eravano padroni del mondo?

Gaio Minucio, ne ebbe sdegno e vergogna…
A 85 anni riceve il Nobel e l’anno dopo, nel novembre del 1903 muore. Con lui scompariva il più grande interprete della grandezza di Roma. Un amore durato tutta la vita per Teodor Mommsen, tedesco dello Schleswig, la cui mole di lavori, fra articoli, memoriali, pubblicazioni (circa mille opere di varia ampiezza) è destinata a siglare una serie di primati inarrivabili, fatti di estenuanti analisi sul campo – aveva setacciato ogni paese del mezzogiorno italiano alla ricerca di indizi, documenti, prove. Ma oggi dove ne trovi un altro così? Con quel materiale aveva poi costruito la sua grandiosa opera storico poetica. Che a ben vedere è una dichiarazione d’amore e di rispetto verso Roma. Un lavoro metodico, diligente, scrupoloso, analitico che componeva con passione intatta decennio dopo decennio, superando difficoltà di ogni genere. La lettura dell’iscrizione di una lapide faceva emergere nuove verità, contribuendo a risolvere ardui problemi di interpretazione ispirando nuove entusiasmanti ricerche. Mommsen era un segugio dal’olfatto sviluppatissimo. Il suo capolavoro, come scrive Vittorio Scialoja nella nota biografica de LA STORIA DI ROMA a cura di Antonio G. Quattrini – Dall’Oglio Editore  è l’opera scientifica. 

Romisches Staatsrecht, insuperato trattato di diritto costituzionale e, in parte amministrativo. Una perfetta esposizione della costituzione di Roma. Insegnante, accademico, ricercatore sul campo insigne. Poeta, traduttore, storico appassionato, la sua prosa, come scrive Vittoria Scialoja è stimata fra le migliori della letteratura germanica. Umbri, Sabelli, Sanniti, Campani, Etruschi, Liguri e infine loro: i Romani. Scandagliati con rara sensibilità e con partecipazione.  Fra le quinte di uno degli imperi più poderosi della storia si muovevano plebei, patrizi, duci, centurioni, senatori e commercianti e infine il soggetto inimitabile, la creazione politica più originale di Roma, quella su cui la repubblica e l’impero, per secoli, avrebbero potuto contare: il cittadino romano, al quale il regno, la repubblica e l’impero dovevano tutto. Onesto, probo, parco e cosciente dei suoi diritti-doveri, nell’ambito di una serie di valori condivisi.

Il cittadino era al centro dello stesso potere, essendone parte integrante. Mi imbarazza dover scegliere, per la cronaca, alcuni esempi fra le migliaia di pagine scritte: A pagina 69 de LA STORIA DI ROMA leggo: Spurio Melio, dovizioso plebeo, in tempo di grande carestia vendette il frumento a un tale prezzo, che il patrizio prefetto dell’annona, un certo Gaio Minucio, ne ebbe sdegno e vergogna. La cosa venne tratta con tutta serietà, perché lo spettro della monarchia ha sempre prodotto sulla moltitudine di Roma l’effetto che produce sulle masse in Inghilterra lo spettro del papato. Beh, c’è davvero da imparare qualcosa di nuovo dal Mommsen, non ti sembra?

c'era Il Barone immaginario? (3)

IL RICHIAMO DI KRODO di Alberto Henriet. Un’intervista ad Atene a Kaiadas, leader e artista Heavy Metal dei Naer Mataron ed esponente di spicco di Alba Dorata, Leonida Baldur, si conclude con successo.

L’intervistatore il giorno dopo dell’incontro verrà coinvolto in una avventurosa missione esoterica davvero incredibile. Incontrerà un ufficile delle SS, ovvero il Doppelgänger di Karl Maria Wiligut, che gli spiega il funzionamento della Campana, ovvero della macchina del tempo, un prisma di cristallo meta temporale attivato dall’energia oscura, nota agli SS sin dagli anni Trenta, il cui funzionamento si basa sul concetto di sincronicità analogica. Leonida Baldur “proverà” o subirà (?) affascinato, la macchina del tempo, indotto a proiettarsi nel 1944. E quindi 1944: Hyperborea, e i versi oscuri dedicati al Mito del Sole Nero e il progetto di Hyperborea a cui partecipava anche il barone Evola descritto come un dandy esoterico in visita turistica nel luogo più sacro della paganità nazista del Terzo Reich. Quindi il capitolo su Krodo, dio solare sassone, il Krist nordico e ancora Il richiamo di Krodo e Il sogno artico descriventi fantastiche dimensioni e avventure. Quando Leonida Baldur si svegliò era cosciente che quel viaggio metatemporale non sarebbe stato un’esperienza isolata ma soltanto il primo di una lunga serie di avventure controcorrente e antimoderne.

EVOCAZIONE di Giulio Leoni. Bombe nei pressi della vecchia stazione viennese, bombe attorno all’uomo col bavero del cappotto alzato e muraglie di polvere causate dalle esplosioni. E poi, una donna bellissima, bionda, quasi incuriosita dal gran caos. Una donna che dice: “Io vi conosco, Barone. Da tempo.” Alla perplessità di Evola essa risponde: “Vi ringrazio del vostro aiuto ma sono in grado di badare a me stessa.” Evola la vede salire su una grossa berlina scura in direzione dell’hotel Mercure. Maria Orsic, si chiama. Ma certo, Maria Orsic! adesso ricordava chi fosse la donna. Evola si trovava a Vienna per alcune ricerche. L’ufficiale tedesco a cui Evola ora si rivolge gli vieta l’accesso a certi documenti contenuti negli archivi della Massoneria Internazionale. Contrariato, decide di rintracciare la donna.

L’interrogatorio al portiere dell’albergo aveva dato i suoi frutti. Maria Orsic! La famosissima e bellissima medium, donna dai poteri psichici straordinari, intima di Joseph Goebbels, lo ha invitato e ora lo sta aspettando con alcune compagne, nella sua stanza. Sta tentando un rito, per evocare gli antichi dei germanici della guerra onde mutarne il corso. Qualcosa di incredibile stava davvero per succedere, qualcosa o qualcuno aveva risposto all’evocazione della donna e ora stava dietro di lui, nella sua stanza. Poi, improvvisi, i lampi sulla città, le sirene dell’allarme antiaereo, una vampata di luce accecante dalla finestra e la montagna di polvere e calcinacci. Maria Orsic e le sue compagne sparite! A Evola non rimane che dirigersi verso il suo destino. Era il 24 gennaio 1945.
DOPPELGANGER di Marcello de Angelis.”Herr Braconens, mi può sentire?” E d’improvviso vide l’infermiera. Sul letto di un ospedale a Vienna quando lo avevano raccolto, inerte, dopo l’esplosione della bomba d’aereo. Pruriti, fitte, dolori dappertutto, il suo corpo si stava risvegliando. Dalle gambe nessun segnale, nemmeno il minimo dolore. “Cosa ci faceva in giro sotto i bombardamenti?” gli chiede il medico. “L’hanno portata qui in stato di incoscienza…tra poche settimane i sovietici sarano qui, cercheremo di portarla via con noi. Buona fortuna herr Karl von Bracorens…” Karl Bracorens, ovvero il suo doppio, il suo nemico del Destino, ma lui era Evola, il Barone Evola….e se lui fingeva di essere me, tanto valeva che io fingessi di essere lui. Mille volte meglio un cattivo re che una plebe incontrollata, andava pensando. Evola era a Vienna per tentare un esperimento cruciale, che, se riuscito, avrebbe potuto cambiare gli eventi e risvegliato nel futuro il glorioso passato….Non mi è stato possibile eseguire il rito, i tempi non sono ancora maturi…dalle mie gambe non sento alcun segnale ma non me ne dò cruccio….sarò un guerriero immobile….
L’ULTIMA VETTA di Mariano Bizzarri. E di lui cosa restava? Un corpo storpio, un peso morto. Uno spirito vivo incarcerato in una prigione di carne sorda al comando, dove anche l’energia dell’anima minacciava di consumarsi giorno dopo giorno, come lume di candela….Pensava a se stesso e alla Medicina moderna che non era riuscita a debellare il più diffuso dei mali moderni: l’infelicità. La sua salute fisica? Non solo, era il suo spirito a essere chiamato in causa…La malattia che colpisce un uomo lo pone dinanzi a un compito, dicendogli: “scacciami con la potenza del tuo stesso spirito e poter divenire signore della materia…, come già lo fosti prima della caduta.” Parole di Meyrink che aveva fatto proprie. …Se non avesse più potuto scalare le montagne, avrebbe scalato quelle del suo spirito. …Non avrebbe seguito i consigli dei medico. L’intervento chirurgico poteva aspettare….
INCONTRO A CASTEL SAVOIA di Augusto Grandi. “Avete davvero sbagliato tutto” disse Evola al “re di maggio“. Umberto di Savoia annuì. “Avete tradito un popolo, il vostro popolo, coprendo di fango la dinastia…un popolo che si era fatto uccidere gridando Savoia!…” Evola guardando Umberto di Savoia si chiedeva se facesse davvero parte di quelle genealogie mistiche e leggendarie che determinavano il diritto dei Re….

“Dunque non abbiamo più speranza? E non mi riferisco a un mio ritorno dall’esilio, o a un futuro da re per mio figlio Vittorio.
È finita la monarchia in Italia?…” chiese il re di maggio. Dopo avergli risposto Evola aggiunse: “…Se vi può consolare, anche nella società dei consumi c’è ancora qualche azienda o qualche negoziante che si vanta di essere fornitore della real Casa. Nessuno che sostenga di essere fornitore del presidente della repubblica.” Risero entrambi.

IL FUOCO INVISIBILE di Andrea Scarabelli. “Sono Ernst Jünger. Avverta il professore” ribatté, lottando contro il malessere che da lì a poco sarebbe misteriosamente scomparso. “Un momento, bitte.” Il Barone e l’anarca, uno di fronte all’altro, ora. Jünger ascolterà il Barone attentamente. Era come se quell’incontro fosse l’intersezione di campi elettromagnetici molto potenti, …stava muovendo energie più antiche delle loro stesse individualità….La necessità di attraversare la distruzione uscendone indenni. Finanche rafforzati. ” disse Evola, aggiungendo: ” Nesuna rivolta contro lo stato delle cose è possibile senza il ricorso alla trascendenza.” Ernst Jünger si trovava d’accordo praticamente su tutto….E poi egli vide le serpentine dei quadri dadaisti che ornavano la stanza prendere vita e disporsi a raggiera,

formando un sole, attorno a una ciotola di latte, sull’Eremo della Ruta…Si rivide tenente Sturm astrattista mistico dalle unghie laccate di verde a passeggio tra le gallerie e le trincee, al canto del fuoco. …Si risvegliò bruscamente …Gettò un’occhiata a Evola, che si era assopito, o così gli sembrava, evitando l’ascensore si precipitò lungo la tromba delle scale, e poi all’aria aperta….Impossibile trasmettere ciò che non consente di essere comunicato a parole, ma solo sperimentato interiormente.
IL BARONE E L’ASSASSINO di Antonio Tentori. Sono fuori dal corpo, sono fuori dal corpo”….Il giovane comincia a camminare, quasi fluttuando…Quindi si volta verso la sedia, dove giace il suo corpo fisico e lo osserva….
Mi chiamo Giorgio D. e da anni sono amico e collaboratore del Barone….Erano usciti articoli velenosi su alcuni giornali e riviste contro di lui e le sue idee…lo scopo era isolare e mettere all’indice un personaggio come lui, scomodo e ingestibile. Fra i ragazzi che frequentano la casa di Evola, incontri durante i quali egli parlava della Tradizione spirituale e della necessità di spostare le proprie energie sul piano superiore dello spirito, uno in particolare colpiva l’attenzione. Sconosciuto e strano, e la precisa sensazione di Evola che da quel bel ragazzo silenzioso non potesse venire altro che male…”Questa volta il barone è finito” sorrise un uomo dopo aver brindato con altri al successo dell'”impresa”. Il ragazzo sconosciuto aveva una missione da compiere, quella di eliminare il Barone che qualcuno aveva definito “cattivo maestro di una generazione.”

Ma non andrà come i committenti del delitto avevano complottato. Coinvolto in un altro crimine, il ragazzo fugge inseguito da Giorgio D. e, vistosi braccato, si uccide. Poco dopo Evola si affaccia per l’ultima volta alla finestra sul Gianicolo, raggiungendo la soglia dell’Altrove.
TRAMONTO SU ROMA di Enrico Rulli. Julius Evola ha una nuova vicina di casa, che gli vuole far visita, i doveri di buon vicinato glielo impongono. “Mi chiamo Ariana Ullastres” disse la nuova vicina. “Volevo solo conoscerla.” “Perché?” “Perché lei è famoso.” Evola si sporge per prendere il monocolo. L’incontro fra la vedova ed Evola tocca aspetti salienti della vita di entrambe; parleranno volentieri e senza maschera del loro passato, dei dipinti del filosofo inspirati all’astrattismo mistico, di preferenze, inclinazioni, di magnetismo e di rapporto uomo donna. Pranzeranno insieme a casa di Evola, una cosa improvvisata e gradita al filosofo perché molte idee di Ariana sono condivise, infatti:. “Ti posso confidare una cosa?” “Dimmi.” “Tu mi ricordi mio marito.” “In che senso?” “Hai le sue stesse idee.” Durante il commiato Evola chiede alla donna: “Quando ci vediamo?” “Domani no. Forse dopodomani,” aveva risposto Ariana con una certa esitazione. Di lei Evola aveva condiviso non il corpo ma lo spirito. Ed era contento di averla incontrata. Passano due giorni. Entrò la domestica con il vassoio dicendo: “La nuova inquilina si è buttata dalla finestra.”
“Come buttata?”
“Si è suicidata.”
“Morta?”
“Sì, morta.”
DIALOGO AGLI INFERI tra Julius Evola e René Guénon, di Marco Rossi. Un “botta e risposta” illuminante, rivelatore, un dialogo possibile che tocca la modernità, la cronaca, il costume, la politica, ma anche la musica. Un dialogo davvero “appetitoso” che fa dire a Evola rivolto a René Guénon, a proposito della musica beat o rock: “Pensa che negli ultimi anni della mia vecchiaia esisteva un gruppo di musicisti inglesi, credo che allora si chiamassero complessi beat o rock, che faceva una musica per me assolutamente infernale…si chiamavano Rolling Stones, pietre rotolanti. Sembra proprio che interpretassero e incarnassero accuratamente quello che stava accadendo e che ancora accade…”

René Guénon: “…non ho il minimo dubbio che la dottrina delle Quattro Età sia l’unico paradigna che può spiegare l’andamento della storia umana dal punto di vista dello Spirito…Comunque, sia il mio Oriente che il tuo Nord Europa occidentale si sono persi nell’attivismo materialista, edonista, e alla fine si sono adeguati al “politicamente corretto…”
Julius Evola: “Hai visto come si sono ridotte le religioni occidentali? si sono tutte piegate al ruolo che i Padroni del Mondo hanno disegnato per loro: alla fine hanno formato una specie d’immensa arci confraternita votata unicamente alla beneficenza per i poveri universali….come non provare disgusto a vedere…che la Terra è in mano a pochissimi Padroni del Mondo che hanno sotto di loro una dinastia discendente di camerieri? A partire dai banchieri, seguono le multinazionali, seguono i grandi mezzi di comunicazione con la loro funzione sacerdotale, seguono i politici e poi tutti gli altri….”
MURSIA

c'era il Barone immaginario? (2)

IL GUARDIANO DEL LYSKAMM di Marco Cimmino mi riporta alle pagine di Lovecraft: “Ogni tanto, ci facevamo un grido di incoraggiamento, quasi a dire che c’eravamo ancora. Era tutto innaturale, gliel’ho detto: una situazione strana. …Stavamo quasi per arrivare ai roccioni prima dell’ultima arrampicata della vetta, quando di fronte a me, vidi una luce. Proprio dove avrebbe dovuto esserci il mio compagno. Ho detto una luce, ma non era veramente una luce: era come se la nebbia, da grigia, si fosse schiarita, sbiancata. Era un colore di morte, come la faccia dei morti…David aveva cambiato completamente espressione: i suoi occhi celesti guardavano lontano, in un altrove cosmico.

Ripeteva in un sussurro mistico le parole che avevo imparato a conoscere bene, che il Professore mi aveva insegnato a temere. E che significavano un incubo abominevole: il guardiano della Soglia, il poderoso Yog-Sothoth era tornato per aprire la porta tra i mondi. Questo cercava il Professore (Evola): il varco dei Grandi Antichi! …in quel momento tutto mi apparve inutilmente minuscolo, di fronte alla devastante visione di un passaggio tra il nostro mondo e una realtá mostruosamente ostile…” ovvero un brano che ricorda da vicino alcune scene de LE MONTAGNE DELLA FOLLIA.
AMERICAN GODDESS di Mario Farneti. Evola è alle prese col più importante presidio della modernità e con Sadie Braddock, sua degna rappresentante: Gli Stati Uniti d’America e Sadie, dunque, “dagli occhi cangianti come il mare all’aurora, figlia della luce, emersa dal nitore delle stelle occidue.” …”Io sono la tua dea,” disse lei. “La Dea America” sorrise lui. Sadie, americana figlia di un ricco finanziere….Non poté fare a meno di stringerla e di baciarla. Rivelatrici e significative sono alcune delle numerose battute scambiate fra la giovane americana, il padre di lei ed Evola:

“Proprio a causa del vizio, la vostra civiltà è priva di valori” dice Evola
“Non è vero, non siamo privi di valori. Siamo cristiani anche noi” risponde Sadie.
“Il fatto di essere cristiani non vi assolve, per di più siete protestanti-puritani che per me è un’aggravante.” Mister Braddock, padre di Sadie a Evola: “L’America è la patria della libertà e delle opportunità. Qui ogni individuo ha la possibilità di realizzarsi come meglio crede…sono convinto che la Russia cadrà come cadrà la decrepita civiltà europea e rimarremo soltanto noi americani a guidare l’umanità” ed Evola: “…L’alchimia della finanza non è altro che il riverbero, invece, dell’età del ferro, l’era che stiamo vivendo. E non è un’epoca di progresso ma di mortale arretramento per tutti gli esseri della Terra.” Di rilievo, nel racconto un pensiero di Evola: “L’America vive nell’orgasmo costante di un bisogno di possesso; una fosca angoscia di fronte a tutto ciò che è distaccato, isolato, profondo e lontano…Per contro le civiltà tradizionali furono vertiginose proprio nella loro stabilità, nella loro identità, nel loro sussistere in mezzo allo scorrere del tempo e della storia…”
L’ANTRO DELLA SIBILLA di Mario Bernardi Guardi. Evola, Dino Campana e la sua amante forsennata Sibilla Aleramo. “Sputo su di voi, sul vostro Dio, sulle vostre donne, sui vostri bambini, sulle vostre leggi. Voglio rinunziare alla nazionalità italiana. Voglio arruolarmi per il Kaiser” sbraita il poeta. Campana, ora l’idiota, ricoverato in manicomio, al quale toccavano lamenti atroci, di cani che gridano alla luna. E sembra che a volte si mettesse a urlare anche lui, sbattendo la testa contro il muro….Io, folle a freddo, lava di ghiaccio, sfogliavo i Canti Orfici. E poi lei, la maga sfatta…Non era innocente.

Era fasciata da un abito rosso, scollato, che la rendeva più che nuda…Sei una vecchia ninfa… stuprata adolescente, sposa per forza, adultera, madre snaturata, mantide irreligiosa… rifletté Evola al cospetto della donna, rammentando quello che diceva Soffici: “Sibilla è come il calamaio di un ufficio postale: tutti ci possono mettere dentro la penna…” Devastante, non ti pare? E poi, ancora l’amaro ricordo di lei di Campana: “Ho bevuto alla coppa della vita, era veleno, lei era veleno …sono stato colmo di lei, poi mi ha lasciato solo …e ho vomitato inferni.”
LE CATTEDRALI FILOSOFALI di Manlio Triggiani. A Bari Evola deve vedere l’editore LA TERZA anche per proporgli la sua opera “Rivolta contro il mondo moderno” ma l’editore dice che l’opera dovrebbe avere al massimo duecento pagine. Non se ne farà niente. Quindi Evola, spinto dal suo amico Bonabitacola, si reca allo studio dell’avvocato Borracci con cui parlerà diffusamente e con crescente interesse della presenza del sacro Graal nella basilica di San Nicola. Evola, scettico e comunque molto interessato all’argomento dice al suo interlocutore: “In base al racconto cristiano credo che nel mistero del Graal ci sia un adattamento biblico di tradizioni nordico celtiche remotissime, precristiane ed extrasemitiche. Il vero Graal deriva dalla Tradizione pagana.” “Benissimo” disse Borracci “Ma chi ci dice che anche San Nicola non fosse la cristianizzazione di una figura pagana?” Nei giorni appresso, dopo altri incontri dedicati sempre a quel tema, Evola salì sul treno per Roma con uno scartafaccio di appunti nella valigia e di idee in testa. Il Graal. il Graal, il Graal, un mistero…
INCONTRI RAVVICINATI di Errico Passaro. “In genere non apprezzo che mi si rapisca.” Disse il barone. Che ci fa Julius Evola nell’hangar dello stabilimento SIAI Marchetti di Vergiate dopo essere sceso da una Balilla nera, insieme ad altre due persone appartenenti all’ex gruppo di UR?

“Se vorrete avere la bontà di ascoltarmi tutto vi diventerà più chiaro”. Chi era l’uomo che dopo un po’ avrebbe puntato una pistola conto Evola minacciandolo di morte per indurlo a collaborare, e cosa voleva da loro? Un funzionario dell’OVRA alle prese con un mistero la cui soluzione era inderogabilmente voluta dal Duce. Cos’era successo? Un disco del diametro di trenta metri con geroglifici intraducibili incisi sul metallo era caduto poco lontano da Vergiate. Ed era stato recuperato anche il suo…pilota, ancora vivo, seppure malconcio. Un mistero assurdo e assoluto. I tre uomini fissarono lo sguardo sulle fattezze indiscutibilmente aliene della creatura…l’impalcatura dell’essere era umanoide..”il nostro visitatore” disse il funzionario dell’OVRA potrebbe appartenere a una civiltà venuta alla luce prima che sulla terra fosse apparso il primo essere vivente…una civiltà potenzialmente ostile…Cooperate e tutto andrà per il meglio.” Il funzionario che li aveva minacciati di morte voleva che i tre convenuti a forza tentassero di svelare il mistero dell’alieno, in forza delle loro conoscenze…i tre, tuttavia, Evola per primo, non collaborarono…e in quel modo avevano detto di no a Mussolini.
LA CRIPTA DEGLI IPERBOREI di Dalmazio Frau. Un’eccezionale scoperta archeologica avvenuta in Romania desta l’interesse di Himmler. Evola ne sarà volentieri coinvolto, lo vediamo respirare la brezza mattutina dopo essere emerso con un U Boot del terzo Reich, nel Mar Nero. “Sono stati degli sciocchi! Non dovevano disturbare ciò che è sepolto là dentro da tempo immemorabile!” dice Camila Mutu, settima figlia di sette generazioni di maghi, Evola ascolta e riflette. La spedizione composta da soldati tedeschi, un gruppo di romeni armati, Evola e Camila, si addentra nei boschi dove, prima che giungesse il Dio cristiano, si aggirava il terribile Chernobog. Un grandioso portale scolpito cela segreti inarrivabili e terribili verità sepolte da tempo immemore. Evola e la maga Camila entreranno per primi in una immensa caverna dove è stato racchiuso un Antico Male…

“Non siamo soli” disse Camila guardano Evola e rivolgendosi poi ai soldati. “Ora non siamo più soli…sono già qui!” Quattro giganti avanzavano. Alti una dozzina di metri e coperti da armature di ferro contro cui nulla potevano i proiettili dei mitra tedeschi…strazianti grida seguirono. E poi, infine i Figli dell’Alba, i Principi Splendenti, i Guerrieri della lontana Thule apparvero recando salvezza…
MURSIA

c'era il Barone immaginario? (1)

Possibile che non ci sia un filo di retorica, di nostalgia, o magari di apologia? Nulla di tutto questo. E perché? Perché IL BARONE IMMAGINARIO, a cura di Gianfranco De Turris, edito da MURSIA, ha centrato l’obiettivo, andando ben oltre le aspettative, trattandosi di opera viva, attuale, originale, e di insospettata suggestione. La sua lettura risulta godibilissima, anche per chi non conosce il personaggio al quale i brevi racconti si ispirano. Il suo protagonista anima un mosaico vivace, fatto di avventure, situazioni, luoghi fantastici e non; un’impresa non da poco e di gran presa su chi legge. Il protagonista: Julius Evola, catapultato in vicende fantastiche, surreali, mistiche, improbabili o realistiche, mai comunque banali. 18 racconti ispirati alla sua figura che fanno rivivere uno dei piú straordinari, meno noti e dibattuti filosofi del nostro recente passato. Del passato europeo intendo, non solo dell’Italia.

Esponente di spicco del dadaismo in Italia, se fosse nato in Francia non si sarebbe esitato a dedicargli monumenti e intitolargli biblioteche, vie e piazze. In Italia occorre aspettare che la cultura “ufficiale” decida cosa fare di un personaggio, diciamo così, scomodo e ” contro”, che aveva legami col fascismo e il nazismo, anche se ne criticava aspramente certi aspetti. Non per niente la Gestapo aveva aperto un fascicolo su di lui e una guardia del corpo lo proteggeva per le critiche avanzate verso gli squadristi. Bisogna insomma che l’intellighenzia culturale italiana vigente (sempre se ne esiste una) sdogani personaggi di quel calibro, al punto che, tanto per dirtene una, Umberto Eco, uno dei nostri recenti maître à penser non perdeva occasione per denigrare Julius Evola e la sua opera, al salone del libro di Francoforte.
L’aletta di copertina del volume di MURSIA dice: Diciassette scrittori contemporanei oltre a Volt, il conte futurista, hanno raccolto la “provocazione” di Gianfranco De Turris e si sono misurati con il Barone, immaginandone incontri, avventure, amanti, indagini, pensieri, battaglie. Un’impresa non da poco, considerato lo spessore del personaggio, le sue tesi rivoluzionarie, maturate su antichi testi, l’osservazione del reale attuale e i suoi rapporti “imperdonabili”. Anche Mister Bannon, l’ex guru di Donald Trump, che lo ha successivamente silurato e poi, pare, recentemente riabilitato, cita Evola, questo la dice lunga sull’influenza e la fama del filosofo romano, anche in America, al punto che un articolo del New York Times ne parla. Mi rimane il dubbio se Steve Bannon e Jason Horowitz , estensore dell’articolo, conoscano a fondo il pensiero evoliano.
Gli autori: Bernardi Guardi, Bizzarri, Cimmino, de Angelis, Farneti, Frau, Gobbo, Grandi, Henriet, Leoni, Monti-Buzzetti, Passaro, Rossi, Rulli, Scarabelli, Tentori, Triggiani, Volt. Qui di seguito, suddivisi in tre post susseguenti, i loro racconti:
LE PAROLE CHE UCCIDONO, Scritto dal conte Vincenzo Fani Ciotti alias Volt futurista, il racconto apre l’antologia dei diciotto, presentati da Gianfranco de Turris ne Il Barone Immmaginario per Ugo Mursia. Personaggi e interpreti: Arnaldaz alias Arnaldo Ginna, ovvero Arnaldo Ginanni Corradini, Ettore Biunfo, bizzarra cavia calabrese, De Pero, Balla, Evola, la presenza invasiva dell’opera di Marinetti mentre si recita la sua Maria futurista, in una Roma sorniona e proiettata verso l’avvenire. Il milieu occulto del futurismo romano è il vero protagonista del racconto, fra scherzi, lazzi e scenate semiserie si parla di energia astrale, di Scienza dell’Avvenire, di pazzia che sarebbe genialità rientrata, di Genio e pazzia che rampollano da una medesima fonte, mentre Evola spiega a Balla il funzionamento del suo complesso plastico meccanico intitolato Siluro in azione.

Sembra che i protagonisti siano quattro amici al bar e invece sono l’avanguardia dei movimenti dadaisti e futuristi italiani. La Roma futurista va a mille in questo divertente racconto in cui si bighellona al Pincio per finire nello scantinato di Balla dove De Pero porta in braccio la sua marionetta, ovvero la ballerina gravida. Fra piazza di Spagna e il Pincio mentre arriva di gran carriera il camion dei pompieri per spegnere un incendio inesistente nel negozio di un ottico. Qualcuno aveva gridato al fuoco! ma per scherzo.
IL DRAGO ETERNO di Adriano Monti-Buzzetti è il secondo racconto del libro. Herman Hesse, un saggio tibetano dagli straordinari poteri e un giovane Evola che bussa e ribussa al portone di una strana casa del Canton Ticino, alla ricerca spasmodica di verità urgenti su se stesso e sul mondo. “Il cielo era cremisi e un’immensa luna color sangue incombeva sul pianoro. Incitate dagli sproni del cavaliere in armatura, le zampe del palafreno aggredivano senza suono il terreno arido e frastagliato da crepe infinite….Infine, anche in quell’eterno presente qualcosa cambiò.

Il cupo monte dispiegò le sue ali e fu un drago….”Il tuo drago” spiegherà il saggio tibetano, dopo la tenzone, al giovane Evola incredulo, “era reale, in effetti, ma su un diverso piano dell’esistere…Ogni battaglia del Cavaliere col Drago è l’immagine eterna di una lotta interiore per superare la parte oscura di noi stessi…Eppure a modo suo egli è uno sciamano” concluderà il lama riferendosi a Evola, ormai congedatosi, … e credo che la vostra strana cultura oggi, abbia bisogno di tutti gli sciamani che può trovare.” disse il lama all’indirizzo di Herman Hesse.

LA MALEDIZIONE DI PALAZZO CHIGI di Max Gobbo. C’è Mussolini nella Sala della Vittoria che sta chiedendo a Evola: “Qual’è la sua opinione sul sovrannaturale?” Il Duce, impensierito da alcuni inquietanti fenomeni, si sente spiato e non sa spiegarsi l’origine di certi rumori e di alcune cose trovate fuori posto e poi della sua Alfa Romeo che fa bizze davvero incomprensibili, senza parlare di un pugnale che va a conficcarsi nello schienale della poltrona del Duce. Illusionismo?

cospirazione? azione di campi magnetici? forze occulte invisibili? Oppure potrebbe essere Aleister Crowley il mandante? e il suo “sicario” un sarcofago egizio, dono di una delegazione straniera malintenzionata.
Un sarcofago gravato da una maledizione. Nel racconto si legge: “La scrittrice Sarfatti scrive che Mussolini, venuto a conoscenza della morte prematura di Lord Carnarvon, scopritore della tomba di Tutankhamon, ordinò che il sarcofago avuto in dono, venisse rimosso da Palazzo Chigi e trasferito d’urgenza in uno dei musei etnografici della capitale.
MURSIA

in mare c’erano migliaia di dugonghi?

Non è un fotomontaggio, anche se sembra vive davvero. Se c’ è un animale innocuo, inerme, timido e che se ne sta per i fatti suoi, senza dare fastidio a nessuno e di cui manco ti accorgi è proprio il dugongo. Una “roba” vivente buffa e tozza, imparentata con un enorne peluche di stoffa per bambini che vivono su Marte e un aspirapolvere di grande potenza. Se lo guardi bene sembra che sorrida. Mangia erba la mucca del mare, di notte e di giorno, trattandosi di un mammifero marino completamente vegetariano che raggiunge il peso di 500 chili. Non estraneo alle storie e leggende che si raccontano sulle sirene. Le tracce risalgono a circa 6.000 anni fa: i primi resti sono stati individuati nelle zone dell’Akab Island, negli Emirati Arabi. Il mammifero è  imparentato con l’elefante, anche se mister zanna non ha un aspetto né un comportamento simile al dugongo.

Bruca come un autentico erbivoro dragando letteralmente il fondo alla ricerca di erba e alghe. Che poi mastica rumorosamente con i labbroni, ruvidi come lime. Il nostro amico può rimanere senza respirare sei minuti prima di tornare a galla. per prendereo fiato e, se è di buon umore, si esibisce “alzandosi” sulla coda con la testa fuori dall’acqua. I dugonghi trascorrono molto tempo in solitudine o in coppia, anche se a volte si sono avvistati grandi gruppi di un centinaio di individui. Perche parlo al passato? Perche li abbiamo decimati e oggi sono, si fa per dire specie protetta. Le femmine partoriscono un unico cucciolo dopo una gravidanza di dodici mesi, e la madre aiuta il piccolo a salire in superficie per compiere il primo respiro. Il giovane dugongo resta accanto alla madre per circa 18 mesi, facendosi a volte portare in groppa.
In VIRGILIO NOTIZIE il 19-08-2019 12:39 appare la seguente notizia: Addio a Mariam, il dugongo che abbracciò i suoi soccorritori.

Un’infezione causata dai rifiuti di plastica ingeriti ha portato alla morte Mariam, la cucciola di Dugongo che accolse i soccorritori abbracciandoli. Diventata famosa per aver “abbracciato” i soccorritori che erano intervenuti per salvarla, la cucciola di dugongo Mariam purtroppo non ce l’ha fatta. A esserle fatale è stata, in particolare, un’infezione causatale dai rifiuti di plastica ingeriti in acqua che le hanno causato uno shock da cui non si è più ripresa. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione attuati degli operatori del parco marino in cui il giovane esemplare si trovava da qualche mese. A Chaiyapruk Werawong Mariam era stata, infatti, trasferita, dalle acque tailandesi dopo l’abbandono da parte della madre. Il mammifero marino, come ha spiegato il responsabile del parco “è morto per infezione sanguigna e pus allo stomaco”.

E proprio negli organi interni del celebre dugongo sono stati ritrovati rifiuti plastici fra i quali uno lungo oltre 20 cm. Il materiale inquinante ha ostruito il sistema digerente con conseguente infiammazione, come specificato dalla veterinaria Nantarika Chansue. Che poi aggiunge: “Ci ha insegnato come amare, poi se n’è andata chiedendoci per favore di dire a tutti di prenderci cura e conservare la sua specie”. Il dugongo, infatti, è fra gli animali che rischiano l’estinzione e le plastiche in mare sono fra i pericoli letali per la loro sopravvivenza. Ma sai che non riesco nemmeno a commentarla questa notizia? Soprattutto se guardo il video.

cercavi di incontrare il più bravo falsario del mondo?

Falsario per vocazione, istinto, per caso, passione e infine per scelta. La vita di Adolfo Kaminsky, ebreo ashkenazita di origini russe-ucraino-georgiane è un romanzo, al di fuori di ogni enfasi. Meglio dire: un non romanzo, vissuto pericolosamente, capace di colpire per l’immediatezza e il narrare pacato e senza retorica. La cronaca di un’odissea assai movimentata che parte dall’Argentina e giunge ad abbracciare il mondo, una vicenda complessa piena di rischi, oggi “riposa” dietro lo sguardo limpido e pacato di un barbuto vegliardo, ovvero uno dei più grandi falsari del mondo. Con Kaminsky il termine falsario perde la sua connotazione negativa perché le sue carte contraffatte servivano a nascondere e a salvare vite umane. Interminabile l’elenco dei beneficiari del suo intervento. Dagli ebrei sotto il nazismo all’emigrazione clandestina verso Israele dei superstiti dei campi di concentramento, dal sostegno al FLN nella Guerra di Indipendenza algerina alle lotte rivoluzionarie nell’America Latina fino all’opposizione alle dittature di Franco, Salazar e dei Colonnelli greci. Non ultime le guerre di decolonizzazione in Africa e documenti falsi per disertori di soldati americani in Vietnam. Permessi, documenti di ogni sorta, carte d’identità, patenti, compresi i passaporti, anche quelli svizzeri, i più difficili da contraffare, vengono prodotti dalle mani d’oro di Adolfo, che rifiuta di essere compensato per il suo lavoro per poter decidere in libertà se accettare o meno un compito. Tintore prima, poi chimico, infine fotografo di giorno e falsario di notte per lottare contro soprusi e ingiustizie che la storia dissemina lungo il suo corso. Esiste qualche documento che non si può falsificare? Per lui non c’era. Con una ruota di bicicletta mette in piedi una macchina in grado di stampare fino a 30 documenti falsi in un’ora.

E con l’acido lattico riesce a decolorare anche l’indelebile inchiostro Waterman. Tornando al libro si tratta di una vicenda assai movimentata, lunga una vita, narrata dalla figlia Sarah. Una prosa che nulla concede ai colpi di scena, perché ogni pagina ne riserva uno, gli avvenimenti narrati sono privi di enfasi e clamore, come la vita stessa del gran falsario, combattente a oltranza contro ogni ingiustizia. Una prosa che ci fa avvertire la passione di un uomo alle prese con tamponi, inchiostri, decoloranti, liquidi per sviluppo e fissaggio, formule chimiche, alambicchi, carte, colle e strane apparecchiature che servono a produrre i preziosi documenti. Ogni volta che ci sono vite da salvare Adolfo Kaminsky si mobilita; secondo varie prospettive diventa: falsario, partigiano, eroe, traditore, agente segreto, fuorilegge, Mudjaid…e sempre rischiando di suo, perseguendo una idea umanistica e libertaria contro oggi tipo di sopraffazione.

Anche se non condivido le sue idee sul maggio francese e sulle ideologie del ’68 in generale-aveva fornito un passaporto falso per far rientrare Daniel Coh Bendit, espulso dalla Francia- apprezzo comunque quelle su Israele che lui avrebbe voluto laico, aperto e non fondato su religione e individualismo. Io ho letto il libro in francese, in italiano è stato pubblicato da Colla editore

Al proposito scrive Marina Gersony: I documenti di questo «falsario del bene» hanno salvato numerosissime vite, bambini, donne, uomini e anziani. Giorni e notti trascorsi a lavorare nei laboratori improvvisati, clandestini, nascosti o semiufficiali (da una parte l’attività pubblica di fotografo, dall’altra quella segreta di falsario): in solitudine, immerso nell’oscurità a miscelare inchiostri, contraffare, copiare, cancellare, schiarire e scurire, un lavoro certosino di altissima precisione. Con gli occhi che bruciavano e la tensione a mille, sempre con un nodo in gola e la paura di essere scoperto. Solo pochissimi complici fidati erano al corrente, e chissà se poi tutti erano davvero leali in tempi di doppi giochi, spie, agenti segreti camuffati. Neppure i famigliari dovevano sapere, un solo sbaglio avrebbe potuto costargli la vita, quella degli altri  e mettere a repentaglio tutto il lavoro… 

Adolfo racconta di quella volta in cui i nazisti avevano preparato una gigantesca retata che prevedeva lo svuotamento simultaneo entro tre giorni di alcuni istituti per bambini, oltre trecento: «Restare sveglio, il più a lungo possibile. Lottare contro il sonno. Il conto è presto fatto. In un’ora io fabbrico trenta documenti falsi. Se dormo un’ora, muoiono trenta persone. Dopo due notti di lavoro, un lavoro minuzioso e interminabile, l’occhio appiccicato al microscopio, il mio peggior nemico è la fatica. Trattenere il respiro perché la mano non tremi. Fabbricare documenti falsi è un lavoro meticoloso, un vero lavoro di orefice. Più di ogni altra cosa quello che mi fa paura è l’errore tecnico, un dettaglio minimo che possa essermi sfuggito. Un solo secondo di distrazione può rivelarsi fatale, e da ogni documento dipendono la vita o la morte di un essere umano».  

dipingeva sir Frederic Leighton?

.
Gli splendori vittoriani nella pittura del grande Frederic Aveva 25 anni quando nel 1855 Frederic Leighton vende un suo dipinto per 600 ghinee. L’acquirente? La regina Vittoria. Da quell’istante l’inarrestabile successo che lo porta a diventare baronetto e pari del regno, anche se per sole 24 ore (morirà il giorno dopo l’investitura per angina pectoris). Lord Frederic Leighton fu pittore raffinato e colto, un gentiluomo che parlava cinque lingue, gran viaggiatore e presidente della prestigiosa Royal Academy of Arts. Si sentiva a suo agio in tutti i salotti londinesi e fu cospicuo il successo della sua pittura presso i contemporanei. La sua pregevole collezione andò dispersa alla sua morte, scrive Giovanni Biglino sul settimanale IL NOSTRO TEMPO…Le sue due sorelle

Alexandra e Augusta non riuscirono a mantenere la proprietà, organizzarono presso Christies una serie di aste, smembrando così una collezione lunga una vita intera. La sua pittura interpreta e descrive un’epoca. Il trionfo dell’impero britannico si riflette nelle atmosfere e nei soggetti che Leighton sa magistralmente creare. E allora sono gli incantevoli ritratti femminili, la serenità della mamma e della sua bimba che le sta porgendo una ciliegia, la compostezza plastica della BACCANTE, lo splendore luminoso di donne con fiori, frutta e canestri intrecciati. Tutto è composto, godibile, equilibrato. I soggetti sono appagati, vivono in una dimensione olimpica, ovattata, irreale. O quasi. C’è la consapevolezza di uno status acquisito, di una ricchezza (anche interiore?) ormai raggiunta. Nei suoi dipinti affiora la nostalgia verso un’età arcadica, l’epoca dell’oro. Una visione idealizzata dove il mito greco romano è padrone. Donne mollemente sdraiate, discinte, molte delle quali nude, oppure avvolte in ampi drappeggi, simili a nuvole di stoffa. Scene di trionfi dove abbondano le corone di alloro, i drappi, le insegne della gloria. Leighton sembra voler rappresentare l’appagamento dello spirito, la sublimazione dei valori della società inglese ottocentesca. In LA LEZIONE DI MUSICA le due figure femminili sono così assorte, alle prese con una lunga mandola, che nulla sembra poterle turbare. E così è per le due giovani che dipanano una matassa di lana sulla riva del mare. L’uomo mitizzato ha spesso sembianze efebiche, si sazia di una gloria maturata altrove, in precedenza. Spesso trasfigurato in pose eroiche, ma molli; è anche il caso del famoso DEDALO E ICARO, pronto per il volo. Fin qui la prima lettura, di questo magnifico arazzo fatto da eroi dalla virilità vellutata, ricco di donne assorte nella delizia di un eden (artificiale?) fatto di appagamento, sontuosità, voluttà. Proviamo a mutare l’angolo di osservazione e una seconda dimensione affiora, inquietante. Nella pittura di Leighton non troveremo mai, per intenderci, l’esplicito e angoscioso ritratto di Ofelia di John Everett Millais del 1852, attratta verso il basso dalla morte. Occorre ricercare verso altre direzioni.

Cosa rappresentano, ad esempio, quei cetacei neri e guizzanti, alle spalle della bagnante nuda sulla spiaggia? Una minaccia emergente dall’inconscio, forse? Così è per il drappo nero, così funereo da apparire premonitore per Icaro, e con la statua di Minerva che volta loro le spalle, così è per IL GIARDINO DELLE ESPERIDI, perse in un paradiso di luce dorata (e di incoscienza?) accosciate sotto l’albero delle mele d’oro; protette o piuttosto prigioniere di un poderoso serpente. Un altro segnale dell’inconscio? Come non rimanere abbagliati dallo splendido e famoso ritratto della giovane dama in nero, vestita da una nuvola di stoffa? Grazia, delicatezza, equilibrio, tutto sembra perfetto, tutto pare suggerire una disposizione dello spirito armonica e equilibrata, in virtù del raggiungimento di una situazione sociale, psicologica appagante. È la perfezione della moda, dell’eleganza, dello stile che trionfano in questa figura intera, dove anche il dettaglio dei guanti e del candido merletto attorno al collo incantano. Davanti a questo quadro sembrano sparire i nostri sospetti, gli indizi di un mondo in procinto di frantumarsi si allontanano. l’inquietudine e i dubbi ritornano, attratti come siamo, dallo sguardo ammaliatore di PAVONIA che ci mostra una

giovane donna con lunghe sopracciglia, dalla chioma spessa e lucente: come non rintracciarvi una delle tormentate creature di Edgar Allan Poe, colta in un momento di serenità? Solo suggestioni, letture e interpretazioni avventate? Può darsi. Ma nell’apollineo paesaggio tratteggiato da Lord Leighton si celano comunque le insidie di un mondo al suo apogeo, le crepe appena visibili eppure reali, di un impero che festeggia i fasti della scienza e dell’etica del lavoro, anche se Engels scrive in quegli anni, (era il 1845 per l’esattezza) ne: LA SITUAZIONE DELLA CLASSE OPERAIA IN INGHILTERRA: Altri industriali facevano lavorare parecchi operai per trenta, quaranta ore di seguito, e cioè parecchie volte alla settimana e conseguenze di questi fatti si manifestarono ben presto: nelle fabbriche aumentava la presenza di storpi, i quali dovevano la loro minorazione unicamente all’eccessivo prolungamento del tempo di lavoro. Questa minorazione, consiste di solito in una deformazione della colonna vertebrale e delle gambe… La sbalorditiva esposizione universale di Londra nell’immenso Crystal Palace del 1851 esprime il tentativo di celebrare le conquiste dell’ingegno e le meraviglie del mondo, fra queste uno smeraldo gigantesco, dono del Maraja indiano. Un catalogo di meraviglie dal futuro incerto. Marx, Freud e i nuovi narratori Stevenson, Hardy e Conrad, con la loro rivoluzionaria e inedita visione del mondo, bussano già alle porte.