c’era la donna angelicata?

Dovreste farlo anche te. I benefici non sono cosa da poco. L’età che avanza, il mondo del lavoro che ti mette da parte perché non servi più. Per cui il tempo a disposizione aumenta dopo aver aiutato a sbrigare faccende domestiche. Però devi possedere una punta di masochismo per fare certe cose. Quali? Leggere Dante ad esempio, senza maestri aggiunti o canti interpretati da Gassman e Benigni. Dico la Divina Commedia a costo di apparire bizzarro o fuori dal tempo. Dico Dante perché se vuoi capire l’Italia di oggi con le sue magagne e i suoi poteri “occulti” deve partire da quelle pagine e sorbirti le accuse gridate che Dante lancia anche contro la Chiesa, definita corrotta e meretrice. Strano che l’avessero lasciato vivo allora. Che il divino poeta ce l’avesse con Bonifacio VIII lo sanno anche gli scolari delle medie, e con i frati gaudenti e con le alte gerarchie del papato e con la corruzione e il malcostume civile e morale del mondo che mal vive, comprese le donne fiorentine succintamente vestite. Il suo grido rimane tuttavia e ovviamente inascoltato, mi sembra normale, come inascoltato risulterà quello di Tolstoy dopo aver scritto il suo SEBASTOPOLI, ma quella è una’altra storia, pare insomma che sette secoli siano passati invano. Siamo di fronte a un uomo medievale (bella scoperta dirai te) nelle idee, nelle concezioni del mondo, ma proiettato in un futuro che, buon per lui, non conoscerà. La sua modestia, il suo castigarsi di fronte a Beatrice cela a fatica una smisurata presunzione (a ragione ) di se stesso, la sua opera travalica i secoli per proporsi attuale e accusatoria verso questo lembo di terra un tempo privilegiato da natura, dei e sorte e oggi popolato da piccoli uomini. Le sue pagine parlano estesamente anche della donna e del suo ruolo nella società. Vai a leggere cosa scrive a proposito di Beatrice quando la incontra in Purgatorio. Lei lo sgrida mica poco, lo striglia per bene, facendolo vergognare di sé, dicendo che si è lasciato traviare da attrazioni esclusivamente mondane, lo umilia, lo confonde, irritata e offesa. Ti tolgo un po’ di fatica nella ricerca e dal canto XXX del Purgatorio riporto:

Alcun tempo il sostenni col mio volto: 
mostrando li occhi giovanetti a lui, 
meco il menava in dritta parte vòlto.                             123

Sì tosto come in su la soglia fui 
di mia seconda etade e mutai vita, 
questi si tolse a me, e diessi altrui.                              126

Quando di carne a spirto era salita 
e bellezza e virtù cresciuta m’era, 
fu’ io a lui men cara e men gradita;                               129

e volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promession rendono intera.                         132

Né l’impetrare ispirazion mi valse, 
con le quali e in sogno e altrimenti 
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!                                    135

Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
a la salute sua eran già corti, 
fuor che mostrarli le perdute genti. 

Altroché donna angelicata! E lui per i suoi rimproveri addirittura sviene. Perché uno dotato come lui si stava perdendo seguendo l’effimero terreno. Donna angelicata, certo, una che in Paradiso aveva diverse aderenze, una semisanta della cui bellezza terrena Dante si era innamorato, e lei lo sgriderà anche per questo. Lei è la donna che non c’è, lei è la donna “superiore” che a tutti gli effetti dà parecchi punti all’altro sesso, e siamo nel Medioevo, con buona pace di chi pensa che la donna sia ontologicamente inferiore al’uomo e che “naturalmente” gli sia subordinata. Beatrice viaggia a qualche palmo sopra il livello in cui razzola l’uomo. Lei è la creatura che confonde e redarguisce il suo amante dicendogli che la vera bellezza, e la vera virtù non risiede nell’avvenenza corruttibile del corpo ma nelle sfere celesti dove eterna regna la luce di Dio. Perdona la facile battuta: Beatrice non conosceva la Fisica quantistica e gli indicatori che dicono che l’universo intero morirà per collasso termico. Tutto porta a credere che il vero bene non è nella natura degenerescente terrena con grande scorno di sostiene che Dio è morto. Leggere un gigante della letteratura come lui ti fa scoprire cose così lontane, così vicine ad oggi. Se ti dicessi che Dante è geniale regista di un filmdell’orrido direi cosa ovvia, vai a leggerti un canto dell’inferno in cui gli uomini diventano rettili e i rettili si contraggono per ritornare uomini, in un processo che ti immagini perfettamente visualizzato al computer.

Quasi commuove il suo granitico credere in Cristo e in Dio e fa riflettere che a due secoli dalla sua scomparsa Hans Holbein il Giovane dipinge quel Cristo morto, livido cadavere di un uomo, simbolo profetico di quella che nel cuore degli umani sarebbe stata la sua sorte nei secoli a venire. Obbliga a riflettere il viaggio di Dante nell’ultramondo medievale confrontandolo coi brandelli del Cristianesimo che fanno dire a Nietzsche: Dio è morto.

c’era il Barone immaginario? (3)

IL RICHIAMO DI KRODO di Alberto Henriet. Un’intervista ad Atene a Kaiadas, leader e artista Heavy Metal dei Naer Mataron ed esponente di spicco di Alba Dorata, Leonida Baldur, si conclude con successo.

L’intervistatore il giorno dopo dell’incontro verrà coinvolto in una avventurosa missione esoterica davvero incredibile. Incontrerà un ufficile delle SS, ovvero il Doppelgänger di Karl Maria Wiligut, che gli spiega il funzionamento della Campana, ovvero della macchina del tempo, un prisma di cristallo meta temporale attivato dall’energia oscura, nota agli SS sin dagli anni Trenta, il cui funzionamento si basa sul concetto di sincronicità analogica. Leonida Baldur “proverà” o subirà (?) affascinato, la macchina del tempo, indotto a proiettarsi nel 1944. E quindi 1944: Hyperborea, e i versi oscuri dedicati al Mito del Sole Nero e il progetto di Hyperborea a cui partecipava anche il barone Evola descritto come un dandy esoterico in visita turistica nel luogo più sacro della paganità nazista del Terzo Reich. Quindi il capitolo su Krodo, dio solare sassone, il Krist nordico e ancora Il richiamo di Krodo e Il sogno artico descriventi fantastiche dimensioni e avventure. Quando Leonida Baldur si svegliò era cosciente che quel viaggio metatemporale non sarebbe stato un’esperienza isolata ma soltanto il primo di una lunga serie di avventure controcorrente e antimoderne.

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EVOCAZIONE di Giulio Leoni. Bombe nei pressi della vecchia stazione viennese, bombe attorno all’uomo col bavero del cappotto alzato e muraglie di polvere causate dalle esplosioni. E poi, una donna bellissima, bionda, quasi incuriosita dal gran caos. Una donna che dice: “Io vi conosco, Barone. Da tempo.” Alla perplessità di Evola essa risponde: “Vi ringrazio del vostro aiuto ma sono in grado di badare a me stessa.” Evola la vede salire su una grossa berlina scura in direzione dell’hotel Mercure. Maria Orsic, si chiama. Ma certo, Maria Orsic! adesso ricordava chi fosse la donna. Evola si trovava a Vienna per alcune ricerche. L’ufficiale tedesco a cui Evola ora si rivolge gli vieta l’accesso a certi documenti contenuti negli archivi della Massoneria Internazionale. Contrariato, decide di rintracciare la donna.

L’interrogatorio al portiere dell’albergo aveva dato i suoi frutti. Maria Orsic! La famosissima e bellissima medium, donna dai poteri psichici straordinari, intima di Joseph Goebbels, lo ha invitato e ora lo sta aspettando con alcune compagne, nella sua stanza. Sta tentando un rito, per evocare gli antichi dei germanici della guerra onde mutarne il corso. Qualcosa di incredibile stava davvero per succedere, qualcosa o qualcuno aveva risposto all’evocazione della donna e ora stava dietro di lui, nella sua stanza. Poi, improvvisi, i lampi sulla città, le sirene dell’allarme antiaereo, una vampata di luce accecante dalla finestra e la montagna di polvere e calcinacci. Maria Orsic e le sue compagne sparite! A Evola non rimane che dirigersi verso il suo destino. Era il 24 gennaio 1945.
DOPPELGANGER di Marcello de Angelis.”Herr Braconens, mi può sentire?” E d’improvviso vide l’infermiera. Sul letto di un ospedale a Vienna quando lo avevano raccolto, inerte, dopo l’esplosione della bomba d’aereo. Pruriti, fitte, dolori dappertutto, il suo corpo si stava risvegliando. Dalle gambe nessun segnale, nemmeno il minimo dolore. “Cosa ci faceva in giro sotto i bombardamenti?” gli chiede il medico. “L’hanno portata qui in stato di incoscienza…tra poche settimane i sovietici sarano qui, cercheremo di portarla via con noi. Buona fortuna herr Karl von Bracorens…” Karl Bracorens, ovvero il suo doppio, il suo nemico del Destino, ma lui era Evola, il Barone Evola….e se lui fingeva di essere me, tanto valeva che io fingessi di essere lui. Mille volte meglio un cattivo re che una plebe incontrollata, andava pensando. Evola era a Vienna per tentare un esperimento cruciale, che, se riuscito, avrebbe potuto cambiare gli eventi e risvegliato nel futuro il glorioso passato….Non mi è stato possibile eseguire il rito, i tempi non sono ancora maturi…dalle mie gambe non sento alcun segnale ma non me ne dò cruccio….sarò un guerriero immobile….
L’ULTIMA VETTA di Mariano Bizzarri. E di lui cosa restava? Un corpo storpio, un peso morto. Uno spirito vivo incarcerato in una prigione di carne sorda al comando, dove anche l’energia dell’anima minacciava di consumarsi giorno dopo giorno, come lume di candela….Pensava a se stesso e alla Medicina moderna che non era riuscita a debellare il più diffuso dei mali moderni: l’infelicità. La sua salute fisica? Non solo, era il suo spirito a essere chiamato in causa…La malattia che colpisce un uomo lo pone dinanzi a un compito, dicendogli: “scacciami con la potenza del tuo stesso spirito e poter divenire signore della materia…, come già lo fosti prima della caduta.” Parole di Meyrink che aveva fatto proprie. …Se non avesse più potuto scalare le montagne, avrebbe scalato quelle del suo spirito. …Non avrebbe seguito i consigli dei medico. L’intervento chirurgico poteva aspettare….
INCONTRO A CASTEL SAVOIA di Augusto Grandi. “Avete davvero sbagliato tutto” disse Evola al “re di maggio“. Umberto di Savoia annuì. “Avete tradito un popolo, il vostro popolo, coprendo di fango la dinastia…un popolo che si era fatto uccidere gridando Savoia!…” Evola guardando Umberto di Savoia si chiedeva se facesse davvero parte di quelle genealogie mistiche e leggendarie che determinavano il diritto dei Re….

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“Dunque non abbiamo più speranza? E non mi riferisco a un mio ritorno dall’esilio, o a un futuro da re per mio figlio Vittorio.
È finita la monarchia in Italia?…” chiese il re di maggio. Dopo avergli risposto Evola aggiunse: “…Se vi può consolare, anche nella società dei consumi c’è ancora qualche azienda o qualche negoziante che si vanta di essere fornitore della real Casa. Nessuno che sostenga di essere fornitore del presidente della repubblica.” Risero entrambi.

IL FUOCO INVISIBILE di Andrea Scarabelli. “Sono Ernst Jünger. Avverta il professore” ribatté, lottando contro il malessere che da lì a poco sarebbe misteriosamente scomparso. “Un momento, bitte.” Il Barone e l’anarca, uno di fronte all’altro, ora. Jünger ascolterà il Barone attentamente. Era come se quell’incontro fosse l’intersezione di campi elettromagnetici molto potenti, …stava muovendo energie più antiche delle loro stesse individualità….La necessità di attraversare la distruzione uscendone indenni. Finanche rafforzati. ” disse Evola, aggiungendo: ” Nesuna rivolta contro lo stato delle cose è possibile senza il ricorso alla trascendenza.” Ernst Jünger si trovava d’accordo praticamente su tutto….E poi egli vide le serpentine dei quadri dadaisti che ornavano la stanza prendere vita e disporsi a raggiera,

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formando un sole, attorno a una ciotola di latte, sull’Eremo della Ruta…Si rivide tenente Sturm astrattista mistico dalle unghie laccate di verde a passeggio tra le gallerie e le trincee, al canto del fuoco. …Si risvegliò bruscamente …Gettò un’occhiata a Evola, che si era assopito, o così gli sembrava, evitando l’ascensore si precipitò lungo la tromba delle scale, e poi all’aria aperta….Impossibile trasmettere ciò che non consente di essere comunicato a parole, ma solo sperimentato interiormente.
IL BARONE E L’ASSASSINO di Antonio Tentori. Sono fuori dal corpo, sono fuori dal corpo”….Il giovane comincia a camminare, quasi fluttuando…Quindi si volta verso la sedia, dove giace il suo corpo fisico e lo osserva….
Mi chiamo Giorgio D. e da anni sono amico e collaboratore del Barone….Erano usciti articoli velenosi su alcuni giornali e riviste contro di lui e le sue idee…lo scopo era isolare e mettere all’indice un personaggio come lui, scomodo e ingestibile. Fra i ragazzi che frequentano la casa di Evola, incontri durante i quali egli parlava della Tradizione spirituale e della necessità di spostare le proprie energie sul piano superiore dello spirito, uno in particolare colpiva l’attenzione. Sconosciuto e strano, e la precisa sensazione di Evola che da quel bel ragazzo silenzioso non potesse venire altro che male…”Questa volta il barone è finito” sorrise un uomo dopo aver brindato con altri al successo dell'”impresa”. Il ragazzo sconosciuto aveva una missione da compiere, quella di eliminare il Barone che qualcuno aveva definito “cattivo maestro di una generazione.”


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Ma non andrà come i committenti del delitto avevano complottato. Coinvolto in un altro crimine, il ragazzo fugge inseguito da Giorgio D. e, vistosi braccato, si uccide. Poco dopo Evola si affaccia per l’ultima volta alla finestra sul Gianicolo, raggiungendo la soglia dell’Altrove.
TRAMONTO SU ROMA di Enrico Rulli. Julius Evola ha una nuova vicina di casa, che gli vuole far visita, i doveri di buon vicinato glielo impongono. “Mi chiamo Ariana Ullastres” disse la nuova vicina. “Volevo solo conoscerla.” “Perché?” “Perché lei è famoso.” Evola si sporge per prendere il monocolo. L’incontro fra la vedova ed Evola tocca aspetti salienti della vita di entrambe; parleranno volentieri e senza maschera del loro passato, dei dipinti del filosofo inspirati all’astrattismo mistico, di preferenze, inclinazioni, di magnetismo e di rapporto uomo donna. Pranzeranno insieme a casa di Evola, una cosa improvvisata e gradita al filosofo perché molte idee di Ariana sono condivise, infatti:. “Ti posso confidare una cosa?” “Dimmi.” “Tu mi ricordi mio marito.” “In che senso?” “Hai le sue stesse idee.” Durante il commiato Evola chiede alla donna: “Quando ci vediamo?” “Domani no. Forse dopodomani,” aveva risposto Ariana con una certa esitazione. Di lei Evola aveva condiviso non il corpo ma lo spirito. Ed era contento di averla incontrata. Passano due giorni. Entrò la domestica con il vassoio dicendo: “La nuova inquilina si è buttata dalla finestra.”
“Come buttata?”
“Si è suicidata.”
“Morta?”
“Sì, morta.”
DIALOGO AGLI INFERI tra Julius Evola e René Guénon, di Marco Rossi. Un “botta e risposta” illuminante, rivelatore, un dialogo possibile che tocca la modernità, la cronaca, il costume, la politica, ma anche la musica. Un dialogo davvero “appetitoso” che fa dire a Evola rivolto a René Guénon, a proposito della musica beat o rock: “Pensa che negli ultimi anni della mia vecchiaia esisteva un gruppo di musicisti inglesi, credo che allora si chiamassero complessi beat o rock, che faceva una musica per me assolutamente infernale…si chiamavano Rolling Stones, pietre rotolanti. Sembra proprio che interpretassero e incarnassero accuratamente quello che stava accadendo e che ancora accade…”

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René Guénon: “…non ho il minimo dubbio che la dottrina delle Quattro Età sia l’unico paradigna che può spiegare l’andamento della storia umana dal punto di vista dello Spirito…Comunque, sia il mio Oriente che il tuo Nord Europa occidentale si sono persi nell’attivismo materialista, edonista, e alla fine si sono adeguati al “politicamente corretto…”
Julius Evola: “Hai visto come si sono ridotte le religioni occidentali? si sono tutte piegate al ruolo che i Padroni del Mondo hanno disegnato per loro: alla fine hanno formato una specie d’immensa arci confraternita votata unicamente alla beneficenza per i poveri universali….come non provare disgusto a vedere…che la Terra è in mano a pochissimi Padroni del Mondo che hanno sotto di loro una dinastia discendente di camerieri? A partire dai banchieri, seguono le multinazionali, seguono i grandi mezzi di comunicazione con la loro funzione sacerdotale, seguono i politici e poi tutti gli altri….”
MURSIA

la donna era regina?

Federica è una giovane blogger romana alla quale piace TI RICORDI QUANDO…? Ho scelto alcuni suoi post che nel tempo pubblicherò, questo è il primo anche se la festa della donna è appena trascorsa. L’ho scelto per la sua freschezza e spontaneità. Sulla condizione della donna di oggi ci sarebbe molto da dire, oltre alle banalità che leggo ogni giorno, perché essa merita molto di più. Sicuramente riprenderò il tema proposto da Federica, accennando anche a una donna, ai più sconosciuta, una pittrice di enorme talento che mi fu grandissima amica e con la quale parlavo proprio delle pittrici ricordate nel suo post.
Federica ama l’arte e la cultura non solo italiana e non solo al femminile. Ecco quello che Federica scrive sulla donna:

La Giornata internazionale dei diritti della donna, ricorre l’8 marzo per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in molte parti del mondo. Moglie, madre, comunque donna, indiscussa protagonista del proprio tempo, nelle sue molteplici valenze.

Fin dall’antichità la figura femminile è stata protagonista della storia umana, ma anche come essenza di vita, compagna, modella, fonte di inesauribile ispirazione artistica e rappresentazione simbolica e filosofica di valori fondanti nelle diverse culture e regioni del mondo. Ecco come la donna viene rappresentata e valorizzata grazie alla storia dell’arte

Evoluzione nella rappresentazione della donna

Nell’iconografia antica, la donna era associata alla fecondità, alla bellezza e l’armonia. Ma furono i Greci che si avvicinarono ancor di più all’immagine della donna madre o dalla vergine vestita, passando al nudo puro dell’Afrodite. Nell’arte romana e bizantina tornò invece la figura ricoperta di vesti fluenti, dove aumentò lo sfarzo e la raffinatezza.

Si passò poi all’iconografia medievale, influenzata dalla diffusione del Cristianesimo. La donna appariva sacra, mistica e svuotata di ogni connotato sensuale. Furono per questo dipinte soprattutto Madonne e Sante. Con il profondo rinnovamento dell’arte rinascimentale, la donna viene vista in tutti i suoi aspetti fisici ed introspettivi, quindi sia esuberante e sensuale che semplice e graziosa.

Le grandi artiste della storia dell’arte
Nella storia dell’arte, raramente troviamo un’artista di sesso femminile. Solamente dal 1500 vi fu un contingente numero di donne dedite all’arte, anche se la maggior parte figlie di artisti noti. Tra queste Marietta Robusti, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Barbara Longhi e tante altre.

Ma è l’800, con il movimento Romantico, ad abbattere tutti i preconcetti sulla figura femminile nell’arte, segnando un punto di non ritorno nell’affermazione delle donne. Ed infatti questa accresciuta consapevolezza si vedrà soprattutto nel Novecento che vede le donne praticamente affiancate agli uomini. Citiamo Natalia Goncarova, Frida Khalo, Tamara de Lempicka.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

FEDERICA

c’era il Barone immaginario? (2)

IL GUARDIANO DEL LYSKAMM di Marco Cimmino mi riporta alle pagine di Lovecraft: “Ogni tanto, ci facevamo un grido di incoraggiamento, quasi a dire che c’eravamo ancora. Era tutto innaturale, gliel’ho detto: una situazione strana. …Stavamo quasi per arrivare ai roccioni prima dell’ultima arrampicata della vetta, quando di fronte a me, vidi una luce. Proprio dove avrebbe dovuto esserci il mio compagno. Ho detto una luce, ma non era veramente una luce: era come se la nebbia, da grigia, si fosse schiarita, sbiancata. Era un colore di morte, come la faccia dei morti…David aveva cambiato completamente espressione: i suoi occhi celesti guardavano lontano, in un altrove cosmico.

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Ripeteva in un sussurro mistico le parole che avevo imparato a conoscere bene, che il Professore mi aveva insegnato a temere. E che significavano un incubo abominevole: il guardiano della Soglia, il poderoso Yog-Sothoth era tornato per aprire la porta tra i mondi. Questo cercava il Professore (Evola): il varco dei Grandi Antichi! …in quel momento tutto mi apparve inutilmente minuscolo, di fronte alla devastante visione di un passaggio tra il nostro mondo e una realtá mostruosamente ostile…” ovvero un brano che ricorda da vicino alcune scene de LE MONTAGNE DELLA FOLLIA.
AMERICAN GODDESS di Mario Farneti. Evola è alle prese col più importante presidio della modernità e con Sadie Braddock, sua degna rappresentante: Gli Stati Uniti d’America e Sadie, dunque, “dagli occhi cangianti come il mare all’aurora, figlia della luce, emersa dal nitore delle stelle occidue.” …”Io sono la tua dea,” disse lei. “La Dea America” sorrise lui. Sadie, americana figlia di un ricco finanziere….Non poté fare a meno di stringerla e di baciarla. Rivelatrici e significative sono alcune delle numerose battute scambiate fra la giovane americana, il padre di lei ed Evola:

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“Proprio a causa del vizio, la vostra civiltà è priva di valori” dice Evola
“Non è vero, non siamo privi di valori. Siamo cristiani anche noi” risponde Sadie.
“Il fatto di essere cristiani non vi assolve, per di più siete protestanti-puritani che per me è un’aggravante.” Mister Braddock, padre di Sadie a Evola: “L’America è la patria della libertà e delle opportunità. Qui ogni individuo ha la possibilità di realizzarsi come meglio crede…sono convinto che la Russia cadrà come cadrà la decrepita civiltà europea e rimarremo soltanto noi americani a guidare l’umanità” ed Evola: “…L’alchimia della finanza non è altro che il riverbero, invece, dell’età del ferro, l’era che stiamo vivendo. E non è un’epoca di progresso ma di mortale arretramento per tutti gli esseri della Terra.” Di rilievo, nel racconto un pensiero di Evola: “L’America vive nell’orgasmo costante di un bisogno di possesso; una fosca angoscia di fronte a tutto ciò che è distaccato, isolato, profondo e lontano…Per contro le civiltà tradizionali furono vertiginose proprio nella loro stabilità, nella loro identità, nel loro sussistere in mezzo allo scorrere del tempo e della storia…”
L’ANTRO DELLA SIBILLA di Mario Bernardi Guardi. Evola, Dino Campana e la sua amante forsennata Sibilla Aleramo. “Sputo su di voi, sul vostro Dio, sulle vostre donne, sui vostri bambini, sulle vostre leggi. Voglio rinunziare alla nazionalità italiana. Voglio arruolarmi per il Kaiser” sbraita il poeta. Campana, ora l’idiota, ricoverato in manicomio, al quale toccavano lamenti atroci, di cani che gridano alla luna. E sembra che a volte si mettesse a urlare anche lui, sbattendo la testa contro il muro….Io, folle a freddo, lava di ghiaccio, sfogliavo i Canti Orfici. E poi lei, la maga sfatta…Non era innocente.

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Era fasciata da un abito rosso, scollato, che la rendeva più che nuda…Sei una vecchia ninfa… stuprata adolescente, sposa per forza, adultera, madre snaturata, mantide irreligiosa… rifletté Evola al cospetto della donna, rammentando quello che diceva Soffici: “Sibilla è come il calamaio di un ufficio postale: tutti ci possono mettere dentro la penna…” Devastante, non ti pare? E poi, ancora l’amaro ricordo di lei di Campana: “Ho bevuto alla coppa della vita, era veleno, lei era veleno …sono stato colmo di lei, poi mi ha lasciato solo …e ho vomitato inferni.”
LE CATTEDRALI FILOSOFALI di Manlio Triggiani. A Bari Evola deve vedere l’editore LA TERZA anche per proporgli la sua opera “Rivolta contro il mondo moderno” ma l’editore dice che l’opera dovrebbe avere al massimo duecento pagine. Non se ne farà niente. Quindi Evola, spinto dal suo amico Bonabitacola, si reca allo studio dell’avvocato Borracci con cui parlerà diffusamente e con crescente interesse della presenza del sacro Graal nella basilica di San Nicola. Evola, scettico e comunque molto interessato all’argomento dice al suo interlocutore: “In base al racconto cristiano credo che nel mistero del Graal ci sia un adattamento biblico di tradizioni nordico celtiche remotissime, precristiane ed extrasemitiche. Il vero Graal deriva dalla Tradizione pagana.” “Benissimo” disse Borracci “Ma chi ci dice che anche San Nicola non fosse la cristianizzazione di una figura pagana?” Nei giorni appresso, dopo altri incontri dedicati sempre a quel tema, Evola salì sul treno per Roma con uno scartafaccio di appunti nella valigia e di idee in testa. Il Graal. il Graal, il Graal, un mistero…
INCONTRI RAVVICINATI di Errico Passaro. “In genere non apprezzo che mi si rapisca.” Disse il barone. Che ci fa Julius Evola nell’hangar dello stabilimento SIAI Marchetti di Vergiate dopo essere sceso da una Balilla nera, insieme ad altre due persone appartenenti all’ex gruppo di UR?

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“Se vorrete avere la bontà di ascoltarmi tutto vi diventerà più chiaro”. Chi era l’uomo che dopo un po’ avrebbe puntato una pistola conto Evola minacciandolo di morte per indurlo a collaborare, e cosa voleva da loro? Un funzionario dell’OVRA alle prese con un mistero la cui soluzione era inderogabilmente voluta dal Duce. Cos’era successo? Un disco del diametro di trenta metri con geroglifici intraducibili incisi sul metallo era caduto poco lontano da Vergiate. Ed era stato recuperato anche il suo…pilota, ancora vivo, seppure malconcio. Un mistero assurdo e assoluto. I tre uomini fissarono lo sguardo sulle fattezze indiscutibilmente aliene della creatura…l’impalcatura dell’essere era umanoide..”il nostro visitatore” disse il funzionario dell’OVRA potrebbe appartenere a una civiltà venuta alla luce prima che sulla terra fosse apparso il primo essere vivente…una civiltà potenzialmente ostile…Cooperate e tutto andrà per il meglio.” Il funzionario che li aveva minacciati di morte voleva che i tre convenuti a forza tentassero di svelare il mistero dell’alieno, in forza delle loro conoscenze…i tre, tuttavia, Evola per primo, non collaborarono…e in quel modo avevano detto di no a Mussolini.
LA CRIPTA DEGLI IPERBOREI di Dalmazio Frau. Un’eccezionale scoperta archeologica avvenuta in Romania desta l’interesse di Himmler. Evola ne sarà volentieri coinvolto, lo vediamo respirare la brezza mattutina dopo essere emerso con un U Boot del terzo Reich, nel Mar Nero. “Sono stati degli sciocchi! Non dovevano disturbare ciò che è sepolto là dentro da tempo immemorabile!” dice Camila Mutu, settima figlia di sette generazioni di maghi, Evola ascolta e riflette. La spedizione composta da soldati tedeschi, un gruppo di romeni armati, Evola e Camila, si addentra nei boschi dove, prima che giungesse il Dio cristiano, si aggirava il terribile Chernobog. Un grandioso portale scolpito cela segreti inarrivabili e terribili verità sepolte da tempo immemore. Evola e la maga Camila entreranno per primi in una immensa caverna dove è stato racchiuso un Antico Male…

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“Non siamo soli” disse Camila guardano Evola e rivolgendosi poi ai soldati. “Ora non siamo più soli…sono già qui!” Quattro giganti avanzavano. Alti una dozzina di metri e coperti da armature di ferro contro cui nulla potevano i proiettili dei mitra tedeschi…strazianti grida seguirono. E poi, infine i Figli dell’Alba, i Principi Splendenti, i Guerrieri della lontana Thule apparvero recando salvezza…
MURSIA

scriveva e moriva Yukio Mishima?

Personaggi estremi e fuori dall’ordinario ce ne sono sempre stati, con la la loro figura e le loro opere si impongono, in questo caso anche brutalmente, all’attenzione producendo riflessioni e considerazioni; è il caso di Yukio Mishima, e la sua LA DIFESA DELLA CULTURA. edito da IDROVOLANTE , Personaggio estremo che offre spunto per considerare e verificare al di là, se possibile, di ideologie o posizioni preconcette, la nostra storia. Personaggio controverso, strenuo difensore del’unicità del Giappone e dei suoi valori tradizionali. ovvero del Giappone imperialista della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero rimane in bilico fra spada e crisantemo, fra vita e morte di cui subiva il fascino prepotente, fra brutalità ed eleganza, fra Oriente ed Occidente. Ossessionato dall’dea di perfezione anche estetica, affascinato dal San Sebastiano di Guido Reni e dalla statua dell’amante dell’imperatore Adriano, Antinoo. Mishima mette a nudo incontestabilmente l’animo del Giappone, del tramonto del dio imperatore, e dell’onore nipponico che non conosce compromessi. Per questo ricorrerà a quel suicidio teatrale che ancora oggi fa discutere e in un certo modo infastidisce i Giapponesi odierni alle prese col loro scomodo passato . Il suo suicidio è un atto politico, una manifestazione di non resa, l’estrema protesta contro il nuovo Giappone asservito alla volontà dei vincitori. Un atto estremo il cui significato assurge a simbolo, a rivolta, a denuncia. Mishima che vestiva abiti italiani di gran classe, fumava sigari cubani e aveva una particolare ammirazione per Marlon Brando e per scrittori come Gide e Hemingway (dalla densa introduzione di Daniele Dell’Orco) rimane per certi versi un enigma anche se il suo estremo gesto di protesta si ripropone chiaro nel suo significato nel tempo a decenni di distanza. Né le parole del primo ministro di allora che disse alla notizia del suicidio spettacolare di Mishima: “Doveva essere fuori di testa.” sminuiscono il suo clamoroso dirompente gesto. Fuori di testa non lo era, a meno di considerare fuori di testa le centinaia di giapponesi suicidi per aver perso la guerra. Con Mishima muore un samurai (l’ultimo?) che tentò invano di perseguire un’armonia tra la penna e la spada.

Su una sua affermazione di certo non concordo: “L’idea di una cultura universale, o di una cultura del genere umano , è già di per sé assai discutibile per la sua astrattezza…(pag 47 del libro.) Mishima non può impedirmi di amare anche la particolarissima concezione dell’arte del suo Paese, e tentare di farla mia, così come del resto accadrebbe per i Bronzi del Benin o l’arte rupestre di Altamira. Interessante quanto leggo a pag. 48: …è sbagliato limitarsi a mettere in luce la dimensione statica della cultura giapponese ignorandone quella dinamica. Essa possiede una tradizione peculiare che trasforma gli stessi modelli di azione in opere d’arte. Caratteristico del Giappone è che le arti marziali appartengano al medesimo genere artistico della cerimonia del tè e della disposizione dei fiori, una tipologia di opere che in breve volgere di tempo nascono, rimangono in vita e poi scompaiono… Per alcuni aspetti mi rammenta D’Annunzio e il suo tentativo (riuscito) di fare della sua vita un’opera d’arte.

Mishima si congeda tragicamente dal suo amato Giappone con un crisantemo di sangue, il suo sangue, che brilla ancora sulla sua katana. Il suo martirio che rimanda a quello di San Sebastiano denuncia una dicotomia insanabile fra (l’ex) anima giapponese imperialista e l’animo attuale narcotizzato e obbediente a dinamiche storico politiche che il Paese deve subire. Se sei a Londra, agli ultimi piani del British museum, ma devi attendere che riapra dopo il virus, ci troverari il padiglione del Giappone con varie testimonianze e reperti, fino al recente passato, appena accennato, della sua volontà di potenza, (come non riandare a Nietzsche?) egemonia, volontà che hanno condotto il Paese ad eroismi indicibili ma anche a nefandi crimini, come come quello di Nanchino. In ogni caso LA DIFESA DELLA CULTURA è un libro, a distanza di decenni, ancora oggi di una attualità sconcertante.

c’era il Barone immaginario? (1)

Possibile che non ci sia un filo di retorica, di nostalgia, o magari di apologia? Nulla di tutto questo. E perché? Perché IL BARONE IMMAGINARIO, a cura di Gianfranco De Turris, edito da MURSIA, ha centrato l’obiettivo, andando ben oltre le aspettative, trattandosi di opera viva, attuale, originale, e di insospettata suggestione. La sua lettura risulta godibilissima, anche per chi non conosce il personaggio al quale i brevi racconti si ispirano. Il suo protagonista anima un mosaico vivace, fatto di avventure, situazioni, luoghi fantastici e non; un’impresa non da poco e di gran presa su chi legge. Il protagonista: Julius Evola, catapultato in vicende fantastiche, surreali, mistiche, improbabili o realistiche, mai comunque banali. 18 racconti ispirati alla sua figura che fanno rivivere uno dei piú straordinari, meno noti e dibattuti filosofi del nostro recente passato. Del passato europeo intendo, non solo dell’Italia.

Esponente di spicco del dadaismo in Italia, se fosse nato in Francia non si sarebbe esitato a dedicargli monumenti e intitolargli biblioteche, vie e piazze. In Italia occorre aspettare che la cultura “ufficiale” decida cosa fare di un personaggio, diciamo così, scomodo e ” contro”, che aveva legami col fascismo e il nazismo, anche se ne criticava aspramente certi aspetti. Non per niente la Gestapo aveva aperto un fascicolo su di lui e una guardia del corpo lo proteggeva per le critiche avanzate verso gli squadristi. Bisogna insomma che l’intellighenzia culturale italiana vigente (sempre se ne esiste una) sdogani personaggi di quel calibro, al punto che, tanto per dirtene una, Umberto Eco, uno dei nostri recenti maître à penser non perdeva occasione per denigrare Julius Evola e la sua opera, al salone del libro di Francoforte.
L’aletta di copertina del volume di MURSIA dice: Diciassette scrittori contemporanei oltre a Volt, il conte futurista, hanno raccolto la “provocazione” di Gianfranco De Turris e si sono misurati con il Barone, immaginandone incontri, avventure, amanti, indagini, pensieri, battaglie. Un’impresa non da poco, considerato lo spessore del personaggio, le sue tesi rivoluzionarie, maturate su antichi testi, l’osservazione del reale attuale e i suoi rapporti “imperdonabili”. Anche Mister Bannon, l’ex guru di Donald Trump, che lo ha successivamente silurato e poi, pare, recentemente riabilitato, cita Evola, questo la dice lunga sull’influenza e la fama del filosofo romano, anche in America, al punto che un articolo del New York Times ne parla. Mi rimane il dubbio se Steve Bannon e Jason Horowitz , estensore dell’articolo, conoscano a fondo il pensiero evoliano.
Gli autori: Bernardi Guardi, Bizzarri, Cimmino, de Angelis, Farneti, Frau, Gobbo, Grandi, Henriet, Leoni, Monti-Buzzetti, Passaro, Rossi, Rulli, Scarabelli, Tentori, Triggiani, Volt. Qui di seguito, suddivisi in tre post susseguenti, i loro racconti:
LE PAROLE CHE UCCIDONO, Scritto dal conte Vincenzo Fani Ciotti alias Volt futurista, il racconto apre l’antologia dei diciotto, presentati da Gianfranco de Turris ne Il Barone Immmaginario per Ugo Mursia. Personaggi e interpreti: Arnaldaz alias Arnaldo Ginna, ovvero Arnaldo Ginanni Corradini, Ettore Biunfo, bizzarra cavia calabrese, De Pero, Balla, Evola, la presenza invasiva dell’opera di Marinetti mentre si recita la sua Maria futurista, in una Roma sorniona e proiettata verso l’avvenire. Il milieu occulto del futurismo romano è il vero protagonista del racconto, fra scherzi, lazzi e scenate semiserie si parla di energia astrale, di Scienza dell’Avvenire, di pazzia che sarebbe genialità rientrata, di Genio e pazzia che rampollano da una medesima fonte, mentre Evola spiega a Balla il funzionamento del suo complesso plastico meccanico intitolato Siluro in azione.

Sembra che i protagonisti siano quattro amici al bar e invece sono l’avanguardia dei movimenti dadaisti e futuristi italiani. La Roma futurista va a mille in questo divertente racconto in cui si bighellona al Pincio per finire nello scantinato di Balla dove De Pero porta in braccio la sua marionetta, ovvero la ballerina gravida. Fra piazza di Spagna e il Pincio mentre arriva di gran carriera il camion dei pompieri per spegnere un incendio inesistente nel negozio di un ottico. Qualcuno aveva gridato al fuoco! ma per scherzo.
IL DRAGO ETERNO di Adriano Monti-Buzzetti è il secondo racconto del libro. Herman Hesse, un saggio tibetano dagli straordinari poteri e un giovane Evola che bussa e ribussa al portone di una strana casa del Canton Ticino, alla ricerca spasmodica di verità urgenti su se stesso e sul mondo. “Il cielo era cremisi e un’immensa luna color sangue incombeva sul pianoro. Incitate dagli sproni del cavaliere in armatura, le zampe del palafreno aggredivano senza suono il terreno arido e frastagliato da crepe infinite….Infine, anche in quell’eterno presente qualcosa cambiò.

Il cupo monte dispiegò le sue ali e fu un drago….”Il tuo drago” spiegherà il saggio tibetano, dopo la tenzone, al giovane Evola incredulo, “era reale, in effetti, ma su un diverso piano dell’esistere…Ogni battaglia del Cavaliere col Drago è l’immagine eterna di una lotta interiore per superare la parte oscura di noi stessi…Eppure a modo suo egli è uno sciamano” concluderà il lama riferendosi a Evola, ormai congedatosi, … e credo che la vostra strana cultura oggi, abbia bisogno di tutti gli sciamani che può trovare.” disse il lama all’indirizzo di Herman Hesse.

LA MALEDIZIONE DI PALAZZO CHIGI di Max Gobbo. C’è Mussolini nella Sala della Vittoria che sta chiedendo a Evola: “Qual’è la sua opinione sul sovrannaturale?” Il Duce, impensierito da alcuni inquietanti fenomeni, si sente spiato e non sa spiegarsi l’origine di certi rumori e di alcune cose trovate fuori posto e poi della sua Alfa Romeo che fa bizze davvero incomprensibili, senza parlare di un pugnale che va a conficcarsi nello schienale della poltrona del Duce. Illusionismo?

cospirazione? azione di campi magnetici? forze occulte invisibili? Oppure potrebbe essere Aleister Crowley il mandante? e il suo “sicario” un sarcofago egizio, dono di una delegazione straniera malintenzionata.
Un sarcofago gravato da una maledizione. Nel racconto si legge: “La scrittrice Sarfatti scrive che Mussolini, venuto a conoscenza della morte prematura di Lord Carnarvon, scopritore della tomba di Tutankhamon, ordinò che il sarcofago avuto in dono, venisse rimosso da Palazzo Chigi e trasferito d’urgenza in uno dei musei etnografici della capitale.
MURSIA

e se hai conosciuto gli Inglesi?

VIAGGIO A LONDRA. L’officina del mondo. Alzi la mano chi non si è mai recato in questa città o chi non ne ha mai sentito parlare. E chi non è stato colpito dalla convulsa miracolosa mescolanza di razze, abitudini, tradizioni, stili, attività, stravaganze e costumi provenienti da tutto il mondo. Io ci vivo da tre anni e la giro in lungo e in largo.

Poi vado a intrupparmi alla Guildhall Library e al Barbicane centre per scrivere ore e ore. Ovviamente sto parlando della Londra conosciuta prima di questa deprimente e mortifera pandemia.
Se Londra è madre di New York, come la storia insegna, nel 1834 doveva apparire alquanto diversa e forse un poco scoraggiante al visitatore di allora. La città che oggi conosciamo è nata dalla ferrea decisione di essere tolleranti. Tolleranza che sembra innata nei suoi abitanti, insieme a un (menefreghismo o disinteresse per l’altro?) spinto ad eccessi clamorosi, non riscontrabili sul patrio suolo. Dalla fede indiscussa verso la rivoluzione industriale, le fabbriche, gli opifici, emblemi del progresso materiale e sociale. Da Londra è partita una colonizzazione culturale globale che non ha precedenti. Il genio caratteristico di Londra? La sua cifra nel mondo? L’accoglienza e la promozione delle diversità, l’accettazione di ogni e qualsiasi stile di vita. (per necessità, o convenienza, aggiungo io, perché le sue scelte e i suoi “affari” lo impongono). Essa è la vera Babele dei tempi moderni, come recitano le prime pagine del libro VIAGGIO A LONDRA; (attenzione che siamo nella prima metà dell’Ottocento, un libro scritto oggi interesserebbe meno e poi c’è la TV!). In quella metropoli, anticipatrice di mode e tendenze l’anonimo autore ti propone una guida acuta e ironica che parla di virtù e vizi del popolo che ha giurato di non essere mai schiavo; utile strumento e godibilissima lettura per il distratto turista di oggi (dalla quarta di copertina del libro). L’autore del VIAGGIO, come scrive Giulio Giorello, è colpito dallo stupendo corredo di macchine che in questa o quella circostanza finisce col ridurre o sostituire l’umana fatica. Quattro anni dopo la pubblicazione di questo libretto, nel 1838, in un discorso ai Comuni, Benjamin Disraeli aveva definito l’Inghilterra officina del mondo. Dalla presentazione di Giulio Giorello: È nelle taverne, tra il fumo della pipa e la schiuma della birra, che si forma l’opinione pubblica britannica. L’anonimo autore di questo piacevole e intrigante VIAGGIO A LONDRA , edito da IL POLIFILO, non esita ad affermare che la taverna è il foro degl’Inglesi, con la differenza che qui non vi sono risse né contese e poco oltre: vie, piazze e monumenti di Londra svelano le cicatrici della storia- dalle ribellioni del tardo medioevo alla guerra delle Due Rose, dallo scisma di Enrico VIII alla decapitazione di Carlo I, dal Protettorato Cromwell alla Gloriosa Rivoluzione di Guglielmo d’Orange per non dire della morte in battaglia di Nelson e della sapienza militare di Wellington.

A sua volta, l’autore del Viaggio annotava: Non è una bizzarria della sorte che dove avviene meno luce sia nato il gran Newton che doveva analizzarla? La città infernale, versione moderna della Dite cantata da Dante, è nel 1834 – anno della pubblicazione del VIAGGIO – anche la città che meglio sa coniugare tecnica, scienza e industria: l’inglese ha fatto la grande scoperta che le utili scoperte aumentano gli agi, ed arricchiscono le nazioni.

A pagina 5…il forestiero che giunge in Inghilterra, seduto sul cielo d’una carrozza a quattro cavalli che lo trasporta ad otto miglia per ora a Londra deve credersi rapito dal carro di Plutone per discendere nel regno delle tenebre; soprattutto s’egli arriva dalla Spagna o dall’Italia. In mezzo alla meraviglia non può almeno, a prima vista, di non essere colpito da un’impressione malinconica. L’ambasciatore Caracciolo, in tempo di Giorgio III, non aveva torto di dire che la luna di Napoli scalda più che il sole di Londra! Mica male l’osservazione.

A pagina 9 …se gli Inglesi non hanno un bel clima, essi credono di averlo, il che vale lo stesso. Io lodava ad una giovane inglese il cielo altissimo, purissimo, di madreperla di Madrid, di Napoli, di Atene, di Smirne. Essa mi rispose mi annoierebbe quel sol perpetuo: è più bella la varietà e la fantasmagoria delle nostre nubi…
A pagina 11 La profondità degli scrittori inglesi è un prodotto del clima, come lo sono il ferro, lo stagno, il carbon fossile dell’isola. Lo stesso amor della famiglia ne è pure un prodotto. Il sole dissipa e sparpaglia le famiglie, le chiama continuamente fuori di casa…

Beh, viene a vedere oggi com’ è ridotta la famiglia inglese e poi mi dirai, dico io.

A pagina 15 Perché gl’inglesi non sono esperti ballerini? Perché non si esercitano; le case sono tanto piccole e deboli che se uno spiccasse una capriola al terzo piano, arrischierebbe di sprofondare come una bomba sino in cucina che è posta sottoterra…Ben sovente fra le condizioni d’affitto delle case di Londra v’è quella di non ballare… A pag 40 il primo e più antico ponte di Londra, detto il Ponte Vecchio, venne costrutto di legno, or saranno mille anni. Nel secolo XI fu ricostruito di pietra con una magnificenza ed un’audacia d’archi che non si potrebbe attribuire a tempi nei quali in tutta Europa giacevano anneghittite in una seconda infanzia.
Non so francamente dove possiate trovare questo bel libro, la casa editrice ha chiuso i battenti da un po’. 

Johan August Strindberg scriveva?

Sì, lo so, sono un fanatico dei vecchi libri, te dirai, libracci, libretti ingialliti e dal testo quasi illeggibile. Forse esagero, forse no. Correva l’anno 1966 quando lo hanno pubblicato e qualche anno dopo ho scovato Gli isolani di Hemsö in una bancarella di libri strausati, sotto i portici che stanno dietro via Po, a Torino, lì andavo spesso a bighellonare.

La benemerita casa editrice si chiamava SANSONI (oggi solo un marchio Mondadori) e pubblicava una collana con uscite quattordicinali. Quella si chiamava volontà di fare e diffondere cultura. Ma non farmi divagare. Scoprire Johan August Strindberg attraverso la sua opera Gli isolani di Hemsö è una sorprendente avventura, spesso la critica prende abbagli, ma questa volta no. Mario Gabrieli nella sua introduzione giustamente rileva alcuni aspetti salienti di questo autore che, se non lo conosci, non mancherai di apprezzare, scrivendo fra l’altro: “Il vigore del suo stile è tale che chi legge si sottrae difficilmente all’incanto di quel ritmo fluido e serrato che arieggia l’improvvisazione, alla vivacità di quel narrare, sempre intenso e concreto…” C’è una scena in particolare, strepitosa, fintamente “solo bucolica”, fintamente “solo naturalistica”, che ti farà dire: ma questo è un genio della scrittura, nonché pittore scrittore, entomologo e botanico, chimico fotografo, ovvero un paesaggista, anche se i suoi paesaggi non sono quelli di Claude Monet, e anche fine psicologo. La scena è questa, te la riporto pari pari perché ne vale la pena: “Ebbe così inizio la battaglia: avanti due dozzine di bianche camicie disposte a cuneo come cigni migranti in autunno, falce dietro falce; e quindi, in ordine sparso come una schiera di rondini di mare, capricciosamente scartando deviando ma pur sempre in gruppo, le ragazze coi loro rastrelli, ognuna dietro al suo falciatore. Era un sibilar di falci e l’erba cadeva in fasci; una accanto all’altro giacevano ora i fiori dell’estate che s’erano azzardati a sbocciare fuori del bosco e della macchia: margherite e bruciafave, rose di macchia e borrane, rugiade di sole, garofani di campo, cerfogli, melampiri, cacalie, trifogli e tutte l’erbe e le gramigne del prato; un dolce profumo si spandeva per l’aria come di miele e d’aromi; api e calabroni fuggivano a sciami dinanzi alla schiera micidiale e le talpe si cacciavano nelle viscere della terra sentendo crollare i loro fragili tetti; il serpe impaurito scivolava giù nella fossa e s’infilava in un buco guizzando come una scotta al vento;Finita la prima battaglia al margine del prato, i guerrieri si fermarono appoggiati al manico delle falci a contemplare la devastazione che s’erano lasciati alle spalle….mentre le ragazze s’affrettavano a disporsi in ordine sul nuovo fronte. Ed ecco un nuovo assalto contro il verdeggiante mare dei fiori che ondeggia iridato sotto la crescente brezza mattutina e ora mostra variopinti colori luminosi, quando gli steli più gagliardi e le corolle spuntano fuori dalla molle gramigna ondulante al soffio del vento; ora invece si distende liscio verde come un mare in bonaccia.”

Scusa se mi sono dilungato a esporti questa pagina, autentica perla di letteratura nordica ma ne valeva la pena. Tu dirai: allora è un romazo idillico, bucolico? Tutto fiori e colori, tutto erbe e grato lavoro di giovani falciatori e ragazze con rastrelli?! Niente di tutto questo. Quella lampeggiante e profumata visione è un inganno. I protagonisti di questo vicenda, consumata fra le terre nordiche sono dominati da istinti primordiali, senza luce interiore né tantomeno divina, la legge atavica del possesso e del soddisfare gli istinti, dove gli appetiti sono di basso rango, tutti volti ai piaceri dell’accaparramento di beni e terra, questo impera, e, quando si può, dell’alcova. Abituati a una natura spesso inclemente, al vento, a lastroni di ghiaccio del fiordo, circondati da un mare vita e morte spesso furibondo, sempre insidioso. Un mare minaccioso e onnipresente dentro i cui flutti sparirà la bara di un’avventata sposa, avanti negli anni, che aveva tentato di assecondare le ultime ardite vampate della sua carne, imbastendo un nuovo matrimonio, invano. E il marito? Quel Carlsson che aveva lottato col suo duro lavoro, rimesso in sesto e fatto fruttare la fattoria della vedova e di suo figlio, patito di caccia e pesca. Lo scaltro Carlsson soggetto al richiamo dei sensi ispirati da carni ben più fresche di quelle della moglie. Brutta fine anche per lui.

Una storia di sopravvivenza nella dura e purtuttavia generosa terra nordica ritagliata fra i fiordi svedesi, mentre anche lo sposo, lo scaltro Carlsson ci lascia le penne in una notte di tregenda, come si legge nel libro: “Ma ora Carlsson non aveva più forza di correre. Si perse d’animo, rallentò l’andatura, e avanzò passo passo senza più riuscire a far resistenza, mentre sentiva alle spalle il mare rombante, fremente, ansimante, come se fosse lì soltanto a caccia di una preda notturna…”

non si parlava neppure di disagio psichico?

Come ho scritto nel post del 10 febbraio rivolgo qualche domanda a Daniele Corbo, fedele follower del mio blog e titolare di ORME SVELATE. Le domade riguardano il “disagio psichico” non meglio identificato, ma realtà concreta, allarmante anche per le sue implicazioni e in progressiva espansione, realtà dolorosa e subdola spesso di non facile diagnosi e cura.

Cosa si intende per disagio psichico?
Quali fasce di popolazione colpisce?
Va considerata come una vera malattia o ci sono delle distinzioni? è legata al nostro tipo di vita? alla mancanza di mete o di ideali?
Come si fa a curarla?
Quali sono le cause che la determinano?
Il disagio psichico è connesso a problemi affettivi, familiari, sociali? di disadattamento?
Come si manifesta e con quali sintomi e come si fa a diagnosticarla?
Cinquant’anni fa c’era?
qual’è l’attività di ORME SVELATE.?

Così risponde Daniele Corbo:
Le tue domande meriterebbero una conversazione ampia, ma provo a risponderti in modo sintetico. Il disagio psichico potrebbe essere definito come un malessere che colpisce la mente, la cui origine può essere di diversi tipi. Normalmente si parla di disagio se la persona ha un peggioramento funzionale, personalmente ritengo che anche un dolore emotivo che ti permette di vivere normalmente, ma ti fa soffrire e ti rende emotivamente fragile è un disagio psichico. Colpisce tutte le fasce di età, in maniera trasversale. Sicuramente dipende dallo stile di vita, dall’ambiente, dalla storia individuale. A volte ci sono dei cambiamenti strutturali o funzionali nel cervello, altre volte non lascia tracce ed ha esclusivamente una manifestazione psicologica. Sono sempre esistiti, ma sono in forte aumento ovunque e le cause sono diverse. La principale ritengo che sia la perdita di riferimenti per le persone con una conseguente sensazione di solitudine estrema. Da qui la nascita di ORME SVELATE che prova ad offrire vicinanza alle persone sofferenti. 

CHI SIAMO E COME FARE PER SOSTENERE ORME SVELATE:

Siamo un gruppo di persone variegato, con varie sensibilità, provenienti da diversi mondi professionali. Ciò che ci unisce è soprattutto il desiderio di aiutare chi si trova in una condizione di difficoltà e disagio, permanente o momentanea. La nostra attività si svolge a Parma e provincia ed al momento è quella di ascolto e vicinanza rispetto a coloro che nella loro difficoltà si trovano anche soli moralmente, psicologicamente ed emotivamente. Riceviamo due giorni a settimana e chi vuole può contattarci e prendere un appuntamento per conoscerci e capire se può essere accompagnato da noi verso un percorso che porti a svelare le orme da seguire per raggiungere la serenità. Aspettiamo un dono di condivisione del dolore….

COME AIUTARCI: Anche il minimo aiuto per noi fa la differenza.

Il tuo contributo serve ad alimentare il nostro entusiasmo nell’aiutare chi è invischiato nella rete del dolore e dello stigma del disagio psichico e a cambiare la cultura ancora diffusa di pregiudizio sulla malattia mentale. Attualmente non riusciamo a sostenere i costi per una sede tutta nostra, ma usufruiamo di locali in diverse parrocchie di Parma. Il tuo aiuto ci permetterebbe di avere un punto fisso in cui incontrare chi ha bisogno di noi. La nostra voglia di aiutare concretamente chi soffre, ci porta a coltivare un sogno importante di cui si può leggere al seguente link. Puoi aiutarci donando il tuo contributo usufruendo delle agevolazioni fiscali riservate ai donatori delle Organizzazioni di volontariato:

  • Con bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate;

Le aziende possono sostenere in vari modi Orme Svelate, impegnandosi concretamente nei confronti del supporto a coloro che soffrono, o vedono attorno a se soffrire persone care, di disagio psichico.

Un’azienda può attivare diverse modalità di collaborazione:

  • Collaborazione relativa ad un progetto: l’azienda vuole entrare direttamente nella realizzazione di un progetto senza limitarsi al solo finanziamento;
  • Comunicazione Sociale: diverse le modalità di svolgimento di programmi di questo tipo e spaziano dalla devoluzione percentuale sulle vendite di uno o più prodotti/linee di prodotto, alle attività promozionali in store;
  • Programmi di coinvolgimento dei dipendenti: iniziative di sensibilizzazione all’interno dell’azienda (che spesso sfociano in attività di volontariato aziendale) a vere e proprie raccolte fondi interne (es. pay-roll giving);
  • Donazione su progetto o donazione semplice: scelta di un progetto da sostenere tra quelli in corso oppure il semplice versamento libero, tramite
    bonifico bancario su Banca Generali – IBAN: IT46R0307502200CC8500702315 – intestato a Orme Svelate

Artemisia fu violentata sulla sponda del letto?

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»
Lo stupratore si chiamava Agostino Tassi. La vittima Artemisia Gentileschi. Lui: ceffo di talento, virtuoso della prospettiva in trompe-l’œil con cui Orazio Gentileschi, padre della vittima, collaborava nel dipingere la loggetta della sala del Casino delle Muse, a palazzo Rospigliosi. Fu proprio lui nel 1611 ad “affidare” la figliola alla guida di Agostino «lo smargiasso» – come era sovente soprannominato il malandrino stupratore, dal carattere iracondo e dalla fedina penale compromessa e pare anche mandante di alcuni omicidi. Ciononostante, il padre di Artemisia aveva grande stima di Agostino, che frequentava assiduamente la sua dimora, felice di iniziare Artemisia alla prospettiva. Come andrà a finire te l’ho appena detto. Artemisia Gentileschi è una delle piu grandi pittici europee. Alla National Gallery le sue tele stanno al pari coi piu grandi pittori del Seicento. La sua traumatica vicenda umana pare fatta apposta per suscitare indignazione e scalpore al di là dei secoli, non so se le femministe di oggi ne sono al corrente. Si sa chi l’ha denigrata, diffamata e offesa e anche chi l’ha apprezzata, si sa come sia stata torturata per farla meglio confessare rischiando di compromettere per sempre la sua capacità di dipingere rompendole le dita, umiliata più volte di fronte a chi doveva verificare mediante ispezione ginecologica il fattaccio, svergognata infine e insultata anche dopo morta da quanti non credevano alla sua innocenza. Un crudele e malvagio epitaffio dedicatole dai veneziani Giovan Francesco Loredano e Pietro Michiele (Venezia 1653), recita infatti: in cui si ironizza sul suo nome Arte / mi / sia / Gentil / esca:  Co’l dipinger la faccia a questo e a quello Nel mondo m’acquistai merto infinito Nel l’intagliar le corna a mio marito Lasciai il pennello, e presi lo scalpello Gentil’esca de cori a chi vedermi Poteva sempre fui nel cieco Mondo; Hor, che tra questi marmi mi nascondo, Sono fatta Gentil’esca de vermi.

Quello stupro non venne mai cancellato, vergogna, umiliazione, rimorso marchiarono per sempre la giovane. Per riabilitarla occorse un matrimonio riparatore, non troppo ben riuscito, visto che il marito si indebitava che era un piacere, e poi venne il consenso, il plauso verso la sua pittura di impronta caravaggesca dove le figure di donne forti abbondano scandirono i suoi anni a venire, cosi che venne prima ricordata per la sua vicenza umana che per le sue doti di grande artista. Così scrive l’enciclopedia del mondo, nostra sorella Wikipedia:
L’iniziale fortuna critica della Gentileschi fu fortemente allacciata anche alle vicende umane della pittrice, vittima – com’è tristemente noto – di un efferato stupro perpetrato da Agostino Tassi nel 1611. Questo fu indubbiamente un evento che lasciò un’impronta profonda nella vita e nell’arte della Gentileschi, la quale – animata da vergognosi rimorsi e da una profonda quanto ossessiva inquietudine creativa – arrivò a trasporre sulla tela le conseguenze psicologiche della violenza subita. Molto spesso, infatti, la pitturessa si rivolse all’edificante tema delle eroine bibliche, quali Giuditta, Giaele, Betsabea o Ester, che – incuranti del pericolo e animate da un desiderio turbato e vendicativo – trionfano sul crudele nemico e, in un certo senso, affermano il proprio diritto all’interno della società. In questo modo Artemisia è divenuta già poco dopo la morte una sorta di femminista ante litteram, perennemente in guerra con l’altro sesso e capace di incarnare sublimemente il desiderio delle donne di affermarsi nella società.

Questa lettura «a senso unico» della pittora, tuttavia, è stata foriera di pericolose ambiguità. Molti critici e biografi, intrigati dall’episodio dello stupro, hanno infatti anteposto le vicende umane della Gentileschi ai suoi effettivi meriti professionali, interpretando dunque la sua intera produzione pittorica esclusivamente in relazione al «fattore causale» del trauma subito in occasione della violenza sessuale. Gli stessi storici contemporanei della pittrice misero disonorevolmente in ombra la sua carriera artistica e preferirono interessarsi piuttosto alle implicazioni biografiche che ne segnarono tragicamente l’esistenza. Il nome della Gentileschi, ad esempio, non compare nelle opere del Mancini, Scannelli, Bellori, Passeri e altri illustri biografi del XVII secolo.


Te ne parlo perche il “poco” che si vede della sua pittura alla National Gallery incanta. Quando ancora si poteva andarci e cioè prima del Covid. Ci ritrovi uno sguardo fermo, dolce, diretto, a tratti vagamente canzonatorio, che sostiene lo sguardo dell’osservatore con aria di vaga sfida, o e solo una mia impressione? Il suo autoritratto nelle vesti di Santa Caterina di Alessandria .

Te ne parlo anche perché la sua figura e la sua opera insieme a quella di Rosalba Carriera compariva spesso nei discorsi che facevo con Matilde Izzia, mia grandissima amica dei cui dipinti mi piace riportare quello sulla destra.
Una tragedia e uno stupro del Seicento proiettati nel mondo di oggi, dove, pare proprio che la mania di offendere e calpestare le donne abbia preso nuovo vigore.
In soli in tre anni di apprendistato la Gentileschi aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi:[5] Questo puoi leggere su di lei scorrendo Wikipedia: una celebre missiva che il padre Orazio inviò alla granduchessa di Toscana il 3 luglio 1612, nella quale egli affermava con vanto che la figlia in soli in tre anni di apprendistato aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi:[5] «Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere» Da questa lettera, dunque, si può facilmente dedurre che la Gentileschi sia divenuta artisticamente matura tre anni prima del 1612: nel 1609, per l’appunto. Ma lo stupro resta, a macchiare e a riconfermare ancora una volta la nefanda reputazione del maschio di ieri e di oggi.