le mie indie (2)

Il guru, di cui hai promesso di non rivelare il nome, ti accoglie nel suo dhuni, un angolo sacro nel giardino della sua villa hollywoodiana. Nelle due nicchie laterali, ci sono altari dove intravedi le statue di Ganesh, Signore del buon auspicio, e Shakti, la Dea dell’Energia Primordiale che ha dato origine all’universo. Indossa pantaloni arancioni e t-shirt nera, un look inusuale per un uomo di 75 anni. Si presenta con i capelli lunghi, la barba bianca e l’aria di essere appena uscito dalla doccia, in qualsiasi momento della giornata. Porta un paio di occhiali neri che non si toglierà mai e questo un po’ ti dispiace. Dopo aver acceso due bastoncini di incenso, ti invita a sederti su un tappeto e ad assumere una postura dignitosa.
Smonta in 5 minuti le domande che ti eri diligentemente preparato sulla cultura hippie e sulle migrazioni dei giovani europei negli Anni ‘60 e ‘70. “Hippie were idiots”, stupidi figli di papà che seguivano la moda e non hanno lasciato tracce su quella strada che tanto adori. Liquida il romanzo Shantaram come un fake ed accusa l’autore di avere usurpato la storia di Jimmy The Knife, un uomo della malavita che gli avrebbe fatto assaggiare il suo coltello se fosse stato ancora in vita. Gli chiedi un commento sulle tre città con la K iniziale toccate da Tony Wheeler durante il suo viaggio: Kabul, Kathmandu e Kuta, nell’isola di Bali . Su quella sorta di maledizione che ha colpito queste città dopo la chiusura della Rotta Hippie: guerre, terremoti, attentati. Risponde mettendo in dubbio che il fondatore delle Lonely Planet a Kabul ci sia stato per davvero ed allora capisci che è meglio cambiare discorso. Per fortuna sei italiano ed il tuo passaporto ti salva da quella falsa partenza. Gli ricordi Roberto Benigni, rinchiuso in prigione in Daunbailò, un film indipendente con Tom Waits poco conosciuto in Italia. Per il tuo inglese poco ortodosso e per certe espressioni del viso.
Guadagni punti quando scopre che sei un architetto. Perché c’è un tempio in India che è il più bello di tutti i templi dell’India. Il tempio di Meenakshi, nel sud del Paese, a Madurai. Circondato da 14 gopuram, quelle magnifiche torri colorate, alte fino a 50 metri. Ecco, a ricostruirlo nel XVI secolo sarebbe stato un architetto italiano. Non ricorda il nome e non lo trovi su Wikipedia ma poco importa. Cita Francesco Clemente, un pittore italiano autore dei quadri del film Paradiso Perduto. Un cast d’eccezione con Ethan Hawke e Gwyneth Paltrow per una pellicola ispirata al romanzo di Charles Dickens ‘Grandi speranze’. Scuoti la testa, il guru è sconsolato: siamo a due film su due che non conosci, oltre all’architetto del tempio.
Ci prova con Pitagora ed almeno il matematico lo conosci, per via di quello strano teorema con i quadrati, i cateti e l’ipotenusa. Quello che non sai è che avrebbe vissuto in Italia e fondato una sorta di società segreta in Sicilia. La storia lo vede sbarcare a Crotone, in Calabria, ma il guru ammette il suo errore e si scusa per la sua abitudine di confondere la Sicilia con l’Italia intera.

Passate ai grandi viaggiatori e sgancia subito una bomba. Marco Polo sarebbe nato a Curzola, un’isola al largo di Dubrovnik, nell’attuale Croazia. Ha toccato il tuo idolo di gioventù, quel ragazzo veneziano alla corte del Gran Khan. Ti affascinava il termine “mercanti” con cui veniva definita la famiglia Polo, che si narra rientrare a Venezia dopo oltre vent’anni, bussare alla propria porta e rispondere semplicemente “Xé paróni”.
Non osi contraddirlo e rilanci, cambiando argomento su Cristoforo Colombo. Un altro eroe: lo adoravi per come studiava le sue carte, arringava la regina Isabella della bontà del suo progetto e resisteva ai tentativi di ammutinamento della sua ciurma. Hai gioito con lui al grido “Terra! Terra!” come per un gol ai Mondiali. Ti aspetti l’ennesima stroncatura ma concorda con te che le tre caravelle ai Caraibi ci siano arrivate, soltanto non per prime ma anni dopo le scorribande dei Vichinghi. Gli confessi la sensazione di aver scalfito soltanto il primo strato dell’India. Annuisce e ti conferma che in tre settimane, vedi solo ciò che la tua cultura in Italia ti ha programmato per vedere. Non riesci ad andare oltre ciò che ti hanno già messo in testa. Acconsente ad una fotografia, gli chiedi il nome del suo rottweiler. Ti accorgi di sapere di lui soltanto che è arrivato in India a 18 anni con un viaggio in nave da Karachi a Bombay. Che ha tagliato i ponti con gli Stati Uniti ed è diventato cittadino indiano. Lo saluti con la sensazione di aver grattato soltanto anche il suo di primo strato. Le sue parole risuonano ancora: “Puoi viaggiare lontano, ma non troverai. Dentro, devi viaggiare.”

Luca Santinon autore di Hippietrail

Le fotografie sono pubblicate sul sito http://www.hippietrail.it nella sezione Portfolio.
Link diretto: https://hippietrailblog.wordpress.com/hippie-trail/download/le-mie-indie

le mie Indie

Luca Santinon, autentico viaggiatore, prima ancora che nel vissuto, certo nello spirito e nell’attitudine, ci ha inviato il suo primo capitolo-prologo di un reportage sull’India.
Fa bene a intitolarlo le mie Indie perche’ il favoloso paese si erge nell’immaginario e nel quotidiano come un entita’ dalle mille facce, dai mille percorsi a nutrire fantasia e spiriti inquieti. Il suo viaggio e’ descritto in modo agile, scevro dai compiacimenti letterari.
La sua prosa cattura per la sua semplicita’ espressiva. Sempre curioso e attento a evitare l’India da cartolina, facile tranello per chi si avventura nel Paese che incanta.

Le mie Indie di Luca Santinon

La notte prima della partenza la passi a domandarti il perché di quel viaggio. Non ti saidare una risposta e devi prendere in prestito parole illustri, nascoste tra le righe di quella pila di libri allineati sul tuo comodino.
Giuseppe Cederna ha smesso i panni dell’attendente Antonio Farina in Mediterraneo e ti ha portato con sè ne ‘Il grande viaggio’. Un cammino verso la madre Gange, “una lunga, sottile, ferita azzurra”, fonte di vita ed energia. “Verso quell’incomprensibile mistero di rocce e ghiacci che chiamiamo Himalaya. La casa delle nevi, la dimora degli dei.”
Un viaggio diventato un pellegrinaggio tra dolore e meraviglia perché “all’arrivo in Oriente ci vogliono giorni e chilometri per abituarsi. Per illudersi di non poterne più fare a meno.” Perchè “l’India l’aveva sentita entrare ed allora non lo aveva più lasciato.”


Trovi una prima risposta, una citazione da incorniciare per tutti i viaggiatori in partenza: “Anche un viaggio nasce, cresce, invecchia e poi muore. Ma appena nato è già grande. Capace di usare la testa, di farci e disfarci a suo piacimento. Tra un’ora il nostro viaggio,
dopo mesi di gestazione, vedrà finalmente la luce. Ci riconoscerà? Assomiglierà almeno un po’ anche noi? Ci vorrà bene? Ci aspettiamo grandi cose da lui.” Hai accompagnato la voce narrante di Antonio Tabucchi tra le ombre di quel ‘Notturno indiano’, sei andato con lui alla ricerca di Xavier, “un portoghese che si è perduto in India”,
consapevole che“in India si perde molta gente, è un paese fatto apposta per questo”.
Ti senti pronto ad affrontare un viaggio nel passato, attraverso “vecchi archivi, cronache antiche, cose inghiottite dal tempo” perché il protagonista o chissà il ricercato “forse vorrebbe afferrare qualcosa che un tempo gli sfuggì. In qualche modo sta cercando sé stesso.” In quel romanzo onirico, dove si parla di “cose non riuscite, di errori”, ti rivedi in quel personaggio che “quando sorride sembra triste”. Questa notte sei “un uomo che passa la vita a sognare un viaggio e quando un giorno finalmente gli capita di poterlo fare, quel giorno si accorge di non avere più voglia di farlo”. Ma al tempo stesso vorresti dare una nuova vita a quelle pagine e realizzare “l’irragionevole congettura che un qualche amante di percorsi incongrui potesse un giorno utilizzarlo come guida”. Hai trovato un monito a metterti in guardia tra le pagine di una ‘India segreta’ scritte dall’esoterico inglese Paul Brunton: “Tuttavia sorgerà un giorno una specie nuova di turistiche cercherà non le rovine cadenti di inutili templi, né i palazzi di marmo di sovrani dissoluti morti da tempo, ma i saggi ancora viventi che possono rivelare una saggezza noninsegnata nelle nostre università.” Ti domandi se riuscirai a seguire quell’avvertimento, tu che non vedi l’ora di vedere il Taj Mahal e le fortezze del Rajasthan, ancora ignaro che un amico comune ti stia organizzando un’intervista con un sadhu.
Hai seguito a distanza quell’eccentrico filosofo mentre attraversava l’India nella sua ricerca di fachiri, “vagabondi dei segni remoti dello zodiaco” e di guru, che in sanscrito significa “Colui che disperde l’Oscurità”. Ti ha fatto realizzare che presto anche tu avresti “vagato
lungo le rive dei sacri fiumi dell’India” e vedrai scorrere “l’acqua verdastra del Gange” e “le acque color azzurro scuro dello Yamuna”. Poi andrai a Rishikesh, “su cui le cime possenti dell’Himalaya tengono eternamente la guardia.” Magari se troverai la persona giusta potrai fare tua quella domanda: “Gravi problemi affliggono la mia mente. Nella speranza di gettare un po’ di luce su di essi sono venuto nella vostra terra. Forse ciò che lei può dirmi potrebbe essere una guida per i miei passi, o forse verrei a sapere se sono venuto per un’impresa inutile”.

Luca Santinon autore di Hippietrail

Le fotografie sono pubblicate sul sito http://www.hippietrail.it nella sezione Portfolio.
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Sparito nel nulla…

Svanito nel nulla. Non una traccia. Lo conoscevo quel tanto che basta per rimpiangere la sua compagnia. Lorenzo Ferrara da mesi si è come dissolto. Conservo diversi suoi scritti che mi affidava chiedendo di dargli un parere, fra una esternazione e l’altra, ai quali, tuttavia, non badava troppo. Diversi inediti, altri brani pubblicati. Li rileggo nella speranza di trovarvi il bandolo della sua sparizione-enigma e di rivederlo presto, ma temo sia vano auspicio.
Qui la prima delle sue annotazioni sui libri gia’ pubblicati e altri in via di pubblicazione trasformate in post.

Lorenzo Ferrara mi parlava spesso del suo decennale soggiorno in Gran Bretagna che lui, come molti, chiamava Perfida Albione.
“Sprovvisto della maestria poetica di Ugo Foscolo, al quale i Brits tutto perdonavano, dovrei tacere.” scriveva. “Riconoscente per la presunta ospitalità goduta tempo addietro in terra inglese. E invece…Tra invasioni e cacciate di intrusi la vera storia
dei Brits comincia con Hastings e prosegue con le imprese del femminicida Enrico VIII, il quale dovette pensare: Tutti questi matrimoni e divorzi mi costano un patrimonio, a me servono denaro e un erede, se divento io la Chiesa mi becco un sacco di quattrini divertendomi anche con un po’ di femmine. Gli Inglesi sono meritevoli per come trattano la storia loro e altrui, basta visitare il British Museum, custode insuperato di reperti di popoli stanziati ovunque nel mondo, (anche se il suo direttore ha dovuto dare le dimissioni per certi trafugamenti imperdonabili). Se vuoi ammirare la succursale di Atene vai al piano terra, ci sono, per adesso, i marmi strappati da lord Elgin al Partenone e che nemmeno Melina Mercouri è riuscita a farsi restituire con l’aiuto del Boris Johnson formato studente. Se un popolo non ha “quella Storia”oppure è troppo recente, come la loro, la prende inprestito da altri.”
Questo l’esordio delle sue
memorie-esperienza raccolte in un volume. Indicazioni, ironia, indagini e confronti in presa diretta in casa degli ex padroni del mondo. Aveva intenzione di dare alle stampe un secondo volume. Dovrei frugare fra appunti e inediti che mi ha affidato per trovarlo.

Se vuoi saperne di più: memorie-esperienza-indagine
raccolte in un volume.

ti sei innamorato del Sahara?

I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.
Paolo Novaresio

quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

sei stato a Costantinopoli?

VIAGGIO A  CONSTANTINOPOLI
Rispondiamo alla coinvolgente presentazione di Paolo Rumiz affermando che la susina gialla di Istanbul non l’abbiamo trovata anche se quella città esiste proprio come ce l’ha descritta; confinata ora a metà strada fra il ricordo e la fantasia in un Oriente immaginifico e tuttavia reale. Una sorta di sogno ad occhi aperti, ancora fisso nella nostra memoria dopo più di trent’anni. Anche noi siamo stati in quei paraggi, ma la conturbante, misteriosa città di cui egli favoleggia, per noi, viaggiatori in erba, era solo l’ultima tappa di un avventuroso viaggio di ritorno da Kabul.  Ancora oggi ci rimane il dubbio di essere transitati per davvero a Istanbul, luogo scintillante, magico e che l’interminabile golfo, l’acqua scura del Galata sia una visione onirica, preambolo di vicende da mille e una notte. Eppure, esiste davvero e Paolo Rumiz ce lo conferma!

L’opera VIAGGIO A COSTANTINOPOLI scritta dall’abate Giambattista Casti, straordinario viaggiatore del ‘700 incanta e coinvolge; si tratta di un’altra preziosa perla della collana BIBLIOTECA PERDUTA (e ritrovata) edita da IL POLIFILO (casa editrice sfortunatamente estinta da poco). Casti è viaggiatore colto, illuminato, spirito acuto, curioso, che non concede nulla al colore locale. L’accattivante presentazione di Paolo Rumiz è un atto d’amore verso questo luogo magico, preambolo a uno straordinario diario di viaggio. Cosa c’è di così singolare? Il libro vi proietta in un mondo in cui la geografia della cultura, della tradizione e religiosa si confondono. L’altro mondo, la porta di tutti gli Oriente Non c’è bisogno di macchine fotografiche, agenzie di viaggio o dépliant illustrativi. L’abate Casti ci introduce all’interno della motrice di quella poderosa entità politico militare che era l’Impero Ottomano che così tanto ci spaventava. L’abate descrive il carattere dei turchi, le loro case, i riti, l’ordine sociale, la moda, il lusso e la bellezza delle loro donne. Affresco entusiasmante di incredibile vividezza. Come dimenticare il serraglio, le dimore di piacere del sultano e la vita segreta dell’harem, regolato da leggi ferree, da schiere di eunuchi e dalla scimitarra del boia, sempre in funzione. L’autore è un reporter critico, curioso e partecipe a quella dimensione di favola. VIAGGIO A COSTANTINOPOLI è un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, all’interno di un mondo che affascina e che andrebbe letto a fondo, per capire, se non altro, anche il presente. Ecco dalle pagine del libro alcuni irrinunciabili brani:

A pagina 5: La tanto decantata bellezza del prospetto esteriore di Costantinopoli, giunti a portata di goderne si trova più meravigliosa e sorprendente, superiore a qualunque idea avesse potuto preventivamente formarsene. Tutto è piccolo in questo genere in confronto di quella incomparabile prospettiva. Il riverbero di luce che rendono in faccia i dorati minareti delle grandiose moschee, i cipressi, l’altra verdura sparsa tra le case turche di vari colori dipinte, rendono quella prospettiva d’una bellezza non tanto facile a descrivere…. così scrive l’abate:

A pagina 10: La società dei turchi è seria, taciturna e monotona.

Ordinariamente accade vederli seduti gravemente in circolo a gambe incrociate, colla pipa in bocca e sorbendo di tempo in tempo del caffè senza zucchero, passar gran parte della giornata in ozio spensierato e silenzioso. Le donne gelosamente chiuse e custodite nei loro harem, altra compagnia non hanno che dei loro mariti e padroni, delle more schiave e degli schiavi eunuchi….

A pagina 12: Il furto è quasi inaudito tra loro. Aurea qualità tanto più stimabile quanto più rara tra noi.  Si può andare persino di notte coll’oro in mano per la città senza timore che vi sia tolto. La severità del governo su questo punto e il pronto castigo ha colà introdotto questa felice invidiabile sicurezza….

A pagina 26: Nell’harem: …Quella che partorisce il primo figlio maschio è la sultana principale, o la sultana regina, alla quale tutte le altre rendono omaggio;….in quanto alle altre donne che abitano il Gran Serraglio per il piacere del principe, sono alloggiate in dei grandi appartamenti separati gli uni dagli altri, e che non sono aperti se non al Gran Signore. Esse stanno tutte insieme e sono esattamente osservate dagli eunuchi neri che vi sono La gelosia degli eunuchi è sì grande che se s’accorgessero che alcuni di questi giardinieri le guardasse dalle fessure di queste tende, farebbero loro saltar la testa in un istante….

A pagina 32: …All’occasione dei loro matrimoni fanno venire nelle loro case certe compagnie di donne che sono una specie di ballerine di liberi costumi, che ivi ordinariamente dimorano tre giorni continui, divertendo la brigata coi loro motti e atteggiamenti lascivi, al fuoco di timpani e specie di chitarre e piastre di metallo percosse una contro l’altra….

Giambattista Casti, nacque ad Acquapendente (VT) nel 1724. Di famiglia benestante, studiò nel seminario di Montefiascone (VT). A sedici anni, ottenuti gli ordini sacri, iniziò a insegnare Retorica.

Si trasferì quindi a Roma, attratto dai salotti letterari e dalla mondanità capitolina entrando a far parte dell’Accademia degli Arcadi. Partì da Venezia il 30 giugno 1788 e rimase a Costantinopoli venti giorni dal 19 ottobre al 7 novembre, facendo ritorno a Venezia l’11 marzo dell’anno successivo.

c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

c’era l’esotismo? (2)

Sul contenuto del post di Paolo Novaresio del primo febbraio non ci sono dubbi. Svela e precisa alcune cose che io stessa ho provato nei miei numerosi viaggi di lavoro e piacere. La passione per l’esotismo è una malattia come un’altra che produce danni colaterali, quelli elencati da Paolo Novaresio. Tutto vero quello che lui dice, compresa l’amarezza e il ritorno al nostro quotidiano da cui pensavamo di uscire senza pagare il conto. Ma c’è un ma. Ovvero l’altra faccia della medaglia. L’esotismo vero e il fascino che sprigiona l’esotico è solo una conseguenza, la coda di un gigantesco caimano che si annida nel nostro iper protetto e presuntuoso presente e nel futuro high tech. Ovvero ci richiama a quello che siamo o dovremmo essere: uomini.

I postumi della malattia dell’esotico di chi viaggia veramente (non da turista) ma da curioso scopritore di realtà alternative o meglio, complementari alla nostra, sono dettagli trascurabili. Il mondo a due se non a tre velocità esiste davvero e noi apparteniamo al primo, quello più veloce, e rischioso, quello che ci fa camminare sull’orlo dell’abisso. Apocalittico? Nemmeno poi tanto. Lo dicono scienziati, ecologisti e molti altri. Il mondo pattumiera è la nostra attuale realtà, ma non divaghiamo. Il nostro mondo ha bisogno di antidoti, lascio perdere la parola spirituale, perché oggi farebbe ridere, non pretendo tanto. La svolta verde americana si tradurrà veramente in realtà? Ciò che io sostengo è che l’esotismo, compresi i suoi sopportabili danni collaterali ci serve, è indispensabile, comprese zanzare, caldo asfissiante e mercatini stantii etichettati come etici. Non voglio alzare un peana al Terzo Mondo, sarei sciocca, dico solo che I NUTRIMENTI TERRESTRI di André Gide fa più che mai testo, vai a rileggerlo. E con quell’opera quelle di Conrad, London, Faulkner e Chatwin. Loro avevano intuito il valore dell’esotico, in quanto opposto ai nostri alberi e alla nostra vita di plastica. In qualche luogo, quello che piace a te e che sicuramente dopo un po’ ti annoierà, esiste ancora la via di fuga, se l’Esotico sparisse, quello autentico, che ha sperimentato Novaresio, per capirci, avremmo perso ogni riferimento e allora saremmo davvero perduti.
Elisa Barbieri

nel deserto…?

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava. 

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.
Paolo Novaresio

il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore