Il duello criminale col pugnale (seconda parte)

Così leggi sulla rete: “Il cervello rettile, il più antico e la cui eredità è nel tronco encefalico e nell’ipotalamo del nostro cervello, presiede sostanzialmente alle funzioni istintive e vegetative. Qui risiedono le funzioni preposte a gestire la territorialità, la difesa e l’attacco, la sessualità.” Adesso sappiamo che siamo parenti dei rettili. Milioni di anni fa, è là che siamo rimasti, e poi alle prime profetiche immagini dell’uomo scimmione che spacca e tronca con una clava, poi diventata ferro forgiato -Odissea 2001 nello spazio, tanto per capirci-.
L’arma, dicevo: non l’elegante fioretto, o la fidata spada-simbolo medievale, ma il brutale, rivoltante pugnale degli omicidi, dei sicari di professione che costringe il morituro a  pronunciare con pena e affanno la frase “lasciami morire, vattene, voglio morire solo”. E siamo nel 2025. Putin ha premiato un assassino, non un soldato, ovvero un uomo costretto a diventare omicida. C’erano una volta i cavalieri medievali che si spaccavano il cranio e sbudellavano in nome di ideali, amore, fedeltà, giuramenti. Qui no, è rimasto solo l’uomo a manifestare la sua natura primeva belluina.

Filosofia, etica, morale, utopia, religione, progresso: ovvero la cenere di un gran falò. Se dare della bestia assassina a zar, duci, condottieri e generalissimi non porta a nulla, dire che Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone erano criminali equivale ad abbaiare alla luna, perché l’agiografia nella Storia è come l’Attak. Si può sempre dire che i massacri loro ascritti avvennero per necessità, per l’instaurazione di nuove civiltà, per la logica che vede la guerra una soluzione corrente nell’ ABC del dominio. Allora ti invito a guardare quel video indigesto, ipocritamente postato dai media per dovere di cronaca. Ci si potrà sempre baloccare con “la credenza che gli eventi nella Storia si svolgono nel senso più desiderabile, realizzando una perfezione crescente”. Amara bubbola antropologica. Condividiamo coi serpenti un brano di cervello. Cosa pretendevi? che i due soldati facessero merenda insieme?Pubblicato su IL BORGHESE.

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raccolte in un volume:

il duello criminale col pugnale (prima parte)

Ecco la prima parte di un altro articolo di Lorenzo Ferrara pubblicato su IL BORGHESE qualche tempo fa. Si tratta di un duello agghiacciante, avvenuto circa un anno addietro.

“La credenza che l’umana specie sia attrice di un costante affinamento antropologico conta molti sostenitori. Ma la convinzione è una colossale frottola sostenuta da evidenze del suo contrario. Alla voce Progresso il dizionario filosofico curato da Abbagnano recita: “il termine designa due cose, la prima: una qualsiasi serie di eventi che si svolgono in un senso desiderabile. La seconda: la credenza che gli eventi nella Storia si svolgano nel senso più desiderabile, realizzando una perfezione crescente”: vera fandonia consolatrice. Tragici recentissimi fatti attestano il contrario. thedefensepost.com, 12 gennaio 2025 titola: “Putin decora un soldato russo, protagonista di un video su un combattimento corpo a corpo. Il presidente ha premiato un soldato con la più alta onorificenza del paese per il suo coraggio dopo che un video ampiamente pubblicizzato lo mostrava mentre uccideva l’avversario ucraino. Putin ha assegnato ad Andrei Grigoryev la medaglia di Eroe della Russia per il suo “coraggio ed eroismo”, ha affermato il Cremlino. Il russo ha sbudellato l’ucraino che avrebbe chiesto al suo avversario di lasciarlo morire in pace, dicendo: “Addio, mamma”. “Persone come lui rendono più forte la nostra grande Russia”, ha detto un politico russo.”
Non potendosi sparare perché troppo vicini i due mettono mano al pugnale per vedere chi per primo raggiungerà la soglia dell’Ade. Tu dirai che dovevano farlo, è la logica della guerra. Anche se non sono rari i casi in cui soldati nemici hanno fraternizzato, I due hanno usato l’arma bianca, la più antica e “crudele” (assai nota nella terra di Albione per via delle epidemie di accoltellamenti in corso da decenni). Esperti, commentatori di mezzo mondo hanno mancato l’appuntamento col “vero” scaturito dal tragico scontro rusticano, alcune timide note, qualche commento riferito all’ordalia, ma il giudizio divino qui non c’entra, i media a corto di parole adatte. E sai perché? Perché costa ammettere che dopo milioni di anni di evoluzione della nostra specie, siamo rimasti al palo. Ovvero fermi all’idea che sbudellare è giusto, e, come in questo caso, degno di encomio. Se ti infastidisce il termine “sbudellamento” significa che non hai visto il video, e hai fatto bene, crudele, rivoltante, angoscioso. Un filmato di otto eterni minuti, che i media hanno ospitato e promosso con spirito voyeuristico e ipocrita inclinazione al cordoglio. La morte arriva puntuale, catartica a smentire quei milioni di anni di progresso. E poi ti invito a considerare l’arma. Se uccidere con un mitra o per mezzo della paccottiglia high tech dei droni assassini, ti consente di combattere a distanza senza vedere in faccia il nemico, e senza sporcarti le mani col suo sangue, qui no. Istinto di vita e volontà di morte si confrontano, la forza bruta e l’abilità nell’usare la lama mortifera che vince, implacabile, ovvero la negazione dell’idea dell’umana evoluzione.”

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raccolte in un volume:

c’era la bandiera rossa?

Il collo della signora mostra un vasto tatuaggio multicolor. Seduti allo stesso tavolo del tiepido pasto di nostra Signora della misericordia, a Londra, scambiamo qualche parola. La signora è russa, conosce l’Italia per aver, in tempi meno ostici, esercitato l’export di calzature italiane, nelle Marche era di casa. Si fa presto in certi casi a fare conoscenza ed è sbalorditivo che in meno di cinque minuti con facilità, e dopo averle chiesto il permesso, riesca a chiederle cosa pensi dell’aggressione del suo paese all’Ucraina. La sua risposta: “Putin ha fatto la sola cosa giusta da fare”. La mia perplessità non la turba. “Per te Putin è un dittatore?” “No, è uno che ama il suo paese e si è sacrificato ed è amato dalla gente”. “Ma non ha avvelenato un po’ di gente? “No, e poi non ci sono prove, si sono montati dei casi”. “Navalny morto in carcere. Cosa ne pensi?” “L’ha voluto lui. E poi nessun media occidentale ha detto che insultava Putin ogni volta che poteva, non si fa così, non è educazione”. “Quindi Navalny non è stato “suicidato?” “No, per niente, è morto perché era malato”. “C’era molta gente al funerale”. “Erano perlopiù giovani. E poi i vostri giornali fanno vedere quello che vogliono”. “Secondo te Putin non è un criminale? Uccide bambini, vecchi, donne con le sue armi”. “E in Vietnam cosa è successo? Dispiace certo, ma è la guerra.” “Come andrà a finire?” “Speriamo che non sia costretto a usare l’atomica. In questo caso Londra sarebbe la prima a fare Puff!”.

Sulle pagine del Daily mail, 12 febbraio 2023, il famoso giornalista Peter Hitchens: “«Questa non è una semplice battaglia tra il bene e il male: più a lungo evitiamo i colloqui di pace in Ucraina, più ci avviciniamo all’Armageddon.» È il titolo del suo articolo a caratteri cubitali, che continua: “Aiutare l’Ucraina a difendersi da un attacco illegale era una questione semplice. E l’offensiva russa, condotta in modo incompetente e mal pianificata, è stata mutilata e in gran parte fermata molto rapidamente. Ma fornire armi altamente offensive, carri armati, missili a lungo raggio, forse bombardieri, è diverso. Se il tuo vicino viene attaccato, lo aiuti. Ma se poi desidera attaccare a sua volta, potresti non essere così entusiasta di unirti a lui. E l’aiuto che l’Occidente sta ora dando all’Ucraina può, e probabilmente sarà, essere utilizzato per attaccare, forse in Crimea, dove ci sono molti russi che non desiderano essere governati dall’Ucraina. La Russia sotto attacco, in particolare difendendo quello che considera il suo legittimo territorio in Crimea, sarà un nemico molto diverso dalla Russia impegnata in un’invasione illegale… credo che questa guerra sia più complessa di quanto molti pensino. I trent’anni di espansione verso est della NATO sono stati un errore avventato, che ha minato i democratici e i liberali russi e ha rafforzato Putin e i suoi sostenitori nazionalisti… La George Washington University possiede documenti che dimostrano la violazione delle promesse fatte a Mosca dai principali leader occidentali. Lungi dal “negare” le atrocità russe, sottolineo il fatto che (come è terribilmente normale in guerra) entrambe le parti hanno fatto cose malvagie. L’Ucraina è, in ogni caso, uno stato corrotto, fortemente dominato da miliardari, dove i media non sono così liberi. Non è troppo diverso dalla Russia… Più combattimenti ci saranno, più sangue, urla e tragedie ci saranno… Più a lungo attendiamo, maggiore è il rischio di guerre devastanti e totali e più difficile sarà l’accordo. È tempo di parlare.”
E invece son passati più di due anni.

Un’altra voce fuori dal coro, il libro di Orlando Figes, La Storia della Russia. “La Russia voleva essere trattata con considerazione. Così non è stato. Sai benissimo come sta andando in Ucraina, il tamarro russo non molla l’osso. Certi miei “sospetti” trovano conferma leggendo la recensione di Karl Schlögel del 1 ottobre 2022 sul Financial Times del libro di Orlando Figes, The Story of Russia: «(…) Isolata dall’Occidente, la Russia sarà costretta a ruotare verso est, una svolta accelerata dalla guerra e accolta con favore da alcuni ideologi del Cremlino, che credono che il futuro della Russia risieda in un blocco eurasiatico, contrario ai valori liberali occidentali e al potere globale degli Stati Uniti, con la Cina come principale alleato.» A suo avviso, il crescente isolamento è principalmente il risultato della mancanza di comprensione e buona volontà in Occidente: «La Russia voleva far parte dell’Europa, essere trattata con rispetto – scrive Figes –, invece, è stata respinta dai leader occidentali che hanno approfittato della sua debolezza per sminuirla. Si perse un’opportunità per porre fine a un ciclo storico di incomprensioni e antagonismo, creando le basi su cui Putin ha costruito la sua ideologia antioccidentale. La storia della Russia è fatta anche da sforzi secolari per mettersi al passo con l’occidente, spesso sfociati in frustrazioni, sentimenti anti-occidentali e complessi di inferiorità…» E se Figes avesse ragione?

E da ultimo, ma non certo per minore importanza di contenuto, il volume di Sacha Cepparulo, prefatto da Gianfranco de Turris La Russia allo specchio, Idrovolante edizioni.
Non si sorprendano autore e lettori se per descrivere la sua fatica uso termini “medici” come endoscopia, gastroscopia, colonscopia, essi infatti si attagliano perfettamente al tipo di indagine che egli effettua nel suo saggio. Non la Russia vista dall’esterno, ma dall’interno -anche perché l’autore ci vive da anni- partendo dal suo cervello, dai suoi organi tutti e dalle sue viscere e infine della sua complessa spiritualità che talvolta riecheggia un fatalismo di origine asiatica. La Russia che molti conoscono solo per le altissime vette raggiunte dai suoi scrittori-filosofi e poeti e per le vicende dell’ultimo secolo, qui, nelle duecento pagine del saggio, presenta il suo vero volto o meglio le sue cento facce, spesso tra loro conflittuali e sorprendentemente complesse. Fa bene l’autore a non sposare alcuna tesi, giudizio o teorema precostituiti. La sua scelta non facile di reggersi in equilibrio è apprezzabile.  C’eravamo illusi che dopo la caduta dell’impero rosso tutto fosse cambiato, che ci fosse stata una presa di coscienza nazionale, simile a quella tedesca sotto un diverso versante. Così non è stato. E non poteva essere diversamente, infatti il volume illustra una complessità che non sospettavamo e una contraddittorietà di tesi che stupisce.

Oggi dalle parti di Albione, suo acerrimo rivale storico, il suo attuale czar, viene definito dai media: Macho man, mariuolo col mitra, nano con la sindrome dell’altezza. E delinquente. Condannabile a giudizio della corte di giustizia occidentale, sempre se riesci ad acciuffare il marrano. Ma non tutto il mondo la pensa così. I media inglesi vanno giù duro a scimmiottare il lestofante russo, ultimo nemico del loro ex Impero, pubblicando le sue immagini con scarpe di tre centimetri più alte per aumentare la statura, rimarcando il suo complesso di inferiorità. Dai numerosi brani del saggio che avrei voluto riportare evidenzio alcuni “passaggi” illuminanti,
Pag. 43:  passi tratti dall’articolo “L’URSS non è la Russia” (1947): 

(…) Cosa teneva unita la Russia? Essa si fondava sull’istinto di autoconservazione nazionale e assumeva le forme dell’autocoscienza russa, del nazionalismo e del patriottismo. Essa si fondava sulla fede ortodossa in Dio e in Cristo, Figlio di Dio: una fede che predicava l’amore, l’umiltà, la pazienza e il sacrificio, rafforzando nei cuori un sano senso della gerarchia e la disponibilità a obbedire a un potere giusto e devoto legato al popolo da un’unica fede e da un giuramento. La fedeltà nazionale russa si basava sull’amore per i sovrani e sulla fiducia nella loro buona e giusta volontà. Essa si fondava sulla coscienza personale, rafforzata dal cristianesimo e purificata dal pentimento. Essa si fondava su un sano senso dell’onore nazionale, di classe e personale. Sul fondamento famigliare, con le sue radici spirituali e istintuali. Sulla proprietà privata, tramandata “di generazione in generazione”, e sulla libera iniziativa economica legata al desiderio di dare con il lavoro onesto una vita migliore ai propri discendenti. Di tutto ciò, cosa ha riconosciuto e rispettato la rivoluzione? N-u-l-l-a. Per 24 anni i comunisti hanno imposto l’internazionalismo e cercato di estinguere nel popolo russo il sentimento nazionale e il patriottismo, accorgendosene solo nel 1941, quando era ormai tardi e videro che i soldati russi non volevano combattere per l’internazionale sovietica. (…)  Sostituirono l’amore con l’odio di classe, e poi con l’odio universale. Rimpiazzarono l’umiltà con l’arroganza e la superbia rivoluzionaria. Calpestarono il prezioso senso della gerarchia, ridicolizzando i migliori e promuovendo i peggiori: ignoranti, feroci, opportunisti, corrotti, ciarlatori, adulatori privi di coscienza e di capacità di giudizio autonomo. Sostituirono il potere giusto e devoto con una tirannia atea, facendo di tutto per convincere il popolo che il nuovo governo non ha né buona volontà né giustizia. Per 30 anni hanno calpestato il senso della dignità e dell’onore personale con il terrore, la fame, le delazioni e le esecuzioni. Fecero tutto il possibile per corrompere la famiglia, indebolirne le radici e aumentare il numero di bambini abbandonati, che successivamente venivano arruolati come agenti del regime. Abolirono la proprietà privata e soffocarono l’iniziativa economica…”   

Un altro significativo stralcio, pag. 52:
“Gli studi di tutti gli autori e gli studiosi citati rilevano il carattere violento della forma mentis sovietica. Il significato di tale aggettivo non deve essere inteso in senso politico-umanitario (vale a dire a fenomeni quali il terrore rosso, le repressioni, le migrazioni forzate, il controllo sull’individuo), ma ontologico. La violenza sull’essere in quanto tale si basa, come già mostrato, sulla fede semplicistica nell’onnipotenza dell’Uomo che si accontenta della convinzione della giustizia dei propositi formulati e dell’analisi razionale del rapporto tra modalità d’attuazione e risorse disponibili. L’assolutizzazione dell’agire e il tentativo di sostituirsi a Dio in nome di “nobili” ideali implicano la legittimità di ogni sconvolgimento: l’essere, persa la “rigidità” che seguiva dal suo fondamento trascendente, diventa flessibile, modellabile, plasmabile. Ogni ambito può e deve essere “riformato”; per questo motivo l’azione rivoluzionaria sovietica non ha risparmiato nessun aspetto della vita individuale, sociale, culturale e politica (…) Nel contesto italiano, una voce autorevole e, da questo punto di vista, eterodossa è quella del diplomatico, storico e giornalista Sergio Romano, il quale parla di “suicidio dell’URSS”.

Pag 75:
“ In linea di massima gli eurasiatisti russi sostengono che la Russia sia uno Stato-Civiltà (Gosudarstvo-Civilizacija) eurasiatico. Questo aggettivo esprime la specificità geografica, geopolitica, storica, culturale, religiosa, linguistica ed etnica della Russia che di conseguenza viene distinta sia dai paesi “occidentali” sia da quelli “orientali”. Spesso tale “unicità” è intesa come combinazione originale di elementi sia occidentali sia orientali. Aleksandr Gel’evič Dugin è un filosofo tradizionalista e sociologo russo. Egli è principalmente noto per aver tradotto in lingua russa autori come Julius Evola e René Guénon e aver elaborato la “quarta teoria politica”. 

Pag 95:
(…) Nonostante in un post sia addirittura precisato che la vittoria di Trump non comporta direttamente il trionfo russo nella guerra ucraina (dato che egli rimane comunque il presidente di un’altra nazione con interessi assai differenti, se non opposti), la sua elezione segna sicuramente la fine della “globalizzazione monopolare” e di tutti i liberali e i globalisti. A dimostrazione di queste tesi sono addotti i seguenti argomenti: Trump è un “nazionalista americano”, e non un “atlantista”, e un “tradizionalista”.

La Russia è un universo a sé stante, chiuso per secoli, e non desideroso di contaminazioni esterne, tuttavia curioso delle culture dei “vicini” Oriente Occidente. L’enciclopedico e tuttavia scorrevole lavoro di Cepparulo traccia una mappa politico sociale e psico-morale comportamentale di rara intensità. La Russia non è dunque come appariva e allora com’è?  Le duecento pagine dell’itinerario all’interno del suo “organismo” ce lo spiegano. La complessità dei suoi dettati è sbalorditiva. C’è poi un aggettivo fra i tanti possibili che si adatta  perfettamente a descrivere la funzione del saggio di Cepparulo: indispensabile. Per comprendere attraverso indagini scrupolose e a largo spettro moltissimi risvolti e aspetti, sovente poco noti della Rossijskaja Federacija. divenuta (ma non all’improvviso) e, lasciami dire, anche per nostra insipienza, assai problematica.
La Russia è ora nemica dichiarata e convinta dell’Occidente e non si sa se in via definitiva. Avremmo potuto evitarlo? Forse sì, a leggere quello che hanno scritto Orlando Figes e, su un altro versante, ma fra le righe, Sacha Cepparulo.

Nella foto di destra: Aleksandr Gelyevich Dugin is a Russian far-right political philosopher

il Gran Vecchio…

C’è chi lo chiama affettuosamente Gran Vecchio o fratello maggiore, chi Maestro, mecenate e guida, altri ancora ispiratore e mentore, ma in primis, per tutti è l’Amico. Personaggio (quasi) mitico, ecco un (altro) libro che lo riguarda. Considerazione, gratitudine, commozione e affetto per un giovanotto di 80 anni traspaiono dalle pagine. Il tutto si ridurrebbe a peana di consenso un poco stucchevole verso l’uomo e il suo lavoro di una vita che sconfinerebbe nella celebrazione. Il soggetto, indovino che rifiuterebbe tale cornice. Gli apprezzamenti riuscirebbero indigesti anche al festeggiato -tuttora attivissimo e impegnato culturalmente in nuovi progetti.- Il volume, invece, è sorprendentemente ricco, vivace e di facile lettura e sa svincolarsi dall’aspetto privato e di encomio. Sa insomma farsi racconto. Spaccato culturale della vita di destra, per molti versi ignoto, degli ultimi 50 anni. Il volume in questione pubblicato da Oaks edizioni  costituisce una miniera di informazioni, molte delle quali di prima mano. Aneddoti, amarcord, riferimenti a opere, citazioni ti fanno capire quanto vivace e attivo sia stato ed è tuttora il macrocosmo di destra dagli anni ‘50 ad oggi. E su quanti uomini di valore abbia potuto contare quella cultura; ancora oggi demonizzata dai brandelli marxisti leninisti (chi scrive ricorda le “occupazioni rosse” degli anni ‘70 delle facoltà umanistiche a Palazzo Nuovo a Torino). Volume denso di citazioni, riferimenti a opere, personaggi, filosofie, convegni, forum, mostre come quella recente, sui dipinti di Evola. Gli argomenti: da Julius Evola “all’imbecille” D’Annunzio, dai Manga a Tolkien, da Lovecraft alla passione politica, e poi la miriade di riviste e pubblicazioni cult, la Storia ucronica e la magia.
La cura maniacale del dettaglio, l’attenzione scrupolosa di citazioni e riferimenti a garanzia di esattezza filologica e semantica sono una delle cifre distintive del lavoro di GdT, (il baffuto individuo col sigaro della copertina). Un’esistenza diversa da quella che conduce, un’esistenza ucronica, ad esempio, per lui non avrebbe alcun senso avendo egli perseguito tutto ciò che animo, cultura e sensibilità gli suggeriscono.
In Fisica Quantistica si è soliti affermare che tutto ciò che potrebbe accadere, sicuramente accadrà. Il giovanotto di 80 anni sembra rappresentare tale assioma. 

Difficile la spigolatura del testo che si legge tutto d’un fiato, come se fosse l’avventura galoppante dello spirito ribelle; si desidererebbe ancora più dettaglio. Ho dovuto scegliere solo alcuni brani per ragioni di spazio, ma tutti gli interventi meriterebbero citazione.

Dall’introduzione: “è la cartografia di tutto un ambiente culturale, fatto di uomini e incontri, libri e convegni, iniziative progettate e altre realizzate, che ha visto in Gianfranco de Turris un punto di riferimento. Il volume nasce da un’idea di Nuccio D’Anna, accolta dai curatori e quindi da Luca Gallesi che ci ha permesso di farlo arrivare in libreria, trasformando efficacemente la dimensione privata di una «festa a lungo attesa» in una controstoria della cultura italiana.”

“In tempi non sospetti, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco ci hanno detto che i capolavori del Fantastico non hanno nulla da invidiare ai grandi classici della letteratura convenzionale e, pertanto, come tali devono essere trattati.” Giuseppe Aguanno

“GdT ha continuato e continua nella sua opera di divulgazione, instancabile facitore di conoscenza in un mondo di ignoranti, con la consueta curiosità unita all’umiltà propria delle Grandi anime… i primi ottant’anni spesi bene, sono certo che i successivi saranno spesi benissimo! Mario Bortoluzzi

“Non esistono molte persone capaci di ragionare di questi tempi. Qualcuna l’ho incontrata. Gianfranco de Turris è una di loro.” Alessandro Bottero

“Tra mille incontri e telefonate ha sempre manifestato l’entusiasmo e la pazienza, l’attenzione, la fiducia e la complicità, nei tratti distintivi di un padre.” Giorgio Calcara

“Amico di una vita, grazie per essere stato un così prezioso compagno di strada …mi auguro di poter, ancora insieme, percorrere molte miglia sul sentiero affascinante della conoscenza, scrivendo e pubblicando tante pagine che nutrono l’anima.”  Giovanni Canonico

“il rischio di cascare a piedi uniti nella celebrazione è seriamente tangibile. Non lo farò: in troppi siamo debitori a GdT, a vario titolo …non nutro sensi di colpa, ma, semmai, un’immensa gratitudine per il mio intrattabile mentore.” Marco Cimmino

“Gianfranco, l’augurio migliore che posso farti per il tuo compleanno è che tu possa continuare ancora per molto tempo a donarci l’irrazionale, linfa insostituibile per lo spirito e per il cuore, per sognare e per costruire mondi.” Alessandra Colla

“Merito di Gianfranco de Turris è il recupero di un patrimonio spirituale e culturale enorme. Ma aggiungerei anche l’aver saputo vedere l’interesse duraturo di un insieme di opere, scritti e forme speculative che hanno dato consistenza a un aspetto della cultura italiana troppo spesso ignorato anche dai più attenti ricercatori.” Nuccio D’Anna

“Può essere orgoglioso di ciò che ha raggiunto – e di ciò che raggiungerà ancora, ne sono certo, perché si può avere ottant’anni ed essere più creativi che mai! Ad multos annos, caro Gianfranco! Alain de Benoist (Traduzione di Andrea Scarabelli)

“Navigatore ardito, avventuroso come gli eroi mitici che, al seguito di Giasone, parteciparono al viaggio dalla Grecia alla Colchide per la conquista del Vello d’Oro: Gianfranco de Turris è l’archetipo dell’argonauta, per il rigore intellettuale e il coraggio nel difendere le idee scomode in nome di una visione del mondo senza tempo.” Michele De Feudis

“Che piacere riabbracciarci, io e Gianfranco, due vecchi dinosauri sopravvissuti al fatale meteorite dell’esistere, lui sordastro, io quasi, entrambi con la barba bianca, entrambi con mezzo sigaro trale labbra.” Luigi De Pascalis

“L’ARGONAUTA: Quattordici anni di vita, 468 puntate, oltre 2500 interviste!…Uomo estremamente generoso, uno dei pochi “maestri” incontrati nella mia vita; il maestro che stimola, sprona, forma e soprattutto insegna, o sarebbe meglio dire consegna l’esperienza e il sapere ai suoi allievi.” Roberta Di Casimirro

“La sua identità è scivolosa; sì, proprio come la forza da cui molte esistenze sono di fatto animate; quella che proviene dal centro di tutto; dal fondo incondizionato che, del mondo, ci costringe a riconoscere la radicale inesistenza; senza invitarci a procedere al di là di esso, verso un mondo che non c’è.” Massimo Donà  

“In tanti anni, non l’ho mai visto scendere a un compromesso, mai venir meno a un impegno preso, mai commettere un atto d’ingenerosità, mai deflettere da quello che considerava il giusto cammino. Da ragazzo io ero un po’, diciamo così, scapestrato. Mia madre, che l’aveva conosciuto praticamente quando l’avevo conosciuto io, per cercare di temperarmi mi diceva sempre: «Ma lo vedi Gianfranco? Non puoi prendere esempio da lui?» Sebastiano Fusco

“Riscrivere, correggere, correggere ancora: non è proprio per tutti. Ad alcuni potrebbe addirittura parere, talvolta, di aver a che fare con un nume corrucciato, mai soddisfatto e intento a evidenziare il proverbiale pelo nell’uovo. Ma è apparenza, che vela invece l’amore per gli scritti chiari, ben ponderati.” Andrea Gualchierotti 

“È stato, l’avanguardia, o l’araldo di uno scontro tra diverse visioni dell’uomo e della sua storia che è, oggi, sempre più drammaticamente in corso.” Andrea Marcigliano

“Lei è l’emblema dell’onestà intellettuale, dell’aulicità priva di affettazioni e dello spirito di abnegazione necessari a chi è costantemente impegnato nella ricerca della verità…In Russia il Suo nome è molto conosciuto e stimato.” Dmitry Moiseev

“De Turris ha passato al setaccio tutto della modernità: indizi, simboli, presagi, analizzato l’Utopia e le ideologie del Novecento, la tecnica e internet, la letteratura fantasy e il revisionismo, il millenarismo e cosa accade dietro le quinte della storia, il folklore e le altre dimensioni. Senza mai dimenticare la critica e la cultura politica, agganciate all’attualità, alle spie che indicano i cambiamenti nella società e nella contemporaneità.” Manlio Triggiani

E, fuori dal contesto del volume: L’ho conosciuto a Milano decine di secoli fa, col suo amico editore Marco Solfanelli. Gli ho spedito mini Garuda augurali in ebano da Bali, e qualche cartolina, ma temo non si ricordi. Se qualche volta pubblico lo devo a lui, mi ha insegnato a mettere i punti e le virgole al loro posto e, ovviamente, tutto il resto.

si faceva la Grande Storia?

MONGOLIA CHIAMA, ITALIA RISPONDE
Per onorare e commemorare un evento determinante della storia mongola, nel solco della più alta Tradizione. -ovvero il genere di notizie che i media nostrani tendono a ignorare.- Forse sono in pochi a sapere che la nazione mongola deve i suoi natali e la ratifica del suo atto di nascita a un accorto fautore dalle ascendenze italiane: Il brillante diplomatico Ivan Jakovlevich Korostovetz (1862-1933) assiduo promotore di una impresa di altri tempi- non è il solito modo di dire – visto che l’evento si colloca nel periodo della Russia Zarista di Nicola II. La nascita dell’odierna Mongolia vede in Ivan Jakovlevich Korostovetz il suo sagace e infaticabile propugnatore a livello politico, amministrativo e diplomatico. La sua firma infatti compare negli atti di formazione di quel Paese.


Dall’articolo di Pavel N. Dudin: “Il creatore della Mongolia e missione diplomatica russa a Urga nel 1912” (…) Il 30 novembre 2016 la Mongolia ha celebrato il 105° anniversario dell’indipendenza, una data significativa sia per il Paese stesso che per la Russia. La Mongolia non solo confina territorialmente con il nostro stato, ma anche, in termini di caratteristiche etno-culturali e confessionali, è imparentata con Buriazia, Kalmykia, Tuva…La politica dell’estremo oriente russo non era una priorità all’inizio del XX secolo, dando il via alla soluzione dei problemi europei e ha dato origine a una certa alienazione dei territori periferici, che alla fine è diventata una minaccia per l’economia nazionale e per la sicurezza. La Rivoluzione Xinhai del 1911-1912 e il crollo dell’Impero Qing contribuirono alla consapevolezza della possibilità di prendere piede nella regione e garantire interessi economici e geopolitici in molti modi. Non essendo interessato all’aggravarsi delle relazioni con la Cina, il governo russo attraverso il Ministero degli Affari Esteri ha affidato la soluzione dell’improvviso problema della dichiarazione di indipendenza della Mongolia Esterna a un diplomatico esperto, l’ex inviato alla corte di Qing – Ivan Korostovets. Tuttavia, un compito semplice a prima vista è stato complicato dal fatto che i rappresentanti della parte mongola…non si consideravano parte della Cina, mentre la Russia riconosceva per il suo vicino il principio dell’integrità territoriale. A sua volta, la Cina considerava le attività
della parte russa come un’interferenza nei suoi affari interni…A seguito di lunghi e difficili negoziati, Korostovetz persuase i mongoli a fare concessioni, i cinesi a non avviare operazioni militari e a evitare provocazioni e il ministero degli Esteri russo sull’importanza e il significato dell’operazione. L’esperienza, la determinazione, la forza d’animo e l’autorità hanno fornito il successo alla missione russa a Urga e la protezione dei confini orientali russi nei decenni successivi.”

E oggi? Carlo Gastone, il cui bisnonno era proprio quell’Ivan Jakovlevich Korostovetz è stato invitato a Ulan Bator dal professor Ookhnoi Batasikhan della Accademia delle Scienze della Mongolia e dall’Istituto di Studi Internazionali. Carlo Gastone dice: “Mio bisnonno è oggi considerato come il Creatore della Mongolia moderna. In sostanza nel 1912 fu lui a firmare il Trattato di Amicizia Russo-Mongolo ad Urgà oggi U.Bator che è considerato il primo documento legale della Sovranità della Mongolia.
Il mio è stato un viaggio nel Tempo e nello spazio, un viaggio nella Storia,” continua Carlo Gastone “sono andato a ritroso nel tempo per rintracciare le orme del mio avo anche in groppa a un cammello! Emozionante devo dire, un percorso all’insegna di una scoperta continua. L’accoglienza è stata calorosa e famigliare. Tutto questo insegna che le opere buone e giuste, anche se ardue da attuare, come in questo caso, non hanno confini né limiti. Il Tempo non le corrompe, anzi le esalta. La storia e la memoria degli uomini sono un libro aperto su cui si possono scrivere imprese come quella del bisnonno. Occorrono volontà e buoni propositi, requisiti che, ahimè, oggi non abbondano.”

Fra le personalità incontrate durante il viaggio voglio ricordare: Sua Eccellenza Lundeg Purevsuren oggi Rappresentante Permanente della Mongolia a Ginevra, il Direttore Dott. D. Zoolbo e Prof. O. Bat Saikhan dell’Istituto di Studi Internazionali dell’Accademia Mongola delle Scienze. Il professore Pavel N. Dudin, l’Ambasciatrice Italiana Dott.ssa Laura Bottà, Sua Eminenza il Card. Giorgio Marengo.

Scrive Nikolai Anatolievich Samoylov sul giornale 
Новейшая история России: “Ivan Yakovlevich Korostovetz (1862-1933) fu uno dei più importanti diplomatici russi della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo. Ha svolto un ruolo estremamente importante nello sviluppo delle relazioni russo-cinesi e un ruolo non meno significativo nello sviluppo dei legami russo-mongoli.”

Nelle immagini dal basso:
Ivan Jakovlevich Korostovetz
Carlo Gastone sul cammello
Incontro alla House of Russia

c’era e ci sarà sempre il Fantastico?

Gli appassionati di Fantascienza in Italia lo sanno. Se vogliono essere aggiornati su cosa bolle in pentola nel panorama mondiale del fantastico (novità,  commenti, ricerche, e capolavori pregressi) c’è una sola autorevole rivista letteraria dedicata al tema: DIMENSIONE COSMICA edita dal Gruppo editoriale Tabula Fati. Puntuale, esauriente, qualificata. Nell’ultima edizione della primavera 2023, la suggestiva copertina di ispirazione medievale con una attraente fanciulla guerriero, realizzata da Andrej Vasilcenko, attira l’attenzione. Tema principale di questa edizione la Fantascienza russa, introdotto e commentato dalla penna sagace di Gianfranco de Turris con articoli, racconti, analisi, commenti. Illuminanti gli interventi di Sacha Cepparulo, Andrea Gualchierotti, Eugenij Lukin.

Di seguito riportiamo uno dei racconti pubblicati sulla rivista:

LE GROTTE DEL SARACENO

Sono costretto a rivelare il contenuto della corrispondenza di un amico creduto scomparso, sul quale ora si scagliano veleni. Tradirò la  discrezione imposta dalla sua volontà liberandomi tuttavia di un peso. Rendendo pubblici i suoi scritti custodi di storie antiche e cronache recenti svelerò un’atroce verità. Non occorre sia esplicito nel citare nomi, un fragile diaframma li separa da persone note in zona in cui la vicenda, col suo tragico epilogo, è maturata. L’imbarazzante corrispondenza nelle mie mani abbraccia un cospicuo arco di tempo e ha il sapore di un diario-testamento, nonostante le lacune e l’incomprensibile mancanza di cenni a moglie e figlio che egli peraltro amava. 

Fra le pagine due fogli strappati e stropicciati. Una calligrafia incerta sottolineata in rosso recita: “Il canonico Giuseppe De Conti annota che il territorio di San G… contiene una singolarità nella regione detta di M….essa consiste in che per longa estensione  esistono tuttora scavate nel tufo, tortuose e diramate grotte, capaci di ricovero di moltitudine di persone, dai contadini chiamate le Grotte del Saraceno.” E poi: “…dopo lunghissime indagini d’archivio pensiamo di avere identificato le quattro epigrafi, due delle quali già note – risalenti al 1626, o agli anni successivi, che comprovano certe affermazioni: “L’anno mille sei cento venti sei li fu fatto rottura a tutti sei”, ovvero l’indicazione dell’anno in cui il governo mantovano decretò la morte dei briganti confinati nelle caverne… colà murati vivi con uomini e cavalli…” 

E infine lo stralcio di una lettera: “Il 28 novembre 1954 il padre cappuccino Innocenzo Piòvera mi scrive: Chiarissimo signor conte di A., ricordo benissimo di essermi recato a O. e nel sopralluogo eseguito di aver riscontrato tracce di metalli nel sottosuolo, ferro e anche di oro, ma dato il tempo trascorso non ho più presente né la loro entità né la profondità dove si trovano.” …Nel 1926 padre Piòvera, le cui doti di rabdomante e sensitivo erano apprezzate, durante la prima campagna di scavi, accompagnato da un confratello, cadde in autoipnosi proprio all’ingresso delle caverne. Riferì di aver visualizzato un vero e proprio squarcio di un tempo e di uno spazio alieni, diversi da quelli correnti, sorta di finestra aperta nel tunnel dei secoli, confermando così antiche narrazioni…”

Il significato oscuro si chiarisce leggendo quanto di suo pugno l’amico aveva scritto e ora in mio possesso:

O.M. 196…

Scalda l’animo al solo vederla. Ridente, eppur severa, con un imponente camino di mattoni piantato sul tetto. Bizzarro e armonico miscuglio di stili, la loro villa. Dentro ci vive col marito, storico di vaglia, la mia amica, pittrice di misconosciuto talento. Ecco che mi ha visto arrivare. Incontenibile la gioia nel vederci. Ci abbracciamo forte, rubandoci la parola. Fra poco saluterò il marito, conte di A., anch’egli contento di avermi per qualche tempo ospite. Ad attenderci pare ci sia una lepre annegata nel vino. Il soggiorno promette bene. Avremo tutta la serata per parlare degli infausti Saraceni che infestavano la zona nel X secolo, riducendo in cenere abitazioni e chiese, coadiuvati dai mali homines, indigeni con cui avevano fatto combutta. 

O.M. maggio 196…

Dal conte apprendo per sommi capi le vicende, drammatiche, che per duemila anni si sono prodotte in zona, interessando misteriose caverne e certi agghiaccianti particolari. 

Gli ipogei di S…provano il susseguirsi di tre cicli storici, il primo dell’età romana attesta l’esistenza di un Mitreo, luogo di culto del dio sole, nelle stesse caverne, con materiale tuttora ivi sepolto. Il secondo ciclo attesta  la presenza dei Saraceni nel X secolo, come confermano i cronisti dell’epoca e reperti archeologici. Il terzo ciclo vede l’occupazione delle caverne di soldati disertori, sbandati, frequenti nelle guerre seicentesche, lì presenti nel 1620-1625.
Altri documenti “intoccabili” risalenti al 1600, sono conservati in un faldone sul ripiano più alto della libreria del conte, seminascosti da un tendone. 

O. M. 196… 

Non ho preso sonno. Mi hanno tenuto sveglio i racconti del conte il cui umore è mutato. Stiamo scendendo verso le grotte. Anche la mia amica, solitamente loquace, tace.  Il cielo si è fatto livido, la boscaglia ci sovrasta, ovunque rovi alti  come un uomo ci impediscono. Il disagio è palpabile. Indugiamo davanti all’ingresso secondario, ce n’è un altro che solo il conte conosce. Sono deluso e mi chiedo: tutto qua? Infatti vedo solo un buco fra la parete di tufo e il suolo. Sono in tanti a credere che il mio ospite sappia molto di più di quello che vuol far credere. Negli anni in molti si sono affannati a cercare là sotto un fantomatico tesoro, lasciando tracce che poi si sono sovrapposte.

O.M. 196… 

Amo tutto di loro: casa, libri, i fox terrier, e soprattutto,
il coraggio di esprimersi contro corrente, solidali con la Tradizione. Sediamo sugli scalini dell’ingresso. La notte sciorina una trapunta di buio luminoso. Viatico per la mia felicità. Scriverò con lettere dorate gli avvenimenti a cui partecipano tre spiriti votati al bello, all’onorevole passato, rinnegando le convulsioni del presente. Non respiro quasi per tema di guastare l’incanto. Giuro a me stesso che mai contaminerò il nostro legame, geloso della nostra amicizia. Ho il cuore gonfio, sposterei montagne per loro, ma ho da offrirgli solo la mia umbratile sensibilità di adolescente. 
Nei discorsi ancora i Saraceni, Berberi del Marocco, naufragati nei pressi di Saint Tropez, per poi in forze, dilagare e saccheggiare il Piemonte, spegnendo anche il vescovo di Asti Eilolfo. Rovine dietro di loro. Li immagino tendere agguati, crudeli e smodati antagonisti della nostra storia.

“E poi i sarcofagi,” sussurra con teatrale astuzia il conte.
“Quali sarcofagi?” chiedo allibito, sotto il cielo che si è rabbuiato.
“Sì, due giganteschi guerrieri scolpiti nel tufo, con le mani sull’elsa della spada. Sepolcri di arabi, a quanto dicevano i testimoni, per via di certe iscrizioni illeggibili sulle pietre tombali.”
Era troppo per me quella notte. Ma il mio ospite aggiunse: “Gli addetti alla cava avranno distrutto i reperti, compresa una chiesetta romanica, per non mettere in allarme la Sovrintendenza che avrebbe bloccato i lavori.”

O.M. giugno 197…

È bella, un frutto maturo dal fascino antico. Maestra, sorella, amica, confidente. Una capigliatura di oro chiaro sempre scomposta le incornicia il volto come una nuvola. Il destino ha voluto farmi dono della sua amicizia, il destino, geloso, provvederà a separarci. La guardo, affascinato, dopo aver ammirato alcuni dei suoi ultimi dipinti, che accatasta, forse per pudore, contro il muro, celandoli alla vista. Non vedo l’ora di passeggiare con lei. Quando siamo in due le confidenze corrono più fluide. Ne avrò di cose da chiedere sui Saraceni. 

O.M. 7 giugno 197…

Emma arriva puntuale, tuttofare non ancora sfiorita. Così ficcanaso da frugare fra le carte del conte celate alla vista. Ma è devota alla mia amica. A suo cugino cacciatore si deve la lepre sotto vino. Quando se ne va il conte scoppierà in sonore risate sostenendo che la serva si è invaghita di me. E alla sera si parlerà ancora delle caverne del Saraceno. Così il conte:

“Padre Innocenzo Piòvera aveva confermato certe mie supposizioni. Ero riuscito a parlare con chi aveva scavato nella valle del G…. I due fratelli andavano laggiù, col padre, anche di notte, facevano tre turni, per non rallentare lo scavo. Una galleria di 36 metri, larga due avevano fatto, incredibile! E senza i mezzi di oggi. Ho parlato con entrambe; riempivano secchi di tufo sbriciolato, a centinaia. Senza alcuna causa apparente ripetevano di aver sentito dei boati venire da dentro la collina, e loro non volevano farci caso, e che i secchi col tufo appena scalpellato cominciavano a…ballare, poi si alzavano.”
“Come…si alzavano?” chiedo attonito.
“Volavano per aria, scagliati da forze tremende contro soffitto e pareti della galleria. Poi si sentivano dei rumori…come tronchi e rami che si abbattono, e anche…”
“…Cosa?…” sussurro implorando di ridurre l’indugio. La mia amica mi fa cenno di pazientare.
“…lamenti sempre più forti, urla disperate, disumane,” dice il marito.
Una coltre di sgomento mi avvolge mentre il conte: “Ho sentito prima uno, poi l’altro fratello e il loro racconto non mostrava discordanze. Gente semplice, si turbavano ancora al ricordo. Uno di loro, più sensibile del fratello e del padre, probabilmente innescava fenomeni paranormali con la sua sola presenza.Quando mio fratello Gino non c’era a scavare si stava tranquilli… non succedeva niente’ diceva uno dei due.”
“E poi succedeva dell’altro?” chiedo ansioso.
“Sì”
“Cosa?” oso.
“… Galline chiocciare. Nel ventre della collina, galline. E poi un altro fatto inspiegabile: su una delle pareti si proiettava una fosforescenza, che anch’io ho visto.”

6 ottobre 199…

Vado a trovarli col mio caro amico, l’editore delle opere del conte, la tristezza mi gonfia il cuore mentre la ghiaia del viale scricchiola. Mi pare ancora di sentire la voce della mia amica, le risate di lui, invece no, sono scomparsi da anni. Attraverso il cancelletto della tomba introduco un mazzo di gerbere. Addio amici, penso, trattenendo le lacrime. 

26 ottobre 2019

Alterno periodi di relativo ottimismo a convulsioni dell’umore. In questi momenti il passato mi perseguita con insulse lusinghe. Non disdegno la caritatevole benevolenza di alcuni negozianti Sick che hanno messo su bottega vicino casa. Fra verdura e frutta immangiabili ci sono anche cose commestibili e toast scaduti da un giorno. Quanto durerà questo degrado che non è solo economico? Sono solo.

Senza data
Ho traslocato. La vita cittadina era troppo cara. Qui la mia giovinezza ha conosciuto tempi migliori, qui ho assaporato l’amicizia dei miei amici. Non è stato difficile trovare fra le cascine disertate dai villici, per fare i tranvieri in città, all’inseguimento del “progresso”, una che facesse al mio caso e, perdipiù, a un tiro di fucile dalla casa in rovina dei miei amici scomparsi. 

Sena data
Ho sviluppato una facoltà sorprendente. Essa si attiva nel trapasso dal sonno alla veglia, quando le immagini oniriche sembrano non abbandonare la mente. Scene che reiterano nel dormiveglia la loro estraneità col quotidiano corrente. Accade così che i Saraceni tornino alla ribalta col loro magnetico mistero. Questo, forse, il vero motivo che mi ha fatto cercare dimora nei pressi della caverna e della villa. 

Quando vidi Emma incorniciata nello stipite della porta, un profondo turbamento mi spinse a balbettare, non udito: “È proprio lei Emma?” La vecchia che era sempre stata, mi riconduceva a loro offrendomi i suoi servigi senza che l’avessi cercata, e senza far mostra di riconoscermi. Ero dunque così mutato? Avevo timore mi riconoscesse. Veniva due volte la settimana per spostare la polvere da un posto all’altro della povera casa.
“A lei piace la lepre?” chiese un giorno. Trasalii affrettandomi a negare. Poi un mattino le chiesi:  “Chi abita lassù?” Turbata, disse: “Oh! Più nessuno c’è, lassù, da anni. La signora contessa e il conte, dei veri signori, sa? E lui cercava il tesoro, anche. Aveva segreti che nessuno sapeva, sa? È entrato nelle grotte quand’era giovane, anche!” 

Simulai disinteresse ma la donna parlò ancora. Mi addormentai a stento, sognai di sognare pur cosciente che tutto era vero. Una febbre strana mi assaliva a intervalli al solo immaginare cosa mi attendeva laggiù, richiamato dalle sirene del passato, dalla leggenda delle grotte fatta storia. In me prendeva vita la loro impronta che mi faceva amare il loro ricordo, la Tradizione, il Passato e i suoi riti perduti. 

Senza data
Nemmeno oggi uscirò. La smagliante tessitura della luce incide come un bisturi il paesaggio: il sole gioca sugli arazzi verde e viola, sulle chiese dalle mura consunte su cui il tempo ha scolpito bizzarri geroglifici. Tutto risplende, opprimente. Un luogo come questo coincide con la periferia della vita. I miei nervi mal sopportano l’assalto della memoria di un bene goduto e poi perduto. Ma una forza oscura mi tiene inchiodato là, come se avessi dovuto “coincidere” con i reperti in sfacelo dei pressi.
Ho licenziato Emma inventando una mia lunga assenza. Non sopportavo averla tra i piedi. Vittima di quel luogo mi consumavo nel desiderio di appartenervi. Ma in che modo?

Giugno 2021
Non esco se non di notte. Nessuno sa che sono qua.  Sto sfuggendo alle fauci del buio, ma sino a quando? Ho cominciato a sognare la mia amica. Severa, sfuggente. La sua scontrosità mi ferisce, non era mai stata così con me. Vorrei chiederle spiegazione ma si nega, come se l’avessi delusa, contrariata. Comincio a delirare, ho timore del nuovo giorno. La caverna mi attende, lo so. 

Senza data
Ho timore di non riconoscermi allo specchio. Evito ogni contatto. L’unica certezza rimasta a torturarmi e di cui non riesco a dare ragione è che nella veglia trascino  incubi fatti di memoria così veraci da spaventarmi. Sgomenta sapere che essi vivono paralleli alla vita vera.

Giugno 2021
Devo affrettarmi e osare. Là sotto c’è la vita che cerco. Non distinguo la veglia dal sogno. Scivolo in un incubo che mi porta nel ventre della valle dove si aprono le caverne del Saraceno:

Vapori umidi e spessi si alzano dal suolo. Sterpi secchi, bruciati da infiorescenze di brina. L’apertura è un rettangolo basso di tufo scalpellato. Ho paura.  Non è un luogo fisico questo, ma un brano di tempo fissato in un Tempo-spazio che lo isola, saturo di parvenze, vanamente indagate, e ora accese in me. In balia di un tempo alieno, vago.
Ho dei fiammiferi e un mazzo di stecchi secchi. Mi sembra di scorgere un bagliore. Sottoterra?! Accendo il primo fiammifero. La camera è bassa. Sulla destra un tavolo di pietra, stretto e lungo. Il fianco del tavolo si conficca nella parete. Il primo stecco si spegne. Il secondo illumina un’altra apertura, sono camere basse, una consecutiva all’altra, nel secondo ambiente devo chinare il capo. Il pavimento è in discesa. Scolpite sul lato inferiore di un cornicione tre teste di toro. Rimasugli di coppe e bacinelle riposano su una mensola murata. Su alcuni frammenti si innestano manici, con il capo a forma di aspide,  figurine di scarabei collegati con minuscoli festoni di fiori e frutti scolpiti. Tutto è infranto, sommerso dall’onda dei secoli.
Forme indistinte di metallo… forse i rilievi di padre Piòvera? Opachi diademi di morte!
Davanti al biancheggiare di ossa ridotte a pietrame la mia mente cessa. Scheletri fosforescenti, confusi con lame brandite dalle sole ossa metacarpali. Un pattume di ossa emerge dal pavimento, frammisto al morso di ferro ancora in bocca ai cavalli. Crani equini e teschi umani, ancora appesi al loro cappio, privi dello scheletro, crollato a terra. La fiammella del quarto stecco si estingue. Non hanno urlato tanto questi resti umani quanto ora sta urlando il silenzio. Ma sono io che grido insieme ai murati vivi. Stavo raccogliendo i frutti dell’aconito, che dispensa follia e morte. 

Senza data
Complice una notte senza luna scendo verso la grotta. Mi affanno fra nuvole di rovi. Indugio davanti all’ingresso laterale, indicato dal conte. Mi infilo nel cunicolo. Da una fessura filtra una luce fosforescente come se provenisse da  una… camera ardente?! La camera! c’è ancora, sottratta alla devastazione della cava. Ovvero la tomba del guerriero arabo che stringe l’elsa della sua spada di tufo. Domani tornerò qui. Mi stenderò di fianco a lui. Chiuderò gli occhi. Per sempre.       

                                                                   
Rileggendo la testimonianza mi prende una gran tristezza. L’angoscia impotente fa il resto. Oggi stesso consegnerò la corrispondenza ricevuta agli inquirenti che indagano sulla scomparsa del mio amico. Allora tutto sarà tragicamente chiaro. 

Per cercare riscontri occorre consultare:

Aldo di Ricaldone, Monferrato tra Po e Tanaro cap. X, p 484; Gribaudo Sedico
Mario Paluan, I tesori della valle di tufo, Sedico
Federico Cappello, Le grotte dei Saraceni, Associazione  Amici  della  Natura di Casale e del Monferrato 
Luigi Bavagnoli, Grotte dei Saraceni, L’ultimo mistero del Conte Mola, articolo del 28 dicembre 2011, Casale news, giornale on line. 

quando in Russia c’erano i demoni?

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa. Alzi la mano chi lo conosce, scommetto che non hai mai sentito parlare di lui. è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame. Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto.

Gli Indemoniati edito da Voland a cura di Mario Caramitti. Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi, subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio. Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti: Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre: Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia. A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come… Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore di Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, E sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa. Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in una alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, che riguarda proprio la sua permanenza in Russia in qualità di soldato. Il misterioso, profondo animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva, la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere. L’inafferrabile animo russo…abbiamo per qualche cosa da spartire con loro? Una canzone popolare russa lo descrive: “triste e disincantato nel profondo, ma allegro e consapevole in superficie”.

giocavi d’azzardo?

Indovina qual’è l’attivitá principale svolta a Roulettenburg? Indovinato! Si gioca alla roulette. Chi l’avrebbe mai detto?! E chi gioca alla roulette fino a perdere la camicia e poi a rifarsi un patrimonio e infine a perderlo per poi continuare a giocare e a vincere di nuovo, eludendo anche l’amore? Nientemeno che il grande  Фёдор Михайлович Достоевский, ovvero Fyódor Mikháylovich Dostoyévskiy, o meglio il suo io diventato il personaggio del precettore, alias Aleksej Ivanovič. Il libricino l’ho letto in edizione leggi e getta, stampato su carta che fa ribrezzo, in una di quelle edizioni omaggio che ti rifilano coi giornali e che poi perdi per strada. Capolavoro indiscusso dello scrittore russo Dostoevskij, Il GIOCATORE, scritto per amore o per forza, in ventisei giorni, forzato dall’editore da un contratto capestro, mette a nudo l’animo del grande Fyodor, afflitto da coazione onanistica, cosí definisce Freud la smodata dedizione o fissazione per il gioco d’azzardo. Un’opera che ha anche il pregio di illustrare, via via, alcuni caratteri nazionali europei, i “polacchini”, ad esempio, non ci fanno una gran bella figura, sempre a bisticciare fra loro, ai fianchi della nonna, giocatrice folle e a riempirsi le tasche del suo denaro, conseguente alle sue vincite.

Attraverso questi bizzarri personaggi, i quali non mostrano di essere troppo dissimili dal vero, ovvero non troppo romanzati, si dipana una storia d’amore, intrigo, sotterfugio e di follia per il gioco d’azzardo. De Grieux, ad esempio, il francese, e come tutti i francesi allegro e gentile quando occorreva e gli conveniva, ma insopportabilmente noioso quando mancava la necessitá di essere allegro e cortese. Il francese è di rado cortese per natura; lo è sempre, come a comando, per calcolo. (parola di Dostoevskij, io non c’entro) uscendone con la reputazione compromessa, l’arrampicatrice fascinosa e accalappia dote, ovvero la cinguettante Blanche, difficile al suo riguardo trovare una categoria di persone piú calcolatrici, piú avare, e piú spilorce di quella cui apparteneva mademoiselle Blanche, scriverá l’autore. Blanche troverà il modo di cavarsela sempre, in virtú del suo irresistibile fascino parigino, e poi il timido e saggio inglese, Astley che davvero si fa onore in questa turbinosa vicenda fatta di colpi di testa e giocate folli, quindi la nonna russa che doveva tirare le cuoia e invece sta meglio in salute della combriccola che la vorrebbe defunta, affamata della sua cospicua ereditá, sino allo smarrito generale, suo nipote, ma, purtroppo per lei e per la combriccola, rimarrá in bolletta al tavolo da gioco…La nonna, sino a che non ebbe perduto tutto, godette per l’intera giornata, presso i croupiers e presso i dirigenti del Casinó, di una palese autoritá e infine il precettore russo, divorato dal demone del gioco della roulette, autenticamente tarato e succube del gioco d’azzardo, al punto che preferirá all’amore di Polina, della quale era ed è perdutamente innamorato, continuare a giocare, e ancora a giocare. A seguire una frotta di personaggi russi davvero unici, salvo poi scoprire che i russi devono essere davvero come ce li descrive il famoso autore. EKATERINA SINELSHCHIKOVA, che di Russia se ne intende, su Russia beyond, scrivendo di Dostoevskij riporta un suo pensiero: “Sono così dissoluto, che ormai non posso vivere normalmente. Ho paura del tifo e della febbre, e i miei nervi sono malati. Le Minucce, le Clarette, le Marianne ecc. sono sempre più belle, ma costano un sacco di soldi”, scrisse Dostoevskij. A proposito del gioco d’azzardo: “Non appena mi risveglio, il cuore si blocca, le gambe e le mani mi tremano e si gelano”, così descrisse quello che provava, quando cadeva preda del demone del gioco.

Due le cose che mi hanno colpito nel breve romanzo: l’imponderabile carattere russo, passionale, “eroico”, sotto certi aspetti: mediterraneo, generoso, smodato, balzano, ovvero teatralmente incline al dramma; ma ogni definizione che tentasse di descriverlo risulterebbe lacunosa e approssimativa. Infatti l’imprevedibile e lo stupefacente nel carattere russo vanno a braccetto, latenti e sempre pronti a manifestarsi. La seconda cosa è la descrizione del parossismo che coglie taluni giocatori dediti al vizio dell’azzardo. Io mi sono scoperto a desiderare che il precettore del generale la smettesse, abbandonando il tavolo da gioco, che interrompesse la folle corsa verso l’abisso. Parteggiavo per lui e non volevo la sua rovina!

Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza o abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontá…Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incurabile, cosí scriveva Anna Grigor’evna Snitkina, coniugata Dostoevskaja, seconda moglie di Dostoevskij.
Lo scrittore russo non poteva scrivere quelle pagine su Aleksej Ivanovič, il precettore divorato dal gioco, che continuava a vincere e a perdere, se lui stesso non avesse provato sulla sua pelle, l’inferno del gioco d’azzardo: …avevo le tempie madide di sudore e le mani che tremavano (racconta Aleksej Ivanovič, ovvero Dostoevskij, alla roulette)…La fortuna continuava!…Bravo! Bravo! gridavano tutti mentre alcuni battevano addirittura le mani. Strappai anche lí trentamila fiorini, e il banco fu di nuovo chiuso fino al giorno dopo! -Andatevene! andatevene! -sussurrava una voce alla mia destra. -Per amor di Dio, andatevene!- mi sussurrava un’altra voce all’orecchio sinistro…Volevo stupire gli spettatori con un rischio pazzesco e oh strana sensazione! ricordo benissimo che a un tratto una tremenda sete di rischio s’impadroní di me…Attorno si gridava che era una pazzia, una pazzia che Dostoevskij riesce a trasmettere al lettore. Portentosa e magnetica potenza della sua scrittura! Da non perdere.

Sopra Mosca, con mille rimbombi un tuono di ghisa

savva demonioAlzi la mano chi lo conosce, è Aleksej Remizov, scrittore russo dei primi del ‘900. Autore di una sterminata produzione letteraria di grande interesse per la varietà dei temi trattati e l’originalità delle trame

Ma non parleremo di lui. Parleremo degli Indemoniati, e soprattutto del primo lungo racconto. Gli Indemoniati è edito da VOLAND  ed è a cura di Mario Caramitti.

Cupo, demoniaco, disperato, ambientato al tempo dei torbidi russi subito dopo la morte di Ivan il Terribile, durante la guerra con la Polonia. Il protagonista è Savva, trafitto d’amore per la bella Stefanida, giovane moglie dell’amico di suo padre, che l’aveva ospitato a casa sua come un figlio.
Stefanida si alzò senza far rumore e andò nella camera di Savva. Ed ora eccola, è lì. Lo bacia, e con quanta avidità, profondamente, con tutta la bocca. Lui si alzò e la seguì.  E più avanti:  Lei era tutta dentro di lui. Con le ossa, con la carne e il sangue, e gli stava davanti agli occhi, fatta d’aria, tre volte viva. Finirà con un coltello nel ventre : Lui si irrigidì tutto, ebbe una fitta al cuore e le affondò il coltello nella pancia..

A sistemare le cose arriva nientemeno che il figlio del demonio, un certo Viktor, figura stracarica di simbologie, potentissimo, ammaliatore e fascinoso essere ultraterreno che carpirà l’anima del povero Savva con il classico patto siglato col sangue. Basterà una breve descrizione del nuovo amico di Savva per capire chi esso sia veramente: Viktor aveva una coda di considerevoli dimensioni e questa coda di carne se l’avvolgeva attorno come una cintura, con la punta che pendeva in giù, da sopra l’ombelico, dalle spalle alla coda era tutto coperto di mica trasparente e non aveva spina dorsale si vedeva dentro come…

Peripezie di ogni genere dei due amici inseparabili. Savva e Viktor sono protagonisti di assedi, combattimenti, fughe e bagordi nella Russia di fine Cinquecento, squassata da rivolte, carneficine e violenze… E intanto i diavoli la fanno da padrone torturando a dovere il povero Savva, che vorrebbe sottrarsi all’ascendente demoniaco di Viktor. Mentre santi straccioni sono i depositari del potere divino. Vinceranno alla fine il canto purificatore dei Cherubini e la potenza celeste che cancella la tenebra, e sopra tutte le altre una voce che diceva: Savva! Savva! Alzati

Dal covone squarciato del cielo si sentì esplodere sopra Mosca, con mille rimbombi, un tuono di ghisa.

Di questo lungo racconto abbiamo apprezzato soprattutto il ritratto metastorico, gli ardui passaggi e i colpi di teatro in un’alternanza antitetica di sacro profano, angeli e santi draghi cornuti e demoni-girini, violenza purificazione, realtà e dimensione onirica. Ingredienti che sono elargiti a profusione secondo una spericolata sequenza di simboli e reminiscenze. C’è come una forza perentoria nella scrittura di Remizov, che ci ricorda altri scrittori, altre trame. Oriente e Occidente, traffici e mercanzie, paesi lontani, città fantastiche abitate da demoni e soprattutto, inequivocabile, intensa, e onnipresente la Grande madre Russia, che aveva affascinato anche il nostro Filippo Tommaso Marinetti, (c’è un post su di lui,  che riguarda la sua permanenza in Russia in qualità di soldato). Il misterioso animo russo, alla fine è il vero protagonista della vicenda di Savva,  la povera vittima indemoniata, che divorava libri di ogni genere.

Abbiamo comprato Gli Indemoniati al Libraccio di Milano al costo di un panino al prosciutto.