giocavi d'azzardo?

Indovina qual’è l’attivitá principale svolta a Roulettenburg? Indovinato! Si gioca alla roulette. Chi l’avrebbe mai detto?! E chi gioca alla roulette fino a perdere la camicia e poi a rifarsi un patrimonio e infine a perderlo per poi continuare a giocare e a vincere di nuovo, eludendo anche l’amore? Nientemeno che il grande  Фёдор Михайлович Достоевский, ovvero Fyódor Mikháylovich Dostoyévskiy, o meglio il suo io diventato il personaggio del precettore, alias Aleksej Ivanovič. Il libricino l’ho letto in edizione leggi e getta, stampato su carta che fa ribrezzo, in una di quelle edizioni omaggio che ti rifilano coi giornali e che poi perdi per strada. Capolavoro indiscusso dello scrittore russo Dostoevskij, Il GIOCATORE, scritto per amore o per forza, in ventisei giorni, forzato dall’editore da un contratto capestro, mette a nudo l’animo del grande Fyodor, afflitto da coazione onanistica, cosí definisce Freud la smodata dedizione o fissazione per il gioco d’azzardo. Un’opera che ha anche il pregio di illustrare, via via, alcuni caratteri nazionali europei, i “polacchini”, ad esempio, non ci fanno una gran bella figura, sempre a bisticciare fra loro, ai fianchi della nonna, giocatrice folle e a riempirsi le tasche del suo denaro, conseguente alle sue vincite.

Attraverso questi bizzarri personaggi, i quali non mostrano di essere troppo dissimili dal vero, ovvero non troppo romanzati, si dipana una storia d’amore, intrigo, sotterfugio e di follia per il gioco d’azzardo. De Grieux, ad esempio, il francese, e come tutti i francesi allegro e gentile quando occorreva e gli conveniva, ma insopportabilmente noioso quando mancava la necessitá di essere allegro e cortese. Il francese è di rado cortese per natura; lo è sempre, come a comando, per calcolo. (parola di Dostoevskij, io non c’entro) uscendone con la reputazione compromessa, l’arrampicatrice fascinosa e accalappia dote, ovvero la cinguettante Blanche, difficile al suo riguardo trovare una categoria di persone piú calcolatrici, piú avare, e piú spilorce di quella cui apparteneva mademoiselle Blanche, scriverá l’autore. Blanche troverà il modo di cavarsela sempre, in virtú del suo irresistibile fascino parigino, e poi il timido e saggio inglese, Astley che davvero si fa onore in questa turbinosa vicenda fatta di colpi di testa e giocate folli, quindi la nonna russa che doveva tirare le cuoia e invece sta meglio in salute della combriccola che la vorrebbe defunta, affamata della sua cospicua ereditá, sino allo smarrito generale, suo nipote, ma, purtroppo per lei e per la combriccola, rimarrá in bolletta al tavolo da gioco…La nonna, sino a che non ebbe perduto tutto, godette per l’intera giornata, presso i croupiers e presso i dirigenti del Casinó, di una palese autoritá e infine il precettore russo, divorato dal demone del gioco della roulette, autenticamente tarato e succube del gioco d’azzardo, al punto che preferirá all’amore di Polina, della quale era ed è perdutamente innamorato, continuare a giocare, e ancora a giocare. A seguire una frotta di personaggi russi davvero unici, salvo poi scoprire che i russi devono essere davvero come ce li descrive il famoso autore. EKATERINA SINELSHCHIKOVA, che di Russia se ne intende, su Russia beyond, scrivendo di Dostoevskij riporta un suo pensiero: “Sono così dissoluto, che ormai non posso vivere normalmente. Ho paura del tifo e della febbre, e i miei nervi sono malati. Le Minucce, le Clarette, le Marianne ecc. sono sempre più belle, ma costano un sacco di soldi”, scrisse Dostoevskij. A proposito del gioco d’azzardo: “Non appena mi risveglio, il cuore si blocca, le gambe e le mani mi tremano e si gelano”, così descrisse quello che provava, quando cadeva preda del demone del gioco.

Due le cose che mi hanno colpito nel breve romanzo: l’imponderabile carattere russo, passionale, “eroico”, sotto certi aspetti: mediterraneo, generoso, smodato, balzano, ovvero teatralmente incline al dramma; ma ogni definizione che tentasse di descriverlo risulterebbe lacunosa e approssimativa. Infatti l’imprevedibile e lo stupefacente nel carattere russo vanno a braccetto, latenti e sempre pronti a manifestarsi. La seconda cosa è la descrizione del parossismo che coglie taluni giocatori dediti al vizio dell’azzardo. Io mi sono scoperto a desiderare che il precettore del generale la smettesse, abbandonando il tavolo da gioco, che interrompesse la folle corsa verso l’abisso. Parteggiavo per lui e non volevo la sua rovina!

Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza o abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontá…Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incurabile, cosí scriveva Anna Grigor’evna Snitkina, coniugata Dostoevskaja, seconda moglie di Dostoevskij.
Lo scrittore russo non poteva scrivere quelle pagine su Aleksej Ivanovič, il precettore divorato dal gioco, che continuava a vincere e a perdere, se lui stesso non avesse provato sulla sua pelle, l’inferno del gioco d’azzardo: …avevo le tempie madide di sudore e le mani che tremavano (racconta Aleksej Ivanovič, ovvero Dostoevskij, alla roulette)…La fortuna continuava!…Bravo! Bravo! gridavano tutti mentre alcuni battevano addirittura le mani. Strappai anche lí trentamila fiorini, e il banco fu di nuovo chiuso fino al giorno dopo! -Andatevene! andatevene! -sussurrava una voce alla mia destra. -Per amor di Dio, andatevene!- mi sussurrava un’altra voce all’orecchio sinistro…Volevo stupire gli spettatori con un rischio pazzesco e oh strana sensazione! ricordo benissimo che a un tratto una tremenda sete di rischio s’impadroní di me…Attorno si gridava che era una pazzia, una pazzia che Dostoevskij riesce a trasmettere al lettore. Portentosa e magnetica potenza della sua scrittura! Da non perdere.

Originalità russa di masse distanze radiocuori

marinettiIl testo fu scritto presumibilmente nel 1942, da un teorico dell’avanguardia, letterato di fama mondiale nonché accademico d’Italia ma anche ufficiale superiore di truppe scelte: dal maggiore degli arditi Filippo Tommaso Marinetti, classe 1876

Comincia così la niente affatto superflua prefazione del libretto edito da VOLAND, A cura di Maria Delfina Gandolfo. Introduzione di Michele Colucci

Romanzo inedito del maestro del futurismo italiano che si cimenta in una prosa su tema russo al ritorno dal fronte sovietico. Un libro che aggiunge una pagina importante alla conoscenza di una delle figure più significative dell’avanguardia letteraria europea.
Così scrive l’editore a proposito di quest’opera.

Che ci faceva Marinetti in Russia?  Pare che facesse scavare buche ai suoi arditi per contrastare l’avanzata dei carri armati sovietici. Non c’è traccia di combattimenti, di propaganda politica, né tantomeno di odio verso i nemici russi. Tutt’altro. Ma quello che colpisce in questa prosa rutilante, disseminata di simboli, malinconia, e di lancinanti solitudini, disassemblata e tuttavia coerente che ritrae con puntiglio e precisione una realtà attraverso una lente deformante di una nuova lingua visione, senza punteggiatura, coi verbi all’infinito che recita: a pag 111:

In realtà mercé gli elastici incalcolabili caloriferi tubolari d’ottone massiccio del sole che addenta golosamente l’insipida monotonia delle colline.

È una realtà tipicamente e inconfondibilmente russa, corroborata dalla familiarità col presunto nemico, che stupisce. I veri nemici dei russi sono altri, i tedeschi di von Paulus che stavano per essere intrappolati dalle truppe russe. Ci sono un sacco di puzze in questo libro, odori strani, di benzina, di sostanze chimiche, odori di ogni categoria, e poi  masse di prigionieri magistralmente descritti, come fiumi biblici semoventi. Ci sono anche nidiate di eliche felici e poi le donne, tante donne. Onnipresenti e amate. Un’opera che ancora oggi colpisce rimandando all’ondata geniale e anarchica del movimento Futurista.

E poi ancora le donne russe:
violento fruscio d’erba passo vispo erotico da scolaretta in ritardo mi sfiora  diretta all’isba la studentessa di Kiew conosciuta nell’accampamento sotto il nome di Vera Globulowa. Vieni Marinetti dice il generale che la studentessa è entusiasta dei tuoi versi…il venticello che non ha nulla di siberiano napoletaneggia  i sui tepori mentre contadine guazzanti  scultori architetti a gambone rosse impolpano di un polentone di argilla e sterco. Mio passato di gloria soccorrimi risorgendo nella tua palpitante vita con le febbrili smanie di tante braccia femminili ed erano tutte belle quelle donne accese di languore e voluttà Nuda nuda devi essere nuda poiché sei perfetta o mia Czarina. Ti rivoglio  sensualissima danzatrice dell’Opera e come facesti concedimi ancor più di quanto prometti tu che hai le curve benigne e le suadenti anche evasive che gareggiano con  quelle di questo fiume o donna russa.

…Con l’odore di vaniglia e gelsomino del suo petto respirante Violetta Frescodanza staccandosi dal cartone quadrato vive ingrandendosi a statura umana fascino snello quasi spiralico della sua femminilità…

Per quanto generose ed ineffabili talvolta affettuosamente materne le contadine russe bovare o porcare non mi rassicurano sul dubbioso incalzante pericolo di questa alba fredda in terra straniera Siamo stati molto calunniati noi italiani come brutaloni  e sanguinari

Ora si ricredono e qualsiasi ufficiale è accolto e l’amore si svolge sotto lo sguardo della madre o della sorella.

Il buio assolve tutto anche la fecondazione…

Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevici e che l’arte futurista fu per qualche tempo arte di stato in Russia. Scrive Filippo Tommaso Marinetti, maggiore degli Arditi. Un italiano innamorato della Russia, nemica in guerra, amica nell’arte, nelle lettere e vicina nel comune sentire. No, i nemici veri dei russi non eravamo noi, Italiani, visto che ci eravamo andati …solo…per scavare buche anticarro.

Alla fin fine uno dei frutti più cospicui di quella sventurata spedizione nel ventre della gran madre Russia fu la creazione di un gemellaggio sentimentale mai smentito né allora né dopo, che si nutriva di fascino latino e di avvenenza russa. Un libro che ci propina una teoria sull’arte e sulla vita da cui occorre prendere le distanze, ma di innegabile suggestione stilistica ed esistenziale. Un libro reperto storico e artistico su cui sarebbe opportuno fare più luce.

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa

savva demonioAlzi la mano chi lo conosce, è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame

Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto. Gli Indemoniati è edito da VOLAND  ed è a cura di Mario Caramitti.

Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio.
Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti:  Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre : Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia..

A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come…

Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore dei Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, e sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa.

Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in un’alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti che sono elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, (c’è un post su di lui,  che riguarda la sua permanenza in Russia in qualità di soldato). Il misterioso animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva,  la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere.

Abbiamo comprato Gli Indemoniati al Libraccio di Milano al costo di un panino al prosciutto.