Isabel portava le treccine? Ora scrive “prosa poetica”

Sai cosa diceva Flaubert nelle sue “Memorie di un pazzo” a proposito della Poesia? Questo diceva: Noi restiamo a terra, su questa terra gelida che soffoca ogni fiamma, che smorza ogni ardore! Per quale scala tornare dall’infinito alla realtà ? Fino a che punto la Poesia può abbassarsi senza morire? Come imprigionare questo gigante che abbraccia l’immensità?

Mica l’ho scritto io, la frase è di Gustave Flaubert, come dire: uno che la sapeva lunga sulla Poesia. Gigante che abbraccia l’immensità: mitico, francesissimo Gustave! E Poesia sia! Ma nel mio ultimo post sulla Poesia ho promesso di non deludere chi mi segue, senza parlare a vanvera e voglio dunque portarti prove tangibili, concrete, esse sono necessarie per convincerti di quanto sia indispensabile che tu ricordi di quando c’era (e c’è tuttora, come inderogabile necessità di espressione) la Poesia e di quanto oggi sia raro riconoscerla e coltivarla. Ma c’è qualcuno che lo fa, senza clamore, lontano da atteggiamenti presuntuosi. Succede spontaneamente, e con sorpresa. Si dice dei giovani, ci si lamenta dei giovani, a volte a ragione, spesso a torto; fumano, bevono, si stordiscono, trascurando gli studi, eccetera, i giovani dovrebbero essere il futuro e invece guarda che roba. Ma i giovani sono il futuro. Eccone un esempio. Quando Fernanda mi dice: Leggi se vuoi, e quando hai tempo poi mi dici cosa ne pensi. Non mi piace dare pareri, nemmeno ad amici. Poi rileggo e infine le chiedo: Ma chi è che scrive così ? Mia figlia. dice lei. Tre pagine in tutto che lasciano tuttavia perplessi. Isabel, che ho visto bimba con le treccine e la lingua fuori, intenta a disegnare e colorare una margherita, ora scrive liriche. Animo sensibile, introverso, e riflessivo, indovino io, come quello dei poeti autentici. Squarci lirici che giungono a illuminare una età difficile come quella degli adolescenti (sono sempre problematiche le stagioni verdi della vita). Ecco quello che Isabel scrive presentando prima sé stessa:

Sono Isabel Ibrahim, ed ho quindici anni e mezzo. In questo momento sto frequentando la terza liceo scientifico, o per meglio dire, devo ancora iniziarla. Ho deciso di scrivere queste prose poetiche in seguito a degli attacchi d’ispirazione creativa. La scrittura mi è sempre piaciuta fin da piccola, e la fantasia per me non è di certo un problema. Quando sarò cresciuta ed avrò trovato un buon lavoro (spero nella medicina), cercherò di esprimere al meglio le mie idee su carta e penna. È ovvio che io non mi aspetti né del successo né nell’immediato, spero solo di rincuorare delle persone attraverso la lettura di quanto ho prodotto. 

ALBA
Sono le sei. Il sole sorge, ed io osservo i suoi raggi colorare il blu. Intanto penso alla vita che si sveglia, alle persone che in questo momento sono pronte a ricominciare. Molti che in questo momento stanno ancora dormendo, chi invece a quest’ora e già andato: molti che di dormire non ne hanno voluto sentir parlare, tormentati dal tutto e dal niente. Altri che si stanno finalmente abbandonando al riposo, perlopiù
amanti, che soltanto sotto lo sguardo amorevole della Luna si sono potuti sognare. Persone che non hanno potuto vederla, quest’alba: altri ancora che sono nati col suo calore, portandone a propria volta nel petto di chi li ha accolti nel mondo; altri che non hanno mai potuto vederne il colore. Altri che sono ormai dispersi nelle ombre, sebbene la luce possa ancora frastagliare le loro membra ed incastonarsi nelle sfumature delle loro iridi; altri che insieme al Sole rinascono ogni dì e si spengono all’arrivo della notte, pronti ad un nuovo inizio. E così osservando le ultime stelle lasciare spazio a quella più imponente tra loro, ascolto i primi suoni della città, dove ogni tipo di vita è presente; ed anche se a volte in conflitto con le altre, si sa che la vera lotta è contro se stessi e solo quando ce ne si accorge allora sì che ci sarà l’alba anche nel proprio cuore.

PIOGGIA 
Una sola parola con un solo significato noto sul dizionario. Ecco cosa sono. Si sa cosa voglio dire, cosa posso portare, in bene ed in male, si sa quando posso arrivare, ma non si sa mai quando smetterò di cadere. Si sa, sono acqua, puro e semplice liquido vitale sotto forma di goccia, che scende a ritmi irregolari dal cielo, bagnando il suolo, o ciò che verrà investito al suo posto. Tutte cose banali, semplici, pratiche, risapute, inutili a ripetersi. Eppure molti non sanno chi è la pioggia. 
C’è chi mi chiama ‘meraviglia del creato’, ed io, arrossendo per questi complimenti, persisto nel bagnare il suolo, per lasciare un po’ di gioia a chi mi apprezza; chi si incanta osservando le mie nuvole, trovandole più interessanti e maestose che mai; chi di me non se ne fa nulla, e continua la sua corsa, nonostante le mie gocce si infrangano sulle sue vesti; altri che invece, appena sentita la notizia del mio arrivo, si alterano, prendendosela con me perché ho rovinato i loro piani; altri ancora che con la mia vista si rattristano, perché il mio grigiore li fa star male, ed è in quel momento che le mie nuvole si dissipano per lasciar spazio al sole, non volendo togliere il sorriso a quelle dolci creature. Ma chi è veramente la pioggia? 
Molti filosofi mi hanno paragonata alle lacrime, poiché la mia immagine appariva loro come lo scivolare del fiele bagnato sulle guance. 
Molti pensano che io non abbia un sapore, un odore, un suono, un tocco, un colore. Eppure, io un colore ce l’ho. È quello dell’arcobaleno quando il sole irradia le mie pozzanghere; è quello degli ombrelli quando le mie gocce si frastagliano su di essi; è quello di tutte le pelli che verranno colpite; è quello trasparente delle finestre, che quando mi permettono di sostare sul loro vetro, riesco a vedere le stanze che stanno proteggendo. 
Ho anche un sapore, e non è solo quello di smog o sabbia, ma anche quello che nessuno riesce a percepire: quello di una cioccolata calda stretta tra le dita per scaldarsi; è quello dell’amore che si consuma sotto il mio bagnato abbraccio, e quando, per aiutare qualcuno ad amarsi in silenzio, diminuisco la mia cadenza, per non disturbare le anime che stanno sugellando il loro sogno. 
Ho anche una varietà infinta di odori, dal solito di erba bagnata, fino ad arrivare al meno comune di torta appena sfornata lasciata a raffreddare al vento. 
Ho
persino un tocco, che può essere vellutato sulla pelle, o spigoloso sul suolo. Il mio tocco può anche rendere scivolose le superfici, e molte volte vorrei che non fosse affatto così. Ho udito tante cose quando il terreno era scivoloso, e dalle risate per chi cade nel fango con i suoi amici, si può giungere anche ai clacson prima di un incidente.  
In ultimo ho un suono, che varia, davvero tanto: vaga dai miei tuoni che spaventano i più fragili, alle canzoni suonate sotto la mia vista, perché ciò dona un senso di libertà. Nei miei suoni, però, ne esistono anche di peggiori: rumori di spari, urla di dolore attutite dal rombo dei miei tuoni, ed il sangue che viene lavato via dalle mie carezze, come per celare un oltraggio, mentre il buio della notte protegge chi ha sofferto. 

Ciò che nessuno sa è anche un’altra cosa: posso soffrire. Soffro durante i funerali, e li accompagno, per permettere a chi non si vuole mostrare di nascondere le sue lacrime dietro le mie. Soffro quando due amanti si lasciano, quando altri si uniscono ma so che così patiranno e basta. 
Posso provare preoccupazione, ed angoscia. Lo posso fare, specialmente quando una confessione sta per squarciare l’atmosfera più di quanto non lo facciano già i miei lampi. Divento preoccupata nell’osservare le strade bagnate, sperando che nessun albero ceda alla mia forza ed interrompa il viaggio di qualcuno. 
Però, a mio modo, io posso anche gioire per molte cose, piccole o grandi che siano. 
Divento
felice, ad esempio, nell’osservare il disegno di un bambino, mentre sosto sulla finestra posta accanto a lui. 
Lo sono anche quando un progetto ambizioso viene portato a termine nel migliore dei modi. 
Gioisco sapendo di essere la causa di molti sorrisi, specialmente quelli dei cani, quando cominciano a fiutare il mio odore nell’aria. 
Sono felice quando qualcuno mi dedica delle poesie. Quando qualcuno si mette a ballare nella gioia più sfrenata mentre io accompagno il loro ritmo col mio scroscio. 
Posso essere tante cose, nel bene e nel male, basta sapermi conoscere a fondo: alla fine sono soltanto una lacrima del cielo.  
Ecco chi sono. 

Una nuova poetessa all’orizzonte? Una nuova Joan Baez, Emily Dickinson, Gertrude Stein, Anna Akhmatova, Christina Rossetti, una delle tre sorelle Brontë o Sylvia Plath? solo il tempo lo dirà a proposito di Isabel. Tutta farina del suo sacco? Non c’è motivo di dubitarlo. Poesia, che sgorga naturale come da una polla d’acqua quella di Isabel, e tremendamente matura. Come puo esserlo il sentimento di una giovane che non va a ballare in discoteca e che preferisce riflettere, stando china sulle pagine dei libri, ispirata da ciò che LA PIOGGIA le suggerisce. Ce n’è bisogno di ragazze come Isabel, alla quale auguriamo ogni successo scolastico e artistico. Dicendo agli scettici che poesia e lirica non moriranno mai. Come la prosa poetica di Isabel insegna.

La mia vita è cominciata con un blog

"Il viaggiatore vede quello che vede, il turista vede quello che vuole vedere" Gilbert K. Chesterton

Ho esagerato!? Certamente. Ma soprattutto incongruo, se considerate che il fatto risale a decine di anni fa e internet non era nemmeno nel limbo delle grandi rivoluzioni

– Vai a vedere questo tizio cosa vuole; è giù nell’atrio. Dice di essere un vero malese. Non come lo sceneggiato della televisione.- Sibila il capoufficio del marketing. – Se non è matto portalo in redazione. Magari ci scappa un articolo. –

Matto non era Jimmi Naidu; un tigrotto della Malesia in carne ed ossa che mi si para davanti con un sorriso obliquo, protestando la sua origine e dicendo:- Kabir Bedi è indiano, non può fare Sandokan alla tv. Sai? Io sì, io della Malesia, tu sai?- e un breve fischio aspirato concluderà quella e molte altre frasi successive.

Il blog di Mario Paluan, così mi chiamo, inizia idealmente dall’incontro con Jimmy, nell’atrio del quotidiano LA STAMPA, una mattina di aprile del 1976. 37 anni fa vi avrei messo così al corrente degli sviluppi, peccato che mail e blog dovevano essere ancora inventati. Da lì comunque inizia una delle mie numerose vite. Il blog c’è adesso e parte proprio da quella vicenda.

Non c’erano dubbi sulle origini di Jimmy; il suo sguardo penetrante ti scrutava e non riuscivi a indovinare quello che avrebbe detto o fatto un minuto dopo. Ci frequentammo il tempo sufficiente per progettare il viaggio dei viaggi, sorta di sogno occhi aperti on the road per gli irrequieti giovani di allora.

La misteriosa Kabul divenne la meta designata, col nome annidato su una  vecchia carta geografica.

Ma non so nemmeno io perché proprio Kabul. –Mi piacerebbe davvero andarci- dissi, dopo una piccantissima cena malese a casa sua. –Tu vuoi andare là, vuoi?  Tu, eh? Andiamo!- Disse col suo fischio aspirato. E partimmo dalla sua casa di corso Belgio a Torino, con scatole di pomodori e spaghetti e la voglia di avventura che andava a mille, a bordo della sua Citroën con famiglia al seguito.

A proposito, se non avete necessità inderogabili, sempreché gli Iraniani vi facciano varcare la frontiera verso l’Afghanistan, pensateci bene prima di tentare il viaggio. È facile immaginare il genere di ostacoli che incontrereste oggi. Gli anni ’70 sono finiti da un pezzo e poi di tigrotti della Malesia come Jimmy, che oggi gestisce un raffinato ristorante a Torino, si è perso lo stampo. Qualcuno di voi è per caso andato da quelle parti?

Da quel viaggio, diciamo così, alquanto accidentato, è stato tratto un ebook; Verso Kabul edito da Premedia, 37 anni dopo.

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