li incontravamo per strada?

SULLA VIA DELLA SETA IN MOTO
Li ho incontrati quelli come lui. Da soli o in gruppi sparuti e mi chiedevo come facessero a viaggiare da quelle parti, soli soletti. Sulle strade della Turchia, dell’Iran e oltre. Il suo e il mio viaggio che non regge il confronto, visto che la nostra meta era “solo” Kabul, e poi viaggiavo in macchina. Ma questa è un’altra storia. Il reportage di Marcello Anglana ci porta sulla via della seta, in sella a un mostro meccanico di mezza tonnellata, per 26.000 chilometri, da solo, e senza assistenza tecnica, accompagnato esclusivamente dallo sciame di messaggi sms e dall’entusiasmo dei suoi amici che seguivano il suo viaggio. Verso la Russia, attraverso la Siberia, diretto in Mongolia. Una cronaca che mette in risalto questo Marco Polo moderno su due ruote. Marcello Anglana attraversa la Storia, il Tempo, paesi e popoli. Come lui stesso scrive:  – Non ho incontrato semplicemente popoli, ho incontrato la gente, ho incontrato tanti singoli individui, tutti diversi tra loro, ma tutti accomunati dall’entusiasmo, la curiosità, la sorpresa di vedere una persona sola, a cavallo di un veicolo così strano, proveniente da tanto lontano….- La sua è cronaca essenziale, quasi ragionieristica, sullo stato delle gomme della sua moto, la pressione, la fuoriuscita dell’olio dalle forcelle, riporta dove e cosa mangia, dove e come dorme e quanto paga, e poi cosa sogna, ma c’è dell’altro che emerge dalle pagine del suo libro. È la storia di un rapporto con la strada e con il suo mezzo di trasporto. 

Anglana ama la strada e la sua possente Honda, da cui non si separerebbe mai. Un amore corrisposto, visto che la moto, pur ferita, e anchilosata, non lo tradirà lasciandolo per strada. Nulla a che vedere con il libro cult LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA di Robert Pirsig in cui si legge: “La motocicletta non è altro che un insieme di concetti realizzato in acciaio. In realtà non c’è pezzo, non c’è forma che non sia uscita dalla mente di qualcuno…quanto all’acciaio, accidenti, persino quello è uscito dalla mente di qualcuno. In natura l’acciaio esiste al massimo in potenza. Ma cosa vuol dire in potenza?…” No, non è di questo tenore il libro di Anglana, il suo è un reportage che nulla concede alla metafisica o alla narrazione. Non è uno scrittore o un filosofo, è un uomo normale, come me e te, di Lecce, funzionario dell’Agenzia delle Entrate che ha due passioni oltre alla famiglia: la strada e la moto. Queste sì che lo fanno sognare. L’oggetto esclusivo delle sue attenzioni è la super Honda, una gigantessa da governare e accudire. La blandisce, le parla, la accarezza, la fa sorvegliare di notte, la ama di un affetto esclusivo e geloso. Guai a chi la tocca senza il suo permesso. La moto diventa così non un semplice mezzo ma la sua partner esclusiva con cui andare a visitare genti, città, paesi remoti.

Cavallo d’acciaio intoccabile e indispensabile per realizzare il sogno sulla strada, luogo da raggiungere a ogni costo. Inconcepibile per l’autore rinunciare al ritorno a cavallo della sua Honda, seppur ferita. Emozionante l’incontro coi pastori mongoli a cavallo. Anglana ha realizzato l’avventura possibile (come si legge nel forum di Giannipiuma. Anglana sa cosa vuole: un favoloso arco fatto a mano, ad esempio, e sa dove recarsi per comprarlo. Gran viaggiatore ma soprattutto gran motociclista. Noi sappiamo quali sono le insidie che si annidano in quelle strade, a cui lui solo velatamente accenna. Anglana è assimilabile al velista che attraversa l’oceano. È capace di non attardarsi, di non distrarsi, di non lasciarsi prendere da troppe emozioni. Deve infatti tornare sulla strada. “Per me è importante,” scrive Anglana “…per concludere un viaggio, tornare al punto da cui sono partito, a casa mia. E ci tornerò con la mia moto, anche stavolta, almeno ce la metterò tutta. Anche io completerò la mia missione come Michele Strogoff….” Il volume è ricco di informazioni, note di viaggio, dettagli. Ancora una piccola perla, da chi l’avventura ce l’ha nel sangue e l’ha corsa davvero.

Charles Darwin acchiappava mosche?

DARWIN  L’ACCHIAPPAMOSCHE
Ha 22 anni quando si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili. Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo. Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri.

Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’ uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore. Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità per altri versi. È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralascio qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Perché è così importante la sua testimonianza? Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, ma per ora non sono ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e a capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione. La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile. Fra le innumerevoli meraviglie annotate

durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601.  (pag 94) Così inizia Charles Darwin nella prima pagina del suo libro: Dopo essere respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo. Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:
Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte ad offrire il più disinteressato aiuto. In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. (quello che ha visto Darwin per noi è ormai perduto da un pezzo).

alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

Prima di recarvi in Olanda potreste fare una cosa intelligente

consultare Internet, leggere riviste specializzate o farvi raccontare da chi c’è già stato, ma vi mancherà comunque qualcosa di essenziale. Prima di recarvi in Olanda potreste fare una cosa intelligente

Leggere le sette lettere inviate in Italia dal rabbino di ascendenza ashkenazita Yacob Rafael ben Simchah Yudah Saraval, nato si presume verso il 1707 ad Adria, autore, come leggiamo nella presentazione di Pier Cesare Ioly Zorattini, de VIAGGIO IN OLANDA 1737-1771. EDIZIONI IL POLIFILO. L’Olanda vista da un viaggiatore sensibile e attento, inviato in loco col delicato incarico di chiedere un mutuo in favore della comunità ebraica di Venezia a quelle dell’Aja, Amsterdam e Londra. Di qui il succinto libretto, con le lettere di Saraval, che mette in risalto la peculiarità del paese delle dighe e dei tulipani, il carattere e l’ostinazione degli Olandesi e molto altro ancora.

Fa parte della serie di veri e propri  viaggi nel Tempo inaugurati dalla casa editrice EDIZIONI IL POLIFILO.

VIAGGIO IN OLANDA è denso di notizie sul clima, le città, la cura dei poveri, i concerti di un giovanissimo Mozart di passaggio. Aspetti colti da un viaggiatore illuminato che sa cogliere la specificità e la grandezza di quel paese, basato sulla quiete sociale, la pace, la prosperità economica e la tolleranza. L’Olanda fu infatti una delle mete privilegiate a ospitare gli ebrei perseguitati dagli iberici.

Dalla presentazione:

Il viaggio in Olanda costituisce una meta quasi obbligata per i viaggiatori europei del Settecento nel Grand Tour verso Occidente. Da Montesquieu a Diderot, solo per citare alcuni grandi, ci restano pagine indimenticabili sul loro soggiorno nei Paesi Bassi. Ma, nonostante, il mito dell’Olanda, sorto alla fine del Cinquecento con l’affermarsi della Repubblica delle Province Unite, fosse ancor vivo nel Settecento, si tratta di resoconti e impressioni a volte contrastanti. Montesquieu, che giunse ad Amsterdam nell’ottobre del 1729, ne tesse un elogio incondizionato, di tutt’altro avviso Diderot che visitò la oland 2città nel 1773 e nel 1774….

Trecento anni fa così scriveva il famoso rabbino illuminista a un anonimo amico italiano:

Nella lettera Prima:

…I vapori e le nebbie, che si levano spesso da continui canali ond’è tagliato il paese, ne rendono l’aria grossa ed umida. Da ciò derivano le febbri ed altre infermità cui sono soggetti quegli abitanti;

…l’Olanda non somministra che del butirro e del cascio; ma se vuoi aversi riguardo alle utili manifatture di queste provincie, che ne ricavano i materiali da altre nazioni, e se si considera il loro vastissimo commercio, si può riputare l’Olanda come il magazzino, il fondaco universale d’Europa….

Nella pagina seguente:

...Gli Olandesi passano per persone di poco spirito, e per verità si prendono poca pena di secondare le usanze moderne, contentandosi di un modo di vivere sempre uniforme, e noioso per ogni altro che per un olandese. Il loro più gran talento è quello di procurare con un’industria impareggiabile tutto ciò che può essere di vantaggio al loro interesse. …

Nella lettera seconda:

…Edifizi pubblici pomposi e molto magnifici si vedono in questa città, le case della medesima per la maggior parte annunziano la ricchezza degli abitanti; le strade bastantemente eguali, li canali che poco differiscono gli uni dagli altri in lunghezza, larghezza e bellezza, gli alberi piantati tutto intorno offrono un bel vedere ed una dolce ombra alle strade spaziose ed alle pulitissime case; la quantità de ponti dai quali le case si scoprono, li alberi, le acque, le barche, vascelli e altri legni a perdita di vista, rendono Amsterdam un soggiorno deliziosissimo e bello…

Nella lettera terza:

…Si trovano in Olanda come altrove donne belle e brutte, ma qui in generale sono bianche, grande e ben fatte, però cogli occhi bianchi e cattiva dentatura, trovandosi raramente chi l’abbia bianca; non so se procede dalla quantità di tè che bevono, come alcuni credono, ma parmi più ragionevole di pensare che ne sia cagione il clima umido e le cattive esalazioni delle acque ferme, che causano….

Nella lettera quarta:

...I divertimenti delle sere d’inverno sono i teatri ed i concerti, de quali i più stimati sono quelli  che si godono nella sala del maneggio, vicino alla porta di Leindon; ivi si prestano spesso i più valenti professori di musica, che si sentono maestrevolmente qualche istrumento suonare; colà fu che mi trovai allorquando si presentò un giovinetto tedesco dell’età di otto anni e mezzo, chiamato Musar, (*)  quale era di già gran compositore di musica, e fece restare ognuno ammirato della sua grande abilità e delicatezza nel suonare il gravicembalo….

(*) si trattava di Wolfgang Amadeus Mozart

I miei lavori su Amazon

Soffrite il mal di mare e siete colti dalla nausea?

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Vi piacerebbe cavalcare in Patagonia? Avete un debole per le dormite all’aperto? O ve ne state col naso all’in su a rimirare le stelle? Collezionate scorpioni, locuste, mosche e pangolini da esibire in soggiorno? Se la risposta è affermativa questo è il viaggio che fa per voi.  È un po’ lungo visto che dura cinque anni, ma ne vale la pena; mica  dovete sovvertire la teoria dell’evoluzione delle specie.
Qualcuno lo ha fatto prima di voi, qualcuno che scrive:

…Dopo essere stato respinto per due volte da un forte vento di sud ovest, il Beagle, un brigantino armato di dieci cannoni e comandato dal capitano Fitz Roy della Royal Navy, è finalmente salpato da Devonport il 27 dicembre 1831…

È un prete mancato di ventidue anni il ragazzo che si imbarca sul brigantino Beagle e per cinque anni vaga intorno al mondo. Soffre di capogiri e di nausea causati dal mal di mare; cinque interminabili anni durante i quali Philos, il filosofo della nave nonché acchiappamosche, come veniva scherzosamente chiamato dai marinai del Beagle, riempì il ponte di coperta della nave di insetti, rospi, uccelli e conchiglie fossili.
Il capitano Fitz Roy e gli altri ufficiali a bordo lo ricorderanno come un giovane scherzoso e affabile che a sua volta sarà riconoscente per la cortesia e pazienza dell’equipaggio. Il suo nome? Charles Darwin, il naturalista che rivoluzionerà la teoria sull’origine delle specie e dell’uomo.

Phylos, l’acchiappamosche verrà letteralmente stregato dalle Galapagos. Le 14 isole che Herman Melville descriverà come incantate e che per Darwin saranno il mistero dei misteri. Come scrive Pino Cacucci nella sua densa introduzione nel libro: Darwin, l’origine delle specie. L’origine dell’uomo e altri scritti sull’evoluzione, pubblicato da Newton Compton editore.

Il messaggio di Charles Darwin, al di là degli esiti rivoluzionari dei suoi studi, risulta di sconcertante attualità.

È il viaggiatore che spesso prende il sopravvento sullo scienziato, animato da insaziabile sete di conoscere. Giovane di eccezionale talento, curioso e innamorato della complessità della natura che sta indagando. Un turista che dorme, quando occorre, all’aperto, ammirando il cielo stellato, camminando per ore sui sentieri impervi della Cordigliera andina, attraversando orridi crepacci, e al galoppo per i deserti della Patagonia. È alla tavola dei gaucho e in mezzo a indigeni piuttosto selvaggi su isole maledette dalla natura, tanta è la loro desolazione. Tralasciamo qui la portata rivoluzionaria della sua ricerca, accennando solo alla sua negazione totale di qualsiasi entità divina o semplicemente trascendente a presiedere origini, sviluppo e causalità degli esseri viventi. Ex credente nella verità rivelata e nella Sacra Scrittura, mancò poco che si facesse prete. Colgo qui l’occasione per dire che non sono affatto d’accordo con Darwin, quando esclude qualsiasi intervento non umano nella sua indubitabilmente grandiosa teoria. Non è mica cosa da poco negare in ogni modo l’ultraterreno,  vi pare?

Perché risulta così importante la sua testimonianza?

Perché, a prescindere dagli esiti della sua rivoluzionaria tesi, lui vede per l’ultima volta il mondo antico, quello che ha ospitato e nutrito sino a quell’istante bestie e umani per migliaia di anni. Darwin vedrà paesaggi già più volte visitati da altri ma non ancora contaminati, e sarà per l’ultima volta. Nuovi mondi sono in procinto di formarsi, non ancora in grado di esportare i loro modelli di sviluppo e la capacità di stravolgere l’ambiente per sempre; fatta eccezione per la cultura spagnola che aveva pensato bene di sradicare alle fondamenta le antiche civiltà del Sudamerica. Devastazioni di uomini e delle loro civiltà, com’era avvenuto in passato per imperi e culture. Di devastazione dobbiamo parlare, di quelle che Darwin ancora non vede. Gli occhi del ventiduenne scrutano, infatti, paesaggi e nature primeve, foreste impenetrabili, coste e isole non ancora avvelenate da prodotti e sistemi provenienti dalla rivoluzione industriale. Quella data fa da spartiacque, il mondo ancora vergine che ha conosciuto solo la contaminazione dei popoli, ma la terra, che parla ancora il suo linguaggio ancestrale, mostra generosamente al giovane esploratore acchiappamosche, le sue meraviglie, le immense pietraie, i picchi della cordigliera, le metafisiche vastità della Patagonia, e poi rocce vulcaniche, colline di basalto e granito, sabbie di conchiglie e quindi atolli corallini vivi e in espansione.

La terra visitata da Darwin è un libro aperto sulla grande casa, intatta ancora per poco tempo. Un libro che diventerà introvabile per le future generazioni.

Fra le innumerevoli meraviglie annotate durante il viaggio dallo scienziato-reporter c’è un alberello dall’ambigua e stupefacente natura. Cresce in mezzo al mare e si chiama Virgularia. L’albero, infatti, è per metà anche un grosso verme piantato nel terreno, scoperto dal capitano Lancaster, nel suo viaggio del 1601. (pag 94)

Così continua a scrivere Charles Darwin nella prima pagina del suo libro:

… La spedizione aveva lo scopo di completare il rilevamento, iniziato dal capitano King negli anni dal 1826 al 1830, della Patagonia e della Terra del Fuoco e di effettuare quello delle coste del Cile, del Perù e di alcune isole del Pacifico; infine, di eseguire una serie di rilevazioni cronometriche intorno al mondo.

Siamo giunti il 6 gennaio a Tenerife, ma non ci è stato permesso di sbarcare, perché si temeva che portassimo il colera. Il mattino dopo abbiamo visto spuntare il sole dietro lo scosceso profilo dell’isola Gran Canaria, ed illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le zone più basse erano velate da leggere nubi. Questo è stato il primo di una lunga serie di incantevoli giorni, che non potrò mai dimenticare. Il 16 gennaio 1832 abbiamo gettato l’ancora a Porto Praia, presso Santiago, la principale isola dell’arcipelago di Capo Verde….

Scrive ancora Pino Cacucci alla fine della sua introduzione:

Nelle ultime righe Darwin consiglia di non starsene chiusi nel proprio microcosmo e non temere di affrontare l’ignoto, perché viaggiare insegnerà la diffidenza, ma anche al tempo stesso quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno più contatti, e che tuttavia sono pronte d offrire il più disinteressato aiuto.

In queste poche frasi c’è l’essenza del fascino che infonde il viaggio negli esseri umani, quelli aperti all’esperienza e pervasi dall’insopprimibile, salutare curiosità di sapere cosa vi sia al di là dell’orizzonte. 

 

Sulla grande Africa

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?

di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo? Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza

I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.

Quaderni d’Africa

di Paolo Novaresio

CANTO PER L’AFRICA

1.

È l’alba. Le piccole orme della volpe pallida spiccano nitide sulla sabbia gialla. È venuta nell’ora più buia della notte, ha bevuto l’acqua e mangiato le noci di cola, poi si è trattenuta a lungo all’interno del riquadro sacro, spostando gli stecchi di divinazione sistemati dall’indovino. Per suo volere, dalla polvere prenderanno forma i disegni divini, così svelati agli uomini. Fu Volpe a fecondare per la prima volta la Madre Terra, sola e senza il conforto vitale della parola, dando forma e contenuto al vuoto immobile in cui giaceva il mondo. La domanda è stata posta nel modo giusto, il responso è stato chiaro: col consenso degli antenati presto cadrà la pioggia e l’acqua riempirà i canali di irrigazione fra i campi di miglio e cipolle, salvando il raccolto. Il vecchio indovino Dogon scruta l’orizzonte polveroso verso il Sud, oltre la grande piana di sabbia ed erba gialla. Le nuvole nere, cariche di pioggia, verranno di laggiù, annunciate da un odore pungente di terra e alghe. Il sole si alza lentamente nel cielo lattiginoso. Le prime luci proiettano sulle rocce l’ombra dei tetti appuntiti dei granai in terra cruda. Anche le voci dei bambini sembrano zampilli d’acqua fresca stamattina, tra le case del  villaggio di Irelì, Falaise di Bandiagara, Mali.

2.

Fa troppo freddo, stamattina è un giorno crudele. Per tutta la settimana il termometro è sceso sotto lo zero, ogni giorno. Le Colline dell’Acqua Bianca sono coperte di brina e sopra la città incombe una nube di fumo denso e nero: laggiù, fra le distese senza fine di baracche di legno e lamiera, si brucia di tutto per scaldarsi, anche i copertoni. Questo inverno sembra non finire mai, se non si ha una casa. Sylvia una casa ce l’ha, o almeno una parte: manca il tetto. Ci sono voluti due anni di attesa, fasci di documenti in tre lingue diverse, code interminabili: poi, improvvisamente, l’assegnazione. Ma dei soldi stanziati dal governo non restava più nulla: spariti nelle tasche di qualche funzionario disonesto. Niente soldi, niente lamiera ondulata, niente tetto. Equazione elementare, sorry. Solo quattro muri di cemento grezzo e, sulla testa, il cielo. Un uomo in giacca e cravatta, dietro il vetro di un ufficio polveroso, le ha detto che deve attendere ancora, ma è questione di poco.  Quanto?  pensa Sylvia  Quanti giorni, o mesi, o forse anni? E con uno stipendio da donna delle pulizie, ottocento rand al mese per tre giorni alla settimana di lavoro garantito, due figli e un marito disoccupato, riuscirò a pagare l’affitto? I cumuli di detriti minerari, colline squadrate di polvere giallo limone, sembrano blocchi di ghiaccio. Il taxi collettivo abbandona il confine di Soweto per inoltrarsi fra i viali alberati dei sobborghi residenziali di  Johannesburg, Gauteng, Sud Africa.novaresione 1

3.

I leopardi stanno in cima alle colline, ma ne sono rimasti pochi per fortuna. Con la guerra sono arrivati i kalashnikov dall’Angola, un fucile per due vacche, e gli Himba ne hanno approfittato per far fuori i predatori. A dire il vero, oltre alle loro mandrie, nella boscaglia è rimasto ben poco su quattro gambe. La guerra è finita da un pezzo ormai, e i due bambini ne hanno solo sentito parlare dai genitori. Quattro anni uno e sette anni l’altra: sono stati lasciati qui, presso la sorgente, a sorvegliare gli agnelli. Il posto più vicino con una parvenza di civiltà è ad Epupa Falls, quattro ore di cammino tra pietraie insensate. Non ci sono capanne, né ripari provvisori, né ombra degna di questo nome: appesi ad un alberello senza foglie alcuni vasi per la mungitura, una cetra, un coltellaccio nel fodero di legno, una zangola e pochi altri utensili. I pastorelli dormono con gli animali, all’aperto, su due stuoie di pelle di capra. La bambina non sorride mai, parla sottovoce e si muove con passi di danza. E’ bellissima. Guarda con indifferenza i miei scarponi da montagna, grossi e pesanti. Camminare è un’arte di leggerezza quaggiù, nella valle del Kunene, Kaokoveld, Namibia.

4.

William Lepukei è uomo di due mondi. E’ un Turkana ma capisce i wazungu, i bianchi, e da anni lavora con loro, accompagnandoli lungo i sentieri impervi del deserto di lava e assistendoli nelle loro occupazioni. Alcuni cercano gli animali-pietre, i fossili di cui la zona è ricchissima, altri vengono a censire gli uccelli migratori  che fanno sosta sul lago, altri ancora semplicemente a fare i turisti. C’è chi ha i soldi e chi no, Lepukei ha imparato anche questo durante gli anni: i wazungu non sono tutti uguali. Gli anni passano, Lepukei ha le tempie grigie e sempre lo stesso problema: come sbarcare il lunario. Oggi, per esempio, non sa cosa mangerà. Solamente pensare al pesce, l’unico cibo sempre disponibile, gli dà la nausea: vorrebbe della carne, ma al solito ha le tasche vuote quanto lo stomaco. I bei tempi dei grandi safari a piedi sembrano essere tramontati; il Grande Progetto annunciato, che dovrebbe cambiare la sua vita e portare nuova linfa a tutta la regione, non arriva mai. I soldi degli aiuti per l’Africa sono bloccati in Europa da anni, nessuno sa perché. E’ un mondo di iene e nessuno meglio di Lepukei sa cosa ciò significhi. Le cose sono peggiorate, tutto costa ogni giorno di più, tirare avanti è sempre più difficile nella maledetta Loyangallani, sponda orientale del lago Turkana, Kenya.

5.

Un piede davanti all’altro, quarto della fila. Sessanta dromedari, sei uomini, tre tonnellate e mezzo di sale in pani a forma di cono. Assenza totale di paesaggio, niente a cui lo sguardo esausto possa aggrapparsi. Alla sete non bisogna pensare. E’ il lavoro dei Tuareg, la carovana. Il sole scompare, ingoiato dall’ orizzonte piatto. Calano le ombre della sera. Oltre il cerchio di luce del fuoco, nel buio nulla, danzano i djenoun, gli spiriti del deserto, burloni e maligni. Suo padre ci credeva e li temeva. Lui, Mamoudane, non ne é più sicuro: la terra scricchiola e si muove la notte, questo è vero, e all’orecchio non si può mentire. Ma saranno davvero i djenoun? Suo figlio, che ha studiato e lavora alle miniere di uranio di Arlit, gli ha spiegato che quei rumori sono provocati dalla differenza di temperatura tra il giorno e la notte. La terra si contorce, allora, come fosse viva. E non è la stessa cosa? Sia quel che sia, conclude Mamoudane, non ci sono buone ragioni per lasciare il campo e addentrarsi nel vuoto minerale dell’Adrar Bous, deserto del Tenerè, Niger occidentale.

di Paolo Novaresio

L’uomo con la valigia