioni, febbri, visioni notturne, si vive da geni e si muore da folli. Nel prezioso libretto pubblicato nella collana Tascabili Newton una acuta annotazione di Antonia Fonyi relativa al titolo Hors-la cioè Fuori di li! Esso sarebbe un invito a rompere il cordone ombelicale che metaforicamente e (morbosamente?) legò sempre Maupassant alla madre. E un suggerimento di ordine associativo può persino ricordare che Horla è l’anagramma vocale di Laura, la madre. Non ti voglio dire altro perché non voglio toglierti il piacere e…il brivido di leggerlo. Maupassant penned his own epitaph: “I have coveted everything and taken pleasure in nothing.” Nel suo epitaffio scrisse: “Ho desiderato tutto e preso piacere in nulla.”