le mie indie (2)

Il guru, di cui hai promesso di non rivelare il nome, ti accoglie nel suo dhuni, un angolo sacro nel giardino della sua villa hollywoodiana. Nelle due nicchie laterali, ci sono altari dove intravedi le statue di Ganesh, Signore del buon auspicio, e Shakti, la Dea dell’Energia Primordiale che ha dato origine all’universo. Indossa pantaloni arancioni e t-shirt nera, un look inusuale per un uomo di 75 anni. Si presenta con i capelli lunghi, la barba bianca e l’aria di essere appena uscito dalla doccia, in qualsiasi momento della giornata. Porta un paio di occhiali neri che non si toglierà mai e questo un po’ ti dispiace. Dopo aver acceso due bastoncini di incenso, ti invita a sederti su un tappeto e ad assumere una postura dignitosa.
Smonta in 5 minuti le domande che ti eri diligentemente preparato sulla cultura hippie e sulle migrazioni dei giovani europei negli Anni ‘60 e ‘70. “Hippie were idiots”, stupidi figli di papà che seguivano la moda e non hanno lasciato tracce su quella strada che tanto adori. Liquida il romanzo Shantaram come un fake ed accusa l’autore di avere usurpato la storia di Jimmy The Knife, un uomo della malavita che gli avrebbe fatto assaggiare il suo coltello se fosse stato ancora in vita. Gli chiedi un commento sulle tre città con la K iniziale toccate da Tony Wheeler durante il suo viaggio: Kabul, Kathmandu e Kuta, nell’isola di Bali . Su quella sorta di maledizione che ha colpito queste città dopo la chiusura della Rotta Hippie: guerre, terremoti, attentati. Risponde mettendo in dubbio che il fondatore delle Lonely Planet a Kabul ci sia stato per davvero ed allora capisci che è meglio cambiare discorso. Per fortuna sei italiano ed il tuo passaporto ti salva da quella falsa partenza. Gli ricordi Roberto Benigni, rinchiuso in prigione in Daunbailò, un film indipendente con Tom Waits poco conosciuto in Italia. Per il tuo inglese poco ortodosso e per certe espressioni del viso.
Guadagni punti quando scopre che sei un architetto. Perché c’è un tempio in India che è il più bello di tutti i templi dell’India. Il tempio di Meenakshi, nel sud del Paese, a Madurai. Circondato da 14 gopuram, quelle magnifiche torri colorate, alte fino a 50 metri. Ecco, a ricostruirlo nel XVI secolo sarebbe stato un architetto italiano. Non ricorda il nome e non lo trovi su Wikipedia ma poco importa. Cita Francesco Clemente, un pittore italiano autore dei quadri del film Paradiso Perduto. Un cast d’eccezione con Ethan Hawke e Gwyneth Paltrow per una pellicola ispirata al romanzo di Charles Dickens ‘Grandi speranze’. Scuoti la testa, il guru è sconsolato: siamo a due film su due che non conosci, oltre all’architetto del tempio.
Ci prova con Pitagora ed almeno il matematico lo conosci, per via di quello strano teorema con i quadrati, i cateti e l’ipotenusa. Quello che non sai è che avrebbe vissuto in Italia e fondato una sorta di società segreta in Sicilia. La storia lo vede sbarcare a Crotone, in Calabria, ma il guru ammette il suo errore e si scusa per la sua abitudine di confondere la Sicilia con l’Italia intera.

Passate ai grandi viaggiatori e sgancia subito una bomba. Marco Polo sarebbe nato a Curzola, un’isola al largo di Dubrovnik, nell’attuale Croazia. Ha toccato il tuo idolo di gioventù, quel ragazzo veneziano alla corte del Gran Khan. Ti affascinava il termine “mercanti” con cui veniva definita la famiglia Polo, che si narra rientrare a Venezia dopo oltre vent’anni, bussare alla propria porta e rispondere semplicemente “Xé paróni”.
Non osi contraddirlo e rilanci, cambiando argomento su Cristoforo Colombo. Un altro eroe: lo adoravi per come studiava le sue carte, arringava la regina Isabella della bontà del suo progetto e resisteva ai tentativi di ammutinamento della sua ciurma. Hai gioito con lui al grido “Terra! Terra!” come per un gol ai Mondiali. Ti aspetti l’ennesima stroncatura ma concorda con te che le tre caravelle ai Caraibi ci siano arrivate, soltanto non per prime ma anni dopo le scorribande dei Vichinghi. Gli confessi la sensazione di aver scalfito soltanto il primo strato dell’India. Annuisce e ti conferma che in tre settimane, vedi solo ciò che la tua cultura in Italia ti ha programmato per vedere. Non riesci ad andare oltre ciò che ti hanno già messo in testa. Acconsente ad una fotografia, gli chiedi il nome del suo rottweiler. Ti accorgi di sapere di lui soltanto che è arrivato in India a 18 anni con un viaggio in nave da Karachi a Bombay. Che ha tagliato i ponti con gli Stati Uniti ed è diventato cittadino indiano. Lo saluti con la sensazione di aver grattato soltanto anche il suo di primo strato. Le sue parole risuonano ancora: “Puoi viaggiare lontano, ma non troverai. Dentro, devi viaggiare.”

Luca Santinon autore di Hippietrail

Le fotografie sono pubblicate sul sito http://www.hippietrail.it nella sezione Portfolio.
Link diretto: https://hippietrailblog.wordpress.com/hippie-trail/download/le-mie-indie

ti sei innamorato del Sahara?

I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.
Paolo Novaresio

c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

c’era l’esotismo? (2)

Sul contenuto del post di Paolo Novaresio del primo febbraio non ci sono dubbi. Svela e precisa alcune cose che io stessa ho provato nei miei numerosi viaggi di lavoro e piacere. La passione per l’esotismo è una malattia come un’altra che produce danni colaterali, quelli elencati da Paolo Novaresio. Tutto vero quello che lui dice, compresa l’amarezza e il ritorno al nostro quotidiano da cui pensavamo di uscire senza pagare il conto. Ma c’è un ma. Ovvero l’altra faccia della medaglia. L’esotismo vero e il fascino che sprigiona l’esotico è solo una conseguenza, la coda di un gigantesco caimano che si annida nel nostro iper protetto e presuntuoso presente e nel futuro high tech. Ovvero ci richiama a quello che siamo o dovremmo essere: uomini.

I postumi della malattia dell’esotico di chi viaggia veramente (non da turista) ma da curioso scopritore di realtà alternative o meglio, complementari alla nostra, sono dettagli trascurabili. Il mondo a due se non a tre velocità esiste davvero e noi apparteniamo al primo, quello più veloce, e rischioso, quello che ci fa camminare sull’orlo dell’abisso. Apocalittico? Nemmeno poi tanto. Lo dicono scienziati, ecologisti e molti altri. Il mondo pattumiera è la nostra attuale realtà, ma non divaghiamo. Il nostro mondo ha bisogno di antidoti, lascio perdere la parola spirituale, perché oggi farebbe ridere, non pretendo tanto. La svolta verde americana si tradurrà veramente in realtà? Ciò che io sostengo è che l’esotismo, compresi i suoi sopportabili danni collaterali ci serve, è indispensabile, comprese zanzare, caldo asfissiante e mercatini stantii etichettati come etici. Non voglio alzare un peana al Terzo Mondo, sarei sciocca, dico solo che I NUTRIMENTI TERRESTRI di André Gide fa più che mai testo, vai a rileggerlo. E con quell’opera quelle di Conrad, London, Faulkner e Chatwin. Loro avevano intuito il valore dell’esotico, in quanto opposto ai nostri alberi e alla nostra vita di plastica. In qualche luogo, quello che piace a te e che sicuramente dopo un po’ ti annoierà, esiste ancora la via di fuga, se l’Esotico sparisse, quello autentico, che ha sperimentato Novaresio, per capirci, avremmo perso ogni riferimento e allora saremmo davvero perduti.
Elisa Barbieri